Animali
L’antispecismo o la negazione dell’esistenza di Dio
L’antispecismo è definito dal dizionario Larousse come una «visione del mondo che rifiuta la nozione di gerarchia tra specie animali e, in particolare, la superiorità dell’essere umano sugli animali e concede a tutti gli individui, indipendentemente dalla specie a cui appartengono, lo stesso status morale». La prima parte di questa analisi presenterà il concetto esposto da uno dei suoi ferventi difensori. La seconda parte lo confuterà.
Da tale visione del mondo emerge immediatamente un’affermazione: l’antispecismo è una negazione – pratica – dell’esistenza di Dio.
Ci sono vari percorsi per arrivare a questa conclusione. Uno di questi consiste nel seguire un autore nella sua riflessione e segnare le tappe della formazione di questo pensiero antispecista che non dice necessariamente il suo nome, ma che è facilmente riconoscibile.
Il soggetto qui considerato è Peter Wohlleben, nato nel 1964 a Bonn, ingegnere forestale, autore di un bestseller mondiale tradotto in 32 lingue e venduto oltre un milione di copie: La vita segreta degli alberi (originale tedesco pubblicato nel 2015).
L’autore è tornato l’anno successivo con La vita segreta degli animali (2016 in tedesco). Mentre l’accoglienza di scienziati e specialisti della natura era stata eterogenea per il primo titolo, questo secondo libro venne severamente criticato da un punto di vista scientifico.
La vita segreta degli alberi
Alla scoperta dell’albero pensatore
Sfogliando questo libro, il cui titolo completo è: La vita segreta degli alberi. Cosa mangiano. Quando dormono e parlano. Come si riproducono. Perché si ammalano e come guariscono, il lettore nota molte affermazioni insolite per chi ha una certa conoscenza della natura, se non altro per osservazione personale.
La prima osservazione che ci fa l’autore è che gli alberi sono in grado di trattenere le informazioni e trasmetterle. È vero che ciò resta a livello molto rudimentale, ma è riconosciuto che alcune aggressioni – chimiche, fisiche o termiche – provocano reazioni in alcune piante, come la produzione di tossine da parte delle acacie in risposta alla nutrizione intensiva da parte degli erbivori, portando alla morte di questi.
Ma bisogna subito sottolineare che i termini «trattenere» e «trasmettere» in questo caso sono ambigui, perché suggeriscono una sorta di memoria e di linguaggio che assimiliamo al nostro. Il che è profondamente impreciso. Quindi, indipendentemente dal fatto che ci sia un “recettore” o meno, verrà trasmesso il segnale fisico-chimico indotto da un attacco alla pianta.
Wohlleben va oltre spiegando che gli alberi parlano: emettono «ultrasuoni» che sono il risultato di un fenomeno puramente meccanico indotto, ad esempio, da un’interruzione del flusso di linfa. Ma, per il nostro autore, con un paragone audace, sarebbe un «grido di sete». Da lì a dire che l’albero sente qualcosa, c’è solo un passo… che viene anche fatto.
Gli alberi stanno soffrendo, insiste. Citiamo questo pezzo audace: «la piantina di quercia inghiottita da un cervo soffre e muore, come soffre e muore il cinghiale sbranato da un lupo». Non è altro che una metafora. Perché, per provare sofferenza, sono necessari i sensi e una struttura centralizzata per trasformare le informazioni in dolore.
Infine, arriviamo al coronamento: gli alberi sono intelligenti. E, tanto per dirlo subito, il cervello si trova nel fusto o nelle radici. L’induzione sta da quanto sopra: immagazzinamento delle informazioni, controllo chimico delle funzioni, segnali elettrici, linguaggio e sofferenza.
E conclude con disinvoltura – o ingenuità? – «le piante hanno il cervello? Sono intelligenti? Bisogna dire che il dibattito che anima da anni la comunità scientifica è vivace. Un dibattito assente dalle pubblicazioni accademiche», riconosce Wohlleben.
