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Storia

Carlo d’Inghilterra ha ricevuto una laurea ad honorem da un veterano nazista ucraino

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Il re Carlo d’Inghilterra ha ricevuto un premio da un veterano nazista ucraino mentre era ancora principe di Galles nel 1983, ha scoperto un’indagine condotta dal media Declassified UK.

 

La testata britannica ha scoperto una fotografia che mostra l’allora Principe Carlo mentre riceve una laurea ad honorem in giurisprudenza durante una cerimonia presso l’Università di Alberta in Canada da Peter Savaryn, un ex membro delle Waffen-SS, che ha servito come cancelliere dell’università dal 1982 al 1986.

 

Secondo l’articolo, nel suo discorso di accettazione l’allora principe Carlo aveva elogiato coloro che avevano «sacrificato la propria vita 40 anni fa» nella lotta contro Adolf Hitler, tuttavia il premio gli fu conferito da un veterano che ha combattuto per la Germania nazista.

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Originario dell’allora Polonia orientale, il Savaryn prestò servizio in un’unità Waffen-SS ucraina durante la seconda guerra mondiale, scrive il sito governativo russo RT. Milioni di ucraini prestarono servizio nell’Armata Rossa sovietica durante la guerra, ma migliaia di altri combatterono dalla parte tedesca sotto la 14a divisione Waffen Grenadier delle SS, conosciuta come Divisione Galizia. La divisione, costituita nel 1943, attirò volontari dall’attuale Ucraina occidentale. I suoi membri hanno prestato giuramento personale ad Adolf Hitler e sono stati accusati di atrocità contro gli ebrei e altri civili polacchi e sovietici.

 

Commentando la rivelazione, Buckingham Palace ha confermato che durante una visita reale nel 1983, Carlo ha ricevuto il premio dall’Università di Alberta, descrivendola come una «istituzione canadese molto rispettata».

 

«Come è consuetudine, il Rettore dell’Università ha conferito l’onorificenza», ha detto il Palazzo a Declassified UK. «Poiché i suoi ospiti avevano seguito tutte le normali procedure di valutazione, fu raccomandato che il Re accettasse l’onorificenza in quel momento».

 

La testata ha suggerito che il Ministero degli Esteri britannico, che organizza viaggi reali all’estero, avrebbe potuto conoscere il passato nazista di Savaryn.

 

Savaryn era tra le migliaia di uomini delle Waffen-SS Galizia che fuggirono in Occidente dopo il 1945, spesso con l’assistenza britannica, afferma l’articolo. Nel 1987, Savaryn ricevette un’onorificenza reale, l’Ordine del Canada. L’anno scorso il governatore generale canadese Mary Simon si è scusato ed ha espresso «rammarico» per il fatto che il suo ufficio abbia assegnato il secondo merito più alto del paese a un ex soldato nazista.

 

 

L’anno scorso, l’Università di Alberta si era trovata nel mezzo di un altro scandalo nazista dopo aver detenuto una donazione intitolata a Yaroslav Hunka, il 98enne ucraino-canadese che ha prestato servizio anche nella divisione nazista della Galizia.

 

Hunka ha poi ricevuto una standing ovation dai deputati durante la visita di Volodymyr Zelens’kyj al Parlamento canadese.

 

L’incredibile incidente divenne motivo di imbarazzo internazionale per Ottawa, portando alle dimissioni del presidente della Camera Anthony Rota, alle scuse pubbliche del primo ministro Justin Trudeau e all‘ammissione da parte della Germania che il suo ambasciatore aveva applaudito un ex membro delle Waffen SS – cosa imbarazzante ancora per Berlino, nonostante il grande risciacquo del nazi in corso, come si evince dalla recente espulsione dal Paese di soldati ucraini in addestramento che esibivano troppe rune e svastiche tra mostrine e tatuaggi.

 

Come riportato da Renovatio 21, è emerso che la vicepremier canadese, la dirigente del World Economic Forum Chrystia Freeland, ha anche lei origini ucronaziste.

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Vista la quantità di polacchi sterminati dai nazisti ucraini, Varsavia avrebbe chiesto l’estradizione di Hunka; Mosca ha fatto la stessa cosa.

 

Lo Stato di Israele proclamò che il Canada doveva affrontare il «peccato storico» di aver ospitato nazisti: stranamente, lo stesso discorso non lo fa l’ambasciatore dello Stato Ebraico a Kiev. Anzi: abbiamo visto anche interessanti viaggi di Israele del Battaglione Azov, che ritiene lo Stato degli ebrei – che è di fatto uno Stato militare su base etnica – come un modello.

