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Pensiero

Albione, la Russia e l’Italia: la guerra allo spirito dal Risorgimento all’Ucraina odierna

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Come noto, alcune delle parole più lucide scritte sull’Italia vennero da Teodoro Dostoevskij, che osservava il farsi di un nuovo Stato sotto la tragedia massonica chiamata Risorgimento.

 

Dostoevskij non era interessato a questioni politiche – quelle, sappiamo, sono gli spiccioli della storia. 

 

Il genio può vedere oltre la storia – e la geografia.

 

Sostanzialmente, nessun altro Europa comprese cosa significavano gli eventi italiani del suo tempo: nessuno, in realtà, voleva leggerne il significato spirituale – e quindi le enormi conseguenze a lungo termine, nella storia e nella metastoria, nella metafisica della civiltà.

 

Perché, quando tocchi lo spirito, che è cosa di Dio, non puoi che aspettarti sconvolgimenti immani. L’Ottocento fu, in pratica, poco più che questo: la lotta totale contro lo Spirito, la sua slatentizzazione storica e politica, con quindi le titaniche conseguenze che dobbiamo aspettarci.

 

 La mia idea è che, alcune di quelle catastrofi conseguenti le stiamo vivendo in questo stesso momento, mentre i cannoni e carri armati cantano nello spazio delle Russie, e forse a breve anche qui…

 

Per capire il mondo bisogna saper leggere l’Italia: è una realtà che vale da qualche migliaio di anni.

 

Scriveva Dostevskij nel suo Diario di uno scrittore:

 

«Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale».

 

«I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano».

 

«La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (Ma è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? È sorto un piccolo regno dì second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, (…) un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unita mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!».

 

Sono parole profetiche, e tremende. Nessuno può negare, un secolo e mezzo dopo, la profonda verità di quanto scritto dal genio russo.

 

Esse ricalcavano, in realtà, non solo una verità spirituale, ma anche una profonda questione geopolitica, forse proprio da essa informata.

 

È per lo più sconosciuto ai nostri sussidiari che gli Zar posero, come potevano, una netta opposizione all’idea dell’Unità d’Italia.

 

Il perché non è difficilissimo da trovare: il Risorgimento, la prima «rivoluzione colorata» – diciamo pure «tricolorata» – che il mondo vedrà a raffica sino al Maidan e oltre, era già allora senza ombra di dubbio un’operazione di sovversione con pupari piuttosto evidenti.

 

Il Risorgimento – era il pensiero cattolico d’un tempo – altro non era se non una lunga e costosa operazione anglo-massonica, con qualche aiuto da parte magari degli ebrei di Livorno (luogo interessante, anche per fatti successivi, nonché una delle poche città italiche ad avere un nome anche in inglese, Leghorn), quelli che ospitavano Mazzini.

 

Sì, Mazzini: quello strano «eroe» risorgimentale cui dedicano ancora oggi statue, vie e scuole, celebrato come Garibaldi: tuttavia, sono tutti dimentichi del fatto che mentre l’orecchio mozzato che disse «obbedisco» ebbe tutti gli onori (al punto da essere implicato nel crack della Banca Romana, trappolone bancario popolare ante litteram, con il figlio Ricciotti e il ministro massone 33 grado Antonio Mordini), Mazzini morì in esilio da latitante, nascosto come un boss mafioso, rintanato in una stanzetta convinto di avere ancora il potere di incidere sulla  storia, come un Bin Laden a caso.

 

Sappiamo da dove veniva Mazzini, chi lo curava, lo finanziava, gli elargiva passaporti. Si tratta dello stesso Paese con cui i Savoia, per le guerre dell’unità, fecero quei debiti di cui parla Dostoevskij. Si tratta della Nazione che più aveva da guadagnare con il «Risorgimento». Si tratta del nemico storico della Russia, su ogni piano possibile.

 

Il lettore sa che parliamo di Albione.

 

Bettino Craxi, nei suoi anni, spinse il rifiuto dell’Italia come «portaerei inaffondabile» (di fatto, più o meno per questo lo fecero fuori). Ebbene, l’Italia lo era già nell’Ottocento. Di lì a poco sarebbe stato aperto il canale di Suez, Malta (terra italofona stranamente mai considerata irredente da Mazzini e confratelli) poteva non bastare come approdo per la rotta che avrebbe consolidato per sempre i commerci britannici dalle Indie.

