Civiltà
Il programma dell’anarco-tirannia è in atto
Alcuni lettori mi hanno scritto sconvolti per i fatti delle città francesi messe ferro ignique dalle bande nordafricane.
Qualcuno mi parla di profezie sulla Francia, qualcun altro si chiede, tremando, quando succederà in Italia. Altri ancora mi chiedono cosa stia accadendo nel profondo.
I militari non intervengono per poter istituire un sistema di controllo ancora più capillare? Oppure i soldati sono tenuti nelle caserme perché a quel punto si potrebbe ufficialmente parlare di guerra civile? (Che era, per nemesi storica, l’accusa che Macron in campagna elettorale rivolgeva alla sfidante Marine Le Pen)
La Francia non risolve la questione perché, sapendo che ha a che fare con gruppi armati, come visto in plurimi video circolanti, sa che vi sarebbe una carneficina, che sancirebbe la divisione etno-sociale una volta per tutte, mettendo fine alla finzione del Paese illuminato e multietnico?
Macron sta aspettando che passi a’nuttata, per spazzare tutto sotto il tappeto delle banlieue, esattamente come fece Chirac nel 2005?
Ognuna di queste possibilità può essere veritiera. Tuttavia, scendendo ad un livello ancora più profondo, credo che stiamo assistendo in diretta ad una mutazione programmata dallo Stato moderno. Una trasformazione dell’ordine sociale, del cosmo della cittadinanza, a lungo preparata, con operazioni immani durate decenni se non secoli, dai padroni del vapore.
La democrazia liberale scompare. Le fiamme di Nanterre e delle altre città francofone d’Europa sono i colori esatti del suo tramonto. Al contempo, quei bagliori coincidono con la forma futura della società: l’anarco-tirannia.
Il termine fu coniato dallo scrittore e giornalista americano Sam Todd Francis (1947-2005) a inizio degli anni Novanta, per poi riprenderlo a inizio 2000 in un brevissimo saggio intitolato «Synthesizing Tyranny». Francis preconizzava l’imminente ascesa di una dittatura armata che però, a differenza di quanto visto in passato, non imponesse in alcun modo alla popolazione una legge, anzi, lasciasse la società in balia dell’incertezza e della violenza.
Si trattava, scrive Francis, «di una sorta di sintesi hegeliana di due opposti: l’anarchia e la tirannia», cioè una dimensione in cui uno Stato che regola in modo tirannico o oppressivo la vita dei cittadini ma non è in grado o non vuole far rispettare la legge protettiva fondamentale.
«Il concetto elementare di anarco-tirannia è abbastanza semplice. La storia conosce molte società che hanno ceduto all’anarchia quando le autorità governative si sono dimostrate incapaci di controllare criminali, signori della guerra, ribelli e predoni invasori. Oggi, questo non è il problema negli Stati Uniti. Il governo, come può dirvi qualsiasi contribuente (soprattutto quelli morosi), non accenna a crollare o a dimostrarsi incapace di svolgere le sue funzioni. Oggi negli Stati Uniti il governo lavora in modo efficiente. Le tasse vengono riscosse (puoi scommetterci), la popolazione viene contata (più o meno), la posta viene consegnata (a volte) e Paesi che non ci hanno mai infastidito vengono invasi e conquistati».
L’anarco-tirannia, secondo lo scrittore, permette ai violenti di prosperare. L’importante è la sottomissione, innanzitutto fiscale, della maggioranza della popolazione».
«Sotto l’anarco-tirannia, il controllo di elementi veramente pericolosi come (…) è messo in secondo piano. Il vero problema è come spremere denaro dai comuni cittadini che non si lamenteranno, non reagiranno e non inizieranno a colpire le persone in faccia».
Sbaglia chi pensa che si tratti di un segno di debolezza terminale di una società che ha perso radici e orientamento morale. «L’anarco-tirannia, quindi, non è solo una deformazione del sistema di governo tradizionale né un sintomo di “decadenza”» avverte Francis.
No, «l’anarco-tirannia è del tutto deliberata, una trasformazione calcolata della funzione dello stato da quella impegnata a proteggere la cittadinanza rispettosa della legge a uno Stato che tratta il cittadino rispettoso della legge come, nel migliore dei casi, una patologia sociale e, nel peggiore, un nemico».
