Pensiero
Addio a Primo Siena. Ricordo di una serata speciale a Santiago
È morto Primo Siena, intellettuale che aveva attraversato tutto il secolo italiano. Aveva quasi 95 anni.
Io, pur non sapendo nulla della sua opera, l’avevo conosciuto, per incredibile coincidenza (o qualcosa di più in là), dall’altra parte del mondo. Primo, che aveva girato il mondo per seguire le scuole italiane all’estero per conto del Ministero dell’Istruzione, si era stabilito circa trent’anni fa a Santiago del Cile.
A inizio 2019 mi trovavo in Cile per un paio di lavoretti. Un pomeriggio mi arriva un SMS del mio avvocato, che, diciamo così, è cultore della materia. Gli rispondo mandandogli i miei saluti da Santiago del Cile. «Santiago?» risponde subito lui. «Salutami Primo Siena». Non ricordo bene come replicai. Insomma, ero là per lavorare, e figurati se mi metto a cercare questo Primo Siena, che neanche so bene chi sia.
Il nome tuttavia mi suonava: forse me ne aveva parlato, in una delle fluviali telefonate notturne che facevamo, Piero Vassallo. La percezione era che Primo Siena fosse uno del giro antico-fascista, di quelli che erano stati nel MSI, di quelli che scrivevano di Evola, di Mussolini, robe così. A me queste cose non interessano, e non ci voglio aver niente a che fare: oggi meno che mai. E me ne tengo lontano. Quindi, perché mai avrei dovuto incontrare Primo Siena a Santiago?
Poche ore dopo ero all’ambasciata d’Italia a Santiago, dove per qualche ragione ero stato invitato ad un evento-serata di gala nello splendido giardino della residenza (dove, tuttavia, durante la dittatura ci buttarono dentro, da dietro il muro, il cadavere di una ragazza).
C’erano ministri del governo Piñera, insopportabili attrici delle soap opera locali, frotte di elegantoni e classici fenomeni zonali che rimbalzano come flipper tra le feste diplomatiche (ogni grande città ne ha, Roma su questo credo sia imbattibile). Io, che non conoscevo quasi nessuno, e di fatto c’entravo molto limitatamente, me ne stavo in disparte. E poi avevo la testa altrove, focalizzata su una bambina che stava crescendo dentro una ragazza bellissima dall’altra parte dell’Oceano.
Per cui, non potendo andar via prima, aspettai che a serata inoltrata la folla si riducesse – con i residui concentrati sull’open bar e sul buffet in chiusura – per impadronirmi di un intero tavolino attorniato da divani piazzati in mezzo al giardino. Schiena sul cuscino, gambe conserte, fuori il telefonino, e giù a scrollare l’intera internet per far passare il tempo.
Tuttavia, dopo qualche minuto alzai la testa: c’era un brusio potente che mi si stava avvicinando. Anzi, mi erano praticamente addosso. Erano un gruppo di persone, che di primo acchito riconoscevo come eterogenee, per età e morfologia, e – strano a dirsi ma è così – felici.
Una signora con un sorriso radioso mi guarda e chiede, indicando i divani vuoti, «¿Se puede?». Io, che non ho nemmeno il tempo di capire se sono infastidito, rispondo automaticamente «claro que si».
Il gruppone, energico e vociante, si siede ed occupa ogni spazio attorno a me, con gente anche in piedi: cercavano solo un posto dove sedersi per magiare la torta. Tuttavia, la prima persona che la signora sorridente fa sedere, proprio accanto, a me è un signore anziano, i capelli bianchissimi che brillano nella notte, anche lui un’espressione di serenità ineffabile.
«Ti presento Primo Siena» mi disse la signora.
Eh?
«Yo soy Primo Siena» fa lui guardandomi e tendendomi la mano.
Potete capire il mio smarrimento. Parimenti, il buonumore conseguente. Ammetto che fu difficile spiegare che poche ore prima mi avevano chiesto di salutarlo. Non capivano bene, sia che lo raccontassi in italiano che in spagnuolo. La coincidenza è troppo grossa. Cominciarono un po’ a capire quando tirai fuori il telefonino con il messaggino che diceva «Salutami Primo Siena».
