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Due secoli di obbligo vaccinale in Italia

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Sbaglia chi crede che l’obbligo vaccinale sia una novità introdotta dalle leggi liberticide degli ultimi governi.

 

In realtà è la libertà vaccinale ad essere un’eccezione nella penisola, anche prima dell’unificazione politica agita dalla massoneria (cioè, il «Risorgimento»), che come scritto di recente da Renovatio 21, ha dimostrato sempre una fortissima inclinazione verso la vaccinazione dell’intera popolazione.

 

L’obbligo vaccinale si diffonde con una velocità impressionante in tutta Europa già nel primissimo Ottocento, a poco più di una manciata di anni dagli esperimenti disumani di Jenner.

L’obbligo vaccinale si diffonde con una velocità impressionante in tutta Europa già nel primissimo Ottocento, a poco più di una manciata di anni dagli esperimenti disumani di Jenner.

 

Nel 1805 Napoleone stabilì la necessita per le sue reclute di ricevere il vaccino contro il vaiolo. Già da primo console, nel 1800, lo aveva istituzionalizzato. Bonaparte obbligò anche le popolazioni finite sotto l’amministrazione francese.

 

Nel 1806 è registrato forse il primo obbligo in terra italiana, quello del principato di Piombino e Lucca per la vaccinazione anti-vaiolosa estesa ai neonati nei primi due mesi di vita. Era altresì ordinata la vaccinazione di tutta la popolazione che non avesse già contrato il morbo.

 

Seguì nel 1812 il Regno delle due Sicilie. Già introdotta sotto i Borboni, la vaccinazione non si interruppe durante il regno del cognato di Napoleone Gioacchino Murat, Re di Napoli e delle due Sicilie nonché Supremo Consiglio di Napoli (detto delle Due Sicilie) del Rito Scozzese Antico e Accettato della Massoneria, di cui fu il primo Sovrano Gran Commendatore fino al 1815.

 

La legge Crispi-Pagliani prevedeva che i Comuni avessero l’obbligo di segnalare le malattie infettive. Era inoltre previsto, quindi, l’obbligo vaccinale per tutti i nuovi nati

Da Sud al Nord: nel 1859 l’obbligo dell’anti-vaiolosa fu stabilito nel Regno di Sardegna, che seguiva di pochi anni l’obbligo introdotto dal suo grande fiancheggiatore e finanziatore nell’impresa unitaria, Londa: la Gran Bretagna fu obbligata al vaccino dal 1853, con la partenza delle sanzioni per gli inadempienti dal 1867. La Prussia avrebbe poi obbligato i suoi militari al vaccino nel 1870. La Prussia e il Regno di Sardegna avevano di fatto già avuto un obbligo vaccinale per i soldati nel 1834: ciascun militare era tenuto ad avere con sé un libretto che attestasse l’avvenuta immunizzazione.

 

Nel 1888 il Regno d’Italia promulgo la prima legge del sistema sanitario nazionale, la legge Crispi-Pagliani. Entrambi i personaggi erano massoni di alto livello.

 

Crispi, presidente successore dell’ultimo governo del massone trasformista Depretis, fu il cerimoniere che assegnò a Garibaldi in un rito nella Loggia di Palermo tutti i gradi dal 4° al 33°; Pagliani, medico, era particolarmente interessato anche ad un altro tema assai caro alla massoneria, la cremazione: nel 1883 fondava Società di cremazione, per poi divenirne presidente per tre decenni dal 1902 al 1932; scrisse il libello La cremazione dei cadaveri quale costumanza civile, economica, igienica e religiosa (1904); quindi inserì la cremazione nella legge sanitaria firmata col «fratello» libero muratore Crispi.

 

La Crispi-Pagliani spostava il concetto di malattia da una questione di polizia  ad una questione sanitaria. Fu questa legge ad introdurre nei Comuni i medici condotti, dottori pagati dagli enti che seguissero la salute nelle varie zone del Regno. Veniva inoltre ordinata la provvista di acque potabili e la creazione di statistiche sanitarie vere e proprie.

 

La legge inoltre prevedeva che i Comuni avessero l’obbligo di segnalare le malattie infettive. Era inoltre previsto, quindi, l’obbligo vaccinale per tutti i nuovi nati.

 

Negli anni Sessanta era prevista, con l’obbligatorietà, anche una sanzione penale per i genitori che non vaccinavano i figli: omessa vaccinazione

La Crispi-Pagliani rimase in vigore sino al 1978, cioè all’introduzione della 833/1978 che creò l’Istituzione del Servizio Sanitario Nazionale. Le sue funzioni che secondo la Crispi-Pagliani affidava ai Comuni vennero di fatto trasferite alle unità sanitarie locali (USL) poi divenute azienda sanitarie locali (ASL).

 

La politica di vaccinazione obbligatoria tuttavia venne ritoccata varie volte nella storia anche per l’introduzione di nuovi tipi di vaccino.

 

Nel 1929 arrivò la disponibilità del vaccino contro antidifterite, che venne reso obbligatorio di tutti i bambini nel 1939 (decreto legge n. 891) e inoculato in combinazione con quello antivaiolo.

 

Nel 1959 arrivò il vaccino per la polio, prima con la formula di Salk e poi con quella di Sabin: tutti i nuovi nati italiani saranno obbligati a subire questo vaccino dal 1966. I vaccini antipolio sia Salk che Sabin, prodotti con cellule di rene di macaco, infettarono miliardi di esseri umani del virus SV-40, latente e asintomatico nella scimmia ma sospettato di essere alla base dell’insorgenza di tumori (mesoteliomi, osteosarcomi) una volta introdotto negli esseri umani.