È la sensazione che hanno molti, quando magari aspettano ore in questura per denunciare che gli hanno svaligiato la casa, e poi trovarsi nessun risultato, e magari gli stessi poliziotti che li fermano per strada in modo randomatico. È l’idea che usciva dalla bocca di una borseggiatrice di autobus, beccata dal famoso programma televisivo delle otto e mezza di sera. La ragazza, rincorsa dal giornalista-giustiziere, diceva con sicumera: ma cosa vi interessa se rubo, non interessa neanche alla polizia…
Tuttavia, il cittadino può ricordare, e con un certo fremito, il comportamento delle forze dell’ordine durante la pandemia, con i jogger inseguiti in spiaggia, i droni, i controlli nei bar, il timore generico che si aveva degli agenti pandemici. Ricordate, per caso, quelle immagini di due anni fa, le ultime proteste a Milano? Noi sì, e ancora ci divora la tristezza.
C’è, sì, una bella inversione. Il criminale, quello che vive infrangendo l’ordine, viene ignorato, tollerato, e se acciuffato per qualcosa, in caso liberato subito. Il cittadino che vive rispettando la legge può vedere invece, come in Francia, la sua macchina bruciata in strada, gli spari di Kalashnikov sotto casa, il proprio negozio distrutto da una razzia furiosa.
Anche senza i fuochi di Nanterre, tuttavia, possiamo vedere come la questione riguardi oramai la struttura stessa delle città. I cittadini assistono impotenti allo spaccio di droga, che avviene sempre nei soliti posti, e che avvelena la gioventù.
I proprietari di case possono vedere il valore dell’immobile dimezzarsi o ancora peggio quando lo Stato, senza spiegare perché, piazza nel condominio, o nel condominio a fianco, masnade di sconosciuti africani arrivati con i barconi, mantenuti per anni tra vitto e alloggio gratuito, telefonini, vestiti alla moda, monopattini elettrici – il tutto a spese, ovviamente, della stessa persona che paga le tasse pur vedendo degradato il valore dei suoi beni. Alcuni figliano, perché magari chi li gestisce gli ha sussurrato qualcosa sullo ius soli e i ricongiungimenti.
Nelle cittadine, anche piccole, sorgono moschee abusive, che generano sempre movimento, e finiscono magari nelle cronache perché si scopre che dentro c’è qualcuno che predica l’islamismo salafita, con magari qualche possibile connessione con il terrorismo internazionale.
Tutti questi fenomeni sono pienamente accettati dalla popolazione: è questa la vera chiave di volta per comprendere l’anarco-tirannia.
Perché la violenza anarcoide portata programmaticamente dalle masse importate con i gommoni Kalergi è solo una faccia della medaglia. L’altra, la tirannia, prevede proprio la sottomissione del popolo. È la famosa inversione dello stato di diritto vista con il green pass, che sarà ancora più evidente quando, a breve, la nostra esistenza sarà piattaformata tramite ID digitale (prima preoccupazione di Macron appena rieletto) e danaro programmabile, cioè dall’euro digitale di sorveglianza della BCE Lagarde.
Se il cittadino non è libero, è uno schiavo. Se lo Stato non offre libertà, allora infligge la sottomissione. E la forma politica della sottomissione è la tirannide.
Potete vedere ovunque segni di questo squilibrio. Le tasse rendono impossibile la vita di tantissimi – specie i lavoratori autonomi – tuttavia ecco stanziamenti gargantueschi per mantenere gli immigrati (anche durante il governo Meloni: quanti sono? Tre miliardi? Cinque? Otto? Qualcuno lo vuole dire), più fiumi di danari e armi (al punto da rendersi sprotetti!) all’Ucraina.
Una decisione del vertice, neanche italiano magari, ma verso cui il popolo non pensa di reagire. Allarga le braccia, china la testa. Lavora, arriva a fine mese. Tollera tutto. Non ti muovere, stai lì e subisci, come una pietra, come un santo, come Fantozzi, come la brava persona che sei, che deve pensare prima a portare a casa da mangiare per la famiglia, e che non vuole grane con la polizia o con la magistratura.
È così che l’anarco-tirannide è divenuta strutturale. Colpisce, ad esempio, il recente omicidio di Primavalle, a Roma, quello della ragazza trovata nel cassonetto. Il ragazzo fermato, immigrato di seconda generazione, dicono l’abbia uccisa per un debito di droga da 30 euro. Il giorno prima di venire massacrata aveva presentato il sospetto assassino alla madre. «Signora, stia tranquilla, voglio bene a sua figlia». Poi, coltellate al collo, alla schiena, all’addome, il cadavere sanguinante messo su un carrello verso i bidoni della spazzatura. Su Instagram il ragazzino di origine cingalese ha più di 10 mila follower, ha inciso un pezzo Trap pubblicato su Spotify, si atteggia da duro. Lei invece era attiva in altri ambiti: faceva la volontaria al Centro accoglienza degli immigrati.
