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L’antispecismo o la negazione dell’esistenza di Dio

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L’antispecismo è definito dal dizionario Larousse come una «visione del mondo che rifiuta la nozione di gerarchia tra specie animali e, in particolare, la superiorità dell’essere umano sugli animali e concede a tutti gli individui, indipendentemente dalla specie a cui appartengono, lo stesso status morale». La prima parte di questa analisi presenterà il concetto esposto da uno dei suoi ferventi difensori. La seconda parte lo confuterà.

 

Da tale visione del mondo emerge immediatamente un’affermazione: l’antispecismo è una negazione – pratica – dell’esistenza di Dio.

 

Ci sono vari percorsi per arrivare a questa conclusione. Uno di questi consiste nel seguire un autore nella sua riflessione e segnare le tappe della formazione di questo pensiero antispecista che non dice necessariamente il suo nome, ma che è facilmente riconoscibile.

 

Il soggetto qui considerato è Peter Wohlleben, nato nel 1964 a Bonn, ingegnere forestale, autore di un bestseller mondiale tradotto in 32 lingue e venduto oltre un milione di copie: La vita segreta degli alberi (originale tedesco pubblicato nel 2015).

 

L’autore è tornato l’anno successivo con La vita segreta degli animali (2016 in tedesco). Mentre l’accoglienza di scienziati e specialisti della natura era stata eterogenea per il primo titolo, questo secondo libro venne severamente criticato da un punto di vista scientifico.

 

 

La vita segreta degli alberi

Alla scoperta dell’albero pensatore

Sfogliando questo libro, il cui titolo completo è: La vita segreta degli alberi. Cosa mangiano. Quando dormono e parlano. Come si riproducono. Perché si ammalano e come guariscono, il lettore nota molte affermazioni insolite per chi ha una certa conoscenza della natura, se non altro per osservazione personale.

 

La prima osservazione che ci fa l’autore è che gli alberi sono in grado di trattenere le informazioni e trasmetterle. È vero che ciò resta a livello molto rudimentale, ma è riconosciuto che alcune aggressioni – chimiche, fisiche o termiche – provocano reazioni in alcune piante, come la produzione di tossine da parte delle acacie in risposta alla nutrizione intensiva da parte degli erbivori, portando alla morte di questi.

 

Ma bisogna subito sottolineare che i termini «trattenere» e «trasmettere» in questo caso sono ambigui, perché suggeriscono una sorta di memoria e di linguaggio che assimiliamo al nostro. Il che è profondamente impreciso. Quindi, indipendentemente dal fatto che ci sia un “recettore” o meno, verrà trasmesso il segnale fisico-chimico indotto da un attacco alla pianta.

 

Wohlleben va oltre spiegando che gli alberi parlano: emettono «ultrasuoni» che sono il risultato di un fenomeno puramente meccanico indotto, ad esempio, da un’interruzione del flusso di linfa. Ma, per il nostro autore, con un paragone audace, sarebbe un «grido di sete». Da lì a dire che l’albero sente qualcosa, c’è solo un passo… che viene anche fatto.

 

Gli alberi stanno soffrendo, insiste. Citiamo questo pezzo audace: «la piantina di quercia inghiottita da un cervo soffre e muore, come soffre e muore il cinghiale sbranato da un lupo». Non è altro che una metafora. Perché, per provare sofferenza, sono necessari i sensi e una struttura centralizzata per trasformare le informazioni in dolore.

 

Infine, arriviamo al coronamento: gli alberi sono intelligenti. E, tanto per dirlo subito, il cervello si trova nel fusto o nelle radici. L’induzione sta da quanto sopra: immagazzinamento delle informazioni, controllo chimico delle funzioni, segnali elettrici, linguaggio e sofferenza.

 

E conclude con disinvoltura – o ingenuità? – «le piante hanno il cervello? Sono intelligenti? Bisogna dire che il dibattito che anima da anni la comunità scientifica è vivace. Un dibattito assente dalle pubblicazioni accademiche», riconosce Wohlleben.

 

Ma questo non lo ferma: «la maggioranza degli accademici» critica la tesi delle radici-cervello, perché, spiega l’autore, «si tende a cancellare il confine tra mondo vegetale e mondo animale». Ma, afferma: «La divisione tra pianta e animale è una scelta arbitraria basata essenzialmente sulla modalità di alimentazione», la fotosintesi da un lato, la digestione degli organismi viventi dall’altro.

 

Un modo di presentare il problema del tutto riduttivo ed erroneo che ben si addice alla tesi, su questo dovremo tornarci.

 

 

Gli alberi e i loro diritti

Dal sentimento e dall’intelligenza alla legge, il passo è breve. Wohlleben sostiene la protezione degli alberi – così come degli animali – che deve evitare di assimilarli alle cose. Riprende il suo linguaggio metaforico per parlare del «cadavere di un faggio o di una quercia» in preda alle fiamme. «Betulle e abeti abbattuti – quindi uccisi» al solo scopo di ottenere carta.

 

Poi arriva l’accusa: «usiamo esseri viventi che vengono uccisi per soddisfare i nostri bisogni». Segnaliamo che il libro dell’autore – che ha venduto oltre un milione di copie, va ricordato – ha partecipato a questa «strage». L’autore ne riconosce l’uso; ciò che condanna è l’eccesso: «Dobbiamo trattare gli alberi come trattiamo gli animali, risparmiando loro inutili sofferenze».

