Pensiero
Di nuovo infetto dopo neanche tre mesi. Cosa sta succedendo?
Ho ripreso il COVID, dopo poco più di due mesi che ero guarito. Sto cercando di capire cosa sta succedendo: ma non a me, a tutto il sistema qualora questa cosa continuasse e io non fossi un caso isolato.
L’altra volta che mi sono ammalato – la prima e fino a poco fa l’unica – non avevo scritto niente. Un po’ per discrezione e pudore, un po’ per vergogna: pensavo fosse una cosa di cui non parlare, invece forse avrei dovuto scriverne qualcosa.
Era l’inizio dell’ondata di dicembre-gennaio, quella delle file chilometriche fuori dai centri tamponi. Io non avevo capito quanto la cosa stesse gonfiandosi, fino a sfuggire di mano al potere, con tanto di scenette grottesche.
Fu tremendo. Per me, per i famigliari. Sentii il peso di tutto quello di cui si discute: la follia del protocollo «tachipirina e vigile attesa», la ricerca di qualcuno che voglia visitarti, la portata psicologica dell’isolamento. Sentii il peso della polmonite, tutto.
Fu agghiacciante, e durò molto. Ora sarei punto e a capo. In neanche tre mesi: meno della metà di quello che mi assicura il green pass, cioè immunizzazione di almeno sei mesi. Una tempistica del tutto arbitraria, che ora potrebbe essere annullata, spazzata via per sempre.
Non più i sei mesi, né i quattro che ti danno in Francia: semplicemente, se i casi come il mio anche stavolta divenissero un’ondata (come molti di voi, sto raccogliendo varie voci in questo senso) toglierebbero del tutto l’opzione dell’immunità naturale, lasciando come unico accesso alla vita pubblica – cioè, requisito per avere il green pass – la vaccinazione, anche qualora fosse oramai assodato che essa non previene nulla.
Perché questo è quello che può succedere. Assieme al virus, potrebbe mutare anche il green pass, e con esso, per sempre, i concetti basici di immunologia di decenni di pratica medica. Gli anticorpi naturali non varranno più niente davanti allo Stato. La vostra vita dipenderà da questo.
Prima di addentrarci in questo argomento, due cose personali. Forse qualcuno è curioso di sapere, per farsi un’idea e magari per regolarsi.
Perché mi sono ammalato? In classe di mio figlio era stato segnalato un positivo. Qualche giorno dopo, aveva la febbre. Positivo anche lui. Qui però non c’è da preoccuparsi, perché come tanti altri suoi amichetti, ha fatto un giorno e mezzo, due al massimo, con la febbre, per poi far sparire i sintomi quasi istantaneamente. Al momento sta andando così.
Io ho cominciato ad avere la febbre qualche giorno dopo. A dire il vero, potrei averci messo del mio. Ho fatto un digiuno di una decina di giorni. È stato più duro del previsto, oramai per me è diventato arduo: al terzo giorno di digiuno mi sento come al trentesimo giorno quando ne facevo negli anni scorsi. Tuttavia, la malattia è arrivata dopo una settimana che mi stavo tranquillamente rifocillando, ed ero tecnicamente in salute.
Poi, la sera prima della febbre, ho lavorato, come sempre, fino a tardissimo. Prima di andare a letto sono passato davanti ad uno specchio, e ho notato quanto orrenda era la mia faccia. Dentro ho sentito chiaro il pensiero di aver esagerato, di aver tirato la corda tanto che più tardi l’avrai pagata.
Manfatti. Taac. Il giorno dopo febbre, qualcosina al naso e alla gola. Sonnolenza. Dolori articolari. Confusione.
Ora sono al terzo giorno e non sto malissimo. L’umore è migliore rispetto l’altra volta, almeno so di cosa si tratta. Ho tutti gli elementi per stare più tranquillo che mai, nonostante gli arresti domiciliari e la perdita di lavoro, appuntamenti, progetti, etc.
È altro ciò che mi spaventa ora. Numero uno, la questione biologica.
È chiaro che qualsiasi cosa abbia preso ora, è diverso da ciò che circolava a fine dicembre. Ciò vuol dire che, l’abbiamo capito tutti, il virus muta.
Ci stanno dicendo che sarà endemico, come l’influenza, alla fine il governo, segretamente disperato, ha sposato la tesi dei novaxi della prima ora, secondo cui il COVID sarebbe poco più della stagionale: ma scusate, io non ho mai preso l’influenza due volte in pochi mesi. Vi sono anni interi in cui non mi sono ammalato mai.
