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È morto Filiberto Degani, l’uomo che lanciò Vasco Rossi

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Pochi giorni fa, in una casa di riposo in provincia di Reggio Emilia è morto Filiberto Degani, un uomo che in un certo senso ha fatto la storia dell’Emilia-Romagna e financo della musica italiana.

 

Degani, infatti, è stato il creatore, il gestore e l’ideatore della discoteca Snoopy di Modena dal 1970 al 2001. Dallo Snoopy partì la sontuosa carriera di Vasco Rossi, amico del Degani, di cui si parla anche nel libro «Il giovane Vasco».

 

È morto Filiberto Degani, un uomo che in un certo senso ha fatto la storia dell’Emilia-Romagna e financo della musica italiana

Avendo saputo della morte del fondatore dello Snoopy, Vasco ha scritto un post Facebook e due post Instagram ricordandone la figura ed esternando il proprio cordoglio. 

 

Lo stesso ha fatto Vinicio Capossela, altro artista lanciato dal Degani che nel frattempo aveva aperto un paio di locali anche in riviera romagnola, lo Snoopy Holiday e il famoso Bobo di Misano Brasile, dove suonò anche Vinicio Capossela.

 

La canzone «Maraja», come conferma lo stesso Capossela, è ispirata a Filiberto Degani.

 

Chi ha vissuto l’epopea della musica e soprattutto delle sale da ballo dagli anni ‘70 agli anni ‘90, non può non conoscere il locale di Piazza Cittadella a Modena, non poteva non conoscere Filiberto.

 

Da lui — che aveva un grande fiuto per i giovani talenti come dimostra l’ascesa di Vasco, che allo Snoopy faceva il dj — sono passati tanti, tantissimi personaggi famosi ancora oggi, una fra tante l’ex Miss Italia Martina Colombari.

 

Per quanto mi riguarda, ho avuto l’occasione di conoscere il Degani nell’ultimo tratto della sua vita terrena, quando tutto il successo e tutta la fama erano in un qualche modo scemati. Non ne conosco a dire il vero i motivi, ma posso certamente dire che Degani era un vero e proprio personaggio, ormai rabbonito e quietato dalla sua salute un po’ precaria. 

 

Aveva un grande fiuto per i giovani talenti come dimostra l’ascesa di Vasco, che allo Snoopy faceva il dj

Posso dire che è sempre andato a letto abbastanza tardi. Forse perché, nonostante l’età — avrebbe compiuto ottant’anni fra pochi giorni, pur non dimostrandoli — il suo fisico era ancora abituato agli orari della movida che hanno fatto parte di lui per una vita intera. 

 

Ora che se ne è andato, è indubbio, sono tante le persone che lo ricordano, che lo acclamano come una celebrità venuta a mancare. Da Vasco Rossi a Vinicio Capossela passando per tutte testate giornalistiche, dal Corriere a Repubblica, da Sky Tg24 ai quotidiani locali.

 

«I veri amici, le persone sincere, ci sono nel momento del bisogno. E io ora avrei bisogno ma nessuno viene a trovarmi», ricordo che mi disse una volta

Parole di lode, di amicizia, di cordoglio e di affetto. Tutto bello, sicuramente. Tuttavia mi chiedo dove fossero tutte queste persone prima, nel momento potremmo dire più difficile della vita di quest’uomo che aveva sostanzialmente perso tutto: successo, fama, gioventù e, con essa, la salute che iniziava sempre più a scricchiolare, insieme a tutti gli affetti che pian piano si erano dileguati.

 

È bello e tutto sommato anche più facile parlare dopo. Ma allo stesso tempo pare anche un po’ ipocrita.

 

Posso purtroppo garantire che Filiberto non aveva amici intorno. Non aveva affetti. Non aveva persone grate che si ricordassero di lui. 

 

Ha finito la sua vita praticamente da solo

Ha finito la sua vita praticamente da solo.

 

«I veri amici, le persone sincere, ci sono nel momento del bisogno. E io ora avrei bisogno ma nessuno viene a trovarmi», ricordo che mi disse una volta.

 

Aveva ragione, ragione da vendere.

 

Credo che questo valga per tutti: ci ricordiamo troppo tardi di chi non c’è più, e ci piace farci belli davanti al grande pubblico che osserva e ascolta le nostre commosse lodi per chi non può più commentarle. 

 

Il successo, così come qualsiasi altra cosa materiale, è effimero, passeggero, traditore

Il successo, così come qualsiasi altra cosa materiale, è effimero, passeggero, traditore: sic transit gloria mundi!

 

La storia di Filiberto purtroppo ce lo insegna.

 

Con lui se ne va un pezzo di storia, sicuramente, ma credo fosse giusto raccontare anche quel pezzo di storia finale, sconosciuta ai più, dove Degani non era più il boss dello Snoopy, ma una persona estremamente fragile e bisognosa di cure.

 

Cure che, il personale della struttura in cui si trovava, non gli ha di certo fatto mancare, nel silenzio e senza ipocrisie post mortem.

Riposa in Pace, Filly, e che Dio abbia misericordia

 

Riposa in Pace, Filly, e che Dio abbia misericordia. 

 

 

Cristiano Lugli 

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Il fisco come strumento di distruzione della classe media

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Le notizie sull’IRS, l’ente USA per la riscossione delle tasse, si stanno rincorrendo.

 

Forbes ieri batteva la notizia che l’IRS starebbe assumendo 87 mila nuovi agenti, con un aumento sensibile anche riguardo il personale dedicato alle criptovalute.

 

Ottantasettemila: in pratica, una media città italiana, fatta solo di agenti del fisco. La cifra esce dalla discussione del non ancora approvato Inflation Reduction Act. la, «legge sulla riduzione dell’inflazione» che darà all’agenzia 80 miliardi di dollari, la metà dei quali sarà destinata alla repressione dell’evasione fiscale.

 

Pochi minuti e si scatena Elon Musk (che in tasse, quest’anno, ha pagato qualche miliardo).

 

 

«Quando il Paese che si è ribellato per le tasse assume 87.000 nuovi agenti dell’IRS», si legge nel meme, posto sopra la foto di un ridente ufficiale dell’esercito britannico dal film con Mel Gibson The Patriot.

 

Elon, non si sa quanto volontariamente, ha fatto un riferimento alla storia di violenza americana, stavolta non alla guerra civile, ma alla guerra rivoluzionaria contro Londra, che, in effetti, si ebbe in apparenza proprio per motivi fiscali.

