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Il ridicolo residuo del mondo pro-life italiano. Perché non andare alla «Manifestazione per la Vita»

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Sabato 22 maggio si terrà a Roma una «Manifestazione per la Vita». Non si tratta della Marcia per la Vita, che ha mollato il colpo. Gli organizzatori sono altri. Il marchio, che era registrato, non è evidentemente stato ceduto.

 

Chiariamo subito che con probabilità arriverà una marea di gente, perché da quel che apprendiamo saranno mobilitati i neocatecumenali, che se c’è una cosa di cui dispongono è il grande numero, e son ben presenti in quantità di parrocchie della periferia romana e non solo.

 

Le debordanti masse neocat arriveranno, qualcuno scrive, per la presenza di una figura d’eccezione del loro movimento, il Massimo Gandolfini, signore fattosi largo nelle proficue battaglie per la famiglia e contro il gender, che tanti frutti hanno portato, come il lettore può aver visto costantemente.

 

Il verbo del Gandolfino lo potete leggere, talvolta, sul quotidiano La Verità: i suoi scritti hanno la fotina con un sigaro in bocca, ma a volte, come diceva Sigmund Freud, un sigaro è soltanto un sigaro. Non pensate però di poter trarvi fuori dai fumi dell’enigma politico catecumenale, perché, sapete bene che si può essere del «Cammino» e pure del PD, come dicono che sia Graziano Del Rio. Non fa una grinza.

 

Per il resto, non abbiamo idea di cosa succederà alla «Manifestazione per la Vita» (si chiama proprio così: grandi originalissimi sforzi di copywriting!): perché, in questo momento non abbiamo importante seguire, perché – come avevamo scritto a varie riprese l’anno passato – crediamo che l’aborto sia oggi uno specchietto per le allodole, un’arma di distrazione di massa per il microgregge dei voti cattolici e, gratta gratta, per i vescovi, che, in stile Padre Pizarro, devono capire ancora quanti son quelli a cui vagamente paiono importare quelle cose lì, tipo il dono della vita umana e altre quisquilie da fissati.

 

Nell’ora presente la lotta all’aborto è retroguardia pura, anzi non è nemmeno quello: è una droga, una sostanza narcotica per annebbiare la mente della popolazione – in ultima analisi, per controllarla.

 

Come si può parlare di lotta all’aborto, quando esso è stato distribuito a miliardi di persone per tramite della vaccinazione? E non solo moralmente: le cellule MRC-5 sono presenti nelle fiale obbligatorie (da prima della pandemia…) con cui siringare i vostri figli, pena l’esclusione dalla materna.

 

Come si può parlare di lotta all’aborto, quando il maggior numero di embrioni uccisi arriva dalla provetta? Come si può parlare di difesa della Vita quando ciascun bambino sintetico (grazie ad un ministro-mamma di un partito vescovile), pagato dal contribuente, comporta decine di fratellini morti, scartati, congelati? Notate come tuttora la FIVET, per i cattolici sedicenti pro-life, sia tabù.

 

Come fate a parlare di aborto, quando dietro l’angolo ci sono le stragi degli embrioni eliminati perché non perfetti, non perfettamente riusciti nella bioingegneria?

 

Come si può parlare di lotta all’aborto, quando in questo stesso momento vi sono ratti di laboratorio che vengono «umanizzati» chirurgicamente immettendo nel loro corpo organi di feti abortiti «freschi, mai congelati»? (Pensavate la scienza si fermasse alle linee cellulari diploidi da aborto?) Come pensate di essere credibili, se non avete messo la mente nemmeno per un momento sulla questione di feti sacrificati alla scienza, o ancora meglio, sulla moralità del sistema farmaceutico – e dei farmaci di uso comune stessi – che ne deriva?

 

Come fate a parlare di aborto, quando nei frigoriferi delle cliniche ci sono milioni di embrioni (cioè, tecnicamente, esseri umani) congelati in azoto liquido, che quindi non sappiamo dire (biologicamente, bioeticamente, teologicamente, materialmente, umanamente) se siano creature vive o siano morti?

 

Semplice: lo si fa per pratica dello stalking horse: l’obbiettivo su cui far concentrare il fuoco mentre si manovra altrove. La Necrocultura infetta il mondo, porta ogni angolo della scienza e della società verso la morte e il vilipendio dell’essere umano Imago Dei. Se noi concentriamo l’attenzione delle masse su questa fase iniziale dello slittamento, abbiamo buone probabilità di lasciare che la Cultura della Morte segua il suo corso, chi di dovere faccia i suoi affari, e il sacrificio umano possa continuare.

 

Ti parlano dell’aborto per narcotizzarti rispetto al sacrificio umano oramai reinstallato universalmente.

 

Possibile.

 

Il fatto è che a questa «Manifestazione» non siamo sicuri che si parli esattamente di aborto, almeno non in senso pragmatico. Nel manifesto non troviamo cenno della legge 194/78, cifra che ha ossessionato i pro-life italiani (mentre intanto gli mettevano bambini morti nei vaccini e si iniziava la produzione di esseri umani in alambicco con relativa strage).

 

Il motivo per cui manchi questo numero magico non lo sappiamo: forse, ma siamo noi che la buttiamo là, è perché una grossa fetta di mondo sedicente pro-life istituzionale (quanti parlamentare così conosciamo! Quanti medici «cattolici»!) in fondo ritiene la 194 una buona legge ma «mal applicata». Del resto l’ha varata un governo democristiano, e si chiama per esteso «Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza» (se pensavate che avessero cominciato a orwellizzarvi il cervello con i titoli su COVID e Ucraina, state freschi).

 

Parlare contro la 194 è «divisivo». Parlare contro l’aborto, no. E infatti, trovatemi un esponente PD che non usi la frase di rito per cui «l’aborto è sempre una sconfitta» – però lasciate libera la gente di uccidere i bambini. È la lagna pro-choice: nessuno è felice di scegliere l’uccisione per squartamento di suo figlio, ma ci tocca, è una scelta che il mondo moderno non può negarti. (Del resto, lo slogan della «Manifestazione», dice qualcuno, sa vagamente di pro-choice: la «Scelta della Vita», perché la Vita si sceglie, certo che sì, come una canzone romantica su un juke box ancora misteriosamente in uso al bar).

 

Non che poi di scelta ce ne sia tantissima: sul sito vediamo che ci sono pronti i file con i cartelloni da stampare. In pratica, cosa dire alla kermesse, te lo dicono loro. È un salto in avanti previdente rispetto alla marcia dell’anno scorso, quando, come sa il lettore di Renovatio 21, ad un signore chiesero di togliere il cartello su vaccini e aborto. Pensate la comodità: frasi già fatte (sull’obiezione di coscienza, sui diritti umani, l’inevitabile combo di citazioni di Papa Francesco, più «la vita inizia col concepimento», bambini prodotti in vitro esclusi, par di capire) che potete stampare a vostre spese per sfilare come figuranti di questa grande parata, per la gioia di fotografi e social network.

