Connettiti con Renovato 21

Pensiero

Il ridicolo residuo del mondo pro-life italiano. Perché non andare alla «Manifestazione per la Vita»

Pubblicato

il

Sabato 22 maggio si terrà a Roma una «Manifestazione per la Vita». Non si tratta della Marcia per la Vita, che ha mollato il colpo. Gli organizzatori sono altri. Il marchio, che era registrato, non è evidentemente stato ceduto.

 

Chiariamo subito che con probabilità arriverà una marea di gente, perché da quel che apprendiamo saranno mobilitati i neocatecumenali, che se c’è una cosa di cui dispongono è il grande numero, e son ben presenti in quantità di parrocchie della periferia romana e non solo.

 

Le debordanti masse neocat arriveranno, qualcuno scrive, per la presenza di una figura d’eccezione del loro movimento, il Massimo Gandolfini, signore fattosi largo nelle proficue battaglie per la famiglia e contro il gender, che tanti frutti hanno portato, come il lettore può aver visto costantemente.

 

Il verbo del Gandolfino lo potete leggere, talvolta, sul quotidiano La Verità: i suoi scritti hanno la fotina con un sigaro in bocca, ma a volte, come diceva Sigmund Freud, un sigaro è soltanto un sigaro. Non pensate però di poter trarvi fuori dai fumi dell’enigma politico catecumenale, perché, sapete bene che si può essere del «Cammino» e pure del PD, come dicono che sia Graziano Del Rio. Non fa una grinza.

 

Per il resto, non abbiamo idea di cosa succederà alla «Manifestazione per la Vita» (si chiama proprio così: grandi originalissimi sforzi di copywriting!): perché, in questo momento non abbiamo importante seguire, perché – come avevamo scritto a varie riprese l’anno passato – crediamo che l’aborto sia oggi uno specchietto per le allodole, un’arma di distrazione di massa per il microgregge dei voti cattolici e, gratta gratta, per i vescovi, che, in stile Padre Pizarro, devono capire ancora quanti son quelli a cui vagamente paiono importare quelle cose lì, tipo il dono della vita umana e altre quisquilie da fissati.

 

Nell’ora presente la lotta all’aborto è retroguardia pura, anzi non è nemmeno quello: è una droga, una sostanza narcotica per annebbiare la mente della popolazione – in ultima analisi, per controllarla.

 

Come si può parlare di lotta all’aborto, quando esso è stato distribuito a miliardi di persone per tramite della vaccinazione? E non solo moralmente: le cellule MRC-5 sono presenti nelle fiale obbligatorie (da prima della pandemia…) con cui siringare i vostri figli, pena l’esclusione dalla materna.

 

Come si può parlare di lotta all’aborto, quando il maggior numero di embrioni uccisi arriva dalla provetta? Come si può parlare di difesa della Vita quando ciascun bambino sintetico (grazie ad un ministro-mamma di un partito vescovile), pagato dal contribuente, comporta decine di fratellini morti, scartati, congelati? Notate come tuttora la FIVET, per i cattolici sedicenti pro-life, sia tabù.

 

Come fate a parlare di aborto, quando dietro l’angolo ci sono le stragi degli embrioni eliminati perché non perfetti, non perfettamente riusciti nella bioingegneria?

 

Come si può parlare di lotta all’aborto, quando in questo stesso momento vi sono ratti di laboratorio che vengono «umanizzati» chirurgicamente immettendo nel loro corpo organi di feti abortiti «freschi, mai congelati»? (Pensavate la scienza si fermasse alle linee cellulari diploidi da aborto?) Come pensate di essere credibili, se non avete messo la mente nemmeno per un momento sulla questione di feti sacrificati alla scienza, o ancora meglio, sulla moralità del sistema farmaceutico – e dei farmaci di uso comune stessi – che ne deriva?

 

Come fate a parlare di aborto, quando nei frigoriferi delle cliniche ci sono milioni di embrioni (cioè, tecnicamente, esseri umani) congelati in azoto liquido, che quindi non sappiamo dire (biologicamente, bioeticamente, teologicamente, materialmente, umanamente) se siano creature vive o siano morti?

 

Semplice: lo si fa per pratica dello stalking horse: l’obbiettivo su cui far concentrare il fuoco mentre si manovra altrove. La Necrocultura infetta il mondo, porta ogni angolo della scienza e della società verso la morte e il vilipendio dell’essere umano Imago Dei. Se noi concentriamo l’attenzione delle masse su questa fase iniziale dello slittamento, abbiamo buone probabilità di lasciare che la Cultura della Morte segua il suo corso, chi di dovere faccia i suoi affari, e il sacrificio umano possa continuare.

 

Ti parlano dell’aborto per narcotizzarti rispetto al sacrificio umano oramai reinstallato universalmente.

 

Possibile.