 

Ed elenca i diritti che dovrebbero essere riconosciuti agli alberi: «per poter soddisfare i loro bisogni di scambio e comunicazione, (…) per poter trasmettere il loro sapere alle generazioni successive. Almeno alcuni di loro devono poter invecchiare con dignità e poi morire di morte naturale».

 

 

La vita segreta degli animali

Wohlleben, nel suo ultimo capitolo, solleva la questione della possibilità di un’anima per l’animale. Dopo alcune riflessioni in cui ammette di non credere nell’aldilà per mancanza di immaginazione, attribuisce un’anima a tutti gli animali. Ma c’è ancora ambiguità: quest’anima animale, la concepisce alla maniera dell’anima umana.

 

Infatti, ammette nel suo epilogo: «se mi piace cercare analogie tra animali e umani, è perché non riesco a immaginare che i loro sentimenti siano fondamentalmente diversi dai nostri». Questa volta non è più una mancanza di fantasia, ma un bell’eccesso, che va oltre: «chiunque capisce che il cervo, il cinghiale e il corvo conducono la propria vita, perfetta in sé, e si divertono oltretutto…»

 

Questa riduzione è coronata dall’ultima parola che identifica la felicità umana con le secrezioni di ormoni. Il che è un modo per dire che anche gli animali che hanno questo tipo di ormoni sono capaci di questa sete che anima la specie umana… e solo quella. L’assimilazione è quasi totale.

 

 

Bilancio

Tutta questa accozzaglia si basa su buona parte dell’ignoranza di cosa sia veramente la vita, ogni vita. E anche su una profonda incomprensione del cosmo che è armonia – questo è il significato etimologico del termine – tra gli esseri, ordine stabilito da Dio, che è il primo bene da lui voluto nelle cose.

Ora, e questo è il punto importante, questa armonia può esistere solo tra esseri diversi e gerarchici. Un mondo di totale uguaglianza tra gli esseri non va oltre il mondo minerale – e forse nemmeno. Questa semplice osservazione mostra come l’antispecismo sia chiaramente contrario alla volontà di Dio e rappresenti una negazione della sua esistenza.

 

 

Cos’è la vita?

Una breve panoramica di questa nozione è necessaria per comprendere l’insensatezza della concezione criticata e la sua inadeguatezza alla realtà.

 

Va innanzitutto sottolineato che la parola «vita» è un termine astratto e non un termine concreto. È usato per designare esseri viventi e animati. Ma di per sé non designa altro che una classe di esseri. La «vita» non esiste, ci sono solo esseri viventi.

 

Questo punto è importante, perché capita che la parola sia analogica, cioè non abbia lo stesso significato a seconda che sia applicata a classi diverse di esseri viventi. Parlare di vita umana, animale o vegetale non significa assolutamente la stessa cosa. Certamente c’è una somiglianza, ma non un’identità.

 

Anche nel parlare della vita di Dio, la vita dell’angelo o la vita dell’uomo, si distingue allo stesso modo l’uso della parola. Pur usando la stessa parola, ci sono notevoli differenze, soprattutto se confrontiamo la vita del Creatore con quella delle sue creature, angelo o uomo.

 

Pertanto, è necessario distinguere, nel nostro mondo materiale creato, gli esseri viventi di tre categorie: piante, animali e uomini. Dire che vivono equivale ad affermare che possiedono un’anima, perché, per definizione – e per dimostrazione, ma questo ci porterebbe troppo lontano – il vivente si distingue dall’inanimato per questa parte di sé che permette di dichiararlo tale: un principio di vita, un’anima.

 

La semplice osservazione ci permette di distinguere il vegetale dall’animale e dall’uomo. Questa differenza sta nell’anima che ciascuno possiede e nel tipo di vita che provoca e realizza nel corpo che le corrisponde.

 

 

L’anima vegetativa

Alcuni potrebbero essere sorpresi da questa affermazione sull’esistenza di un’anima vegetativa, ma è comunque la verità. Bisogna capire che non si devono attribuire le caratteristiche dell’anima umana: così, quest’anima scompare completamente alla morte della pianta.

 

L’anima vegetativa si caratterizza anche per le funzioni che assume: la nutrizione della pianta, la sua crescita ed infine la sua riproduzione. Questa vita vegetativa è la base di ogni vita e tutti gli esseri viventi hanno queste funzioni – almeno la riproduzione, come è il caso del virus, che, a rigor di termini, non si nutre né cresce.

 

 

L’anima animale

L’anima degli animali aggiunge alle funzioni vegetative – che esercita in modo superiore all’anima vegetativa – altre funzioni che caratterizzano l’animale: la sensibilità legata ai cinque sensi (per gli animali che li possiedono tutti); le passioni animali come attrazione, desiderio, paura o rabbia; l’istinto, una sorta di piano interiore che permette all’animale, entro limiti invalicabili, di adattarsi ai cambiamenti del suo ambiente: cercare cibo o un partner per la riproduzione; ed infine la locomozione, per gli animali che ne sono dotati.