 

Se continuiamo a dare un’occhiata al sito, troviamo infatti discorsi sull’aborto come ferita «alla donna per la maternità negata, all’uomo per la paternità svilita, alla famiglia per l’accoglienza fallita; alla società»… insomma, tutti feriti nell’animo, tranne i bambini fatti a pezzi, che non vengono citati: ci sa che l’aborto ferisce soprattutto loro, che vengono assassinati, frullati vivi, magari poi gettati nella spazzatura, usati nei termovalorizzatori per scaldare l’ospedale, sparati giù nel cesso di casa per essere mangiati dai topi di fogna, sezionati da personaggi che poi vendono i tessuti alla ricerca medico-farmaceutica. Di loro non si parla. No.

 

Però nel sito si parla di «uno sguardo privilegiato verso le donne», perché ci mancherebbe altro, il segno di obbedienza all’impero femminista va dato sempre e comunque – del resto non sono le donne, o quel che ne resta dopo un lavoro di perversione che dura da secoli,  quelle che uccidono i loro figli.

 

Insomma, la solita solfa abortista: si parla delle donne, degli adulti etc., ma mai dei bambini materialmente trucidati. È una tecnica precisa: spostare l’attenzione, cambiare la vittima – che in realtà è il carnefice…

 

Notiamo anche il riferimento al «figlio concepito» come «uno di noi», espressione che tradisce molto: era il nome di una fallimentare operazione in seno all’Europa di un potente politico del pro-lifismo istituzionale, che mirava a dare diritti agli embrioni – ma ciò significava, essenzialmente, dare la patente democratica agli embrioni prodotti artificialmente, creature per le quali il tizio tanto si era spesso durante la sua lunghissima carriera, arrivando a certificare per legge – la 40/2004 – l’accettazione del mondo cattolico verso i bambini sintetici.

 

Qui ci tocca di dire una cosa forte.

 

In tutto il manifesto della «Manifestazione» riecheggia borioso il termine «diritto alla vita»: «La civiltà orientata al futuro e al progresso, ha a cuore i diritti umani. Primo fra tutti il diritto alla vita» è l’attacco tronfio del documentino.

 

Ebbene, noi riteniamo che non esista alcun «diritto alla vita».  Nessuno. Sul serio. I diritti sono questioni politiche, sono questioni umane. Sono affari su cui è lecito decidere, accordarsi. Il diritto al lavoro. Il diritto allo studio. Il diritto alla libera associazione. Il diritto alla libera espressione. Tutti definibili «diritti umani», tutti infatti infranti negli ultimi due anni.

 

La vostra vita credete che sia un diritto? Procede dalla scelta di un politico? Credete che la vita vi appartenga veramente? No. Non l’avete decisa voi, e neppure in fondo i vostri genitori, che magari volevano o non volevano «un bambino», non voi, non quello che siete in modo unico ed indescrivibile.

 

La vita non può essere un diritto che non procede da cose umane, ma dal Mistero – se non vogliamo dire «Dio», diciamo così, il laico potrà capire benissimo. Il motivo per cui siete qui, è il Mistero più totale. È illeggibile, irragionevole, per alcuni incomprensibile, di certo insondabile con pensieri umani. Voi non sapete davvero perché siete qui. Ecco, crediamo dunque sia possibile legiferare sul Mistero? Imbrigliare il Mistero in una giurisprudenza? Parlare davvero, senza ridere, di un «diritto dell’Essere»?

 

Non si tratta solo di una questione filosofica: aggiungiamo che abbiamo notato negli anni come chi da parte cattolica ti parlava di «diritto alla vita» in realtà, sotto sotto, stava aprendo la strada alla riproduzione artificiale più selvaggia, magari proponendo pure l’adozione di embrioni congelati da parte di suore – cioè, impiantare bambini sintetici nel grembo di religiose. (Stiamo rabbrividendo ancora oggi a pensarlo: eppure chi lo propose era un uomo dei vescovi).

 

Non solo: il «diritto alla vita», statene certi, sarà l’espressione con cui vi venderanno l’ectogenesi, cioè l’utero artificiale, in arrivo da qui a 10 anni.

 

Chi ci ha parlato di «diritto alla vita» stava in realtà mettendoci di fronte al fatto compiuto della biotecnologia galoppante: stava, cioè, favorendo l’emergenza di questa nuova razza di creature umane, di cui forse parla anche l’Apocalisse.

 

Ora, cercate di capirci: ne abbiam viste talmente tante, che sappiamo come vanno queste cose. L’opinione pubblica va aiutata a digerire la Necrocultura, a grandi dosi i laici, a piccole dose omeopatici i cattolici.

 

E se ci chiedete: come è stato possibile che il movimento pro-life in Italia, Paese teoricamente religioso, finisse in questa deriva? Noi vi rispondiamo che non si tratta di una deriva, ma di una progressiva sfoltitura operata dall’impatto della realtà su chi diceva di voler combattere la battaglia per la vita, ma invece sognava il compromesso.

 

C’era un grande movimento antiabortista in Italia, ma si era capito subito che voleva accordarsi con il corso satanico intrapreso dal mondo. Per decenni non ha fatto nulla, se non qualche volantino o poco più, magari con i soldi vescovili dell’8 per mille. Alla fine degli anni 2000, con appena una trentina di anni di ritardo, qualcuno – grazie anche alle incongruenze della legge 30/2004 e a pressioni esterne di strani intellettuali laici – cominciò a borbottare.

 

Un primo nodo era venuto al pettine: non si poteva dire di voler difendere la vita accordandosi al sistema che, di fatto, aveva accettato l’aborto come «Male minore», cioè aveva raggiunto un compromesso di sangue con il potere costituito.

 

Ecco che si creò un movimento pro-life nuovo, nato in opposizione all’istituzione democristiana precedente. Anche lì, dopo qualche anno, con l’avvento del papato ricombinante di Bergoglio venne un nodo al pettine: poteva sembrare che alcuni animatori cominciassero ad avere simpatie per personaggi abortisti, del tipo «la 194 è una buona legge, mal applicata» etc. Vi fu quindi un’ulteriore scrematura.

 

Infine, arrivò il COVID, che fece scoprire come il principale evento pro-life italiano avesse come primo fiancheggiatore uno che riteneva perfettamente lecita la vaccinazione con sieri macchiati dall’aborto. Ulteriore nodo che viene al pettine. Non restano capelli. Calvizie totale. Il mondo pro-life infine resta pelato.

