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Giorgetti e Draghi, presidenti?

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In molti constatano che la Lega si sia svenduta, supportando il Governo Draghi-Speranza su decreti come il green pass. Ma non è altrettanto chiaro in che cosa consista il tornaconto.

 

Qui di seguito vedremo come sia da tempo la stessa stampa italiana  a spiegarci che cosa potrebbe incassare il partito degli ex- sovranisti in salsa celtica.

 

Cominceremo dalla fine: il presunto piano è  eleggere Draghi come Presidente della Repubblica e nominare Giorgetti Presidente del Consiglio. Senza passare per le elezioni, ça va sans dire.

 

Il tornaconto, insomma, è il governo dei prossimi 7 anni. Mica male.

 

Il presunto piano è  eleggere Draghi come Presidente della Repubblica e nominare Giorgetti Presidente del Consiglio. Senza passare per le elezioni, ça va sans dire

La voce che vuole Draghi come ipotetico successore di Mattarella gira nei palazzi di Roma fin dalle prime ore dall’insediamento dell’ex Banchiere a febbraio. Qua e là sui giornali, en passant, l’ipotesi è ciclicamente apparsa.

 

Tuttavia è con l’uscita di Giancarlo Giorgetti (28 agosto) e Giorgia Meloni ( 5 settembre) che le parti in gioco sono state costrette a mostrare le carte: 

 

Giorgetti: «”Se Draghi va al Colle si voti”. Mario Draghi al Quirinale? “È un argomento molto dibattuto. Chiaramente, Draghi è una delle persone più adeguate a ricoprire quella carica. Prima o poi, potrebbe essere la sua destinazione. Ma se Draghi andasse al Colle, onestamente penso che si dovrebbe andare a votare. Piuttosto che soluzioni pasticciate, meglio le elezioni”. Così il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, il più draghiano dei leghisti, alla festa di Affaritaliani.it a Ceglie Messapica. (La Stampa, 28 agosto )


Meloni: «”Se Draghi va al Quirinale si vota. Ma non vedo tanti lavorare per questo”. Soltanto una battuta, ma velenosa. E che racconta di come le tensioni, dalle parti del centrodestra, siano tutt’altro che spente. Il tema è lo scenario disegnato qualche giorno fa da Giancarlo Giorgetti, secondo cui se Mario Draghi andasse al Quirinale poi l’unica strada sarebbe quella delle urne. Giorgia Meloni risponde appunto con una battuta: “L’ipotesi che si possa andare subito al voto è una delle cose che potrebbe convincermi a sostenerlo”, sorride la leader di Fratelli d’Italia che subito dopo aggiunge: “Nel caso, l’ipotesi delle urne sarebbe realistica. E infatti non mi pare che siano in molti a lavorare per portare Draghi al Quirinal”e» (Corriere della Sera, 5 settembre)

 

Il tornaconto per la Lega, insomma, è il governo dei prossimi 7 anni. Mica male

«La pietra che il ministro Giancarlo Giorgetti ha lanciato nello stagno del Parlamento ha scatenato nella Lega, nel centrodestra e tra i partiti di maggioranza un moto ondoso denso di dietrologie e sospetti. “Punta a spaccare la Lega”, temono i fedelissimi di Salvini. “Vuole avvelenare i pozzi”, è la lettura di un dirigente del PD. Al quotidiano La Stampa il ministro dello Sviluppo ha confidato che Draghi dovrebbe restare a Palazzo Chigi “per tutta la vita”. Ma non si può, perché alla prima scelta politicamente sensibile la coalizione si spaccherebbe e “Draghi non può sopportare un anno di campagna elettorale permanente”. E poiché Giorgetti ritiene “complicato” un bis di Mattarella, non resta altra via che accompagnare Draghi sulla strada del Colle più alto. Le tesi del ministro hanno fatto scattare l’allarme nei partiti, dove c’è chi ha visto nelle dichiarazioni del numero due della Lega il preciso intento di ribaltare il tavolo di quanti lavorano dietro le quinte a una legge elettorale proporzionale, che consenta a Draghi di restare premier fino al 2028». (Corriere della Sera, 28 settembre)

 

Ugo Magri, il quirinalista de La Stampa, ci informa che  gira «la voce insistente per cui Mario resterebbe a guidare il governo, ma soltanto ed esclusivamente se Sergio gli coprisse le spalle accettando a sua volta di rimanere dov’è; magari non per tutti e sette gli anni, al massimo per un paio, giusto il tempo di tenere calda la poltrona del Quirinal”. In altre parole, Draghi non può continuare a fare il Presidente del Consiglio se non c’è un Presidente della Repubblica che gli dia supporto. E questo potrebbe essere solo Mattarella. Ma Mattarella ha già ripetuto –per motivi che non indagheremo qui – che non intende accettare un secondo mandato al Quirinale» (28 settembre).

