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Giorgetti e Draghi, presidenti?

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In molti constatano che la Lega si sia svenduta, supportando il Governo Draghi-Speranza su decreti come il green pass. Ma non è altrettanto chiaro in che cosa consista il tornaconto.

 

Qui di seguito vedremo come sia da tempo la stessa stampa italiana  a spiegarci che cosa potrebbe incassare il partito degli ex- sovranisti in salsa celtica.

 

Cominceremo dalla fine: il presunto piano è  eleggere Draghi come Presidente della Repubblica e nominare Giorgetti Presidente del Consiglio. Senza passare per le elezioni, ça va sans dire.

 

Il tornaconto, insomma, è il governo dei prossimi 7 anni. Mica male.

 

Il presunto piano è  eleggere Draghi come Presidente della Repubblica e nominare Giorgetti Presidente del Consiglio. Senza passare per le elezioni, ça va sans dire

La voce che vuole Draghi come ipotetico successore di Mattarella gira nei palazzi di Roma fin dalle prime ore dall’insediamento dell’ex Banchiere a febbraio. Qua e là sui giornali, en passant, l’ipotesi è ciclicamente apparsa.

 

Tuttavia è con l’uscita di Giancarlo Giorgetti (28 agosto) e Giorgia Meloni ( 5 settembre) che le parti in gioco sono state costrette a mostrare le carte: 

 

Giorgetti: «”Se Draghi va al Colle si voti”. Mario Draghi al Quirinale? “È un argomento molto dibattuto. Chiaramente, Draghi è una delle persone più adeguate a ricoprire quella carica. Prima o poi, potrebbe essere la sua destinazione. Ma se Draghi andasse al Colle, onestamente penso che si dovrebbe andare a votare. Piuttosto che soluzioni pasticciate, meglio le elezioni”. Così il ministro dello Sviluppo economico, Giancarlo Giorgetti, il più draghiano dei leghisti, alla festa di Affaritaliani.it a Ceglie Messapica. (La Stampa, 28 agosto )


Meloni: «”Se Draghi va al Quirinale si vota. Ma non vedo tanti lavorare per questo”. Soltanto una battuta, ma velenosa. E che racconta di come le tensioni, dalle parti del centrodestra, siano tutt’altro che spente. Il tema è lo scenario disegnato qualche giorno fa da Giancarlo Giorgetti, secondo cui se Mario Draghi andasse al Quirinale poi l’unica strada sarebbe quella delle urne. Giorgia Meloni risponde appunto con una battuta: “L’ipotesi che si possa andare subito al voto è una delle cose che potrebbe convincermi a sostenerlo”, sorride la leader di Fratelli d’Italia che subito dopo aggiunge: “Nel caso, l’ipotesi delle urne sarebbe realistica. E infatti non mi pare che siano in molti a lavorare per portare Draghi al Quirinal”e» (Corriere della Sera, 5 settembre)

 

Il tornaconto per la Lega, insomma, è il governo dei prossimi 7 anni. Mica male

«La pietra che il ministro Giancarlo Giorgetti ha lanciato nello stagno del Parlamento ha scatenato nella Lega, nel centrodestra e tra i partiti di maggioranza un moto ondoso denso di dietrologie e sospetti. “Punta a spaccare la Lega”, temono i fedelissimi di Salvini. “Vuole avvelenare i pozzi”, è la lettura di un dirigente del PD. Al quotidiano La Stampa il ministro dello Sviluppo ha confidato che Draghi dovrebbe restare a Palazzo Chigi “per tutta la vita”. Ma non si può, perché alla prima scelta politicamente sensibile la coalizione si spaccherebbe e “Draghi non può sopportare un anno di campagna elettorale permanente”. E poiché Giorgetti ritiene “complicato” un bis di Mattarella, non resta altra via che accompagnare Draghi sulla strada del Colle più alto. Le tesi del ministro hanno fatto scattare l’allarme nei partiti, dove c’è chi ha visto nelle dichiarazioni del numero due della Lega il preciso intento di ribaltare il tavolo di quanti lavorano dietro le quinte a una legge elettorale proporzionale, che consenta a Draghi di restare premier fino al 2028». (Corriere della Sera, 28 settembre)

 

Ugo Magri, il quirinalista de La Stampa, ci informa che  gira «la voce insistente per cui Mario resterebbe a guidare il governo, ma soltanto ed esclusivamente se Sergio gli coprisse le spalle accettando a sua volta di rimanere dov’è; magari non per tutti e sette gli anni, al massimo per un paio, giusto il tempo di tenere calda la poltrona del Quirinal”. In altre parole, Draghi non può continuare a fare il Presidente del Consiglio se non c’è un Presidente della Repubblica che gli dia supporto. E questo potrebbe essere solo Mattarella. Ma Mattarella ha già ripetuto –per motivi che non indagheremo qui – che non intende accettare un secondo mandato al Quirinale» (28 settembre).