 

Passano poche ore, arrivano i fact-checker. Il solito Snopes, addirittura il Time. MSNBC, organo privato del continuum tra Partito Democratico e  Deep State, batte tutti: gli 87 mila nuove guardie delle tasse don’t (and won’t) exist.  Non esistono. Non esisteranno.

 

E via.

 

Poco dopo, emergono altri sconvolgenti dettagli della situazione.

 

Un annuncio di lavoro online per «agenti speciali investigativi criminali» dell’IRS scrive che un «requisito chiave» per i candidati al posto di lavoro è essere «legalmente autorizzati a portare un’arma da fuoco».

 

Dice proprio così. Chiede la disponibilità a «lavorare per un minimo di 50 ore settimanali, (…), compresi i giorni festivi e i fine settimana. Mantenere un livello di forma fisica necessario per rispondere efficacemente a situazioni pericolose per la vita sul lavoro; essere disposti e in grado di partecipare ad arresti, esecuzione di mandati di perquisizione e altri incarichi pericolosi».

 

In pratica, essere pronti a sparare… agli evasori fiscali.

 

Non ci stiamo inventando niente: è proprio scritto nero su bianco sul sito dell’IRS.

 

Non solo. Il turbolento deputato trumpiano Matt Gaetz ha cercato di introdurre una legge che impedisca all’agenzia del fisco USA di comprare ulteriori pallottole. Perché, si viene a sapere, l’IRS è già armata a livelli inimmaginabili: Gaetz ha scoperto che l’IRS ha acquistato più di 700 dollari di munizioni nell’arco di diversi giorni giorni.

 

Il tutto, nel momento in cui il Congresso americano sta cercando apertamente di disarmare i cittadini americani, in barba al Secondo Emendamento. Questo piccolo dato dice moltissimo. Ed è facile capire per chi sono quei (dato 2018) 4,487 e quelle 5,062,006 pallottole.

 

Perfino il Partito Repubblicano americano ha capito costa sta succedendo. Un esercito di agenti del fisco armato fino ai denti non farà altro che molestare i proprietari di piccole imprese e i lavoratori a basso reddito.

 

Gli uomini del Grand Old Party stanno facendo girare un’analisi che mostra che i cittadini che guadagnano meno di 75.000 all’anno riceveranno il 60% delle verifiche fiscali aggiuntive.

 

Il che vuol dire: accanimento totale sulla classe media, fino alla sua spremitura terminale, fino alla sua cancellazione.

 

Una lotta di classe vera e propria, condotta dall’élite contro la piccolo borghesia: e con un esercito assemblato ed armato a spese di quest’ultima.

 

Si tratta dell’ultima linea di persecuzione della middle class.

 

Dovrebbe essere chiaro a tutti che il processo stabilito per questi decenni dai padroni del mondo sia quello: la disintegrazione della classe media.

 

Troppo estesa per non essere un pericolo per il vertice della piramide. Troppo piena di pensieri per non tentare di cambiare le cose quando esse vanno apertamente  contro gli interessi del popolo – e dell’umanità intera. Troppo intrisa di valori conservatori (la famiglia, la religione…) in un mondo che ora più che mai non deve conservare nulla, ma essere resettato.

 

Il Grande Reset, abbiamo ripetuto, è in linea di massima riconducibile alla convergenza tra gli Stati con le grandi multinazionali. Improvvisamente, parlano di ambiente, di equità sociale, di inclusione, di sicurezza sanitaria e di tutte le boiate di Davos e dintorni non solo i governi inetti e corrotti, ma anche le società multimiliardarie. Voi capite che in questo disegno, non c’è alcuno spazio per l’indipendenza dei borghesi, piccoli e medi.

 

Perché, come andiamo ripetendo, l’obbiettivo di tutto questo – vaccini, green pass, denaro digitale inclusi – è la sottomissione degli esseri umani.

 

La realtà è che, in USA come in Europa, il progetto di distruzione della classe media è partito anni e anni fa. Una storia con cronologia convincente a riguardo non è ancora stata scritta – perché, sarebbe stata tacciata, oggi come decenni fa, di cospirazionismo molesto. Tuttavia non abbiamo problemi a indicare una data saliente l’ingresso della Cina nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) nel 2001.

 

Dall’arrivo dei cinesi è partita la globalizzazione – cioè la sinizzazione dell’economia manifatturiera. Con conseguente delocalizzazione, e demolizione del tessuto produttivo fisico occidentale.

 

La classe media in crisi, uccisa dalla concorrenza-dumping a Oriente e dalla concentrazione di mercato dei colossi a Occidente (Amazon, ad esempio), è stata massacrata. Non è stata aiutata, in nessun modo, a uscire dalla miseria spaventosa in cui l’avevano cacciata i medesimi politici che magari aveva votato. Ricordate l’Ulivo mondiale? Clinton, Blair, Prodi… Erano gli anni in cui si bombardava la Serbia (cioè, il proxy della Russia) ma si facevano gli occhi dolci alla Cina.

 

Abbiamo detto, la questione viene da lontano. Soprattutto la questione cinese: ho realizzato nel tempo che le spallucce occidentali dinanzi al massacro di Tian’an Men significassero proprio questo: il patto per portare la Cina a divenire protagonista economica mondiale era stato siglato – probabilmente con Deng Xiaoping, che aveva studiato in Francia, e chissà di quali club aveva preso la tessera – e non doveva essere disatteso per nessun motivo, nemmeno mentre si guardavano migliaia di studenti e cittadini comuni trucidati dai soldati che sparavano nel mucchio e passavano sopra ai cadaveri con l’autoblindo.

 

Perché, il patto tra Deng e i poteri costituiti atlantici con probabilità non riguardava solo la rapina dell’economia manifatturiera occidentale da parte dei cinesi: mirava, più sottilmente, proprio alla distruzione della classe media.

 

Dietro alla colonna di carrarmati bloccate da tank man, l’eroico omino con le borse di plastica, non c’era solo l’industria aerospaziale euroamericana desiderosa di vendere Jumbo ai cinesi. C’era il disegno del padrone del mondo di innalzare la Cina per spazzare via la borghesia dell’Ovest.

 

Questa catastrofe non ha avuto rappresentanti nei Parlamenti, né rappresentazioni scientifiche, libresche, cinematografiche.

