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Politica

Giorgetti e Draghi, presidenti?

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In molti constatano che la Lega si sia svenduta, supportando il Governo Draghi-Speranza su decreti come il green pass. Ma non è altrettanto chiaro in che cosa consista il tornaconto.

 

Qui di seguito vedremo come sia da tempo la stessa stampa italiana  a spiegarci che cosa potrebbe incassare il partito degli ex- sovranisti in salsa celtica.

 

Cominceremo dalla fine: il presunto piano è  eleggere Draghi come Presidente della Repubblica e nominare Giorgetti Presidente del Consiglio. Senza passare per le elezioni, ça va sans dire.

 

Il tornaconto, insomma, è il governo dei prossimi 7 anni. Mica male.

 

Il presunto piano è  eleggere Draghi come Presidente della Repubblica e nominare Giorgetti Presidente del Consiglio. Senza passare per le elezioni, ça va sans dire

La voce che vuole Draghi come ipotetico successore di Mattarella gira nei palazzi di Roma fin dalle prime ore dall’insediamento dell’ex Banchiere a febbraio. Qua e là sui giornali, en passant, l’ipotesi è ciclicamente apparsa.

 

Tuttavia è con l’uscita di Giancarlo Giorgetti (28 agosto) e Giorgia Meloni ( 5 settembre) che le parti in gioco sono state costrette a mostrare le carte: 

 

Giorgetti: «”Se Draghi va al Colle si voti”. Mario Draghi al Quirinale? “È un argomento molto dibattuto. Chiaramente, Draghi è una delle persone più adeguate a ricoprire quella carica. Prima o poi, potrebbe essere la sua destinazione. Ma se Draghi andasse al Colle, onestamente penso che si dovrebbe andare a votare. Piuttosto che soluzioni pasticciate, meglio le elezioni”. Così il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, il più draghiano dei leghisti, alla festa di Affaritaliani.it a Ceglie Messapica. (La Stampa, 28 agosto )


Meloni: «”Se Draghi va al Quirinale si vota. Ma non vedo tanti lavorare per questo”. Soltanto una battuta, ma velenosa. E che racconta di come le tensioni, dalle parti del centrodestra, siano tutt’altro che spente. Il tema è lo scenario disegnato qualche giorno fa da Giancarlo Giorgetti, secondo cui se Mario Draghi andasse al Quirinale poi l’unica strada sarebbe quella delle urne. Giorgia Meloni risponde appunto con una battuta: “L’ipotesi che si possa andare subito al voto è una delle cose che potrebbe convincermi a sostenerlo”, sorride la leader di Fratelli d’Italia che subito dopo aggiunge: “Nel caso, l’ipotesi delle urne sarebbe realistica. E infatti non mi pare che siano in molti a lavorare per portare Draghi al Quirinal”e» (Corriere della Sera, 5 settembre)

 

Il tornaconto per la Lega, insomma, è il governo dei prossimi 7 anni. Mica male

«La pietra che il ministro Giancarlo Giorgetti ha lanciato nello stagno del Parlamento ha scatenato nella Lega, nel centrodestra e tra i partiti di maggioranza un moto ondoso denso di dietrologie e sospetti. “Punta a spaccare la Lega”, temono i fedelissimi di Salvini. “Vuole avvelenare i pozzi”, è la lettura di un dirigente del PD. Al quotidiano La Stampa il ministro dello Sviluppo ha confidato che Draghi dovrebbe restare a Palazzo Chigi “per tutta la vita”. Ma non si può, perché alla prima scelta politicamente sensibile la coalizione si spaccherebbe e “Draghi non può sopportare un anno di campagna elettorale permanente”. E poiché Giorgetti ritiene “complicato” un bis di Mattarella, non resta altra via che accompagnare Draghi sulla strada del Colle più alto. Le tesi del ministro hanno fatto scattare l’allarme nei partiti, dove c’è chi ha visto nelle dichiarazioni del numero due della Lega il preciso intento di ribaltare il tavolo di quanti lavorano dietro le quinte a una legge elettorale proporzionale, che consenta a Draghi di restare premier fino al 2028». (Corriere della Sera, 28 settembre)

 

Ugo Magri, il quirinalista de La Stampa, ci informa che  gira «la voce insistente per cui Mario resterebbe a guidare il governo, ma soltanto ed esclusivamente se Sergio gli coprisse le spalle accettando a sua volta di rimanere dov’è; magari non per tutti e sette gli anni, al massimo per un paio, giusto il tempo di tenere calda la poltrona del Quirinal”. In altre parole, Draghi non può continuare a fare il Presidente del Consiglio se non c’è un Presidente della Repubblica che gli dia supporto. E questo potrebbe essere solo Mattarella. Ma Mattarella ha già ripetuto –per motivi che non indagheremo qui – che non intende accettare un secondo mandato al Quirinale» (28 settembre).