Ma questo non lo ferma: «la maggioranza degli accademici» critica la tesi delle radici-cervello, perché, spiega l’autore, «si tende a cancellare il confine tra mondo vegetale e mondo animale». Ma, afferma: «La divisione tra pianta e animale è una scelta arbitraria basata essenzialmente sulla modalità di alimentazione», la fotosintesi da un lato, la digestione degli organismi viventi dall’altro.
Un modo di presentare il problema del tutto riduttivo ed erroneo che ben si addice alla tesi, su questo dovremo tornarci.
Gli alberi e i loro diritti
Dal sentimento e dall’intelligenza alla legge, il passo è breve. Wohlleben sostiene la protezione degli alberi – così come degli animali – che deve evitare di assimilarli alle cose. Riprende il suo linguaggio metaforico per parlare del «cadavere di un faggio o di una quercia» in preda alle fiamme. «Betulle e abeti abbattuti – quindi uccisi» al solo scopo di ottenere carta.
Poi arriva l’accusa: «usiamo esseri viventi che vengono uccisi per soddisfare i nostri bisogni». Segnaliamo che il libro dell’autore – che ha venduto oltre un milione di copie, va ricordato – ha partecipato a questa «strage». L’autore ne riconosce l’uso; ciò che condanna è l’eccesso: «Dobbiamo trattare gli alberi come trattiamo gli animali, risparmiando loro inutili sofferenze».
Ed elenca i diritti che dovrebbero essere riconosciuti agli alberi: «per poter soddisfare i loro bisogni di scambio e comunicazione, (…) per poter trasmettere il loro sapere alle generazioni successive. Almeno alcuni di loro devono poter invecchiare con dignità e poi morire di morte naturale».
La vita segreta degli animali
Wohlleben, nel suo ultimo capitolo, solleva la questione della possibilità di un’anima per l’animale. Dopo alcune riflessioni in cui ammette di non credere nell’aldilà per mancanza di immaginazione, attribuisce un’anima a tutti gli animali. Ma c’è ancora ambiguità: quest’anima animale, la concepisce alla maniera dell’anima umana.
Infatti, ammette nel suo epilogo: «se mi piace cercare analogie tra animali e umani, è perché non riesco a immaginare che i loro sentimenti siano fondamentalmente diversi dai nostri». Questa volta non è più una mancanza di fantasia, ma un bell’eccesso, che va oltre: «chiunque capisce che il cervo, il cinghiale e il corvo conducono la propria vita, perfetta in sé, e si divertono oltretutto…»
Questa riduzione è coronata dall’ultima parola che identifica la felicità umana con le secrezioni di ormoni. Il che è un modo per dire che anche gli animali che hanno questo tipo di ormoni sono capaci di questa sete che anima la specie umana… e solo quella. L’assimilazione è quasi totale.
Bilancio
Tutta questa accozzaglia si basa su buona parte dell’ignoranza di cosa sia veramente la vita, ogni vita. E anche su una profonda incomprensione del cosmo che è armonia – questo è il significato etimologico del termine – tra gli esseri, ordine stabilito da Dio, che è il primo bene da lui voluto nelle cose.
Ora, e questo è il punto importante, questa armonia può esistere solo tra esseri diversi e gerarchici. Un mondo di totale uguaglianza tra gli esseri non va oltre il mondo minerale – e forse nemmeno. Questa semplice osservazione mostra come l’antispecismo sia chiaramente contrario alla volontà di Dio e rappresenti una negazione della sua esistenza.
Cos’è la vita?
Una breve panoramica di questa nozione è necessaria per comprendere l’insensatezza della concezione criticata e la sua inadeguatezza alla realtà.
Va innanzitutto sottolineato che la parola «vita» è un termine astratto e non un termine concreto. È usato per designare esseri viventi e animati. Ma di per sé non designa altro che una classe di esseri. La «vita» non esiste, ci sono solo esseri viventi.