 

È essenziale comprendere che la vita che caratterizza l’animale è una vita qualificata come sensitiva perché basata sull’attività dei sensi. La vita vegetativa non è specifica dell’animale, ma la possiede a modo suo: gli permette di produrre ossa, sangue, contrarre muscoli, emettere suoni, ecc. Questa semplice osservazione permette di cogliere la profonda distorsione prodotta dall’antispecismo, che assimila tutti i gradi della vita in un allegro guazzabuglio.

 

 

L’anima umana

Infine, il grado più alto, l’anima umana, aggiunge alle funzioni vegetative e sensoriali la propria attività: quella delle sue facoltà spirituali – nel senso di spirito, non di vita soprannaturale – perché l’anima umana è uno spirito, fatto ad immagine di Dio che è Spirito. Questo spirito umano, a differenza dell’angelo, puro spirito, è anche un’anima che dà vita a un corpo.

 

La prima caratteristica dell’anima umana è la sua immortalità: persiste dopo la morte del corpo che le è stato unito, perché, come spirito, possiede in sé le risorse di una vita separata, sebbene mutilata in qualche modo dalla scomparsa del corpo.

 

La vita propria dell’anima umana è quella della sua intelligenza e della sua volontà, che sono spirituali quanto lei, e che non dipendono dal corpo per sussistere o agire: così la vita umana consiste propriamente nella conoscenza della verità, sia speculativa (pura conoscenza) che pratica (destinata all’azione), così come nell’esercizio della virtù.

 

Nessun animale, e a fortiori nessuna pianta, può raggiungere il minimo grado di questa vita propriamente umana. Gli animali restano bestie che l’immaginazione umana spesso colora di sentimenti umani, ad esempio per dare un insegnamento tramite una favola, ma così facendo si distorce completamente ciò che l’animale è, se si ha la malsana idea di crederci.

 

 

Uguaglianza riduttiva

Si dice molto spesso che l’uomo è stato voluto da Dio per sé stesso e l’universo per l’uomo. Ma non è la dottrina di san Tommaso, che afferma invece che ciò che per prima cosa è voluto da Dio è il bene dell’universo, quell’armonia cosmica che è l’immagine più perfetta creata della grandezza e della bontà di Dio. E, all’interno di questo universo, l’uomo occupa un posto speciale: è posto al di sopra di tutte le altre creature materiali.

 

In un bellissimo articolo della Summa Theologica (I, 47, 2) incluso nel trattato sulla creazione, san Tommaso spiega il suo pensiero. Chiedendosi se Dio sia causa della disuguaglianza nelle cose, risponde: «Bisogna dire che la sapienza di Dio, che è causa della distinzione tra gli esseri, è anche causa della loro disuguaglianza».

 

«Poiché la distinzione formale [tra specie] implica sempre la disuguaglianza. (…) Nelle cose naturali le specie sembrano ordinate per gradi, i corpi misti sono più perfetti degli elementi semplici, le piante dei minerali, gli animali delle piante, gli uomini degli altri animali».

 

«E in ciascuno di questi ordini di creature una specie è più perfetta delle altre. Perciò, come la sapienza divina è causa della distinzione tra le cose, per la perfezione dell’universo, così è causa della loro disuguaglianza. Perché l’universo non sarebbe perfetto se negli esseri si trovasse un solo grado di bontà».

 

Ora, la bontà di una creatura dipende dal modo in cui Dio la ama e le dona una maggiore somiglianza con la sua stessa perfezione. Sempre nella dottrina di san Tommaso troviamo che il minerale è riflesso di Dio perché esiste; la pianta, perché vive; l’animale, perché sente e può così assimilare – in parte – ciò che lo circonda; l’uomo, perché è spirito, intelligenza e volontà. Egli è molto più di un riflesso: è un’immagine.

 

L’uomo ha dunque ricevuto molto più di tutti gli altri esseri creati materiali perché è più amato da Dio. Senza contare che la sua natura è capace di ricevere un dono supremo, che lo assimila a Dio in modo impareggiabile: la grazia, che lo rende figlio di Dio, e gli permette di partecipare alla vita stessa di Dio.

 

È quindi attraverso la disuguaglianza tra questi ordini naturali e la loro armonia che il cosmo proclama la gloria di Dio.

 

 

Un diritto impossibile

È assolutamente impossibile attribuire diritti a qualsiasi entità diversa dall’uomo o dalla persona umana. Spieghiamolo brevemente.

 

 

La legge presuppone una certa uguaglianza

In sostanza, il diritto è un dovuto agli altri, che è specificato dalla legge, sia essa naturale o umana. Il diritto è l’oggetto della virtù di giustizia. E inoltre, il diritto è un rapporto di uguaglianza, perché nasce dal bisogno di ordine in una comunità. Questa uguaglianza non è fisica, ma morale, perché riguarda un’operazione umana, che deve adattarsi agli altri per il bene comune.

 

Tutte queste proprietà escludono già ogni diritto esterno alla persona umana: è proprio per questo che gli antispecisti vogliono livellare i viventi, affermando una – quasi – totale uguaglianza tra tutte le specie viventi.

 

 

La capacità giuridica

La persona umana è un individuo di natura razionale, che gli permette di percepire il suo bene completo e capace di perfezione in una società unita.

 

Da ciò deriva la capacità giuridica, che non è né l’autonomia della volontà né la libertà che essa presuppone, né la volontà di potenza o di grandezza, ma attitudine al perseguimento, solidale, di un fine comune.