 

Il fatto è che a questa «Manifestazione» non siamo sicuri che si parli esattamente di aborto, almeno non in senso pragmatico. Nel manifesto non troviamo cenno della legge 194/78, cifra che ha ossessionato i pro-life italiani (mentre intanto gli mettevano bambini morti nei vaccini e si iniziava la produzione di esseri umani in alambicco con relativa strage).

 

Il motivo per cui manchi questo numero magico non lo sappiamo: forse, ma siamo noi che la buttiamo là, è perché una grossa fetta di mondo sedicente pro-life istituzionale (quanti parlamentare così conosciamo! Quanti medici «cattolici»!) in fondo ritiene la 194 una buona legge ma «mal applicata». Del resto l’ha varata un governo democristiano, e si chiama per esteso «Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza» (se pensavate che avessero cominciato a orwellizzarvi il cervello con i titoli su COVID e Ucraina, state freschi).

 

Parlare contro la 194 è «divisivo». Parlare contro l’aborto, no. E infatti, trovatemi un esponente PD che non usi la frase di rito per cui «l’aborto è sempre una sconfitta» – però lasciate libera la gente di uccidere i bambini. È la lagna pro-choice: nessuno è felice di scegliere l’uccisione per squartamento di suo figlio, ma ci tocca, è una scelta che il mondo moderno non può negarti. (Del resto, lo slogan della «Manifestazione», dice qualcuno, sa vagamente di pro-choice: la «Scelta della Vita», perché la Vita si sceglie, certo che sì, come una canzone romantica su un juke box ancora misteriosamente in uso al bar).

 

Non che poi di scelta ce ne sia tantissima: sul sito vediamo che ci sono pronti i file con i cartelloni da stampare. In pratica, cosa dire alla kermesse, te lo dicono loro. È un salto in avanti previdente rispetto alla marcia dell’anno scorso, quando, come sa il lettore di Renovatio 21, ad un signore chiesero di togliere il cartello su vaccini e aborto. Pensate la comodità: frasi già fatte (sull’obiezione di coscienza, sui diritti umani, l’inevitabile combo di citazioni di Papa Francesco, più «la vita inizia col concepimento», bambini prodotti in vitro esclusi, par di capire) che potete stampare a vostre spese per sfilare come figuranti di questa grande parata, per la gioia di fotografi e social network.

 

Se continuiamo a dare un’occhiata al sito, troviamo infatti discorsi sull’aborto come ferita «alla donna per la maternità negata, all’uomo per la paternità svilita, alla famiglia per l’accoglienza fallita; alla società»… insomma, tutti feriti nell’animo, tranne i bambini fatti a pezzi, che non vengono citati: ci sa che l’aborto ferisce soprattutto loro, che vengono assassinati, frullati vivi, magari poi gettati nella spazzatura, usati nei termovalorizzatori per scaldare l’ospedale, sparati giù nel cesso di casa per essere mangiati dai topi di fogna, sezionati da personaggi che poi vendono i tessuti alla ricerca medico-farmaceutica. Di loro non si parla. No.

 

Però nel sito si parla di «uno sguardo privilegiato verso le donne», perché ci mancherebbe altro, il segno di obbedienza all’impero femminista va dato sempre e comunque – del resto non sono le donne, o quel che ne resta dopo un lavoro di perversione che dura da secoli,  quelle che uccidono i loro figli.

 

Insomma, la solita solfa abortista: si parla delle donne, degli adulti etc., ma mai dei bambini materialmente trucidati. È una tecnica precisa: spostare l’attenzione, cambiare la vittima – che in realtà è il carnefice…

 

Notiamo anche il riferimento al «figlio concepito» come «uno di noi», espressione che tradisce molto: era il nome di una fallimentare operazione in seno all’Europa di un potente politico del pro-lifismo istituzionale, che mirava a dare diritti agli embrioni – ma ciò significava, essenzialmente, dare la patente democratica agli embrioni prodotti artificialmente, creature per le quali il tizio tanto si era spesso durante la sua lunghissima carriera, arrivando a certificare per legge – la 40/2004 – l’accettazione del mondo cattolico verso i bambini sintetici.

 

Qui ci tocca di dire una cosa forte.

 

In tutto il manifesto della «Manifestazione» riecheggia borioso il termine «diritto alla vita»: «La civiltà orientata al futuro e al progresso, ha a cuore i diritti umani. Primo fra tutti il diritto alla vita» è l’attacco tronfio del documentino.

 

Ebbene, noi riteniamo che non esista alcun «diritto alla vita».  Nessuno. Sul serio. I diritti sono questioni politiche, sono questioni umane. Sono affari su cui è lecito decidere, accordarsi. Il diritto al lavoro. Il diritto allo studio. Il diritto alla libera associazione. Il diritto alla libera espressione. Tutti definibili «diritti umani», tutti infatti infranti negli ultimi due anni.

 

La vostra vita credete che sia un diritto? Procede dalla scelta di un politico? Credete che la vita vi appartenga veramente? No. Non l’avete decisa voi, e neppure in fondo i vostri genitori, che magari volevano o non volevano «un bambino», non voi, non quello che siete in modo unico ed indescrivibile.

