Pensiero
Oligarchia e aristocrazia eurodemocratica mondialista, da Ventotene a Kalergi e oltre
La sinistra italiana perde la testa di fronte alla semplice lettura di brani del Manifesto di Ventotene, che evidentemente nessuno aveva mai letto, soprattutto tra cui se ne riempie la bocca scendendo pure in piazza.
Capiamo che per i sinceri democratici capire che – incontrovertibilmente – il testo base dell’eurodemocrazia spinge per la dittatura è un evento che può portare ad una dissonanza cognitiva esplosiva.
“Non so se questa è la vostra Europa, ma certamente non è la mia”.
Applausi, soltanto applausi per il Presidente Meloni che demolisce la propaganda europeista usando il Manifesto di Ventotene. pic.twitter.com/ai0DtPmAIP
— Francesco 🇮🇹 (@SaP011) March 19, 2025
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«La bussola di orientamento per i provvedimenti da prendere in tale direzione non può essere però il principio puramente dottrinario secondo il quale la proprietà privata dei mezzi materiali di produzione deve essere in linea di principio abolita e tollerata solo in linea provvisoria, quando non se ne possa proprio fare a meno».
Il Manifesto che si vuole alla base dell’Europa scrive proprio così: «La proprietà privata deve essere abolita, limitata, corretta, estesa caso per caso, non dogmaticamente in linea di principio». Gulp: notiamo però anche come continua il passaggio, con un vero cortocircuito per i fan del ReArm Europe: «questa direttiva si inserisce naturalmente nel processo di formazione di una vita economica europea liberata dagli incubi del militarismo o del burocratismo nazionale».
«La rivoluzione europea, per rispondere alle nostre esigenze, dovrà essere socialista»
Ma c’è di peggio: «nelle epoche rivoluzionarie, in cui le istituzioni non debbono già essere amministrate, ma create, la prassi democratica fallisce clamorosamente». Ri-gulp. «Nel momento in cui occorre la massima decisione e audacia i democratici si sentono smarriti, non avendo dietro di sé uno spontaneo consenso popolare, ma solito un torbido tumultuare di passioni».
Questa cosa della mancanza di consenso popolare tenetela a mente per dopo, ma il concetto – il comando di pochi sul popolo refrattario: cioè, in pratica, il primato assoluto delle élite – è sviluppato davvero lucidamente:
«Durante la crisi rivoluzionaria» scrive il Manifesto, il movimento «attinge la visione e la sicurezza di quel va fatto non da una preventiva consacrazione da parte dell’ancora inesistente volontà popolare, ma dalla coscienza di rappresentare le esigenze profonde della società moderna. Dà in tal modo le prime direttive del nuovo ordine, la prima disciplina sociale alle nuove masse. Attraverso questa dittatura del partito rivoluzionario si forma il nuovo stato ed attorno ad esso la nuova democrazia».
Potete riconoscere bene cosa è teorizzato qui: il popolo non conta nulla, comandiamo noi, gli esperti che conoscono davvero cosa vuole il mondo moderno. È un pensiero oscuro, aristocratico, dittatoriale – e sa di esserlo. Abbiamo imparato a vedere questa idea pienamente realizzata con il COVID – e di fatto immaginiamo gli estensori del Manifesto ventoteniano tutti mascherinati e penta, esa, epta, octavaccinati.
Giorgia, per una volta, ha fatto una cosa giusta, con tanto di esecuzione perfetta. Vedere Elly Schlein (che su tre passaporti, ne ha solo uno pienamente Schengen) che si strappa i capelli assieme ai compagni di partito con le lacrime agli occhi («oltraggio!») è bellissimo.
