Pensiero
La metamorfosi di Trump tra l’Iran e Israele: spietata, sanguinaria arte del deal
Non a tutti è piaciuta quella grafica che Renovatio 21 ha fatto, e piazzato su magliette. Il profilo di Trump che si staglia sulla tenebra, e ti fissa con occhi di fuoco, ha inquietato qualcuno. Ci sono persone che ci hanno scritto per protestare. Altri hanno chiesto spiegazioni.
Subito ci siamo stupiti: riteniamo quel disegno particolarmente riuscito. L’artigiano che ci segue per le serigrafie la ha messa in esposizione come una delle sue massime opere, e in molti gli domandano come comperarla. Noi la guardiamo e pensiamo: in questa immagine c’è tutto.
Eppure no, taluni non capiscono, lasciandoci interdetti: è come se non vedessero il valore metafisico, metapolitico, metastorico a cui è assurta la figura di Donaldo. Di più: non possono vedere la cifra di determinazione, risoluzione, di giustizia che, infine, arriva – con una parola che ci fa rischiare di sembrare perfino evoliani, non realizzano l’uomo Trump come potenza.
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Ancora: vediamo che essi non ne percepiscono il carattere punitivo.
Nella tragica ora in cui il Medio Oriente si infiamma – e le fiamme sono, ha detto il direttore AIEA Rafael Grossi, radiattive – la metamorfosi di Trump a noi pare più chiara che mai. No, non è più il Trump-45, il presidente impolitico venuto dal business e dalla reality TV (con i quali, va ricordato, ha scalato, da outsider, la scena più ardua e medievale del mondo, Nuova York).
No. Lo abbiamo pensato subito, forse da qualche parte lo abbiamo pure scritto: The Donald è cambiato, molto. Doveva esservi chiaro almeno da quando giurò da presidente, quel 20 gennaio, senza – inedito totale, pure per lui stesso – toccare la Bibbia: un gesto enigmatico, ma pure, qualsiasi fosse l’intenzione, profondamente morale. Trump-47 è un’altra persona, un essere nuovo, trasformato.
Ad inizio aprile il Washington Post aveva scritto, citando un anonimo funzionario della Casa Bianca, che Trump era «at peak of not giving a fuck», cioè «al vertice del non fregarsene un cazzo». Un ultra-nichilismo funzionale al potere, una sorta di satori regale, di illuminazione definitiva del comando monarchico: uno status che pochi hanno raggiunto, e che francamente noi mai abbiamo davvero veduto.
Non crediamo che questa trance metapolitica sia stata raggiunta negli ultimi tempi. Era pienamente intuibile durante il primo attentato, quello che doveva fargli saltare la testa in mondovisione (perché la CNN aveva mandato tutte quelle telecamere per un comizio qualsiasi, in un Paesino della Virginia? Se lo chiedono in diversi). Una traiettoria spiegabile solo con la religione gli sfiora l’orecchio, linee di sangue gli rigano il volto, che diviene la riflessione perfetta della bandiera USA che garrisce sopra di lui. Lui si rialza, non banda agli agenti del Secret Service che devono portarlo via, alza al cielo il pugno, si rivolge al suo popolo, e gli chiede per tre volte di continuare a lottare. «Fight, fight, fight».
Era evidente: a quell’uomo non importa di morire. Con il cuore è decisamente altrove, in un luogo ideale che non conoscevamo e che non sappiamo bene descrivere. È oltre agli interessi individuali, e al contempo calato in modo totalizzante nel suo desiderio di comunione con il popolo, con il suo imperativo interiore di essere, prima che populista, popolare.
Credo di averlo già scritto: Mussolini è morto mentre scappava in Svizzera vestito da soldato tedesco. Hitler (in teoria, OK) si è suicidato nascosto in un bunker tra la puzza di piscio. Questo esemplare di leader sembra diverso.
Non è che lo abbiamo notato solo noi. Prendiamo Naomi Wolf: intellettuale proveniente dalla sinistra liberal (ebrea, studi oxoniani, un passato da abortista sfegatata), già collaboratrice dei Clinton, ora però redpillata nella comprensione del Vero, con indomito sforzo di analizzare la catastrofe pandemica già visibile, dice, nelle carte di Pfizer. Chiedere alla Wolf, che nel frattempo ha cominciato a comprendere verità geodemonologiche sul mondo moderno, di sostenere Trump era tantissimo. Tuttavia un giorno ha dovuto farlo – fu quando, a fine campagna elettorale era uscita la notizia per cui c’erano almeno cinque squadre di assassini, pure dotati di missili terra-aria, attivate per assassinare Trump. Lui di contro, twittava di cose ridicoli, provocando al solito qualcuno che gli stava antipatico. «Mi ci sono voluti anni a riconoscerlo, ma devo dirlo: tipo che sei figo».