 

La vita non può essere un diritto che non procede da cose umane, ma dal Mistero – se non vogliamo dire «Dio», diciamo così, il laico potrà capire benissimo. Il motivo per cui siete qui, è il Mistero più totale. È illeggibile, irragionevole, per alcuni incomprensibile, di certo insondabile con pensieri umani. Voi non sapete davvero perché siete qui. Ecco, crediamo dunque sia possibile legiferare sul Mistero? Imbrigliare il Mistero in una giurisprudenza? Parlare davvero, senza ridere, di un «diritto dell’Essere»?

 

Non si tratta solo di una questione filosofica: aggiungiamo che abbiamo notato negli anni come chi da parte cattolica ti parlava di «diritto alla vita» in realtà, sotto sotto, stava aprendo la strada alla riproduzione artificiale più selvaggia, magari proponendo pure l’adozione di embrioni congelati da parte di suore – cioè, impiantare bambini sintetici nel grembo di religiose. (Stiamo rabbrividendo ancora oggi a pensarlo: eppure chi lo propose era un uomo dei vescovi).

 

Non solo: il «diritto alla vita», statene certi, sarà l’espressione con cui vi venderanno l’ectogenesi, cioè l’utero artificiale, in arrivo da qui a 10 anni.

 

Chi ci ha parlato di «diritto alla vita» stava in realtà mettendoci di fronte al fatto compiuto della biotecnologia galoppante: stava, cioè, favorendo l’emergenza di questa nuova razza di creature umane, di cui forse parla anche l’Apocalisse.

 

Ora, cercate di capirci: ne abbiam viste talmente tante, che sappiamo come vanno queste cose. L’opinione pubblica va aiutata a digerire la Necrocultura, a grandi dosi i laici, a piccole dose omeopatici i cattolici.

 

E se ci chiedete: come è stato possibile che il movimento pro-life in Italia, Paese teoricamente religioso, finisse in questa deriva? Noi vi rispondiamo che non si tratta di una deriva, ma di una progressiva sfoltitura operata dall’impatto della realtà su chi diceva di voler combattere la battaglia per la vita, ma invece sognava il compromesso.

 

C’era un grande movimento antiabortista in Italia, ma si era capito subito che voleva accordarsi con il corso satanico intrapreso dal mondo. Per decenni non ha fatto nulla, se non qualche volantino o poco più, magari con i soldi vescovili dell’8 per mille. Alla fine degli anni 2000, con appena una trentina di anni di ritardo, qualcuno – grazie anche alle incongruenze della legge 30/2004 e a pressioni esterne di strani intellettuali laici – cominciò a borbottare.

 

Un primo nodo era venuto al pettine: non si poteva dire di voler difendere la vita accordandosi al sistema che, di fatto, aveva accettato l’aborto come «Male minore», cioè aveva raggiunto un compromesso di sangue con il potere costituito.

 

Ecco che si creò un movimento pro-life nuovo, nato in opposizione all’istituzione democristiana precedente. Anche lì, dopo qualche anno, con l’avvento del papato ricombinante di Bergoglio venne un nodo al pettine: poteva sembrare che alcuni animatori cominciassero ad avere simpatie per personaggi abortisti, del tipo «la 194 è una buona legge, mal applicata» etc. Vi fu quindi un’ulteriore scrematura.

 

Infine, arrivò il COVID, che fece scoprire come il principale evento pro-life italiano avesse come primo fiancheggiatore uno che riteneva perfettamente lecita la vaccinazione con sieri macchiati dall’aborto. Ulteriore nodo che viene al pettine. Non restano capelli. Calvizie totale. Il mondo pro-life infine resta pelato.

 

Il mondo pro-life non ha retto l’urto della realtà – specialmente quella pandemica, che ci ha obbligati tutti a riconoscere come l’aborto non sia una questione di donne, leggi ed ospedali, ma di mostruosità abnorme che tocca tutte le nostre vite, trapassandoci pure la pelle. L’aborto è stato distribuito all’umanità intera, con un rito che fa impallidire quello dell’imperatore del IV secolo che faceva bruciare appena un granello di incenso – ai vaccinati, hanno fatto accettare l’uso del sacrificio umano a scopo medico-scientifico-politico.

 

Perché si è squagliato tutto? Le risposte non sono troppe. Innanzitutto, significava con evidenza che un vero fondamento per la battaglia per la vita non c’era: si sono piegati tutti, nessuno si è spezzato, e questo dice tutto. Soprattutto, crediamo che la colpa sia dei preti e dei vescovi, o meglio, della loro vicinanza: i cattolici pro-life, senza eccezioni, hanno sognato tutti e molto spesso ottenuto l’appoggio degli zucchetti CEI, convinti che questo servisse a qualcosa, oppure per puro senso di inferiorità parrocchiale (lo dice il prete, io obbedisco subito!).