92 minuto di applausi all’ On. #Fornaro.#Meloni dimettiti, sei la vergogna di chi ha un briciolo di cervello in testa e l’orgoglio di chi usa il cranio solo per dividere le orecchie. pic.twitter.com/5wRxDA66eM
— Antonio nbo15🇪🇺🇮🇹 (@AntonioNbo15) March 19, 2025
E niente, dopo aver chiesto alla Meloni di inginocchiarsi davanti al #ManifestodiVentotene, il deputato dem @Fornaro62 scoppia in lacrime. pic.twitter.com/n4pTImMll9
— Francesca Totolo (@fratotolo2) March 19, 2025
Elly Schlein su Ventotene “la Presidente Meloni ha deciso di oltraggiare la memoria europea e noi non accetteremo i vostri tentativi di riscrivere la storia…stiamo ancora aspettando che si dichiari antifascista!”#Schlein #Meloni #Ventotene#MELONI_CHE_SQUALLORE pic.twitter.com/co7uVyY3Qp
— Sirio 🏀 (@siriomerenda) March 19, 2025
Bravo premier: leggere in Parlamento passi come questo era la cosa migliore da fare. Trump lo sta indicando con chiarezza: sgonfiare il pallone di menzogne e corruzione dello Stato-partito è possibile, oltre che doveroso.
Anche perché, sinceramente, non tutti capiscono da dove salta fuori questa cosa di Ventotene oramai assurto a culto di Stato.
Crediamo che sia un’operazione di ridefinizione della storia (con occultamento di verità lapalissiane) nello stile che conosciamo: la guerra in Italia non l’anno vinta americani e inglesi (e i loro bombardieri, che mi racconta ancora oggi lo zio sopravvissuto, erano tanti da oscurare il cielo sopra una piccola città di provincia), macché, la vittoria è stata dei partigiani.
Eccerto: e ce lo hanno ripetuto sino a che ciò non è divenuto dogma inscalfibile e fondamentale (la «Repubblica fondata dalla resistenza»), al contempo cancellando altri fattori del processo – e qui vorremo, al solito, fare il nome di James Jesus Angleton, la superspia americana cresciuta in Italia che fu «madre della CIA», poeta e stratega che fu con probabilità il vero padre dello Stato italiano del dopoguerra.
E quindi: l’Europa non nasce da interessi geopolitici immani, e probabilmente non Europei. Viene piantata a Bruxelles, dove sta la NATO, per caso. L’Europa non nasce nemmeno da macchinazioni massoniche che affondano nei secoli. No, ora ci dicono che l’Europa Unita parte da tre signori messi al confino da Mussolini. Ecco, qui sorge una domanda, scusate: ma perché i fascisti, che sono tremendi, mandavano su un’isola i dissidenti invece di metterli in galera o peggio? Riconosciamo che per alcuni questa domanda suona come una bestemmia, ma non credo che ci possano dare una risposta. Il fascismo uccide Matteotti ma lascia vivere Spinelli? (È vero, tuttavia, che i fascisti uccisero Colorni: ci torneremo sotto)
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Qui vengono pensieri balzani. Non è che questi avessero qualche copertura, di quelle alle quali nemmeno il fascismo poteva resistere? Ci sovviene il caso di Alberto Beneduce (1877-1944), già collaboratore del primo sindaco anticlericale e massone, oltre che ebreo, Ernesto Nathan (che voci sussurrano potrebbe essere figlio di Mazzini), tesserato del PSI e massone a sua volta, uomo dietro alla creazione dell’assicurazione INA e dell’IRI, tanto importante per l’Italia mussoliniana che per quella democristiana.
Le idee socialiste di Beneduce, che fu senatore e ministro del Lavoro, non è che fossero tanto nascoste: tre delle sue figlie si chiamavano Idea Nova, Vittoria Proletaria e Italia Libera. Un altro figlio lo ha chiamato Ernesto, immaginiamo in onore al Nathan. Essendo questo un articolo in cui parliamo di famiglie e aristocrazie democratiche (abietta contradictio in adjecto), vale la pena di ricordare che Idea Nova Beneduce nel 1939 divenne moglie di Enrico Cuccia, il mitico dominus, potentissimo e silentissimo, di Mediobanca.
Nel 1936, in pieno ventennio, Beneduce era al contempo presidente dell’IRI, delle banche pubbliche Crediop e ICIPU, dell’Istituto per il credito navale, nonché membro del Consiglio d’amministrazione dell’IMI e dell’Istituto nazionale dei cambi. Nel privato era presidente della Società Italiana per le Strade Ferrate Meridionali (la società chiamata Bastogi). Assieme al governatore della Banca d’Italia Donato Menichella fu ispiratore della legge bancaria del 1936.