 

Il dominio inglese sull’Italia risorgimentale in nessun caso è più chiaro che in quello di Ernesto Nathan, ebreo di origine inglese, gran maestro del Grande Oriente d’Italia affiliato alla loggia Propaganda, primo sindaco di Roma estraneo all’aristocrazia terriera, quindi segno incarnato della fine dell’epoca papalina, di quell’idea spirituale universale che pure l’ortodosso Dostoevskij non sentiva di poter negare.

 

Nathan era nato a Londra nella famiglia che più tardi ospitò Mazzini, che divenne suo precettore. La madre, l’ebrea pesarese Sara Levi Nathan, fu «finanziatrice e confidente» (così la pudìca enciclopedia online) di Mazzini; le malelingue insinuano di più, parlando di «affinità (…) riscontrabili – c’è chi è pronto a giurarlo, anche nei lineamenti» (Valeria Arnaldi, SPQR, 2014).

 

La figlia di Sara Nathan, Jeanette Nathan, sorella del futuro sindaco di Roma ospitò a Pisa Mazzini in punto di morte. 

 

E mentre inglesi massoni ed altri lottavano per l’Italia unita, la storia registra l’appoggio dello Zar di tutte le Russie al Regno delle Due Sicilie, che pure era concorrente dei russi per l’export del del grano.

 

In un saggio di Eldo Di Gregorio, Le relazioni tra il Regno di Napoli e l’Impero di Russia tra il 1850 e il 1860 nelle carte dell’Archivio dei Borbone (Edizioni Scientifiche Italiane, 2006) analizza la corrispondenza diplomatica. Appare evidente come la Russia considerasse nefando il ruolo dell’Inghilterra e di Lord Palmerston, «fautore di e promotore di tutte le rivoluzioni che accadano nel Continente» (p.114), e si offre quindi di consigliare Napoli contro i falsi rivoluzionari.

 

Di fatto, di queste rivoluzioni continentali («colorate») la Russia ne subì di lì a non troppo tempo una coloratissima, quella dell’Ottobre 1917. Non fu l’ultima: quella a Kiev nel 2004 e 2014 («Euromaidan») non sono dissimili per dinamiche di intersse internazionale.

 

Al tempo dei Borbone minacciati dagli anglomassoni, San Pietroburgo non escluse l’opzione di aiuto militare tramite le proprie navi, ma desiderava prima raggiungere un accordo con la Francia. Lo si evince da una comunicazione di Napoleone III all’ambasciatore dei Savoia a Parigi:

 

«Il Principe Gorčakov [cancelliere dell’Impero Russo dal 1863 al 1883, ndr] mi accusa di favorire la rivoluzione, e dichiara che giammai la Russia sarà nel campo dei rivoluzionari; egli propone un intervento marittimo in favore del Re di Napoli, e annuncia formalmente che mai la Russia permetterà l’annessione della Sicilia al Piemonte» (p.179).

 

L’indecisione militare dei Borbone irritarono i pragmatici Zar: «Non si comprende perché il Real Governo avendo in mano la risposta del Conte Cavour, in cui è detto in nome del Re Vittorio Emanuele che Garibaldi usurpa onninamente il nome di S.M. Sarda e che il Governo Piemontese disapprova tutti gli atti di quel condottiero, non l’abbia immediatamente pubblicata nel Giornale Officiale di Napoli e che la tenga tuttavia celata invece di spargerla per le stampe ed accrescere così gli imbarazzi di Garibaldi e compromettere nel tempo medesimo il Governo Sardo» (p.181).

 

Allora come oggi, lo Zar non le manda a dire, ed esorta all’azione concreta: «si desidera dunque vedere il Real Governo agire con più energia, sia nelle operazioni militari, sia nell’azione politica, procurando di riunire i partigiani della Costituzione Siciliana del 1812…» (p.183)

 

Insomma, c’è questo quadro secolare da mettere insieme: la Russia, che parlava perfino dal cuore di Dostoevskij, non voleva l’Italia unita – cioè l’Italia in guerra con la propria religione, il Cattolicesimo.

 

Londra, invece, voleva fortemente il Grande Reset della penisola: distruggere il Papato, tradito secoli prima ma mai del tutto vinto nemmeno in patria; far contrarre il più esteso e duraturo impero cattolico europeo, l’Austria; preparare il Mediterraneo all’apertura di Suez, pacificando possibili coste di conflitto.

 

Il mediterraneo anglicizzato, alla faccia del granaio d’Europa e del Mar Nero. Il mediterraneo lago inglese, rimasto tale alla faccia di Mussolini.