 

Include il senso di responsabilità, cioè la possibilità di autodeterminazione. Presuppone infine la capacità di comprendere che la misura imposta dalla ragione o dalla legge, ai rapporti sociali di ogni genere, in vista del raggiungimento del bene comune, è effettivamente la legge.

 

La capacità giuridica, insomma, è radicata nella ragione, si trova nella volontà e trae la sua giustificazione immediata dalla possibilità del diritto e soprattutto dal bene comune.

 

 

L’argomento del diritto

Ogni uomo è soggetto alla legge e riceve la capacità giuridica dal Creatore.

 

L’anima umana è a immagine del suo Creatore: tale è la ragion d’essere dei suoi attributi secondo il teologo san Tommaso.

 

Agli occhi del filosofo, tutte le prerogative dell’uomo procedono dalla razionalità della sua natura. Solo l’uomo ha un fine personale a cui conduce sé stesso.

 

Il fondamento dei diritti della persona umana risiede nel suo dominio (dominium) sull’universo e sulle sue azioni. È per disposizione innata capace di raggiungere personalmente il bene dell’universo.

 

Cos’è questo dominio? Comprende tre realtà: il soggetto che è interessato dal rapporto di superiorità o sovranità, la persona o la cosa su cui si esercita tale sovranità, e la base di tale rapporto, che consiste in un potere che deriva dal suo status di essere ragionevole e gratuito.

 

Il dominium si presenta come un attributo psicologico e naturale dell’uomo: «L’uomo differisce dalle creature irrazionali in quanto gode del dominio sui suoi atti, est actuum suum dominus. Ne consegue che le sole azioni che si dicono propriamente umane sono quelle di cui egli è padrone, dominus». (1)

 

Questo dominio si trasforma in potere morale e giuridico solo nella misura in cui si riferisce a oggetti razionali: «La bontà della volontà dipende dalla ragione come dipende dall’oggetto». (2)«L’oggetto dell’atto considerato costituisce dunque il fondamento, la causa e la misura della potenza morale, e questo per tutte le virtù morali».

 

 

E gli alberi?

La domanda va davvero posta? Se si parla di diritti degli animali, delle piante o della natura, o non è più questione di diritto, ma di elucubrazione; o, in senso stretto, si tratta di regolare i doveri che l’uomo ha nei confronti dell’universo in cui Dio lo ha posto e gli ha affidato fin dalla Genesi.

 

Ma si tratta di un diritto nei suoi confronti: evitare di distruggere il proprio ambiente, farsi corrompere dalla crudeltà verso gli animali, volersi arricchire a spese dei suoi simili o dei suoi discendenti ad esempio.

 

 

Conclusione

L’antispecismo non è solo una sciocchezza intellettuale, è anche una negazione pratica dell’esistenza di Dio. Negare i gradi degli esseri e l’ordine dell’universo è negare Dio. La quarta e la quinta «via» di san Tommaso per provare l’esistenza di Dio si basano rispettivamente su queste due evidenze.

 

Negandole, o rifiutandole più o meno in blocco, l’antispecista nega indirettamente ma certamente l’esistenza del Creatore e, credendo di elevare piante e animali al livello dell’uomo, non fa che abbassare quest’ultimo al loro livello.

 

 

Don A. SélégnyNOTE1) Summa Theologiae, I-II, Prologo.2) Ibid., I-II, 19, 3.

 

 

 

Somma di due articoli previamente apparsi su FFSPX.news.

 

Il primo articolo è apparso nel numero 147 dei Cahiers Saint Raphaël.

 

 

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Animali

Gattino invalido riceve carrozzella fatta di righelli ed auto giocattolo

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Un rifugio per animali ha costruito una sedia a rotelle su misura per un minuscolo gattino utilizzando macchinine giocattolo e righelli di legno, dopo che i normali ausili per la mobilità si erano rivelati troppo ingombranti.

 

Il gattino, che si chiama Gelato, sta ora facendo progressi nella riabilitazione nel centro veterinario di Cincinnati. La creatura pelosa sembra apprezzare l’ingegno dei suoi caregiver umani.

 

Le immagini circolanti in rete hanno intenerito moltissimi. La visione di un gattino piccolo del resto non può produrre altri risultati emotivi – a meno che non si ha a che fare con veri psicopatici, i quali notoriamente se intraprendono la carriera di assassini seriali lo fanno dopo aver ucciso gattini ed altri animali in quantità.

 

Qui siamo nello spettro umano-animale opposto: l’uomo aiuta il micio che sarebbe, in natura, destinato a perire.

 


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Anche se non è noto ai più, esistono per i felini, come pure per i canidi, delle carrozzelle note come «carrellini ortopedici». Tali dispositivi sono progettati appositamente per restituire la mobilità e l’indipendenza ai gatti che soffrono di paralisi, disabilità, traumi o problemi legati alla vecchiaia. Sono in genere realizzati principalmente con telai in alluminio ultraleggero per evitare che il gatto si affatichi durante il movimento.

 

Negli apparecchi professionali, il felide disabile viene assicurato tramite cinghie e tessuti traspiranti e imbottiti che non danneggiano la pelle e sostengono il corpo in modo confortevole. Molti modelli in commercio sono regolabili in altezza, larghezza e lunghezza, ma esistono anche aziende specializzate (ve ne sono anche in Italia) che li producono su misura. La struttura è studiata appositamente per lasciare lo spazio necessario affinché il gatto possa fare – in teoria – i suoi bisogni fisiologici senza sporcarsi.