 

Il mondo pro-life non ha retto l’urto della realtà – specialmente quella pandemica, che ci ha obbligati tutti a riconoscere come l’aborto non sia una questione di donne, leggi ed ospedali, ma di mostruosità abnorme che tocca tutte le nostre vite, trapassandoci pure la pelle. L’aborto è stato distribuito all’umanità intera, con un rito che fa impallidire quello dell’imperatore del IV secolo che faceva bruciare appena un granello di incenso – ai vaccinati, hanno fatto accettare l’uso del sacrificio umano a scopo medico-scientifico-politico.

 

Perché si è squagliato tutto? Le risposte non sono troppe. Innanzitutto, significava con evidenza che un vero fondamento per la battaglia per la vita non c’era: si sono piegati tutti, nessuno si è spezzato, e questo dice tutto. Soprattutto, crediamo che la colpa sia dei preti e dei vescovi, o meglio, della loro vicinanza: i cattolici pro-life, senza eccezioni, hanno sognato tutti e molto spesso ottenuto l’appoggio degli zucchetti CEI, convinti che questo servisse a qualcosa, oppure per puro senso di inferiorità parrocchiale (lo dice il prete, io obbedisco subito!).

 

E cosa hanno fatto , i vescovi italiani? Quello che fanno sempre: vogliono il compromesso. Odiano il baccano, la tensione politica: altrimenti qualcuno comincia di parlare di tasse sulle proprietà ecclesiastiche e di fine dei finanziamenti alle scuole private. E quindi, i loro soldatini sedicenti antiabortisti, sono sempre stati indotti al disarmo, immediato o lento ed inesorabile che fosse: abbiamo visto ambo le cose.

 

Il democristianismo, che è la perversione del cristianesimo che ci fa credere alla moralità del compromesso.  è ciò che uccide ogni vera lotta per la vita, perché la vita di compromessi non può per logica averne: o il bambino vive, o muore.

 

(Sì, è vero, adesso c’è anche il caso del bambino congelato, vero: forse abbiamo trovato il motivo per cui piace tanto ai manovratori cattolici)

 

In Francia, per esempio, il movimento pro-life aveva personaggi come Xavier Dor, che durante una messa, presente il presidente della Repubblica a Notre Dame, urlò in un momento di silenzio «Giscard D’Estaing abortista assassino». In Italia abbiamo avuto invece le spintarelle dei religiosi a fare l’occhiolino a Pannella e alle femministe, a seguire le vie del compromesso storico col Partito Comunista – divenuto gradualmente un partito della Necrocultura – anche sulla pelle dei bambini innocenti. (E poi, quando quelli come Dor venivano a Roma, trovavano gli ierofanti dei vescovi che li introducevano alle gerarchie, che le schiere di pro-life stranieri, ottusamente, pensano che siano dalla loro parte: un lavoro di normalizzazione niente male).

 

Ora, dopo mesi in cui senza accettazione implicita dell’aborto a scopo farmaceutico di fatto non potevi più lavorare o andare in pizzeria, il compromesso con la Morte è impossibile da dissimulare, da cosmetizzare, da nascondere.

 

Quindi, non è rimasto più nulla del mondo pro-life, se non questo residuo, a tratti ridicolo – ci dicono che tra gli organizzatori vi sono associazioni che hanno fatto eventi in cui si chiedeva il green pass, un segno entusiasmante per chi vuole lottare a favore della vita nascente, a parte quella dei feti ammazzati per far funzionare, di fatto, la carta verde. (Fate uno sforzo, su: ci potete arrivare tutti a comprenderlo)

 

Vi diciamo quindi: non andate ad eventi così.

 

Se non bastasse tutta l’intima tirata storico-filosofica qui sopra, aggiungiamo un ulteriore disincentivo concreto.

Abbiamo detto, in apertura, che vi saranno molti, moltissimi neocatecumenali. Fossi uno che va a Roma domani, potrei temere che a sorpresa, sul palco, possa materializzarsi il loro dominus, l’artista spagnuolo Kiko Arguello.

 

Nel 2015 il Kiko si presentò al famoso Family Day, altro mega-evento democristiano di cartapesta organizzato più o meno dal medesimo giro di domani, evento che all’epoca definimmo in un articolo, non senza precognizione, come un «Golpe neocatecumenale sul mondo pro-life».

 

Ebbene, quello dell’Arguello fu l’ultimo intervento. Tra la folla di adepti in deliquio, si lanciò in un’omelia in itagnuolo memorabile:

 

«Questo del femminicidio, oggi stesso parla la dogna de quello che l’anno scorso ha ucciso due bambine bellissime, è sta-è stato trovato, cercato da tutta la polizia in Svizzera, e se sapeva che l’aveva rapito, no s’hanno trovata, trovato, e sappiamo che si ha ucciso. Ecco, sta-adesso c’è un, en Espagna c’è un macello, un uomo che ha ucciso cinque bambini, si chiama B e sta in carcere, eccetera. Tante, tante casi de questo tipo, donne uccise».

 

«Ma vi dico una cosa: dicono che questa violenza de genero è a causa della dualità maschio-femmina. Bene, noi diciamo che non è così. Questo uomo ha ucciso i bambini per un’altra ragione: porqué si questo uomo è un laico, è un secolarissato, ateo che ha lasciato de praticare, non va a Messa, il suo essere persona chi ce lo dà? L’amore della moglie». (Trascrizione dell’Osservatorio sul Cammino Neocatecumenale secondo Verità)

 

Tale importante discorso sulla «violenza de genero» (ma non era il marito?) non fu tuttavia la parte peggiore della performance del Kiko.

 

Perché ad una certa, quegli tirò fuori la chitarra e cominciò a schitarrare senza pietà uno dei suoi brani di folk apocalittico catto-iberico, e dovete immaginarvi più o meno i Gypsy King che rileggono l’Apocalisse di San Giovanni.

 

La massa principale degli spettatori, famiglie neocatecumenali chiamate col fischietto, era in estasi. Alla manifestazione, però, erano accorsi anche moltissimi altri cattolici un po’ ingenui, anche di area tradizionalista o perfino di estrema destra. Alcuni di essi erano miei lettori, e molti mi avevano accusato: non andare al Family Day era da bruti senza cuore, non è questo il momento di fare distinguo, viva l’unità dei cattolici, la divisione la porta il diavolo, che in greco si dice diabàllo, colui che divide, e via di diaballisimo… Tanti messaggini che mi mandavano avevano questo tono e questi contenuti.

 

Tuttavia quel giorno, ad un certo punto, cominciarono ad arrivarmi serque di SMS da lettori improvvisamente perplessi. «Dottor Dal Bosco, ma chi è sto tizio?»