Figo, cool: la parola significa anche «freddo». Capace di decisione; al comando della situazione.
È quello che sta mostrando, anche in modo non proprio edificante, in queste ore. Ha scritto, usando il maiuscolo, che i generali iraniani «hardliners», cioè le «teste calde» che si opponevano ai negoziati «sono tutti MORTI». Quello di Israele sembra proprio essere stato un decapitation strike. Un attacco che toglie di mezzo il centro di controllo di un sistema. Lui, piuttosto brutalmente, mostra che ciò è di suo giovamento – perché con evidenza il suo fine è il negoziato, l’arte del deal sulla quale ha costruito tutta la sua vita.
In pratica, Trump pare aver usato Israele per riportare gli ayatollah al tavolo, e alle sue condizioni.
Già qui c’è questa novità enorme: non è Israele che usa l’America, ma l’America che usa Israele. Scusate: anche qui, crediamo di mai aver veduto questa cosa. Cambio di paradigma metafisico.
Trump ha imparato la lezione. Renovatio 21 è una delle poche testate che aveva riportato le parole che mesi fa Trump aveva affidato ad una grande rivista americana, e forse pure ripetuto in altre occasioni: il generale Soleimani lo aveva fatto uccidere su pressioni di Netanyahu (come confermato anche da spie ebraiche), che alla fine però si era tirato indietro all’ultimo minuto.
«Ho avuto una brutta esperienza con Bibi», aveva detto nel maggio 2024 Trump. «È stato qualcosa che non ho mai dimenticato», aveva detto Trump a TIME, aggiungendo che l’incidente «mi ha mostrato qualcosa».
Non che la mossa gli sia costata nulla: lui, e tutta la sua famiglia, passeranno l’esistenza sperando che il Secret Service li scudi dalla vendetta iraniana, giurata perfino su video di computer grafica diffusi da canali ufficiali.
Officials in #Iran have released a 3D animated video depicting the targeting of former President Donald Trump at his Mar-A-Lago golf course. This sequence is in revenge for killing IRGC General Qasem Soleimani. pic.twitter.com/2h1giUrlFx
— Jake Hanrahan (@Jake_Hanrahan) January 13, 2022
Oggi la faccenda è molto cambiata. Trump ha maltrattato Israele e il suo premier, al punto da suggerire, con l’idea bislacca di Gaza resa paradisiaco resort mediterraneo, l’idea che lo Stato Giudaico non avrà mai il controllo della striscia necessaria al compimento del disegno del «Grande Israele». Con evidenza, tuttavia, ha lasciato mano libera, intuendo una debolezza attuale attorno all’Iran.
La Russia e la Cina interverranno a favore di Teheran? Il potere dell’ayatollah sulla popolazione è così saldo? Sono calcoli che deve aver fatto, mentre diviene chiaro a cosa sia servito il viaggio in Arabia dello scorso mese, e quel lungo, denso discorso sulla fine della politica neocon – quindi, per paradosso, la fine della bava alla bocca contro l’Iran. A Riyadh, e negli altri regni del Golfo, Trump ha riprogrammato, deal dopo deal, l’asse del Medio Oriente, orientandolo più verso la Mecca che verso la Repubblica Islamica (che, fuori da regno dei Sauditi, tra i sunniti, godeva comunque di una presa non indifferente).
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Non possiamo sapere cosa accadrà. Il piano potrebbe non funzionare, i calcoli sulla tenuta di Khamenei, o sulla possibilità di tenere a freno lo Stato degli ebrei, potrebbero essere errati. La volontà negoziale messa in questo sforzo era partita nei primi giorni, quando dissero che aveva mandato Elon Musk a Nuova York a trattare con emissari di Teheran. Non molto pare essere stato ottenuto, e la situazione potrebbe ovviamente precipitare definitivamente – atomicamente.
Rimane che quello che stiamo vedendo è il Trump 2.0, il Donaldo scaturigine anni di pressione (con secoli di carcere minacciati dai tribunali) e di violenza, rigenerato nella lotta e nel sangue. È il re arrivato all’illuminazione oscura, al potere più enigmatico: Dark Maga Power.
Aveva scritto The Art of the Deal, l’arte di fare deal, affari. Come il suo cuore, tale arte è divenuta tenebrosa, spietata, perfino, potete dirlo, a tratti sanguinaria.
Non siamo certi che tutto questo sia bello da vedere, né – visto che ci sono di mezzo dei morti – bello. Ma mai avevamo testimoniato il potere politico utilizzato in questa tremenda purezza.