 

Perché il conflitto tra la Londra e gli Zar andava avanti in ogni ambito possibile.

 

Spesso ci si dimentica dell’epica e spettacolare guerra fredda chiamata «Grande Gioco», una lotta di spie – e di eserciti – in tutto il Centrasia, dall’India Settentrionale a Kabul, Kashgar, Samarcanda… Un passato che è emerso anche a inizio anno con oligarchi kazaki in esilio  – quelli che magari hanno fatto sparire un paio di centoni alla principale banca italiana e che ci siamo visti adesso sui giornaloni italioti tranquillamente liberi di fomentare la rivolta Ad Almaty e Astana…

 

Ora, non è un mistero per nessuno che in queste ore sia Albione il più insopportabile attore geopolitico che spinge verso la guerra con la Russia. Il ruolo di Londra nell’escalation ucraina è stato condannato pubblicamente dall’ex ministro degli Esteri austriaco Karin Kneissl così come dal sincero presidente della Croazia, Zoran Milanovic.

 

Così come per le storie sulle azioni delle forze speciali britanniche SAS – a cui qualcuno vorrebbe attribuire le spericolate operazioni di attacco in elicottero su territorio russo così come l’affondamento delle navi russe – le voci si sprecano. Al momento abbiamo la certezza che in Ucraina stanno lavorando, dichiaratamente, addestratori militari di Londra, sulla carta intenti a insegnare agli ucraini l’uso di missili anti-tank NLAW, gentilmente offerti da sua Maestà per distruggere uomini e mezzi del nemico storico e metafisico di Albione.

 

Se pensiamo all’Ottocento, il paragone non riesce, perché nel disastro rivoluzionario angloide dell’ora presente non c’è più una Francia con cui tentare di accordarsi, né un’Austria – né un papa. Nulla.

 

La realtà è che l’Europa tutta è divenuta una… Giovine Europa. L’idea massonico mazziniano, prima nazionalista e poi euronazionalista, è ipostatizzato nella UE, che quindi verso la Russia non può che avere la medesima postura di Londra: capiamolo, la matrice degli avversari di Mosca, spirituale prima che geopolitica, è la medesima.

 

Questa è, credo, la struttura profonda della crisi attuale.

 

È partita dal rifiuto dello spirito dell’Italia. È continuata con la cancellazione dello spirito dall’Europa: il vecchio continente perde l’anima, la vende. E, con ostinazione, il disastro di queste ore si riflette nella guerra eterna lanciata contro la Russia, dove forse invece l’anima ha ancora importanza.

 

I responsabili sono sempre i soliti. Loro l’anima non ce l’hanno più, programmaticamente. L’hanno venduta, o forse peggio: l’hanno data ad un demone che ha promesso loro, secoli fa, ori e terre lontane, il dominio sui mari e sui cuori innocenti.

 

Capiranno che sono stati ingannati?

 

Capiranno la loro maledizione?

 

Capiranno i secoli di devastazione che hanno inflitto all’umanità?

 

Capiranno che «l’idea dell’unione di tutto il mondo» di cui parla Dostoevskij, non è la loro, ma quella di quello Spirito immortale che, sempre più provocato nell’ira, potrebbe spazzarli via per sempre?

 

 

Roberto Dal Bosco

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Il Giappone di fronte alla legalizzazione della prostituzione

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La Takaichi ha fatto anche cose buone. Nel corso di marzo una commissione del governo giapponese dovrebbe iniziare a discutere una riforma della legge che regolamenta la prostituzione nel Paese. Allo stato attuale la compravendita di prestazioni sessuali opera in un’area grigia ampiamente tollerata, fondata su quello che è di fatto un patto Stato-crimine organizzato efficace, per quanto esecrabile.

 

Sulla carta, la legge in Giappone non permette atti sessuali a pagamento che comportino la penetrazione vaginale, il che ha portato al fiorire di un’offerta di prestazioni alternative per soddisfare l’inevitabile domanda. È facile intuire però che le stanze degli alberghi a ore non dispongano di VAR, ragion cui per cui eventuali operazioni di meretricio sconfinanti nell’illecito non si vedono fischiare il pur meritato fuorigioco.

 

Al di là della visione «pagana» che ha della sessualità una civiltà che, per sua disgrazia, ha rifiutato il cristianesimo, si può semplificare dicendo che l’interesse della legislazione nipponica è quello di mantenere la prostituzione entro un’area limitata, proibendo ad esempio la ricerca di clienti in strada, in modalità peripatetica.
Allo stato attuale, chi viene punito è chi vende il servizio, non chi lo compra: il cliente è quindi di fatto deresponsabilizzato.