 

Vi sono due generi di carrozzella gattesca: quella a carrellino posteriore (a 2 ruote) costituisce il tipo più comune: essa solleva le zampe posteriori (che rimangono protette o leggermente sollevate da terra) e permette al gatto di muoversi spingendosi autonomamente con le sole zampe anteriori.

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Havvi poi la variante a carrellino Totale (a 4 ruote), che sostiene l’intero peso del corpo del quadrupede. Essa viene utilizzata nei casi più gravi, quando il gattaccio ha una debolezza generalizzata o problemi neurologici che colpiscono tutti e quattro gli arti.

 

Mentre stavamo per pubblicare l’articolo, ci è giunta notizia che Gelato ha già ricevuto un upgrade del suo dispositivo sanitario: eccolo dunque con un possente sistema di camminata che qualcuno gli avrebbe prodotto con l’immancabile stampante 3D.

 


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 Immagine screenshot da Twitter

 

 

 

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Scoppia la polemica sui panda: «sono finti»

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Il mondo dei podcast è stato preso d’assalto da una nuova, bizzarra teoria, con polemica annessa: i panda, i celeberrimo orsacchiottoni bianconeri, sarebbero «falsi». Nel senso: tutta la storia dei panda non sarebbe un fenomeno organico, ma una trovata artatamente creata per favorire la Cina e la sua diplomazia.   Recentemente la tesi specifica sui panda «falsi» o «ingegnerizzati» era stata proposta dal comico, bannato ovunque dopo il COVID, Owen Benjamin, che ne parla da almeno un anno e l’ha ripetuta più volte.   Secondo il Benjamin, i panda non sarebbero animali selvatici evoluti naturalmente, ma qualcosa di simile a cani selettivamente allevati (tipo lo Shih Tzu), cioè creati e modificati geneticamente per mangiare bambù, pianta notoriamente difficile da eliminare. I panda sono tassonomicamente carnivori ma con un apparato digerente adattato a una dieta quasi esclusivamente erbivora.     I panda, dice il comico, hanno comportamenti da «ritardati»: rotolano giù per le colline, ovulano solo pochi giorni all’anno, non riescono a riprodursi facilmente, possiedono istinti parentali pessimi, etc.   «Tutti i panda del mondo appartengono alla Cina», ha sostenuto il comico anche in una recente intervista con Tucker Carlson (ma ne aveva già parlato nel podcast dell’ex campione MMA Jake Shields), ricordando quindi che la loro immagine sarebbe una costruzione moderna che non può che avvantagiare la Repubblica Popolare Cinese.   Ciò non è per nulla lontano dalla realtà: Pechino adotta una tecnica chiamata «diplomazia del Panda», che prevede il prestito delle buffe creature agli zoo di una nazione straniera in cambio di concessioni economiche e politiche.   I panda, di fatto, sembrano quasi assenti dalle rappresentazioni e dalla cultura classica cinese antica (bronzi, ceramiche, poesie Tang, dipinti Song, romanzi Ming, Qing, etc.), comparendo in modo più evidente solo dal XVI-XVII secolo circa. Alcuni riferimenti antichi (come la creatura chiamata «» o simili) esistono ma sono ambigui e contestati; il loro status di «tesoro nazionale» sarebbe in gran parte un’invenzione post-1949, dopo che sono diventati famosi a livello globale nel XX secolo.   Tuttavia, i panda hanno «la migliore campagna di PR della storia» ha detto il popolare podcasterro Joe Rogan ad un suo ospite quando è il tema è saltato sul discorso. E sì che sono tra gli animali più «stupidi» (dumbest): puoi porgere una mela a un panda e lui ti dà in cambio il cucciolo, lasciano cadere i piccoli o hanno istinti parentali figlicidi. Con tutta evidenza, «sembrano stare cercando di estinguersi». Si parla della Cina ma è noto che il panda è un simbolo internazionale, grazie alla un tempo notissima organizzazione internazionale animalista WWF.   Il WWF fu fondato come World Wildlife Fund (cioè «Fondo Mondiale per la Vita Selvatica») nel 1961 da Bernardo van Lippe-Biesterfeld , conosciuto come Bernardo di Olanda – marito della regina Giuliana d’Olanda – e dal Principe Filippo di Edimburgo, che come noto era il marito della Regina Elisabetta d’Inghilterra, basandosi su un’idea passata per Julian Huxley, fondatore dell’UNESCO già creatore (nel 1968) del termine «transumanismo», proveniente da una nota famiglia malthusiano-darwinista molto ascoltata dall’élite britannica (il fratello era lo scrittore Aldous, il nonno Thomas era invece chiamato «il mastino di Darwin).   Come noto, Filippo di Edimburgo dichiarò a più riprese di volersi incarnare in un patogeno di modo da massacrare tanta gente e quindi ridurre i problemi ambientali causati, a suo dire, dalla sovrappopolazione. Il principe Bernardo invece è noto per aver fondato nel 1954 il famigerato Gruppo Bilderberg. Prima di questo, il principe Bernardo, detto Benno, era divenuto membro del «Reiter-SS», un’unità a cavallo delle SS e si era unito al Partito Nazista già prima della guerra, entrando poi a far parte anche del Corpo Automobilistico Nazionalsocialista.   Tra i fondatori del WWF vi era anche Godfrey Anderson Rockefeller, della famosa famiglia di ricchissimi finanzieri che si tramanda di generazione in generazione il compito di ridurre gli esseri umani. Godfrey Anderson, che quando non si preoccupava del WWF praticava la sua passione per gli elicotteri, era figlio di Godfrey Stillman Rockefeller, a sua volta nipote del fondatore del cartello petrolifero Standard Oil nonché membro della società segreta di Yale chiamata Skull & Bones.   Come il padre, anche Godfrey Anderson aveva fatto Yale ed era amico di famiglia di George H.W. Bush, futuro presidente e padre dell’altrettanto futuro presidente George Dubya Bush.   Secondo le cronache, oltre a partecipare alla creazione del WWF, il Rockefeller ha contribuito alla causa assumendo il personale e i primi scienziati della ONG, di cui è stato direttore dal 1972 al 1978, restando quindi membro del board dell’organizzazione fino al 2006.   Praticamente tutti i nobli e potenti di cui sopra hanno in comune un’avversione per la popolazione terrestre, di cui vogliono una drastica riduzione, alcuni per benefizio dell’ambiente, altri nemmeno quello: vogliono la contrazione dell’umanità e basta. Si tratta di teorie ben esposte da conventicole come il Club di Roma, di cui molti di essi fanno parte, sotto l’egida di Aurelio Peccei.   Non è un caso che un rampollo dei Rockefeller abbia dichiarato, anni fa, il suo amore per la Cina, Paese che, come i panda, praticava la politica del figlio unico.   La quale politica del figlio unico, ricordiamolo, fu suggerita a Deng proprio dal Club di Roma, i cui agenti braccarono lo scienziato missilistico cinese Song Jian ad un convegno ad Helsinki, convincendolo, grazie a dati provenienti da alloro esoticissimi calcolatori elettronici, che la Repubblica Popolare sarebbe esplosa sotto il peso della sovrappopolazione.   Insomma: oligarchi mondialisti e comunisti cinesi, tutti sotto il segno del Panda. Basta questo per capire che si tratta di una brutta bestia.   E, facciamo notare casualmente al lettore di Renovatio 21, si tratta di un’ulteriore creatura bicolore, bianconera, esattamente come le orche assassine, altro flagello da cui desideriamo liberarci.   Animali del terrore antinatalista. Animali della menzogna.