 

Mettiamo insieme i pezzi sulla scacchiera.  Assunto che Mattarella non voglia accettare un secondo mandato, Draghi non avrebbe la forza per restare altri 2 anni alla Presidenza del Consiglio in attesa delle elezioni del 2023.

 

La Lega scommette sul fatto che Mattarella non sarà ricandidato, anche se potrebbe trattarsi di un bluff.

La Lega scommette sul fatto che Mattarella non sarà ricandidato, anche se potrebbe trattarsi di un bluff.

 

Come spiegava Il Giornale del 29 agosto, infatti, «la Lega sospetta un piano PD per prendere il Colle e punta sulla candidatura del premier Draghi. Con settembre si riapre la battaglia per le amministrative ma la sfida a cui pensano i partiti è quella che si giocherà tra pochi mesi, per la successione di Mattarella al Quirinale. Il premier Draghi, in modo più o meno esplicito, è il vero protagonista della partita. Il sospetto della Lega è che il PD voglia piazzare un suo uomo al Quirinale, e che dietro gli appelli del segretario Letta perché Draghi resti a Palazzo Chigi “almeno fino al 2023” ci sia appunto una manovra Dem per prendersi (di nuovo) il Colle».

 

Dunque, che Mattarella sia o meno disponibile ad un secondo mandato, è un dilemma che la Lega pensa di risolvere  mandando Draghi al Quirinale, tagliando possibili agguati del Pd. Il punto vitale per la Lega è evitare di avere un altro Presidente della Repubblica europeista per altri 7 anni, senza almeno averne in cambio qualcosa.

 

Ebbene, se Draghi andasse al Quirinale, rimarrebbe l’incognita del suo successore alla Presidenza del Consiglio. Anzi, rimarrebbe l’incognita della stessa sopravvivenza di un esecutivo.

 

«Insieme al partito di Draghi al Colle, cresce in queste ore nel Palazzo, l’ipotesi di un governo elettorale. Guidato da Daniele Franco o Marta Cartabia, che traghetti il Paese fino alle urne da tenere in autunno 2022: dopo cioè che la legislatura abbia compiuto i quattro anni, sei mesi e un giorno utili a far percepire a tutti un futuro assegno pensionistico». (La Stampa,  29 settembre)

 

Ora abbiamo tutti gli elementi per avvicinarci alla conclusione: a meno che non fosse lo stesso Draghi a sciogliere le Camere una volta salito al Quirinale, a nessun partito –fatta eccezione per la Lega e Fratelli d’Italia –converrebbe chiedere elezioni anticipate dopo l’elezione di Draghi al Quirinale.

 

Non converrebbe genericamente ai parlamentari per motivi pensionistici fino all’autunno del 2022.

 

Non converrebbe a renziani e grillini, che perderebbero i seggi del 2018 con percentuali ormai polverizzate.

 

Non converrebbe a nessuno, fatta eccezione per la Lega e FdI, i quali sommati superano ad oggi il 40 % dei voti.

 

Pertanto, con Draghi al Quirinale – in caso di elezioni  anticipate – la Lega sarebbe incaricata di formare un governo, presumibilmente con Giorgia Meloni. La quale potrebbe avere anche più voti  dei leghisti e trovarsi ad essere premier della coalizione. Per questo motivo, da ultimo, andare a votare non conviene nemmeno alla Lega. Converrebbe soltanto  a Fratelli d’Italia.

 

Quando Giorgia Meloni afferma che se Draghi salisse al Quirinale, si dovrebbe andare a votare, possiamo dedurre che sia sincera. Ma, domandiamoci, quale può essere invece il piano di Giorgetti?