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Alcuni fatti di cronaca recenti hanno però portato l’attuale esecutivo a riconsiderare la situazione. In primis c’è la trasformazione della zona della capitale tra Kabukicho e Shin Okubo (uno dei centri della vita notturna tokyota) in un centro della prostituzione di strada, dove ragazze poco più che adolescenti stanno nei parchi o sul ciglio della strada in cerca di clienti.

 

La zona in questione è anche una delle visite obbligatorie per i turisti stranieri (gattino in 3D e testone di Godzilla vi dicono niente?): unite la cosa all’attualmente bassissima valutazione dello yen e otterrete come il risultato che il Giappone sta diventando meta di turismo sessuale per i turisti di mezzo mondo.

 

Che le autorità sembrino finalmente volersi muovere contro questo umiliante fenomeno non può che essere apprezzato da chiunque, al di là delle personali idiosincrasie politiche.

 

A fare sì invece che si iniziasse a considerare la responsabilità penale del cliente è stata l’amara scoperta che a Yushima, a due passi dal famoso parco di Ueno, una dodicenne thailandese sia stata per mesi fatta lavorare in un bordello locale (ovvero: tecnicamente non un bordello sul modello di quelli attualmente legalizzati in Europa, ma comunque un esercizio che sulla carta operava legalmente).

 

Sono stati immediatamente arrestati la donna thailandese che fungeva da procacciatrice di lavoratrici per il postribolo e il proprietario dello stesso, ma il fatto che le indagini non abbiano immediatamente coinvolto i clienti ha causato indignazione generale.

 

Alla carrellata degli orrori di un mondo che l’idiozia imperante vende, a turno, come occasione di emancipazione della donna, raffinato passatempo per esteti gaudenti o razionale strumento di educazione sessuale, aggiungiamo il feto fatto a pezzi trovato nel frigorifero di un bordello di Kinshicho, nella zona est di Tokyo.

 

Una 22enne che lavorava e, a quanto pare viveva, nel bordello avrebbe partorito il bambino e, colta dal panico, immediatamente deciso di eliminarlo. Volendo però che il suo bambino le restasse vicino, avrebbe poi nascosto il corpo smembrato nel reparto congelatore del frigorifero del locale.

 

Non si sa quanto tempo sia passato prima che una delle altre lavoratrici se ne accorgesse, né come sia stato possibile che gravidanza, parto e infanticidio siano sfuggiti a gestore, clienti e colleghe.

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Al di là dell’orrore in questione, la notizia è un eccellente promemoria di un altro inevitabile effetto collaterale della prostituzione: gravidanze indesiderate e conseguente strage di innocenti.

 

La recente approvazione alla vendita della pillola abortiva come medicinale da banco in Giappone non potrà che peggiorare la situazione. Auguriamo di cuore al governo Takaichi di riuscire a sanare, almeno in parte, i danni che la prostituzione infligge alla società giapponese.

 

A Tokyo, nei pressi della stazione di Minowa, si trova il tempio Jokanji. Qui un monumento ricorda le più di 25000 prostitute del vicino quartiere dei piaceri di Yoshiwara che, una volta morte, venivano buttate come spazzatura all’entrata del tempio affinché i monaci si occupassero delle loro salme.

 

Se questo è il numero stimato delle donne gettate come oggetti inutili, proviamo a immaginare quello dei bambini indesiderati. Spero che un giorno Tokyo avrà un cimitero cattolico dove verranno ricordate le innumerevoli vite innocenti sacrificate nei secoli ai demoni che tiranneggiano sul Giappone.

 

Beato Giusto Takayama Ukon, prega per il Giappone.