 

Mettiamo insieme i pezzi sulla scacchiera.  Assunto che Mattarella non voglia accettare un secondo mandato, Draghi non avrebbe la forza per restare altri 2 anni alla Presidenza del Consiglio in attesa delle elezioni del 2023.

 

La Lega scommette sul fatto che Mattarella non sarà ricandidato, anche se potrebbe trattarsi di un bluff.

La Lega scommette sul fatto che Mattarella non sarà ricandidato, anche se potrebbe trattarsi di un bluff.

 

Come spiegava Il Giornale del 29 agosto, infatti, «la Lega sospetta un piano PD per prendere il Colle e punta sulla candidatura del premier Draghi. Con settembre si riapre la battaglia per le amministrative ma la sfida a cui pensano i partiti è quella che si giocherà tra pochi mesi, per la successione di Mattarella al Quirinale. Il premier Draghi, in modo più o meno esplicito, è il vero protagonista della partita. Il sospetto della Lega è che il PD voglia piazzare un suo uomo al Quirinale, e che dietro gli appelli del segretario Letta perché Draghi resti a Palazzo Chigi “almeno fino al 2023” ci sia appunto una manovra Dem per prendersi (di nuovo) il Colle».

 

Dunque, che Mattarella sia o meno disponibile ad un secondo mandato, è un dilemma che la Lega pensa di risolvere  mandando Draghi al Quirinale, tagliando possibili agguati del Pd. Il punto vitale per la Lega è evitare di avere un altro Presidente della Repubblica europeista per altri 7 anni, senza almeno averne in cambio qualcosa.

 

Ebbene, se Draghi andasse al Quirinale, rimarrebbe l’incognita del suo successore alla Presidenza del Consiglio. Anzi, rimarrebbe l’incognita della stessa sopravvivenza di un esecutivo.

 

«Insieme al partito di Draghi al Colle, cresce in queste ore nel Palazzo, l’ipotesi di un governo elettorale. Guidato da Daniele Franco o Marta Cartabia, che traghetti il Paese fino alle urne da tenere in autunno 2022: dopo cioè che la legislatura abbia compiuto i quattro anni, sei mesi e un giorno utili a far percepire a tutti un futuro assegno pensionistico». (La Stampa,  29 settembre)

 

Ora abbiamo tutti gli elementi per avvicinarci alla conclusione: a meno che non fosse lo stesso Draghi a sciogliere le Camere una volta salito al Quirinale, a nessun partito –fatta eccezione per la Lega e Fratelli d’Italia –converrebbe chiedere elezioni anticipate dopo l’elezione di Draghi al Quirinale.

 

Non converrebbe genericamente ai parlamentari per motivi pensionistici fino all’autunno del 2022.

 

Non converrebbe a renziani e grillini, che perderebbero i seggi del 2018 con percentuali ormai polverizzate.

 

Non converrebbe a nessuno, fatta eccezione per la Lega e FdI, i quali sommati superano ad oggi il 40 % dei voti.

 

Pertanto, con Draghi al Quirinale – in caso di elezioni  anticipate – la Lega sarebbe incaricata di formare un governo, presumibilmente con Giorgia Meloni. La quale potrebbe avere anche più voti  dei leghisti e trovarsi ad essere premier della coalizione. Per questo motivo, da ultimo, andare a votare non conviene nemmeno alla Lega. Converrebbe soltanto  a Fratelli d’Italia.

 

Quando Giorgia Meloni afferma che se Draghi salisse al Quirinale, si dovrebbe andare a votare, possiamo dedurre che sia sincera. Ma, domandiamoci, quale può essere invece il piano di Giorgetti?