 

«Roberto, spiegami, ma cosa sta facendo?!? Canta? Cosa Canta?»

 

«Signor Dal Bosco, ma cosa sta succedendo?»

 

Messaggi a cascata, sempre più sconvolti. I ragazzi cercavano di fuggire dalla scena, prigionieri d’un colpo d’una Cambogia di corpi neocatecumenali ondulanti. Una situazione disperata.

 

Accesi il PC di casa e mi collegai ad uno streaming, e vidi tutto: era iniziata l’apoteosi neocatecumenale finale del Family Day, il numero musicale del Kiko. I profani erano allibiti, increduli. Le masse neocat gioivano e saltellavano, ad un passo dallo scatenare un pogo come neanche ai concerti dei Metallica degli anni andati.

 

In quel momento mondo cattolico, pro-life e pro-famiglia, sembrava a me, ma soprattutto ai poveri testimoni oculari che mi messaggiavano in cerca di spiegazioni, qualcosa di grottesco, di ridicolo fino all’incomprensibile.

 

Eravamo circondati: tamburelli, chitarre, nacchere, urletti spagnoleggianti: «lalalallaaaaaah».

 

Non c’è che dire, c’era di che arrendersi. Invece no: chi combatte per la vita umana deve riuscire a sopravvivere anche a questo.

 

È la grande lezione che impariamo invecchiando: lo schifo, il dolore, passano. Solo la Vita è importante. Il vostro tempo, quindi, dedicatelo alla Vita, non ai ridicoli residui di una battaglia che hanno voluto perdere.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

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Caschi blu attaccati, carabinieri umiliati, cristiani uccisi: continua il privilegio di sangue di Israele

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Riepiloghiamo: circa una settimana fa l’UNIFIL (la missione dei caschi blu ONU in Libano) ha accusato oggi le forze israeliane di aver lanciato una granata da un drone a circa 30 metri dai peacekeeper, durante un’operazione svolta ieri nel villaggio di Adeisse, nel sud del Libano vicino alla cosiddetta Blue Line. Fortunatamente, l’episodio non ha causato feriti.

 

«Ieri, i peacekeeper impegnati in un pattugliamento programmato nei pressi di Adeisse sono stati avvertiti dalla popolazione locale di un possibile pericolo all’interno di un’abitazione e hanno scoperto un ordigno esplosivo collegato a una corda detonante» scrive un comunicato UNIFIL riportato dal giornale italiano delle Nazioni Unite. «Le forze di pace hanno creato un cordone di sicurezza e si sono preparate a controllare un’altra abitazione. Poco dopo, un drone che si trovava in volo sulle loro teste ha sganciato una granata a circa 30 metri dalle forze di pace».

 

Poi, pochi giorni fa due carabinieri italiani che stavano facendo un sopralluogo in territorio palestinese per un evento diplomatico europeo vengono bloccati da un gruppo di coloni armati di mitra, e fatti inginocchiare. I giudei hanno quindi passato loro un cellulare: un uomo sconosciuto dall’altro capo della linea dice loro che se ne devono andare, perché quella è un’area militare interdetta. I due militari italiani quindi si rialzano e tornano al consolato di Gerusalemme.

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Siamo vicino a Ramallah, una zona controllata, in teoria, dall’Autorità Palestinese. Il COGAT (l’agenzia del Ministero della Difesa israeliano responsabile delle attività governative nei territori) nega che quella sia una zona sottoposta a controllo militare. Poi ecco che arriva la versione dell’IDF, l’esercito dello Stato degli ebrei: a far inginocchiare i nostri carabinieri non sarebbero stati coloni ma «un soldato riservista», il quale ora «è stato richiamato per dare chiarimenti». Questo soldato scambiato per colono, nella Cisgiordania preda delle mire dei coloni appoggiati da ministri del gabinetto Netanyahu come Bezalel Smotrich, «si è comportato secondo le procedure, ma non si è accorto subito della targa diplomatica».

 

Ora salta fuori che, per un buco nella legislazione italiana riguardo le responsabilità dei fatti accaduti ai nostri uomini in missione all’estero, i giudici italiani non interverranno a meno che non se ne incarichi direttamente il ministro della Giustizia Carlo Nordio.

 

Confessiamo di non sapere, peraltro, se vi sia una qualche conseguenza – giuridica, o anche solo politica – dell’attacco subito un anno fa dai soldati italiani UNIFIL, costretti a nascondersi in un bunker da un attacco israeliano. Sappiamo tuttavia che alcuni di essi poi hanno avuto problemi alla cute e allo stomaco. Sappiamo anche che Netanyahu stesso ha minacciato l’UNIFIL, due mesi fa si sono avuti attacchi alle truppe ONU nel Libano meridionale e due settimane fa i carri israeliani hanno bersagliato un’area vicina ai caschi blu spagnuoli in Libano. Chi legge Renovatio 21 sa che nessuno di questi è un caso isolato, e rammentiamo anche quando l’anno passato soldati dello Stato Ebraico spararono contro delegazioni di diplomatici stranieri.

 

Mica è finita. Leggiamo la notizia di un attacco ad una famiglia cristiana palestinese, sempre in Cisgiordania, nella periferia di Birzeit. La madre viene ferita gravemente dai coloni, ma le forze di sicurezza arrestano i figli della 62enne cristiana e non gli assalitori ebraici che hanno lanciavano pietre. «Mia madre è stata portata in ospedale e ricoverata nel reparto di terapia intensiva, dove è stata diagnosticata una frattura al cranio» ha detto uno dei figli al Middle East Eye.

 

Fra il 23 dicembre 2025 e il 5 gennaio 2026 l’Ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha documentato 44 attacchi dei coloni in Cisgiordania, che hanno causato danni alla proprietà e almeno 33 feriti fra i palestinesi, tra cui bambini. «La violenza ha anche contribuito allo sfollamento di circa 100 famiglie palestinesi, fuggite sotto minacce e intimidazioni» scrive AsiaNews. «Attivisti locali parlano di un “piano di pulizia etnica”contro i villaggi e le cittadine palestinesi». È noto che gli attacchi terroristi riguardano anche e soprattutto villaggi cristiani.

 

Per chiunque conosca il classico algoritmo delle notizie dalla Terra Santa, prima o dopo il 7 ottobre 2023, sa che qualsiasi versione, scusa, smentita, spiegazione verrà offerta non vale nemmeno il tempo dell’ascolto.

 

La questione dei coloni, il lettore di Renovatio 21 lo sa, è inevitabile, tra violenze continue, minacce e il fiancheggiamento sfacciato del governo più estremista della storia di Israele. Ricorderete il convegno eccezionale sulla colonizzazione di Gaza – quindi, figuratevi quanto è spudorata la hybris colonica per i territori della Cisgiordania – dove i coloni danzarono la loro orrenda musica tunza-tunza con sul palco il ministro Smotrich, il ministro Ben Gvir e altri vertici politici sionisti religiosi e non, uniti per il «Grande Israele».