 

Taro Negishi

Corrispondente di Renovatio 21 dal Giappone

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Pensiero

Consacrazioni FSSPX, non «chi», ma «quanti»: il sogno di un fedele

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Per il piccolo mondo antico tradizionista è di certo la notizia più clamorosa, ancorché attesa, che si possa immaginare: le nuove consacrazioni della Fraternità San Pio X sono la comunicazione che tanti – nel mondo, milioni – aspettavano, e da decadi.   Chi scrive è un fedele FSSPX, per cui addentro, anche felicemente, a questa vorticosa, irrinunciabile hype ecclesiastica. Nel giro lefebvrista ovviamente non si parla d’altro, e si è slatentizzata definitivamente la pratica del toto-vescovi, che veniva esercitata sottovoce negli scorsi anni, mentre ora è in ogni chiacchiera fuori dalle cappelle, ogni telefonata, e non voglio pensare cosa siano ora certi gruppi Whatsapp e Telegram, applicazioni da cui cerco di tenermi più alla larga possibile.   Sì, il toto-consacrazioni impazza, al punto che alla pratica possiamo dare pure il nome in lingua inglese («l’inglese è il greco moderno») di bishopping. Chiunque ora si dà alle gioie del bishopping, con bishoppatori di tutte le età, bishoppano le vecchie guardie che hanno conosciuto monsignor Lefebvre come i neoconvertiti, i giovani, quelli di passaggio – che, per fortuna non mancano mai: una realtà senza «portoghesi» è una realtà morta.

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Ebbene, con discrezione, senza esagerare, mi ci sono messo anche io. Ho sentito varie voci, tra fraternitologi e persone con ampie cognizioni della FSSPX, per verificare quello che penso, farmi un’idea, tracciare un’ipotesi più chiara. Ne sono uscito solo con una certezza: ho solo opinioni, congetture – e sogni. E forse vale la pena, per una volta, di concentrarsi su questi.   Con ordine: il primo fraternitologo che ho sentito ha, come tutti (come me), alzato le mani al cielo – non c’è modo di sapere nulla. Mi dice: dicono che non faranno un africano, anche se forse sarebbe il caso, e rimarrano in Europa. L’età sarà bassa, perché per fare il vescovo della Fraternità ci vuole un fisico bestiale, per resistere agli urti della chiesa moderna, cresimando bambini a quattro angoli del pianeta, dall’Alaska al Sudafrica, da Tokyo all’Amazzonia. Ne faranno, secondo lui, tre: cifra conservativa. Di lui mi fido sempre, ma qui?   E chi saranno i futuri prelati? Ecco che si fa qualche nome, questo qui che fa questo, quest’altro che fa quello.   Sento un’altra voce con profonda conoscenza della materia, che con profonda saggezza mi conferma che non c’è modo di sapere: lo sa solo chi ha deciso, cioè chi le nomine le ha fatte, e chi verrà consacrato (forse). Lui dice: non ne faranno più di quattro. Immagino che sia perché quattro è il numero di vescovi ordinati eroicamente nel 1988 dal fondatore. Ma può esserci certezza qui? No. Nemmeno della provenienza: ci sarà un francese, un americano… probabile, sì, ma in ultima analisi cosa ne sappiamo? Nessuna certezza!   Nel frattempo è arrivata Roma. «Proseguono i contatti tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede, la volontà è quella di evitare strappi o soluzioni unilaterali rispetto alle problematiche emerse» ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni. Ad occhio non sanno nulla neanche loro, anzi sanno meno di noi: con evidenza non hanno idea di cosa fare, mentre noi sì, pregare e tripudiare, baciare gli anelli, ricevere e tramandare, persistere, esistere – combattere sempre, perché militia est vita hominis super terram (Gb 7,1)   Non sappiamo nemmeno se la lettera ricevuta dal Vaticano, quella che da quel che dice il superiore generale don Davide Pagliarani avrebbe cagionato la decisione a procedere autonomamente con le consacrazioni, sarà pubblicata. Qualcuno bisbiglia: non è che la letterina sia venuta fuori di punto in bianco, stile bigliettini a scelta binaria con crocetta che circolano in classe a fine-elementari-inizio-medie: «Ti vuoi mettere con me? □ SI □ NO»   Immaginiamo il livello di difficoltà, con la Curia che può dire: «no… anzi sì, ma tra un po’… anzi no, anzi uno… uno nel 2028… anzi no… anzi sì, uno nel 2030, scelto da noi… anzi uno scelto da noi, da fuori della Fraternità». Roma locuta, causa infinita.   E cioè, tutto quello che non è stato fatto per i comunisti cinesi. Perché, rammentiamolo pure noi, la situazione è paradossalmente la medesima della Chiesa patriottica, il fac-simile della Chiesa Cattolica creato dal Partito Comunista Cinese, con cui Roma ha pensato bene di fare accordi – i famigerati, catastrofici, accordi sino-vaticani – ottenendone per premio la repressione più tremenda dalla chiesa sotterranea, la distruzione di chiese, il rapimento di seminaristi e sacerdoti, torture ai religiosi, insomma una tragedia immane, bagnata da ondate continue di sangue di martire.   Il Partito Comunista Cinese ha nominato e consacrato, tra i tanti degli ultimi mesi di scandalo, il vescovo di Shanghai – non solo quelli di province impronunciabili dell’entroterra sinico, ma il vertice della diocesi della seconda città più importante del Dragone. E cosa ha fatto il Sacro Palazzo? Nulla. Spallucce. Pazienza.