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Le orche di Gibilterra affondano una barca dopo averne attaccate altre tre: tra quanto cominceranno ad uccidere?

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Al largo della costa nordoccidentale spagnola, due giorni fa un gruppo di orche ha causato l’affondamento di una barca a vela dopo aver aggredito altre tre imbarcazioni nella stessa area. Lo riporta la testata di notizie spagnole Sur in English.

 

Le due persone presenti sulla barca da diporto Idem sono state tratte in salvo dopo che il timone si è rotto e lo scafo ha iniziato a imbarcare acqua. L’episodio, l’ultimo di una serie legata alle orche assassine, è avvenuto il giorno precedente verso le cinque del pomeriggio, a poco più di un miglio da Estaca de Bares, punto più a nord della penisola iberica, nella provincia galiziana della Coruña.

 

Il primo cittadino della zona, Alfredo Dovale, ha raccontato che un’altra imbarcazione privata è intervenuta per aiutare i naviganti e ha provato a trainare lo yacht verso la costa prima che iniziasse a inabissarsi.

 

Una unità della Guardia Costiera spagnola ha poi condotto i due naufraghi nella vicina Carino, mentre un elicottero ispezionava dall’alto l’area dell’attacco per controllare eventuali tracce di inquinamento. I due occupanti dello yacht non hanno riportato ferite.

 


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L’affondamento è avvenuto nello stesso giorno in cui altre tre barche a vela hanno avuto incontri ravvicinati con questi grandi mammiferi marini, sempre nella medesima zona. Anche in questi casi i timoni sono stati colpiti, ma i danni non hanno impedito a due barche di rientrare in porto autonomamente, mentre la terza ha subito danni più seri.

 

Nel corso della notte, la Guardia Costiera spagnola ha comunicato: «Uno yacht è affondato a 1,3 miglia da Estaca de Bares a causa di un’infiltrazione d’acqua in seguito a un incontro con delle orche. I due membri dell’equipaggio sono stati tratti in salvo da un motoscafo nelle vicinanze. Successivamente, la nave di soccorso Shaula, inviata dalla CCS Finisterre, li ha trasportati a Carino. L’elicottero Helimer 401 sta sorvolando la zona per verificare la presenza di eventuali segni di inquinamento».

 

In una comunicazione successiva hanno aggiunto: «Questo è il quarto incontro con un’orca avvenuto ieri nella zona. Mentre prestavamo assistenza all’imbarcazione Idem, è emerso che anche un’altra imbarcazione a vela aveva avuto un incontro con questi mammiferi marini, ma i danni al timone erano minimi e l’imbarcazione ha continuato la navigazione verso Viveiro. Ieri a mezzogiorno, la barca a vela Glatisant è stato lasciato alla deriva nell’estuario del Viveiro con il timone fuori uso».