 

E cosa hanno fatto , i vescovi italiani? Quello che fanno sempre: vogliono il compromesso. Odiano il baccano, la tensione politica: altrimenti qualcuno comincia di parlare di tasse sulle proprietà ecclesiastiche e di fine dei finanziamenti alle scuole private. E quindi, i loro soldatini sedicenti antiabortisti, sono sempre stati indotti al disarmo, immediato o lento ed inesorabile che fosse: abbiamo visto ambo le cose.

 

Il democristianismo, che è la perversione del cristianesimo che ci fa credere alla moralità del compromesso.  è ciò che uccide ogni vera lotta per la vita, perché la vita di compromessi non può per logica averne: o il bambino vive, o muore.

 

(Sì, è vero, adesso c’è anche il caso del bambino congelato, vero: forse abbiamo trovato il motivo per cui piace tanto ai manovratori cattolici)

 

In Francia, per esempio, il movimento pro-life aveva personaggi come Xavier Dor, che durante una messa, presente il presidente della Repubblica a Notre Dame, urlò in un momento di silenzio «Giscard D’Estaing abortista assassino». In Italia abbiamo avuto invece le spintarelle dei religiosi a fare l’occhiolino a Pannella e alle femministe, a seguire le vie del compromesso storico col Partito Comunista – divenuto gradualmente un partito della Necrocultura – anche sulla pelle dei bambini innocenti. (E poi, quando quelli come Dor venivano a Roma, trovavano gli ierofanti dei vescovi che li introducevano alle gerarchie, che le schiere di pro-life stranieri, ottusamente, pensano che siano dalla loro parte: un lavoro di normalizzazione niente male).

 

Ora, dopo mesi in cui senza accettazione implicita dell’aborto a scopo farmaceutico di fatto non potevi più lavorare o andare in pizzeria, il compromesso con la Morte è impossibile da dissimulare, da cosmetizzare, da nascondere.

 

Quindi, non è rimasto più nulla del mondo pro-life, se non questo residuo, a tratti ridicolo – ci dicono che tra gli organizzatori vi sono associazioni che hanno fatto eventi in cui si chiedeva il green pass, un segno entusiasmante per chi vuole lottare a favore della vita nascente, a parte quella dei feti ammazzati per far funzionare, di fatto, la carta verde. (Fate uno sforzo, su: ci potete arrivare tutti a comprenderlo)

 

Vi diciamo quindi: non andate ad eventi così.

 

Se non bastasse tutta l’intima tirata storico-filosofica qui sopra, aggiungiamo un ulteriore disincentivo concreto.

Abbiamo detto, in apertura, che vi saranno molti, moltissimi neocatecumenali. Fossi uno che va a Roma domani, potrei temere che a sorpresa, sul palco, possa materializzarsi il loro dominus, l’artista spagnuolo Kiko Arguello.

 

Nel 2015 il Kiko si presentò al famoso Family Day, altro mega-evento democristiano di cartapesta organizzato più o meno dal medesimo giro di domani, evento che all’epoca definimmo in un articolo, non senza precognizione, come un «Golpe neocatecumenale sul mondo pro-life».

 

Ebbene, quello dell’Arguello fu l’ultimo intervento. Tra la folla di adepti in deliquio, si lanciò in un’omelia in itagnuolo memorabile:

 

«Questo del femminicidio, oggi stesso parla la dogna de quello che l’anno scorso ha ucciso due bambine bellissime, è sta-è stato trovato, cercato da tutta la polizia in Svizzera, e se sapeva che l’aveva rapito, no s’hanno trovata, trovato, e sappiamo che si ha ucciso. Ecco, sta-adesso c’è un, en Espagna c’è un macello, un uomo che ha ucciso cinque bambini, si chiama B e sta in carcere, eccetera. Tante, tante casi de questo tipo, donne uccise».

 

«Ma vi dico una cosa: dicono che questa violenza de genero è a causa della dualità maschio-femmina. Bene, noi diciamo che non è così. Questo uomo ha ucciso i bambini per un’altra ragione: porqué si questo uomo è un laico, è un secolarissato, ateo che ha lasciato de praticare, non va a Messa, il suo essere persona chi ce lo dà? L’amore della moglie». (Trascrizione dell’Osservatorio sul Cammino Neocatecumenale secondo Verità)

 

Tale importante discorso sulla «violenza de genero» (ma non era il marito?) non fu tuttavia la parte peggiore della performance del Kiko.

 

Perché ad una certa, quegli tirò fuori la chitarra e cominciò a schitarrare senza pietà uno dei suoi brani di folk apocalittico catto-iberico, e dovete immaginarvi più o meno i Gypsy King che rileggono l’Apocalisse di San Giovanni.

 

La massa principale degli spettatori, famiglie neocatecumenali chiamate col fischietto, era in estasi. Alla manifestazione, però, erano accorsi anche moltissimi altri cattolici un po’ ingenui, anche di area tradizionalista o perfino di estrema destra. Alcuni di essi erano miei lettori, e molti mi avevano accusato: non andare al Family Day era da bruti senza cuore, non è questo il momento di fare distinguo, viva l’unità dei cattolici, la divisione la porta il diavolo, che in greco si dice diabàllo, colui che divide, e via di diaballisimo… Tanti messaggini che mi mandavano avevano questo tono e questi contenuti.