Di lì fu una serata fantastica. Magica, è il caso di dire. Seguirono presentazioni, chiacchiere, bicchiere e risate. Quel gruppo, fatto di ragazzi e di anziani e, visibilmente, di persone di ogni colore – tutti però con una qualche relazione con l’Italia – era davvero eccezionale. C’era un ragazzo, più o meno della mia età, alto e biondo: padre italo-cileno, madre tedesco-cilena, nessun dubbio verso quale ambasciata tendere. C’erano un signore di mezza età, che era piemontese ma faceva il giornalista lì. C’erano una serie di ragazze. Una in particolare aveva tratti incontrovertibilmente autoctoni, vorrei dire, mapuche. Il suo nome, molto polisillabico, non lo posso ricordare, perché era in una lingua mai sentita prima, tuttavia ricordo la sua storia: era nata lì, ma cresciuta a Roma. Facile indovinare perché: i genitori erano scappati dal Cile di Pinochet.
Tuttavia, rammento ancora più nitidamente come mi saltasse agli occhi l’amore della signora elegante e sorridente – anche lei, a guardarla bene, potrebbe avere lineamenti mapuche – nei confronti di Primo, che è sempre seduto a fianco a me. Lo continua ad accarezzare, gli passa la mano sulla chioma canuta lucente, lo chiama «Primito» gli occhi ad un certo punto mi pare le si bagnino. La señora Siena è esaltata dalla casualità di aver fatto sedere il suo adorato marito a fianco di uno che aveva ricevuto poco prima il compito di salutarlo da qualcuno sull’altra faccia della terra. La storiella pare a tratti aumentare il suo affetto per il marito, che continua a carezzare.
Fu un momento di pace, e di dolcezza, insperato. Fu davvero una bella serata.
Nei giorni successivi non rividi Siena, ma il ragazzo alto e biondo sì. Si offrì, con estrema generosità di farmi da Cicerone su e giù per Santiago. Gli chiesi di portarmi all’immane cimitero della capitale, una vera necropoli che si gira in macchina: volevo vedere piazzetta Craxi (che sorge tra tonitruanti mausolei di famiglie di massoni local) e pure la tomba d Miguel Serrano, ambasciatore col pallino del nazi-tantrismo, vero personaggione che sulla tomba, un po’ triste, ci ha runa inedita buttata là.
Poi mi introdusse al concetto del café con piernas («caffè con gambe»), una cosa che esiste solo a Santiago: in pratica sono dei bar, alcuni in superficie alcuni no, dove il caffè te lo portano fanciulle in abiti discinti, o ritenuti tali: il tutto alla luce del sole, nel quartiere più centrale, con nient’altro che succede che non sia, appunto, il caffè portatoti da gambe vagamente ignude. Alcune ragazze baciano i clienti sulle guance come se li conoscessero, ma non li hanno mai visti prima. Molte venivano dal Venezuela sprofondato nel totale crash economico, e raccontavano tutto il disastro delle loro famiglie con estrema franchezza, e anche una certa tranquillità.
È qui che feci al ragazzo italo-tedesco-cileno la domanda che mi tenevo dentro da quella serata: ma scusa, com’è possibile che nel vostro stesso gruppone di amici c’era Primo Siena, passato per la Repubblica Sociale Italiana e ad occhio non pentitissimo, e una ragazza cresciuta in Italia a causa della famiglia perseguitata da Pinochet?
Lui mi guardò pacifico: «sì, qui c’è molta commistione», rispose, come cercando la parola italiana giusta. Il senso che trasmetteva era: a noi importa fino ad un certo punto, qui quelle cose riusciamo a superarle. E sembrava proprio così: quella sera erano tutti giovali come pochi insiemi di amici che ricordo.
Era spiazzante. Per molto, molto meno, in Italia, non ci si rivolge la parola, si litiga – in alcuni casi ci si mena. Ho in mente, peraltro, le tante volte che ho visto negli anni nella TV italiana lo scrittore cileno Sepulveda, per qualche motivo molto pubblicato in Italia, anche lui esule di Pinochet, che ripete la parola «fascisti» con disprezzo e oltre. Poi penso alla realtà di Santiago, con la ragazza mapuche dal nome impronunciabile seduta a lato della moglie di Primo, che continua ad accarezzarlo… Primito.