Questo punto è importante, perché capita che la parola sia analogica, cioè non abbia lo stesso significato a seconda che sia applicata a classi diverse di esseri viventi. Parlare di vita umana, animale o vegetale non significa assolutamente la stessa cosa. Certamente c’è una somiglianza, ma non un’identità.
Anche nel parlare della vita di Dio, la vita dell’angelo o la vita dell’uomo, si distingue allo stesso modo l’uso della parola. Pur usando la stessa parola, ci sono notevoli differenze, soprattutto se confrontiamo la vita del Creatore con quella delle sue creature, angelo o uomo.
Pertanto, è necessario distinguere, nel nostro mondo materiale creato, gli esseri viventi di tre categorie: piante, animali e uomini. Dire che vivono equivale ad affermare che possiedono un’anima, perché, per definizione – e per dimostrazione, ma questo ci porterebbe troppo lontano – il vivente si distingue dall’inanimato per questa parte di sé che permette di dichiararlo tale: un principio di vita, un’anima.
La semplice osservazione ci permette di distinguere il vegetale dall’animale e dall’uomo. Questa differenza sta nell’anima che ciascuno possiede e nel tipo di vita che provoca e realizza nel corpo che le corrisponde.
L’anima vegetativa
Alcuni potrebbero essere sorpresi da questa affermazione sull’esistenza di un’anima vegetativa, ma è comunque la verità. Bisogna capire che non si devono attribuire le caratteristiche dell’anima umana: così, quest’anima scompare completamente alla morte della pianta.
L’anima vegetativa si caratterizza anche per le funzioni che assume: la nutrizione della pianta, la sua crescita ed infine la sua riproduzione. Questa vita vegetativa è la base di ogni vita e tutti gli esseri viventi hanno queste funzioni – almeno la riproduzione, come è il caso del virus, che, a rigor di termini, non si nutre né cresce.
L’anima animale
L’anima degli animali aggiunge alle funzioni vegetative – che esercita in modo superiore all’anima vegetativa – altre funzioni che caratterizzano l’animale: la sensibilità legata ai cinque sensi (per gli animali che li possiedono tutti); le passioni animali come attrazione, desiderio, paura o rabbia; l’istinto, una sorta di piano interiore che permette all’animale, entro limiti invalicabili, di adattarsi ai cambiamenti del suo ambiente: cercare cibo o un partner per la riproduzione; ed infine la locomozione, per gli animali che ne sono dotati.
È essenziale comprendere che la vita che caratterizza l’animale è una vita qualificata come sensitiva perché basata sull’attività dei sensi. La vita vegetativa non è specifica dell’animale, ma la possiede a modo suo: gli permette di produrre ossa, sangue, contrarre muscoli, emettere suoni, ecc. Questa semplice osservazione permette di cogliere la profonda distorsione prodotta dall’antispecismo, che assimila tutti i gradi della vita in un allegro guazzabuglio.
L’anima umana
Infine, il grado più alto, l’anima umana, aggiunge alle funzioni vegetative e sensoriali la propria attività: quella delle sue facoltà spirituali – nel senso di spirito, non di vita soprannaturale – perché l’anima umana è uno spirito, fatto ad immagine di Dio che è Spirito. Questo spirito umano, a differenza dell’angelo, puro spirito, è anche un’anima che dà vita a un corpo.
La prima caratteristica dell’anima umana è la sua immortalità: persiste dopo la morte del corpo che le è stato unito, perché, come spirito, possiede in sé le risorse di una vita separata, sebbene mutilata in qualche modo dalla scomparsa del corpo.
La vita propria dell’anima umana è quella della sua intelligenza e della sua volontà, che sono spirituali quanto lei, e che non dipendono dal corpo per sussistere o agire: così la vita umana consiste propriamente nella conoscenza della verità, sia speculativa (pura conoscenza) che pratica (destinata all’azione), così come nell’esercizio della virtù.