No, l’influenza non si comporta così: né nell’infezione, né nei sintomi. E chi gliela ha data, a questa malattia, la capacità di infettare in modo recidivo?
È chiaro che tornano alla mente coloro che, ancora mesi fa, avvertivano riguardo ai possibili effetti collaterali della vaccinazione di massa.
«Mai vaccinare durante una pandemia» mi hanno detto ieri due dottori, ricordando i testi di medicina in cui questa cosa era scritta nero su bianco.
La vaccinazione di massa ha portato alle varianti. Vaccinazioni specifiche per le varianti porteranno altre varianti.
«Proprio come gli antibiotici generano resistenza nei batteri, i vaccini esercitano una pressione evolutiva sui virus per accelerare le mutazioni e creare varianti più virulente e pericolose» aveva scritto Joseph Mercola.
«In una persona non vaccinata, il virus non incontra la stessa pressione evolutiva per mutare in qualcosa di più forte», ha aggiunto Mercola (…) Quindi, se il SARS-CoV-2 finisce per mutare in ceppi più letali, la vaccinazione di massa è il fattore scatenante più probabile»
Lo stesso pensiero del dotto il dottor Geert Vanden Bossche, esperto di vaccini che ha lavorato con GSK Biologicals, Novartis Vaccines, Solvay Biologicals, il team Global Health Discovery della Bill & Melinda Gates Foundation a Seattle e il GAVI a Ginevra:
«Non c’è dubbio che le continue campagne di vaccinazione di massa consentiranno a nuove varianti virali più infettive di diventare sempre più dominanti e alla fine si tradurranno in una drammatica inclinazione nei nuovi casi nonostante i maggiori tassi di copertura vaccinale. E indiscutibilmente questa situazione porterà presto alla completa resistenza delle varianti circolanti agli attuali vaccini».
Sarebbero proprio i vaccinati, quindi, ad avere un ruolo chiave nelle varianti.
«Quello che stiamo vedendo è l’ABC dell’evoluzione del virus» ha detto Brian Hooker, professore di biologia alla Simpson University.
Vi è poi la storia ancora più prossima a noi, riguardo a questa teoria: quella della Omicron nata dalla spinta evolutiva innescata dalla miracolosa pillola anti-COVID.
Il virologo di Harvard William A. Haseltine ha detto al Financial Times che la causa delle mutazioni potrebbe essere il molnupiravir, il farmaco anti-COVID sviluppato da Merck, che ha risposto negando l’accusa come «infondata» e priva di «basi scientifiche».
«Stiamo mettendo in circolazione un farmaco che è un potente mutageno in un momento in cui siamo profondamente preoccupati per le nuove varianti», sostiene Haseltine. «Se stessi cercando di creare un virus nuovo e più pericoloso negli esseri umani, darei una dose subclinica di molnupiravir alle persone infette».
Secondo il virologo il farmaco interviene nel processo di mutazione del virus, «introducendo più errori nel suo codice genetico. Quando vengono introdotti abbastanza errori, la replicazione del virus rallenta e il paziente lo elimina». Cioè, il farmaco sovraccarica il virus con mutazioni, fino a quando non diventa incapace di replicarsi.
Il problema, avverte Haseltine, è che queste proprietà «altamente mutagene» del farmaco potrebbero aver indotto la creazione di varianti.
Si tratta proprio della pillola acquistata in decine di migliaia di confezioni dal generale Figliuolo.
Di tutto quello di cui abbiamo scritto sotto, che dovrebbe far parte dell’ABC della virologia e pure della biologia tout court, non si è praticamente avuto alcun dibattito in Italia. E il mio stato di salute attuale potrebbe esserne la diretta conseguenza.
Tuttavia, è ancora più preoccupante il secondo punto che mi fa temere: quello amministrativo e digitale.
Molto in breve, se le reinfezioni dopo poche settimane non dovessero essere casi isolati ma la nuova realtà epidemiologica (una nuova ondata, come si diceva) non so immaginare l’urto quale potrebbe essere.
L’intera architettura biosecuritaria con cui stanno riplasmando (resettando…) la società – e cioè, il green pass – andrebbe in pezzi.