Insomma c’era una lezione da portare a casa da quell’incontro con Primo Siena, probabilmente, e non riguardava il pensiero metapolitico o la storia della destra cattolica. Era qualcosa di umano. Strettamente umano.
La verità è che niente dura per sempre. Poco dopo che me ne andai, il Cile entrò in una spirale devastatrice. Il populismo intossicò la classe politica – quella che riusciva a tenere parte di quell’equilibrio che avevo testimoniato – e ci furono rivolte, la città messa a ferro e fuoco. Mi dissero che c’era lo zampino della narco-criminalità (che Pinochet aveva totalmente eradicato, ovviamente a modo suo). In realtà era ovvio che c’era molto di più.
Si dice che attaccarono pure la sede di un importante gruppo energetico italiano. Di mio ho avuto pochi dubbi – si è trattato di un capitolo iniziale di quella che hanno chiamato la guerra del litio (materiale fondamentale per le batterie ricaricabili con cui va avanti il mondo moderno oramai, di cui il Cile è ricchissimo), il caos sudamericano che portò alla defenestrazione in Bolivia del presidente Evo Morales.
Quel paradiso di convivenza forse si guastò. Non so dirlo, a causa della pandemia non sono più tornato in Cile.
Tuttavia, quel ricordo mi rimane. È possibile vivere in pace, almeno per una serata.
Mi hanno mandato una foto del suo funerale: a lato la bandiera veneta di San Marco, sopra la bara il drappo della Repubblica Sociale Italiana, alla quale, giovanissimo aveva aderito combattendo nell’Italia nordorientale, finendo poi internato nel campo di concentramento titino di Borovnica, in quella che oggi è Slovenia, tra italiani torturati e fucilati.
È pura utopia chiedere che chi sta dall’altra parte possa fare pace con la cosa? Si può dire parce sepulto, oltre che per un uomo per bene, anche per l’intera questione del fascismo, che è morto e se rivive è solo nella sua incarnazione della sinistra mondiale pandemica?
Evidentemente, non ce la fanno, nemmeno quando hanno la premier post-missina che difenda l’aborto e tutto il resto.
Tuttavia, io ci riesco. E quindi saluto l’uomo, l’intellettuale, e pure il combattente, il vecchio e il giovane, l’intera esistenza umana di quel signore che ho incontrato per magica combinazione una sera in Sudamerica.
Addio Primito.
Che la terra ti sia lieve.
Roberto Dal Bosco
Pensiero
La lettera di Charles Dickens contro le esecuzioni pubbliche
Si riaccende il dibattito sulla pena di morte, e più specificamente sulle sue modalità, nel momento in cui in America si ricomincia a parlare di esecuzioni pubbliche, con il segretario della guerra Pete Hegseth che dichiara di voler trasmettere in streaming l’esecuzione di un ex psichiatra dell’esercito americano maggiore Nidal Malik Hasan, ex maggiore dell’esercito condannato a morte per la sparatoria del 2009 in una base militare in Texas costata , sostenendo che gli americani debbano vedere le conseguenze di crimini di questo tipo. Lo Hasan, islamista, sarà giustiziato con plotone di esecuzione nella stessa base alla stessa ora della strage da lui perpetrata.
Quasi due secoli fa lo scrittore britannico Charles Dickens inviò al giornale londinese The Times in cui riportava il suo resoconto di un’esecuzione pubblica e auspica che la pratica di giustiziare i prigionieri avvenga a porte chiuse. Dickens assistette all’impiccagione pubblica di Frederick e Marie Manning (i coniugi condannati per il «delitto di Bermondsey», dove era stato assassinato e derubato l’amante della donna) fuori dal carcere di Horsemonger Lane a Londra, un evento a cui assistettero oltre 30.000 persone.
Renovatio 21 pubblica di seguito la traduzione della lettera che l’autore di Oliviero Twist scrisse al Times il 14 novembre 1849. Il Dickens è sconvolto non tanto dalla morte in sé, ma dal comportamento volgare, festoso e brutale della folla: risate, schiamazzi e bisticci. Dickens non affronta in modo astratto il concetto filosofico della pena capitale, ma chiede con forza che le esecuzioni fossero rimosse dalla vista del pubblico e svolte in forma privata all’interno delle mura del carcere, per evitare il degrado morale della società. Le sue denunce hanno contribuito al dibattito che portò, nel 1868, all’abolizione definitiva delle esecuzioni pubbliche nel Regno Unito.