Nessun animale, e a fortiori nessuna pianta, può raggiungere il minimo grado di questa vita propriamente umana. Gli animali restano bestie che l’immaginazione umana spesso colora di sentimenti umani, ad esempio per dare un insegnamento tramite una favola, ma così facendo si distorce completamente ciò che l’animale è, se si ha la malsana idea di crederci.
Uguaglianza riduttiva
Si dice molto spesso che l’uomo è stato voluto da Dio per sé stesso e l’universo per l’uomo. Ma non è la dottrina di san Tommaso, che afferma invece che ciò che per prima cosa è voluto da Dio è il bene dell’universo, quell’armonia cosmica che è l’immagine più perfetta creata della grandezza e della bontà di Dio. E, all’interno di questo universo, l’uomo occupa un posto speciale: è posto al di sopra di tutte le altre creature materiali.
In un bellissimo articolo della Summa Theologica (I, 47, 2) incluso nel trattato sulla creazione, san Tommaso spiega il suo pensiero. Chiedendosi se Dio sia causa della disuguaglianza nelle cose, risponde: «Bisogna dire che la sapienza di Dio, che è causa della distinzione tra gli esseri, è anche causa della loro disuguaglianza».
«Poiché la distinzione formale [tra specie] implica sempre la disuguaglianza. (…) Nelle cose naturali le specie sembrano ordinate per gradi, i corpi misti sono più perfetti degli elementi semplici, le piante dei minerali, gli animali delle piante, gli uomini degli altri animali».
«E in ciascuno di questi ordini di creature una specie è più perfetta delle altre. Perciò, come la sapienza divina è causa della distinzione tra le cose, per la perfezione dell’universo, così è causa della loro disuguaglianza. Perché l’universo non sarebbe perfetto se negli esseri si trovasse un solo grado di bontà».
Ora, la bontà di una creatura dipende dal modo in cui Dio la ama e le dona una maggiore somiglianza con la sua stessa perfezione. Sempre nella dottrina di san Tommaso troviamo che il minerale è riflesso di Dio perché esiste; la pianta, perché vive; l’animale, perché sente e può così assimilare – in parte – ciò che lo circonda; l’uomo, perché è spirito, intelligenza e volontà. Egli è molto più di un riflesso: è un’immagine.
L’uomo ha dunque ricevuto molto più di tutti gli altri esseri creati materiali perché è più amato da Dio. Senza contare che la sua natura è capace di ricevere un dono supremo, che lo assimila a Dio in modo impareggiabile: la grazia, che lo rende figlio di Dio, e gli permette di partecipare alla vita stessa di Dio.
È quindi attraverso la disuguaglianza tra questi ordini naturali e la loro armonia che il cosmo proclama la gloria di Dio.
Un diritto impossibile
È assolutamente impossibile attribuire diritti a qualsiasi entità diversa dall’uomo o dalla persona umana. Spieghiamolo brevemente.
La legge presuppone una certa uguaglianza
In sostanza, il diritto è un dovuto agli altri, che è specificato dalla legge, sia essa naturale o umana. Il diritto è l’oggetto della virtù di giustizia. E inoltre, il diritto è un rapporto di uguaglianza, perché nasce dal bisogno di ordine in una comunità. Questa uguaglianza non è fisica, ma morale, perché riguarda un’operazione umana, che deve adattarsi agli altri per il bene comune.
Tutte queste proprietà escludono già ogni diritto esterno alla persona umana: è proprio per questo che gli antispecisti vogliono livellare i viventi, affermando una – quasi – totale uguaglianza tra tutte le specie viventi.
La capacità giuridica
La persona umana è un individuo di natura razionale, che gli permette di percepire il suo bene completo e capace di perfezione in una società unita.
Da ciò deriva la capacità giuridica, che non è né l’autonomia della volontà né la libertà che essa presuppone, né la volontà di potenza o di grandezza, ma attitudine al perseguimento, solidale, di un fine comune.
