Eutanasia
Celebrità ed eutanasia: ecco l’orrore del suicidio assistito dei famosi
Un’altra celebrità ha deciso di morire attraverso il suicidio assistito. Questa volta è toccato all’artista americana Jackie Ferrara, acclamata scultrice le cui opere sono esposte al Museum of Modern Art di New York (MOMA). Lo riporta LifeSite.
La Ferrara è morta il 22 ottobre scorso, a 95 anni. Non era malata. Non soffriva. Semplicemente aveva deciso che «non voleva più dipendere da nessuno».
«Non voglio una badante», aveva dichiarato in un’intervista al New York Times. «Non ho mai voluto nessuno. Mi sono sposata tre volte. Mi basta». Parole che rivelano più una solitudine esistenziale che una reale sofferenza fisica.
Negli Stati Uniti Ferrara non avrebbe potuto accedere al suicidio assistito: la legge lo consente solo a chi è affetto da malattie terminali. Così, ha scelto di recarsi in Svizzera, in centro eutanatico di Basilea, dove è morta tramite iniezione letale.
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È l’ennesimo caso di una lunga lista di personaggi noti che scelgono di farsi togliere la vita e che i media raccontano con toni entusiastici, quasi celebrativi. Ferrara segue, a un solo mese di distanza, la morte della sopravvissuta all’Olocausto Ruth Posner e di suo marito, anch’essi «accompagnati» nello stesso centro elvetico.
Il risultato ovvio della crescente quantità di celebrità auto-eutanatizzatesi è una normalizzazione della morte procurata, presentata come un atto di autodeterminazione, di coraggio, persino di eleganza. Il suicidio tramite lo Stato moderno è cool.
La sofferenza — anche solo potenziale, futura o immaginata — diventa motivo sufficiente per essere «aiutati a morire». Siamo quanto più lontani possibile dal cristianesimo.
Un tempo, i suicidi delle celebrità erano considerati tragedie. Il mondo intero pianse il cuoco, scrittore e fortunatissimo personaggio TV Anthony Bourdain, morto impiccato in una stanza d’albergo nel 2018. La Corea del Sud continua a interrogarsi su un’ondata drammatica di suicidi nel mondo dello spettacolo. Quelle morti erano viste per ciò che erano: drammi umani, segnali di dolore, non esempi da imitare.
Oggi, invece, quando il suicidio avviene con il consenso medico o statale, cambia la percezione. Se la Ferrara si fosse tolta la vita da sola, sarebbe stata compatita. Ma poiché a iniettare il veleno è un medico e tutto avviene in un contesto «ordinato», si parla di «assistenza sanitaria».
E così, la tragedia diventa «scelta», la morte diventa «diritto», e chi solleva dubbi è un bigotto moralista, probabilmente anche razzista, misogino, omofobo ed antisemita.
Dietro la patina di libertà individuale si nasconde un messaggio inquietante: la vita vale solo finché è autonoma, produttiva, indipendente. Quando si invecchia, quando si teme la dipendenza, quando si perde qualcosa della propria efficienza fisica o mentale, allora si può «scegliere di andarsene».
È una visione profondamente disumana, che riduce la persona al suo stato di salute e trasforma la medicina da arte del curare in pratica del sopprimere.
Le celebrità che si prestano a questa spettacolarizzazione della morte — e i media che la amplificano — contribuiscono a una «cultura di rassegnazione», non di speranza. Anche qui, la distanza dal messaggio di Cristo è immensa.
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Celebrando il suicidio assistito come una conquista di civiltà, stiamo insegnando alle nuove generazioni che il dolore non si affronta, si elimina; che la vecchiaia non si accompagna, si abbrevia.
La spettacolarizzazione della morte non è progresso. È una resa morale. E ogni volta che la vediamo — nei titoli dei giornali, nei post celebrativi, nelle interviste patinate — dovremmo avere il coraggio di chiamarla con il suo vero nome: morte di Stato.
Lo Stato moderno, lo sappiamo, odia profondamente il suo popolo, e ne vuole la riduzione, se non l’eliminazione totale. È la chiara conseguenza di uno Stato non-cristiano, quindi anti-umano. Nessuno, tuttavia, pare aver capito che questa è la radice del problema, e non solo per l’eutanasia, ma per ogni altra minaccia (aborti, vaccini, predazioni degli organi, etc.) che la Necrocultura pone alle nostre stesse vite.