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Al direttore del Times
Egregio signore,
Sono stato testimone dell’esecuzione a Horsemonger lane questa mattina. Mi sono recato qui con l’intenzione di osservare la folla radunatasi per assistere all’esecuzione, e ho avuto ottime opportunità di farlo, a intervalli per tutta la notte e ininterrottamente dall’alba fino a dopo la fine dello spettacolo.
Non mi rivolgo a voi con l’intenzione di discutere la questione astratta della pena capitale, né le argomentazioni dei suoi oppositori o sostenitori.
Desidero semplicemente trarre un vantaggio per il bene comune da questa terribile esperienza, ricorrendo al mezzo più immediato e pubblico per richiamare un’indicazione data da Sir G. Grey nell’ultima sessione del Parlamento, affinché il Governo fosse indotto a sostenere una misura che rendesse l’esecuzione della pena capitale una cerimonia privata all’interno delle mura carcerarie (con garanzie che l’ultima sentenza della legge venga eseguita in modo inesorabile e certo, tali da essere soddisfacenti per l’opinione pubblica), e supplicando con la massima insistenza Sir G. Grey, come solenne dovere verso la società e responsabilità che non può mai sottrarsi, di promuovere personalmente tale modifica legislativa.
Credo che uno spettacolo così inconcepibilmente orribile come la malvagità e la leggerezza dell’immensa folla radunatasi per l’esecuzione di questa mattina non possa essere immaginato da nessun uomo, né potrebbe essere presentato in nessun Paese pagano sotto il sole. Gli orrori del patibolo e del crimine che aveva condotto quei miserabili assassini su di esso, svanirono nella mia mente di fronte all’atroce comportamento, agli sguardi e al linguaggio degli spettatori riuniti.
Quando giunsi sulla scena a mezzanotte, l’acuto grido e gli ululati che si levavano di tanto in tanto, segno che provenivano da un gruppo di ragazzi e ragazze già radunati nei posti migliori, mi fecero gelare il sangue. Con il passare della notte, strilli, risate e urla in coro di parodie di melodie nere, con la sostituzione di «Mrs. Manning» a «Susannah» e simili, si aggiunsero a questi.
All’alba, ladri, prostitute di basso livello, teppisti e vagabondi di ogni genere si riversarono sul posto, dando vita a ogni sorta di comportamento offensivo e volgare. Risse, svenimenti, fischi, imitazioni di Punch, battute brutali, tumultuose dimostrazioni di indecente piacere quando donne svenevoli venivano trascinate fuori dalla folla dalla polizia con gli abiti in disordine, diedero nuovo slancio allo spettacolo generale.
Quando il sole sorse splendente – come accadde – indorava migliaia e migliaia di volti rivolti verso l’alto, così inesprimibilmente odiosi nella loro brutale allegria o insensibilità, che un uomo aveva smesso di vergognarsi del proprio aspetto e di ritrarsi da se stesso, come se fosse stato plasmato a immagine del Diavolo.
Quando le due miserabili creature che attiravano tutta quella vista orribile intorno a loro furono scagliate tremanti in aria, non c’era più emozione, non c’era più pietà, non c’era più il pensiero che le due anime immortali fossero andate al giudizio, non c’era più moderazione in nessuna delle precedenti oscenità, come se il nome di Cristo non fosse mai stato udito in questo mondo e non ci fosse tra gli uomini altra convinzione che perissero come bestie.
Ho visto, abitualmente, alcune delle peggiori fonti di contaminazione e corruzione in questo Paese, e credo che non ci siano molti aspetti della vita londinese che possano sorprendermi. Sono solennemente convinto che nulla di ciò che l’ingegno potrebbe escogitare in questa città, nello stesso arco di tempo, potrebbe causare una rovina simile a un’esecuzione pubblica, e rimango sbalordito e inorridito dalla malvagità che essa manifesta.