 

Tuttavia quel giorno, ad un certo punto, cominciarono ad arrivarmi serque di SMS da lettori improvvisamente perplessi. «Dottor Dal Bosco, ma chi è sto tizio?»

 

«Roberto, spiegami, ma cosa sta facendo?!? Canta? Cosa Canta?»

 

«Signor Dal Bosco, ma cosa sta succedendo?»

 

Messaggi a cascata, sempre più sconvolti. I ragazzi cercavano di fuggire dalla scena, prigionieri d’un colpo d’una Cambogia di corpi neocatecumenali ondulanti. Una situazione disperata.

 

Accesi il PC di casa e mi collegai ad uno streaming, e vidi tutto: era iniziata l’apoteosi neocatecumenale finale del Family Day, il numero musicale del Kiko. I profani erano allibiti, increduli. Le masse neocat gioivano e saltellavano, ad un passo dallo scatenare un pogo come neanche ai concerti dei Metallica degli anni andati.

 

In quel momento mondo cattolico, pro-life e pro-famiglia, sembrava a me, ma soprattutto ai poveri testimoni oculari che mi messaggiavano in cerca di spiegazioni, qualcosa di grottesco, di ridicolo fino all’incomprensibile.

 

Eravamo circondati: tamburelli, chitarre, nacchere, urletti spagnoleggianti: «lalalallaaaaaah».

 

Non c’è che dire, c’era di che arrendersi. Invece no: chi combatte per la vita umana deve riuscire a sopravvivere anche a questo.

 

È la grande lezione che impariamo invecchiando: lo schifo, il dolore, passano. Solo la Vita è importante. Il vostro tempo, quindi, dedicatelo alla Vita, non ai ridicoli residui di una battaglia che hanno voluto perdere.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Pensiero

Le tenebre di Michel Foucault

Pubblicato

il

Da

Renovatio 21 pubblica la traduzione del testo scritto su X dall’imprenditore e attivista francese Brivael Le Pogam, di cui avevamo pubblicato il mese scorso un denso articolo di sintesi sui danni mondiali fatti dalla filosofia parigina dei Foucault, Deleuze e Derridda. Il Le Pogam è ingegnere informatico e sviluppatore francese, noto soprattutto per essere il co-fondatore e CTO di Argil, una startup innovativa supportata dal celebre acceleratore americano Y Combinator. Renovatio 21 ha accennato alla figura del Foucault varie volte, l’ultima giusto ieri per parlare della riapertura a Nuova York delle saune gay, luoghi di perversione e contagio: Foucault, omosessuale sadomasochista, frequentava assiduamente questi luogi, e altri club parafiliaci, a San Francisco, finendo per contrarre l’AIDS e, secondo una voce raccolta dal suo biografo ma non confermata, infettando volontariamente altri omosessuali, non si sa se con o senza il loro consenso: l’unzione volontaria dell’HIV tra gay è un fenomeno noto e praticato oggi (i recipienti del virus sono chiamati bugchasers, «cercatori del baco», mentre gli untori «giftgivers», «donatori del dono»). Foucault è entrato a forza, complici la pressione internazionale generata dall’adozione negli anni Novanta della filosofia francese da parte delle grandi Università americane, anche nel sistema italiano. Frotte di professori universitari, e dei professori di medie e superiori che essi licenziano, adorano l’idolo Foucault, tirandolo dentro perfino nella spiegazione dei lockdown pandemici. Tutti costoro, che solo salariati dallo Stato che Foucault raccontava essere persecutore, non arrivano a comprendere quanto la realtà sia semplice: le teorie dell’autore di Sorvegliare e punire avevano più a che fare con le sue devianze sadomasochistiche che non che il pensiero razionale. Ci rendiamo conto altresì quanto sia complicato spiegare al docente con background di filosofia normaloide come poi queste figure, nemmeno al culmine della loro perversione, finiscano per identificarsi non solo masochisticamente come vittime, ma pure sadisticamente come carnefici: è il caso, abbiamo visto, di Robert Mapplethorpe, fotografo omosessuale sadomasochista anche lui morto di AIDS che fu tra i primi compagni di vita della ciclica ospita del vaticano conciliare Patti Smith – l’uomo, secondo un memoir, consumava i rapporti omofili violenti sotto una grande bandiera nazista… Domandiamoci: siamo sicuri che le autorità repressive e punitrici fossero per Foucault un problema? O è possibile che la sua filososfia stessa sia, per paradosso, uno strumento del sistema che a parole dice di voler combattere? Non è che l’impulso di morte antiumano che permea il lavoro dell’omofilosofo francese (l’uomo verrà cancellato «come un volto di sabbia in riva al mare») sia l’esatto motivo per cui la sua opera viene propalata alle ultime generazioni in tutto il mondo? Sul tema Renovatio 21 pubblicherà altri articoli.