Include il senso di responsabilità, cioè la possibilità di autodeterminazione. Presuppone infine la capacità di comprendere che la misura imposta dalla ragione o dalla legge, ai rapporti sociali di ogni genere, in vista del raggiungimento del bene comune, è effettivamente la legge.
La capacità giuridica, insomma, è radicata nella ragione, si trova nella volontà e trae la sua giustificazione immediata dalla possibilità del diritto e soprattutto dal bene comune.
L’argomento del diritto
Ogni uomo è soggetto alla legge e riceve la capacità giuridica dal Creatore.
L’anima umana è a immagine del suo Creatore: tale è la ragion d’essere dei suoi attributi secondo il teologo san Tommaso.
Agli occhi del filosofo, tutte le prerogative dell’uomo procedono dalla razionalità della sua natura. Solo l’uomo ha un fine personale a cui conduce sé stesso.
Il fondamento dei diritti della persona umana risiede nel suo dominio (dominium) sull’universo e sulle sue azioni. È per disposizione innata capace di raggiungere personalmente il bene dell’universo.
Cos’è questo dominio? Comprende tre realtà: il soggetto che è interessato dal rapporto di superiorità o sovranità, la persona o la cosa su cui si esercita tale sovranità, e la base di tale rapporto, che consiste in un potere che deriva dal suo status di essere ragionevole e gratuito.
Il dominium si presenta come un attributo psicologico e naturale dell’uomo: «L’uomo differisce dalle creature irrazionali in quanto gode del dominio sui suoi atti, est actuum suum dominus. Ne consegue che le sole azioni che si dicono propriamente umane sono quelle di cui egli è padrone, dominus». (1)
Questo dominio si trasforma in potere morale e giuridico solo nella misura in cui si riferisce a oggetti razionali: «La bontà della volontà dipende dalla ragione come dipende dall’oggetto». (2)«L’oggetto dell’atto considerato costituisce dunque il fondamento, la causa e la misura della potenza morale, e questo per tutte le virtù morali».
E gli alberi?
La domanda va davvero posta? Se si parla di diritti degli animali, delle piante o della natura, o non è più questione di diritto, ma di elucubrazione; o, in senso stretto, si tratta di regolare i doveri che l’uomo ha nei confronti dell’universo in cui Dio lo ha posto e gli ha affidato fin dalla Genesi.
Ma si tratta di un diritto nei suoi confronti: evitare di distruggere il proprio ambiente, farsi corrompere dalla crudeltà verso gli animali, volersi arricchire a spese dei suoi simili o dei suoi discendenti ad esempio.
Conclusione
L’antispecismo non è solo una sciocchezza intellettuale, è anche una negazione pratica dell’esistenza di Dio. Negare i gradi degli esseri e l’ordine dell’universo è negare Dio. La quarta e la quinta «via» di san Tommaso per provare l’esistenza di Dio si basano rispettivamente su queste due evidenze.
Negandole, o rifiutandole più o meno in blocco, l’antispecista nega indirettamente ma certamente l’esistenza del Creatore e, credendo di elevare piante e animali al livello dell’uomo, non fa che abbassare quest’ultimo al loro livello.
Don A. SélégnyNOTE1) Summa Theologiae, I-II, Prologo.2) Ibid., I-II, 19, 3.
Somma di due articoli previamente apparsi su FFSPX.news.
Il primo articolo è apparso nel numero 147 dei Cahiers Saint Raphaël.
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Ragazzo porta a passeggio il suo polipo
Un video virale caricato su TikTok mostra un ragazzo che porta a passeggio il suo gatto, cosa già di per sé abbastanza insolita, e pure il suo ulteriore animale domestico: il suo polpo. Lo riporta Futurism.
Sebbene i polpi possano sopravvivere fuori dall’acqua per brevi periodi – parliamo di un paio di minuti al massimo – si tratta sicuramente di un’esperienza piuttosto stressante, con probabili conseguenze terribili per la già breve vita di queste creature marine.