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Ma scusate, non ci sarebbe la questione della… scomunica? Massì, la scomunica latae sententiae per chi ordina vescovi illecitamente, ma validamente: un vescovo ordinato da un vescovo è un vescovo, anche se satanista. Latae sententiae significa che la pena canonica arriva senza giudizi, esce subito quando l’azione è compiuta. Cioè, la scomunica va considerata all’atto stesso: quindi anche i prelati comunisti cinesi, pur ratificati a posteriori, sono da considerarsi scomunicati?   Per il diritto canonico alla pena latae sententiae si contrappone la pena ferendae sententiae: in questo caso la scomunica c’è solo nel momento in cui viene pubblicamente dichiarata dal Sacro Palazzo, come nel recente caso di mons. Viganò.   E quindi, alla fine, tutto questo si risolve in una grande questione di PR? Il problema, per alcuni, non è tanto quello di incorrere in una scomunica automatica, ma quello che lo dica la Sala Stampa vaticana. Non abbiamo solo l’esempio cinese: con le ordinazioni di monsignor Williamson non pare ci sia stata alcuna comunicazione mediatica di scomunica – creiamo un ulteriore neologismo: «scomunicazione» – da parte di Roma. La scomunica c’è comunque, ma bisogna evitare – dicono certuni – la scomunicazione.   A questo punto del labirinto capisco che devo mollare il principio di realtà: non c’è modo di sapere niente di niente nemmeno qui. E allora, se non posso contare sui ragionamenti, posso solo parlare di quello che sogno. Io non sogno «chi», ma «quanti».   Sogno che la Fraternità non faccia uno, due, tre, quattro vescovi: sogno che ne facciano dieci, venti. Sogno che facciano tanti americani, un africano, un italiano, svizzeri, tedeschi, spagnoli, brasiliani, un (il…) giapponese, un polacco, e quanti francesi vogliono. Sogno che divengano vescovi anche quei tanti bravi preti ordinati da monsignor Lefebvre che in Italia, in Francia, in Germania hanno lavorato per la Fraternità rendendola questo monumento invincibile – una nomina «onoraria», se vogliamo, impossibile, mi dicono, ma vi sto parlando di sogni, non della realtà.   «Sarebbe come di quegli eserciti africani, in cui ci sono più generali che soldati» mi ha detto un santo sacerdote della FSSPX quando gli ho esternato, ancora un anno fa, la mia speranza di vedere consacrazioni a doppia cifra. Ha sicuramente ragione lui, tuttavia lo stesso sogno che faccio io mi è stato confessato, sulle scale di pietra di un millenario oratorio della Fraternità da un fedele pater familias, ad alta voce in lingua veneta: «i gà da farghene diese o venti – minimo!».   Si era subito dopo l’incidente che ferì monsignor Tissier portandolo poi all’agonia e alla morte. «’Sa ‘speteli» diceva il fedele, «cosa aspettano». Il popolo la pensa così. Vox populi vox Dei: bisogna ammettere che di fedeli spaventati dalle scomuniche non ne conosco nemmeno uno. Anzi c’è chi teorizza pure, e non senza saggezza: se non ci fosse stato Ratzinger a togliere le scomuniche nel 2009 il problema non si sarebbe mai posto.

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La realtà sarà certamente differente dai sogni dei fedeli. Mi sono riservato queste righe solo per significare per sempre che questi sogni esistono. E parlano di cose concretissime.   Perché il sogno vero è quello di vedere la vera Chiesa cattolica convincersi di essere non una minoranza numerica, ma una maggioranza spirituale – l’unica vera forza che deve riprendere Roma e il mondo, e da lì tornare ad irradiare all’umanità ferita il verbo del Dio della Vita, consegnando alle future generazioni quello che abbiamo, forse per poco, fatto in tempo a ricevere prima dell’estinzione, del messaggio e della vita umana stessa.   Sogno che la capsula del tempo che contiene la vera Chiesa di Cristo si apra, e ricostruisca su questo panorama di rovine romane che è sotto i nostri occhi e dentro le nostre anime.   Sì, sogno un esercito di vescovi per cui combattere, e se necessario morire, al fine di riconquistare la Terra a Cristo.   Non fatemene una colpa. E non pensate che sia solo: molti sono come me. E molti verranno dopo, lo sappiamo perché li stiamo allevando.   E quindi: lasciateci sognare. Lasciateci seminare, nei sogni e nelle parole, nello spirito e nella carne, per la Crociata salvifica di cui abbisogna il pianeta – e per i vescovi che essa merita.   Roberto Dal Bosco