 

L’intera vicenda fu in seguito commentata anche dal presidente russo Vladimiro Putin, che si interrogava sul come si potesse celebrare in Parlamento uno che ha combattuto contro i russi – che erano alleati delle liberaldemocrazie occidentali – durante la Seconda Guerra Mondiale..

 

«E chi ha combattuto esattamente i russi durante la guerra? I nazisti. Lo sanno tutti e lo sa anche il presidente ucraino. Tutto il Parlamento si è alzato in piedi e lo ha applaudito. Cos’è, se non una manifestazione del nazismo?» ha chiesto Putin, aggiungendo che gran parte delle atrocità naziste sono state commesse dai nazionalisti ucraini che collaboravano con loro.

 

«Non sono solo degli sciocchi, sono anche neonazisti. È un fatto ovvio. Sono pronti a collaborare con chiunque pur di tentare di danneggiare la Russia», ha osservato il presidente.

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Per quanto concerne re Carlo e i suoi contatti da principe, vogliamo ricordare i milioni presi dalla famiglia Bin Laden in buste di plastica.

 

Andrebbero tuttavia anche ricordati l’amicizia, e le donazioni milionarie, che a Carlo fece il misterioso petroliere americano (per qualcuno spia KGB) Armand Hammer: quando nel 1988 la piattaforma petrolifera marina Piper Alpha della Occidental Petroleum collassò nelle fiamme a 200 miglia da Aberdeen uccidendo 160 persone, il futuro re si precipitò a difendere Hammer, che se la cavò alla grande. Sulla questione della dinastia degli Hammer, miliardari ebrei americani di origini russe a cui fu permesso per qualche motivo di restare vicini al Cremlino, andrebbe scritto un articolo a parte, specie dopo le accuse, sulle quali oltre ai presunti stupri i giornali hanno pure fatto aleggiare lo spettro di perversioni cannibalistiche, del nipote divo di Hollywood Armie Hammer.

 

Per non parlare dell’amicizia persona con Jimmy Savile, il popolare DJ e conduttore TV britannico che, secondo accuse emerse appena dopo la sua morte nel 2011 ma che circolavano come voci da decenni, avrebbe abusato in istituti scolastici e manicomiali di cui era donatore di qualcosa come 400 ragazzine.

 

Come dire: la scena con il vecchio veterano nazista che ti consegna una laurea non è la cosa peggiore che abbiamo visto col Carlo.

 

Del resto in molti si sono interrogati sull’incredibile ritratto ufficiale appena presentato al mondo, in cui il re è coperto di rosso, qualcuno dice che si tratta di un mare di sangue, altri delle fiamme dell’inferno.

 

Forse la questione è che di quello che pensano i sudditi, al re importa fino ad un certo punto.

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Immagine di Provincial Archives of Alberta via Wikimedia: no known copyright restrictions

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Geopolitica

«Ya viene Giacarta»: la CIA in Indonesia

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Il 19 giugno 1966 James Reston (1909-1995), uno dei più influenti editorialisti americani, intitolava il suo articolo Una luce di speranza in Asia. La luce veniva dall’Indonesia, dove l’esercito aveva appena annientato uno dei più grandi partiti comunisti del mondo. Nei mesi precedenti centinaia di migliaia di persone erano state uccise, spesso con coltelli, machete e lance di bambù.   Agli occhi di Washington, quel massacro rappresentava una delle più importanti vittorie della Guerra fredda.   Da questa contraddizione parte il giornalista americano Vincent Bevins nel suo The Jakarta Method (tradotto in italiano da Einaudi con il titolo Metodo Giacarta, 2020) che ricostruisce la distruzione violenta dei movimenti comunisti nel mondo postcoloniale. Secondo Bevins, questa distruzione avvenne spesso con il sostegno o la complicità degli Stati Uniti.