È un’immagine che dice tutto. Tuttavia, non possiamo non sentire gli echi di situazioni passate: Pamela Mastropietro, venti anni, squartata da spacciatori dell’Africa nera con precisione mai vista – forse rituale. Oppure Desiré Mariottini, drogata, stuprata e uccisa da un branco che ha poi lasciato il cadavere in uno stabile abbandonato. Aveva sedici anni. E poi, chissà quanti altri casi, e non solo in Italia. In Francia si è avuto il caso, agghiacciante di Lola Daviet, violentata e torturata e uccisa, messa in una valigia da una strana immigrata maghrebina – forse anche qui con una cifra rituale non ancora ben compresa.
Non sono storie dell’orrore metropolitano, e nemmeno è solo cronaca nera dell’immigrazione: si tratta di tasselli che compongono il quadro dell’anarco-tirannia che va caricandosi nel sistema operativo dello Stato Europeo.
Pensate agli stupri collettivi subiti dalle donne tedesche sotto il Duomo di Colonia. O, sempre a capodanno, allo stesso fenomeno inflitto alle ragazze milanesi sotto il Duomo di Milano.
Pensate all’invasione di Peschiera del 2 giugno 2022, dove divenne visibile, e pure filmata e messa sui social, l’impotenza delle forze antisommossa, che caricavano sul lungo lago tra sghignazzi, urla e cachinni, completamente circondati da orde di ragazzini di origine africana che rivendicavano di aver de-italianizzato la cittadina lacustre, resa, per un giorno «Africa».
Come noto, nel treno stracarico, al ritorno verso Milano, vennero molestate delle minorenni italiane (a cui, al contempo, è stato usato razzismo: il vagone era solo per africani, dissero) che tornavano da Gardaland. È notizia di pochi giorni fa che l’inchiesta sarà archiviata, le vittime non riescono a riconoscere i volti della bolgia, e le telecamere sul regionale, sorpresa, non funzionavano…
E ancora: i «festeggiamenti» per le vittorie ai mondiali del Qatar del Marocco li rammentate? E dell’ultimo capodanno di Berlino qualcuno, a parte Renovatio 21, vi ha parlato?
Oppure, uscendo dalla questione migratoria, pensate alla storia dei grandi rave estivi: migliaia di persone che occupano un terreno privato, spacciano in modo massivo, producono continue emergenze sanitarie (l’MDMA, alle volte, non fa benissimo), inquinano come niente. La polizia è fuori a guardare, non interviene.
Ognuno di questi episodi serve a farvi comprendere che, malgrado paghiate le tasse e rispettate la legge, siete in balìa di una ferocia che può scoppiare da un momento all’altro, e togliervi tutto: l’attività, la macchina, la casa, la dignità, la sicurezza… i figli.
Ogni luogo che credevate dominato dallo Stato democratico è in realtà passibile di divenire una TAZ, una «zona temporaneamente autonoma», come teorizzava negli anni Novanta l’ideologo dell’antagonismo da Centro Sociale Hakim Bey (il quale, en passant, era un grande apologeta della pedofilia).
Di più: ogni tessera di questo mosaico umiliante serve in realtà a sottomettervi in modo ancora più profondo, intimo. È quella che, quasi sessanta anni fa, l’esperimento dello psicologo Martin Seligman chiamò Learned Helplessness, ossia «impotenza appresa».
Seligman metteva dei cani in una grande scatola, divisa in due da una piccola barriera, che la cavia poteva superare con un piccolo salto, cosa che il cane faceva subito quando si mandava una pesante scossa elettrica sotto le zampe della sezione in cui si trovava. Tuttavia, notò lo psicologo, se si elettrificavano entrambi i pavimenti della scatola – non lasciando quindi uno spazio privo di scosse – il cane rinunciava a muoversi. Diveniva, tecnicamente, depresso, accettava il fatto di essere percosso da una violenza continua e invisibile. Tale tecnica, è emerso in questi anni, è stata utilizzata dalla CIA negli interrogatori nei suoi black sites sparsi in giro per il mondo. E la forma di tortura che piega definitivamente l’animo umano, facendolo sentire, una volta per tutte, impotente…
Ecco cosa vi sta succedendo. Ecco perché vi sentite così. Ecco perché stanno lasciando che le vostre vite siano distrutte. Per insegnarvi a sentirvi impotenti, esasperati, senza via d’uscita.