O meglio, andrebbe frantumata la sua credibilità. Essendo un oggetto digitale, sarebbe riformulato in poco tempo. Sarebbe semplicemente esclusa la possibilità di avere un certificato verde con la sola immunità naturale.
E lasciate perdere il fatto che anche i vaccini non hanno dato prova di proteggere dall’infezione e dal contagio: ve la rigirano in un nanosecondo con qualche slogan pubblicitario, tipo previene-l’ospedelizzazione, e poi cercano pure di raccontarti che mai in vita loro hanno detto che la siringa genica offriva totale protezione… macché, scherziamo?
La sceneggiatura la conoscete: come notava questo sito oramai più di un anno fa, qualcuno lavorava alacremenente, e furtivamente, per riformulare l’idea stessa di immunità di gregge.
Ricordate? Si era a fine dicembre 2020… Sul sito dell’OMS la definizione di herd immunity subì una strana, repentina mutazione. Nella nuova definizione, l’OMS insisteva sul fatto che l’immunità di gregge si otteneva esclusivamente con programmi di vaccinazione di massa.
«L’immunità di gregge si ottiene proteggendo le persone da un virus, non esponendole ad esso (…) L’immunità di gregge esiste quando viene vaccinata un’alta percentuale della popolazione» scriveva il sito dell’OMS, buttando a mare, anche quello, decenni di letteratura epidemiologica.
I padroni del green pass non vedono l’ora di seguire questo spartito.
Cercate di capire, e di essere magnanimi: non è più possibile dire che sono in malafede. Semplicemente, non sanno quello che fanno. Improvvisano. C’è un canovaccio, certo. Ma loro ballano come capita, come dei sordi che fingono di sentire una musica che non c’è.
Questo dovrebbe far paura: perché è proprio quando il truffatore viene smascherato che può diventare violento.
Immaginate ora il nervosismo: ci ripetono che siamo nel finale, il decreto si chiama in modo benaugurante «fine pandemia». Pensate a quanto sono esposti nella loro menzogna, davanti ad un caso come il mio, oltre che quello dei migliaia e migliaia di infetti doppio-triplo-quadruplovaccinati.
Quindi ora non so cosa aspettarmi da chi vuole marchiarmi con il timbro verde e che, mentre fingeva di toglierlo almeno per qualche mese, ora dovrà riprogrammarlo.
No, non possiamo sapere cosa farà un potere costituito che è legibus solutus, al punto che distrugge gli interessi energetici e perfino alimentari dei suoi cittadini dichiarando di fatto guerra ad uno dei nostri più importanti partner mondiali.
Un potere che invia armi agli avversari di chi ci dava riscaldamento e cibo e lavoro – avversari con simboli e ideologie che in Italia non sarebbero esattamente legali.
Un governo, un Parlamento, un’intero sistema politico-amministrativo e mediatico che scherza con il fuoco atomico, e sembra non rendersene contro.
Sì, mentre vi scrivo qui con la mia febbriciattola, dovrei pensare più che altro al fatto che le armi nucleari stanno per diventare un argomento strategicamente accettato da tutte le parti.
E forse, a questo punto dobbiamo anche ricordare che l’Ucraina è quel Paese dove, grazie ad un presidente amico di Davos e a ministri digitali intraprendenti, era stato dato a tutti i cittadini il prototipo definitivo del green pass del futuro, quello con cui puoi fare qualsiasi cosa, specialmente ricevere denaro virtuale se ti vaccini.
Sì, stiamo armando il Paese del green-pass-ultra-plus-premium obbligatorio (quello che da noi ci verrà affibbiato con dentro l’euro digitale), e provocando una superpotenza termonucleare che che ci dava gas e grano e tanto commercio – una superpotenza termonucleare che, al di là di questo, di fatto ci amava.
Di fatto, non so se posso reggere, se mi ci metto a pensare davvero. La malattia può prendere senz’altro il sopravvento. In un mondo così malato, la spinta del morbo verso il conformarsi potrebbe essere irresistibile.
Facciamo così. Io cercherò comunque di essere attivo mandando avanti il sito. L’altra volta non ce l’ho fatta: nei giorni di morbo più totale, non riuscivo nemmeno a lavorare al computer, anche perché quando lo facevo subito dopo la pagavo. Alcuni si sono risentiti e ci hanno scritto: del resto era praticamente la prima volta che Renovatio 21 staccava la spina, per due anni e passa, non c’era stato un giorno senza una pompata di contenuti per capire il mondo (attualmente, circa 10 al dì).