 

Nel 1963 arrivò l’obbligo dell’antitetanica per i lavoratori ritenuti a rischio («lavoratori agricoli, pastori, allevatori di bestiame, stallieri, fantini, sorveglianti o addetti al lavori di sistemazione e di preparazione delle piste negli ippodromi, spazzini, cantonieri, stradini, operai e manovali addetti all’edilizia, asfaltisti, straccivendoli, operai addetti alla manipolazione delle immondizie, operai addetti alla fabbricazione della carta e dei cartoni»); nel 1968 l’obbligo venne esteso a tutta la popolazione neonata.

 

Negli anni Sessanta era prevista, con l’obbligatorietà, anche una sanzione penale per i genitori che non vaccinavano i figli: omessa vaccinazione. Le scuole avevano il dovere di verificare lo status vaccinale dell’alunno, pena l’esclusione dalla frequenza scolastica. La depenalizzazione della mancata vaccinazione dei figli sarebbe arrivata solo con la legge 689/1981, che trasformava il reato in illecito amministrativo.

 

Con la legge Lorenzin, l’Italia divenne il primo Paese al mondo a autoinfliggersi la nuova ondata dell’obbligo vaccinale globale. La Francia seguirà a ruota, e così altri Paesi. Dietro vi sono gli sforzi di enti transnazionali come l’OMS o l’ONG semi-privata GAVI, così come altre sigle ancora che hanno tutte in comune il lauto finanziamento (parliamo di miliardi di dollari) della Fondazione Bill & Melinda Gates

La legge 833/1978 (l’istituzione del Sistema Sanitario Nazionale)  aveva ridotto l’aspetto repressivo della vaccinazione, assicurando che i vaccini introdotti successivamente fossero non obbligatori, ma «raccomandati». Parola che non sempre riesce a convincerci.

 

Nel 1991 vi fu l’entrata in vigore dell’obbligo per il vaccino contro l’epatite B (legge 165/1991), una malattia che contagia per lo più per contatto sessuale ma per la quale si vogliono misteriosamente vaccinare i bambini piccoli. Una scelta, quella del governo, ritenuta da alcuni sospetta: «a prendere questa decisione fu l’allora ministro della Sanità, Francesco De Lorenzo che, insieme al responsabile del settore farmaceutico del ministero, Duilio Poggiolini, intascò ben 600 milioni di lire dall’azienda Glaxo-SmithKline, unica produttrice del vaccino Engerix B» scrive nel 2013 Yahoo! Finanza. Nonostante questa storia, il vaccino oggi resta obbligatorio per tutti i bimbi italiani.

 

Sempre il ministro De Lorenzo (medico e figlio dell’ex sottogretario alla Sanità Ferruccio De Lorenzo) nel 1992 varò la legge 210, «Indennizzo a favore dei soggetti danneggiati da complicanze di tipo irreversibile a causa di vaccinazioni obbligatorie, trasfusioni e somministrazioni di emoderivati»: la famosa legge che sposta sullo Stato i costi del danno da vaccino e da trasfusione, qualora sia provato il nesso causale («ragionevole probabilità scientifica») tra la malattia e il farmaco in assenza di altre cause.

 

La riparazione del danno poteva essere richiesta da «chiunque abbia riportato, a causa di vaccinazioni obbligatorie per legge o per ordinanza di una autorità sanitaria italiana, lesioni o infermità, dalle quali sia derivata una menomazione permanente della integrità psico-fisica». Anche i non vaccinati, danneggiati dal contatto con i vaccinati, potevano chiedere l’indennizzo; tuttavia esso riguardava esclusivamente i vaccini determinati come «obbligatori» e non quelli «consigliati», che verranno inclusi nelle riparazioni solo con la sentenza 107/2012 della Corte Costituzionale.

 

Nel 1998 si ebbe l’importante pronunciamento della Corte Costituzionale (sentenza 27) la quale stabiliva che «se il rilievo costituzionale della salute come interesse della collettività (art. 32 della Costituzione) giustifica l’imposizione per legge di trattamenti sanitari obbligatori, esso non postula il sacrificio della salute individuale a quella collettiva. Cosicché, ove tali trattamenti obbligatori comportino il rischio di conseguenze negative sulla salute di chi a essi è stato sottoposto, il dovere di solidarietà previsto dall’art. 2 della Costituzione impone alla collettività, e per essa allo Stato, di predisporre in suo favore i mezzi di una protezione specifica consistente in una equa indennità, fermo restando, ove se ne realizzino i presupposti, il diritto al risarcimento del danno».

 

L’obbligo, come abbiamo visto, non è un’eccezione: è la norma dello Stato moderno.

Forte dell’articolo 34 della Costituzione («La scuola è aperta a tutti. L’istruzione inferiore, impartita per almeno otto anni, è obbligatoria e gratuita»), nel 1999 vide la luce un decreto del Presidente della Repubblica Ciampi (il n.355) che aboliva l’esclusione dalle aule per il bambino non  vaccinato.

 

Nel 2017 si è avuto il decreto legge sull’obbligo vaccinale chiamato per semplicità «decreto vaccini» o «legge Lorenzin». I vaccini obbligatori sono inizialmente 12, ma alla fine ci si accontenta solo di 10: antipolio, antidifterica, antitetanica, anti-epatite B, antipertosse e anti-Haemophilus influenzae tipo B,  antimorbillo, antirosolia, antiparotite e antivaricella.  4 ulteriori sieri vengono quindi «fortemente consigliati» dalle ASL e inoculati a spese del contribuente: anti-meningococco C e B, anti-rotavirus e anti-pneumococco.