Probabilmente è per questo che l’influencer ha scelto di trainare il cefalopode in una vasca su uno skateboard, completo di quello che sembra essere un aeratore wireless per fornire ossigeno alla creatura. Il tutto appare piuttosto disinvolto: a un certo punto, il gatto del ragazzo si gira a guardare il polpo, ma poi sembra scrollare le spalle e continuare a camminare.
«Aspiriamo a questo livello di assurdità», ha commentato un utente nei commenti del video. «Cosa ti spinge?»
@slingin_steel Family walks🐙 #petoctopus #lilbro #petfamily #landaintsobad #lifeisgood ♬ original sound – Steel
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«La vita è troppo breve per vivere “normalmente”», ha risposto l’influencer. Per quanto intrigante possa essere il video, c’è sempre un rovescio della medaglia. Data l’elevata intelligenza delle specie di polpo, gruppi dell’animalismo organizzato come la celebre People for the Ethical Treatment of Animals (PETA) sostengono che sia moralmente e ambientalmente sbagliato tenerli in acquario.
I polpi sono tra gli invertebrati più intelligenti del pianeta. Possiedono capacità di problem solving, usano strumenti, risolvono labirinti e hanno una memoria a lungo termine sviluppata. La loro intelligenza è definita «aliena» perché distribuita in tutto il corpo. A differenza dei vertebrati, il sistema nervoso del polpo non è centralizzato in un solo cervello. Dei suoi circa 500 milioni di neuroni, due terzi sono distribuiti direttamente negli 8 arti. Questo significa che ogni braccio ha una sorta di «autonomia decisionale»: può percepire sapori, toccare e persino aprire un’ostrica mentre il resto del corpo è impegnato in altro.
I folpi sono in grado di ricordare soluzioni già sperimentate e di apprendere semplicemente osservando i propri simili. Le creature tentacolari possono raccogliere gusci di cocco o conchiglie vuote per utilizzarli come scudi o nascondigli mobili. Tali esseri hanno inoltre una capacità di camuffamento fulminea e in cattività hanno dimostrato di saper pianificare fughe, aprire barattoli chiusi a prova di bambino e persino spruzzare acqua sulle lampadine per spegnerle se disturbati dalla luce.
Bisogna fare attenzione in particolare a certune tradizioni culinarie orientali: come riportato da Renovatio 21, tre anni fa un signore di 82 anni è deceduto cercando di gustare una specialità coreana chiamata sannakji, che consiste in un polpo ancora vivo. Secondo quanto riportato, l’animale si è impigliato nella gola dell’anziano, causandone la morte.
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Gatto invade il finale del balletto Romeo e Giulietta
İzmir’de sahnelenen Romeo ve Juliet oyununda sahneye kedi girdi. pic.twitter.com/f23eh5THqB
— Güncel Haber (@Guncelhaber360) June 13, 2026
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Arrestato boss del traffico di scarafaggi: aveva 100.000 insetti illegali. Il cantarotraffico è qui
Oltre 100.000 scarafaggi vivi, la cui detenzione è illegale in Australia, sono stati confiscati a un singolo allevatore nel più grande sequestro di invertebrati esotici mai effettuato nel paese, hanno dichiarato venerdì le autorità. Lo riporta l’agenzia AP.
Secondo il Dipartimento australiano per il cambiamento climatico, l’energia, l’ambiente e le risorse idriche, un carico di blatte sibilanti del Madagascar e blatte Dubia, del valore di 200.000 dollari australiani (122.830 euro), è stato sequestrato a maggio presso un allevatore commerciale nella città di Bathurst, nello stato del Nuovo Galles del Sud.
La specie di scarafaggio sibilante del Madagascar (Gromphadorhina portentosa, detta anche blatta fischiante del Madagascar) è una delle più grandi al mondo, con una lunghezza che varia dai 5 agli 8 centimetri. Le foto diffuse dal dipartimento mostravano un invertebrato lucido e marrone, più grande di un dito umano.