Allora. Farò del mio meglio per mantenere in piedi me stesso e Renovatio 21. Promesso.
Sempre di non essere disintegrato da un missile ipersonico nucleare russo che colpisce una delle cinque basi americane che stanno a poche centinaia di metri da dove mi trovo.
Non so quanto questa possibilità sia più remota di quella di beccarsi il COVID due volte in tre mesi.
Roberto Dal Bosco
Pensiero
Perché Trump attacca il papa?
E così, dopo la hybris estrema dell’ultimatum che annunziava «la cancellazione di un’intera civiltà» – con tanto di frase aggiunta «lode ad Allah» – il presidente Donald Trump è andato molto oltre.
Sul suo social, Truth, spunta un suo post dove compare nei panni di Gesù Cristo che taumaturgicamente guarisce il popolo americano..
L’immagine è blasfema ed irricevibile. Qualcuno ha notato, sullo sfondo del sole luminoso, forse la figura di una versione mecha-kaiju della Statua della Libertà, ma sarà il solito tocco inquietante che dà l’Intelligenza Artificiale.
BLASPHEMY. pic.twitter.com/n7Vn36Lvkr
— Carrie Prejean Boller (@CarriePrejean1) April 13, 2026
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Tuttavia, sappiamo che un paragone tra Nostro Signore e The Donald era stato tracciato pochi giorni fa da Paula White, la «pastora» sionista in carica alla Casa Bianca, la cui congregazione a Pasqua raccoglieva nella sua «funzione» forse 200 persone (c’è quasi più gente agli eventi che organizza il vostro affezionatissimo).
“Christian pastor” Paula White, President Trump’s spiritual advisor, compares Trump to Jesus.
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— AF Post (@AFpost) April 2, 2026
Era presente sul palco il vescovo Robert Barron, prelato podcasterro che ha paura del diavolo e non difende le signore cattoliche dinanzi alla prepotenza sionista. E quindi, il Donaldo per forza si sente un po’ unto. Al punto che ora il bersaglio è diventato ufficialmente il papa – e qui cercheremo di dire perché.
Il messaggio è ancora più impressionante di quelli di scherno agli avversari morti che il presidente ha prodotto di recente, e pure di quello con cui ha insultato Tucker Carlson, Megyn Kelly, Candace Owens, Alex Jones, ai quali deve porzioni non indifferenti di consenso per tutte e due le elezioni vittoriose.
«Papa Leone è DEBOLE in materia di criminalità e pessimo in politica estera» attacca il presidente statunitense. «Parla di “paura” dell’amministrazione Trump, ma non menziona la PAURA che la Chiesa Cattolica e tutte le altre organizzazioni cristiane hanno provato durante il COVID, quando arrestavano sacerdoti, ministri e chiunque altro per aver celebrato funzioni religiose, anche all’aperto e mantenendo una distanza di tre o addirittura sei metri». Qui, bisogna dire, il presidente non ha tutti i torti, tuttavia va ricordato che le prime clausure, e l’avvio del programma letale del vaccino mRNA, furono fatti nell’ultimo anno del suo primo mandato.
«Preferisco di gran lunga suo fratello Louis a lui, perché Louis è un vero sostenitore del MAGA. Lui ha capito tutto, Leone no!» puntualizza il Donald, che subito dopo l’elezione al Soglio del Prevost aveva invitato alla Casa Bianca e ad altri eventi il fratello floridiano suo sostenitore – che per qualche ragione aveva posato con Trump presso lo Studio Ovale in camicetta.
Pope Leo XIV’s MAGA boomer brother Louis Prevost met President Trump in the Oval Office.
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— AF Post (@AFpost) May 21, 2025
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«Non voglio un papa che pensi che sia giusto che l’Iran abbia un’arma nucleare» dice Trump, che non è nemmeno cattolico. «Non voglio un papa che pensi che sia terribile che l’America abbia attaccato il Venezuela, un Paese che inviava enormi quantità di droga negli Stati Uniti e, peggio ancora, svuotava le sue prigioni, compresi assassini, spacciatori e criminali, nel nostro Paese».