 

Mettiamo insieme i pezzi sulla scacchiera.  Assunto che Mattarella non voglia accettare un secondo mandato, Draghi non avrebbe la forza per restare altri 2 anni alla Presidenza del Consiglio in attesa delle elezioni del 2023.

 

La Lega scommette sul fatto che Mattarella non sarà ricandidato, anche se potrebbe trattarsi di un bluff.

La Lega scommette sul fatto che Mattarella non sarà ricandidato, anche se potrebbe trattarsi di un bluff.

 

Come spiegava Il Giornale del 29 agosto, infatti, «la Lega sospetta un piano PD per prendere il Colle e punta sulla candidatura del premier Draghi. Con settembre si riapre la battaglia per le amministrative ma la sfida a cui pensano i partiti è quella che si giocherà tra pochi mesi, per la successione di Mattarella al Quirinale. Il premier Draghi, in modo più o meno esplicito, è il vero protagonista della partita. Il sospetto della Lega è che il PD voglia piazzare un suo uomo al Quirinale, e che dietro gli appelli del segretario Letta perché Draghi resti a Palazzo Chigi “almeno fino al 2023” ci sia appunto una manovra Dem per prendersi (di nuovo) il Colle».

 

Dunque, che Mattarella sia o meno disponibile ad un secondo mandato, è un dilemma che la Lega pensa di risolvere  mandando Draghi al Quirinale, tagliando possibili agguati del Pd. Il punto vitale per la Lega è evitare di avere un altro Presidente della Repubblica europeista per altri 7 anni, senza almeno averne in cambio qualcosa.

 

Ebbene, se Draghi andasse al Quirinale, rimarrebbe l’incognita del suo successore alla Presidenza del Consiglio. Anzi, rimarrebbe l’incognita della stessa sopravvivenza di un esecutivo.

 

«Insieme al partito di Draghi al Colle, cresce in queste ore nel Palazzo, l’ipotesi di un governo elettorale. Guidato da Daniele Franco o Marta Cartabia, che traghetti il Paese fino alle urne da tenere in autunno 2022: dopo cioè che la legislatura abbia compiuto i quattro anni, sei mesi e un giorno utili a far percepire a tutti un futuro assegno pensionistico». (La Stampa,  29 settembre)

 

Ora abbiamo tutti gli elementi per avvicinarci alla conclusione: a meno che non fosse lo stesso Draghi a sciogliere le Camere una volta salito al Quirinale, a nessun partito –fatta eccezione per la Lega e Fratelli d’Italia –converrebbe chiedere elezioni anticipate dopo l’elezione di Draghi al Quirinale.

 

Non converrebbe genericamente ai parlamentari per motivi pensionistici fino all’autunno del 2022.

 

Non converrebbe a renziani e grillini, che perderebbero i seggi del 2018 con percentuali ormai polverizzate.

 

Non converrebbe a nessuno, fatta eccezione per la Lega e FdI, i quali sommati superano ad oggi il 40 % dei voti.

 

Pertanto, con Draghi al Quirinale – in caso di elezioni  anticipate – la Lega sarebbe incaricata di formare un governo, presumibilmente con Giorgia Meloni. La quale potrebbe avere anche più voti  dei leghisti e trovarsi ad essere premier della coalizione. Per questo motivo, da ultimo, andare a votare non conviene nemmeno alla Lega. Converrebbe soltanto  a Fratelli d’Italia.

 

Quando Giorgia Meloni afferma che se Draghi salisse al Quirinale, si dovrebbe andare a votare, possiamo dedurre che sia sincera. Ma, domandiamoci, quale può essere invece il piano di Giorgetti?