Insomma, il socialista Beneduce era fuso pienamente con il deep state dell’Italia fascista. Intoccabile ed indisturbato. Che cosa permetteva a chi veniva da mondi politici distanti e non aderiva all’ideologia del totalitarismo italiano di rimanere in circolazione? Non sappiamo dire.
Qualcuno può pensare che, anche allora, vi fosse un piano più grande all’opera, che non riguardava solo l’Italia – del resto, la Giovine Europa era proprio un’idea, ci fanno studiare a scuola, del Mazzini, proprio quello che alcuni dicono fosse padre del Nathan, morto da terrorista latitante come un Bin Laden qualsiasi.
Ecco che ci viene in aiuto il libro della scomparsa antropologa Ida Magli, il cui titolo è più che mai d’attualità, La dittatura europea: «(…) ad Altiero Spinelli è stato indispensabile delle potenti società semisegrete di cui abbiamo parlato, e della grande finanza nelle vesti di Gianni Agnelli. Spinelli era infatti membro del Bilderberg e fondatore assieme ad Agnelli dell’Istituto per gli Affari Internazionali Italiano».
Lo Spinelli nel Bilderberg: sì, pare se lo siano dimenticati tutti nella costruzione dell’eurosantino – non che la cosa, tuttavia, disturbi le sensibilità piddine. Al contempo, la Magli non aveva paura di fare nome e cognome dell’ingrediente ulteriore che con l’oscura aristocrazia eurodemocratica ha voluto riformulare i Paesi del continente: l’oligarchia.
«Non sappiamo se fosse la sua condivisione degli interessi di Agnelli alla mondializzazione del mercato, o il suo odio per la Nazione Italia a spingerlo su posizioni europeiste assolute» accusa la Magli. «Fatto sta che non è mai riuscito, pur avendo ottenuto grandi vantaggi dall’europeismo, quali un seggio parlamentare e il posto di Commissario europeo, a far conoscere e apprezzare il suo movimento all’opinione pubblica italiana».
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Proprio quello che sembra: l’europeismo, anche in Italia, è un movimento inflitto, in nessun modo organico alla popolazione, che di suo lo respinge. Gli europeisti convinti che si vedono in giro – con tanto di foto lombrosiane – esistono solo all’interno di piazza artificiali, come quella vista negli scorsi giorni, dove ad organizzare vi è un sedicente giornalista di satira, con doppio cognome, scrivente per qualche ragione da sempre sul giornale dei casati aristo-capitalisti dei Caracciolo e degli Agnelli, ora confluiti nella dinastia rabbinica degli Elkann.
Parliamo ovviamente di Repubblica, creata dal «laico» (sapete, in Italia, questo aggettivo a cosa è equivalente…) Eugenio Scalfari, che più di ogni altro riuscì negli ultimi decenni ad agglutinare un consenso popolare all’ascesa della sinistra di governo, vezzeggiando e rimestando il «ceto medio riflessivo» (professori, impiegati del para-Stato, e altre demografie con la pancia riempita automaticamente e tanto tempo libero), in modo da far percolare certi ideali – come l’amore incondizionato per l’Europa, non condiviso, per esempio, dal PSI – ed essere dirimente nella politica di era prodiana.
Eppure, nemmeno con i cannoni di Repubblica si è riusciti a rendere Spinelli una figura popolare (che è quello che, un po’ in ritardo, stanno cercando di fare ora).
«(…) È probabile che questa mancanza di riscontro popolare sia stata dovuta anche all’arroganza e dittatorialità del suo comportamento, un comportamento che appare, sotto questo aspetto, perfino peggiore di quello di Coudenove-Kalergi» tuona la Magli.
Qui spunta ancora, inevitabile, la figura del conte austriaco di famiglia greco-veneziana e di madre giapponese (cosa che, crediamo, gli ha creato qualche scompenso: leggetevi le sue conclusioni su razze e genere nei suoi libri per capire lo squilibrio): di Kalergi – di fatto progettatore del piano di invasione immigrazionista che stiamo vivendo – non si deve parlare, e perfino i ministri che vengono dall’ex MSI dicono di non conoscerlo. Non se ne deve parlare soprattutto vicino a Ventotene: anche se la Pan-Europa kalergiana è riconosciuta essere prodromo del Manifesto di Spinelli e compagni.