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Immagine da FSSPX.News
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Essere genitori

Bambini nella neve, bambini nel bosco: pedolatria olimpica e pedofobia di sistema

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Un bambino di undici anni è stato lasciato a terra dall’autista della corriera di linea che doveva riportarlo a casa dopo la scuola, da San Vito a Vodo di Cadore, perché il biglietto ordinario, di cui pure era in possesso, non era valido in costanza di celebrazioni olimpiche. Così, se ne è ritornato a piedi camminando all’imbrunire per sei chilometri e due ore. Per fortuna è arrivato alla meta sano e salvo.

 

Il signor Salvatore Russotto, dipendente della ditta di trasporti responsabile del misfatto, si è scusato con la famiglia del piccolo e si è detto mortificato per non aver avuto la prontezza di trovare lì per lì una soluzione congrua alle circostanze, soprattutto all’età del viaggiatore. Ha semplicemente fatto – automaticamente e stolidamente – quello che gli era stato detto di fare. «L’azienda ci aveva dato disposizioni chiare: invitare a scendere chiunque non avesse il titolo di viaggio valido. Non ci hanno detto nulla sui minorenni che vanno fatti salire comunque». «Mi fa male il cuore, a pensarci a mente fredda mi rendo conto di aver sbagliato, chiedo scusa al bambino e alla sua famiglia». «Mi assumo la responsabilità e pagherò quello che ci sarà da pagare».

 

È stata aperta un’inchiesta; intanto, il signor Russotto ha ricevuto un provvedimento di sospensione dal lavoro a tempo indeterminato. E intanto, la ditta opera a pieno regime.

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Sulla vicenda, che ha suscitato un grande clamore mediatico, si sono scatenati i commentatori sociali compulsivi invocando punizioni esemplari verso l’unico birillo esposto alla pubblica gogna e al libero insulto: l’autista disumano.

 

Ma ai giustizieri sommari, agli incontinenti da tastiera e in genere a coloro cui va bene così – capro espiatorio e via – andrebbe mostrata qualche altra faccia di quello che sembra un monolite, nella realtà è un poliedro. Perché, guardando all’insieme, il quadro forse si fa un po’ diverso, e come sempre c’è un dito e c’è una luna.

 

A partire dalla trovata del biglietto olimpico, che non è un’invenzione del signor Russotto. Per viaggiare da scuola a casa, infatti, l’undicenne avrebbe dovuto davvero esibire il biglietto speciale ultramaggiorato (di quattro volte tanto) imposto a chiunque, per qualsiasi motivo, tocchi percorrere un pezzo qualsiasi della tratta Calalzo-Cortina e viceversa durante il lungo arco temporale investito dai giochi invernali.

 

Per muoversi su e giù per la valle con mezzi privati, ai residenti e persino ai lavoratori abituali, è richiesto un permesso speciale, proprio allo scopo di disincentivare l’uso dell’auto a favore dei trasporti pubblici. Che però, appunto, costa(va)no una follia. Un modo come un altro, insomma, per costringere tutti, nessuno escluso, a prendere parte all’ultimo opulento rituale collettivo, offrendo sacrifici – non a Zeus, ma ad altre divinità sopravvenute.

 

Solo dopo il fattaccio, la provincia ha cercato di salvare la faccia: in prima battuta, con grande sprezzo del ridicolo, ha graziosamente concesso ai residenti che ne facessero regolare domanda di provare a ottenere un rimborso dei biglietti già acquistati, fino a esaurimento fondi, e tanti auguri; poi, crepi l’avarizia, ha addirittura ripristinato, per i residenti, il prezzo consueto dei biglietti.

 

Ci si chiede: serviva una storia come questa, e i riflettori puntati addosso a una fettina del sistema che sta dietro ai lustrini, per portare alla luce una fettina del latrocinio che si consuma all’ombra dei giochi? Perché di latrocinii e di sfregi e di soprusi olimpici in danno dei territori e dei loro abitanti, di lavoratori e di studenti, di incolpevoli cittadini e di poveri contribuenti, è difficile ormai tenere il conto. Per conferma, chiedere ai milanesi.