 

Ci sono tutti gli elementi per immaginarlo. Quando Giorgetti afferma di voler andare alle elezioni una volta eletto Draghi al Quirinale, si tratta verosimilmente di un rilancio strategico perché la Lega può contare molto di più come ago della bilancia per un governo provvisorio fino al 2023 che non rischiando di giocarsi la formazione di un governo con Fratelli d’Italia a seguito di elezioni anticipate.

 

Specialmente, ricordiamo che la Lega attualmente non avrebbe i numeri per imporre elezioni anticipate: si troverebbe infatti nella stessa situazione di stallo in cui so trovò prima della formazione del Governo Conte 2. Complessivamente il Parlamento si troverebbe nella stessa situazione di precarietà in cui si trovò nei giorni della caduta del Governo Conte 2, che portarono alla nomina del Governo Draghi a gennaio-febbraio 2021.

 

Correre il rischio di trovarsi all’opposizione proprio quando arrivano miliardi di euro non è certamente qualcosa di motivante per alzare le barricate

Se a questo aggiungiamo che l’ala governista della Lega (quella giorgettiana) rappresenta tutti i governatori delle Regioni leghiste, possiamo anche intuire come in gioco ci sia anche la gestione dei miliardi del Recovery Fund: le Regioni sono tra i principali destinatari dei fondi e si occuperanno dell’allocazione delle risorse. Correre il rischio di trovarsi all’opposizione proprio quando arrivano miliardi di euro non è certamente qualcosa di motivante per alzare le barricate.

 

Perché sospettiamo che Giorgetti stia bluffando quando evoca elezioni dopo che Draghi salisse al Quirinale?

 

Perché, senza la Lega al governo, Draghi si troverebbe ad essere il Presidente della Repubblica con un governo – nella migliore delle ipotesi –sgangherato come il Governo Conte 2. Un governo, in cui –  per trovare la maggioranza – ex deputati di Forza Italia dovrebbero creare gruppi misti con ex grillini addotti dagli alieni.

 

«I veleni verso il ministro dello Sviluppo economico sono molto diffusi: “Vuole mandare Draghi al Quirinale per diventare premier”, dice un deputato»

Pertanto, in questo scenario è Draghi stesso ad avere tutto l’interesse affinché la Lega permanga nel prossimo governo provvisorio. Già, ma in cambio di cosa Giorgetti sarebbe disposto a rimanere nel prossimo governo provvisorio senza passare all’opposizione e aspettare le elezioni  trionfali del 2023?



Ce lo dicono i giornali: in cambio della Presidenza del Consiglio.

 

«Giorgetti e la Lega Nord delle origini nella partita nuova che si giocherà con l’elezione del Presidente della Repubblica e potrebbe dar vita a un nuovo centrodestra repubblicano». ( Marcello Sorgi, La Stampa, 29 Settembre)

 

«Lega in subbuglio. Giorgetti vuole il posto di Draghi. La partita interna però ha ancora i tratti feroci. Nei corridoi di Montecitorio, ma anche nelle piazze della campagna elettorale, i veleni verso il ministro dello Sviluppo economico sono molto diffusi: “Vuole mandare Draghi al Quirinale per diventare premier”, dice un deputato». (La Stampa, 30 settembre)

 

E sarà il governo di Confindustria in Draghi-Giorgetti per i prossimi 7 anni

Anche sul Messaggero si considera concretamente questa ipotesi: «Se è vero che “l’interesse del Paese è mandare Draghi al Quirinale”, come dice Giorgetti, per avere un personaggio di spicco in grado di rassicurare l’Europa e gli investitori, elezioni anticipate e il rischio di un nuovo caos post voto, potrebbe però essere percepite in maniera opposta. Per evitare una transizione soft servirebbe quindi avere un governo pronto, magari guidato dallo stesso Giorgetti. Un modo per tranquillizzare anche quel 90% di parlamentari che sono pronti a tutto – anche a non votare tra cinque mesi Draghi – pur di evitare l’interruzione della legislatura». (30 settembre)

 

Il piano sembra diventare di giorno in giorno più verosimile anche nelle fila del PD e del M5s: «Il loro sospetto è che l’esecutivo di Draghi si stia schiacciando su Confindustria con la sponda del leghista Giancarlo Giorgetti». (La Stampa, 24 settembre)



E sarà il governo di Confindustria in Draghi-Giorgetti per i prossimi 7 anni.