 

Ci sono tutti gli elementi per immaginarlo. Quando Giorgetti afferma di voler andare alle elezioni una volta eletto Draghi al Quirinale, si tratta verosimilmente di un rilancio strategico perché la Lega può contare molto di più come ago della bilancia per un governo provvisorio fino al 2023 che non rischiando di giocarsi la formazione di un governo con Fratelli d’Italia a seguito di elezioni anticipate.

 

Specialmente, ricordiamo che la Lega attualmente non avrebbe i numeri per imporre elezioni anticipate: si troverebbe infatti nella stessa situazione di stallo in cui so trovò prima della formazione del Governo Conte 2. Complessivamente il Parlamento si troverebbe nella stessa situazione di precarietà in cui si trovò nei giorni della caduta del Governo Conte 2, che portarono alla nomina del Governo Draghi a gennaio-febbraio 2021.

 

Correre il rischio di trovarsi all’opposizione proprio quando arrivano miliardi di euro non è certamente qualcosa di motivante per alzare le barricate

Se a questo aggiungiamo che l’ala governista della Lega (quella giorgettiana) rappresenta tutti i governatori delle Regioni leghiste, possiamo anche intuire come in gioco ci sia anche la gestione dei miliardi del Recovery Fund: le Regioni sono tra i principali destinatari dei fondi e si occuperanno dell’allocazione delle risorse. Correre il rischio di trovarsi all’opposizione proprio quando arrivano miliardi di euro non è certamente qualcosa di motivante per alzare le barricate.

 

Perché sospettiamo che Giorgetti stia bluffando quando evoca elezioni dopo che Draghi salisse al Quirinale?

 

Perché, senza la Lega al governo, Draghi si troverebbe ad essere il Presidente della Repubblica con un governo – nella migliore delle ipotesi –sgangherato come il Governo Conte 2. Un governo, in cui –  per trovare la maggioranza – ex deputati di Forza Italia dovrebbero creare gruppi misti con ex grillini addotti dagli alieni.

 

«I veleni verso il ministro dello Sviluppo economico sono molto diffusi: “Vuole mandare Draghi al Quirinale per diventare premier”, dice un deputato»

Pertanto, in questo scenario è Draghi stesso ad avere tutto l’interesse affinché la Lega permanga nel prossimo governo provvisorio. Già, ma in cambio di cosa Giorgetti sarebbe disposto a rimanere nel prossimo governo provvisorio senza passare all’opposizione e aspettare le elezioni  trionfali del 2023?



Ce lo dicono i giornali: in cambio della Presidenza del Consiglio.

 

«Giorgetti e la Lega Nord delle origini nella partita nuova che si giocherà con l’elezione del Presidente della Repubblica e potrebbe dar vita a un nuovo centrodestra repubblicano». ( Marcello Sorgi, La Stampa, 29 Settembre)

 

«Lega in subbuglio. Giorgetti vuole il posto di Draghi. La partita interna però ha ancora i tratti feroci. Nei corridoi di Montecitorio, ma anche nelle piazze della campagna elettorale, i veleni verso il ministro dello Sviluppo economico sono molto diffusi: “Vuole mandare Draghi al Quirinale per diventare premier”, dice un deputato». (La Stampa, 30 settembre)

 

E sarà il governo di Confindustria in Draghi-Giorgetti per i prossimi 7 anni

Anche sul Messaggero si considera concretamente questa ipotesi: «Se è vero che “l’interesse del Paese è mandare Draghi al Quirinale”, come dice Giorgetti, per avere un personaggio di spicco in grado di rassicurare l’Europa e gli investitori, elezioni anticipate e il rischio di un nuovo caos post voto, potrebbe però essere percepite in maniera opposta. Per evitare una transizione soft servirebbe quindi avere un governo pronto, magari guidato dallo stesso Giorgetti. Un modo per tranquillizzare anche quel 90% di parlamentari che sono pronti a tutto – anche a non votare tra cinque mesi Draghi – pur di evitare l’interruzione della legislatura». (30 settembre)

 

Il piano sembra diventare di giorno in giorno più verosimile anche nelle fila del PD e del M5s: «Il loro sospetto è che l’esecutivo di Draghi si stia schiacciando su Confindustria con la sponda del leghista Giancarlo Giorgetti». (La Stampa, 24 settembre)



E sarà il governo di Confindustria in Draghi-Giorgetti per i prossimi 7 anni.

