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Bill Gates ha donato 50 milioni di dollari alla campagna della Harris

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Dopo decenni trascorsi ai margini della politica, Bill Gates, una delle persone più ricche del mondo, ha dichiarato in privato di aver recentemente donato circa 50 milioni di dollari a un’organizzazione no-profit che sostiene la corsa alla presidenza della vicepresidente Kamala Harris. Lo riporta il New York Times, che avrebbe tre fonti informate sulla questione

 

La donazione avrebbe dovuto restare segreta. Il Gates non ha pubblicamente sostenuto la Harris, e la sua donazione rappresenterebbe un cambiamento significativo nella strategia che in precedenza lo aveva tenuto lontano da doni come questo.

 

Nelle telefonate private di quest’anno ad amici e altre persone, il Gates ha espresso preoccupazione su come potrebbe apparire una seconda presidenza di Donald Trump, secondo una persona informata sul pensiero del Gates, sebbene abbia sottolineato che potrebbe lavorare con entrambi i candidati.

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Il Gates non ha un rapporto profondo con la Harris, ma ha celebrato il lavoro dell’amministrazione Biden-Harris sul cambiamento climatico.

 

L’organizzazione filantropica del Gates, la Bill & Melinda Gates Foundation, è significativamente preoccupata per i potenziali tagli alla «pianificazione famigliare» – cioè all’aborto: il padre di Gates era nel board della multinazionale abortista Planned Parenthood – e ai programmi di salute globale se Trump venisse eletto, secondo due persone vicine alla fondazione.

 

Come riportato da Renovatio 21, nel 2021 la Fondazione Gates ha donato 2,1 miliardi a enti che portavano avanti nel mondo aborto e contraccezione. Cinque mesi fa Melinda Gates, ora divorziata dal Bill, ha donato 1 miliardo di dollari a femministe e abortisti.

 

Gates ha detto di aver fatto la sua donazione a Future Forward, il principale gruppo di raccolta fondi esterno a sostegno della Harris, secondo le persone informate sulla questione.

 

Il Gates ha parlato della sua donazione pro-Harris con i suoi pari, tra cui Mike Bloomberg, ex sindaco di Nuova York e importante sostenitore di Future Forward che ha preso in considerazione una donazione di dimensioni simili, hanno detto due delle persone informate.

 

La donazione del Gates è andata specificatamente al ramo non-profit di Future Forward, Future Forward USA Action, che come organizzazione «dark money» 501(c)(4) non rivela i suoi donatori, secondo le fonti del quotidiano di Nuova York, che scrive che «quindi, qualsiasi contributo del Gates non apparirà mai in nessun deposito pubblico».

 

In una dichiarazione raccolta dal NYT, il Gates non ha affrontato esplicitamente la questione della donazione né ha offerto un sostegno alla Harris nella corsa, sottolineando il suo bipartitismo, ma dicendo pure «queste elezioni sono diverse».

 

«Supporto i candidati che dimostrano un chiaro impegno nel migliorare l’assistenza sanitaria, ridurre la povertà e combattere il cambiamento climatico negli Stati Uniti e nel mondo», ha detto al giornale neoeboraceno. «Ho una lunga storia di collaborazione con leader di tutto lo spettro politico, ma questa elezione è diversa, con un significato senza precedenti per gli americani e le persone più vulnerabili in tutto il mondo».

 

Un portavoce di Michael Bloomberg ha rifiutato di commentare al quotidiano.

 

Come riportato da Renovatio 21, il Bloomberg ha, come Gates, una lunga storia di supporto alla Cultura della Morte. Negli ultimi anni il miliardario ex primo cittadino neoeboraceno entra entrato a far parte del comitato per l’Innovazione del Pentagono.

 

Il Bloomberg e il Gates sono amici di lunga data che hanno stretto un legame sulla filantropia e sui problemi di salute pubblica e cambiamento climatico. Il Gates, con un patrimonio netto stimato di 162 miliardi di dollari, è stato a lungo incoraggiato dagli amici e dai donatori democratici a impegnarsi per battere Trump, ma ha sempre resistito, secondo due persone a conoscenza delle attività del Gates.