 

Il decreto Lorenzin subordina l’ingresso a scuola all’avvenuta vaccinazione. Le scuole per l’infanzia non possono accettare iscrizioni di bambini non-vaccinati, mentre le scuole elementari possono farlo ma con la prospettiva di multa ai genitori. Non sono mancate tensioni di presidi e direttori scolastici che hanno imposto un regime perfino più rigido di quello richiesto dal governo.

 

Come noto, l’avventura dell’obbligo vaccinale per l’infanzia inizia alla Casa Bianca di Obama nel 2014, quando il ministro Lorenzin firmò un protocollo che rendeva l’Italia «designata quale capofila per i prossimi cinque anni delle strategie e campagne vaccinali nel mondo».

 

Il governo della massoneria e della Cultura della Morte, cosa altro poteva produrre se non decenni e secoli di obbligo alla siringa?

Con la Lorenzin, l’Italia divenne il primo Paese al mondo a autoinfliggersi la nuova ondata dell’obbligo vaccinale globale. La Francia seguirà a ruota, e così altri Paesi. Dietro vi sono gli sforzi di enti transnazionali come l’OMS o l’ONG semi-privata Global Alliance for Vaccine Initiative (GAVI), così come altre sigle ancora che hanno tutte in comune il lauto finanziamento (parliamo di miliardi di dollari) della Fondazione Bill & Melinda Gates.

 

Il 2017, amiamo ripetere qui a Renovatio 21, altro non era se non il prodromo del 2021: ecco quindi la legge 44/2021, che introduce l’obbligo vaccinale più draconiano per i sanitari. Poco più in là, obbligheranno gli insegnanti… E ora l’obbligo vaccinale (pardon, di green pass) coinvolge tutte le categorie di lavoratori, praticamente senza eccezione (sì, gli avvocati ne possono fare a meno, per qualche misterioso motivo).

 

La storia tuttavia non è finita.

 

L’obbligo, come abbiamo visto, non è un’eccezione: è la norma dello Stato moderno.

 

Il governo della massoneria e della Cultura della Morte, cosa altro poteva produrre se non decenni e secoli di obbligo alla siringa?

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Immagine di Wellcome Images via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)

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Cos’è lo Stato e chi lo controlla?

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Renovatio 21 traduce e pubblica questo articolo del Brownstone Institute.

 

Che cos’è lo Stato, da dove proviene e chi lo controlla? Si potrebbe pensare che queste domande abbiano risposte ovvie. In realtà la risposta è sfuggente, non facilmente identificabile nemmeno da chi fa parte del sistema. 

 

Trump lo ha scoperto durante il suo primo mandato. Dava per scontato che il presidente avrebbe avuto il controllo, almeno per quanto riguarda il potere esecutivo. Si è ricreduto quando le agenzie governative collaborarono strettamente con i media per minarlo a ogni passo. Dopo una pausa di quattro anni, tornò con la ferma intenzione di diventare presidente. 

 

È più facile a dirsi che a farsi. I funzionari di gabinetto si lamentano spesso in privato di dover affrontare burocrazie inflessibili che possiedono tutta la conoscenza istituzionale. Spesso si sentono come dei sostituti o dei manichini. Trump è un raro esempio di presidente che ha persino tentato di essere al comando. La maggior parte si accontenta degli emolumenti della carica e degli elogi che ne derivano. 

 

In ogni caso, chiunque raggiunga i vertici di un qualsiasi apparato statale scopre che la realtà è ben diversa da quella descritta nei libri di testo. 

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Platone concepiva lo Stato come parte integrante della vita stessa, rispecchiando la struttura dell’anima umana. La società era divisa tra i governanti (i re-filosofi), i guardiani (i guerrieri) e i produttori (i lavoratori). Lo Stato esiste per realizzare la giustizia, dove ogni classe svolge il proprio ruolo assegnato in armonia.

 

Aristotele offrì una visione più realistica. Sebbene lo Stato sia un’entità organica, non è dotato di anima. Ha funzioni ben precise per promuovere il benessere di tutti attraverso leggi ed istruzione, bilanciando gli interessi delle diverse classi. Aristotele era favorevole a un governo misto per prevenire la tirannia e promuovere la stabilità.

 

Passando al periodo dell’Illuminismo, le teorie sullo Stato in Occidente si evolsero di pari passo con i progressi tecnologici ed economici. Thomas Hobbes considerava lo Stato essenziale per prevenire la guerra civile tra le fazioni. Senza di esso, la vita sarebbe stata solitaria, sgradevole, brutale e breve. Va detto che scriveva nel pieno della Guerra civile inglese. 

 

Anche John Locke, nel suo Secondo trattato sul governo, considerava lo Stato essenziale ma estremamente limitato. Il suo compito era quello di proteggere la proprietà e i diritti fondamentali. Poteva anche essere rovesciato in condizioni di tirannia. La questione gli stava particolarmente a cuore, essendo stato vittima del trauma della guerra, della rivoluzione e della censura.

 

Locke fu l’autore del modello di quello che in seguito divenne la Dichiarazione d’Indipendenza. In essa troviamo la visione secondo cui lo Stato è un «male necessario», una prospettiva ampiamente accettata come vera dai Padri Fondatori degli Stati Uniti. 

 

Poco dopo, all’interno della tradizione platonica, nacque la visione hegeliana. G.F.W. Hegel valorizzò lo Stato come un dio che marcia sulla terra, la forza convergente del firmamento sociale destinata a piegare la storia all’inevitabile vittoria dei legittimi vincitori. Questa visione fu ripresa sia a destra (nazionalsocialismo) che a sinistra (socialismo internazionale) per infondere ad altre concezioni dello Stato un’aura di inevitabilità.