 

Mandare un leghista alla Presidenza del Consiglio richiede che sia effettuata una ridefinizione d’identità del partito salviniano

La conferma che si stia preparando un’ascesa dei Giorgetti (cioè della Lega governista) di contro alla vecchia Lega salviniana, si ha anche guardando alla continua operazione di demolizione e frazionamento della  Lega operata dai media, da ormai molti mesi.

 

La spaccatura è stata sigillata sul tema del green pass e in questi giorni si sta frantumando lo staff salviniano, attraverso la costruzione del caso Morisi.

 

Il motivo è già stato accennato sopra: mandare un leghista alla Presidenza del Consiglio richiede che sia effettuata una ridefinizione d’identità del partito salviniano; se da una parte il piano di potere per i prossimi anni non può prescindere dal riconoscimento della Lega, si rende necessario rendere  digeribile l’operazione agli elettori delle sinistre europeiste.

 

E, onde evitare che Salvini possa avere voce in capitolo sulla decisione di creare un governo europeista per Draghi, è necessario che Salvini sia il più isolato possibile; ad esempio, tagliandogli le comunicazioni

E, onde evitare che Salvini possa avere voce in capitolo sulla decisione di creare un governo europeista per Draghi, è necessario che Salvini sia il più isolato possibile; ad esempio, tagliandogli le comunicazioni.

 

Dopotutto proprio uno dei garanti dell’operazione, Silvio Berlusconi, ha già riassunto il piano con una battuta: «Salvini o Meloni premier? Non scherziamo».

 

Ed ecco spiegata l’impressione di Giorgia Meloni: «se Draghi va al Quirinale si vota. Ma non vedo tanti lavorare per questo».

 

 

Gian Battista Airaghi

 

 

 

Immagine del Quirinale di Egiglia via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0); immagine modificata.

Immagine di Mario Draghi di World Economic Forum via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0); immagine modificata.

Immagine di Giancarlo Giorgetti di Presidenza della Repubblica via Wikimedia; immagine modificata.

Politica

Trump vuole che il presidente della FIFA Infantino guidi l’ONU

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump auspicherebbe che il presidente della FIFA Gianni Infantino diventi il prossimo segretario generale delle Nazioni Unite. Lo riporta il tabloide neoeboraceno New York Post.

 

Anbche il Washington Post ha citato una fonte vicina a Trump, secondo la quale il presidente ritiene che Infantino sia «rispettato da tutti in tutto il mondo» e che possieda una «speciale capacità di unire le persone». Non è tuttavia chiaro se il dirigente calcistico di origine svizzera sia interessato all’incarico, ha precisato il quotidiano.

 

Infantino avrebbe sviluppato un legame stretto con Trump, conferendogli a dicembre il primo Premio Nobel per la Pace della FIFA, dopo che il presidente statunitense aveva più volte sostenuto di meritare il Premio Nobel per la Pace per i suoi sforzi volti a porre fine ai conflitti. La loro amicizia è finita sotto i riflettori durante i Mondiali di calcio FIFA, co-organizzati dagli Stati Uniti insieme a Canada e Messico dall’11 giugno al 19 luglio.

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Poco prima degli ottavi di finale, la FIFA ha inaspettatamente sospeso la squalifica di una giornata comminata alla stella statunitense Folarin Balogun. Trump ha in seguito confermato di aver chiamato personalmente Infantino per chiedere una revisione della sanzione, che considerava ingiusta.

 

La UEFA, organo di governo del calcio europeo, ha condannato la decisione qualificandola come un caso senza precedenti di ingerenza politica. Anche l’UE ha criticato duramente la FIFA per aver revocato la squalifica.

 

Infantino, tuttavia, ha negato di aver svolto alcun ruolo nella decisione riguardante il giocatore americano. Gli Stati Uniti sono stati eliminati dopo la sconfitta per 4-1 contro il Belgio.

 

Il nuovo segretario generale delle Nazioni Unite sarà scelto entro la fine dell’anno, dato che il mandato di Antonio Guterres terminerà a dicembre. Il suo successore dovrà prima ottenere l’approvazione del Consiglio di Sicurezza, composto da 15 membri, e successivamente dell’Assemblea Generale. Tutti i precedenti titolari dell’incarico erano stati in passato politici o diplomatici.