La bellezza – a volte triste, a volta tragica – che ha il castigo. Cioè quello oggi che tutti gli esseri umani rimasti tali nel mondo moderno devono chiedere al Cielo.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; immagine modificata
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«Danno alla Chiesa, svilimento del pensiero e dell’azione di papa Leone XIV»: lettera del prof. Sinagra al cardinale Zuppi
Renovatio 21 pubblica la lettera circolante in rete che al segretario CEI cardinale Matteo Zuppi ha scritto l’eminente giurista .Augusto Sinagra, Il professor Augusto Sinagra (Catania, 1941) è un eminente giurista italiano, professore ordinario di Diritto dell’Unione Europea e Internazionale, noto per il suo lungo ruolo accademico alla Sapienza di Roma (fino al 2013) e la sua attività come avvocato patrocinante davanti alle magistrature superiori e alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
Egregio Cardinale,
con molto disagio mi rivolgo a lei con il suo titolo ecclesiastico di alto rango.
Il mio disagio è motivato dal fatto che io sono cattolico e lei mi pare di no; sia nel senso della doverosa e corretta testimonianza dei Vangeli, sia nel senso della liturgia e della tradizione. E ora anche nel suo modo diplomaticamente denigratorio nei confronti dell’attuale Pontefice.
È vero che lei è «figlio» del Concilio Vaticano II che tanti guasti, divisioni e contrasti ha provocato nella Chiesa cattolica. Bastano due esempi: il Vescovo Marcel Lefebvre e l’Arcivescovo Carlo Maria Viganò.
Quel che lei dice e fa mi ricorda le parole del prof. Franco Cordero nel suo famoso libro Risposta a Monsignore (si trattava di monsignor Colombo responsabile spirituale della Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano), quando ammonì – anche lui in controtendenza rispetto agli esiti nefasti del Concilio Vaticano II – che il «Messaggio» sarebbe rimasto e lo si sarebbe raccolto nelle piccole chiesette di lontana periferia.
Lei, Signor Zuppi, (chiamandola così mi sento più a mio agio) non si rende conto del danno che fa alla Chiesa cattolica svilendo ingiustamente il pensiero e l’azione di papa Leone XIV che, secondo lei e secondo un’espressione romanesca a lei nota, «non se lo filerebbe più nessuno».
Si dice che lei è un diplomatico ma la sua non è un’espressione diplomatica ma è qualcosa che somiglia di più a un siluro subacqueo, e questo, Signor Matteo Zuppi, non è commendevole per l’apparente finalità che lei vuol perseguire.
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Attingendo ancora al linguaggio romanesco che lei conosce, penso che a lei ancora «rode» (non dico cosa per decenza) il fatto di non essere stato eletto papa. Ma la sua mancata elezione conferma la presenza in Conclave dello Spirito Santo.
Lei è degno «figlio» di Bergoglio da me sempre chiamato «il pampero argentino». Peraltro a lei manca qualsiasi capacità diplomatica se solo penso che, nominato dal suo dante causa Bergoglio mediatore per la guerra in Ucraina, nonostante i suoi plurimi viaggi e contatti, le sue parole si persero nel vento. E ora lei si permette di criticare Leone XIV del quale non può negarsi quantomeno la grande cultura agostiniana.
Lei dice che i fedeli non gli danno retta. Se la cosa la può tranquillizzare, i fedeli per fortuna non danno retta neanche a lei ma sono obiettivo: i fedeli non danno retta e le Chiese sono vuote non per colpa sua o di altri ma per colpa proprio del Concilio Vaticano II.
Un ultimo commento alla sua omelia del 17 marzo 2026 nella Cattedrale di San Pietro a Bologna. In tale circostanza lei, ormai intriso di «santegidiismo» e dunque più di politica che di fede, ha affermato che l’azione delle FF.AA. per essere efficace «deve essere accompagnata dall’intesa» in mancanza di che la F.A. non sarebbe un «deterrente«, mancando il dialogo e il confronto.
Egregio Zuppi, ma lei cosa pensa che le FF.AA. debbano rapportarsi al nemico dialogando in vista di un’intesa? Oppure che il ricorso alle FF.AA. debba essere deciso all’esito di un’intesa o di un dialogo? Ma con chi? Non le basta il Parlamento?
Devo concludere, mio buon Zuppi, nel senso che lei non si rende conto di quel che dice.
E il bello è che lei dice che la «storia insegna» anche perché lei per primo non conosce la storia e dovrebbe studiarla perché la storia non è quella di cui si discute nella Comunità di Sant’Egidio della quale lei è coerentemente parte.
Augusto Sinagra
Renovatio 21 offre questo testo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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