Dicevamo: quello che propongono qui, sotto la vernice democratica, è non solo una dittatura (appunto: la Dittatura europea) ma una vera aristocrazia, in cui comandano i pochi che sono nel giusto. E magari, trasmettono un po’ di potere anche ai figli.
Certo è che le famiglie dei ventoteniani sono interessanti.
Ernesto Rossi (1897-1967) si sposò nel 1931 in reclusorio con rito civile: era un anticlericale sfegatato. La sposa, Ada Rossi, è definita «partigiana» e «antifascista», oltre che fondatrice con il marito e i ventoteniani del Movimento Federalista Europeo. Si ricordano i suoi legami con Gaetano Salvemini, che gli disse «avessi mai potuto fabbricarmi un figlio su misura me lo sarei fabbricato pari pari come te» e più tardi con il giovane Marco Pannella: finito il Partito d’Azione, Rossi era entrato nel Partito Radicale ai suoi albori, accettando di presiedere, poche ore prima di morire, la manifestazione dell’«apertura dell’Anno anticlericale».
Eugenio Colorni (1909-1944), l’unico a non morire nel suo letto effettivamente assassinato dai fascisti della banda Koch a pochi giorni dalla liberazione, proveniva da una famiglia ebraica di commercianti lombardi. La madre era una Pontecorvo, ulteriore famiglia ebraica pisana che conta nella sua discendenza il fisico nucleare Bruno Pontecorvo (allievo di Fermi, con cittadinanza britannica, poi fuggito in URSS) e il regista Gillo (autore di film anti-colonialisti ammaniti al pubblico cinefilo mondiale come il tremendo La battaglia di Algeri o Queimada!).
Sposò una correligionaria ebrea, Ursula (anche lei) Hirschmann (1913-1991), che proveniva da un’agiata famiglia dell’ebraismo tedesco. Il fratello, Albert Otto Hirschmann, era un economista che fu poi candidato al premio Nobel. Conobbe Colorni a Berlino, lo frequentò a Parigi per poi seguirlo a Trieste e Venezia. Come ribadito da Elly Schlein in Parlamento, la Hirschmann è riconosciuta tra i fondatori del mito di Ventotene.
Con Colorni ebbe tre figlie, tra cui Renata – traduttrice dei capolavori della letteratura tedesca, con molti anni spesi a collaborare con l’editore Adelphi – e Eva, che nel 1973 fu presa in moglie da un’altra figura centrale del mondialismo, l’economista e filosofo indiano premio Nobel Amartya Sen. Più tardi, sempre per parlare di «aristocrazie» e casati giudaici, il Sen avrebbe sposato Emma Georgina Rothschild, della nota famiglia di banchieri.
Dopo la morte di Colorni, la moglie Ursula – in un caso di endogamia tra europionieri – si risposò proprio con Altiero Spinelli. Nel 1975 aveva formato a Bruxelles il movimento Femmes pour l’Europe («donne per l’Europa»). Morta nel 1991 dopo anni in cui perse la parola a seguito di un aneurisma, è sepolta a Roma al cimitero acattolico. Il matrimonio con Spinelli portò nel 1946 la nascita della giornalista (zona Repubblica, ça va sans dire) ed europarlamentare (con il partito biodegradabile «L’Altra Europa con Tsipras») Barbara Spinelli, di cui si ricorda l’attivismo per impedire l’eligibilità di Silvio Berlusconi al Senato.
Barbara Spinelli è stata la compagna del grand commis superfunzionario italico Tommaso Padoa Schioppa (1940-2010), già ministro dell’economia del governo Prodi II (quello de «le tasse sono una cosa bellissima e civilissima»), vicedirettore generale della Banca d’Italia, presidente della CONSOB, dirigente del Fondo Monetario Internazionale, nonché Membro del Comitato esecutivo della Banca Centrale Europea, considerato da alcuni come uno dei fondatori della moneta unica, l’euro. Una mela non cade molto dall’albero…
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Le ridondanze e le ramificazioni, in questa storia (possiamo dire, anche per ischerzo, euro-pluto-giudaico-massonica?) di piccole dinastie, aristocrazie, oligarchie, sono tantissime.
