Eutanasia
Donna canadese riceve l’approvazione per l’eutanasia dopo anni di attesa per l’intervento chirurgico
Una donna canadese vorrebbe morire tramite eutanasia autorizzata dallo Stato perché ha dovuto sopportare lunghi tempi di attesa per ottenere quella che considera la cura adeguata per una rara malattia delle paratiroidi. Lo riporta LifeSite.
La donna soffre di iperparatiroidismo primario normocalcemico (nPHPT), le provoca vomito, nausea e dolori alle ossa.
Come riportato ida un servizio della TV pubblica canadese CBC, la donna sostiene di non essere in grado di sottoporsi a un intervento chirurgico adeguato per rimuovere la paratiroide nella sua provincia natale, il Saskatchewan, poiché in quella provincia non ci sono chirurghi in grado di eseguire quel tipo di intervento, dicendo che i suoi «amici hanno smesso di farmi visita» e che è «isolata» e vive «da sola, sdraiata sul divano da otto anni, malata e rannicchiata, aspettando che finisca la giornata».
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«Vado a letto alle sei di sera perché non sopporto più di stare sveglia», ha detto.
A causa delle sue frustrazioni nei confronti del sistema sanitario, la donna ha presentato domanda per l’assistenza medica al suicidio (MAiD) del Canada. La procedura le è stata approvata il 7 gennaio 2026.
Il ministro della Salute del Saskatchewan, Jeremy Cockrill, ha incontrato la donna il mese scorso per cercare di capire se poteva aiutarla, ma l’argomento trattato rimane riservato. «Il governo del Saskatchewan esprime la sua sincera solidarietà a tutti i pazienti che soffrono a causa di una diagnosi di salute difficile», ha affermato il governo.
Oltre 23.000 canadesi sono morti mentre erano in lista d’attesa per cure mediche, mentre il governo liberale del primo ministro Mark Carney si concentra sull’espansione dell’eutanasia. Un nuovo rapporto della Euthanasia Prevention Coalition ha rivelato che il Canada ha praticato l’eutanasia su 90.000 persone dal 2016, anno in cui è stata legalizzata.
Il disegno di legge di iniziativa parlamentare di un parlamentare conservatore che, se approvato, vieterebbe l’eutanasia per le persone affette da malattie mentali, ha ricevuto il pieno sostegno dell’Euthanasia Prevention Coalition.
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I gruppi di pressione hanno fatto pressioni affinché il MAiD venisse esteso anche ai minorenni.
Desiderando estendere la procedura a un numero ancora maggiore di canadesi, il governo dell’ex primo ministro GiusinoTrudeau ha cercato di estenderla dai soli malati cronici e terminali a coloro che soffrono esclusivamente di disturbi mentali. L’attuale governo liberale sembra voler proseguire con il regime MAiD.
Tuttavia, a febbraio, dopo le resistenze dei gruppi pro-life, medici e della salute mentale, nonché della maggior parte delle province canadesi, il governo federale ha rinviato l’estensione delle misure per le malattie mentali fino al 2027.
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Eutanasia
Medici canadesi spingono l’eutanasia sui neonati
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Eutanasia
Ecco il trapianto di volto da donatore sottoposto a eutanasia
L’Ospedale Universitario Vall d’Hebron di Barcellona ha annunciato quello che viene presentato come un risultato storico: il primo trapianto di faccia al mondo proveniente da un donatore sottoposto a eutanasia. La notizia è stata accolta con entusiasmo dagli ambienti medici e rilanciata come una nuova vittoria della chirurgia ricostruttiva, un traguardo che confermerebbe l’eccellenza del centro catalano nel campo dei trapianti complessi.
Il paziente ricevente, colpito da una grave necrosi del volto a seguito di un’infezione, aveva perso funzioni fondamentali come la respirazione, l’alimentazione e la parola. L’intervento ha consentito una parziale ricostruzione facciale e l’avvio di un percorso di recupero funzionale, migliorando sensibilmente la sua qualità di vita.