«E non voglio un papa che critichi il Presidente degli Stati Uniti perché sto facendo esattamente ciò per cui sono stato eletto, CON UNA VITTORIA SCHIACCIANTE, ovvero raggiungere livelli record di criminalità e creare il miglior mercato azionario della storia. Leone dovrebbe essermi grato perché, come tutti sanno, è stata una sorpresa sconvolgente. Non era in nessuna lista per diventare papa, ed è stato messo lì dalla Chiesa solo perché era americano, e pensavano che questo fosse il modo migliore per gestire il Presidente Donald J. Trump» assicura il presunto «leader del mondo libero».
«Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano. Sfortunatamente, la debolezza di Leone sulla criminalità e sulle armi nucleari non mi va giù, né mi va giù il fatto che incontri simpatizzanti di Obama come David Axelrod, un PERDENTE della sinistra, che è uno di quelli che volevano che i fedeli e il clero venissero arrestati».
«Leone dovrebbe darsi una regolata come Papa, usare il buon senso, smetterla di assecondare la sinistra radicale e concentrarsi sull’essere un grande papa, non un politico. Gli sta causando molto danno e, cosa ancora più importante, sta danneggiando la Chiesa cattolica!» conclude, firmandosi «Presidente DONALD J. TRUMP»
L’attacco è senza precedenti, oltre che per linguaggio, per l’assoluta mancanza di diplomazia. In molti lo vedono come un attacco frontale al cattolicesimo, e lo è. Non solo: nella logica invertita di «colpirne 100 per educarne 1», Trump sta con probabilità bastonando il cattolicesimo americano, e ancora più a fondo i suoi rappresentanti all’interno dell’amministrazione. In particolare, il convertito JD Vance.
Avevamo scritto come, allo scoccare della tregua, gli «adults in the room» cattolici avessero preso in mano le redini della questione, contro i luterani sionisti che avevano portato il Paese nell’umiliante stallo di Ormuzzo. Vari livelli cattolici dell’amministrazione si erano mossi contro la guerra voluta da Israele. Il capo dell’antiterrorismo Joe Kent (veterano della forze speciali e vedovo di soldatessa criptologa uccisa in Siria, accusato pure lui di essere «debole») si era dimesso. Il segretario di Stato Marco Rubio, che è stato neocon ma è pur sempre cattolico (nonostante varie altre conversioni), dopo aver detto che gli USA erano stati trascinati in guerra dallo Stato Ebraico è sparito – durante le negoziazione ad Islamabad, lui era ad un incontro di MMA…
E poi lui, JD Vance, il ragazzo che dovrebbe ereditare la Casa Bianca nel 2028 (a meno che il re non voglia piazzarci un suo figliuolo: del resto è amico di Kim…). Il vicepresidente, lo sappiamo, non piace tantissimo agli ebrei: caso unico, non è andato a chinare la kippah sul Muro del Pianto – passaggio obbligatorio per qualsiasi politico USA, dal presidente in giù – preferendo, nel suo ultimo viaggio in Israele, andare a visitare i cristiani della Terra Santa e i loro luoghi.
La risposta degli israeliani è arrivata immediata. La Knesset, il Parlamento dello Stato Giudaico, emette, lui ancora presente, vota sulla sovranità della Cisgiordania – che gli israeliani e i loro minions americani sionisti chiamano «Giudea & Samaria», un affronto terrificante, che JD ritiene essere stata una «stupida trovata politica».
Lo stesso Vance, è emerso, era risolutamente contrario alla guerra in Iran. Non è un caso, a questo punto, quello che è successo dopo. Gli iraniani hanno fatto capire che avrebbero voluto lui per i negoziati. Detto, fatto: lo spediscono in Pakistan, ma ci attaccano i due consiglieri ebrei di Trump, l’amico avvocato Steve Witkoff e il genero Jared Kushner, ebreo ortodosso la cui famiglia finanzia da decadi Netanyahu. Il lettore di Renovatio 21 ricorderà quando, ottenuto il rilascio da parte di Hamas di tutti gli ostaggi, i due cercavano di placare la folla di Tel Aviv che fischiavano il nome del premier israeliano.
In rete ora circolano ricostruzioni secondo cui a far fallire i negoziati nell’ultima ora sarebbero stati i due ebrei vicini a Trump. JD resta col cerino in mano, e finisce perfino a rimangiarsi ridicolmente la protezione del Libano: perché l’accordo prevedeva lo stop ai bombardamenti di Beirut, e invece gli israeliani – i veri padroni del giuoco – lanciano subito 100 azioni militari in 10 minuti, colpendo quartieri residenziali della capitale libanese, morti e feriti ovunque, caos e rovina, sangue e distruzione, as usual.