Non credo che una comunità possa prosperare laddove una scena di orrore e demoralizzazione come quella che si è consumata stamattina fuori dal carcere di Horsemonger lane si presenta proprio alle porte dei buoni cittadini, e passa inosservata, sconosciuta o dimenticata. E mentre, nelle nostre preghiere e nei nostri ringraziamenti per questo periodo, esprimiamo umilmente davanti a Dio il nostro desiderio di eliminare i mali morali del Paese, vorrei chiedere ai vostri lettori di considerare se non sia giunto il momento di pensare a questo e di estirparlo.
Sono, signore, il vostro fedele servitore,
Charles Dickens
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
Pensiero
La Nuova Destra: il paganesimo salverà l’Europa?
All’origine, il rifiuto del cristianesimo
La Nuova Destra prende forma all’indomani della guerra d’Algeria, in un clima di disillusione per una parte della gioventù nazionalista francese. Nel 1963, Dominique Venner partecipa alla creazione di Europe-Action, movimento che intende promuovere una coscienza nazionale europea, ma che si caratterizza fin dalle origini per un anticristianesimo militante e per ricorrenti riferimenti al paganesimo. Dopo il fallimento della candidatura di Jean-Louis Tixier-Vignancour alle elezioni presidenziali del 1965, diversi di questi militanti abbandonano progressivamente l’azione politica diretta a favore di un lavoro intellettuale e culturale di lunga lena. Questo orientamento sfocia, nel 1968, nella fondazione del GRECE, il Groupement de recherche et d’études pour la civilisation européenne. L’obiettivo è ormai agire sulle mentalità per trasformare, alla fine, la società stessa. Sotto l’impulso di Alain de Benoist e di diversi collaboratori, la Nuova Destra ottiene un’audience considerevole alla fine degli anni Settanta, grazie in particolare alla sua presenza sulle colonne del Figaro Magazine, allora diretto da Louis Pauwels. Jean-Pierre Maugendre ripercorre anche i prolungamenti di questa influenza nel Club de l’Horloge e poi all’interno del Front national, in particolare tra il 1984 e il 1998. Mostra così come un movimento inizialmente marginale sia riuscito a diffondere alcuni dei suoi temi in una parte della vita politica francese.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Dietro l’identità europea, un’altra visione dell’uomo
Dietro la difesa dell’identità europea si delinea una concezione dell’uomo, della religione e della morale che si oppone su punti essenziali alla filosofia cristiana. È quanto mette in luce Jean-Pierre Maugendre risalendo alle fonti intellettuali della Nuova Destra. L’autore studia in particolare l’influenza di Friedrich Nietzsche, Julius Evola, René Guénon e Louis Rougier. Nonostante le loro differenze, questi autori hanno contribuito a nutrire un pensiero segnato dal rifiuto dell’universalismo cristiano, dall’esaltazione della forza, dal relativismo morale e dal fascino per certe tradizioni religiose precristiane od orientali. In questa prospettiva, ogni popolo sarebbe portatore di una propria concezione del mondo e di una propria religione. Il cristianesimo, con la sua pretesa di annunciare una verità destinata a tutti gli uomini, appare allora come un elemento estraneo all’identità europea originaria, o addirittura come una causa del suo indebolimento. Una simile concezione entra direttamente in contraddizione con la fede cattolica, che riconosce in Gesù Cristo il Salvatore di tutti gli uomini e afferma l’esistenza di una legge morale naturale universale. Misconosce inoltre il ruolo decisivo della Chiesa nella formazione della civiltà europea. L’autore rileva inoltre le conseguenze morali di questa antropologia: esaltazione della volontà di potenza, concezione permissiva della sessualità, giustificazione dell’aborto per motivi eugenetici e rifiuto di una morale trascendente.Un’influenza che supera i circoli intellettuali