 

La classe media moriva, aiutata dalla repressione senza requie del fisco, che intuiva qualcosa di fondamentale: coloro che sono abituati ad un dato tenore di vita, potrebbero, prima di rassegnarsi a perderlo del tutto, cercare di pagare meno tasse per conservare le cose com’erano prima, all’età dell’oro.

 

Ecco le retate ai padroncini, alle fabbrichette, ai luoghi di villeggiatura. Spremere, con la ferocia dell’Esercito di Liberazione del Popolo in quella piazza pechinese del 1989, coloro che sono stati rovinati dalla globalizzazione, perché sono i primi a tentare di evadere, magari anche solo per sopravvivere.

 

Certo, è un ordine di sterminio – come da programma. Distruggere l’economia di una classe significa, di fatto, declassarla. Cioè, degradarla: la classe media diviene classe operaia, o forse nemmeno quella. Perché, grazie all’importazione di milioni di africani, una classe bassa, ancorché non esattamente operaia, vi è già, ha già pienamente sostituito la nostra, in certi lavori ma soprattutto in quantità di condomini e di quartieri.

 

Il borghese declassato si trova a convivere, e a combattere, con l’immigrato afro-islamico, già visibilmente dedito ad alcune prepotenze nei confronti dell’autoctono. L’occhio sopra la piramide gode assai: divide et impera. E così, la classe sociale capace di produrre ricchezza e sviluppo, capace di far accadere le rivoluzioni, sparisce per sempre.

 

Questo disegno, visto da dentro, sa essere osceno come poco altro. Anche perché esso è assai dichiarato.

 

Abbiamo un esempio di persecuzione fiscale di qualche anno fa. Un conoscente, lettore di Renovatio 21, ci ha raccontato della sua misera Partita IVA. Un anno aveva fatturato qualcosa meno di 100 mila euro. Tolte le spese, forse gli era rimasto meno di 1800 euro al mese, per un lavoro alto e faticoso.

 

Il ragazzo aveva pagato tutte le tasse possibili, ci teneva. Diceva: prima viene la mia salute, non posso vivere con l’ansia di avere il fisco che vuole qualcosa da me, quindi pago tutto, se possibile pago pure di più.

 

Fu sorpreso, quindi, quando scattò un controllo nei suoi confronti quattro anni dopo. Il motivo era semplice: dopo 5 anni, per legge, non era più possibile andare a rovistare tra fatture e ricevute per accusare di evasione qualcuno.

 

La Partita IVA era tuttavia serena: quando faceva le notti a produrre documenti che risolvevano le cose contestate, andava a letto sereno, perché si sentiva inattaccabile.

 

Il povero giovanotto non aveva capito nulla: il fisco mise su di lui un intero team – ripetiamo, su una Partita IVA micrologica – praticamente per un anno. Tirarono fuori cose inimmaginabili.

 

Fu una sofferenza infinita, che lasciava sbigottiti: contestavano che la somma rispetto ai viaggi in treno non tornava, risultava un solo biglietto in tutto l’anno invece che decine e decine. Convocato con la commercialista per spiegare questa discrepanza, si rese conto che gli impiegati del fisco avevano fatto una fotocopia della pagina con il blocchetto dei biglietti messi uno sull’altro, e quindi, dalla fotocopia, risultava solo un biglietto.

 

Perché accadeva questo: la commercialista aveva una sua teoria.

 

«Sono al collasso, stanno raschiando il fondo del barile, che per loro è la classe media. Devono fare cassa per evitare il crollo totale, quindi si sono convinti che le piccole attività possano avere soldi da parte, sotto il materasso, magari».

 

La cosa, se ci pensiamo, ha molto senso: è la sempiterna accusa mossa dalla sinistra in Italia – cioè il partito egemone, cioè la magna pars dello Stato-partito – contro gli imprenditori e la popolazione tutta. Vi siete arricchiti a fronte del debito pubblico. Ora pagate.

 

La faccenda andò avanti fino allo sfinimento. Trovarono cose impensate: del resto ci stavano sopra più persone, per tanto tempo… La commercialista gli disse che non aveva mai visto una cosa del genere, è un esempio che poi avrebbe portato ad un seminario di colleghi. Si chiese se non avesse pestato i piedi a qualcuno…

 

Il ragazzo chiese cosa poteva fare. Non voleva dargliela vinta, era un’ingiustizia immane, era una prepotenza. L’alternativa, gli dissero era andare a giudizio, con avvocati e anni e anni di processo e tutto. Il problema era economico: non era in grado di sostenere una spesa del genere. Realizzare di non potersi permettere una difesa, cioè, essere indifeso, gli fece capire che no, probabilmente non faceva più parte del gruppo sociale a cui credeva di appartenere, nel quale credeva di essere nato.

 

Decise, contro ogni morale, di pagare, per levarsi il pensiero una volta per tutte. Anche se  i soldi sotto il letto, no, lui non ce li aveva, e nemmeno la sua famiglia, che avevano subito il declino della globalizzazione cinese di cui parlavamo poco sopra.

 

Arrivò l’altra tegola. Pensava di pagare X. La cartella che arrivò era invece di 4 volte X. Soldi che non solo non aveva, ma che non aveva certezza di guadagnare in un anno.

 

La madre, vedova da poco, si ammalò, andò in una depressione ulteriore.

 

L’unica soluzione possibile era diventare «cliente» di Equitalia, e dividere la cifra nel numero più alto di rate. Fortunatamente, a quel tempo, l’ente aveva risolto qualche problema con tassi, diciamo così, «impopolari» al punto che alcuno sostenevano fossero illegali.

 

Per anni, il ragazzo pagò questo affitto ingenerato dalla persecuzione fiscale a suo carico.

 

Racconta che «la cosa più allucinante era guardarmi intorno. Vedevo che lo Stato faceva accordi con giganti della tecnologia a fronte di miliardi di euro, dico miliardi, che invece che finire al fisco italiano finivano, forse, in Lussemburgo, in Irlanda, in realtà nemmeno lì. Evasione pura, per quantità di danaro da manovra economica».

 

«Allo stesso tempo vedevi il premier che si faceva fotografare con questo o quello uomo della multinazionale tech “figa”, con gli uffici stampa che passavano ai giornali la notizia che il colosso dei computer aveva magari aperto una struttura farlocca, chiaramente a fronte di un accordo sui miliardi non versati alle nostre entrate».