 

«Ho scelto di non partecipare a grandi donazioni politiche», aveva detto Gates alla fine del 2019. «Ci sono momenti in cui potrebbe sembrare allettante farlo, e ci sono altre persone che scelgono di farlo, ma io semplicemente non voglio afferrare quel gigantesco megafono».

 

«Il coinvolgimento del Gates sorprende i dirigenti di lunga data della Gates Foundation» continua il NYT. «Il miliardario ha detto a un intervistatore dopo l’ingresso della Harris nella corsa presidenziale quest’estate che “si potrebbe essere in grado di prevedere” chi avrebbe sostenuto alle elezioni, ma che non era “un influencer politico”. Non dico agli altri come votare perché sono così associato alla fondazione che lavora con qualsiasi amministrazione. Penso che sia fantastico avere qualcuno che è più giovane e che può pensare a cose come l’intelligenza artificiale e a come modellarla nel modo giusto».

 

Due dei figli del Gates, Rory e Phoebe Gates, sono diventati donatori del Partito Democrato USA e hanno avuto un ruolo chiave nell’incoraggiare i genitori a prendere più seriamente le donazioni alla politica, affermano tre persone informate sulla questione. Entrambi i figli hanno tra i 20 e i 25 anni e i milioni di dollari che insieme contribuiscono provengono in gran parte dai genitori.

 

In questo ciclo la Melinda s si è anche dedicata alla donazione politica, staccando anche un assegno all’organizzazione non-profit Future Forward.

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Secondo il New York Times, Future Forward è stata la punta di lancia del bombardamento pubblicitario contro il Trump questo autunno. La donazione del Gates potrebbe, anche a fine campagna elettorale, aiutare a finanziare gli annunci pubblicitari anti-Trump. Il ramo non-profit affronta alcune restrizioni sulla quantità di denaro che può spendere per messaggi esplicitamente anti-Trump, ma ha donato oltre 170 milioni di dollari al super PAC Future Forward, che non affronta tali restrizioni.

 

Donare a un gruppo di «dark money» offre una certa protezione: alcuni ricchi donatori che sostengono la Harris sono nervosi all’idea di essere identificati pubblicamente con la sua campagna per paura che Trump cerchi vendetta dopo novembre. Il Trump ha minacciato di andare contro i sostenitori della Harris, compresi i suoi maggiori donatori.

 

Il Gates è una delle persone più attentamente osservate nel mondo della filantropia, con una rete di ricchi donatori che lo rispettano molto. Molte di queste persone fanno parte della comunità Giving Pledge, un gruppo di miliardari organizzato da Bill e Melinda che promettono di donare almeno metà dei loro beni a cause benefiche.

 

Il Gates ha in programma di incontrare alcuni membri del gruppo Giving Pledge e altri filantropi incentrati sulla salute a Palm Springs, California, secondo due persone informate sul programma, all’inizio di dicembre, subito dopo le elezioni.

 

Come riportato da Renovatio 21, riguardo al supporto degli oligarchi miliardari alla Harris, Elon Musk ha una teoria cristallina: essi sono «terrorizzati» dall’idea che la lista Epstein diventi pubblica, come ha promesso Donald Trump in caso di sua vittoria elettorale.

 

La bizzarra amicizia tra Gates ed Epstein emerse grazie ad un exposé del New York Times e riemerse con il divorzio dei Gates, ha suggerito la risposta alla domanda che nemmeno il giornalista più coraggioso ha provato a rivolgere al primo donatore mondiale dell’OMS: cosa univa in realtà, nel profondo, Epstein e Gates? Nessuno dei due aveva bisogno di danaro. Né di donne, riteniamo. E quindi?

 

La risposta che abbiamo provato a dare è: l’eugenetica.