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E quindi: violenza e umiliazione, nichilismo diplomatico, persecuzione anticristiana nell’«unica democrazia del Medio Oriente», il Paese «alleato» dell’Occidente democratico (anche se metà dei suoi cittadini parla russo…). Nihil novum sub solem, ci siamo abituati.

 

Semmai, ci chiediamo altro: fino a quando i nostri politici ce lo faranno accettare? Perché Giorgia Meloni dinanzi ai carabinieri in ginocchio sotto il mitra giudaico dice «inaccettabile» ma poi sembra che la cosa sia accettata: l’ambasciatore è ancora là? Sì, mica è come per Crans-Montana, dove il governo fa i capricci al punto da richiamare il proprio inviato ripromettendo di non mandarlo fino a che… fino a che non si capisce bene, ma immaginiamo sia solo il caso di trovare un capo espiatorio per il fatto di cronaca nera dell’anno, e saranno ovviamente i coniugi gestori, che la politica italiana vuole che paghino per il rogo di ragazzi che filmavano con il cellulare o che, salvi all’esterno, magari tornavano dentro proprio per il cellulare, o per altri motivi, trovando l’inferno.

 

Crans-Montana, li sì che vale la pena di fare un incidente diplomatico: altro che bombe sui nostri soldati, mitra addosso, e violenza sulle chiese cattoliche e fedeli. Per i potenti nella tragedia della discoteca elvetica è bello sguazzare: la responsabilità non ce l’ha qualcuno di forte, le accuse sono gratis, senza conseguenze. (Come è che si chiamano quelli che se la prendono con i deboli ma tacciono con i forti?)

 

È parte del grande privilegio israeliano: possono farne di ogni, e noi accettiamo tutto. Ci sono giornalisti, attivisti morti: è successo qualcosa? Oppure, senza andare troppo in là con la memoria, pensiamo all’unica chiesa cattolica di Gaza centrata dalle bombe dell’IDF– e qualcuno dice che, ad occhio e croce, miravano proprio alla croce sopra la facciata.

 

E, visto che parliamo del privilegio, perché non tornare un secondo sui 1,000 italiani – su 18.000 presenti nello Stato Giudaico – che attualmente sono nell’esercito israeliano? Lo aveva comunicato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, senza curarsi del cortocircuito cui andiamo incontro noi non privilegiati che sottostiamo al Codice Penale italiano e all’art. 244 C.P.: «chiunque, senza l’approvazione del Governo, fa arruolamenti o compie altri atti ostili contro uno Stato estero, in modo da esporre lo Stato italiano al pericolo di una guerra, è punito con la reclusione da sei a diciotto anni; se la guerra avviene, è punito con l’ergastolo».

 

Dobbiamo raccapezzarcene: e allora ecco che esaminiamo il disegno di legge a firma Francesco Cossiga (eccerto) depositato al Senato durante la XV legislatura nel 2006 – cioè, un anno dopo che era stata abolita la leva in Italia: «i cittadini italiani che siano iscritti all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ancorché non siano anche cittadini dello Stato d’Israele, possono liberamente e senza autorizzazione delle autorità italiane prestare servizio militare anche volontario nelle forze di difesa ed anche servizio in altre amministrazioni dello Stato d’Israele» (DDL 730/2006, art.3).

 

Proprio un privilegio: una legge proprio per lo Stato degli ebrei, il suo esercito e i cittadini italiani (che immaginiamo essere, in questo caso, ebrei, come il loro etnostato). Immagine un nostro cittadino servire nell’esercito russo, nella Bundeswehr, nell’Esercito di Liberazione del Popolo, nelle forze egiziane, brasiliane, iraniane.

 

Confessiamo di non aver capito come funzioni questa cosa, ma non sappiamo se in Italia, dove per il magistrato vige l’obbligo di azione penale, qualcheduno si sia, anche prima di Cossiga, mosso per capirci qualcosa.

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Avanti così: del resto proprio ieri era la Giornata della Memoria, quella che ci ricorda con l’inesausta ripetizione della parola religiosa «Olocausto» (etimologicamente, ὅλος καυστός, «che è tutto bruciato») che dietro a tutto questo c’è una bella teologia, con un popolo intero che diviene agnello sacrificale globale, con buona pace dell’Agnello, quello vero, e quei pochi che ancora ci credono – a prezzo della persecuzione.

 

Nel frattempo, massacri e menzogne tutt’intorno a noi. E dai, chiudete un occhio, e anche se «l’incidente» riguarda i vostri concittadini, o i vostri fratelli nella Fede, fate finta di non sentire che un domani potrebber riguardare voi stessi.

 

L’Occidente ha voluto assegnare questo privilegio di sangue: ora ne accetti le conseguenze. Oppure cerchi nelle sue radici l’origine del cortocircuito dell’ora presente. Fidatevi: si trova tutto.

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine di IDF Spokesperson’s Unit via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY-SA 3.0

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Che il barone di Montesquieu, filosofo, letterato e fine giurista «padre» della separazione dei poteri quale sistema capace di garantire una ordinata gestione dello Stato, rischiasse il pensionamento per sopravvenuta inadeguatezza culturale, si era capito da tempo, proprio tra una invasione di campo e l’altra fra poteri dello Stato.   Invasione che non è avvenuta direttamente con riguardo alla separazione, adottata anche dalla nostra Costituzione secondo la classificazione canonica, tra potere legislativo, esecutivo e giurisdizionale. Le invasioni temporanee, ma destinate a diventare come spesso avviene, prima consuetudinarie e quindi definitive, hanno riguardato a rigore la Presidenza della Repubblica, la Corte costituzionale, e più di recente, di fatto e secondo aspirazioni individuali più o meno recondite, la Presidenza del Consiglio. Entità queste rivelatesi tutte più o meno devote a Luigi XIV.   Tuttavia il bon ton ha suggerito sempre che gli smottamenti di funzioni avvenissero per bradisismi in genere poco percepibili dal popolo sovrano perlopiù assorbito dalle proprie occupazioni e diviso da militanze politiche fissate una tantum e soddisfatte qua e là da qualche rotazionei elettorale e meditatica.   Ma asimmetrie elettorali e mediatiche a parte, nelle facoltà giuridiche e nei convegni politici si è continuato a tenere fermo il sacro principio costituzionalmente garantito della separazione e quindi della indipendenza dei poteri dello Stato, che, sia per chi lo aveva teorizzato nella temperie illuministica, sia per tutte le sedicenti democrazie moderne, rimane ufficialmente un dogma intangibile e necessario per garantire il più possibile un rapporto equilibrato tra potere e libertà in vista del bene conmune.