 

L’altro giorno ho aperto una discussione su Sartre e il Maggio ’68. Oggi vi parlerò del pensatore più importante della teoria francese. Non il più mondano. Il più importante. Quello il cui software è ancora in funzione nelle università, negli uffici delle risorse umane, nelle redazioni giornalistiche, nei ministeri. Michel Foucault.

 

1926. Poitiers. Figlio e nipote di chirurghi. Borghesia medica. Il padre vuole un medico. Il figlio rifiuta. ENS, rue d’Ulm. 1948: un tentativo di suicidio. Sainte-Anne. Studia la follia dall’interno prima di scriverne. Breve periodo nel PCF. Lo lascia. Poi l’esilio: Uppsala, Varsavia, Amburgo. Lontano da Parigi. Lontano dal padre. 1961. Storia della follia. La tesi si riduce a una frase: la ragione non ha scoperto la follia. L’ha inventata per separarsi da essa. Il manicomio non è un ospedale. È un confine.

 

1966. Le parole e le cose. Un improbabile bestseller. Frase finale: l’uomo verrà cancellato «come un volto di sabbia in riva al mare».

 

Sostieni Renovatio 21

Maggio ’68, non è a Parigi. È a Tunisi. Dirà più tardi: senza il maggio ’68, non avrei mai fatto quello che ho fatto sulle prigioni, la delinquenza, la sessualità.

 

1969. Vincennes. È a capo del dipartimento di filosofia. L’anti-Sorbona. Lì non cercano più la verità. Cercano chi domina.

 

1970. Collège de France. Cattedra di Storia dei sistemi di pensiero. La carica più prestigiosa di Francia. Ha 43 anni. 1975. Sorvegliare e punire. Il panopticon. La scuola, la fabbrica, l’ospedale, la prigione: stessa architettura. Stesso sguardo.

 

1976. Storia della sessualità, Vol. 1. La sessualità non è repressa. È prodotta. Confessata. Gestita. 1977. Firma. Il diritto dei bambini e degli adolescenti «di avere rapporti con chi scelgono».

 

1978. Teheran. Vede in Khomeini una «spiritualità politica». Una volontà collettiva. Si sbaglia. Non ritratta del tutto.

 

1984. Muore di AIDS. A 57 anni.

 

Ora il punto cruciale. Foucault non era un filosofo che ha sbagliato un dettaglio. Era un uomo che ha sganciato la connessione con la verità. Non ha detto: «2+2 a volte fa 5». Ha fatto qualcosa di più radicale. Ha insegnato che la domanda interessante non è «è vero?», ma «chi ha il potere di dire che è vero?».

 

Nel suo sistema, la verità non è un obiettivo. È un costume. Un effetto. Un prodotto di istituzioni che parlano in nome della conoscenza.

 

Una volta accettato questo, tutto si capovolge. La scienza non è più un’indagine. È una forza di polizia della realtà. Il medico non è più un operatore sanitario. È un agente di normalizzazione. Il professore non è più un trasmettitore. È un cane da guardia. La giustizia non è più un giudizio. È una messa in scena. Una donna non è più una donna. È un incarico.

 

Judith Butler legge questo e inventa il genere performativo. Edward Said legge questo e inventa l’orientalismo accademico. Un’intera generazione impara che «la mia esperienza vissuta» ha più peso delle prove. Ed è qui che la situazione diventa vertiginosa. Foucault scriveva per seminari. Per Gallimard. Per un’aula magna del Collège de France. Non avrebbe mai potuto immaginare cosa sarebbe successo dopo.

 

Non immaginava che il dipartimento delle risorse umane di una multinazionale potesse trattare un fatto come un atto di violenza. Non immaginava che agli studenti venisse insegnato che la scienza occidentale è dominio. Non immaginava che in un’università non si potesse più affermare che un uomo non può partorire. Non immaginava la parola «wokismo». Non immaginava che un articolo di rivista, letto da trecento persone nel 1976, sarebbe diventato il sistema operativo di un continente.

 

Un uomo di Poitiers, brillante, tormentato, che voleva allentare la presa delle istituzioni, ha fornito il manuale d’uso per impadronirsene tutte. Questa è l’ironia.

 

Pensava di denunciare il potere. Ha dato al potere una nuova veste: quella di vittima, che si atteggia a vittima e tratta qualsiasi verità contraria come un’aggressione. Non ha rotto le finestre. Ha cambiato il programma. Ora ogni fatto è prima di tutto una mossa di potere. Il programma è in esecuzione. Non discutiamo più della realtà. Negoziamo la narrazione.

Aiuta Renovatio 21

Ecco come ci siamo ritrovati in questo mondo. Una scuola che sospetta invece di trasmettere. Una medicina che esita a nominare un corpo. Una stampa che confonde la verità con il kitsch. Una generazione che vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte. Non è una deriva. È la tesi, spinta alle sue estreme conseguenze.