 

Epstein era una sorta di transumanista apocalittico: aveva avuto l’idea di mettere il suo seme «superiore» e quello di geni accademici nel grembo delle ragazzine che sfruttava. Da lì si sarebbe potuto ripopolare il pianeta con una razza eletta di superuomini cervelloni. «È possibile che Gates vedesse in Epstein – con le sue isole, i suoi ranch, i suoi progetti di fanciulle ingravidate con il seme suo e di supergeni scienziati – qualcuno che comprendesse la sua visione del mondo e la sua rara capacità di renderla reale?» si chiedeva Renovatio 21 un anno fa.

 

L’argomento dell’eugenetica era discusso apertamente da Bill e la moglie Melinda dentro e fuori della loro Fondazione; era il tema preferito prima di quello delle Pandemie e dei vaccini, che del controllo della popolazione è diretta conseguenza.

 

Renovatio 21 ha altresì riportato di altre cene che in quegli anni Gates faceva con i Soros, i Rockefeller, i Buffet, etc. L’argomento, trapelò, era proprio quello: il controllo della popolazione mondiale, la sua riduzione.

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È emerso in questo periodo anche che Epstein potrebbe aver cercato di ricattare Gates parlando di un suo supposto rapporto con una giocatrice di bridge russa, Mila Antonova, presentagli nel 2010 da uno dei consiglieri di Gates all’epoca, Boris Nikolic, poi enigmaticamente reso esecutore testamentario di riserva di Epstein, rivelazione avuta solo dopo l’impiccagione del miliardario pedofilo.

 

Rimane a futura la memoria la reazione che ebbe quando fu intervistato sul suo rapporto con Epstein due anni fa.

 

 

Come riportato da Renovatio 21, qualcuno sospetta che un un incontro del 2013 tra Gates ed Epstein ha contribuito a creare progetti di vaccinazione globale a lungo termine.

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Bill Gates che la sua fedina relativa a Epstein è «pulita»

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Il cofondatore di Microsoft Bill Gates ha sostenuto di non dover essere considerato macchiato dalla passata associazione con il criminale sessuale Jeffrey Epstein.   In un’intervista rilasciata giovedì ad Axios, il miliardario ha affrontato i suoi legami con il finanziere defunto, presentandoli come una fonte di danni reputazionali, e ha insistito sul fatto che la controversia non dovrebbe oscurare le sue posizioni attuali su temi come l’intelligenza artificiale e la salute globale.   «Ho commesso degli errori. Sono cambiato», ha detto Gates. «Credo che i fatti siano chiari e che le persone possano giudicarmi in base a ciò che ho fatto».   Gates ha negato qualsiasi coinvolgimento nelle attività criminali di Epstein e ha dichiarato al Congresso che il noto pedofilo tentò in seguito di ricattarlo a causa di relazioni extraconiugali.   Il magnate della tecnologia ha definito i rapporti con Epstein un «enorme errore», sostenendo che fossero limitati e finalizzati a raccogliere fondi per progetti filantropici.