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Ora però, poiché la legge del divenire non risparmia uomini e cose, e anche i sacri principi possono diventare un po’ ingombranti e un po’ frustranti per un potere insofferente di fronte ai loro lacci e lacciuoli, così anche i principi richiedono di essere aggiornati. Insomma poiché l’appetito vien mangiando, anche il potere anela alla libertà che troppo viene elargita a destra al suddito indisciplinato. Ma bisogna anche agire con cautela perchè i gaudenti della libertà non pensino di avere molte frecce ai loro archi.   Bisogna già convincerli, per fatti concludenti, che il Parlamento sia un organo inutile oltreché dispendioso, dove pochi frequentatori si agitano inutilmente. Non per nulla lo abbiamo rimpicciolito e reso pressoché impotente come è bene che sia. Intanto il presidente della Repubblica può intrattenere gli ospiti per Capodanno e dire cose ineccepibili per il Corriere della Sera. Invece non si può dire da un giorno all’altro che la magistratura deve servire l’esecutivo, e diventarne il braccio armato. La si può indebolire dall’interno con lo schema collaudato delle primavere arabe e non.   Per screditarla serve già senz’altro il disservizio che affligge la Giustizia civile, alimentato dalla mancanza di personale e dalla disorganizzazione delle cancellerie. Ma la Giustizia penale resiste in qualche modo anche per necessarie esigenze di immagine e di ordine pubblico.   Ecco allora l’idea vincente: separiamo le carriere di giudici e pubblici ministeri. Alleviamo una genia di accusatori per missione quali rappresentanti dello Stato punitore. E, alla bisogna, come in ogni regime autoritario che msi rispetti, formiamo magistrati missionari e combattenti per la parte politica al potere: l’arma politica per eccellenza.   Si dirà, ma se il vento cambia gli stessi missionari potranno servire un’altra religione. Questo è vero Tuttavia si tratta di un’obiezione debole. Infatti non bisogna sottovalutare la fiducia nella propria eternità che tiene in vita e alimenta il potere e lo mette al riparo dal dubbio come da ogni coscienza critica. Dalle parti di Bruxelles c’è una manifestazione straordinaria ed esemplare di questa sindrome.   Dunque, a togliere ogni ombra dai fini di certo non proprio reconditi della «Riforma della Giustizia» (nomen omen), è intevenuto l’immaginifico ministro degli esteri. Egli, già entrato in lizza ideale con Togliatti per la assunzione della storica qualifica di «Migliore», col suo eloquio sempre incisivo, e con ammirevole sincerità, ci ha spiegato tutto il succo della faccenda. Che la separazione delle carriere, con previa separazione dei corsi formativi, è cosa buona e giusta per ridimensionare la magistratura. Il divide et impera funziona sempre. Poi sui giudici sventolerà la bandiera nera della responsabilità civile, che per incutere terrore funziona meglio del Jolly Roger.   Tuttavia l’asso nella manica sarà lo spostamento della polizia giudiziaria alle dipendenze dell’esecutivo Ecco l’approdo felice e strategicamente vincente di questa nuova liberazione.   Dalle inquietanti amenità del Ministro Migliore, sarebbe indispensabile, prima che sia troppo tardi, tornare a riflettere sulla necessità inderogabile di non smenbrare un organismo la cui peculiarità e il cui pregio sta nella cultura giuridica comune e nella sperabile comune risorsa di un’unica ideale finalità di valore etico prima ancora che giuridico.

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Una finalità che deve essere propria di tutti i magistrati cui è affidato l’intero procedimento penale, dalla azione promossa dal pubblico ministero, alla sentenza pronunciata dal giudice. Perché entrambi, guidati da una logica collaudata e da una comune formazione giuridica ed etica, debbono mirare dialetticamente all’accertamento della verità, qualunque sia la funzione loro affidata. Non per nulla è stato ribadito, in via normativa, come anche il pubblico ministero, che pure promuove l’azione penale in nome dello Stato e nell’interesse della collettività, sia tenuto a chiedere l’assoluzione dell’impurtato ove ritenga che ve ne siano i presupposti di fatto e di diritto.   La separazione delle carriere invece sarebbe la incubatrice degli accusatori per missione e professione, con una sclerotizzazione di funzioni che non gioverà all’accertamento della verità in seno al processo e gioverà ancor meno alla separazione dei poteri. Anzi andrà dritta ad assolvere lo scopo eversivo e anticostituzionale di asservimento all’esecutivo che le parole senza veli del ministro dimostrano auspicare al di là di ogni ragionevole dubbio.   Ancora una volta il battage pubblicitario tende a confondere le idee e a nascondere i fini per nulla rispettabili che questa messinscena riformistica non ha più neppure il pudore di mettere in ombra.   Infine, e più in generale, è bene tenere a mente che l’ordinamento giuridico, pur con le innegabili e contingenti aporie, fu elaborato nel tempo da giuristi di grande statura culturale e solida preparazione giuridica. Ogni intervento innovativo non può non soffrire del degrado culturale che affligge senza scampo, non soltanto la società, ma, soprattutto, e in primo luogo, una intera classe politica.   Patrizia Fermani

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Immagine di Fred Romero via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0
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Geopolitica

«L’ordine basato sulle regole» non era reale: ora siamo nell’era della fantasia geopolitica imperiale. Cosa accadrà al mondo e all’Italia?

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Se c’è un personaggio che incarna l’oligarcato mondialista in modo perfetto, quello è Mark Carney. Ora primo ministro del Canada, in passato è stato direttore della Bank of England, la Banca Centrale britannica, e cosa ci faccia un canadese al vertice è difficile a capirlo.

 

Una vita a pascolare tra le élite – a Davos è un habitué – nessuno si è scandalizzato quando ha preso il posto di un altro «penetrato» (Klaus Schwab dixit) dal WEF, Giustino Trudeau, ora visto vagolare per la cittadina sciistica svizzera con la sua nuova fiamme, la curvacea cantante americana Katy Perry, elegantissima nel suo debutto come première dame di seconda mano. Carney è bilingue, si dice cattolico, e si mostra gioviale, ma a guardarlo in faccia vengono in mente i burocrati villain di Mission: Impossible o di James Bondo.

 

Ora Carney ha avuto una rivelazione celeste, che ha condiviso con la platea globale di Davos. Durante il suo speech tra le luci blu del WEF, ha ammesso che «l’ordine internazionale basato sulle regole» è sempre stato, in parte, una narrazione artificiosa che i Paesi hanno consapevolmente alimentato per decenni perché ne traevano vantaggio concreto.