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Sebbene il potere decisionale effettivo risieda nei membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, il Segretario Generale rappresenta il principale volto dell’organizzazione sulla scena globale.

 

Trump, che ha costruito una carriera di successo come conduttore del reality show televisivo The Apprentice, ha assegnato incarichi governativi a diversi ex atleti e figure del mondo dello spettacolo. Durante il suo secondo mandato ha nominato Linda McMahon, co-fondatrice ed ex CEO della lega di pro-wrestling (ossia la lotta simulata del compianto Hulko Hogan e compagni) WWE, segretaria all’Istruzione.

 

Infantino aveva ricevuto anche grandi critiche per un supposto favoritismo nei confronti dell’Argentina, squadra apprezzata da Trump ma soprattutto dai vertici dello Stato di Israele.

 

Come riportato da Renovatio 21, in una scenetta gustosa, Infantino durante la premiazione finale ha cercato di spiegare con mestizia a Trump che non poteva essere nella foto finale con la squadra vincitrice, la Spagna, che alza la coppa. Con estrema probabilità, Trump sapeva tutto, ma ha optato per il photobombing,

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr

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Gender

Hunter Biden: una «mafia cripto-omosessuale» controlla Washington: ricordando il «pagegate»

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Il figlio dell’ex presidente Joe Biden sostiene che una «mafia gay nascosta», composta principalmente da repubblicani, gestisce il governo federale.   La conversazione tra Hunter Biden e Jennifer Welch, conduttrice del podcast I’ve Had It, è diventata sempre più bizzarra nel corso dell’intervista di un’ora. Hunter è, per qualche ragione, in grande spolvero mediatico, in ispecie fra i contenuti del lato politico opposto al suo: dapprima è apparso sul fluviale, e seguitissimo, podcast dell’ex soldato delle forze speciali Navy Seals Sean Ryan, molto frequentato dalla destra americana. Poi si è mostrato nel podcasto di Candace Owens, dando vita ad una conversazioni a tratti convincente e persino struggente. A breve si attende il rilascio di una discussione con il giovanissimo leader indiscusso della destra groyper (cioè, su internet apertamente americanista, razzista ed antisemita – quantomento a parole) Nick Fuentes.   Su sollecitazione della intervistatrice, dopo una breve discussione sul suo famigerato PC portatile, Biden jr. ha indicato i tre «PC portatili MAGA» che vorrebbe esaminare.   «Credo che il problema più grande in America, a Washington, DC, con il governo federale non sia l’oligarchia», ha detto Biden. «È la ‘”closetocracy” [traducibile come “il potere dei cripto-omosessuali”, ndr], come la chiamo io».

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«Parlo sul serio. Posso fare una lista», ha detto Biden. «Non so se queste affermazioni siano vere, ma cominciamo con [il senatore repubblicano] Josh Hawley». L’intervistatrice ha quindi mostrato una foto di Hawley che attraversava un campo da football con il kicker dei Kansas City Chiefs, Harrison Butker, e ha commentato: «Sembra la foto di un fidanzamento gay». «Questi due non pensano alle donne», ha aggiunto la Welch. Butker è un devoto cattolico, marito e padre, nonché oppositore delle restrizioni COVID. I goscisti USA lo hanno a lungo preso di mira perché è un convinto sostenitore della vita e della famiglia e perché partecipa regolarmente alla messa tradizionale in latino.   Hunter ha poi citato il senatore Ted Cruz, suggerendo che emana vibrazioni «perverse». «Potrebbe essere gay. Potrebbe non esserlo», ha detto Biden, «e potrebbe anche coinvolgere gli animali» ha aggiunto oscuramente.   L’ex figlio del presidente ha poi criticato il presidente della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, Mike Johnson, per aver utilizzato app che impediscono la visione di materiale pornografico sui dispositivi elettronici della sua famiglia.   La sua ospite ha detto che il soprannome che usa per lo Speaker è «Piccolo Mosè Mike Grindr Johnson». Come noto ai lettori di Renovatio 21, Grindr è l’app per gli incontri gay in grado di incastrare tantissime figure politiche e religiose, come successo in Italia e crediamo pure in Vaticano. Curiosamente, l’app, che Trump chiese ai cinesi che l’avevano comprata di essere restituita agli USA (e i cinesi, magari forti di qualche hard disco riempito, assentirono), ha tenuto una festa alla Casa Bianca proprio di recente.   Biden jr. ha affermato di aver trascorso gran parte della sua vita a contatto con i politici di Washington. «Tutti sanno che a Washington, DC, esiste questa mafia gay nascosta, in gran parte repubblicana, e tutti conoscono ognuno di loro che è gay», ha detto Biden.   «Lo so per certo e non sto scherzando», ha aggiunto. «Lo sanno tutti a Washington. Tutti sanno chi sono. Tutti», ha ribadito più volte, aggiungendo: «Per quanto riguarda Lindsey Graham, tutti sanno che Lindsey Graham era gay».