Sarete così esausti che obbedirete a tutto. Al massimo, ve la prenderete con il criminale lasciato – appositamente – a delinquere rovinandovi la vita. Ma non vi rivolterete mai. Perché voi siete stati resi docili dal miraggio del pascolo, vi hanno distolto dalla prospettiva del macello che vi aspetta facendovi ruminare uno stipendio e tanta roba d’intrattenimento (Netflix, gli hobby, lo sport, la musica classica e moderna, la libertà sessuale e religiosa, i diritti degli animali e degli LGBT) siete stati bovinizzati – perché voi siete la massa vaccina.
Ma chi può volere una cosa del genere?
Se ve lo chiedete, non conoscete l’élite al potere, o quantomeno ignorate quale cultura la informi – una cultura che odia l’uomo, odia la donna, odia il bambino, predica la loro riduzione ed escogita trappole di ogni tipo per ferirli, mutilarli, distruggerne il corpo, l’esistenza, la dignità, una cultura che inverte tutto, il bello con il brutto, la fertilità con la sodomia, l’innocenza con la perversione, la vittima con il carnefice – in una parola la Necrocultura, la Cultura della Morte.
Tutti i libri che leggono quelli che vi comandano – Attali, Harari, Platone – parlano solo di questo, rassicurano i membri dell’Olimpo che è giusto così, alla popolazione umana va inferta la tecnocrazia più crudele, e loro saranno premiati, vivranno in stupende magioni protette dai lapilli della violenza in strada, magari estenderanno pure la loro vita indefinitamente grazie alla tecnologia transumanista.
Si tratta degli alti funzionari di quello che hanno chiamato la Managerial Class, cioè il personale del Managerial State, lo «Stato gestionale» – ossia l’élite che gestisce il Moloch burocratico statale e sovrastatale – in pratica, i guardiani del totalitarismo dell’ora presente, reale quanto non dichiarato.
A loro è stato promesso che avranno un destino diverso rispetto a quello dei popolani. Pensate al Macron di queste ore: la Francia brucia, ma lui è a ballare al concerto dell’omosessuale affittatore di uteri Elton John (quello celebrato nei film biografici finanziati dal Vaticano…).
Il senso di impudenza, di tracotanza, di vera hybris che questi trasudano è incredibile: tuttavia in nessun modo essi perderanno il potere che hanno accumulato, spiegava Francis decenni fa.
Perché «dopo aver conquistato l’apparato statale, gli anarco-tiranni sono la vera classe egemonica nella società contemporanea, e la loro funzione è quella di formulare e costruire la nuova “cultura” del nuovo ordine che immaginano, una cultura che rifiuta come repressiva e patologica la cultura tradizionale e civiltà».
Siamo a bordo di una civiltà dirottata per distruggere se stessa, da cui ricomporranno un ordine nuovo, un mondo nuovo dove subirete violenza perenne, gratuita, pur continuando ad obbedire – vaccinandovi, accettando ogni parafilia insegnata ai vostri figli, facendovi portare amabilmente verso la guerra contro una potenza termonucleare – e non smettendo mai di pagare le tasse.
Sottomessi, assistete all’inversione di tutte le cose: il bene con il male, la virtù con il peccato, la salute con la malattia, l’onestà con l’assassinio, la pace con la guerra, la vita con la morte.
Questo mondo in caricamento, sì, somiglia un po’ all’inferno.
Ci arrivate, ora, a capire cosa sta succedendo?
Roberto Dal Bosco
Civiltà
Chi sono i fabiani?
Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).
(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.
Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.
Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.
La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.
I’ll be honest with you: until recently I didn’t know much about the Fabian Society. Maybe it’s because the English know how to be smooth – so correct me if I am getting something wrong.
The Fabian Society was founded in London in 1884. Named after Quintus Fabius Maximus – the… https://t.co/jvd7MHLpsW pic.twitter.com/NWXYjatLs3
— Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.
George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.
Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.
La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.
La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.
Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.
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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno
Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.
Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.
Krzysztof Szczawinski
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Civiltà
George Soros e Open Society Foundations: il sistema capillare
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Civiltà
La devastazione prodotta dalla Scuola di Francoforte
Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, messosi in luce negli ultimi tempi per ul suo pensiero riguarda la civiltà e i suoi mali.
Il progetto intellettuale più distruttivo del XX secolo. La Scuola di Francoforte. Dovreste sapere cos’era, cosa ha costruito e perché ne subite ancora le conseguenze.