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Si tratta di un’ammissione pesantissima: papà e mamma in verità non si amavano veramente, e tutta la famiglia, felice in decadi di foto sui comò di tutte le latitudini, si reggeva in realtà su questa disdicevole finzione. Il Carney ha avuto il buon gusto di dire anche che Paesi come il Canada hanno prosperato sostenendo questo mondo che, in realtà, non era basato sulla verità, concetto che improvvisamente assale il cuore dell’oligarca mondialista

 

«Sapevamo che la storia dell’ordine internazionale basato sulle regole era parzialmente falsa, che i più forti si sarebbero sottratti alle norme quando gli conveniva, che le regole commerciali venivano applicate in modo asimmetrico», ha affermato Carney. «E sapevamo che il diritto internazionale veniva applicato con diversa severità a seconda dell’identità dell’accusato o della vittima», ha aggiunto.

 

 

È scattata quindi la citazione del trito Il potere dei senza potere del dissidente poi presidente ceco Vaclav Havel: ecco che il premier di Ottawa paragona decenni di adesione formale al racconto tratto da del negoziante che espone un cartello politico in cui non crede affatto, definendolo «vivere nella menzogna» per «evitare guai».

 

Incredibile sentirsi parlare di menzogna e guai dal vertice di quel Paese che ha praticato un apartheid biotico e una repressione pandemica senza pari, che vietava l’ingresso nei negozi di liquori ai non vaccinati ed è arrivato persino a congelare i conti in banca di chi protestava contro il siero mRNA obbligatorio (misura ora ribaltata dalla Corte canadese: interrogata sulla questione a Davos, l’attuatrice della legge infame, l’ex vicepremier Chrystia Freeland, discendente di ucronazisti e membro della direzione WEF, non ha voluto rispondere).

 

Eppure, sì, ci tocca sentire una lezioncina sulla sottomissione ad un sistema falso e liberticida proprio dal premier canadese. Come quello che guarda il dito invece che la luna, invece che pensare alla sofferenze inflitte poco fa al suo stesso popolo, il Carney parla delle relazioni internazionali, ora sconvolte dalla slatentizzazione della politica di Trump, il suo vicino di casa, che forse lo invaderà.

 

Carney ora sostiene che questo «patto tacito non regge più», affermando che «siamo nel mezzo di una rottura, non di una semplice transizione». Il premier canadese ha descritto l’attuale fase come caratterizzata da «un’intensificazione della rivalità tra grandi potenze», in cui integrazione economica, tariffe e infrastrutture finanziarie vengono usate come «armi» e strumenti di «coercizione»: avete sentito bene, ha detto proprio «coercizione», ma non sta parlando della siringa genica di Stato che hanno scatenato la rivolta di milioni di canadesi, ma di questioni internazionali di un mondo che, arrivato Trump, non gli va più tanto bene.

 

Sullo sfondo, lo sappiamo, c’è la Groenlandia, che Trump ha annunziato urbi et orbi di volersi prendere (e da Putin è arrivato un gustoso semaforo verde). E ancora di più, c’è il rischio che Washington decida per l’Anschluss anche dell’intero Canada, il secondo Paese più esteso della terra, che si trova proprio nell’emisfero americano. La dottrina Monroe, cioè Donroe – il concetto vecchio di duecento anni del «destino manifesto» degli USA – lo chiederebbe espressamente.

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Sappiamo che potrebbero non essere ciance, se è vero che i canadesi starebbero improntando una strategia di resistenza stile mujaheddin afghani in caso di invasione statunitense. In verità, pensiamo che questa frizione è diventata pienamente visibile ai mondiali di Hockey a Montreal pochi mesi fa, quando il pubblico locale fischiò l’inno americano, e la squadra USA quindi scatenò tre risse nei primi nove secondi di giuoco. Come dire, i rapporti potrebbero essere più tesi di quello che sembra.

 

Fatto sta che quanto detto da Carney non è piaciuto a Trump, che ha espresso la sua ira per quelle parole, chiamandolo in causa direttamente nello storico discorso di questa settimana. «A proposito, il Canada riceve un sacco di regali da noi. Dovrebbero esserne grati anche loro, ma non lo sono. Ho visto il vostro primo ministro ieri, non era così grato. Dovrebbero essere grati agli Stati Uniti, al Canada. Il Canada vive grazie agli Stati Uniti. Ricordatelo, Mark, la prossima volta che fai le tue dichiarazioni».

 

Trump lo ha fatto capire: le parole di Carney erano contro la nuova America trumpiana. Ce ne siamo accorti e, come ha detto riguardo all’eventuale opposizione degli europei all’annessione della Groenlandia, «ce ne ricorderemo».

 

Il retroscena ulteriore da spiegare ai lettori è che il primo ministro di Ottawa, poco prima di Davos, era stato a Pechino per siglare accordi con la Repubblica Popolare Cinese. Pochi mesi fa, Carney aveva denunciato i problemi di diritti umani del Dragone. Ora invece vola lì a firmare un partenariato su dazi doganali reciproci e importazione di auto – quest’ultimo tema fortemente discusso in Canada, specie per le proprietà di spionaggio dei veicoli Made in China. I lettori di Renovatio 21 possono pure ricordare quando l’anno scorso Carney fece uno strano discorso in cui chiedeva le atomiche europee per difendersi da Trump.

 

E quindi, è possibile capire che Carney potrebbe star dicendo qualcos’altro: il mondo è sempre stato diviso in blocchi superpotenziali, siamo stati bene, fingendo che ci piacesse, sotto i vicini americani, ma ora possiamo anche cambiare famiglia, grazie e arrivederci. Come riportato da Renovatio 21, poche settimane fa Carney aveva pronunciato l’esatta, magica formula: «Nuovo Ordine Mondiale». Detto proprio a ridosso degli elogi a Xi Jinpingo.

 

Se uno lo considera secondo uno scenario di politica militare, è ancora più terrificante: Carney sta dicendo che, a fronte di un’invasione USA, chiederebbe aiuto alla Cina? Carney sta annunziando che ha deciso di voler stare in un blocco diverso da quello previsto dalla dottrina Donroe. Vuole essere un satellite della superpotenza cinese nell’emisfero americano?

 

È stupendo vedere come la geopolitica, in pochi mesi, sembra essere stata cambiata radicalmente perfino nel linguaggio. L’ho detto, lo ripeto, viviamo dentro l’immaginazione di Donald Trump, che già più di quaranta anni fa nel suo libro Art of The Deal diceva che per chiudere l’affare bisogna entrare e modificare le fantasie dell’interlocutore. Ora sembra che il mondo venga politicamente ridisegnato dallo scenario che Trump sta travasando su miliardi di persone, che spazza via Yalta, NATO, UE, qualsiasi cosa si frapponga tra lo stato attuale la nuova visione del mondo.