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Il senatore Graham, probabilmente il massimo falco per le guerre USA all’estero, era stato a lungo chiacchierato per supposte tendenze celate all’opinione pubblica.   In molti hanno speculato sulla lealtà assoluta che Graham aveva, più che verso i suoi elettori nella Carolina del Sud, di cui parlava poco, verso Kiev e Tel Aviv, ipotizzando che alla base vi sia un qualche ricatto di natura sessuale.   Nel 2020 un attore pornografico omosessuale, Sean Harding, accusò un senatore di iniziali LG di aver impiegato «ogni prostituto di mia conoscenza». Come riporta il Washington Post, «l’hashtag #LadyGraham è esploso sui social (…) l’hashtag, insieme alla forma abbreviata “Lady G”, si riferisce presumibilmente al soprannome di Graham tra i lavoratori del sesso maschile».   La conduttrice TV Chelsea Handler si è quindi riferita al senatore come ad un omosessuale non dichiarato. Graham è considerato dal mondo omosessualista di aver passato legislazioni «omofobiche». Il Graham non si è mai sposato ma di recente aveva detto, non si sa con quanta ironia, che poteva anche accadere   Insinuazioni sul legame della presunta omosessualità celata e la sete di sangue sono stati fatti ripetutamente dal giornalista Tucker Carlson, che lo accusava pure di disprezzare neanche tanto segretamente Trump, pur essendone alfiere zelota.   La questione gli era stata rinfacciata personalmente da un giornalista che aveva cercato di intercettarlo a Washington: «Senatore, perché non ammette semplicemente di essere gay così non la ricattano più)».  

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In una bizzarrissima scena di qualche mese fa, il senatore, nel mezzo di una crisi politica nazionale ed internazionale, fu ripreso nel parco di divertimenti floridiano Disney World, con in mano una bacchetta magica. La cosa fece sghignazzare moltissimi, perché nel gergo americano «fairy» («fata») è un termine semidispregiativo, forse un po’ desueto, per definire gli omosessuali.   L’intervistatrice goscista ha persino tirato in ballo il nome del giudice conservatore della Corte Suprema Samuel Alito, insinuando che la forza trainante del «nazionalismo cristiano» sia il desiderio degli uomini MAGA di «cancellare la propria omosessualità» – il tropo più classico e superficiale della propaganda LGBT, quella di accusare tutti di «omosessualità repressa».   La conduttrice Welch ha citato Steve Schmidt, ex collaboratore di George W. Bush, il quale ha affermato che «il 90% degli uomini repubblicani che lavoravano alla Casa Bianca quando lui era gay». Qualche ragione, tuttavia, qui vi potrebbe essere, specie se, come Renovatio 21, si ha la memoria che arriva fino a rimembrare il cosiddetto «pagegate».   Il pagegate fu lo scandalo, esploso nel 2006, che coinvolse il repubblicano Mark Foley, deputato della Florida. Emerse che aveva inviato e-mail e messaggi a sfondo sessuale a giovani page («paggi», assistenti adolescenti del Congresso a Washington), resi pubblici da Washington Post. Foley si dimise il 29 settembre, dichiarandosi alcolista e poi ammettendo di essere gay. Emerse che almeno dal 2005 i leader repubblicani della Camera (tra cui il Speaker Dennis Hastert) erano a conoscenza di comportamenti inappropriati, ma avevano gestito la questione in modo opaco, limitandosi a un monito interno.