 

Se la verità non esiste, non resta altro che il gioco di potere. E il gioco di potere, una volta rivestito di virtù, non ha limiti.

 

Le persone che hanno ereditato tutto questo non sono mostri. Hanno ricevuto un software. Le cattive idee uccidono prima chi ci crede. La riconversione è possibile. Ma una civiltà che non sa più distinguere un fatto da un gioco di potere non può né guarire, né insegnare, né costruire.

 

La realtà non è un’oppressione. È l’unico terreno su cui i costruttori possono lavorare. Scusate.

 

E al lavoro.

 

Brivael Le Pogam

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


Immagine di pubblico domini CC0 via Wikimedia

 

 

 

Continua a leggere

Pensiero

Il Vaticano autoghigliottinante. Se la Chiesa conciliare loda la Rivoluzione francese

Pubblicato

il

Da

La segnalazione mi arriva da un sacerdote tradizionista. Da quello che capisco, la notizia circola nei canali di messaggistica, generando un piccolo scandalo, grande appena come il piccolo mondo antico dei cattolici rimasti cattolici.   Sito web ufficiale del Dicastero delle Cause dei Santi, l’organismo della Curia romana che si occupa di gestire tutti i processi di beatificazione e canonizzazione: guardiamo la pagina relativa al martirio del beato Jean-Baptiste Souzy (1732-1794), sacerdote morto consunto dalla fame e dalla malattia in una carcerazione disumana inflitta dalle forze anticristiche della Rivoluzione francese.  Con lui sono stati beatificati da Giovanni Paolo II nel 1995 altri 63 suoi compagni, chiamati «Martiri dei Pontoni».   Ecco l’incipit della pagina, dopo una citazione dalla Bibbia.   «La Rivoluzione Francese ebbe dei grandi meriti nella formazione politica, morale e sociale dell’epoca moderna, ma come tutte le rivoluzioni, che in qualche modo presuppongono un capovolgimento violento delle classi al potere con i rivoltosi, lasciò dietro di sé un lago di sangue, morti ingiuste, delitti e violenze».   Bisogna stropicciarsi bene gli occhi e rileggere.   «La Rivoluzione Francese ebbe dei grandi meriti nella formazione politica, morale e sociale dell’epoca moderna».   Eh?   Il Vaticano riconosce valori ai suoi persecutori? Roma si complimenta con chi ha ucciso i suoi figli? Il pastore loda il lupo, indicandolo pure come benemerito fondatore della società dove vive il gregge?

Sostieni Renovatio 21

Parrebbe proprio di sì. E sì che qualche riga sotto si deve pur ammettere come sono andate le cose:   «L’Assemblea Costituente nel 1789, dopo aver confiscato tutti i beni ecclesiastici e soppresso gli Istituti religiosi, decretò la Costituzione Civile del Clero, per cui vescovi e parroci, dovevano essere eletti con il voto popolare e imponendo al clero il giuramento di adesione alla Costituzione stessa; ci fu chi aderì (clero giurato) e chi non lo volle fare (clero “refrattario”)».   «L’Assemblea Legislativa andata al potere, infierì contro il clero “refrattario” giungendo nel 1792 a massacrarne 300, fra vescovi e sacerdoti. Seguì al potere la Convenzione Nazionale, che emise contro il clero “refrattario” dei decreti di deportazione per cui bisognava presentarsi spontaneamente pena la morte; furono così colpiti 2412 sacerdoti e religiosi, deportati in tre zone della Francia, di cui 829 a La Rochelle (Rochefort)».   Ecco, fa capolino la parola giusta: «massacro». In realtà, bisognerebbe ripeterne un’altra: persecuzione. E martirio.   In passato avevo notato come Bergoglio, ad esempio nel caso di suore trucidate in Africa, si fosse affrettato a dire che non si trattava di martirii. Il motivo, riflettevo, era evidente: se il sangue dei martiri è il semen christianorum, negare un martirio è compiere una contraccezione della Cristianità.   È la chiesa che vuole sterilizzarsi, sparire. Quella che dice ai proprietari di oratori e chiesette di «convertirli ad altro uso»: farli diventare studi di architettura, sale concerto, birrerie, centri yoga magari moschee. È la chiesa fatta di vescovi cui pare sia stato dato l’ordine di svendere, disintegrare gli edifici sacri che hanno ereditato, e pure quelli che non hanno ereditato.   È la chiesa della dissoluzione, nel senso del cupio dissolvi, dell’impulso di autodisintegrazione. Questa piccola nota del Dicastero delle Cause dei Santi ci fa capire che sotto potrebbe esserci di più: non solo contrarsi, ma autoghigliottinarsi. L’immaginario della Rivoluzione francese è tutto lì, specie per un cattolico. Il sospetto che questa volontà di suicidio cruenta sia deliberata diventa in noi sempre maggiore.   Chiunque, se si è avvicinato alla Religione, quale ecatombe anticristiana sia stata la Rivoluzione. Lo sterminio – sì, il genocidio – è stato immane. Qualcuno parla di almeno 100.000 «martiri della Rivoluzione», ma potrebbero essere molti di più.   La Vandea: contadini cattolici si sollevarono contro la Costituzione civile del clero, la chiusura delle chiese, la leva obbligatoria e la politica di scristianizzazione. Le stime oggi più accolte parlano di 150.000-200.000 morti nella regione (combattenti e civili), su una popolazione di circa 800.000 abitanti, cioè circa un quarto. Alcuni storici (Chaunu, Secher) arrivano a 250.000 o più e parlano di genocidio; altri ritengono che si trattasse di una guerra civile con atrocità di massa, non di uno sterminio pianificato in quanto cattolici. Le «colonne infernali» del 1794 massacrarono decine di migliaia di civili.   Circa 30.000 preti furono costretti a lasciare la Francia. Alcune centinaia di quelli che restarono furono giustiziati. Uno studio recente stima in poco meno di 3.000 i sacerdoti, i religiosi e le religiose morti in Francia tra il 1792 e il 1800 per motivi legati alla fede. Nei massacri di settembre 1792 a Parigi furono uccisi oltre 200 preti (191 poi beatificati). Il clero, pur essendo una piccola frazione della popolazione, rappresentò circa il 6-6,5% delle vittime della stagione del Terrore.   Le esecuzioni giudiziarie nel periodo del Terrore furono circa 16.000-17.000; con fucilazioni sommarie, annegamenti e morti in carcere si arriva a 35.000-40.000. La maggior parte delle vittime erano popolani, non nobili o preti.  