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Questa settimana Gates ha anche pubblicato un ampio saggio sulla prossima «turbolenta era dell’IA» e sul cambiamento del suo atteggiamento verso questa tecnologia. L’intelligenza artificiale potrebbe diventare «il più grande strumento di uguaglianza mai inventato» oppure «la peggiore fonte di ingiustizia», ha scritto, avvertendo che i governi restano pericolosamente impreparati allo sconvolgimento sociale ed economico in arrivo.   L’oligarca informatico ha riconosciuto il suo «potenziale pregiudizio» e ha ammesso di aver «beneficiato enormemente» del settore tecnologico, di mantenere con esso legami finanziari e di collaborare con Microsoft e altre aziende di intelligenza artificiale tramite la Fondazione Gates.   Gates avverte ora che l’IA potrebbe provocare sconvolgimenti di portata diversa. A differenza delle precedenti rivoluzioni tecnologiche, sostiene, può sostituire direttamente la cognizione umana e rimpiazzare rapidamente i lavoratori in settori come diritto, medicina, assistenza clienti, software e manifattura. Senza le giuste politiche, prevede, ci saranno comunque nuovi posti di lavoro, ma «molti meno di quelli attuali».   Oggi Gates sostiene che il margine per rallentare potrebbe essere ancora più stretto. Pur dicendosi favorevole a un piano internazionale credibile per limitare lo sviluppo dell’IA, ha concluso che «gli incentivi geopolitici ed economici spingono troppo forte per procedere a tutta velocità». In passato Gates aveva rifiutato di firmare un memordandum di limitazione dell’IA e aveva pure accennato alla sostituzione degli insegnanti con i bot, arrivando addirittura a dire che l’IA salverà la democrazia.   Ora Gates avverte che la crescente accessibilità dell’Intelligenza Artificiale potrebbe facilitare lo sviluppo di capacità di attacco informatico e di armi biologiche da parte di soggetti malintenzionati, mentre le armi autonome potrebbero conferire ai governi una maggiore capacità di usare la forza letale senza intervento umano. Anche la sorveglianza e la manipolazione dell’opinione pubblica diverrebbero più economiche ed efficaci.   Alla fine, ha avvertito Gates, il pericolo potrebbe venire dalle macchine stesse: sistemi sempre più potenti «potrebbero iniziare ad agire contro i nostri interessi e potremmo perdere il controllo».   Non è la prima volta che Gates lancia l’allarme su una minaccia globale incombente. In un intervento al TED del 2015, ampiamente seguito, aveva avvertito che il mondo era impreparato ad affrontare la prossima grande epidemia.   La pandemia di COVID-19 ha poi dato a quell’avvertimento un’aura di preveggenza, ma il ruolo di primo piano di Gates nelle politiche sanitarie globali lo ha reso un bersaglio di sfiducia. I suoi moniti passati e la partecipazione della Fondazione Gates a una simulazione di pandemia del 2019 sono stati poi intrecciati a numerose teorie secondo cui avrebbe pianificato l’epidemia e inteso trarre profitto dai vaccini. Lui stesso ha definito tali accuse «folli» e «malvagie».   Come riportato da Renovatio 21, dai carteggi degli Epstein files sta emergendo che Epstein si stava adoperando per un piano che avrebbe fatto ottenere «più soldi» per i vaccini di Gates. Del coinvolgimento dei due in progetti di vaccinazione universale si era già parlato anni fa.   È parimenti emerso che Gates ed Epstein hanno finanziato un portale di ricerca nel tentativo di controllare il dibattito scientifico. Un’altra figura centrale nel controllo del discorso pandemico, l’architetto della lista nera della disinformazione Tim Allan, si è dimesso dal governo britannico a seguito dei legami saltati fuori con lo Epsteino.   Gli incontri tra i due inoltre potrebbero aver concorso a creare, a partire dal 2013, le basi per programmi di vaccinazione globale, poi realizzatasi drammaticamente durante la cosiddetta pandemia COVID-19 Come riportato da Renovatio 21, dai file desecretati sono uscite manovre di Epstein per far ottenere a Gates «più soldi per i vaccini» e sistemi per controllare il dibattito scientifico.

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La bizzarra amicizia emerse grazie ad un exposé del New York Times e riemerse con il divorzio dei Gates, ha suggerito la risposta alla domanda che nemmeno il giornalista più coraggioso ha provato a rivolgere al primo donatore mondiale dell’OMS: cosa univa in realtà, nel profondo, Epstein e Gates? Nessuno dei due aveva bisogno di danaro. Né di donne, riteniamo. E quindi? La risposta che abbiamo provato a dare è: l’eugenetica.   Epstein era una sorta di transumanista apocalittico: aveva avuto l’idea di mettere il suo seme «superiore» e quello di geni accademici nel grembo delle ragazzine che sfruttava. Da lì si sarebbe potuto ripopolare il pianeta con una razza eletta di superuomini cervelloni. «È possibile che Gates vedesse in Epstein – con le sue isole, i suoi ranch, i suoi progetti di fanciulle ingravidate con il seme suo e di supergeni scienziati – qualcuno che comprendesse la sua visione del mondo e la sua rara capacità di renderla reale?» si chiedeva Renovatio 21 un anno fa.   L’argomento dell’eugenetica era discusso apertamente da Bill e la moglie Melinda dentro e fuori della loro Fondazione; era il tema preferito prima di quello delle Pandemie e dei vaccini, che del controllo della popolazione è diretta conseguenza.   Renovatio 21 ha altresì riportato di altre cene che in quegli anni Gates faceva con i Soros, i Rockefeller, i Buffet, etc. L’argomento, trapelò, era proprio quello: il controllo della popolazione mondiale, la sua riduzione.  