Lungi dal considerare la Nuova Destra un fenomeno concluso, Jean-Pierre Maugendre ne esamina i prolungamenti contemporanei. Cita in particolare i lavori dell’Institut Iliade, fondato sulla scia di Dominique Venner, le pubblicazioni della rivista Éléments, nonché l’azione di personalità provenienti da questa famiglia intellettuale nei media alternativi. L’Institut Iliade, in particolare, si è dato la missione di trasmettere la memoria della civiltà europea attraverso conferenze, convegni e corsi di formazione destinati soprattutto alle giovani generazioni. Queste iniziative incontrano interesse presso chi rifiuta l’individualismo, il materialismo e la scomparsa delle eredità nazionali. Jean-Pierre Maugendre non nega né la qualità intellettuale di alcuni rappresentanti di questa corrente né il coraggio che dimostrano nella loro opposizione alle ideologie dominanti. Riconosce diverse convergenze con le preoccupazioni dei cattolici legati alla Tradizione: difesa dallo sradicamento, rifiuto del livellamento egualitario, attaccamento al bene comune, senso dell’onore, fedeltà alla parola data e volontà di trasmettere un’eredità di civiltà. Ma questi avvicinamenti non possono nascondere le divergenze dottrinali. In un’intervista concessa a Boulevard Voltaire il 25 settembre 2026, l’autore insiste su questo punto: «l’anticristianesimo resta un marcatore forte della Nuova Destra».Sostieni Renovatio 21
Difendere la civiltà senza rinnegare Cristo
È nell’ultima parte che l’opera trova la sua portata più rilevante. Sotto il titolo «Né irrigidimento né ingenuità», Jean-Pierre Maugendre invita a non confondere l’opposizione agli errori moderni con l’adesione alla verità. La critica del materialismo, dello sradicamento o della cancellazione delle identità non basta a costituire una dottrina giusta. Il successo incontrato da queste idee presso una parte della gioventù invita inoltre a interrogarsi sull’indebolimento della trasmissione della fede e della cultura cristiana, particolarmente incisivo nei decenni successivi al Concilio Vaticano II. Questa rottura ha lasciato campo libero a correnti che pretendono di ritrovare le vere radici dell’Europa in un passato precristiano, relegando in secondo piano l’opera civilizzatrice della Chiesa. Ma al di là di questa crisi di trasmissione, la divergenza fondamentale riguarda la natura stessa dell’uomo. Dove certe filosofie della Nuova Destra esaltano l’individuo forte, creatore dei propri valori, la dottrina cattolica insegna che l’uomo è una creatura di Dio, ferita dal peccato originale e chiamata alla vita soprannaturale dalla grazia. Questa opposizione si ritrova nella concezione stessa della società. Jean-Pierre Maugendre ricorda allora una distinzione cara a Jean Madiran: se la fede è un dono di Dio, la cristianità è anche il frutto dell’azione degli uomini, quando si sforzano di stabilire un ordine sociale conforme alla legge divina. È proprio su questa nozione di cristianità che si rivela una delle opposizioni più profonde tra il pensiero cattolico tradizionale e la Nuova Destra. Il libro si conclude con una nota di speranza, con l’evocazione della conversione di Guillaume Faye, uno degli intellettuali di spicco di questo movimento. Il suo ritorno alla fede cattolica, alla fine della vita, ricorda che gli smarrimenti filosofici e morali non chiudono mai definitivamente la strada della grazia. Con La Nouvelle Droite en question, Jean-Pierre Maugendre offre un’opera breve, documentata e accessibile, particolarmente utile ai giovani cattolici attratti dai movimenti di difesa dell’identità europea. Ricorda loro che il vero risollevamento di una civiltà non può costruirsi contro i princìpi cristiani che l’hanno plasmata. Articolo previamente apparso su FSSPX.NewsIscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
Pensiero
Papa Leone «medical dimension»
«I medici mi hanno trovato un nodulo al polmone allo stato iniziale e ben localizzato. I medici ritengono opportuno intervenire e allora seguendo i loro consigli ho deciso di operarmi per toglierlo. L’intervento è già programmato per i prossimi giorni»: è lo scioccante annuncio del papa ieri in piazza San Pietro.
Il portavoce vaticano Matteo Bruni aveva pronta la puntualizzazione: «L’intervento è previsto per i primi giorni della prossima settimana e il tempo previsto per il ricovero post-operatorio è di circa una settimana». Tutto al Gemelli, comme d’habitude. L’agenda resterebbe quasi del tutto invariata, compreso il viaggio apostolico nell’amato Perù (Paese di cui ha la cittadinanza) il prossimo novembre.
Non pare ci sia un’emergenza sanitaria preoccupante: Un nodulo polmonare (un’opacità circolare di diametro inferiore a 3 cm) è considerato pericoloso o sospetto di malignità principalmente quando presenta dimensioni superiori agli 8 mm, margini irregolari o «spinati», una crescita rapida nel tempo e si sviluppa in persone ad alto rischio. Il papa non ha dettagliato millimetricamente, tuttavia possiamo capire che l’emergenza non è assoluta.