 

«Nel momento più disperante, avevo visto il dirigente di un altro mega-colosso, che le tasse chissà dove le paghe, che si inseriva in una struttura amministrativa vicina al governo un suo dirigente… per poi vedere elargire alla super-multinazionale, tramite un bonus incomprensibile, una grossa quantità di danaro pubblico».

 

«Quindi, invece che recuperare i miliardi, ripeto miliardi, dai grandi colossi, venivano da me, tra le mie miserie, ad accusarmi perché avevano visto degli scambi di poche centinaia di euro di danaro nei due sensi tra il mio conto  e quello dei miei genitori… non si sono fermati neanche quando, chiedendo da dove venivano quei soldi, avevamo confessato, nella vergogna, che in quell’anno avevamo cominciato a vendere gli ori…»

 

Il motivo è semplice, e in realtà non riguarda solo le grandi aziende straniere che evadono spudoratamente. È una questione di qualità della preda.

 

«La commercialista mi disse: sono venuti da te, e continueranno a venire da quelli come te, perché sanno che non ti puoi difendere. Un’azienda può permettersi di accantonare una parte dei ricavi per gli avvocati. Tu non puoi. Chi mette in mezzo l’avvocato tira avanti di anni la risoluzione, cioè il pagamento di quello che chiedono: loro hanno bisogno di soldi subito».

 

«Voi siete senza difese, quindi obbedite. Voi siete per loro dei bancomat. Delle macchine che sputano soldi premendo la giusta sequenza di bottoni. Solo che i soldi sono i vostri, non di chi li preleva».

 

Questo è il pensiero che ci guida nel leggere il cambiamento sociale oramai incontrovertibile: disintegrare e sottomettere.

 

Sarai distrutto, e quello che rimarrà di te sarà reso schiavo.

 

Adesso capiamo bene a cosa serve armare chi viene a riscuotere le tasse.

 

Perché capitelo: dopo il runner, il frequentatore di movida, il non-vaccinato, il non-greenpassato, il renitente alla lode del regime infame ed assassino di Zelens’kyj, l’inquinatore, etc. il prossimo ad essere oggetto del minuto di odio e delle sue conseguenze sarà l’evasore.

 

La piattaforma di danaro digitale lo renderà facile da individuare. Vi saranno algoritmi, redditometri drogati di Intelligenza Artificiale, pronti a decretare che non pagate abbastanza tasse. Come in Cina per chi attraversa le strisce pedonali con il rosso, il vostro volto verrà sparato sui megaschermi della città per essere schernito, così da informare i vostri compaesani della vostra pericolosità.

 

Quindi, vi beccherete gli sputi del vostro vicino di casa, e, più importante, magari la possibile visita di una polizia fiscale armata.

 

Basta capire quello che i pubblicani moderni non possono capire: il fine non è far pagare le tasse, è distruggere un’intera classe sociale, umiliarla, farla ammalare, sterilizzarla, annichilirla.

 

Non siamo ancora sicuri che riusciranno nell’intento, anche se sono a buon punto.

 

Perché è la classe media – con le sue idee, i suoi risparmi, i suoi sacrifici – che muove la Storia.

 

E tante volte, nei secoli, ha saputo liberarsi delle élite parassite. Magari, nel processo, facendo qualcosa di sempre più moralmente necessario ora: punire i responsabili di questa devastazione internazionale, castigare con estremo giudizio, infliggendo tutto il dolore necessario a che sia fatta vera giustizia.

 

Non è un sogno. È la nostra preghiera.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

 

 

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Se Bergoglio avesse veramente letto Chesterton

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Renovatio 21 pubblica questo articolo del dottor Paolo Gulisano apparso su Ricognizioni.

 

 

 

 

Hanno fatto abbastanza scalpore le dichiarazioni del Vescovo di Roma nel corso della visita in Canada dei giorni scorsi.

 

Dichiarazioni che in effetti sono state un durissimo attacco alla storia della Chiesa, alla sua azione missionaria, di cui tra l’altro furono grandi protagonisti i membri di quella Compagnia di Gesù da cui lo stesso vescovo proviene. Ma ormai è un dato di fatto che il pastore argentino prova un livore incontenibile per la Chiesa, per come è stata per secoli, fino al 1963.

 

Tuttavia, se è lecito che abbia fatta sua questa visione ecclesiologica e ideologica che da decenni è entrata prepotentemente – quasi fumo di Satana – nel Tempio di Dio, non dovrebbe permettersi di maltrattare la Storia, stravolgendone i fatti, al solo scopo di screditare la Chiesa di Cristo e la società cristiana che da essa è nata attraverso i secoli.

 

La richiesta di compiere un atto di Cancel Culture, che non è altro che il tentativo di mettere sotto processo la Civitas Dei per condannarla senza prove, è venuta dal premier canadese Justin Trudeau, che è notoriamente un pupillo di Klaus Schwab e tra i maggiori fautori del globalismo e dell’Agenda di Davos, e immediatamente fatte proprie da Bergoglio.

 

Ma nonostante tutti gli attacchi portati dal Vescovo di Roma alla Chiesa cattolica, tutto questo non è bastato, non è ancora sufficiente per le forze anticristiane: il ministro dei culti canadese ha ufficialmente dichiarato, a nome del suo governo, che le «scuse» del Papa non sono sufficienti perché sono state rivolte all’operato di alcuni cattolici e non invece, come a giudizio del governo canadese dovrebbe essere, all’operato della Chiesa in sé, dato che non sarebbero colpevoli i singoli ma la Chiesa.

 

Per il governo canadese, la Chiesa è un male dell’umanità da sradicare dalla storia.

 

Un monito rivolto a Bergoglio ad essere più efficace, in futuro, nel gettare discredito sul passato della Chiesa cattolica, colpevole delle peggiori efferatezze, per legittimare la sua persecuzione presente, tanto da parte dello Stato quanto da parte della stessa Gerarchia.

 

Perché quella Chiesa, la Chiesa cattolica «intollerante», «rigida», che predicava il Vangelo a tutte le genti e che lasciava martirizzare i propri Missionari da tribù immerse nella barbarie del paganesimo, non deve esistere più, non deve «fare proselitismo» e non deve pretendere di avere alcuna Verità da insegnare alle nazioni per la salvezza delle anime.