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L’affaire del pagegate colpì duramente i repubblicani, già in difficoltà, e contribuì alla loro sconfitta alle elezioni midterm di novembre, con la perdita della maggioranza alla Camera. La vicenda travolse la leadership del Grand Old Party: il presidente della Camera Dennis Hastert dichiarò pubblicamente di assumersi la responsabilità, mentre la commissione etica della Camera approvò dozzine di citazioni per testimoni e documenti. Alcuni funzionari erano stati informati della condotta di Foley anni prima ma non intervennero.   L’inchiesta interna della Camera e le indagini dell’FBI non portarono a accuse penali, ma la ferita politica fu enorme: i democratici usarono lo scandalo per accusare i repubblicani di ipocrisia e di aver privilegiato la protezione del partito rispetto alla tutela dei giovani. Il caso contribuì in modo significativo alla sconfitta del GOP, che perse la maggioranza alla Camera dopo 12 anni.   Secondo voci, il giro dei repubblicani pedofili poteva godere un tempo di assoluta copertura, addirittura si narra che l’istituto psichiatrico dell’Ospedale di Washington possedesse una unità specifica per trattare i casi dei minorenni e delle minorenni abusati e sconvolti. Un po’ come una certa clinica che, in una città dell’Alta Italia, secondo la leggenda metropolitana seguirebbe subitaneamente ogni «problema» (tipo: overdose) di certi rampolli, anche se certe cronache sembrano indicare che non sempre tale misterico ente sia chiamato per tempo.  

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Politica

Trump si inserisce nella cerimonia di premiazione dei Mondiali. Poi subisce pre lui la maleducazione degli argentini

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Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump si è intromesso nella cerimonia di premiazione della Coppa del Mondo FIFA, consegnando personalmente il trofeo alla Spagna dopo che i campioni d’Europa hanno sconfitto i campioni in carica dell’Argentina per 1-0 ai tempi supplementari al MetLife Stadium di East Rutherford, nel Nuovo Jersey.

 

Domenica, Trump ha raggiunto il presidente della FIFA Gianni Infantino sul palco della cerimonia. I video girati nello stadio hanno mostrato i due accolti da un misto di applausi e fischi mentre entravano in campo per la premiazione.

 

Prima che Trump consegnasse il trofeo al capitano della Spagna, Rodri, sono state consegnate le medaglie ai giocatori di entrambe le squadre.

 

Il presidente degli Stati Uniti è rimasto quindi al centro del podio, dove i giocatori si erano riuniti per la tradizionale cerimonia di premiazione. Infantino ha apparentemente spostato delicatamente Trump di lato per dare più spazio alla squadra, ma è rimasto accanto ai giocatori mentre Rodri alzava la coppa, creando un momento leggermente imbarazzante.

 

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L’episodio ha scatenato un’ondata di condanne e derisione online, con alcuni che hanno suggerito che a Trump si sarebbe dovuto dire che non è un membro della nazionale di calcio spagnola. Altri hanno contrapposto l’insistenza del presidente americano nel voler apparire nella foto con gli spagnoli alle sue recenti invettive contro Madrid. All’inizio di questo mese, Trump aveva dichiarato in una conferenza stampa della NATO che la Spagna era una «causa persa», mentre l’anno passato ha ventilato l’ipotesi di un’espulsione di Madrid dalla NATO.

 

«Non vogliamo più fare affari commerciali con la Spagna», aveva detto, lamentandosi del fatto che Madrid è «un pessimo partner nella NATO» e che «sono senza speranza. Gente cattiva».

 

La verità è che il presidente americano, genio incontrastato nell’uso dei media, conosce il valore iconico dell’immagine finale, quindi non ha resistito alla possibilità di un photobombing presidenziale. Le polemiche e le prese in giro a breve spariranno, la foto con la i giocatori spagnuoli – e Trump – che alzano la Coppa resterà per sempre.

 

Ad ogni modo, continuano le polemiche sul vertice FIFA Gianni Infantino, considerato succube del presidente statunitense, al punto da accogliere l’incredibile suggerimento di annullare un cartellino rosso per un componente della sfortunata selezione USA.

 

La Spagna ha dominato grandemente la finale, costringendo il portiere argentino Emiliano Martinez a ben 12 parate. La squadra del cattolico Luis de la Fuente ha registrato i primi 20 tiri in porta della partita.

 

L’Argentina è rimasta in dieci uomini poco prima dell’inizio dei tempi supplementari, dopo l’espulsione di Enzo Fernandez per doppia ammonizione. Lo stile di gioco falloso e bullesco della squadra sudamericana ha scatenato critiche da ogni parte.