 

Ci sono tutti gli elementi per immaginarlo. Quando Giorgetti afferma di voler andare alle elezioni una volta eletto Draghi al Quirinale, si tratta verosimilmente di un rilancio strategico perché la Lega può contare molto di più come ago della bilancia per un governo provvisorio fino al 2023 che non rischiando di giocarsi la formazione di un governo con Fratelli d’Italia a seguito di elezioni anticipate.

 

Specialmente, ricordiamo che la Lega attualmente non avrebbe i numeri per imporre elezioni anticipate: si troverebbe infatti nella stessa situazione di stallo in cui so trovò prima della formazione del Governo Conte 2. Complessivamente il Parlamento si troverebbe nella stessa situazione di precarietà in cui si trovò nei giorni della caduta del Governo Conte 2, che portarono alla nomina del Governo Draghi a gennaio-febbraio 2021.

 

Correre il rischio di trovarsi all’opposizione proprio quando arrivano miliardi di euro non è certamente qualcosa di motivante per alzare le barricate

Se a questo aggiungiamo che l’ala governista della Lega (quella giorgettiana) rappresenta tutti i governatori delle Regioni leghiste, possiamo anche intuire come in gioco ci sia anche la gestione dei miliardi del Recovery Fund: le Regioni sono tra i principali destinatari dei fondi e si occuperanno dell’allocazione delle risorse. Correre il rischio di trovarsi all’opposizione proprio quando arrivano miliardi di euro non è certamente qualcosa di motivante per alzare le barricate.

 

Perché sospettiamo che Giorgetti stia bluffando quando evoca elezioni dopo che Draghi salisse al Quirinale?

 

Perché, senza la Lega al governo, Draghi si troverebbe ad essere il Presidente della Repubblica con un governo – nella migliore delle ipotesi –sgangherato come il Governo Conte 2. Un governo, in cui –  per trovare la maggioranza – ex deputati di Forza Italia dovrebbero creare gruppi misti con ex grillini addotti dagli alieni.

 

«I veleni verso il ministro dello Sviluppo economico sono molto diffusi: “Vuole mandare Draghi al Quirinale per diventare premier”, dice un deputato»

Pertanto, in questo scenario è Draghi stesso ad avere tutto l’interesse affinché la Lega permanga nel prossimo governo provvisorio. Già, ma in cambio di cosa Giorgetti sarebbe disposto a rimanere nel prossimo governo provvisorio senza passare all’opposizione e aspettare le elezioni  trionfali del 2023?



Ce lo dicono i giornali: in cambio della Presidenza del Consiglio.

 

«Giorgetti e la Lega Nord delle origini nella partita nuova che si giocherà con l’elezione del Presidente della Repubblica e potrebbe dar vita a un nuovo centrodestra repubblicano». ( Marcello Sorgi, La Stampa, 29 Settembre)

 

«Lega in subbuglio. Giorgetti vuole il posto di Draghi. La partita interna però ha ancora i tratti feroci. Nei corridoi di Montecitorio, ma anche nelle piazze della campagna elettorale, i veleni verso il ministro dello Sviluppo economico sono molto diffusi: “Vuole mandare Draghi al Quirinale per diventare premier”, dice un deputato». (La Stampa, 30 settembre)

 

E sarà il governo di Confindustria in Draghi-Giorgetti per i prossimi 7 anni

Anche sul Messaggero si considera concretamente questa ipotesi: «Se è vero che “l’interesse del Paese è mandare Draghi al Quirinale”, come dice Giorgetti, per avere un personaggio di spicco in grado di rassicurare l’Europa e gli investitori, elezioni anticipate e il rischio di un nuovo caos post voto, potrebbe però essere percepite in maniera opposta. Per evitare una transizione soft servirebbe quindi avere un governo pronto, magari guidato dallo stesso Giorgetti. Un modo per tranquillizzare anche quel 90% di parlamentari che sono pronti a tutto – anche a non votare tra cinque mesi Draghi – pur di evitare l’interruzione della legislatura». (30 settembre)

 

Il piano sembra diventare di giorno in giorno più verosimile anche nelle fila del PD e del M5s: «Il loro sospetto è che l’esecutivo di Draghi si stia schiacciando su Confindustria con la sponda del leghista Giancarlo Giorgetti». (La Stampa, 24 settembre)



E sarà il governo di Confindustria in Draghi-Giorgetti per i prossimi 7 anni.