E quindi: è in atto un purga anticattolica dentro il potere americano, e il presidente ha deciso da che parte stare. Qualcuno ha programmato questa operazione. Noi avevamo notato una strana puzza attorno alla notizia, ripetuta a pappagallo da tutte le testate del mondo, dell’incontro dove gli uomini del Pentagono avrebbero minacciato il Vaticano con le spettro di una nuova Avignone: non solo era sospetto il racconto (Elbridge Colby, l’ufficiale della Difesa coinvolto, è cattolico, e pure ragionevole), lo era pure la fonte, la testata The Free Press della lesbica sionista Bari Weiss, la giovane giornalista è ora al centro di immensi investimenti della classe degli ultramiliardari filoisraeliani (come gli Ellison, che le hanno affidato, a lei giornalista poco più che blogger, l’intera rete di notizie CBS, e comprato TikTok per soprammercato).
La divisione, infiammata a dovere dagli strateghi nemmeno più tanto occulti, segue quindi una linea etno-religiosa. I cattolici vanno neutralizzati perché sono la vera, consistente minaccia all’altra parte, cioè gli ebrei e i loro sodali cristiano-sionisti, i fondamentalisti luterani millenaristi («dispensazionalisti», è il termine teologico esatto) che, dopo essersi fatti riscrivere la Scrittura da un tizio finanziato dai Rothschild (la Bibbia Scofield), credono che bisogna difendere Israele ad ogni costo, perché il loro Messia, che sarebbe il nostro anticristo, meccanicamente produrrà dopo 7 anni il ritorno di Cristo sulla Terra.
In molti ora dicono che questa teologia è oramai al capolinea: non attecchisce in alcun modo sulle nuove generazioni, che vedono con orrore il genocidio di Gaza e si chiedono come la generazione dei loro genitori abbia potuto accettarla e persino fare il tifo per essa. Il capolinea del fondamentalismo sionista americano significa la fine del consenso per le violenze israeliane – e Israele lo sa, e per questo agisce con questa fretta infernale, i boomer – come Trump, che guarda ancora la TV e vi crede pure – non dureranno per sempre.
In realtà, in America non si sta spegnendo solo il fondamentalismo cristiano-sionista: è tutto il protestantismo che sta morendo. A differenza del cattolicesimo, che sta registrando un boom di battesimi mai visto (al punto che la trasmissione di inchiesta 60 Minutes vi ha realizzato un servizio in cui interroga tre vescovi bergogliani, che ovviamente non ci stanno capendo nulla), è tutto il protestantesimo che sta andando al macero, vittima della sua grottesca rarefazione, delle sue contraddizioni, del suo cattivo gusto rivoltante.
Secondo il saggista francese Emmanuel Todd, autore del libro La sconfitta dell’Occidente, il declino degli USA dipende dalla sparizione della sua grammatica profonda – cioè il protestantesimo. Tale tesi è stata sposata dallo studioso cattolico americano E. Michael Jones, che dice: se il protestantesimo sparisce, le uniche due «identità» americane rimaste, cioè cattolici ed ebrei, si trovano a lottare per la primazia sul Paese, nella società come nel governo.
E quindi non deve sorprendere l’anticattolicesimo alzare la testa in USA. Attacchi ai cattolici tradizionisti sono arrivati dal senatore texano Ted Cruz, noto per aver dichiarato che il suo primo obiettivo politico è la difesa di Israele (e noto pure, ricordiamo noi, per essere figlio di uno strano cubano-canadese che frequentava Lee Harvey Oswald).
Negli stessi giorni, è spuntato al Pentagono un pastore protestante, Doug Wilson, che ha dichiarato che le processioni cattoliche andrebbero proibite, perché costituiscono «idolatria», cos’ come il culto della Vergine. Discorsi del genere non si sentivano pubblicamente da decenni: la cattofobia pare, quindi, sempre più slatentizzata.