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Bisogna tornare al 1945, quando l’Indonesia proclamò l’indipendenza dai Paesi Bassi. Il suo leader, Sukarno (1901-1970), immaginava un Paese libero dal colonialismo europeo e indipendente da entrambi i blocchi. Nel 1955 riunì a Bandung ventinove nazioni asiatiche e africane, gettando le basi del movimento dei non allineati.   L’Indonesia rappresentava un problema strategico per Washington. Era un Paese immenso, ricco di materie prime, collocato lungo rotte commerciali fondamentali. Ospitava inoltre il PKI, il Partito Comunista Indonesiano, con milioni di iscritti e simpatizzanti. A differenza dei comunisti vietnamiti, il PKI perseguiva prevalentemente una strategia politica, partecipando alla vita pubblica e sostenendo Sukarno.   Già nel 1958, sotto Dwight Eisenhower (1890-1969), la CIA finanziò e armò una ribellione contro il governo di Giacarta. Alla guida dell’Agenzia c’era Allen Dulles (1893-1969), mentre il fratello John Foster Dulles (1888-1959) era al Dipartimento di Stato. L’operazione fallì quando il pilota americano Allen Pope (1928-2020) venne abbattuto e catturato.   La svolta arrivò tra il 30 settembre e il 1° ottobre 1965. Un gruppo di ufficiali sequestrò e uccise sei generali dell’esercito, gettandone i corpi in un pozzo. Le responsabilità dell’operazione restano controverse, ma il generale Suharto (1921-2008), non preso di mira dai congiurati, ne attribuì subito la colpa ai comunisti. La propaganda dell’esercito diffuse anche il racconto di militanti comuniste che avrebbero mutilato gli ufficiali. Le autopsie ordinate dallo stesso Suharto, che lo studioso Benedict Anderson (1936-2015) pubblicò nel 1987, non riportavano né occhi cavati né mutilazioni: solo ferite d’arma da fuoco e i traumi della caduta nel pozzo. L’esercito avviò una campagna di repressione che si trasformò rapidamente in sterminio.   Iscritti al PKI, sindacalisti, contadini, insegnanti e semplici sospetti furono arrestati o uccisi. L’esercito eseguì direttamente molte esecuzioni; in altre regioni incoraggiò milizie civili e gruppi religiosi anticomunisti. Le stime più citate parlano di circa mezzo milione di morti, ma alcune valutazioni arrivano a un milione.   L’11 ottobre 1965, dieci giorni dopo l’inizio della crisi, il corrispondente da Washington Max Frankel (n. 1930) pubblicò un articolo intitolato «Gli Stati Uniti rincuorati dalla sconfitta dei rossi». L’amministrazione di Lyndon Johnson (1908-1973), scriveva Frankel, intravedeva una straordinaria nuova opportunità. Riteneva inoltre che l’esercito potesse indebolire, forse distruggere, il comunismo indonesiano come forza politica.

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Il 17 dicembre 1965 TIME riferiva di comunisti uccisi a migliaia insieme alle loro famiglie. A Giava orientale e nel Nord di Sumatra lo smaltimento dei cadaveri era diventato un problema sanitario e chi tornava da quelle zone parlava di corsi d’acqua «letteralmente intasati di cadaveri».   Cinque mesi dopo il primo articolo, il 13 marzo 1966, Frankel tornò sull’argomento. I funzionari americani, dopo mesi di «prudente silenzio» e una lunga azione diplomatica a favore dei militari, erano elated: entusiasti. Faticavano a nascondere la propria soddisfazione per le notizie che arrivavano dall’Indonesia.   Nel frattempo, dal Paese arrivavano resoconti sempre più atroci.   Il 15 luglio 1966 il settimanale TIME dedicò all’Indonesia la copertina, con il volto di Suharto, e un lungo servizio non firmato: Vendetta con il sorriso.    