 

Il pattugliatore Alioth della Guardia Costiera ha raggiunto la barca in difficoltà e l’ha scortata fino al porto. In modo simile, un altro veliero, il Kador — con a bordo un solo membro dell’equipaggio e tre gatti — si è imbattuto nelle orche nel primo pomeriggio dello stesso giorno: pur essendo stata inviata la nave Shaula, non è stato necessario alcun intervento diretto e l’imbarcazione ha raggiunto Viveiro senza assistenza. Il coordinamento di tutte le operazioni è stato gestito dal Centro di coordinamento del soccorso marittimo di Finisterre.

 

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Come riportato da Renovatio 21, ad ottobre l’aeronautica militare portoghese era già dovuta intervenire per soccorrere una famiglia di cinque persone, tra cui tre minori, sopravvissuta all’affondamento della propria barca dopo un attacco di orche. Un elicottero militare aveva recuperato i naufraghi da un peschereccio che li aveva soccorsi dopo che l’imbarcazione, speronata da un gruppo di questi mammiferi, aveva cominciato ad affondare. Pur illesi, sono stati trasferiti in ospedale via elicottero.

 

Va ricordato che a bordo della barca di 11 metri, battente bandiera francese e conosciuto localmente come Ti’fare, viaggiavano tre bambini di otto, dieci e dodici anni insieme ai genitori, che sono riusciti a lanciare un segnale SOS e a mettersi in salvo su un gommone di emergenza prima che l’imbarcazione, con lo scafo squarciato dagli urti cagionati dai malvagi cetacei, affondasse. A rispondere all’allarme era stato un peschereccio mentre veniva allertato anche l’esercito.

 

Il settembre precedente, un altro branco di orche aveva affondato una barca con cinque persone a bordo, tra cui un cittadino britannico, nei pressi della spiaggia di Fonte da Telha, poco a Sud di Lisbona. Le immagini mostrano un’orca colpire più volte la barca a vela Oceanview, del Nautic Squad Club, per poi immergersi prima che fosse possibile recuperare l’imbarcazione dopo il salvataggio dell’equipaggio.

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Lo stesso giorno e lo stesso gruppo di orche avevano attaccato anche un’altra barca vicina: i marinai norvegesi a bordo raccontarono poi di essere riusciti, dopo essere stati speronati, a montare un timone di emergenza e a forzarlo quanto bastava per rientrare a Cascais, dieci miglia nautiche più a nord.

 

Chi conosce Renovatio 21 conosce quanto ci siamo dedicati alla teppa delle orche assassine di Gibilterra – e da anni. Gli attacchi sono arrivati ad essere calcolati nella quantità di almeno uno al giorno, ma crediamo che la cifra spaventosa a questo punto sia possibilmente superata.

 

Il lettore ha potuto vedere come questo mese fossero grottescamente emerse, nel giro dell’accademia e dei giornalisti, nuove teorie giustificazioniste della oscena violenza orcina: dapprima si era parlato di una capobanda, chiamata «White Gladis» che sarebbe stata traumatizzata dagli esseri umani (maccerto), ora dicono invece che il comportamento devastatore è causato dal fatto di essere cresciute orfane, a causa delle pesca, e pazienza se nel ragionamento antiumano c’è qualche non sequitur.

 

Di solito in calce all’articolo piazziamo una call to action, magari mitigata dalla possibilità, scoperta dal nostro corrispondente in Giappone, di mangiare l’orca al ristorante di Yokohama.

 

Poi di solito, poniamo la domandina: perché i cetacei – nonostante ripetute prove della loro pericolosità e delle loro sadiche perversioni cannibalichedrogastichevestimentariescatologiche e sessuali – godono di questo status di razza protetta? In India c’è la vacca sacra, perché nell’Occidente terminale deve esserci il delfino sacro?

 

Questa volta, però, vorremmo esprimere la gravità della situazione ipotizzando che l’assassinio seriale degli esseri umani da parte delle belve bianconere potrebbe essere dietro l’angolo.

 

Secondo l’attuale consenso scientifico, le orche in natura non attaccano l’uomo perché non ci considerano una preda, seguono rigide diete tramandate di generazione in generazione e non traggono un vantaggio energetico nel cacciarci.

 

Tuttavia, tale idea è totalmente superata dal fatto che, con evidenza, il comportamento delle orche non è qui in nessun modo legato a questioni alimentari, è un comportamento «ludico», secondo i benpensanti, o più precisamente sadico e criminale. E quindi, non c’entrano le calorie, ma l’atto stesso dell’uccidere. Gli anglofoni chiamano, overkill, o surplus killing: ammazza altre creature e poi le lasciano là, sbrana non più per fame, ma per altre pulsioni ferali (qualcuno dice, «per sport»). È possibile vedere il fenomeno negli attacchi agli allevamenti: i lupi uccidono più pecore di quante ne riescono a mangiare.

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Ora, a proposito dei lupi, ricordiamo la scala di Geist: è lo strumento etologico che descrive le sette fasi progressive attraverso cui i grandi predatori selvatici perdono il timore dell’uomo. Sebbene sia stata originariamente sviluppata per monitorare il comportamento dei lupi, viene applicata per analogia anche ad altri grandi mammiferi come gli orsi, e, crediamo, a breve delle orche assassine.