 

Se il papa avesse avuto una buona formazione storica, e non fosse stato intenzionato a condividere un’operazione puramente ideologica, avrebbe parlato del grande e saggio sciamano Alce Nero o del grande capo Geronimo e della loro conversione al cattolicesimo, oppure delle missioni gesuitiche dalla California alle foreste del Canada che portarono, senza violenze, alla fede migliaia di indiani ben disposti ad accettarla non appena ne saggiarono la spiritualità.

 

Ha invece ossequiato la cultura woke e l’indigenismo d’accatto per condannare la memoria di altri missionari che cercarono di evangelizzare i nativi, in particolare nel Canada francofono, con un approccio non razzista, ma al più «paternalista» della Corona francese, che tentava di integrare gli indiani nelle colonie insegnando loro l’agricoltura: molto diverso da quello «segregazionista» e razzista della Corona inglese.

 

Bergoglio ha parlato di «genocidio culturale» come se l’arrivo della fede cristiana non cambi necessariamente l’essenza delle culture precristiane, esattamente come era accaduto nell’Europa romana, celtica, germanica, slava, con la cristianizzazione di tante feste e tanti culti locali precristiani.

 

L’indigenismo propugnato da Bergoglio oltretutto è un falso prodotto intellettuale delle università nord-americane. Il genocidio, non solo culturale ma anche etnico, lo ha perpetrato l’America WASP, ossia bianca, anglosassone e protestante.

 

Quei coloni provenienti dalla Gran Bretagna che già si erano accaniti ferocemente contro i cattolici, e lo avrebbero fatto anche nei confronti dei messicani, altrettanto cattolici.

 

La politica di distruzione etnica e assimilazione culturale delle popolazioni locali è stata tipica del colonialismo inglese che la attuò in diversi luoghi come ad esempio l’Australia, gli USA e il Canada. Questi paesi non erano governati da re cattolici ma dalla massoneria anglosassone e dai protestanti. La responsabilità di alcuni uomini di Chiesa può essere perciò solo quella di aver collaborato, in qualche modo, con quelle politiche che furono pensate e dirette però da nemici della Chiesa.

 

La Chiesa avrebbe dovuto combattere con maggiore forza e determinazione queste forze, la cui luciferina abilità è sempre stata quella di attribuire ad altri le colpe per i loro delitti.

 

Tempo fa su qualche giornale si era scritto che Bergoglio è un lettore di Chesterton. Non sappiamo se sia vero, o se la sua conoscenza di GKC (del quale in questi giorni si è celebrato il Centenario della conversione) si sia limitata a qualche episodio di Padre Brown, ma certamente avrebbe molto giovato alla sua corretta interpretazione della storia delle Americhe e del colonialismo protestante britannico leggere il seguente brano di Chesterton, tratto da Il pozzo e le pozzanghere.

 

«Il fatto è che la tirannia protestante è completamente diversa dalla tirannia cattolica; per non parlare della libertà cattolica. La tirannia protestante è inesorabilmente radicata in un movente e in una filosofia morali che sono agli antipodi di quelli cattolici. Il dottor Crespi sembra suggerire che, laddove le restrizioni protestanti raggiungono un livello veramente eccessivo, è solo a causa del tipico atteggiamento dell’ufficiale che mette troppo zelo nell’adempiere al suo dovere».

 

«Sono dolente, ma devo contraddirlo, poiché non si tratta di nulla del genere. Qui siamo nel cuore del problema: il protestantesimo è per natura predisposto ad abbracciare quell’atteggiamento che oggi chiamiamo “proibizionismo”. Con questo non intendo esclusivamente la proibizione di alcolici (anche se, a ben vedere, il paragone mi sembra dei più efficaci, se si tiene conto che nessuno tra le migliaia di tiranni della storia del Mediterraneo, da quando Penteo fu fatto a pezzetti, si è mai sognato di eliminare il vino dalla quotidianità); intendo dire che i protestanti tendono a proibire drasticamente, più che a controllare o a limitare. Il nostro modello di protestante attinge la sua idea di proibizionismo dalla sua teoria di progresso, teoria che cominciò con l’attesa dell’Età dell’oro, per finire poi con le speranze nel Superuomo».

 

«Non so cosa il dottor Crespi intenda parlando della mia “Età dell’oro”: dopo l’episodio dell’Eden non ho saputo di altre Età dell’oro nel passato. Il concetto protestante di progresso, invece, implica una tale Età futura, rigorosamente diversa e indipendente dal passato. Oggi, però, questa attesa di un nuovo Sole è fortemente influenzata dalla teoria dell’evoluzione. L’uomo è una scimmia che ha perso la coda, e che non la rivuole indietro. Non si tratta di fargli ridurre un po’ le dimensioni della sua coda perché troppo ingombrante; nemmeno è sufficiente dirgli di arrotolarla e metterla da parte, agitandola solo nei giorni di festa, come suggerisce l’idea cattolica di disciplina e ricreazione».

 

«Nell’ideologia protestante l’uomo può benissimo fare a meno della coda, quindi tanto vale amputarla. I protestanti oggi applicano meccanicamente questa teoria dell’amputazione a ogni aspetto problematico della natura umana, a ogni tradizione storica, a ogni costume popolare. Non si limitano a chiedere all’uomo di contenersi, di limitarsi in ciò che, in un particolare momento, costituisce per loro un problema. Vogliono che l’uomo si liberi definitivamente del problema, come un giorno la scimmia fece con la coda».

 

«Se i puritani aboliscono il ritualismo, significa che d’ora in avanti non esisterà più nessun tipo di cerimonia; quando i proibizionisti abolirono il consumo di alcolici, giurarono che la nuova generazione sarebbe cresciuta senza mai conoscerne il gusto; se i protestanti guardano con favore alla proposta socialista, la maggior parte di essi non pensa affatto a criticare quel nuovo disordine chiamato “capitalismo”: a loro interessa abolire per sempre l’idea stessa di proprietà privata, questo è tutto».

 

«Per questo sostengo che nella Riforma protestante ci sia qualcosa di fanatico, di soffocante, di estremista, qualcosa di disperante che non c’è nemmeno nelle repressioni di stampo cattolico. Quando il puritanesimo si diffuse in America, così come quando il prussianesimo ha conquistato la Germania, è sorta una nuova legge: la sterilizzazione, o l’eugenetica, forzata, dalla quale persino i peggiori dittatori di tradizione latina rifuggirebbero con orrore».