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Immagine di European Parliament via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International  
 
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Papa Leone nomina consultori che sostengono l’«ordinazione» delle donne e l’agenda di Davos

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Papa Leone XIV ha nominato martedì una dozzina di consultori al Dicastero per il Servizio dello Sviluppo Umano Integrale, tra cui diverse persone che si sono battute per l’«ordinazione» delle donne al sacerdozio, la sinodalità, modifiche all’insegnamento cattolico sulla morale sessuale e persino una con legami con il World Economic Forum (WEF) di Davos. Lo riporta LifeSite.

 

Tra le nomine effettuate da Papa Leone il 18 agosto al dicastero figurano Peter G. Kirchschlager, eticista sociale dell’Università di Lucerna, in Svizzera, il quale ha affermato che la Chiesa ha un problema irrisolto riguardo all’impossibilità dell’ordinazione delle donne al sacerdozio. Un altro nominato dal pontefice, padre Peter Klasvogt, un sacerdote tedesco, ha abbracciato il Cammino sinodale e ha auspicato che l’insegnamento della Chiesa sul sacerdozio femminile e sulla morale sessuale venga rivisto con una «disponibilità al cambiamento».

 

Kathryn Koch, presidente e CEO della società di gestione patrimoniale indipendente globale TCW, ha precedentemente lavorato per 20 anni presso Goldman Sachs. Koch è stata in particolare selezionata come Young Global Leader dal WEF nel 2015.

 

Nel 2018, Kirchschläger ha criticato la Chiesa cattolica per la sua «inadeguata applicazione dei diritti umani al suo interno» e per il suo «problema irrisolto» della cosiddetta «parità di genere», soprattutto per quanto riguarda il divieto di ordinazione sacerdotale delle donne.

 

Il Kirchschläger arrivò persino ad affermare che «lo Stato deve dire alla Chiesa: “avete un problema in materia di uguaglianza”», e insistere affinché lo Stato garantisca «l’universalità dei diritti umani» all’interno della Chiesa cattolica e delle altre religioni, indipendentemente da ciò che insegnano.

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Padre Klasvogt, rettore del Campo Santo Teutonico a Roma, ha pienamente appoggiato il Cammino sinodale tedesco eterodosso e il Sinodo sulla sinodalità.

 

In un libro del 2022 di cui è coautore, intitolato Riskierte Berufung («Attrazione rischiosa»), ha anche affermato erroneamente che in Paradiso «non ci saranno più sacerdoti, almeno non come carica», il che sembra essere un velato invito a un maggiore coinvolgimento dei laici nella gestione della Chiesa.

 

La Chiesa insegna che, poiché il Sacramento dell’Ordine sacro imprime un segno indelebile, i sacerdoti che raggiungono il Paradiso rimarranno tali per sempre.

 

Il sacerdote ha poi sostenuto che la Chiesa è libera di sviluppare nuovi ministeri «in base alle esigenze dei tempi» e ha suggerito che, pertanto, la Chiesa dovrebbe creare nuovi ministeri «per uomini e donne, compresi quelli istituiti mediante il suggello dell’imposizione delle mani e della preghiera».

 

Questo sembra essere un invito all’ordinazione delle donne al sacerdozio e al diaconato.

 

Koch, oltre ad essere stata selezionata come Young Global Leader dal WEF 11 anni fa, attualmente fa parte del consiglio di amministrazione del NASDAQ l’organizzaione che opera il listino dei titoli tecnologici, poiché ospita i giganti globali dell’innovazione, dell’informatica e del settore biotech, un partner chiave dell’organizzazione globalista.

