Civiltà
Giorgetti parla di Blackout
Il ministro dello Sviluppo Economico Giancarlo Giorgetti ha apertamente parlato di possibili interruzioni della corrente elettrica nei prossimi tempi.
«Anche nei prossimi giorni lo sforzo che dobbiamo fare è come cercare di sterilizzare nel modo più equo possibile questo tipo di impatto sulle nostre famiglie, al netto dellʼesigenza che a livello europeo si definisca un piano per evitare cose anche peggiori, e cioè la possibilità di andare in black-out, cosa in questo momento non da escludere rispetto allʼattuale assetto dellʼapprovvigionamento energetico».
Il ministro lo ha dichiarato nel corso dell’assemblea di Confartigianato, dove ha parlato apertamente «dei settori che scompariranno letteralmente dal dato economico, altri che ne beneficeranno». Si tratta della vera «transizione» a cui andiamo incontro, ossia l’olocausto di attività economiche (soprattutto quelle piccole e medie) entrato nella fase di soluzione finale grazie alla pandemia.
«La possibilità di andare in black-out… cosa in questo momento non da escludere rispetto allʼattuale assetto dellʼapprovvigionamento energetico»
Tuttavia vogliamo concentrarci sulla notizia: anche noi abbiamo finalmente l’establishment che parla improvvisamente di possibile sospensione dell’elettricità nel Paese.
Il black-out diventa quindi una possibilità concreta anche per l’Italia.
Come sa il lettore di Renovatio 21, non si tratta di una prospettiva nuova in questo autunno 2021. Si tratta, invece, di un pattern transnazionale, globale.
A inizio stagione ha cominciato a girare in Germania (per poi divenire virale in tutta europa)uno spot realizzato dalla Bundesamt für Bevölkerungsschutz und Katastrophenhilfe (BBK – l’ufficio federale della protezione civile e dell’assistenza in caso di catastrofi, una sorta di Protezione Civile tedesca) che preparava i cittadini alla possibilità di un inverno senza riscaldamento.
Come sa il lettore di Renovatio 21, non si tratta di una prospettiva nuova in questo autunno 2021. Si tratta, invece, di un pattern transnazionale, globale
A metà ottobre il ministero della Difesa dell’Austria – Paese che ci ha anticipato nel nuovo lockdown draconiano – ha lanciato la campagna di affissioni in tutta l’Austria («Blackout – Cosa fare quando tutto è a posto?»), dove si iniziava a parlare di interruzioni di corrente su larga scala.
Anche in Romania da giorni si respira l’aria di blackout.
Il canale TV nazionale Antena 3, un canale di notizie 24 ore che trasmette anche nella vicina Serbia, ha mandato in onda programmi con grafiche che guidavano lo spettatore nel fare scorte (batterie, radio, candele, acqua, cibo in scatoletta) in vista di «pană de curent de o săptămână în Europa»: un «blackout di una settimana in Europa».
La Cina sta già da mesi sperimentando blackout che stanno mettendo in dubbio la tenuta economica e produttiva del colosso asiatico. L’amministrazione del Partito Comunista Cinese sta già trasmettendo comunicazioni di tenore emergenziale per i cittadini, invitandoli per esempio a fare scorte per l’inverno.
Due parole anche sull’autorevole fonte dell’allarme.
Com’è possibile che i politici non abbiano vergogna di ammettere che potrebbe mancare nelle abitazioni e negli spazi lavorativi dei contribuenti l’elemento essenziale dello sviluppo economico, del progresso, della Civiltà moderna?
L’onorevole Giancarlo Giorgetti è da sempre percepito come l’uomo dell’establishment dentro alla Lega. È cugino del banchiere e grand commis di Stato Massimo Ponzellini , a sua volta figlio d’arte (il padre era membro del consiglio della Banca d’Italia e abbiente sostenitore della nascita dell’editore bolognese Il Mulino) e allievo di Romano Prodi, con cui fonda la società Nomisma e con il quale lavora all’IRI dal 1983 al 1990. Ponzellini è stato presidente della grande società di appalti Impregilo nonché, nel 2009, della Banca Popolare di Milano.