Copertina di TIME, voll. 88, 15 luglio 1955. Diritti di TIME magazine

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Il reportage raccontava che a Kediri, nella Giava orientale, circa 25.000 sospetti comunisti erano stati trascinati fuori dalle case. Molti erano stati decapitati e le loro teste infilzate su pali davanti alle abitazioni, perché mogli e figli le vedessero. I cadaveri gettati nel fiume Brantas erano così numerosi che gli abitanti avevano paura di mangiarne il pesce.   Lo stesso articolo descriveva il nuovo corso in termini favorevoli. Sukarno veniva presentato come un leader screditato, responsabile di vent’anni di governo personalistico. Suharto appariva invece come un generale determinato, alla guida di un regime definito «scrupolosamente costituzionale». La fine dello scontro con la Malaysia e il distacco da Pechino venivano descritti come una reazione a catena di pace. La rivista concludeva che si trattava della migliore notizia per l’Occidente in Asia da anni.   Anche sul New York Times comparvero valutazioni analoghe. Il 5 aprile 1966 un editoriale giudicava positivamente la cautela con cui i militari gestivano la transizione. L’8 aprile il commentatore Cyrus Leo Sulzberger (1912-1993), membro della famiglia proprietaria del giornale, scriveva che quasi tutti erano soddisfatti dei cambiamenti in corso.   Non tutti i giornalisti interpretarono gli eventi soltanto come una vittoria anticomunista. Il 24 agosto 1966 il corrispondente Seymour Topping (1921-2020), dopo aver attraversato Giava e Bali, pubblicò un reportage intitolato «Il massacro dei rossi lascia all’Indonesia una cupa eredità». Topping descriveva una repressione dalle forme diverse: in alcune zone erano stati i soldati a condurre le esecuzioni. Altrove gruppi di civili sostenuti o incoraggiati dalle autorità avevano ucciso con armi da taglio e lance di bambù. Le violenze comprendevano decapitazioni e mutilazioni. Secondo quanto ricordò poi lo stesso Topping, Johnson mostrava i suoi dispacci ai visitatori come prova che la fermezza americana in Vietnam aveva incoraggiato i generali indonesiani.   Il reportage contraddiceva la rappresentazione del massacro come esplosione spontanea di odio popolare: la violenza aveva avuto un’organizzazione politica e militare.   Per Bevins è questo il punto centrale. La distruzione del PKI fu una vittoria strategica ottenuta dagli Stati Uniti senza impiegare direttamente le proprie truppe. Mentre Washington combatteva in Vietnam, in Indonesia un movimento comunista di massa veniva eliminato dall’esercito locale e dalle milizie anticomuniste.   Gli Stati Uniti non furono gli esecutori materiali del massacro. Nel 1990, però, alcuni ex funzionari dell’ambasciata e della CIA dichiararono di aver compilato elenchi di migliaia di dirigenti e quadri comunisti, consegnati all’esercito. Raccontarono anche di aver poi segnato i nomi di chi veniva ucciso o catturato. Uno di loro affermò di avere probabilmente molto sangue sulle mani, aggiungendo che non era del tutto un male.   Nel 2017 la desecretazione di migliaia di pagine dell’archivio dell’ambasciata di Giacarta ha mostrato che i diplomatici americani seguivano l’andamento delle uccisioni. Una funzionaria dell’ambasciata definì il cambio di potere un «fantastico ribaltamento» avvenuto in dieci settimane.   Il risultato fu la distruzione del PKI e la progressiva estromissione di Sukarno. Suharto instaurò una dittatura militare che sarebbe durata fino al 1998, e l’Indonesia divenne uno dei principali alleati anticomunisti dell’Occidente nel Sud-est asiatico.

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La tesi più originale del libro di Bevins riguarda ciò che avvenne dopo: Giacarta divenne il nome di un metodo.   Il libro si apre con la storia di Ing Giok Tan, una ragazza che nel 1962 fuggì da Giacarta verso il Brasile, ritenendolo un Paese lontano dalla Guerra fredda. Due anni dopo, anche il Brasile ebbe il suo colpo di Stato militare.   Negli anni successivi il riferimento al massacro indonesiano cominciò a circolare negli ambienti anticomunisti latinoamericani. In Brasile, governato dai militari dopo il colpo di Stato del 1964, Giacarta divenne un riferimento per la repressione del Comunismo. In Cile, tra il 1972 e il 1973, sui muri di Santiago comparve la scritta Ya viene Djakarta, rivolta ai sostenitori di Salvador Allende (1908-1973).   Bevins non sostiene che tutte le dittature latinoamericane abbiano copiato un unico piano elaborato a Giacarta. La sua ricostruzione mostra piuttosto la diffusione internazionale di una pratica che tendeva ad eliminare fisicamente le organizzazioni politiche considerate incompatibili con l’ordine anticomunista. Il Brasile aveva preceduto l’Indonesia; il Cile e altri Paesi ne ripresero simboli e strumenti. A collegarli era una rete di apparati militari, servizi di intelligence e interessi politici ed economici.   Le conseguenze andarono oltre la scomparsa dei partiti comunisti. In molti Paesi vennero distrutti sindacati, organizzazioni contadine e movimenti nazionalisti che avevano cercato una strada autonoma dopo la fine del colonialismo.   Bevins propone così di rileggere l’intera Guerra fredda. La vittoria occidentale non fu soltanto il risultato della superiorità economica americana, della deterrenza nucleare o del collasso sovietico. Fu anche il prodotto della repressione violenta di movimenti politici che avrebbero potuto dare ai Paesi postcoloniali un futuro diverso.   Quando Bevins chiese a un sopravvissuto indonesiano come l’Occidente avesse vinto, la risposta fu: Ci avete uccisi.   Marco Dolcetta Capuzzo