 

Tutto questo parlare del carattere organico ed essenziale dello Stato apparve a una tradizione di pensiero più radicale come irrimediabilmente ingenuo. Franz Oppenheimer scrisse che lo Stato è una forza inorganica invasiva, una forza conquistatrice, sempre sgradita, un’istituzione esogena alla società stessa. 

 

Questa visione fu sostenuta da Albert Jay Nock e in seguito da Murray Rothbard, entrambi convinti che lo Stato fosse intrinsecamente sfruttatore. La soluzione era semplice: eliminarlo una volta per tutte, ma non nel modo immaginato da Marx. Il risultato dell’assenza dello Stato non sarebbe stata un’utopia, bensì qualcosa di più simile a ciò che Locke aveva immaginato: una società pacifica e ben funzionante, organizzata sulla base della proprietà e della cooperazione volontaria.

 

Bertrand de Jouvenel offre una prospettiva storica profondamente informata sullo Stato . A suo avviso, lo Stato si organizza a partire dal tessuto stesso della società, man mano che le élite naturali conquistano la fiducia del pubblico nella risoluzione delle controversie. Le élite si costituiscono come arbitri e figure culturali, acquisendo gradualmente il controllo monopolistico sull’uso legale della coercizione nella società. Questa visione è stata sostenuta da Erik von Kuehnelt-Leddihn , Hans-Hermann Hoppe e, ai giorni nostri, da Auron MacIntyre . Ognuno di loro ha interpretato i dettagli che tratta, ma tutti concordano sul fatto che lo Stato sia un prodotto delle élite, con i suoi pregi e difetti.

 

Esiste una vasta letteratura su questo argomento, naturalmente. Ogni ideologia offre una teoria su cosa sia lo Stato e cosa dovrebbe essere. Una visione che mi sembra vicina alla mia migliore intuizione sul funzionamento dello Stato nel secolo scorso proviene da Gabriel Kolko nella sua storia dell’era progressista.

 

A suo avviso, non sono le élite qualsiasi a guidare le politiche statali, ma in particolare le élite industriali. Analizzando la storia dell’industrializzazione moderna, ha individuato le industrie dominanti al centro di ogni agenzia. Il Safe Food and Drug Act del 1906 fu concepito dall’industria in cerca di un’alleanza con il potere per soffocare la concorrenza di mercato. La Federal Reserve è un cartello di banche. Anche il Dipartimento del Commercio e il Dipartimento del Lavoro sono frutto dell’organizzazione sindacale industriale. 

 

Tutte queste istituzioni incarnano ciò che James Burnham definì la rivoluzione manageriale. Essa consiste nell’esaltazione da parte delle élite industriali della propria competenza scientifica e capacità organizzativa, che esse consideravano superiori al caos della società naturale e dei mercati. Date potere e risorse ai meritocrati, ed essi saranno in grado di portare razionalità nella vita economica e nell’organizzazione sociale e culturale molto meglio del popolo. Altri autori che scrivono in questa tradizione sono C. Wright MillsPhilip H. BurchG. William Domhoff e Carroll Quigley.

 

Da questa letteratura, ricaviamo un quadro dello Stato che abbiamo ereditato ai giorni nostri. In effetti, nessuna persona vivente ne ha mai conosciuto un altro. Al di là di tutti gli slogan di democrazia e libertà, lo Stato, così come lo conosciamo, consiste in un cartello ambizioso di interessi industriali dominanti in ogni settore, impegnati in continue cospirazioni contro un mercato libero e competitivo. Normalmente non pensiamo allo Stato in questo modo, ma questa sembra la concezione più realistica di ciò che effettivamente è e fa.

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Consideriamo la FDA. La sua forza trainante è l’industria, che ne finanzia metà e condivide i diritti di proprietà intellettuale con essa, così come con le agenzie sorelle e madri del NIH, del CDC e dell’HHS. L’industria farmaceutica esercita di gran lunga la maggiore influenza sul funzionamento di queste agenzie, ed è per questo che Robert F. Kennedy Jr., acerrimo nemico del settore, ha enormi difficoltà a gestirle e a riorientarne le priorità. Ciò non dovrebbe sorprendere, dato che questa è stata la sua stessa origine: l’industria in cerca di legittimità e protezione dalle insidie ​​della sovranità dei consumatori. 

 

Lo stesso dramma influenza tutti i tentativi di riforma presso la Federal Reserve (banche), il dipartimento dell’Agricoltura (le grandi aziende agricole), il dipartimento per l’Edilizia e lo Sviluppo Urbano (i costruttori edili), il Dipartimento dell’Istruzione (i sindacati degli insegnanti), il Dipartimento dei Trasporti (treni e automobili) e il Dipartimento della Difesa/Guerra (i produttori di munizioni). Ovunque si guardi oggi a Washington, si trova la mano dei potenti attori industriali. È così nella maggior parte del mondo. 

 

Questo stato industriale ha almeno tre livelli. C’è un livello profondo composto dalle agenzie di Intelligence e dai loro benefattori e partner nell’industria. La NSA e la CIA esternalizzano la maggior parte delle loro attività a società digitali del settore privato, con risultati classificati. C’è poi il livello superficiale (o di vendita al dettaglio) in cui le industrie regolamentate eseguono i desideri delle agenzie asserviti; ecco perché CVS ha rimosso le terapie tradizionali dai suoi scaffali a favore delle iniezioni di mRNA modificato e perché l’establishment medico ha aderito con tanto entusiasmo alla risposta al COVID. E infine c’è il livello intermedio, costituito dalle agenzie stesse che hanno orchestrato tutti i trasferimenti. 