 

Mandare un leghista alla Presidenza del Consiglio richiede che sia effettuata una ridefinizione d’identità del partito salviniano

La conferma che si stia preparando un’ascesa dei Giorgetti (cioè della Lega governista) di contro alla vecchia Lega salviniana, si ha anche guardando alla continua operazione di demolizione e frazionamento della  Lega operata dai media, da ormai molti mesi.

 

La spaccatura è stata sigillata sul tema del green pass e in questi giorni si sta frantumando lo staff salviniano, attraverso la costruzione del caso Morisi.

 

Il motivo è già stato accennato sopra: mandare un leghista alla Presidenza del Consiglio richiede che sia effettuata una ridefinizione d’identità del partito salviniano; se da una parte il piano di potere per i prossimi anni non può prescindere dal riconoscimento della Lega, si rende necessario rendere  digeribile l’operazione agli elettori delle sinistre europeiste.

 

E, onde evitare che Salvini possa avere voce in capitolo sulla decisione di creare un governo europeista per Draghi, è necessario che Salvini sia il più isolato possibile; ad esempio, tagliandogli le comunicazioni

E, onde evitare che Salvini possa avere voce in capitolo sulla decisione di creare un governo europeista per Draghi, è necessario che Salvini sia il più isolato possibile; ad esempio, tagliandogli le comunicazioni.

 

Dopotutto proprio uno dei garanti dell’operazione, Silvio Berlusconi, ha già riassunto il piano con una battuta: «Salvini o Meloni premier? Non scherziamo».

 

Ed ecco spiegata l’impressione di Giorgia Meloni: «se Draghi va al Quirinale si vota. Ma non vedo tanti lavorare per questo».

 

 

Gian Battista Airaghi

 

 

 

Immagine del Quirinale di Egiglia via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0); immagine modificata.

Immagine di Mario Draghi di World Economic Forum via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-SA 2.0); immagine modificata.

Immagine di Giancarlo Giorgetti di Presidenza della Repubblica via Wikimedia; immagine modificata.

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«Draghi ha ricevuto dall’Europa una licenza di uccidere?» Intervento dell’on. Donato all’europarlamento?

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Renovatio 21 pubblica l’intervento dell’europarlamentare Francesca Donato al Parlamento Europeo sulle violazioni dei diritti umani in Europa. Renovatio 21 ha pubblicato pochi giorni fa il discorso dell’onorevole sull’Italia «sede prescelta per un esperimento sociale vero e proprio, che punta al controllo spasmodico dell’individuo ed alla schedatura di tutti i cittadini con sistemi digitalizzati ed intercomunicanti, al fine di coartarne la volontà e le scelte tramite un sistema di libertà condizionata ad una serie di adempimenti».

 

 

È davvero frustrante assistere, per una cittadina europea italiana, a questa inedita prova di forza dell’Unione contro lo stato polacco per mancato rispetto della Rule of Law in tema di ideologia LGBT e nomine dei giudici, mentre in Italia i diritti fondamentali sanciti nella carta europea dei diritti dell’uomo vengono calpestati dal governo del non eletto presidente Draghi con l’introduzione di misure gravemente discriminatorie e vessatorie contro la minoranza dei lavoratori e studenti non vaccinati contro il COVID e la repressione violenta delle proteste pacifiche in corso.

 

Forse il Premier Draghi ha ricevuto dalle istituzioni europee una licenza di uccidere?

La violazione della Rule of Law è ben più grave di quella contestata alla Polonia ma la commissione non se ne occupa.

 

Forse il Premier Draghi ha ricevuto dalle istituzioni europee una licenza di uccidere?

 

Se non è così, commissario intervenga subito in difesa dei cittadini italiani che chiedono aiuto, come hanno fatto ieri a Trieste.

 

 

 

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Prodi se lo lascia scappare: il green pass resterà

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Romano Prodi se lo lascia scappare: il green pass durerà a lungo. Finché ce ne sarà bisogno. Forse, si potrebbe pensare, per sempre.

 

«L’obbligo dovrà essere cancellato solo il giorno in cui non ce ne sarà più bisogno». Il tono del mite ex democristiano parrebbe qui perfino un po’ imperativo.