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Tuttavia, non ci interessa qui il rilievo medico-chirurgico, ma la novità dell’annuncio fatto dal pontefice stesso.
Non riusciamo a trovare, andando indietro con la memoria, un caso in cui una diagnosi medica venga annunciata all’Angelus dal papa in persona.
Papa Francesco, grande novatore della materia, più volte ha parlato all’Angelus dei propri problemi di salute. Tra la fine del 2024 e l’inizio del 2025 ha detto che la bronchite gli rendeva faticoso leggere e ha fatto leggere il testo a un collaboratore. Nel 2021, dopo l’intervento al colon, ha recitato l’Angelus dalla finestra del Policlinico Gemelli e ha ringraziato per le preghiere. Durante il ricovero del 2025 l’Angelus è stato diffuso in forma scritta, con riferimenti alla sua condizione.
Giovanni Paolo II ha recitato più volte l’Angelus dall’ospedale Gemelli, ad esempio dopo l’intervento del 1992. Nel maggio 1981, dopo l’attentato, il Regina Caeli fu trasmesso in audio dal ricovero, e lì ebbe parole di perdono per l’attentatore Ali Agca. Negli ultimi anni mostrava apertamente la sua sofferenza, ma non risulta che abbia mai nominato il Parkinson dalla finestra.
Paolo VI e altri predecessori comunicavano di solito le malattie tramite la Sala Stampa vaticana o con messaggi, non con una dichiarazione all’Angelus (a parte quella volta che diede una smentita – cioè una notizia data due volte – riguardo l’accusa di omosessualità mossagli sui giornali a partire dalla rivelazione dello scrittore e diplomatico francese Roger Peyrefitte).
Insomma, l’annuncio diagnostico dettagliato in un momento sacro, per quanto sfiorato in precedenza, non ci pare fosse mai capitato: non è un’allusione alla malattia, qui Leone ha detto esattamente di cosa si tratta.
Il galateo non vieta in modo assoluto di parlare di salute, ma sconsiglia fortemente di farlo in determinati contesti—soprattutto a tavola o in occasioni formali—perché argomenti legati a malattie, dolori e disturbi fisici possono turbare l’appetito e la serenità altrui.
Secondo esperti ed accademici del Galateo, malattie, interventi chirurgici e problemi fisici sono considerati argomenti tabù. Se qualcuno vi chiede come state per pura cortesia, si risponde in modo breve e generico (ad esempio «Bene, grazie») senza dilungarsi sui propri acciacchi. È per questo che ricordo con un certo disagio quando un conoscente, noto per la sua lagneria, un giorno al mio «ciao» mentre gli offrivo la mano mi rispose «Vobevto ho il cancvo». Il cancro non provocava la erre moscia, che era diacronica, ma era probabilmente riferito a qualcosina di non terrificante alla prostata (credo).
Ad ogni modo, c’è da sapere che la questione della pubblicità della propria condizione medica è talmente codificata che il galateo moderno ritiene poco educato dire «Salute!» quando qualcuno starnutisce. Tale gesto, anziché essere gentile, richiama l’attenzione su un fatto intimo o involontario, mettendo in imbarazzo chi lo ha emesso; la regola vuole che si faccia finta di nulla. (Parentesi: non si dice nemmeno «buon appetito», espressione amatissima da papa Francesco, perché in origine era rivolta da Lorenzo il Magnifico ai servi che potevano da quel momento consumare gli avanzi dei luculliani pranzi strategici del signore di Firenze)
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Per i protocolli di bon-ton parlare di cure mediche, diete restrittive o terapie prolungate con persone poco conosciute risulta noioso, invadente e privo di eleganza. È preferibile riservare questi argomenti a rapporti di profonda confidenza.
Non possiamo dire che il papa, re di uno Stato millenario, possa sottrarsi ai protocolli. Non solo per questioni d’uso diplomatico, ma per la mistica stessa del corpo del papa. Ricordiamo come, fino a Giovanni XXIII che chiese la fine dell’espressione, L’Osservatore Romano scriveva sistematicamente, quando si doveva virgolettare il papa, «come abbiamo appreso dalle auguste labbra» del Santo Padre. Lo stesso Paolo VI, nell’epica smentita in piazza San Pietro riguardo le accuse di avere un amante attore milanese, parlò di «ingiuria alla Nostra augusta persona».