 

Mandare un leghista alla Presidenza del Consiglio richiede che sia effettuata una ridefinizione d’identità del partito salviniano

La conferma che si stia preparando un’ascesa dei Giorgetti (cioè della Lega governista) di contro alla vecchia Lega salviniana, si ha anche guardando alla continua operazione di demolizione e frazionamento della  Lega operata dai media, da ormai molti mesi.

 

La spaccatura è stata sigillata sul tema del green pass e in questi giorni si sta frantumando lo staff salviniano, attraverso la costruzione del caso Morisi.

 

Il motivo è già stato accennato sopra: mandare un leghista alla Presidenza del Consiglio richiede che sia effettuata una ridefinizione d’identità del partito salviniano; se da una parte il piano di potere per i prossimi anni non può prescindere dal riconoscimento della Lega, si rende necessario rendere  digeribile l’operazione agli elettori delle sinistre europeiste.

 

E, onde evitare che Salvini possa avere voce in capitolo sulla decisione di creare un governo europeista per Draghi, è necessario che Salvini sia il più isolato possibile; ad esempio, tagliandogli le comunicazioni

E, onde evitare che Salvini possa avere voce in capitolo sulla decisione di creare un governo europeista per Draghi, è necessario che Salvini sia il più isolato possibile; ad esempio, tagliandogli le comunicazioni.

 

Dopotutto proprio uno dei garanti dell’operazione, Silvio Berlusconi, ha già riassunto il piano con una battuta: «Salvini o Meloni premier? Non scherziamo».

 

Ed ecco spiegata l’impressione di Giorgia Meloni: «se Draghi va al Quirinale si vota. Ma non vedo tanti lavorare per questo».

 

 

Gian Battista Airaghi

 

 

 

Immagine del Quirinale di Egiglia via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0); immagine modificata.

Immagine di Mario Draghi di World Economic Forum via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0); immagine modificata.

Immagine di Giancarlo Giorgetti di Presidenza della Repubblica via Wikimedia; immagine modificata.

Politica

Netanyahu sta per essere estromesso

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Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu non sarà in grado di mantenere il potere dopo che l’esercito del Paese avrà concluso l’operazione contro Hamas a Gaza, ha affermato la testata israeliana Ynet, citando fonti anonime all’interno del suo partito Likud.

 

Tra le crescenti richieste di elezioni anticipate, sabato il leader israeliano ha insistito sul fatto che ora «non è il momento per la politica», suggerendo che il prossimo voto avrà luogo «tra qualche anno».

 

Numerosi sondaggi d’opinione hanno dimostrato che gli indici di gradimento di Netanyahu e del suo partito Likud sono in calo da quando i militanti di Hamas hanno condotto la loro mortale incursione a sorpresa nel territorio israeliano il 7 ottobre 2023. A dicembre, l’Israel Democracy Institute, citando i risultati del sondaggio, ha affermato che più di due terzi degli israeliani vogliono che le elezioni generali si svolgano non appena finite le ostilità a Gaza.

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Un sondaggio condotto all’inizio di questo mese ha mostrato che i partiti di opposizione si assicurerebbero ben 75 dei 120 seggi del parlamento israeliano se le elezioni si tenessero adesso.

 

Nel suo rapporto di sabato, Ynet ha citato un anonimo membro anziano del Likud che aveva predetto che «chiunque fosse primo ministro il 7 ottobre finirà il suo incarico alla fine della guerra».

 

Un altro membro dello staff del partito di Netanyahu avrebbe sostenuto che non importa «quanto Netanyahu rinvii la fine e quanto non voglia, alla fine di questa guerra andremo alle elezioni». Secondo i media, l’anonimo pezzo grosso del Likud ha aggiunto che il primo ministro sarà costretto a indire elezioni anticipate sia da membri della sua stessa forza politica che da altri partiti che compongono la coalizione di governo, con la consapevolezza di tutti che «questo è quello che sta succedendo».

 

Sabato, parlando in una conferenza stampa, Netanyahu ha respinto le richieste di elezioni anticipate, insistendo sul fatto che il voto per la Knesset dovrebbe svolgersi come previsto, cioè nell’ottobre 2026.