 

È ormai nota l’obiezione nell’ambito della Filosofia del  Diritto che Massimo Cacciari ripropone in tutte le occasioni senza che ne venga colta la gravità: uno stato di emergenza deve dichiarare i  parametri da raggiungere per uscire dall’emergenza stessa; in caso contrario non è  «stato di emergenza»,  bensì  «stato di eccezione», uno stato che in genere viene anche chiamato «dittatura», «autoritarismo», «tirannia», «dispotismo» etc.

 

«L’obbligo dovrà essere cancellato solo il giorno in cui non ce ne sarà più bisogno». Il tono del mite ex democristiano parrebbe qui perfino un po’ imperativo.

«Stato di emergenza» e «stato di eccezione» sono cose ben diverse.

 

Evidentemente non lo sono per  Prodi, uomo che con probabilità sta cercando di presentarsi come possibile successore di Mattarella.

 

Sul Messaggero del 17 ottobre l’ex presidente della Commissione Europea afferma:

 

«L’obbligo del green pass ha quindi già accelerato l’arrivo della cosiddetta immunità di gregge, cioè del momento in cui l’epidemia sarà, almeno in Italia, definitivamente sotto controllo. Porsi quindi una data di scadenza dell’obbligo del green pass, come è la tesi recentemente espressa da Salvini, non si fonda su alcun dato oggettivo: l’obbligo dovrà essere cancellato solo il giorno in cui non ce ne sarà più bisogno».

 

Traduciamo noi la filosofia del diritto del professor Prodi: lo stato di emergenza si manterrà finché ce ne sarà bisogno. Concetto quest’ultimo, non esattamente definito.

 

«Gli italiani, almeno nella prima applicazione delle nuove misure, hanno capito tutto questo e hanno dato, nella stragrande maggioranza, il loro contributo per anticipare l’arrivo di quel giorno».

 

La conclusione del docente emiliano – da lunghi anni molto amico della Cina – è ancora più serena, quasi serafica:

 

«Anche se non voglio procedere a giudizi affrettati su eventi che ancora sono in corso, mi sembra quindi che i comportamenti di questi ultimi due giorni dimostrino che, nella loro maggioranza, gli italiani non si accontentano che il governo si limiti a proteggere i diritti individuali, ma debba ugualmente tenere conto degli interessi collettivi della società in cui viviamo. Con il green pass il governo ha semplicemente imposto che questi diversi interessi vengano tra loro armonizzati».

 

Non sappiamo se con questa espressione voglia riferirsi all’ideale della hexié shèhuì, la «società armoniosa» lanciata dall’ex presidente della Repubblica Popolare Cinese Hu Jintao, ma purtroppo, riguardo le inclinazioni degli italiani, potrebbe avere torto.

 

Infatti il giorno successivo agli «armoniosi» sgomberi del porto di Trieste, su La Verità del 20 ottobre Maurizio Belpietro pubblica un sondaggio dell’Università Cattolica dove si dimostra che il 50 % degli italiani è ostile al green pass. La metà della popolazione è contraria alla passaporto vaccinale totale.

 

«EngageMinds Hub ha intervistato 6.ooo persone, senza badare alle simpatie politiche di destra o di sinistra. Oggetto del sondaggio è l’opinione degli italiani a proposito del certificato verde» scrive il quotidiano milanese.

 

«Beh, a leggere lo studio si capisce che i cosiddetti no pass sono tutt’altro che quattro gatti e quattro estremisti. Solo poco più della metà degli italiani, il 56%, ritiene che il green pass sia una misura efficace a ridurre il rischio di contagi. E soltanto il 52% pensa sia giusto vietare l’accesso ai luoghi di lavoro a chi non ne sia in possesso».

 

Ma all’ex premier dell’era dell’«Ulivo mondiale» va ancora peggio quando a contraddirlo è lo stesso Silvio Brusaferro, presidente dell’Istituto Superiore di Sanità e portavoce del CTS, il quale su La Stampa del 20 ottobre afferma che l’immunità di gregge non esisterà mai.

 

«Scordiamoci l’immunità di gregge, la terza dose potrebbe servire a tutti». Chiediamo noi: e poi allora la quarta, la quinta etc… ?

 

Ha ragione Cacciari: chiamatelo «stato di eccezione». Ci siamo già dentro da 21 mesi. Ci siamo dentro per sempre

«L’immunità di gregge, intesa come livello di immunizzazione che azzera la circolazione di un virus, non è obiettivo che ci possiamo porre con il SarsCov-2. Gli obiettivi sono altri: ridurre il più possibile la circolazione del virus ed i contagi e contenere al minino ricoveri e morti. Questo implica avere una massiccia copertura vaccinale della popolazione e garantirne la durata nel tempo».