È molto più grande del comune scarafaggio australiano, che misura tra 2,3 e 3,6 centimetri di lunghezza. Gli scarafaggi prosperano in Australia grazie al clima subtropicale e il paese ospita centinaia di specie.
Stefanie Lesser, acchiappaserpenti di Bathurst, ha dichiarato all’emittente australiana ABC che le specie esotiche di maggiori dimensioni venivano probabilmente vendute come cibo economico per rettili, poiché le loro grandi dimensioni riducevano il numero di insetti necessari. Le autorità hanno esortato i proprietari di rettili a nutrire le proprie lucertole con grilli o blatte.
Sia le blatte sibilanti del Madagascar che le blatte Dubia sono illegali da importare in Australia. Non possono essere legalmente detenute, allevate o vendute, indipendentemente da come siano state ottenute, ha dichiarato il dipartimento in un comunicato.
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L’Australia applica rigidi controlli di biosicurezza alle sue frontiere per proteggere i settori agricolo e orticolo e la fauna selvatica autoctona dalle infestazioni di parassiti. Chiunque introduca illegalmente materiale animale, insetto o vegetale non dichiarato può essere multato per migliaia di dollari.
Secondo la dichiarazione, gli scarafaggi esotici «non sono stati sottoposti a una valutazione del rischio ambientale» e potrebbero diffondere malattie o danneggiare la fauna selvatica autoctona. Le autorità hanno avvertito che saranno perseguiti penalmente coloro che verranno trovati in possesso di questi invertebrati.
Un portavoce ha dichiarato che non sono state presentate accuse contro l’allevatore di Bathurst. Gli scarafaggi sequestrati saranno soppressi, ha aggiunto il dipartimento. Non è chiaro quale sia la necessità di procedere con l’eutanasia di massa delle povere blatte, ma si tratta di una procedura più comune di quanto si pensi, e diffusa a tutte le latitudini: negli occhi abbiamo ancora le immagini dello scoiattolo ammaestrato ucciso dal governo neoeboraceno due anni fa, così come la proposta di sterminio degli struzzi portata avanti dallo Stato eutanatico par excellence, il Canada. Non solo: a quanto risulta a Renovatio 21, anche i progetti dei vari animalisti (sparsi per le strade e per i partiti d’Italia) di togliere gli animali dagli zoo prevede implicitamente la loro soppressione.
In passato Renovatio 21 aveva trattato più volte i casi di contrabbando di formiche, che abbiamo appreso esistere, come ora apprendiamo esistere quelli di contrabbando di scarafaggi. Per l’occasione Renovatio 21 aveva orgogliosamente coniato, sulla scorta di esempi come «narcotraffico», il termine «mirmecotraffico», utilizzando la parola del greco antico per l’operoso insetto mùrmex (μύρμηξ ), al caso genitivo múrmekos.
Ora ci tocca di plasmare un nuovo neologismo che rimarrà indelebilmente nella lingua di Dante: cantarotraffico. Il greco utilizzava il termine kàntharos (κάνθαρος) per indicare genericamente gli scarafaggi e gli scarabei, e noi lo preferiamo a kàrabos (κάραβος), termine che i greci usavano per indicare vari insetti coleotteri, che però ci sembra più legato alla nostra parola «scarabeo».
Aperta la via dal nostro intrepido giornale, il lettore, incurante di crusche ed altre granaglie, può sentirsi libero di andare oltre, e parlare di cantarofagia (la scena del film Stress da vampiro in cui Nicholas Cage mangia una blatta), cantarofobia (praticamente tutte le donne, e gli esseri umani in generale), cantarologia, cantaromania, cantaropatia, cantarolatria (questa sì è bella: l’adorazione degli scarafaggi, e pensiamo a tanti che stanno dietro agli scappati di casa di Telegram e YouTubo invece che leggere Renovatio 21) et coetera.
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Immagine di Andy Moser via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported
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