 

Il subentrato Ferran Torres ha finalmente sbloccato il risultato al 106° minuto, insaccando da distanza ravvicinata dopo un colpo di testa di Nico Williams su cross di Pedro Porro.

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La vittoria ha assicurato alla Spagna il suo secondo titolo mondiale maschile, 16 anni dopo il trionfo in Sudafrica nel 2010. Con la vittoria della squadra femminile nel torneo del 2023, la Spagna è diventata anche il primo paese a detenere contemporaneamente i titoli mondiali sia maschile che femminile.

 

La sconfitta ha impedito all’Argentina di conquistare il secondo titolo mondiale consecutivo e ha posto fine in modo deludente a quella che probabilmente è stata l’ultima apparizione di Messi ai Mondiali. Il 39enne ha faticato a incidere contro la difesa spagnola, dopo aver contribuito a portare l’Argentina alla sua seconda finale consecutiva.

 

Prima della partita, Messi aveva alimentato le voci sul suo ritiro condividendo l’immagine di un paio di scarpini con la scritta «El Último Tango» – «L’ultimo tango». Al fischio finale, non è riuscito a trattenere le lacrime, vedendo svanire le speranze dell’Argentina di difendere il titolo.

 

La memoria di questa partita sarà per sempre segnata dall’infamia del comportamento violento e infantile degli argentini, che dopo il fischio di chiusura hanno scatenato risse e prodotto atti di mancanza di rispetto indegni, come voltare le spalle mentre la squadra vincitrice viene premiata. Essendo che il risultato è stato ampiamente meritato, visto il gioco superiore degli spagnuoli (con ulteriori reti valide annullate per falli che sembrano in realtà sospette simulazioni), va compreso che si tratta di una vera, intollerabile immaturità da parte dei giocatori argentini, Messi incluso, che mentre piange a favor di steadycam si accorge della rissa fatta partire dai suoi compagni di squadra ma non fa nulla per fermarli: il problema del campione, dunque, non è solo la mancanza di carisma.

 

Per questo spettacolo indegno – che ha compreso l’evidente mancanza di ossequio istituzionale verso il presidente Trump e soprattutto verso il presidente del Messico Claudia Sheinbaum, la FIFA ha aperto un’inchiesta, che speriamo porti ad una squalifica, magari lunga anni, per la nazionale di Buenos Aires.

 

Trump è diventato il primo presidente statunitense in carica ad assistere a una finale di Coppa del Mondo sul suolo americano. Prima della partita, ha salutato il torneo allargato a 48 squadre come un grande successo e ha dichiarato che gli Stati Uniti sono diventati «un Paese di calcio».

 

Trump sembrava propendere per l’Argentina, pur rifiutandosi di fare una previsione esplicita. «Non prenderò posizione, ma penso che sia molto difficile scommettere contro Messi. È fantastico», aveva detto in precedenza a Fox Sports, aggiungendo di aver «sempre apprezzato» sia Messi che il suo storico rivale Cristiano Ronaldo.

 

Due giocatori argentini, Lisandro Martinez e Cristian Romero, si sono rifiutati di stringere la mano al presidente degli Stati Uniti Donald Trump durante la cerimonia di premiazione della medaglia d’argento, dopo la sconfitta per 1-0 dell’Argentina contro la Spagna nella finale dei Mondiali.

 

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Martinez ha evitato di stringere la mano sia a Trump che al presidente della FIFA Gianni Infantino, mentre Romero ha salutato Infantino ma ha evitato Trump, stringendo invece la mano alla presidente messicana Claudia Sheinbaum e al primo ministro canadese Mark Carney.

 

Alcuni, guardando le immagini, hanno sostenuto che il capitano dell’Argentina Lionello Messi di fatto abbia quasi snobbato Trump, che invece sembrava volergli parlare.

 

Come riportato da Renovatio 21, a Buenos Aires vi sono stati scontri tra tifosi e forze dell’ordine: nemmeno i supporter riescono, come adulti, ad accettare la sconfitta.

 

In un Paese serio le proteste della popolazione dovrebbero essere contro il comportamento indegno dei suoi giocatori.

 

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Immagine screenshot da Twitter

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