Secretary Pete Hegseth Pastor who was Invited to Pray at Pentagon Says Publicly Eucharist and Marian Procession Should NOT be Permitted in Public. See more here: https://t.co/5fpjjd1ff8 pic.twitter.com/iKJg1bPCuI
— John-Henry Westen (@JhWesten) March 13, 2026
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Si muove una nuova persecuzione anticattolica in America? Non è improbabile. Il presidente che parla del vicario di Cristo come di un «debole» è in linea con il suo padrone Bibi Netanyahu, che pochi giorni fa ha detto che sul piano storico Genghis Kahn (cioè la forza militare ferale, cioè la volontà di sterminio) vince sempre su Gesù Cristo. Un discorso che avrebbe dovuto incendiare mezzo mondo, non solo per la bestemmia, ma per l’incapacità totale di comprendere Cristo, il suo messaggio, la sua forza.
A Tel Aviv e a Washington non credono nella Pace, perché non credono nella sua forza, non credono nel suo Dio. Il Dio della pace ha dimostrato di poter regnare sulla storia, e far sopravvivere il suo culto dinanzi ai nemici militari più armati ed assetati di sangue. Questo i cratolatri, coloro che credono solo nel potere della forza, non sembrano considerarlo.
Eppure, qualcuno glielo dovrebbe dire, ai re del mondo moderno. Il Re dei re, nella pace e nell’amore, è loro superiore. Il Re dei re vive nei millenni: e il suo regno, a differenza dei miseri mandati umani, non avrà fine. Il Re dei re può detronizzarli fulmineamente, perché, come disse Nostro Signore a Ponzio Pilato che con tutta la potenza dell’Impero romano lo stava mettendo a morte, non est enim potestas nisi a Deo, non c’è autorità se non da Dio.
E invece: hanno deciso di sfidare Dio, persino di canzonarlo. Lo sapranno? Deus non irridetur. Dio non si fa irridere, mentre la battaglia tra ebrei e cattolici dentro l’America avrà ramificazioni immani in tutto il mondo.
Sappiamo già chi vincerà – perché lo abbiamo già visto. Perché sappiamo che pure nell’umiliazione più disperante, nella violenza più degradante, Cristo vince. Cristo regna. Christus imperat.
Cristo comanda. Lo Stato moderno ha bisogno di reimpararlo. Il momento probabilmente è arrivato.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
Pensiero
Ordo Ab Chao. Le ragioni di una guerra
Parere (n. 29): Ordo Ab Chao. Le ragioni di una guerra
È innegabile che, bombardando ospedali, industrie farmaceutiche, centrali elettriche e altre strutture civili, gli Stati Uniti d’America si stanno comportando in Iran come Israele si comporta in Palestina; ed è altrettanto innegabile che, tenuto conto della reale rilevanza strategica dello stretto di Hormuz per l’America e l’Europa in particolare (1), gli USA hanno attaccato l’Iran solo per secondare la dispotica politica mediorientale israeliana. Prima o poi, qualcuno si preoccuperà di spiegare al mondo perché Putin debba essere considerato a tutti i costi un diabolico aggressore e Trump, o Netanyahu, no. Per il momento, il CIEB si limita a riassumere sinteticamente le cause e gli scopi di una guerra che, al di là di ciò che propala il mainstream, poco o nulla ha a che fare con l’egemonismo statunitense e che, invece, serve due scopi diversi, ma correlati: da una parte, confermare il rapporto ancillare degli USA rispetto alle strategie totalitaristiche di élites finanziarie transnazionali chiaramente identificabili, che de facto governano il mondo mediante organismi dalle stesse finanziati e organizzati (2); dall’altra, fornire ai grand commis dell’Unione europea – che di quelle élites sono anch’essi fedeli servitori e sulle cui labbra la parola «guerra» aleggia dal giorno successivo alla fine del Covid – il pretesto tanto atteso per varare ulteriori politiche liberticide. Per fare ciò, sono sufficienti tre parole: Ordo ab chao. Da sola, infatti, questa locuzione, assurta a motto della Massoneria universale, riassume e chiarisce le cause e gli scopi di una guerra ordita e pianificata secondo una spirale autoconclusiva: la guerra è funzionale all’emergenzialismo, che è funzionale a misure restrittive, che sono funzionali al controllo totalitario delle popolazioni, che è funzionale al mantenimento dello status quo, che è funzionale alla sopravvivenza delle élites che esprimono gli apparati di governo che promuovono la guerra. Il cerchio si chiude con la stessa naturalezza con cui sono state sbrigativamente messe da parte le ripugnanti vicende dello scandalo Epstein in cui quelle élites, fino a poche settimane fa, sembravano immerse fino al collo.Sostieni Renovatio 21
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Pensiero
Presidenti USA ricattati da Israele: Tucker Carlson risponde a Trump
In un testo circolato via mail e sul suo sito intitolato «He is in a tough spot» («Si trova in una situazione difficile»), il giornalista Tucker Carlson ha risposto al posto di insulti scritto due giorni fa dal presidente statunitense Donald Trump, che tra improperi e cattiverie ha puntato il dito su quattro popolarissimi podcaster – Megyn Kelly, Candace Owens, Alex Jones e lo stesso Carlson – che non sostengono la sua agenda bellica iraniana. I quattro, va notato, hanno sostenuto Trump negli anni, quando i suoi attuali sicofanti – molto spesso ebrei e/o legati ad Israele – invece combattevano l’ascesa di The Donald.