Già, e come si garantirebbe questa “durata nel tempo” se i vaccini non permettono di raggiungere la leggendaria immunità di gregge come sostiene Brusaferro?

 

Ma è semplice: i parametri non esistono, si devono solo prolungare indefinitamente  le limitazione previste dallo stato di emergenza, cioè  quello che nella neo-lingua orwelliana si chiama «limitare i contagi».

 

Quindi ha ragione Cacciari: chiamatelo «stato di eccezione». Ci siamo già dentro da 21 mesi. Ci siamo dentro per sempre.

 

 

Gian Battista Airaghi

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«Tienanmen vaccinale»: cosa succederà sabato a Trieste?

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Il governo ieri ha accettato di mettere in piedi un tavolo con la protesta triestina. Come reso noto dal leader della sigla sindacale portuale CLPT Stefano «Ciccio» Puzzer, l’autorità esecutiva ha accettato l’incontro, secondo alcune condizioni.

 

I portuali hanno ottenuto che l’incontro si tenesse a Trieste e non a Roma – come invece avevano accettato prima, rimediando  un bizzarro, superfluo «incontro» al Senato (come se il Parlamento avesse ancora qualche voce in capitolo).

 

Secondariamente, il potere ha deciso di mandare a Trieste il grillino Stefano Patuanelli, oggi ministro delle politiche agricole alimentari e forestali. (Se non sapete chi è, non vi preoccupate: non siete i soli)

 

In terzo luogo, il governo ha fatto sapere che l’incontro avverrà sabato.

 

Analizziamo la questione punto per punto. Dove, chi, quando.

La scelta di mandare Patuanelli è al limite dell’insulto. Che i portuali parlino con il ministro delle politiche agricole e forestali potrebbe sottendere, ironizzano in rete, che il potere consideri i manifestanti come bestiame

 

Sicuramente, il luogo del tavolo, Trieste, è l’unica concessione fatta alla protesta. Al contempo, però, permette al governo plausible deniability («negabilità plausibile»: il poter fornire scuse adatte a discolparsi) riguardo la presenza di altri ministri, magari quelli più interessati alla questione (Trasporti, Sanità, Interni) e financo del Presidente del Consiglio dei Ministri Mario Draghi, che è il vero grande artefice di tutta l’accelerazione impressa al marchio bio-digitale su tutti i lavoratori italiani.

 

Fare l’incontro  lontano da Roma permette a Speranza, Lamorgese, Draghi di starsene lontanissimi dalla polveriera triestina, mandando così un ministro di seconda (o terza) fila.

 

La scelta di mandare Patuanelli, infatti, è al limite dell’insulto. Che i portuali parlino con il ministro delle politiche agricole e forestali potrebbe sottendere, ironizzano in rete, che il potere consideri i manifestanti come bestiame. Animali da macello, magari da portare al pascolo un po’ prima di venderli o abbatterli per farci lo spezzatino.

 

Patuanelli ha oggi perfino meno importanza di quanta ne avesse nel governo Conte bis – il governo che attuò, primo in Occidente, i lockdown più mostruosi – dove ricopriva la non piccola carica di Ministro dello Sviluppo Economico. Molte delle regole pandemiche che hanno distrutto la nostra economia dovrebbero essere passate anche sul suo tavolo.

 

Draghi, Lamorgese, Speranza sanno che devono stare a migliaia di chilometri di distanza da Trieste, dove la situazione potrebbe generare immagini spiacevoli, che finirebbero quindi per sempre associate a loro, come in un G8 genovese qualsiasi

Tuttavia, il ministro Patuanelli, ora scivolato al Ministero agricolo, ha oggi ancora meno importanza, e davvero non si capisce perché mai dovrebbe lui incontrare la massa in rivolta a Trieste e non i ministri degli Interni, del Lavoro, dei Trasporti, della Salute – e, ribadiamo, la cosa dovrebbe interessare anche al Primo Ministro.