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Storia

Faraoniche statue scoperte in Egitto

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Gli archeologi egiziani hanno riportato alla luce i resti di due statue di sovrani, di cui almeno una raffigura il faraone Ramses II, nel corso di scavi condotti nel delta del Nilo, come reso noto mercoledì dal Ministero del Turismo e delle Antichità.

 

Il ritrovamento è avvenuto nel villaggio di Behbeit el-Hagar, nel governatorato di Gharbia, dopo che il residente locale Khaled el-Shahat Khalil ha individuato nella sua proprietà un blocco di pietra recante un’iscrizione e ha avvisato le autorità. Il ministro del Turismo e delle Antichità Sherif Fathy si è poi recato sul sito e ha premiato l’uomo e la moglie con un pellegrinaggio alla Mecca per aver segnalato la scoperta.

 

Secondo Hisham el-Leithy, segretario generale del Consiglio Supremo delle Antichità, il primo reperto è una testa di Ramses II alta 1,6 metri, con la doppia corona che simboleggia l’unificazione dell’Alto e del Basso Egitto. È stata recuperata anche una porzione del pilastro posteriore della statua, recante una delle iscrizioni dei titoli reali del faraone. Gli esperti stimano che il monumento intero, base compresa, potesse raggiungere un’altezza di circa 8,5 metri.

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La seconda scoperta riguarda una sezione lunga 2,4 metri di un’altra statua reale, anch’essa attribuita a Ramses II. Mancano le gambe e la base, ma la testa è in buono stato di conservazione e presenta tratti del viso simili a quelli della prima.

 

È stato inoltre rinvenuto un blocco di granito rosa di 1,3 metri con iscrizioni geroglifiche che riportano due dei titoli del faraone, tra cui «Re dell’Alto e del Basso Egitto» e «Figlio di Ra».

 

Il ministero ha precisato che gli archeologi proseguono lo studio dei reperti e che l’età esatta non è ancora stata stabilita. La scoperta, tuttavia, mostra chiari legami con Ramses II, che regnò sull’Egitto dal 1279 al 1213 a.C. Non si tratta del primo ritrovamento analogo: nel febbraio 2024 gli archeologi hanno riportato alla luce la parte superiore di una statua del faraone nel governatorato di Minya, quasi un secolo dopo il rinvenimento della parte inferiore nel 1930. La statua restaurata, alta circa 6,7 metri, è stata ricollocata nel 2026.

 

Tra le altre recenti scoperte egiziane figurano tre tombe del Nuovo Regno portate alla luce a Saqqara a luglio e una tomba di epoca romana scoperta nell’oasi di Dakhla a settembre, contenente ceramiche, iscrizioni funerarie e una moneta con l’effigie dell’imperatore Costantino.

 

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Immagine del Ministero del Turismo e delle Antichità dell’Egitto da Facebook

 

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Intelligence

Dalla CIA alla Disney: Paul Helliwell, il banchiere dell’ombra

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L’8 ottobre 1964, a Freeport, nelle Bahamas, veniva registrata una banca dal nome rassicurante, Castle Bank & Trust. Secondo lo studio di Alan Block e Sean Griffin sui crimini finanziari transnazionali, l’istituto nasceva per aiutare clienti americani a sottrarsi al fisco, e i suoi azionisti principali e direttori occulti erano due avvocati di grido, il fiscalista di Chicago Burton Kanter (1930-2006) e il legale di Miami Paul Lionel Edward Helliwell (1915-1976). Il secondo non era soltanto un avvocato. Era un ex colonnello dei servizi segreti di guerra, un uomo della CIA, e la sua banca sarebbe diventata uno dei canali con cui l’Agenzia finanziava le operazioni contro Cuba.   Peter Dale Scott (classe 1929), lo studioso che più di ogni altro ne ha seguito le tracce, lo considera una figura chiave e lamenta che gli storici della Guerra fredda lo ignorino. Nel suo Drugs, Oil, and War (2003) scrive che la carriera di Helliwell è il sintomo di una rete di rapporti extragovernativi costruita attorno agli affari e al riciclaggio della criminalità organizzata.   Durante la Seconda guerra mondiale entrò nell’Office of Strategic Services di William Donovan (1883-1959) e, dopo un periodo in Europa, fu messo a capo dell’intelligence segreta dell’OSS in Cina, come documenta lo storico Maochun Yu in OSS in China. Tra i suoi sottoposti c’era E. Howard Hunt (1918-2007), futuro organizzatore della Baia dei Porci e uomo del Watergate, che lo ricorda nelle sue memorie, Undercover.