Ora con il culto di Ventotente pare che dobbiamo riverire questo demi-monde eurodemocratico come si trattasse di famiglie di una monarchia: in realtà lo sono, perché l’accentramento del potere, pure a dispetto del popolo, è da essi teorizzato apertis verbis. Non dovete quindi stupirvi delle elezioni romene, né di altro.
Il problema più grande è che ora, l’Europa di questi qui vuole armarsi per poi – con ogni probabilità – scontrarsi con la Russia. Cioè, mette in pericolo tutti noi.
Quanto potremmo ancora tollerare di essere dominati da chi ci pone in un simile pericolo?
Roberto Dal Bosco
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Avere paura dell’IA. E dello Stato moderno
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Pensiero
Difesa di Nicole Minetti
«Odiano la bellezza perché sono brutti. Senz’altro lo sono dentro e forse lo sono anche fuori. Fossero carucci, o sapessero godersi la vita, non leggerebbero Travaglio, non guarderebbero Report e lascerebbero in pace Nicole Minetti». Così ha sintetizzato il nuovo caso Minetti lo scrittore Camillo Langone.
Qui vorremmo dire che c’è di più: chi adesso alimenta e gode della nuova gogna contro la ragazza berlusconiana è, letteralmente, deforme. Cioè, deformato. Manipolato sino all’abbrutimento da un’operazione di informazione (cioè, deformazione…) che pensavamo sepolta da anni. Invece eccoci qui: l’antiberlusconismo psichiatrico è tornato, e ora, dopo lustri, se la prende con un personaggio al babau della Seconda Repubblica. E a babau morto, è il caso di dire.
Gli americani, che sono più bravi, hanno trovato subito un termine per definire l’avversione automatica, assoluta, con bava alla bocca, contro Trump: TDS, Trump Derangement Syndrome, o sindrome di disturbo da Trump. In Italia invece ci siamo tenuti 30 anni di BDS, Berlusconi Derangement Syndrome, senza sapere nemmeno cosa fosse. Ci abbiamo nuotato dentro, ogni giorno, perché un intero sistema mediatico – espressione di un sistema politico-economico – non parlava d’altro: Berlusconi pericolo per la democrazia, Berlusconi corrotto, Berlusconi satrapo.
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Come sia successo è facile spiegarlo: il PD, allora PDS e poi DS, vedeva nel Berlusconi l’ostacolo sorto dal nulla che impediva l’installazione completa dello Stato-partito: tutte le istituzioni, le poltrone, gli uffici pubblici, occupati dall’unico sistema dominante, dallo Stato profondo italiano. Dopo che gli USA (che poi passarono a batter cassa col Kosovo) gli avevano consegnato le chiavi del Paese, accettando l’ascesa del PDS di Occhetto nel ’94 dopo che molto casualmente con Tangentopoli era stata spazzata via l’unico contendente, la DC, il destino manifesto dell’Italia non poteva che essere quello di finire sotto la matrice di controllo degli ex comunisti.
Sindacalizzati. Cooperativizzati. Indottrinati. Piegati dalla magistratura e da operazioni più oscure. Il Paese piddificato: è quello in cui, nonostante la Meloni, ancora ci troviamo immersi.
I piddificatori nazionali, tuttavia, non avrebbero potuto nulla senza l’aiuto dell’oligarcato: in particolare, l’ebreo De Benedetti, che con i suoi giornali (Repubblica, Espresso) creò uno stato di guerra psicologica permanente contro Silvio Berlusconi. Migliaia, milioni di articoli scritti ogni dì contro il miliardario ridens. Quantità infinite di stipendi, di carriere, di poltrone pagati per eliminare politicamente l’uomo di Arcore.
Ricordiamo, solo en passant, due cose sul De Benedetti, dal 2009 cittadino elvetico che ha negato di avere la tessera numero 1 del PD. Una lunga carriera piena di cose non edificantissime – la FIAT, l’Olivetti – e poi quel risarcimento mostruoso incassato col Lodo Mondadori, 494 milioni di euro. I quali, va detto, non sembrano essere bastati a tenere in piede la baracca editoriale debenedettina, al punto che con lo scemare sulla scena della presenza berlusconiana viene venduto tutto.