 

Queste nomine si inseriscono in una tendenza emersa nelle recenti nomine di Papa Leone. All’inizio di questo mese, il Pontefice ha nominato 15 nuovi consultori presso il Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica, guidato dalla Prefetta Suor Simona Brambilla, tra cui sostenitori dell’ideologia LGBT e dell’«ordinazione delle donne», di una maggiore sperimentazione liturgica e di cambiamenti strutturali nella governance della Chiesa.

 

La più eclatante di queste nomine di consulenti è stata quella di suor Patricia Murray, ex segretaria esecutiva dell’Unione Internazionale delle Superiore Generali. Durante una conferenza sulla sinodalità del 2021, ha sostenuto che le discussioni riguardanti questioni controverse, tra cui l’ordinazione delle donne al diaconato e al sacerdozio, non potevano essere semplicemente escluse dal processo. «Dobbiamo anche permettere che vengano nominati gli argomenti di cui le persone vogliono parlare», ha affermato, menzionando esplicitamente il diaconato e il sacerdozio femminile.

 

Suor Murray è stata anche interrogata sulla «sofferenza delle persone LGBTQ+» durante una conferenza stampa in Vaticano relativa al sinodo, il 16 ottobre 2023.

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 Immagine di Raphael Röwekamp via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

 

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Venditore d’auto diventa principe del Belgio: è figlio segreto del fratello del re

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Un venditore di auto è diventato principe belga a soli 26 anni, dopo che il fratello del re lo ha finalmente riconosciuto come suo figlio segreto.   Clément Vandenkerckhove è stato legalmente riconosciuto come figlio ed erede dal principe Lorenzo, 63 anni, fratello minore di re Filippo, in una sobria cerimonia in municipio circa sei mesi fa, ma i dettagli sono emersi solo ora, secondo quanto riportato mercoledì dal giornale britannico Telegraph.   Il nuovo principe ora ha pari diritti di successione sul patrimonio privato di Laurent con la sorellastra, la principessa Luis , di 20 anni, e i fratellastri, il principe Nicola, di 20 anni, e il principe Almerico, di 19 anni.   Tuttavia, nonostante il nuovo titolo del Vandenkerckhove, non riceverà un’indennità reale, non assumerà incarichi ufficiali né acquisirà alcun diritto al trono belga.   Vandenkerckhove non ha ancora deciso se adottare il cognome di Lorenzo, cioè quello del celeberrimo casato Sassonia-Coburgo, dal quale provengono anche gli «inglesi» Windsor, che cambiarono nel nome di una cittadina inglese solo per operazione di rebranding.  

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«Potrei anche volerlo fare, ma sono orgoglioso del nome Vandenkerckhove», ha dichiarato di recente a Het Nieuwsblad. «Se dovessi sacrificare il nome della mia famiglia, sarebbe un tradimento di tutto ciò che mia madre ha fatto per me».   Il segreto reale è rimasto sepolto per anni, finché lo scorso settembre Vandenkerckhove non è apparso in un documentario televisivo sull’emittente belga VTM, confermando pubblicamente che Lorenzo era il suo padre biologico.   Vandenkerckhove è nato nell’agosto del 2000 da Wendy Van Wanten, cantante belga, il cui vero nome è Iris Vandenkerckhove. La donna ebbe una molto chiacchierata relazione con il fratello del re negli ann i Novanta , dopo essersi conosciuti a una sfilata di moda a Parigi, prima che lui sposasse la principessa Claire nel 2003.   Nel documentario, Vandenkerckhove affermava che sua madre gli rivelò finalmente che il principe Lorenzo era suo padre quando lui aveva 16 anni. Quattro anni dopo, si fece coraggio e chiamò il principe, e i due si sottoposero infine a un test del DNA che rivelò una compatibilità del 99,5%.   «Siamo andati insieme in ospedale e ricordo che mi disse: “Vado prima io, così ti sentirai più tranquilla”», ha raccontato Vandenkerckhove a VTM.   Il principe Lorenzo ha poi confermato che Vandenkerckhove era suo figlio biologico, affermando di aver avuto con lui «conversazioni aperte e sincere» in privato negli ultimi anni.   Nel 2013, Vandenkerckhove aveva incrociato la strada di Laurent in un centro commerciale, senza rendersi conto che quell’uomo fosse il suo padre biologico.   Prima di diventare principe, Vandenkerckhove lavorava come venditore di auto presso una concessionaria Opel a Deinze, costruendosi una vita ben lontana dalla famiglia reale belga, secondo quanto riportato da Het Nieuwsblad. Il Clemente ha studiato grafica ed è noto per la sua passione per le auto sportive e i cavalli.