 

Se questa è la situazione ai nostri giorni, che dire del passato? Il modello è ancora valido? Forse, se consideriamo la Chiesa come un’industria, possiamo individuare le stesse forze all’opera nel Medioevo. Se pensiamo agli apparati militari come a delle industrie, otteniamo una prospettiva diversa su ciò che animava gli stati antichi di Roma e Atene. 

 

Come si concilia questa visione concreta e leggermente cupa della genesi e del funzionamento dello Stato con le teorie precedenti? Essa mette a tacere l’idealismo di Platone e Hegel, introduce un elemento di realismo tipico di Hobbes e Locke, arricchisce le teorie di Marx e Rothbard e dà maggiore sostanza a quelle di de Jouvel e Hoppe. 

 

Per quanto ne sappiamo, si tratta della descrizione più accurata della realtà dello statalismo moderno attualmente disponibile. E questo sottolinea ulteriormente l’enorme sfida che si presenta a qualsiasi amministratore temporaneo che pretenda di prosciugare la palude, eliminare la cattura delle agenzie o comunque arginare la corruzione. Il problema è che l’intero apparato statale è di fatto la palude. La cattura del regolatore è essenziale. La corruzione è intrinseca al funzionamento dello Stato. 

 

Tutto ciò non significa che non valga la pena tentare una riforma. Ma è fondamentale comprendere che nessuno degli apparati statali è concepito per adattarsi ai riformatori e alle pressioni democratiche. L’inerzia è sempre nella direzione opposta. Già quanto accaduto con Trump 2.0, pur con i limitati successi che abbiamo visto, rappresenta un’anomalia. Ci vorrà un miracolo per ottenere ulteriori cambiamenti, ma è possibile. 

 

Una delle affermazioni più sagge nella storia della teoria politica proviene da David Hume. A suo avviso, il ruolo dell’opinione pubblica è cruciale in ogni esercizio del potere. Quando il pensiero pubblico cambia, lo Stato non ha altra scelta che adeguarsi. 

 

«Nulla appare più sorprendente a coloro che considerano le vicende umane con occhio filosofico della facilità con cui i molti sono governati dai pochi, e dell’implicita sottomissione con cui gli uomini rinunciano ai propri sentimenti e alle proprie passioni in favore di quelli dei loro governanti. Quando ci interroghiamo su come si realizzi questo prodigio, scopriremo che, poiché la forza è sempre dalla parte dei governati, i governanti non hanno altro sostegno che l’opinione pubblica. È dunque sull’opinione stessa che si fonda il governo; e questa massima si estende ai governi più dispotici e militaristi, così come a quelli più liberi e popolari».

 

Cambiare l’opinione pubblica: questo è il compito essenziale. 

 

Jeffrey A. Tucker

Jeffrey Tucker è fondatore, autore e presidente del Brownstone Institute. È inoltre editorialista senior di economia per Epoch Times, autore di 10 libri, tra cui Life After Lockdown , e di migliaia di articoli pubblicati su riviste accademiche e divulgative. Tiene numerose conferenze su temi di economia, tecnologia, filosofia sociale e cultura. È inoltre un tabarrista.

 

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Stato

Vance avverte: «crescente interesse per il socialismo» negli USA.

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Il Partito Repubblicano statunitense deve affrontare le pressioni economiche che gravano sugli americani, altrimenti rischia di spingere un numero sempre maggiore di giovani verso il socialismo, ha affermato il vicepresidente JD Vance.   Vance ha rilasciato queste dichiarazioni giovedì in un’intervista a Fox News, indicando come principali preoccupazioni il costo degli alloggi e dell’istruzione, l’accesso a lavori ben retribuiti e la possibilità di formare una famiglia.   «La nostra risposta a tutto ciò non può essere semplicemente ignorare le preoccupazioni economiche che, a mio avviso, alimentano questo crescente interesse per il socialismo», ha affermato Vance.   Il vicepresidente ha fatto riferimento a quelli che ha definito trilioni di dollari di nuovi investimenti in arrivo negli Stati Uniti, affermando che ciò creerà posti di lavoro per la classe media. Ha inoltre citato la stabilizzazione dei prezzi delle case e la spinta dell’amministrazione verso tassi di interesse più bassi, pur riconoscendo che gli effetti di tali politiche potrebbero impiegare del tempo per manifestarsi.