La persona del Santo Padre era «augusta», come le sue labbra, le parti del suo corpo – che è appunto, il corpo di un Santo Padre. Questo è il motivo, mi spiegavano quando ancora piccino mi ponevo domande sulla morte improvvisa di papa Luciani, per cui un’autopsia nemmeno lontanamente era pensabile, un vero spasso per qualsiasi cospiratore, americano, vaticano, massone che fosse.
Eccoci quindi precipitati nel Kali Yuga in cui il papa dettaglia con minuzia i suoi problemi medici. Qualcuno può dire che è un effetto della sinodalità, cioè, in soldoni, della democratizzazione della chiesa: il re si rivolge ai sudditi come ai suoi confidenti, il padre parla ai figli come fossero suoi amici, il discorso sacro diviene una chiacchiera al bar, con tutte le sue sfumature di realtà ed amarezza.
In realtà, un altro pensiero si fa avanti. È quello del vaticano invaso da spin doctor oramai indistinguibili da sceneggiatori televisivi, quello del papato come fiction.
È quanto profeticamente suggeriva, oramai una decade fa o più, il leggendario padre Florestano Pizzarro, personaggio creato dal genio di Corrado Guzzanti, probabilmente inconsapevole di quanto stesse, in realtà, non tratteggiando una caricatura, ma descrivendo la situazione iperrealisticamente.
Padre Pizzarro è molto ricco nel suo discorso sullo showbusiness papale: non solo c’è il rischio che l’attenzione degli spettatori sia dirottata altrove – con l’idea che padre Georg Gänswein, ora vescovo, potesse essere «rubato» dal Trono di spade –, ma evvi anche la necessità di creare colpi di scena, di utilizzare inventi narratologici per mantenere alto l’intrattenimento, l’engagement, del popolo consumatore dello spettacolo vaticano.
È così. A questo punto bisogna considerare quanto all’audience (sì, dall’udienza all’audience) piacciano le serie TV di carattere medico. C’è da ricordare il successo, anni fa, del Dottor House, che era in pratica uno Sherlock Holmes claudicante ed infinitamente antipatico – cioè esponente di quel teatro della crudeltà che, come con i talent show culinari, oramai ha conquistato il gusto pubblico rendendolo sadico – che operava forsennatamente in ambito nosocomiale.
La passione della gente per le fiction mediche era resa con parodia irresistibile nella stupenda, insuperata serie comica Boris, basata sulle avventure di una sgangherata troupe alle prese con la produzione della serie Gli occhi del cuore, ambientata tra dottori e pazienti di una clinica. Gli stessi personaggi venivano poi spinti a raddoppiare lo sforzo realizzando un’ulteriore inguardabile serie ospedaliera, chiamata, proprio per non lasciare dubbi, Medical Dimension.
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Nella storia di Boris, Medical Dimension era progettata come una serie avveniristica, dove finalmente regista e sceneggiatori potevano osare con colpi di scena drammatici, morti e feriti, salvataggi – tutto basato sui fatti sanitari dei personaggi. Il problema è che, alla fine, si scopre che la rete nemmeno vuole mettere in onda la serie, gli invisibili despoti (politici, burocratici) a capo della televisione italiana l’hanno commissionata solo per dimostrare che una televisione di qualità non era possibile, che il popolo doveva continuare a sorbirsi prodotti scadenti, senza possibilità di avanzamento.
Ora, sembra proprio che, galateo a parte, il papato si dirige verso Medical Dimension. Se il papato ora, per eterogenesi dei fini, finisca fuori dagli schermi, sepolto dal grottesco, dal materiale, dal laido non lo sappiamo.
Ma gli spin dottori papali ce la stanno mettendo tutta. Il lettore di Renovatio 21 sa che il dubbio se stiano facendo apposta ce lo abbiamo davvero, e da anni.
La nostra fortuna è che, come annunziato da Nostro Signore, non prevalebunt. No, non prevarranno: nemmeno gli orrendi sceneggiatori invertiti della chiesa conciliare.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Catholic Church England and Wales via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-NC-ND 2.0)
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