(Al volo, sarebbero da rimembrare i legami storici pluridecennali tra l’ingegner De Benedetti e la famiglia Rothschild (che avevano qualche legame anche loro coll’Epstein, di cui parliamo più sotto), il cui membro Jacob Rothschild (1936-2024) ricevette il controllo delle quote dell’oligarca russo Mikhail Khodorkovskij – quello messo in galera da Putin venti anni fa, e poi liberato prima delle Olimpiadi di Sochi – nel colosso petrolifero Yukos. Quando in tutti questi anni in certi giornali compaiono taluni attacchi a Putin, e quindi al suo amico Berlusconi, magari un motivo c’è: chissà se il Travaglio, nell’impegno di tenere nei secoli il ditino alto, se ne renderà conto)
Nel frattempo, un’immensa porzione della popolazione italiana era stata oggetto di un lavaggio del cervello praticamente senza precedenti: processi, accuse, illazioni, gossip, Berlusconi era il male assoluto. Pensare a Silvio in modo razionale era di fatto reso impossibile a milioni di persone: l’intero ceto medio riflessivo (quelli moralmente superiori, perché vanno alla Feltrinelli e talvolta mangiano equo e solidale) era stato portato ad una forma di nevrosi, o di psicosi, di ossessione.
Da fuori qualcuno se ne accorgeva: un’amica madrilena, davvero apolitica e con qualche tratto hippy, mi confidò all’epoca di aver cercato di farsi spiegare da un suo coinquilino italiano perché Berlusconi è cattivo. «No pude entender por qué», non ho potuto comprendere perché. Certo che non si può: Berlusconi era una persona reale, non era un’idea politica, era in toto una fantasia tossica, iniettata a tutte le ore al popolo.
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La punta di lancia di questo processo è un personaggio che ancora è circolante – e pontificante: Marco Travaglio. Bravo, ammettiamo: con la fine di Berlusconi poteva sparire nel nulla, del resto non si era davvero occupato d’altro. E invece: eccotelo che diventa, addirittura, idolo editoriale della «dissidenza» ammorbata dalla dipendenza da cartellone.
Allevato professionalmente da Indro Montanelli, il giornalista, che scriveva quintali di articoli e libri sul nemico e i suoi amici, finì per firmare editoriali per Repubblica, poi divenne presenza fissa, con i suoi monologhi da casellario giudiziale (più uno spruzzo di ironia snob, e la bile che gli batte sulla tempia), nelle trasmissioni di Michele Santoro (lo ricordate? Michele chi?) – ricordiamo en passant, che proprio una trasmissione del teleconduttore salernitano fu teatro della metafora definitiva del rapporto tra Berlusconi e Travaglio: il primo ordina al secondo di alzarsi dalla sedia, e quello obbedisce pavlovianamente, poi il Silvio pulisce, ridendo sornione, la sedia dove si era seduto il giornalista.
Travaglio in seguito trovò altri corpi ospiti. Nei primissimi anni del M5S, quando Grillo lanciava in piazza al giornalismo italiano, era invitato a parlare dal palco. Finito Grillo, Marcolino continua con il suo giornale a sostenere Conte, il premier del lockdown.
Papeete, pandemia, guerra, Draghi. Berlusconi, si penserà, è alle spalle. Invece, non è così. Perché, ripetiamo, Berlusconi non è un argomento, è un’ossessione, un programma patologico oramai non cancellabile – in una classe intera del giornalismo italiano e forse di una fetta di italiani deformati dall’informazione giornalistica.
Il motivo per cui se la prendono con la Minetti è tutto qui. Non si creda sia un’operazione politica contro Nordio e la Meloni: perché per attuarla hanno osato l’inosabile, cioè mettere in difficoltà la Presidenza della Repubblica.
Immaginiamo lo stupore dello staff di Mattarella: davvero, mettono in discussione una grazia presidenziale? Ma quando mai era accaduto? Poi, tuttavia, decidono di andare con la corrente, e chiedere spiegazioni, nel teatrino internazionale che stiamo vedendo oggi: accuse che non vanno da nessuna parte, l’Interpol che nega, le autorità uruguagie che negano.