 

La scala di Geist dimostra che l’avvicinamento agli umani segue un percorso graduale e prevedibile. Nelle prime fasi, gli animali frequentano le aree antropizzate ed esplorano gli spazi umani esclusivamente di notte. Con il passare del tempo e l’abitudine alla presenza umana, i predatori estendono le loro incursioni alle ore diurne, iniziano ad avvicinarsi direttamente alle persone e a mostrare atteggiamenti di sfida o finti attacchi. La fase finale della scala culmina nell’aggressione deliberata e nella predazione attiva nei confronti dell’uomo, identificato ormai come una potenziale fonte di cibo o come un elemento non minaccioso.

 

E quindi: a Gibilterra stiamo vedendo un cambiamento etologico spaventoso, che potrebbe presto portare alla predazione degli esseri umani su larga scala da parte delle orche assassine, come nemmeno nei peggiori film su squali e compagnia bella.

 

Sì, anche per le orche potrebbe esservi una finestra di Overton. Del resto, gli attacchi alle barche prima erano impensabili, ora di fatto sono «legalizzati», visto che lo Stato moderno non fa nulla per fermare il fenomeno. Lo stesso spostamento di opinione non è, invece, percepibile negli umani: continuiamo ad avere dei bestioni bicolori l’immagine idilliaca di Free Willy e di tutte le altre stronzate disneiche, nemmeno scalfita dalla quantità di istruttrici dei parchi acquatici assassinate dalle orche.

 

Eccoci tornati a chiederci: cosa serve perché qualcuno faccia qualcosa?

 

Difficile, per chi segue Renovatio 21, non finire a pensare che tutto questo sia tollerato, o programmato. POSIWID. The purpose of a system is what it does, il fine di un sistema è quello che fa: come per l’immigrazione criminale e selvaggia, il cittadino deve divenire vittima di mostri ferali, che uccidono per gioco. L’uomo va sacrificato – per il ritorno del sacrificio umano.

 

Perché nell’antichità vi erano i sacrifici in cui gli esseri umani venivano offerti agli animali, come nel caso degli aztechi: per essi gli animali feroci non erano semplici bestie, ma incarnazioni di divinità come Tezcatlipoca (il dio giaguaro). I sacerdoti aztechi sacrificavano gli esseri umani sulle piramidi estraendo il cuore. Mentre gli arti venivano consumati ritualmente dai guerrieri, il tronco, il torace e i cuori delle vittime venivano gettati ai giaguari, ai puma e ai serpenti custoditi nel serraglio reale. Questo atto serviva a nutrire direttamente le forze divine ferine che sostenevano l’impero.

 

Anche alcuni rilievi e testimonianze archeologiche Maya suggeriscono che durante rituali sciamanici d’élite, prigionieri di guerra d’alto rango venivano offerti a giaguari tenuti in cattività. Il sangue della vittima alimentava direttamente il potere dell’animale totemico, legando la forza della comunità a quella del predatore.

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In alcune regioni dell’Egitto, in particolare nel Fayyum nell’antica città egiziana di Crocodilopoli, il coccodrillo era venerato come la manifestazione vivente del dio Sobek. Storici romani e greci riportano che in periodi di estrema crisi o come punizione rituale per i sacrileghi, i condannati venivano gettati nelle vasche dei coccodrilli sacri. L’atto del coccodrillo che divorava la vittima era visto come l’accettazione dell’offerta e del giudizio da parte della divinità.

 

Roma aveva invece la pena capitale giuridica della damnatio ad bestias: l’esecuzione dei condannati (e successivamente dei cristiani) nell’arena assumeva per i Romani una forte valenza sacrale, catartica e di intrattenimento rituale. I condannati venivano legati a pali o lasciati indifesi nell’arena per essere sbranati vivi da leoni, tigri, leopardi e orsi. Il sangue versato e la distruzione del corpo per mezzo delle fiere servivano a placare i Manes (gli spiriti dei defunti) e a ristabilire l’ordine cosmico e politico violato dal crimine del condannato.

 

Ma possiamo andare oltre, e vedere come la nostra mitologia offra l’immagine degli esseri umani sacrificati ai mostri marini. È il mito di Andromeda e del mostro Cetus. L’oracolo di Ammone decreta che l’unico modo per placare la bestia (un’enorme balena o drago acquatico) è sacrificare Andromeda, la figlia vergine del re cefeo. La principessa viene spogliata e incatenata a una roccia sulla scogliera a picco sul mare.

 

La scena era stata resa perfettamente da un vecchia pellicola in stop-motion di Ray Harryhausen, Scontro tra titani (1981).

 

 

Siamo esattamente in questo film, in questa fase del processo: siamo sacrificati ai mostri marini.

 

La mitologia, a differenza del mondo moderno guidato dalla Necrocultura, aveva un lieto fine: l’eroe Perseo, di ritorno dall’uccisione di Medusa, vede la fanciulla, affronta il mostro marino e lo uccide, salvando Andromeda.

 

E noi, siamo davvero senza più alcun eroe, senza più nessuno che voglia affrontare il flagello delle bestie, e risolverlo?

 

Torniamo alla domanda, fatta a tutti i cittadini rimasti umani: cosa vogliamo fare?

 

Roberto Dal Bosco

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