 

Ci sono stati molti buoni cattolici, come Savonarola e Manning, che potrebbero essere chiamati protestanti, in quanto anch’essi accesero il loro piccolo falò delle vanità. Non ebbero però mai la pretesa di paragonarlo al fuoco eterno.

 

Ci sono stati altrettanti cattivi cattolici che si potrebbero definire tiranni, come i Borgia o il re Bomba, che per ambizione seminarono morte, odio e terrore, ma che nemmeno durante la tortura di un povero infelice si sarebbero illusi di stare deformando o piegando a loro piacimento l’umanità stessa. Ecco perché le loro proibizioni non erano poi così proibizioniste.

La libertà protestante è ben più opprimente della tirannia cattolica, poiché essa non è altro che l’illimitata libertà dei ricchi di distruggere un numero illimitato di libertà dei poveri»

 

«Mussolini compie indubbiamente un atto abominevole quando sopprime i giornali, ma lo si sentirà mai dire: “Il mondo non sarà mai più afflitto dalla carta stampata», nel modo in cui Jennings Bryan avrebbe detto “Non saremo mai più minacciati dalle bevande alcoliche”»?

 

«Sono fermamente convinto che alcuni degli ultimi sistemi ideati dai fascisti per addestrare i bambini rasentino l’assurdo, tuttavia essi non raggiungono il punto di dire che i bambini dovrebbero essere tolti alle madri, cosa che moltissimi protestanti, seguaci progressisti di Welles o di Shaw, non avrebbero scrupolo di dichiarare».

 

«In poche parole, senza considerare la libertà cattolica, la tirannia cattolica è qualcosa di transitorio, come una penitenza, un digiuno, un assedio o una legge marziale. La libertà protestante è ben più opprimente della tirannia cattolica, poiché essa non è altro che l’illimitata libertà dei ricchi di distruggere un numero illimitato di libertà dei poveri».

 

Chesterton scrive da inglese che conosceva molto bene la storia del proprio Paese, e aveva scelto di diventare cattolico proprio mentre l’Inghilterra stava abbandonando il bigottismo protestante per diventare nichilista e scientista, mentre stava diventando una fucina dove elaborare il pensiero transumanista per il futuro prossimo.

 

Forse Bergoglio dovrebbe leggere meno teologia indigenista e un po’ più di Chesterton.

 

Gli farebbe un gran bene all’anima.

 

 

Paolo Gulisano

 

 

Articolo previamente apparso su Ricognizioni

 

 

 

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Pensiero

«Phantom pain»: la tragedia dell’elettore fantasma, da Di Maio a Calenda

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Più guardo al panorama politico che si avvia alle elezioni, più sento un peso tragico posarsi sulla mia mente per farmi cadere le braccia e non solo quelle.

 

Sento già chi mi corregge: maddai, con la torma scappati di casa, descritti nell’articolo di due giorni fa, la situazione è semmai tragicomica, più che tragica.

 

Invece io sento proprio dolore e tristezza, ancorché poco catartici. Un dramma, allora, diciamo così.

 

L’evento più drammatico di queste settimane è stato a mio giudizio la quantità di storie attorno a Di Maio. Un rapido susseguirsi al limite del surrealismo.

 

Eccolo che si ferma all’ineffabile distributore politico-simbolico di Tabacci, così da saltare quella cosa delle firme: il partito nuovo è pronto, sul simbolo c’è un’ape. Neanche il complottista più zelota pensa all’alveare come simbolo massonico, perché tutti sappiamo che non c’è il livello. Tutti invece si accorgono dell’impagabile effetto rebus: è l’Ape Maio. Tutti se ne accorgono, tranne lui, forse, che magari è troppo giovane per ricordare l’infame insetto giapponese propalato dalla RAI.

 

Ma la spinta bestiale forse è più concreta del previsto.

 

Questa è di poche ore fa: «è in corso un’interlocuzione con i vertici di Impegno Civico per definire insieme una proposta concreta che caratterizzi Impegno Civico oltre che per la sua sensibilità ambientale anche per una sensibilità animalista», annuncia la Presidenza del Partito Animalista Italiano. In pratica l’Ape Maio tratta con il mondo-animal, del resto si era detto animalista quando da capo della diplomazia italiana – sì – insultò Putin in diretta TV, dicendo che era «più atroce di un animale», qualsiasi cosa voglia dire.

 

Tuttavia, la riflessione tremenda che si impone riguarda gli esseri umani, o meglio la mancanza di essi.

 

Ora, si è scritto a lungo della trasformazione del ragazzo partenopeo in una figura di caratura democristiana. «Trasformazione» è la parola sbagliata: quando nel 2013 per la prima volta lo vedemmo distribuire televisivamente le frasi fatte a braccia conserte, completo importante e taglio di capelli freschissimo, avevamo già capito quasi tutto.

 

I vecchi democristiani erano viscidi, sì. Erano furbi, calcolatori. Non avevano ideali, se non la spartizione del potere, il tirare a campare di elezione in elezione, mercanteggiando la morale e l’interesse del popolo, l’onore e la vita umana (le leggi su aborto, divorzio e financo, in fase post-mortem partitica, sulla fecondazione in vitro, le hanno prodotte personaggi DC).

 

I democristiani potevano permettersi di chiedere, e sgomitare nella riffa del potere, perché avevano qualcosa di importante, innegabile, insostituibile: avevano i voti.

 

Dietro a ogni deputato, soprattutto dietro a ogni politico di rilevanza, c’era una quota certa, inattaccabile, di elettori del territorio. Il feudo elettorale: c’era, eccome.

 

Prendete Andreotti: nella circoscrizione XIX Roma Viterbo Latina Frosinone prendeva centinaia di migliaia di voti. Se li meritava: perché non erano preferenze che scattavano per sindrome da cartellone, persistenza TV, o soggezione del feudatario. No: come noto, e reso bene nel brutto film di Sorrentino Il divo, Andreotti riceveva uno ad uno i suoi elettori, dal più povero al più criminale, a cui pagava talvolta l’avvocato. Riceveva, come un professore universitario, come un vescovo serio che dà udienza ai fedeli. Il 14 giugno 1987 nel suo feudo ciociaro, Belzebù beccò 329.599 preferenze.