1. L’Istituto per la Ricerca Sociale fu fondato a Francoforte nel 1923 e trasferito alla Columbia University nel 1934, con l’ascesa al potere di Hitler. La civiltà che avevano deciso di smantellare offrì loro rifugio quando un’altra cercò di annientarli. Trascorsero i successivi cinquant’anni a elaborare l’infrastruttura teorica per quello smantellamento. La civiltà occidentale stessa era il problema: la ragione, l’Illuminismo, la famiglia, la tradizione, l’autorità. Non riformata. Smantellata.
2. La chiamarono Teoria Critica – e il nome è il programma. Tutto deve essere criticato; nulla deve essere costruito. Nella Dialettica dell’Illuminismo (1944), Adorno e Horkheimer sostenevano che la ragione occidentale – la ragione che ha prodotto Newton e lo Stato di diritto – conteneva i semi di Auschwitz. Non che la ragione fosse stata usata in modo improprio, ma che la ragione stessa, portata alle sue estreme conseguenze, producesse i campi di sterminio. Non si trattava di una critica alle istituzioni, bensì di un’accusa alla civiltà stessa.
The Most Destructive Intellectual Project of the Twentieth Century.
The Frankfurt School. You should know what it was, what it built, and why you are still living inside it.
1. The Institute for Social Research was founded in Frankfurt in 1923 and relocated to Columbia… https://t.co/tuqvEblLIN pic.twitter.com/hXnNKmqPrW
— Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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3. Adorno fornì loro l’arma psicologica. In La personalità autoritaria (1950) classificava il conservatorismo, la fede religiosa, il patriottismo e la famiglia tradizionale non come posizioni politiche, bensì come sintomi di una personalità proto-fascista. Se credi nella nazione o nell’autorità paterna, sei pre-fascista. L’avversario non aveva più torto, era malato. Non si discute con una patologia, la si cura. Questo rendeva impossibile il dialogo. Non si persuade chi ha torto, si diagnostica una malattia. La politica diventa terapia e il disaccordo diventa patologia.
4. Marcuse fornì loro l’arma politica. In Critica della tolleranza (1965) sosteneva che tollerare idee sbagliate è di per sé oppressione. La vera tolleranza, quindi, richiede la soppressione delle idee intolleranti. La sinistra decide quali idee sono intolleranti. Tutti gli altri vengono messi a tacere, non nonostante la tolleranza, ma «in suo nome». Censura mascherata da linguaggio di liberazione.
5. La generazione che ha letto Marcuse alla Columbia, a Berkeley e a Yale è poi arrivata a dirigere università, media, fondazioni, ONG, dipartimenti di moderazione dei contenuti e l’apparato normativo dell’UE. Hanno applicato sinceramente le loro tesi perché le avevano apprese come filosofia. Questo è stato il più grande risultato della Scuola di Francoforte: ha prodotto veri credenti.
6. La teoria francese ha ripreso gli strumenti e li ha resi estetici. Foucault ha reso letteraria la critica del potere. Derrida ha reso filosofica la critica del significato. Deleuze ha reso elegante la critica dell’identità. Un programma politico è diventato una sensibilità culturale. Si può argomentare con un programma. Una sensibilità è nell’aria che si respira. Quando queste idee sono arrivate nei campus americani attraverso il canale francese, non erano più ideologia. Erano l’acqua. I pesci non sapevano di essere bagnati.
7. Una civiltà si fonda su tre pilastri: la verità esiste ed è accessibile alla ragione; il bene è distinguibile dal male; e c’è un patrimonio che vale la pena trasmettere. La Scuola di Francoforte ha attaccato tutti e tre – sistematicamente e con notevole raffinatezza intellettuale. Ha prodotto una generazione che sa decostruire e ha dimenticato come costruire. Che vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte.
Il risultato finale è stato quello di far percepire la distruzione come progresso. Ogni istituzione ereditata è diventata sospetta; ogni vincolo è diventato oppressione; ogni atto di conservazione è diventato reazionario.
La decostruzione è diventata la norma, mentre la costruzione è diventata qualcosa che doveva giustificarsi. La risposta non è un’altra teoria. È ciò che la Scuola di Francoforte temeva di più: il costruttore che semplicemente costruisce, lo scienziato che segue le prove, il padre che trasmette ciò che gli è stato trasmesso.
La macchina della decostruzione funziona partendo dal presupposto che nulla valga la pena di essere costruito.
Dimostrate il contrario. Dite la verità, abbiate coraggio e costruite.
Krzysztof Szczawinski
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