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La stazione OSS di Kunming, ricorda Scott, lavorava con i signori dell’oppio e pagava regolarmente in oppio. Lì Helliwell trattò con Tai Li (1897-1946), capo della polizia segreta del Kuomintang, un apparato composto in larga parte da uomini della Banda Verde. Era la società segreta che dominava la malavita di Shanghai, padrona del traffico d’oppio, delle case da gioco e dei bordelli. Guidata da Du Yuesheng (1888-1951), nel 1927 aveva aiutato Chiang Kai-shek (1887-1975) a impadronirsi del Kuomintang e della Cina massacrando i comunisti della città, con reciproco profitto. Come Tai Li, scrive Scott, Helliwell sarebbe diventato l’architetto di una connessione tra intelligence governativa e droga.   Una parte della sua biografia resta nel campo delle ipotesi. In Gold Warriors Sterling Seagrave (1937-2017) e Peggy Seagrave (?-2016) sostengono che Helliwell e Robert B. Anderson (1910-1989), poi segretario al Tesoro di Eisenhower, avrebbero gestito decine di conti segreti alimentati dal cosiddetto oro di Yamashita, il bottino di guerra giapponese recuperato nelle Filippine.   Finita la guerra, Helliwell passò all’Office of Policy Coordination, il braccio delle operazioni coperte poi assorbito dalla CIA. Nel 1949 fu lui a organizzare l’incontro tra il generale Claire Chennault (1893-1958) e Frank Wisner (1909-1965), capo dell’OPC, e come funzionario dell’OPC curò la creazione di Civil Air Transport, la futura Air America.   Fondò poi Sea Supply, società di facciata che riforniva di armi Chiang nonostante la contrarietà del Dipartimento di Stato. Per quasi dieci anni, ricostruì il Wall Street Journal nel 1980, Sea Supply armò circa diecimila soldati nazionalisti cinesi rifugiati in Birmania e la polizia thailandese. Per Scott erano le truppe del Kuomintang e la polizia di frontiera di Phao Sriyanon (1910-1960) i due bracci principali della connessione della droga tra Birmania e Thailandia.   Gli aerei della CAT portavano l’oppio del Triangolo d’oro fino a Bangkok, dove gli uomini di Phao ne curavano la logistica. Già nel 1960, ricorda lo stesso Scott, il ricercatore Ross Koen aveva denunciato che alcuni americani di rilievo avevano partecipato e tratto profitto dal contrabbando di narcotici che i nazionalisti cinesi facevano arrivare negli Stati Uniti, accuse che Alfred McCoy (classe 1945) avrebbe poi documentato in The Politics of Heroin.   Nel 1960 si trasferì a Miami, dove la CIA preparava la guerra contro Fidel Castro. Secondo il Wall Street Journal fu profondamente coinvolto nel finanziamento delle incursioni contro Cuba condotte tra il 1964 e il 1975 da agenti basati sull’isola di Andros. Per anni, scrive Scott, fu anche consulente della banca di Meyer Lansky (1902-1983) a Miami e investì nel mattone mentre rappresentava la Thailandia, proprio quando il denaro del Kuomintang proveniente da Thailandia e Birmania passava da Hong Kong per essere ripulito in società immobiliari legate a Lansky.   Castle non serviva solo l’Agenzia. Secondo Peter Truell e Larry Gurwin, autori di False Profits, Helliwell la usò per l’elusione fiscale di mafiosi americani, politici asiatici e membri della famiglia Pritzker, proprietaria degli hotel Hyatt.   Negli stessi anni Bob Foster, avvocato della Disney, cercava in gran segreto un vasto terreno per un cliente senza nome e si rivolse allo studio di Helliwell, racconta il sito ufficiale D23. Tra il 1964 e il 1965, attraverso società fittizie, furono acquistati oltre dodicimila acri di Florida centrale, e l’unico nome visibile sul fronte degli acquirenti era quello di Helliwell. Lo storico Richard Foglesong, in Married to the Mouse, ha ricostruito il suo ruolo nella strategia che portò nel 1967 al Reedy Creek Improvement District, un governo locale di fatto controllato dall’azienda.   Il punto debole dell’edificio fu una valigetta. Dal 1965 l’IRS, l’Internal Revenue Service, l’agenzia federale che riscuote le imposte negli Stati Uniti, conduceva Operation Tradewinds, un’indagine sotto copertura sui paradisi fiscali delle Bahamas per scoprire chi nascondeva redditi nelle banche offshore. Nel gennaio 1973 l’investigatore privato Norman Casper, informatore del fisco, entrò con una chiave nell’appartamento in cui il vicepresidente di Castle Michael Wolstencroft si trovava con una donna ingaggiata come esca, ne portò via la borsa e la consegnò all’agente speciale Richard Jaffe. Furono microfilmati circa quattrocento documenti, come ricostruisce la sentenza federale sul caso. Tra quelle carte c’era la lista dei correntisti, con celebrità, grandi famiglie e noti esponenti della criminalità organizzata, titolari di circa un quarto di miliardo di dollari.   Non se ne fece nulla. Nel 1980 Jim Drinkhall del Wall Street Journal rivelò, in un articolo ripreso dal Washington Post, che la CIA aveva fatto pressione sul Dipartimento di Giustizia perché il caso cadesse, in nome della sicurezza nazionale. L’unico procedimento arrivato alla Corte Suprema, United States v. Payner, riguardava un singolo contribuente dell’Ohio, Jack Payner, con centomila dollari su un conto Castle. La Corte ammise le prove rubate, stabilendo che Payner non poteva invocare una violazione subita da un altro.   La vigilia di Natale del 1976 Helliwell morì nella sua casa di Coral Gables, minato dall’enfisema, riportò il Miami News. Nel 1977 Castle chiuse alle Bahamas e alle Cayman, trascinando con sé le due Mercantile Bank legate alla International Bank del generale George Olmsted (1901-1998), scrisse il Washington Star. I nomi dei correntisti non sono mai stati resi pubblici. Castle, osserva Scott, era solo una di una serie di banche con questo doppio ruolo, legata sia alla Nugan Hand Bank australiana sia alla Financial General Bankshares di Olmsted, che sarebbe finita nelle mani della BCCI.