 

«Suggerisco di non preoccuparci di questo durante la guerra», ha detto il primo ministro, sostenendo che «l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno in questo momento sono le elezioni». Netanyahu ha avvertito che la divisione politica interna in Israele farebbe il gioco di Hamas.

 

Il partito di opposizione Yesh Atid ha rilasciato una dichiarazione in cui descrive i commenti del primo ministro come «un’altra prestazione di un primo ministro inadatto che, a detta di tutti, ha perso da tempo la fiducia del pubblico e continua a sfuggire alla responsabilità del più grande fallimento nei confronti del popolo ebraico da all’Olocausto».

 

«Israele ha bisogno di cambiamento. Le elezioni sono all’ordine del giorno», ha sostenuto il partito.

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Ieri a Gerusalemme durante la Conferenza dei presidenti delle principali organizzazioni ebraiche americane Netanyahu ha categoricamente rifiutato il «riconoscimento unilaterale» di uno Stato palestinese, sostenendo che sarebbe una «massiccia e senza precedenti ricompensa al terrorismo» che impedirebbe qualsiasi prospettiva di pace duratura in futuro.

 

Intervenendo domenica a Gerusalemme alla Conferenza dei presidenti delle principali organizzazioni ebraiche americane, Netanyahu ha definito la guerra a Gaza Jla battaglia della civiltà contro la barbarie» e ha ribadito il suo obiettivo di «vittoria totale».

 

«Questa è una battaglia importante per il futuro di Israele e per la nostra sopravvivenza, ma è anche fondamentale per il futuro della civiltà», ha affermato il primo ministro, aggiungendo che l’eliminazione di Hamas, la liberazione degli ostaggi e l’impedimento a Gaza di «rappresentare una minaccia» per Israele rimangono gli obiettivi principali.

 

Netanyahu ha continuato attaccando la «denigrazione di Israele», sostenendo che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) «stanno facendo di tutto per prevenire vittime civili, come nessun altro esercito ha fatto», definendo il caso di genocidio portato dal Sud Africa alla Corte internazionale di giustizia una «farsa».

 

Netanyahu ha riaffermato la sua determinazione a eliminare completamente Hamas, promettendo di «finire il lavoro» come «l’America ha finito il suo lavoro», riferendosi alla lotta con l’ISIS.

 

C’è «una cosa» su cui «Israele non può accettare»: una soluzione a due Stati, che la comunità internazionale chiede dallo scoppio della guerra. «Israele rifiuta completamente i dettami internazionali riguardanti una soluzione permanente con i palestinesi», ha detto Netanyahu, citando una risoluzione che ha presentato domenica al governo. «Israele continuerà a opporsi al riconoscimento unilaterale di uno Stato palestinese», aggiungendo che ciò servirebbe come ricompensa al «terrorismo e impedirebbe qualsiasi futuro accordo di pace».

 

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Politica

Da nazionalista etnico a cocco dell’Occidente: chi era Navalnij?

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Aleksej Navalnij è morto venerdì in una colonia carceraria a nord del circolo polare artico dove stava scontando una condanna a 19 anni per attività estremiste. Aveva 47 anni. Al momento si parla di un «collasso»: secondo il servizio penitenziario, il 47enne si è sentito male e ha perso conoscenza dopo una passeggiata, ed è stato dichiarato morto poco dopo dai medici.   La testata governativa russa Russia Today offre un ritratto approfondito dell’evoluzione del personaggio.   In Occidente il Navalnij godeva della reputazione di critico del Cremlino e di «leader dell’opposizione» russa, tuttavia in Ucraina era considerato come un nazionalista russo. «Nella stessa Russia, la sua eredità è, nella migliore delle ipotesi, complicata» scrive RT.