Non vogliamo che questo articolo sembri una disamina psicopatologica degli zeloti dell’odium immortale antiberlusconiano e non una difesa di Nicole Minetti come persona. Ebbene, difendiamo la donna gettata in questo ulteriore, osceno, rivoltante vortice come possiamo.
Pare che nessuno sappia valutare il quadro umano della vicenda: è evidente che la Minetti – che ancora apostrofano, con un classismo squallido ed intollerabile, «igienista dentale» – ha cambiato vita. Invece che aggrapparsi a qualche rivolo di potere e notorietà, come fanno quelli che finiscono fotografati ai buffet di Dagospia, ha scelto una vita privata, lontana dai riflettori, quella che parrebbe proprio una relazione stabile, perfino adottare un figlio.
Ci chiediamo: cosa stanno cercando di dire, gli antiberlusconiani oltretombali, quando alludono alla morte dell’avvocatessa del piccolo? E quando dicono che non avrebbero dovuto portare portare il bambino ad operarsi a Boston (probabilmente dal miglior specialista del pianeta), vogliono dire che il bambino non andava curato?
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Una parola sull’altra persona portata ora nel fango, Giuseppe Cipriani, figlio di Arrigo. Inanzitutto diciamo che a Venezia la famiglia Cipriani è amata e rispettata. Lo è anche a Nuova York, ed è ovvio che all’Harry’s Bar ci sia finito anche Jeffrey Epstein.
Anzi qui riveliamo un dettaglio giornalistico: quando anni fa emerse l’agendina nera di Epstein – il libretto con tutti i numeri telefonici annotati dall’oscuro miliardario pedofilo negli anni – notammo che il Corriere del Paese vi dedicava un paginone in cui parlava di soli tre nomi: uno era Flavio Briatore (facile immaginarsi che si siano incrociati), l’altro era Andrea Bonomi, un finanziere di buona famiglia che aveva provato a scalare il gruppo editorale, poi c’era Giuseppe Cipriani.
Avevamo scritto, all’epoca, che ci sembrava una scelta interessante: perché alla fine il lettore italiano può accettare tranquillamente che, nel jet set neoeboraceno Epstein possa aver interagito con il personaggio del lusso e un rampollo della dinastia di alti ristoratori. Il problema è che nell’agenda – perfino nella stessa pagina dove erano segnati quei numeri – c’era diecine e diecine di ulteriori nomi italiani, alcuni famosissimi: c’era la famosa contessa, il petroliere, la scrittrice trevigio-africana, l’erede tessile, la miss colombiana consulente di Finmeccanica, la produttrice lesbica, il giornalista de La Stampa e del Sole 24 ore la cui moglie era considerata la miglior amica di Ghislaine Maxwell (qualche giornalista italiano li ha sentiti? No), più una serqua infinita di figure, più o meno con l’inevitabile pedigree semi-aristocratico, legate alla famosa famiglia di industriali torinesi e alla loro azienda.
Su di loro, sulla stampa italiana, non si vide una parola: fui l’unico a scriverne. Beninteso: non crediamo che siano colpevoli di nessuna delle nefandezze epsteiniane, devono averlo pensato anche quei giornalisti che, davanti al libretto, hanno preferito sorvolare. Quindi non capiamo perché ora invece il rapporto col mostro deve essere inflitto al Cipriani, se non per character assassination pura e semplice.
Epstein voleva investire in un locale? E capirai, il networking di alto livello era il suo mestiere – e non si creda che utilizzasse solo ragazzine: è noto che era in grado di presentare donne belle e mature da far sposare a potenti, e dicono sia il caso di un rispettato industriale nostrano.
Insomma: sbatti il mostro in prima pagina, sempre e comunque. Minetti, Epstein, Berlusconi: vivono sul serio in un film horror sceneggiato dalle loro fissazioni.
I veri mostri, tuttavia, sono loro. Deformati dal loro odio, pronti a bassezze morali abissali.
E la Minetti, nonostante i ritocchini, rimane bella – anche, immaginiamo, come madre. Qualcosa che i mostri mediocri malati, nella loro vita deformata e spesso senza figli – senza vita – non possono comprendere.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di Nove foto da Firenze via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-SA 2.0; immagine modificata
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Il «tradimento dei rabbini»
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