 

Il quale Primo Ministro si tiene alla larga dalla criptonite triestina anche perché (lo abbiamo capito sin dal primo momento, quando lo abbiamo visto parlare per la prima volta in Parlamento per il suo insediamento) crediamo che davvero non sia abituato, diciamo così, a trattare con il popolo, non ne ha mai visto uno (del resto, come in una favola principesca, egli regnava su una alta torre, l’Eurotower della BCE a Francoforte), e qualcuno può interrogarsi sul quando il Draghi può aver avuto contatto con un portuale o anche con una semplice partita IVA.

 

Draghi, Lamorgese, Speranza sanno che devono stare a migliaia di chilometri di distanza da Trieste, dove la situazione potrebbe generare immagini spiacevoli, che finirebbero quindi per sempre associate a loro, come in un G8 genovese qualsiasi. E questo nonostante il Corriere della Sera riporti la notizia della repressione al porto («idranti», scrive il primo quotidiano nazionale) a pagina 18. Prima, giustamente, c’erano i risultati delle elezioni disertate da un elettore su due.

 

Qui entra in giuoco il terzo punto: il giorno di sabato. Anche qui, siamo ai limiti dell’insulto: facciamo sabato, pare dire il governo, che in settimana ci abbiamo da fare, siamo impegnati in cose serie. La vostra non lo è. Quindi, accontentatevi.

Anche qui, siamo ai limiti dell’insulto: facciamo sabato, pare dire il governo, che in settimana ci abbiamo da fare, siamo impegnati in cose serie. La vostra non lo è. Quindi, accontentatevi

 

Insomma: sabato con Patuanelli – a questo punto magari il potere poteva anche sputare per terra o mostrare il dito medio, o sghignazzarsela per la combo inflitta all’insurrezione populista.

 

C’è di sicuro un elemento tattico che hanno considerato. Sabato è tra cinque giorni. Un’enormità rispetto alle forze che servono per tenere in piedi una protesta, specie ora che la sede primigenia – il porto – è stata sgombrata con la forza e sigillata con ruspe e new jersey.

 

Gli strateghi del governo devono aver pensato: tempo cinque giorni la protesta sarà fiaccata. Sfinita.

 

Tuttavia è possibile pensare invece ad un altro scenario. Non è improbabile che sabato – giornata usualmente utilizzata per la protesta pacifica di centinaia di migliaia di persone in tutta Italia da quattordici settimane – una massa enorme di persone converga su Trieste divenuta epicentro della lotta contro il green pass.

Non è improbabile che sabato – giornata usualmente utilizzata per la protesta pacifica di centinaia di migliaia di persone in tutta Italia da quattordici settimane – una massa enorme di persone converga su Trieste divenuta epicentro della lotta contro il green pass

 

Fermare una simile quantità di persone diventerebbe difficile, arduo – a meno di istituire un blocco delle autostrade. Un’operazione di magnitudine militare della quale, forse, oggi il governo non avrebbe più di tanto timore.

 

La convergenza della protesta nazionale a Trieste potrebbe riempire l’enorme Piazza Unità d’Italia creando una situazione davvero instabile. Per soprammercato, ogni cosa potesse accadere a Trieste (come l’eventualità di altre cariche della polizia contro i manifestanti inermi come quelle viste lunedì) risuonerebbe in tutte le altre piazze d’Italia che il sabato protestano e che ieri sera già hanno fatto sapere di essere in contatto profondo con il capoluogo giuliano: Trieste chiama...

 

La scelta del sabato come giorno del faccia a faccia può rivelarsi insomma come un incredibile autogol del governo. A meno che esso non programmi di portare le azioni di sgombro viste al porto anche su Piazza Unità d’Italia: saremmo, in questo caso, dalle parti di Pechino 1989 – Trieste come la prima Tienanmen vaccinale del mondo

La scelta del sabato come giorno del faccia a faccia può rivelarsi insomma come un incredibile autogol del governo. A meno che esso non programmi di portare le azioni di sgombro viste al porto anche su Piazza Unità d’Italia: saremmo, in questo caso, dalle parti di Pechino 1989 – Trieste come la prima Tienanmen vaccinale del mondo.

 

A meno che, quindi, non si scelga di fare di Trieste un esempio nazionale ed internazionale della repressione più sfrontata. Colpire una Trieste per educare cento Milano, Roma, Parigi, Berna, Berlino, Melbourne, New York

 

Ma rifiutiamo questo pensiero: il governo pandemico non può desiderare uno scenario del genere. No?

 

 

 

 

 

 

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