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Nato nel 1976, Navalnij si è laureato in giurisprudenza nel 1998 e ha conseguito una laurea in finanza nel 2001. Durante la sua carriera si è occupato di diritto, investimenti e attivismo, ma ha continuato a tornare ciclicamente alla politica.   «Sono sempre stato ossessionato dalla politica», aveva dichiarato al quotidiano Kommersant-Money nel 2009.   Tra il 2000 e il 2007, Navalny è stato membro del partito liberale Yabloko («Mela»), prima di co-fondare un movimento nazionalista etnico chiamato «Narod» (popolo). È apparso in due famigerati video YouTube del movimento, uno che difendeva il diritto alle armi per combattere «mosche e scarafaggi» (indicando i musulmani), e un altro nel quale paragonava gli immigrati alla carie.   Nell’agosto 2008, Navalnij si era dichiarato a favore dell’intervento russo contro la Georgia a nome dell’assediata Ossezia del Sud; aveva quindi continuato a partecipare a tre manifestazioni annuali della «marcia russa» con sostenitori del nazionalismo etnico.   Secondo RT, «l’attivista Evgenia Albats ha poi affermato di aver esortato Navalnij a unirsi alle marce come un modo per sfruttare il nazionalismo etnico contro il Cremlino. Nel 2010, Albats avrebbe co-sponsorizzato il soggiorno di sei mesi di Navalnin negli Stati Uniti attraverso il programma Yale World Fellows».   A quel punto, Navalny aveva già fatto appello alla sua esperienza finanziaria per lanciare un gruppo di attivisti per gli investimenti chiamato «Unione degli azionisti di minoranza», che cercava di scuotere grandi aziende come Rosneft, Gazprom, Lukoil e altre. La sua rete di ONG, la Fondazione Anti-Corruzione (FBK), è stata registrata nel settembre 2011. Navalnij avrebbe continuato ad accusare il governo di Mosca, i governatori regionali e le aziende di frode, concussione e corruzione, venendo spesso denunciato per diffamazione.   Nel febbraio 2011, Navalnij si dilettava anche in politica, attaccando il partito al potere Edinaya Rossija – cioè Russia Unita, il partito di Putin – definendolo, con un’espressione divenuta celebre, partija zhulikov i vorov, cioè un partito di «truffatori e ladri» che quel dicembre avrebbe affermato che aveva rubato, a suo dire, le elezioni nazionali.   I media occidentali lo nominarono quindi come una sorta di «leader dell’opposizione russa» dopo aver tenuto una serie di discorsi durante le proteste antigovernative che ne sono seguite.

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Il culmine della carriera politica di Navalny è stata l’elezione a sindaco di Mosca del luglio 2013, quando ha ottenuto il 27,24% dei voti ma ha perso contro Sergej Sobjanin. Il suo tentativo di candidarsi alle elezioni presidenziali del 2018 è stato bloccato a causa della sua fedina penale, riporta RT.   La prima condanna penale di Navalnij è stata per appropriazione indebita da parte della Kirovles, un’azienda forestale statale. Nel 2013 è stato condannato a cinque anni di carcere, pena poi modificata in libertà vigilata. Nel 2016 la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) ha affermato che le sue azioni erano «indistinguibili da attività commerciali legittime».   Al processo, Navalny ha denunciato le accuse come motivate politicamente e si è scagliato contro il «disgustoso sistema feudale» in cui «cento famiglie» avrebbero saccheggiato la Russia.   Navalnij e suo fratello Oleg – un impiegato delle poste – sono stati accusati di appropriazione indebita nel 2012, per aver frodato la filiale russa del gigante francese dei cosmetici Yves Rocher. I fratelli furono giudicati colpevoli nel dicembre 2014, ma Aleksej ancora una volta ricevette solo la libertà vigilata.   Nel 2019, il governo russo ha etichettato la FBK di Navalny come un «agente straniero», limitandone gravemente le attività.   Nell’agosto 2020, Navalnij si è ammalato durante un volo da Tomsk a Mosca ed è stato trasportato in Germania per cure. I medici occidentali hanno affermato che era stato preso di mira con l’agente nervino «Novichok», cosa che Mosca ha respinto come «provocazione».   Al ritorno in Russia, Navalnij era arrestato per aver violato i termini della libertà vigilata e mandato in una colonia carceraria.   È stato colpito con ulteriori accuse di frode e oltraggio alla corte, ricevendo un’ulteriore condanna a nove anni nel 2022. Nell’agosto 2023, Navalnij è stato condannato ad altri 19 anni dietro le sbarre con l’accusa di «fomentare, finanziare e svolgere attività estremiste e “riabilitare l’ideologia nazista”», scrive RT. La FBK è stata chiusa per ordine del governo.   Nel dicembre 2023, Navalnij è stato trasferito in una colonia penale nella regione di Yamalo-Nenets, nel nord della Siberia.   In queste ore è arrivata anche la reazione del Cremlino. Il portavoce della presidenza russa Dmitrij Peskov ha dichiarato che il Servizio penitenziario federale russo (FSIN) sta adottando tutte le misure necessarie per indagare sulla morte di Navalnij.