Ciò che merita attenzione, tuttavia, non è la complessità dell’operazione, ma il contesto antropologico e morale che l’ha resa possibile. La donatrice non è morta a seguito di una patologia improvvisa o di un evento naturale, ma in virtù di una procedura deliberata di eutanasia. La sua morte è stata programmata e medicalmente assistita, permettendo al team chirurgico di pianificare con precisione il prelievo dei tessuti facciali.
Del resto, la pratica eutanasica e quella trapiantologica sono strettamente correlate: in esse la persona cessa di essere tale nel momento in cui perde determinate funzioni. L’introduzione del rivoluzionario criterio della morte cerebrale, sulla base di cui la persona viene fatta coincidere con le sue funzioni cerebrali, non è servita solamente a rendere possibile l’espianto di organi vitali, ma anche il distacco dei supporti vitali nei pazienti considerati senza speranza; e ciò per stessa ammissione della famigerata Commissione di Harvard, che venne istituita proprio allo scopo di trovare una soluzione operativa a tali problemi.
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In altri termini, si è trattato di un cambiamento epocale destinato a influenzare in maniera radicale il modo in cui si sarebbe gestita, da lì in avanti, la questione del fine vita, e non solo. Infatti, tutte le pratiche contro la vita (dall’espianto di organi all’aborto, dalla manipolazione embrionale all’eutanasia) hanno come minimo comune denominatore proprio la riduzione dell’essere umano ad aggregato biologico, privo di valore intrinseco se non manifesta determinate prestazioni funzionali.
Il corpo, in questa visione, non è più la dimensione costitutiva dell’identità personale, ma una struttura modulare che può essere oggetto di intervento tecnico. Il trapianto facciale, per sua natura, non è un’operazione salvavita in senso stretto, ma è teso al recupero di funzioni e identità relazionali. Proprio per questo assume un valore simbolico particolarmente forte: il volto, emblema del riconoscimento personale e dell’identità, viene trasferito da un corpo eliminato a un altro corpo da riparare.
E quando il corpo è ridotto a un insieme di parti sostituibili e la morte pianificata per massimizzare l’efficienza del prelievo, il passaggio dalla medicina ippocratica a una medicina tecnocratica è consequenziale. Il linguaggio istituzionale parla di protocolli etici rigorosi, di consenso informato, di generosità del donatore, ma ciò che rimane sullo sfondo è l’integrazione sistemica tra eutanasia e trapiantologia. Una convergenza che non è accidentale appunto, ma che si fonda su una medesima antropologia, nella quale la vita vale finché serve e il corpo acquista valore quando diventa utile ad altri.
I reparti di rianimazione e le unità trapiantologiche degli ospedali, rappresentano i luoghi «sacri» della nuova religione funzionalista, dove la persona, con la sua dignità ontologica, cede il passo all’organismo. In questo scenario, le pressioni sociali affinché le persone si decidano a farsi da parte quando la loro vita perde di significato sono sempre più forti. L’alternativa alla mancanza di senso viene individuata nella possibilità di rendersi utili alla collettività cedendo parti del proprio corpo a qualcuno che ne ha bisogno.
A tal proposito, è particolarmente significativo un cortometraggio intitolato Briciole al cielo che costituisce il manifesto della campagna a favore della donazione di organi. Un film, «per far capire cosa si prova a stare dalla parte di chi aspetta. Perché sono troppi quei sette milioni di italiani che non vogliono concedere una speranza di vita a chi ha bisogno di un trapianto». Il cortometraggio è girato in chiave poetica ma il messaggio è chiarissimo: far sentire moralmente responsabili coloro che non accettano di mettere il loro corpo a disposizione del sistema.
In definitiva, ciò che viene celebrato come progresso medico è in realtà il sintomo avanzato di una mutazione antropologica già in atto.
Quando la morte viene programmata per ottimizzare un prelievo e il volto stesso può essere trasferito come una componente funzionale, siamo di fronte a una medicina che non considera l’eutanasia una tragica eccezione ma come un ingranaggio perfettamente integrato nel sistema dei trapianti; e il trapianto, a sua volta, non è più un atto straordinario di cura, ma una modalità ordinaria di riciclo biologico.
Alfredo De Matteo
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Eutanasia
Canadese paralizzato sceglie l’eutanasia a causa della solitudine
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