 

Questo discorso possiamo farlo per tantissimi altri politici di DC. Infinite serie di mani strette ad infinite sagre, campanelli suonati in tutte le strade, nomi di famigli minorenni e ottuagenari imparati a memoria per avere quel singolo voto…

 

Nella mia ingenuità, avevo pensato che Di Maio avesse speso questi 10 anni per crearsi a Pomigliano e dintorni una dimensione di questo tipo. Immaginavo che, con tutto quel ben di Dio di potere che gli è capitato addosso, avesse investito tempo, risorse ed arguzia per democristianizzare il suo feudo. Del resto, avevo visto i servizi de Le Iene sui suoi compagni di liceo (perché l’Università non l’ha fatta, e va bene) finiti tutti in alto, in altissimo, perfino nei board delle immense multinazionali parastatali che vendono aerei, etc.

 

Chi può, nella zona, non votarlo? Mi ero detto. Intorno a lui, mi avevano raccontato, si erano assiepati tutta una serie di personaggi, nella politica e nell’amministrazione, ciascuno proveniente da quelle ridenti terre subvulcaniche.

 

Dove immaginare il mio shock quando saltò fuori che, invece che candidarsi a casa sua, si parlava di farlo candidare – per il PD – a Modena.

 

Eh?

 

I giornali fecero subito i titoli su Bibbiano: lui, quello che tuonò «partito di Bibbiano» dicendo che faceva «l’elettroscioc ai bbambini» dicendo che mai si sarebbe alleato con loro (salvo poi farci il governo Conte 2 pochi giorni dopo), candidato proprio lì? Il PD di Bibbiano, dove il partito alle ultime regionali è passato dall’80% a «appena» il 60%, ha fatto sapere che aspetta ancora le scuse.

 

A me è venuta in mente un’altra cosa: che a Modena, l’ultima volta, paracadutarono un ulteriore personaggio interessante con un suo partitello: Beatrice Lorenzin. Lo ricordo bene, perché a poche ore dal silenzio elettorale, Renovatio 21 fece una conferenza per pregare i modenesi di attaccarsi al telefono e chiedere ai parenti piddificati di non votare la ministro vaccinale. Aveva nevicato pazzamente, quella sera, ma la sala era comunque strapiena.

 

Non servì a nulla: il voto robotico piddinoide, infallibile, fece passare la Lorenzin, che, appena eletta, andò in visitaa Modena per ringraziare, e, profonda conoscitrice del territorio, davanti ad una foto di Enzo Ferrari chiese se quello fosse Gino Paoli. Altro che Andreotti.

 

Avevo chiesto a un amico avvocato di Modena se una scena del genere si potrebbe ripetere. Mi è stato risposto: «certamente».

 

Apprendiamo che anche questa prospettiva è sfumata. Non si sa bene perché, ma invece che incistarsi con il PD, ora pare che Giggino voglia correre da solo all’uninominale. Forse addirittura in Campania, a casa sua.

 

Dicono che ora che Calenda se ne è andato (ci arriviamo fra un attimo), per Di Maio la situazione «riapre i giochi. Non solo per il leader, ma anche per 3-4 fedelissimi, vedi l’ex ministro Vincenzo Spadafora, coordinatore politico del neo-nato partito dell’ape. Tutti tornano in ballo per un seggio quasi blindato».

 

Eh?

 

«3-4 fedelissimi»?

 

Fateci capire, Di Maio si disse che, per far continuare il governo del Draghi (bel lavoro, riuscito), aveva portato via qualcosa come 60 deputati e 11 senatori.

 

Quindi, tutta quell’intrepida truppa che ha tradito il partito e l’elettore grillino, lo ha fatto senza nemmeno lo straccia di una poltrona per uno su dieci? Forse nemmeno quelli?

 

Sì, perché tutti questi calcoli sono stati presi senza lontanamente considerare una variante importante: i voti.

 

Non importa che voti prendi, dove ti candidi, etc.: importa solo il paracadute nel collegio giusto; importa, cioè, un accordo preso nel segreto del palazzo, senza considerare nemmeno lontanamente l’elettore.

 

È un assunto dello Stato moderno: l’elettore, come Dio, è morto. Si può, al massimo, dover esperire la persistenza del suo fantasma. Tuttavia, il politico sa che esiste una grande, costante operazione di esorcismo nei confronti dello spettro: dalla UE a Mario Draghi, dalla NATO alla Troika, dalla censura social alla legge elettorale, tutto è predisposto per scacciare l’ectoplasma dell’elettore qualora esso appaia dopo che ha dato il voto.

 

Di Maio non ha voti. Non li ha per i suoi fedelissimi, che lo hanno seguito a caro prezzo. Non li ha forse neanche per lui. Soprattutto, mi sconvolge che non li abbia neanche a casa sua.

 

Sono un naif.

 

Tuttavia, avevo osservato questo schema anche con un altro personaggio di cui per motivi misteriosi si parla in continuazione: Carlo Calenda.

 

Sono anni che, quando vedo Calenda sui giornali, non capisco bene di cosa si tratti.

 

Prima di Renzi, non lo avevamo mai sentito. Uscì dal cappello del tizio di Rignano nel 2016: fu nominato Rappresentante permanente d’Italia presso l’Unione Europea, in pratica euroambasciatore d’Italia. Gli ambasciatori, quelli veri, si incazzarono, e in massa. Il tutto durò 20 giorni: Renzi riportò il personaggio a Roma per dargli un ministero importantissimo, quello dello Sviluppo Economico.

 

Ma chi era questo tizio? Cominciarono a fioccare biografie, interviste, agiografie di ogni sorta. Pariolino, anzi, del rione Prati. Figlio della regista Cristina Comencini quando aveva 16 anni, quindi nipote del regista Luigi Comencini, per cui il Carlo reciterà da bambino nello sceneggiato Cuore, dal libro del massone De Amicis. Fa una figlia, anche lui a 16 anni, con la segretaria del compagno produttore della madre, poi va a lavorare in Ferrari con Montezemolo.

 

Da lì, passando per Confindustria, ce lo ritroviamo al governo: vicesegretario al MISE di Letta, e pure in quello di Renzi. Diventa ministro quando Federica Guidi finisce nello scandalo di intercettazioni che coinvolge il fidanzato (il caso «Tempa Rossa»).

 

Rimane in sella al MISE perfino con Gentiloni. Non siamo sicuri che al MISE abbiano pianto quando è andato via. Tuttavia ricordiamo i suoi discorsi paternalistici agli operai durante dei tour che faceva da ministro nelle fabbriche.