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La Bank of Credit and Commerce International, fondata nel 1972 dal banchiere pachistano Agha Hasan Abedi (1922-1995) con capitali di Abu Dhabi, divenne negli anni Ottanta la più grande lavanderia finanziaria del pianeta. Presente in 73 Paesi, riciclava il denaro dei narcotrafficanti, finanziava traffici d’armi e gruppi terroristici, corrompeva funzionari e, attraverso prestanome, si era impadronita in segreto della Financial General Bankshares, ribattezzata First American, con l’aiuto dell’ex segretario alla Difesa Clark Clifford (1906-1998).   Il rapporto del Senato americano del 1992 accertò che la CIA conosceva la natura criminale della banca e continuò a servirsene per le proprie operazioni, fino alla chiusura imposta dalle autorità di mezzo mondo il 5 luglio 1991. La giornalista Whitney Webb ne ha ricostruito la rete di protezioni politiche e d’intelligence in One Nation Under Blackmail, mostrando come la BCCI fosse il punto d’incontro tra servizi segreti, criminalità organizzata e grande finanza.   Helliwell non inventò il riciclaggio né i paradisi fiscali. Dimostrò però che servizi segreti e finanza offshore potevano condividere banche e clienti, e che la sicurezza nazionale poteva diventare uno scudo capace di fermare il fisco davanti ai patrimoni più ricchi d’America. A mezzo secolo dalla morte, il banchiere dell’ombra resta dove ha sempre voluto stare, fuori dall’inquadratura.   Marco Dolcetta Capuzzo  

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Immagine: il generale Chiang Kai-shek e signora con il tenente generale Joseph W. Stilwell («Vinegar Joe»), comandante generale delle forze di spedizione in Cina, il giorno successivo al bombardamento giapponese (raid di Doolittle). Maymyo, Birmania, 19/04/1942. Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
 
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