Nell’estate 2018, durante il governo gialloverde del Conte 1, i giornali parlarono di uno scontro tra Giorgetti e il collega deputato leghista Claudio Borghi, da sempre su posizioni anti-euro assai contrarie allo status quo. Il tema era quello dei cosiddetti minibot.
«C’è ancora chi crede a Borghi? Ma vi sembrano verosimili i minibot? Se si potessero fare, li farebbero tutti» virgolettò Repubblica. Giorgetti e Borghi smentirono screzi, si disse che i giornalisti non avevano capito il tono.
Come riportato da Renovatio 21, ad inizio autunno alcuni analisti si sono spinti a dire che con Draghi al colle la manovra potrebbe essere quella di portare Giorgetti al ruolo di primo ministro.
Com’è possibile che abbiano il pudore di lasciarlo accadere nel momento in cui ci parlano di «transizione energetica»?
«I veleni verso il ministro dello Sviluppo economico sono molto diffusi: “Vuole mandare Draghi al Quirinale per diventare premier”, dice un deputato» scrisse La Stampa lo scorso 30 settembre.
Più che dei veleni nel Palazzo, l’onesto cittadino vorrebbe sapere della corrente elettrica a casa sua. Com’è possibile che i politici non abbiano vergogna di ammettere che potrebbe mancare nelle abitazioni e negli spazi lavorativi dei contribuenti l’elemento essenziale dello sviluppo economico, del progresso, della Civiltà moderna?
Com’è possibile che abbiano il pudore di lasciarlo accadere nel momento in cui ci parlano di «transizione energetica»?
A quale altra rinuncia ci stanno preparando?
A quale altra rinuncia ci stanno preparando?
Dopo il lockdown, il blackout: il processo verso l’azzeramento di ogni attività umana sembra inarrestabile. Niente lavoro, niente consumi, fors’anche niente sostentamento biologico.
La Civiltà pare essere impegnata in una regressione verso la barbarie, o ancora meglio, in una corsa verso l’entropia, verso la morte termica.
Questo, il nostro lettore lo sa, altro non è se non il copione della Necrocultura: annientare l’essere umano e le sue attività, la sua prosperità, la sua vita.
Civiltà
Chi sono i fabiani?
Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).
(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.
Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.
Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.
La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.
I’ll be honest with you: until recently I didn’t know much about the Fabian Society. Maybe it’s because the English know how to be smooth – so correct me if I am getting something wrong.
The Fabian Society was founded in London in 1884. Named after Quintus Fabius Maximus – the… https://t.co/jvd7MHLpsW pic.twitter.com/NWXYjatLs3
— Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.
George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.
Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.
La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.
La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.
Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.
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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno
Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.
Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.
Krzysztof Szczawinski
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George Soros e Open Society Foundations: il sistema capillare
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Civiltà
La devastazione prodotta dalla Scuola di Francoforte
Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, messosi in luce negli ultimi tempi per ul suo pensiero riguarda la civiltà e i suoi mali.
Il progetto intellettuale più distruttivo del XX secolo. La Scuola di Francoforte. Dovreste sapere cos’era, cosa ha costruito e perché ne subite ancora le conseguenze.
1. L’Istituto per la Ricerca Sociale fu fondato a Francoforte nel 1923 e trasferito alla Columbia University nel 1934, con l’ascesa al potere di Hitler. La civiltà che avevano deciso di smantellare offrì loro rifugio quando un’altra cercò di annientarli. Trascorsero i successivi cinquant’anni a elaborare l’infrastruttura teorica per quello smantellamento. La civiltà occidentale stessa era il problema: la ragione, l’Illuminismo, la famiglia, la tradizione, l’autorità. Non riformata. Smantellata.