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«Il mio avvertimento ai miei colleghi repubblicani è questo: se non riusciamo a fare le cose per bene, non date la colpa ai giovani per la loro simpatia verso il socialismo. Dobbiamo prendercela con noi stessi», ha detto Vancem aggiungendo che i repubblicani non possono contrastare questa tendenza semplicemente difendendo il libero mercato, affermando: «Non si ferma il socialismo lanciando slogan sul libero mercato. Si ferma il socialismo migliorando la vita delle persone».   Le dichiarazioni di Vance giungono in vista delle elezioni di medio termine di novembre, con il costo della vita tra le principali preoccupazioni degli elettori. Un sondaggio nazionale condotto a maggio dalla facoltà di giurisprudenza della Marquette University ha mostrato che l’inflazione e il costo della vita rappresentano la principale preoccupazione del pubblico, citata dal 37 % degli intervistati.   Le pressioni economiche sono state aggravate dall’aumento dei costi energetici, alimentato dalla guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran e dai dazi imposti da Trump, mentre gli alti prezzi delle case hanno reso più difficile l’acquisto di un immobile. Secondo i dati citati da Forbes, a giugno il prezzo medio richiesto per una casa negli Stati Uniti si attestava a 430.000 dollari.   La crisi economica ha coinciso con una maggiore apertura al socialismo tra i giovani americani. Un sondaggio Gallup del 2025 ha mostrato che il 39 % degli adulti statunitensi vedeva il socialismo in modo positivo, rispetto al 54 % che nutriva un’opinione positiva del capitalismo e all’81 % che favoriva la libera impresa, con il socialismo più popolare tra i giovani adulti.   La divisione si è fatta più evidente anche nella politica elettorale, con i candidati progressisti che hanno guadagnato terreno nelle primarie democratiche in tutto il paese. Il sindaco di New York, Zohran Mamdani, membro dei Democratic Socialists of America, si è fatto conoscere grazie a un programma incentrato sull’accessibilità economica dell’edilizia abitativa.   In passato, Vance ha attribuito il malcontento economico a decenni di politiche attuate sia da governi repubblicani che democratici, indicando la perdita di posti di lavoro nel settore manifatturiero statunitense, la pressione sui salari e l’aumento del costo della vita.   Anche i repubblicani hanno registrato valutazioni negative in materia di economia. Il sondaggio di Marquette ha rilevato un indice di gradimento per Trump sull’economia pari al 30 % e sull’inflazione e il costo della vita al 22 %, mentre gli intervistati hanno preferito i democratici ai repubblicani nella gestione di entrambi i problemi.   Il socialismo è rimasto per decenni, se non per secoli, un argomento tabù negli USA. Ciò è in parte paradossale: è uno dei pochi grandi paesi industrializzati dove un partito socialista di massa non si è mai affermato stabilmente, eppure il dibattito sul socialismo attraversa la storia americana fin dall’Ottocento e continua a essere centrale nella politica contemporanea.   Il rapporto tra gli Stati Uniti e il socialismo è storicamente marginale e complesso, poiché la nazione si è fondata sui principi del libero mercato, dell’individualismo e della proprietà privata. Questa forte identità legata alla mobilità sociale individuale, unita alle divisioni etniche tra i lavoratori immigrati e al radicato anticomunismo della Guerra Fredda, ha impedito la nascita di un partito socialista di massa paragonabile a quelli europei.   Nonostante questo rifiuto ideologico, il socialismo ha influenzato periodicamente la storia americana. Nell’Ottocento esistevano comunità utopiche socialiste (come quella di New Harmony, fondata da Robert Owen) e movimenti operai influenzati dal marxismo, portati soprattutto da immigrati europei.   Nei primi del Novecento, Eugene V. Debs riuscì a raccogliere un consenso significativo alla guida del Socialist Party of America, mentre negli anni Trenta la Grande Depressione spinse il governo a introdurre con il New Deal riforme assistenziali vicine alla socialdemocrazia – o, si pensava in Italia, al corporativismo fascista. Debs ottenne quasi il 6% dei voti alle presidenziali del 1912, e diversi sindaci e amministratori locali socialisti vennero eletti in varie città.   Successivamente, negli anni Sessanta, i movimenti per i diritti civili e contro la guerra riaccesero forti istanze di giustizia sociale.

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In epoca contemporanea si assiste a una riscoperta del termine, specialmente tra i Millennials e la Gen Z. Oggi il socialismo viene associato soprattutto alla richiesta di una sanità universale, di un’istruzione gratuita e di un welfare più robusto, dinamica che ha permesso a organizzazioni come i Democratic Socialists of America di trovare spazio e visibilità all’interno del Congresso.   Gli storici hanno proposto diverse spiegazioni per l’«eccezionalismo americano» nel rifiuto del socialismo, come il sistema elettorale maggioritario a turno unico che penalizza fortemente i terzi partiti, a differenza dei sistemi proporzionali europei, una tradizione culturale forte di individualismo, mobilità sociale percepita («chiunque può arricchirsi») e la diffidenza verso lo Stato centrale.   Vi è stata poi l’ondata di repressione politica: la Prima Guerra Mondiale portò a leggi come l’Espionage Act, usate per incarcerare lo stesso Debs, seguirono la «Red Scare» del primo dopoguerra e, più tardi, il maccartismo degli anni Cinquanta, che associò il socialismo al comunismo sovietico e lo rese politicamente tossico per decenni.   Vi era poi l’assenza di un partito operaio autonomo: i sindacati americani si sono storicamente appoggiati soprattutto al Partito Democratico, invece di formare un proprio partito di classe come in Gran Bretagna o Germania.   Le politiche riformiste «cuscinetto» del New Deal di Roosevelt negli anni Trenta introdusse elementi di welfare state (previdenza sociale, tutele sindacali, regolamentazione economica) che assorbirono parte della domanda sociale che altrove alimentava i partiti socialisti, senza però adottare la retorica o la proprietà collettiva dei mezzi di produzione.   Per gran parte del Novecento, «socialismo» e «comunismo» sono stati usati quasi come sinonimi nel discorso pubblico americano, identificati con il nemico geopolitico primario del dopoguerra, l’Unione Sovietica. Questo ha reso il termine un’arma retorica efficace contro qualsiasi proposta di espansione del ruolo dello stato, indipendentemente dal suo effettivo contenuto (l’Obamacare, ad esempio, venne etichettato «socialista» da alcuni critici pur essendo un sistema basato su assicurazioni private).   Negli ultimi quindici anni si osserva un cambiamento significativo, specialmente tra le generazioni più giovani. Bernie Sanders, senatore indipendente che si definisce «socialista democratico» (nel senso europeo di socialdemocrazia scandinava, non di socialismo marxista classico), ha avuto un impatto notevole nelle primarie democratiche del 2016 e 2020.   Diversi sondaggi degli ultimi anni mostrano che una quota significativa di americani under 30 esprime un giudizio più favorevole sul socialismo rispetto alle generazioni precedenti, sebbene la maggioranza continui a preferire un’economia di mercato.   Al contempo, resta una forte reazione contraria: il termine viene ancora usato in chiave polemica dal Partito Repubblicano, e la maggioranza degli americani anziani mantiene un’associazione negativa con la parola.  