 

Da dove viene questa ascesa inarrestabile? Non sappiamo dirlo.

 

Nel 2012, aveva firmato il manifesto dell’Associazione Italia Futura, che doveva essere l’embrione del partito del suo boss Montezemolo: non si andò da nessuna parte.

 

Nel 2013 si candidò in Lazio, casa sua, per Scelta Civica, il partito di Monti: trombato, nonostante il partito, ora biodegradato (lo chiamavano, infatti, «Sciolta Civica») avesse preso un ragguardevole 8,3%.

 

Nel 2015 aveva detto che lasciava Scelta Civica per iscriversi al PD. «Tale annuncio non ha però avuto seguito», scrive Wikipedia.

 

Nel 2019, tuttavia, il PD gli fa comunque un bel regalo: primo nella lista alle Europee nella circoscrizione Nord Est, che vuol dire Veneto, Trentino, Friuli-Venezia Giulia e soprattutto Emilia-Romagna. Maree di voti assicurati, e un posto nel listino dove spingono miriadi di politici locali piddini, magari di quelli che hanno fatto per anni anni un egregio lavoro come sindaci, portando voti al partito. (Ne conosciamo qualcuno)

 

Non importa: deve passare Calenda, che poco dopo però lascia il partito, perché irritato dall’alleanza PD-M5S. Si tiene ovviamente la poltrona da europarlamentare.

 

Lancia suo partitino, «Siamo Europei», a cui farà a stretto giro un rebranding: ecco il partito Azione.

 

Nel 2020 si candida a sindaco di Roma, arriva terzo.

 

Non importa, lui prosegue imperterrito la sua cavalcata spavalda sui media, attacca tutti, i sovranisti, i grillini, i suoi giovani candidati con il Rolex, se stesso («per 30 anni ho ripetuto cazzate sul liberismo»), si mostra mezzo nudo (lui!) mentre fa il bagno in un elegante laghetto di montagna, si presenta scravattato e a volte con vestiti che pare tirino, è disinibito a livelli olimpionici.

 

In tutta questo, pare chiare che, a parte il voto robotico piddino dell’Emilia-Romagna, è tutto meno che certo che questo personaggio abbia mai avuto con sé e il suop partitello un singolo elettore.

 

Calenda non esiste: per questo era perfetto per il PD.

 

È umiliante, anche per chi crede che il Paese possa essere salvato solo previa deppidificazione, vedere il segretario PD Letta implorare Calenda, vellicarlo, accarazzerlo per poi essere tradito, e piagnucolare, fino al punto di dire – a pochi giorni dalle elezioni – di aver sbagliato ed essere pronto quindi a dimettersi: per Calenda.

 

Qualcosa, ripeto, ci sfugge. Calenda, che voti ha? Il partito che discende da Gramsci e Togliatti, che motivo ha di tenerlo con sé?

 

Ci sono delle entrature di Calenda che non conosciamo, e che spingono i Letta e le Bonino a volerlo a tutti i costi, e a piangere disperati se lui se ne va, peraltro senza pagare il conto e pure insultando («hanno voluto l’ammucchiata, perderanno»)?

 

È una cosa che non sappiamo dire. La sicumera di Calenda, uno che avrebbe fatto il gagà sprezzante anche sul Titanic inclinato a 70°, rimane per noi un mistero.

 

Ci è chiaro invece in tutta questa operazione che riempie i giornali manca, come per Di Maio, un fattore in teoria importante: i voti. Gli elettori. Il popolo italiano. Quella roba là…

 

L’elettore è un fantasma, di quelli che non fanno neanche paura. Perché lo Stato-partito, come abbiamo detto, vive in un mondo di esorcicci e di Ghostbusters fenomenali e transnazionali, di quelli che i fantasmi sono in grado di farli sparire anche quando per due anni ogni sabato riempiono le piazze urlando contro il potere e la sua apartheid biotica.

 

Dicevamo, l’elettore è morto. Hanno ragione di pensarlo: come zombie, milioni di persone voteranno quel che vorrà il PD. Altri zombie voteranno Fratelli d’Italia, anche se è la scelta che è contro l’interesse dell’elettore: più armi all’Ucraina, meno gas, più vaccini… un PD con la Meloni sopra.

 

Vivono di questa certezza. La democrazia è finita. La Costituzione, a cui adesso ridicolmente si appellano, è stata annichilita – lo sanno, questo è un mondo post-costituzionale, post-democratico. Post-umano. Le elezioni sono un rito vestigiale, una stantia cerimonia aritmetica attraverso cui il potere accetta ancora di dover passare, nella sicurezza, però, che le cose importanti saranno conservate integre, e l’agenda prosegue come previsto, come pagato tramite l’interno immane poltronificio.

 

Il quale poltronificio è pure cambiato radicalmente, quantomeno nel numero: dobbiamo ancora, tutti, ben comprendere cosa significa avere ora la metà dei rappresentanti. Cosa significa per le dinamiche dei partiti, cosa significa per quelle sigle, che come abbiamo visto sono tante e grottesche, che aspirano ad arrivare in Parlamento.

 

I deputati di Di Maio, di Conte, di Letta etc. hanno votato più che la loro stessa fine (come abbiamo visto sopra, nemmeno i seggi per i fedelissimi…), per la castrazione elettorale del popolo italiano. E questo non è drammatico, è, come tutte le storie in cui esce il sangue, propriamente tragico.

 

Il Parlamento è stato amputato, reciso dal corpo che dovrebbe rappresentare. Succederà, al massimo, che sarà inviato qualche segnale da «phantom pain»: il «dolore dell’arto fantasma» che provano i mutilati per membra che non hanno più. Il potere legislativo è oramai quindi un «arto fantasma» a tutti gli effetti, separato con la lama dal corpo del popolo.

 

È il caso di dire: vi hanno fatto a pezzi.

 

Ecco perché oggi si permettono di parlare di Calenda, di Di Maio, del niente.

 

Perché la Repubblica Italiana ha oramai ben poco a che fare con le schede elettorali. Perché il lavoro di desovranizzazione politica intentato contro il popolo – attaccando anche la sovranità economica, famigliare, biologica – è oramai completo.

 

Vi hanno squartati, e ridotti a fantasmi.

 

Siete pronti per le urne.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

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