 

Ma non è tutto qui. Il tempismo e il genio risolutore delle istituzioni si sono magicamente manifestati – stavolta sub specie Malagò – anche nei confronti del bambino, al quale è stato offerto un ruolo nella cerimonia di apertura delle olimpiadi a titolo di compensazione. Motivazione a favor di telecamera: «per scaldargli il cuore». Famiglia entusiasta, dice festante la mamma: «siamo increduli, dalle stalle alle stelle». Da una scarpinata, insomma, è nata una star: giornaloni, trasmissioni TV, parti in commedia (occhio ora al San Remo all’orizzonte), foto, luci e sipari.

 

Dalla favola resta fuori l’autista, privato dello stipendio in attesa del verdetto della ditta di cui è dipendente. Non escludiamo che in questo tripudio di gioie, una volta scontata un po’ di graticola, ne uscirà graziato, e l’immagine dell’azienda lucidata a festa anche lei. Perché le Olimpiadi rendono tutti più buoni e più belli, dentro e fuori, come dice la pubblicità. Certo è che, nel mentre, il signor Russotto sta materialmente pagando: paga il proprio zelo spinto fin oltre il dovuto.

 

E qui sommessamente ricordiamo che, come lui, hanno agito tanti suoi colleghi in tempo di altri lasciapassare, quando ai bambini senza tessera verde era impedito di salire sul bus, o addirittura venivano costretti a scendere a corsa iniziata, magari in mezzo al nulla. Eppure, nessuno allora si stracciava le vesti. Anzi, la gente plaudiva ai bravi controllori, ai diligenti gregari rispettosi delle regole, perché è così che si fa: gli infedeli al culto di Stato andavano puniti in modo esemplare, senza limiti di età. Ai bambini si poteva infliggere impunemente ogni sorta di vessazione e infatti ogni sorta di vessazione è stata loro inflitta, nell’invasamento orgiastico fomentato da raffiche di dpcr e dalla loro libera interpretazione a senso unico non alternato. Si stava celebrando un altro rito, allora, i cui effetti devastanti sono oggi manifesti, e sono incalcolabili.

 

Evidentemente quella lezione lì qualcuno l’ha imparata, senza accorgersi che nel frattempo la scena era mutata, che ora vige in via provvisoria un’altra religione, e che i suoi sacerdoti preferiscono indossare la maschera dei difensori dell’infanzia perché si porta bene, e poi perché nella nuova fiction ecumenica manca un nemico oggettivo sul quale sfogare sadismi repressi, manca l’elemento dissenziente sul quale infierire: manca il mostro – o mostriciattolo – no vax.

 

La piega pedolatrica olimpica serve a lavarsi la coscienza, ad autoconvincersi e a convincere il pubblico pagante che questa società, pedofoba e pedofila, è una società che difende i bambini.

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E invece i bambini sono le sue prede privilegiate e fuori dalle quinte degli spettacoli di distrazione di massa continuano a essere programmaticamente maltrattati, indottrinati, manipolati, strappati alle loro mamme e ai loro papà se refrattari alle liturgie. Continuano a soffrire, defraudati di tutto quanto dovrebbe spettare all’età dello stupore e della scoperta.

 

Il paradigma con cui dobbiamo fare i conti non è, come vorrebbero farci credere, la bella festa di Riccardo, eroe olimpico per caso e per magnanimità dei potenti. Il vero paradigma è il Forteto, è l’infinita serie di famiglie dilaniate dai servizi sociali, è la scientifica distruzione della casa nel bosco e di mille altre case sui cui muri gli addetti alla sorveglianza hanno individuato una crepa attraverso la quale far penetrare la zampa del lupo, più o meno travestito. Storie dove manca il finale in cui vissero tutti felici e contenti grazie a un intervento dall’alto.

 

Nessuna carica istituzionale interverrà a fermare i lupi (che non sono gli autisti di autobus) e a consolare quel fiume carsico di dolore allo stato puro che scorre ovunque sotto di noi; nessuno arriverà mai a «scaldare il cuore» di quei bambini.

 

La vera guerra da cui proteggere i corpi e le anime dei nostri piccoli è una guerra silenziosa che ci tocca combattere da soli, a mani nude.

 

Elisabetta Frezza

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