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Immagine di Cromely via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0
Eutanasia
Fine vita: il Senato francese respinge la cultura della morte
Il crollo di un testo senz’anima
L’articolo 2 non era un mero dettaglio tecnico; costituiva la «chiave di volta» della legge, definendo i parametri dell’azione letale. Il suo rigetto ha scatenato un terremoto parlamentare. Privata della sua struttura portante, la Commissione Affari Sociali ha tratto le logiche conclusioni da questo vuoto: ha smantellato il resto del testo attraverso una serie di emendamenti di eliminazione. Come ha sottolineato Philippe Mouiller (LR), continuare il dibattito su un testo ormai inapplicabile sarebbe stato inutile. Bisogna ammettere che questo rifiuto è il risultato di un’alleanza fortuita. Da una parte, una destra con posizioni molto diverse sulla tutela della vita; dall’altra, una sinistra socialista frustrata da un testo giudicato troppo «timido» rispetto alle tendenze libertarie dell’Assemblea nazionale. Ma che importanza ha l’alleanza, purché si eviti il baratro: il principio del suicidio assistito è, per il momento, sospeso al Palazzo del Lussemburgo.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Il giuramento di Ippocrate di fronte al «peso morto»
Il dibattito è stato caratterizzato dal vigoroso intervento di Bruno Retailleau. Di fronte all’ironica osservazione di Patrick Kanner (Partito Socialista) secondo cui «il dado è tratto», il presidente del Partito Repubblicano ha ribadito una verità che trascende le divisioni religiose: «Quello che proponete è il rovesciamento del giuramento di Ippocrate, che risale a ventiquattro secoli fa , ben prima del cristianesimo». Il rappresentante eletto della regione della Vandea ha sottolineato il pericolo per la civiltà rappresentato da questa riforma: quello di una società in cui il malato, sulla soglia dell’eternità, finisce per chiedersi se non sia un «peso» per i propri cari. Trasformare il medico, ministro della vita, in agente di morte, è una sovversione che il Senato si è rifiutato di avallare.Cure palliative: l’unica emergenza caritatevole
In mezzo a questo clamore, e quasi all’unanimità , i senatori hanno definitivamente adottato un testo che rafforza l’accesso alle cure palliative. È qui che risiede la vera risposta alla sofferenza: non nell’eliminare la persona sofferente, ma nell’alleviare il suo dolore e nell’accompagnare la sua fine vita con una presenza umana e compassionevole. «La morte può aspettare», ha insistito la senatrice Christine Bonfanti-Dossat, ricordando a tutti che l’urgenza è di natura economica e umana, non ideologica.La vigilanza rimane essenziale
La battaglia, tuttavia, non è ancora finita. Sebbene il Senato abbia salvato almeno in parte la propria reputazione, il governo ha già manifestato l’intenzione di riprendere il controllo. Il disegno di legge potrebbe tornare all’Assemblea Nazionale già il prossimo giugno, un’Assemblea ben più ricettiva alle teorie sulla «morte amministrata». Dietro le quinte, sta prendendo piede l’idea di un referendum d’iniziativa popolare (RIP), promosso da Francis Szpiner e Bruno Retailleau, ufficialmente per dare voce ai francesi, pur sapendo che i vari sondaggi d’opinione mostrano che i francesi sarebbero favorevoli al principio della morte in guanti bianchi: niente di sorprendente in un paese ampiamente secolarizzato dove il diritto naturale è stato da tempo relegato nel dimenticatoio della storia. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Eutanasia
Fine vita: il Senato francese riscrive timidamente il testo
Il 29 aprile 2026, la Commissione per gli Affari Sociali del Senato ha adottato una versione emendata del disegno di legge sulle cure di fine vita. Sostituendo «morte assistita» con «assistenza medica», la camera alta si sta comunque impegnando in una lotta di potere a breve termine con l’Assemblea Nazionale, mentre il Presidente dell’Assemblea Nazionale sta cercando di accelerare l’iter legislativo. Una cosa è certa: qualunque cosa accada, il diritto alla vita non ne uscirà vincitore.