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In tutto questa immane ricombinazione cosmica la domanda che dobbiamo farci riguarda il nostro piccolo: cosa ne sarà della UE? La tentazione è pensare che Brusselle non sopravviverà all’urto della nuova realtà – perché i suoi burocrati non hanno non solo le armi, ma nemmeno la fantasia (risorsa più rilevante di quanto pensassimo) per gestire la rivoluzione in atto.

 

Cosa può fare l’Europa? Senza armi, e con le sue capitali a circa 12-13 minuti di distanza dalla distruzione via missile termonucleare ipersonico russo, può sperare solo in un grande protettore: che era lo Zio Sam, cioè la NATO, ma ora la NATO, con la Groenlandia, potrebbe saltare – e i lettori di Renovatio 21 sanno quanti analisti negli scorsi anni avevano predetto la fine dell’Alleanza Atlantica quanto il NATO-scettico Trump sarebbe tornato alla Casa Bianca.

 

E quindi quale «adulto» può proteggere il bambino UE? La Russia scordatevela, perché la russofobia che alligna nelle stanze degli eurobottoni è un qualcosa che neocon levatevi. E quindi… faremo come l’«europeo» (si è definito così lui, una volta, tre anni fa proprio al WEF) Carney? Chiederemo di stare sotto l’ombrello cinese anche noi?

 

È atroce pensarlo, ma il vecchio continente, ridotto ad un’accozzaglia di buroplutocrati eunuchi, non ha molte altre possibilità. Per questo c’è da sperare, e pregare, perché la UE finisca prima che faccia un’esiziale decisione nell’alba di questa nuova era dell’ordine mondiale, l’era imperiale del God Emperor Trump.

 

Scendiamo un gradino e pensiamo alla povera Italia. Sui giornali mainstream qualcuno dice che la politica che due forni di Giorgia Meloni, che voleva stare in Europa facendo gli occhi dolci a Washington (Berlusconi ci riusciva, facendo sponda pure Putin, Gheddafi, Netanyahu perfino Chavez… ma probabilmente quello era un altro livello) è fallita.

 

Secondo i corvi giornalistici, ora il governo italiano vorrebbe mettersi sotto le ali della… Germania.

 

Si tratta di un’idea che, avendo presente la faccia di Merz, ci agghiaccia come nient’altro. La Germania, pallida madre, è un Paese senza fantasia – e senza futuro, se è vero, come ha recentemente rivelato Tucker Carlson, che in privato il vertice dice di non volere atomiche a Berlino perché a breve sarà la Germania sarà totalmente islamizzata, e quindi – crediamo sia il senso del discorso – sarebbe come dare armi apocalittiche a beduini terroristi. Un po’ come i bianchi sudafricani, che (caso unico al mondo) si disfecero delle testate nucleari prima di consegnare il Paese a Mandela e ai negri.

 

Non è possibile, non è accettabile che l’Italia sia alleata con centrali di degrado e decadenza, di ignavia ed impotenza – cioè con tutti i Paesi europei, devastati dall’immigrazione e dalle loro politiche di Necrocultura massiva.

 

Del resto, la direzione non è che non fosse chiara in precedenza: la persistenza di Giorgia nella russofobia attiva, con armi e danari al regime Zelens’kyj mentre le nostre aziende senza Russia perdono miliardi e le famiglie si ritrovano le bollette pazze. Ora stiamo con probabilità avanzando in questa politica di demenza autolesionistica (perché va sempre aggiunto il rischio di venire spazzati via dagli Oreshnik, anche se avessimo la contraerea SAMP-T che abbiamo però dato via) e quindi invece che rompere lo schema idiota visto sinora è facile che verrà fatta la scelta più idiota e tremenda, quella di restare con l’Europa burosaurica e i suoi pupazzi estrogenici. Ecco, volevate il sovranismo, avrete in cambio la sudditanza alle facce di Merz.

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Diciamo un’ultima cosa: la nuova era globale ha una sua onestà ammirevole. Trump vuole la Groenlandia, e lo dice, e con grande probabilità se la prenderà. Vuole il Venezuela, e fa sparire Maduro in una notte. La Russia dirà ancora più chiaramente, con le armi e infine a parole, quanto vuole dell’Ucraina, in parte o tutta. Macron potrebbe tornare a dire che rivuole la sua Africa. E Carney, con le sue manovre cinesi e il suo discorsetto haveliano, sta comunicando anche lui espressamente cosa vuole, dove vuole stare, etc.

 

L’Italia riuscirà mai a dire cosa vuole? Roma dovrebbe dire che vuole la Libia – e con Silvio e Gheddafi l’aveva praticamente ottenuta, tanto che il milanese era finito stampato in trasparenza sui passaporti libici. E invece, ci siamo trovati infiltrati da una classe politica (fino ai vertici della Repubblica) che lavorava contro l’Italia in Libia. Una fetta dello Stato Profondo nazionale che agisce contro gli interessi italiani per preferire quelli europei (qualsiasi cosa significa), vista di recente in azione contro Elon Musk, con spesso qualche Legion d’Onore che scappa a Parigi a figure dello Stato-partito romano.

 

L’Italia della nuova era, potrebbe dire che vorrebbe avere influenza anche nel suo piccolo «emisfero» geografico e culturale? Così, con lo Stato riempito di traditori senza onore e senza fantasia, no. Non potrà mai non solo dichiarare apertamente la necessità di Tripoli e dei suoi idrocarburi, ma anche di gestire (e non subire) l’Albania, e ancora la Croazia, la Tunisia, la Slovenia, persino Malta (isola italofona per qualche ragione non reclamata dal massone angloide Giuseppe Mazzini…). Per non parlare dell’emisfero, quello davvero immenso, degli italiani che stanno in Brasile, in Cile e in Argentina, una forza nazionale gargantuesca che forse è ancora attivabile. E, usando sempre più lo strumento della fantasia, il nostro Paese, vista l’immigrazione ricevuta e relativamente integrata, cosa può fare nelle Filippine, e ancora nel Corno d’Africa, financo in Moldavia e dintorni?

 

Nel momento in cui la politica di potenza, e superpotenza, diviene realtà inconfutabile, l’Italia davvero vuole rimanere la serva degli eurotedeschi? Davvero non possiede più la fantasia di vedersi un Paese forte? Davvero non sente la necessità di servire il proprio popolo – e sopravvivere alle catastrofi che potrebbero essere, con evidenza, in caricamento?

 

Possiamo permetterci di vivere in un’Italia che vuole essere mediocre? Possiamo permetterci di vivere in un’Italia che vuole morire – e da schiava?

 

Roberto Dal Bosco

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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