2. La chiamarono Teoria Critica – e il nome è il programma. Tutto deve essere criticato; nulla deve essere costruito. Nella Dialettica dell’Illuminismo (1944), Adorno e Horkheimer sostenevano che la ragione occidentale – la ragione che ha prodotto Newton e lo Stato di diritto – conteneva i semi di Auschwitz. Non che la ragione fosse stata usata in modo improprio, ma che la ragione stessa, portata alle sue estreme conseguenze, producesse i campi di sterminio. Non si trattava di una critica alle istituzioni, bensì di un’accusa alla civiltà stessa.
The Most Destructive Intellectual Project of the Twentieth Century.
The Frankfurt School. You should know what it was, what it built, and why you are still living inside it.
1. The Institute for Social Research was founded in Frankfurt in 1923 and relocated to Columbia… https://t.co/tuqvEblLIN pic.twitter.com/hXnNKmqPrW
— Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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3. Adorno fornì loro l’arma psicologica. In La personalità autoritaria (1950) classificava il conservatorismo, la fede religiosa, il patriottismo e la famiglia tradizionale non come posizioni politiche, bensì come sintomi di una personalità proto-fascista. Se credi nella nazione o nell’autorità paterna, sei pre-fascista. L’avversario non aveva più torto, era malato. Non si discute con una patologia, la si cura. Questo rendeva impossibile il dialogo. Non si persuade chi ha torto, si diagnostica una malattia. La politica diventa terapia e il disaccordo diventa patologia.
4. Marcuse fornì loro l’arma politica. In Critica della tolleranza (1965) sosteneva che tollerare idee sbagliate è di per sé oppressione. La vera tolleranza, quindi, richiede la soppressione delle idee intolleranti. La sinistra decide quali idee sono intolleranti. Tutti gli altri vengono messi a tacere, non nonostante la tolleranza, ma «in suo nome». Censura mascherata da linguaggio di liberazione.
5. La generazione che ha letto Marcuse alla Columbia, a Berkeley e a Yale è poi arrivata a dirigere università, media, fondazioni, ONG, dipartimenti di moderazione dei contenuti e l’apparato normativo dell’UE. Hanno applicato sinceramente le loro tesi perché le avevano apprese come filosofia. Questo è stato il più grande risultato della Scuola di Francoforte: ha prodotto veri credenti.
6. La teoria francese ha ripreso gli strumenti e li ha resi estetici. Foucault ha reso letteraria la critica del potere. Derrida ha reso filosofica la critica del significato. Deleuze ha reso elegante la critica dell’identità. Un programma politico è diventato una sensibilità culturale. Si può argomentare con un programma. Una sensibilità è nell’aria che si respira. Quando queste idee sono arrivate nei campus americani attraverso il canale francese, non erano più ideologia. Erano l’acqua. I pesci non sapevano di essere bagnati.
7. Una civiltà si fonda su tre pilastri: la verità esiste ed è accessibile alla ragione; il bene è distinguibile dal male; e c’è un patrimonio che vale la pena trasmettere. La Scuola di Francoforte ha attaccato tutti e tre – sistematicamente e con notevole raffinatezza intellettuale. Ha prodotto una generazione che sa decostruire e ha dimenticato come costruire. Che vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte.
Il risultato finale è stato quello di far percepire la distruzione come progresso. Ogni istituzione ereditata è diventata sospetta; ogni vincolo è diventato oppressione; ogni atto di conservazione è diventato reazionario.
La decostruzione è diventata la norma, mentre la costruzione è diventata qualcosa che doveva giustificarsi. La risposta non è un’altra teoria. È ciò che la Scuola di Francoforte temeva di più: il costruttore che semplicemente costruisce, lo scienziato che segue le prove, il padre che trasmette ciò che gli è stato trasmesso.
La macchina della decostruzione funziona partendo dal presupposto che nulla valga la pena di essere costruito.
Dimostrate il contrario. Dite la verità, abbiate coraggio e costruite.
Krzysztof Szczawinski
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