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Immagine di Gage Skidmore via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International  
 
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Pensiero

Maresciallo, io confesso

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Maresciallo, confesso.

 

Sono passati quarant’anni e più, ma la colpa mi pesa sulla coscienza. Mi stia ad ascoltare, lei è uomo di esperienza, mi deve capire e mi capirà.

 

Quarant’anni fa ero appena un ragazzino. Avevo degli amici di infanzia, cresciuti insieme nello stesso quartiere di questa nostra grande città del Nord Italia.

 

Finita la scuola si bighellonava, Maresciallo. Si buttava il tempo in interminabili partite di calcio, ci si trovava alle due di pomeriggio e via fino all’ora di cena. Che vita, Maresciallo, che roba.

 

Ma vado al dunque.

 

Eravamo dei ragazzetti qualunque, con poche risorse. Anche per comprare un pallone di cuoio ci tassavamo, e dovevamo aspettare del tempo. Non perché si era poveri, mi capisca. Grazie a Dio i nostri genitori lavoravano e non ci facevano mancare nulla, figuriamoci un pallone. Ma così, per puntiglio, per non chiedere. È difficile da spiegare. E’ come se volessimo sentirci liberi. Fare un po’ quel che si voleva. Comprare un pallone di cuoio è una superfluità, se ne può fare a meno. Noi volevamo prendercelo da soli, in comune, senza render conto ad altri che a noi stessi e al nostro gruppo.

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Capisco la sua perplessità, Maresciallo: lei sente puzzo di anarchia, di testa matta. Lei pensa che ci sia una tendenza al delitto. Fosse un lombrosiano mi tasterebbe le bozze frontali. Non importa che cos’è un lombrosiano, Maresciallo. No, non la sto prendendo in giro. Quando mai. Le chiedo scusa se ho detto qualcosa che l’ha urtata.

 

Adesso vado al dunque, stia attento.

 

Il dunque è che per comprare un pallone, o qualsiasi altra cosa, occorre denaro. E noi, noi ragazzini, sa che cosa facevamo? Sceglievamo un punto di passaggio e disponevamo sul marciapiede in bell’ordine dei fumetti: albi di guerra, topolini, e altri giornaletti che avevamo già letto e riletto. Qua e là qualche giocattolo.

 

Occupazione di spazio pubblico, Maresciallo, e intralcio alla circolazione. E poi, questo è più grave ancora, ci mettevamo a sedere sullo scalino di una vetrina e vendevamo. Sì, senza licenza. Prezzo vile, si capisce. Cento, duecento lire al pezzo, una miseria. Ma senza scontrino, senza fattura, totalmente esentasse. Eravamo nascosti al fisco. Crescendo, ricordo, c’eravamo fatti perfino molesti, turbavamo la quiete pubblica, si dice così? Invece di seguire con lo sguardo i passanti, puntavamo attivamente la vecchia e magnificavamo la merce a voci, appellandoci ai nipotini e offrendo sconti su modeste quantità.

 

Quanto mi vergogno a confessarle queste cose, Maresciallo.

 

Per me oggi è un sollievo sapere che nella mia città, nella grande città del Nord Italia, tutto questo non si può nemmeno più immaginare. Ma ce li vede dei tredicenni su un marciapiede a fare commercio? Viene solo da ridere.

 

Le confesso anche che il ricordo di questi fatti mi si era cancellato dalla mente, finché non ho sentito di quei tre ragazzini di Pradamano, provincia di Udine, che vendevano la limonata per comprarsi dei motorino. E che motorini, poi: dei vecchi Ciao.

 

Ah, Maresciallo. Si vede proprio che sono romeni. Degli italiani, me lo faccia dire, una roba del genere oggigiorno non l’avrebbero mai fatta. E la premeditazione, poi. Alzarsi alle cinque del mattino per spremere i limoni e fare il caffè. E le angurie. La mamma di uno dei tre che cuoce i muffin, la sorella i biscotti. Se non è associazione a delinquere, questa.

 

Bene ha fatto il cittadino zelante a segnalarli, e meglio ancora la polizia a piombare al domicilio per far firmare l’informativa al genitore o a chi ne fa le veci, e a chiudere d’imperio baracca e burattini. Ma dico io, si può pensare di passarla liscia senza la licenza per som-mi-ni-stra-zio-ne di bevande e alimenti?

 

Ecco, l’enormità di questa cosa mi ha fatto tornare indietro negli anni, e ora mi sento colpevole per quello che ho fatto nella mia gioventù. Non è molto diverso, vero? Credo che una sanzioncella, un lavoro socialmente utile me li meriti. Quanto meno per espiazione.

 

Oh, andiamo, gliel’ho detto io per primo che sono passati quarant’anni. Che cosa significa che non può? Lei mi lascia scontento, lo sa? Va bene, come vuole Maresciallo, non insisto.

 

Se mi fa compagnia, però prenderei qualcosa al baracchino qui fuori, un caffè. Tanto si è fatto tardi, lei deve fare la nottata e io, con questa agitazione, ormai non dormo più.

 

Questo baracchino non è mica tranquillo, lo sa lei? Ogni tanto c’è una rissa, escono i coltelli, si dice che c’è qualche giro di droga. Però la licenza per la som-mi-ni-stra-zio-ne di bevande e alimenti ce l’ha. Scherzo, naturalmente. sediamoci qui. Che serata, si sta proprio bene.

 

Posso aprirmi con lei, Maresciallo? In confidenza. In questa storia di Udine qualcosa continua a non tornarmi.