L’implicazione diretta, nemmeno tanto implicita, è che il presidente USA sia sotto ricatto da parte dello Stato degli ebrei.
Il testo di Carlson mostra che per una parte consistente dell’opinione pubblica americana (con la Owens e la Kelly ha statisticamente i primi posti di ascolto nell’ambito dei podcast, che superano di molto le TV) è arrivato al punto di non ritorno nei rapporti con lo Stato Ebraico, e prevediamo che vi saranno a breve anche profonde revisioni storiche a riguardo.
Si trova in una situazione difficile
I media mainstream non ne parlano mai, ma il governo israeliano ha una lunga storia di ricatti ai danni dei presidenti degli Stati Uniti. Forse l’esempio più sconvolgente risale agli anni Novanta, quando Israele usò le registrazioni di una conversazione telefonica a sfondo sessuale tra Bill Clinton e Monica Lewinsky come leva per fare pressione su Clinton affinché rilasciasse Jonathan Pollard, la spia condannata.
Non stiamo scherzando. È successo davvero. Vale la pena ricordare la storia della conversazione telefonica a sfondo sessuale, ora che il presidente Trump sta cercando di porre fine alla guerra con l’Iran. Come molte altre azioni compiute da Israele, dimostra che l’«alleato speciale» dell’America è disposto a giocare sporco per raggiungere i suoi obiettivi. Finanziamenti occulti alle campagne elettorali, estorsioni, minacce fisiche e persino assassinii. Nella loro visione anticristiana, il fine giustifica sempre i mezzi. Non si fanno scrupoli a distruggere vite umane.
L’attuale priorità assoluta di Israele è garantire che l’Operazione Epic Fury non si fermi. Sanno che il fatto che gli Stati Uniti combattano la loro guerra al posto loro rappresenta la migliore opportunità per espandere i propri confini e diventare una superpotenza globale, e un accordo di pace manderebbe in fumo il loro piano.
Basandosi sul passato del Paese, i suoi leader sono senza dubbio disposti a spingersi fino in fondo per garantire che lo spargimento di sangue continui. Ciò potrebbe significare un ricatto in stile Clinton contro Trump, o qualcosa di ben più macabro. Non sappiamo con certezza se ciò stia accadendo, ma la sola possibilità è abbastanza inquietante da togliere il sonno al presidente. È sottoposto a una pressione che la maggior parte delle persone non riesce a immaginare, con i fanatici sostenitori dell’Israel First che lo perseguitano ferocemente ogni volta che osa deviare anche solo leggermente dall’agenda del loro Paese preferito.
La loro spudorata persecuzione è così tenace da far impazzire persino un uomo come Donald Trump. Sono persistenti come nessun altro gruppo nella storia, a prescindere da quanto bene la Casa Bianca li abbia trattati in passato. Non sono mai grati, vogliono sempre di più e si rifiutano di concedere al presidente nemmeno un centimetro di respiro. È una pressione incessante e totale.
Abbiamo deciso di scrivere di questo dopo che Trump ha pubblicato un post su Truth Social attaccando la nostra azienda, Megyn Kelly, Candace Owens e Alex Jones, che lo hanno sostenuto per anni.
Piuttosto che abbandonarci a meschini insulti, vogliamo mostrare comprensione verso il presidente. Sta affrontando una pressione talmente forte da poterlo indurre ad abbandonare le promesse elettorali e a trasformarsi proprio nel tipo di politico che un tempo aveva giurato di distruggere. Non avrebbe permesso che ciò accadesse se non ci fosse stato un interesse personale davvero enorme.
Speriamo che riesca a superare questa situazione.
Tucker Carlson
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Flickr
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