Si tratta di un testo che procede a rilento, sotto l’occhio vigile di un governo ansioso di finalizzare un disegno di legge che sfida direttamente il diritto alla vita. Il 29 aprile 2026, i senatori della Commissione Affari Sociali hanno adottato una versione alternativa della riforma . Per i suoi sostenitori, la modifica non sarebbe meramente semantica, ma a un esame più attento, sembra che la riforma si stia comunque dirigendo verso la legalizzazione dell’eutanasia: il dibattito si concentra principalmente sulle condizioni in base alle quali essa verrà regolamentata.
«Accompagnare la morte anziché darla»
Su sollecitazione dei relatori della LR, Alain Milon e Christine Bonfanti-Dossat, la commissione ha respinto il progetto di suicidio assistito auspicato dai deputati . Al suo posto, i senatori propongono un’ «assistenza medica al suicidio» drasticamente regolamentata. Mentre l’Assemblea voleva estendere questo diritto ai pazienti in «fase avanzata o terminale», il Senato limita l’accesso solo a quei pazienti la cui vita è a rischio «a breve termine».
«Noi sosteniamo l’assistenza per chi sta morendo, non per chi vuole morire », ha insistito Christine Bonfanti-Dossat. Per la maggioranza di destra e di centro al Senato, il testo iniziale è stato considerato «fin troppo permissivo ». Inasprendo le restrizioni, il Senato spera di imporre la propria visione di cure mediche di fine vita, anziché un nuovo diritto individuale all’autodeterminazione.
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Calendario sotto forte tensione
Sebbene la sezione sulle cure palliative abbia goduto di consenso e sia stata adottata senza emendamenti, il destino dell’assistenza medica rimane subordinato ai dibattiti che si terranno all’Assemblea Nazionale l’11, il 12 e il 13 maggio. La posta in gioco è alta: se il Senato non riuscirà a proporre un’alternativa valida, il testo dell’Assemblea – più permissivo e privo di garanzie significative – prevarrà in via definitiva.
Fallito sia sul piano nazionale che su quello internazionale, il governo, dal canto suo, non nasconde la propria impazienza. L’obiettivo rimane l’attuazione del piano prima della pausa estiva. Questa ambizione è condivisa dalla Presidente dell’Assemblea Nazionale, Yaël Braun -Pivet, che non ha esitato a chiedere una sessione straordinaria a luglio. «Voglio lavorare quest’estate, anche fino al 31 luglio», ha dichiarato a Europe 1/CNEWS alla vigilia del 1° maggio, ricordando agli ascoltatori che il 2026 dovrebbe essere un «anno produttivo». Come se una fine programmata potesse essere utile all’umanità…
Si profila una situazione di stallo legislativo.
L’assistenza di fine vita non è, tuttavia, l’unica questione urgente sulla scrivania del Presidente della Camera bassa. Prima di chiudere questo capitolo sulle questioni sociali, i parlamentari dovranno prendere in considerazione altri due testi «fondamentali»:
- La legge sulla programmazione militare dovrebbe entrare in vigore tra due settimane.
- La riforma del welfare (ASE), un tema su cui Yaël Braun -Pivet giudica la Repubblica «fallimentare».
Tra la timidezza dei conservatori al Palazzo del Lussemburgo e il progressismo sfrenato del Ministero degli Affari Esteri, le prossime settimane si preannunciano turbolente. Se la situazione di stallo tra le due camere dovesse persistere, il potere esecutivo potrebbe finire per cedere l’ultima parola ai deputati, aprendo così la strada a una riforma delle cure di fine vita più radicale rispetto alla versione annacquata auspicata dai senatori.
Ma alla fine, è probabile che a prevalere sia la cultura della morte.
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Immagine di Ank Kumar via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Eutanasia
Kennedy denuncia il regime canadese di suicidio assistito definendolo «abominevole»
RFK Jr. says HHS will fight to stop assisted suicide laws from spreading in the U.S.
“I think those laws are abhorrent.” “In Canada today… I think the number one cause of death is assisted suicide.” “It targets people with disabilities and people who are struggling in their… pic.twitter.com/xiXKJyV0w7 — End Tribalism in Politics (@EndTribalism) April 22, 2026
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