 

Vede, questi tre ragazzini hanno commesso un’irregolarità, e andavano fermati. Su questo non ho dubbi. Ma perché allora, mi domando, si sono mobilitati in tanti per regalargli i motorini che volevano? Non vorrei sembrarle sofistico, però è come se la gente volesse in qualche modo riparare un’ingiustizia. Era giusto far chiudere il baracchino, ma allo stesso tempo è stato ingiusto. Non so spiegarmi bene.

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E la vuole sapere un’altra? A me, il fatto che questi ragazzini e le loro famiglie abbiano rifiutato l’offerta è sembrato ancora più giusto. Giusto e bello.

 

È come se avessero detto: aspettate, non ci siamo, stiamo parlando di due cose diverse. Noi volevamo darci da fare per comprare un motorino. Per questo ci siamo svegliati alle cinque, per questo abbiamo allestito il baracchino. Per questo abbiamo messo la lavagnetta con l’insegna «I tre amici», i prodotti e i prezzi. Siamo stati tutto il giorno sotto il sole, ad aspettare e vendere ai passanti. Se fossimo riusciti a racimolare i soldi necessari ne avremmo intanto preso uno, di Ciao, fosse pure vecchio e scassato, tirando sul prezzo, e sarebbe stato tutto nostro. L’avremmo usato a turno, ma avremmo potuto anche demolirlo a martellate o buttarlo in un dirupo. 

 

Se ce ne regalate tre, se ci date i soldi per comprarli, non sarà la stessa cosa. Non saranno mai nostri.

 

Mi spiego, Maresciallo? E qui si capisce quanto stupide e futili siano queste «gare di solidarietà» di cui ci si riempie la bocca. Secondo me tutti la vedono in modo sentimentale e credono che si parli di una storia con dei ragazzetti ingenui e dei sogni nel cassetto. Si commuovono, si agitano, aprono i portafogli perché smaniano per il lieto fine.

 

E invece qui si sta parlando di qualcosa di più serio: di dignità, di indipendenza e di libertà. Almeno, a me sembra così.

 

C’è ancora un altro pensiero che non riesco a far tacere. Ha sentito il commento del sindaco? Ha detto: hanno avuto un’idea fantastica, bella, che dimostra il loro spirito di iniziativa e il loro sogno. Ma ci sono delle norme che tutti siamo chiamati a rispettare, e spetta agli adulti spiegare il significato e il senso delle stesse. Giusto, bravo, non si poteva dire di meglio.

 

Ma qui casca l’asino: qual è il significato e il senso di una norma che vieta a dei tredicenni di vendere della limonata per tirare su qualche soldo? Non mi dica, per favore, che servono garanzie di igiene e sicurezza degli alimenti. Forse il baracchino qua ci garantisce qualcosa? Che ne sappiamo noi se la miscela di questo caffè è stata conservata tra i topi? Eppure l’autorizzazione ce l’ha.

 

Non voglio metterla a disagio, lei che è un uomo di legge. Però me lo lasci dire: a me sembra che lo Stato sia un poco come quelle suocere che mettono il naso dappertutto. Le stanze devono essere spazzate con la scopa a fiocco, il polpettone va cotto in teglia e non in forno, le lenzuola vanno stirate partendo dal fondo, in vacanza si va all’albergo Miramonti, e guai se con la tazzina col bordo oro si accoppia il cucchiaino a punta.

 

Io non so se tutto questo ha un senso e un significato. Quello che vedo è la prepotenza e la volontà di disciplinare ogni cosa ad ogni costo. La chiamano la mania del controllo, mi pare. E così è lo Stato. Le regole si moltiplicano e invadono ogni spazio vitale. Su tutto lo Stato vuole dire la sua, imporre norme e autorizzazioni. Il messaggio è: tu, cittadino, non puoi fare quello che vuoi: devi chiedere permesso e farlo come dico io. Tutto questo, si capisce, in nome di interessi pubblici: salute, igiene, sicurezza, e via di questo passo. Però manca l’aria, Maresciallo, manca l’aria.

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Le regole vengono fatte rispettare non perché abbiano un senso, ma perché sono regole. Ma questo è giusto? Lo chiedo a lei.

 

Se tutto è stabilito nei dettagli, se posso andare solo dove mi portano i binari, dov’è la libertà? Ma questa è vita? Qualcuno un pochino più importante di me ha detto che il sabato è fatto per l’uomo e non l’uomo per il sabato. Non voglio fare il teologo e nemmeno l’anarchico, so che lo sta pensando: ma se lo Stato si infila dappertutto e costringe il cittadino a servirlo, chi è il padrone e chi è lo schiavo?

 

Oh, Maresciallo, guardi un po’, mi è arrivata una notizia sul cellulare. Sembra che i ragazzini abbiano accettato i motorini in regalo. Beh, era ovvio. Dice che faranno una festa per ringraziare chi ha dimostrato solidarietà. Il presidente della Confcommercio, pensi un po’, auspica che un domani diventino imprenditori. Che bello.

 

Ecco fatto, faccenda sistemata, l’ordine è ristabilito. Tutto è rientrato nella cornice e non se ne parlerà più. Lo so che è stupido, Maresciallo, ma mi lascia un senso di malinconia. Lo trovo un peccato.

 

Ma sì, ha ragione lei, almeno abbiamo fatto quattro chiacchiere. Lasci, lei è mio ospite, ci mancherebbe.

 

Però, come si è fatto buio, d’improvviso. E guardi un po’ che falce di luna, sembra una fettina di limone. Non pare anche a lei?

 

Buonanotte, Maresciallo, io torno a casa che inizio a sentire un po’ di freddo.

 

Avv. Renzo Magalozzi

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