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La FSIN «sta adottando tutte le misure necessarie in una situazione del genere», ha detto Peskov ai giornalisti. Pertanto non sarebbe necessaria un’indagine speciale, ha aggiunto.   Il portavoce del Cremlino ha detto che saranno i medici a stabilire la causa esatta della morte di Navalnij e che il presidente russo Vladimir Putin è stato tenuto informato della situazione.   In precedenza, una fonte sempre di RT aveva detto che Navalny sarebbe morto per un coagulo di sangue.   Il vicepresidente americano Kamala Harris ha dichiarato che «la Russia è responsabile» della morte di Navalnij, mentre il presidente del Consiglio europeo Charles Michel ha affermato che «l’UE ritiene il regime russo l’unico responsabile di questa tragica morte».   «Ovviamente si tratta di dichiarazioni assolutamente fanatiche», ha commentato Peskov. «Non ci sono informazioni sulla causa della morte. Consideriamo tali affermazioni assolutamente inaccettabili e inappropriate».   Come riportato da Renovatio 21, il Cremlino, a pochi giorni dalle elezioni, era l’ultima della realtà che avrebbe potuto vedere morto Navalnij, oramai lontano dalla scena pubblica.  

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Politica

Giudice ordina a Trump di pagare 354 milioni di dollari e di non gestire le sue attività per tre anni

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Un giudice di New York ha temporaneamente vietato all’ex presidente degli Stati Uniti Donald Trump di gestire le sue attività nello stato e ha ordinato a lui e alla sua organizzazione di pagare 354 milioni di dollari di danni per aver presentato false relazioni commerciali.

 

La sentenza del tribunale civile di venerdì del giudice Arthur Engoron include un divieto di tre anni per Trump di prestare servizio come funzionario o direttore di qualsiasi azienda di New York, inclusa la Trump Organization.

 

A Trump e alla sua azienda è stato inoltre vietato di richiedere prestiti bancari a New York. I danni monetari sono stati imposti all’ex presidente e ad altri dirigenti della Trump Organization, compresi i suoi due figli maggiori.

 

Trump e i suoi soci sono stati accusati di aver utilizzato valutazioni esagerate degli asset per ottenere condizioni favorevoli su prestiti e polizze assicurative.

 

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Engoron ha riconosciuto nella sua sentenza che tutti i prestiti in questione sono stati rimborsati integralmente e in tempo, ma ha sostenuto che l’assenza di una vittima «non estingue il danno che le false dichiarazioni arrecano al mercato».

 

«Il prossimo gruppo di istituti di credito a ricevere dichiarazioni false potrebbe non essere così fortunato» ha aggiunto il controverso giudice.

 

Il giudice ha inoltre ordinato la nomina di un amministratore indipendente per monitorare il rispetto della sua decisione da parte della Trump Organization. L’Engoron ha affermato che Trump e i suoi soci hanno mostrato una «patologica» mancanza di rimorso e probabilmente continuerebbero a operare in modo fraudolento a meno che non fossero «limitati dal punto di vista giudiziario».

 

La sentenza sulla frode civile segna l’ultima battuta d’arresto legale per Trump in un momento in cui è candidato come principale candidato repubblicano alla presidenza. Affronta quattro distinte accuse penali, oltre a molteplici cause civili. Proprio il mese scorso, una giuria di New York gli ha ordinato di pagare 83 milioni di dollari di danni alla scrittrice E. Jean Carroll, la quale aveva affermato di averla diffamata quando ha negato la sua accusa di averla aggredita sessualmente in un grande magazzino quasi 30 anni fa.

 

Alina Habba, avvocato di Trump, ha definito la sentenza di Engoron una «manifesta ingiustizia» e si è detta fiduciosa che verrà annullata in appello. L’ex presidente ha affermato che il caso deriva da un tentativo del presidente Joe Biden di bloccare il suo rivale politico.

 

«Questa interferenza elettorale e questo tirannico abuso di potere da parte di un giudice e di un procuratore generale corrotti non possono essere tollerati».

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