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L’ultimo segreto della famiglia reale riecheggia la storia della famiglia di Laurent. Suo padre, l’ex re Alberto II, 92 anni, ha trascorso anni a combattere una battaglia legale per il riconoscimento della paternità prima di ammettere nel 2020 di aver avuto una figlia da una relazione extraconiugale.   Delphine Boël, 58 anni, alla fine ha vinto la sua battaglia legale e le è stato concesso il titolo di principessa. Ora usa il nome di Delphine de Saxe-Coburg.   Il principe Lorenzo – nome per esteso Lorenzo Benedetto Baldovino Maria – è il terzogenito di Alberto II e di Paola Ruffo di Calabria, è quindicesimo in linea di successione al trono. Negli anni Novanta ha vissuto negli USA per lavorare al Fondo Monetario Internazionale e alla Banca Mondiale, per poi tornare in patria per uno stage alla Commissione Europea. Nel 2014, è stato nominato ambasciatore speciale della FAO.   La sua Fondazione Prince Laurent è impegnata nel miglioramento del rapporto tra gli animali (anche selvatici) e gli esseri umani. È coinvolto anche in altre associazioni ambientaliste, al punto che – visti alcuni episodi imbarazzanti – la stampa belga lo chiama «ecolo-gaffeur».   Nel marzo 2011 un suo viaggio nella Repubblica Democratica del Congo (Paese che ha un passato oscuro di colonia belga), compiuto alcuni mesi prima delle elezioni presidenziali, suscitò polemiche. Le polemiche nacquero perché il principe Lorenzo intraprese quel viaggio senza il permesso del governo belga, che glielo aveva esplicitamente sconsigliato per iscritto, e contro la volontà di suo padre, l’allora re Alberto II.   La polemica scoppiò quando emerse che Lorenzo aveva disatteso le istruzioni del governo e del re, compiendo una visita non autorizzata in Congo, ex colonia belga che intrattiene rapporti delicati con la sua ex potenza coloniale. Durante il viaggio incontrò anche il presidente congolese Joseph Kabila, senza alcuna copertura diplomatica ufficiale.   L’allora primo ministro belga Yves Leterme attaccò duramente il principe in parlamento, sostenendo che avesse «disatteso i propri obblighi» recandosi nell’ex colonia belga del Congo nonostante le chiare obiezioni scritte del governo a restarne fuori, incontrando brevemente il presidente Kabila senza alcuna supervisione diplomatica.   Lorenzo sostenne che il viaggio fosse privato e finalizzato a promuovere cause ambientali, ma alcuni resoconti giornalistici riferirono che le spese di viaggio e soggiorno fossero state coperte da Kabila e da un milionario belga con forti interessi commerciali in Congo — un dettaglio che alimentò ulteriormente i sospetti sulla natura del viaggio, specie a ridosso delle elezioni presidenziali congolesi.   Il governo congolese, dal canto suo, reagì con irritazione, giudicando paternalistici i tentativi belgi di impedire la visita di Lorenzo a Kabila.   L’episodio si inserisce in una lunga serie di «gaffe» diplomatiche del principe (viaggi in Libia ai tempi di Gheddafi, la partecipazione nel 2017 a un evento dell’ambasciata cinese senza autorizzazione, etc.), che nel tempo gli sono costate più volte tagli al suo appannaggio annuale.  

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