Sono stati beatificati o canonizzati 443 cattolici uccisi in quel periodo (17 santi e 426 beati), tra cui le carmelitane di Compiègne, le martiri di Orange e i vescovi e preti dei massacri di settembre.

 

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Tralasciamo qui le analisi su come la Rivoluzione e i suoi scherani siano mostruosamente operativi anche oggi. Se non fosse chiaro già guardando figure come quella di Macron (storia strana, la sua…), lo abbiamo imparato guardando le Olimpiadi parigine 2024 e il grande show rivelatore della cerimonia di apertura, con Maria Antonietta decapitata che cantava il canto giacobino Ça ira dal medesimo palazzo in cui fu davvero rinchiusa, mentre cascate di sangue finto si riversano in istrada.       Un filosofo cattolico che solitamente non amo per nulla, il pensatore paulista Plinio Correa di Oliveira (1908-1995) parlava di «trasbordo ideologico inavvertito» un cambiamento graduale e impercettibile delle proprie idee, che porta  i cattolici ad abbracciare princìpi opposti ai propri, come il socialismo o il progressismo. Insomma, una sorta di Finestra di Overton che ti mena al laicismo scatenato.   Orbene, a differenza del Plinio, io vedo nella gerarchia un trasbordo ideologico programmato: una pista di lancio verso il suicidio della Chiesa, verso la sua stessa eliminazione violenta. Non nascondo di pensare che ciò potrebbe aver a che fare con la quantità di omosessuali consacrati nelle stanze dei bottoni vaticani.   La chiesa conciliare non riconosce più il suo seme, è divenuta sterile. La chiesa conciliare non riconosce più il suo nemico, anzi si offre in sacrifizio ad esso: è divenuta pienamente suicida.   Molto vi sarebbe da dire, certo, sulla società che ancora considera la Rivoluzione come lo stupendo atto fondatore della democrazia in Europa. Sì, è stato insegnato pure a me, alle elementari, alle medie, alle superiori. Lo ricordo benissimo.   Ciò deriva dal tema, mai discusso davvero, dell’origine completamente massonica dei nostri programmi scolastici, dal Risorgimento (la Rivoluzione massonica in Italia: cosa credete che abbiamo anche noi il tricolore a fare?) ai giorni nostri, senza che mezzo secolo di un partito in teoria cattolico al potere, la DC, abbia potuto fare nulla per cambiare.   Per cui, i nostri figli studiano tristi poeti massoni, e la storia del mondo così come la vogliono i grembiulini: è incredibile, perché per inculcare al ragazzo che la Rivoluzione francese è la base dello Stato moderno bisogna fargli mandare giù anche l’innegabile, cioè non tanto il genocidio anticristiano, ma l’infracasino sanguinario rivoluzionario, il Terrore etc. Se ci pensiamo, si tratta di una vera operazione di bispensiero orwelliano: la Rivoluzione è stato un massacro demoniaco, ma va bene così. La Rivoluzione, dicono i libri di testo della scuola dell’obbligo e oltre, è tua madre. Non facciamo battute ulteriori.

Aiuta Renovatio 21

Ora, vi è stato un tempo in cui era possibile prendere rifugio dalla follia della vulgata moderna semplicemente accedendo alla chiesa. Si era sicuri che lì la verità, scritta con il sangue dei martiri, non era stata dimenticata. Impossibile: la Cristianità stessa esiste come architettura costruita, martirio dopo martirio, ricordo dopo ricordo, santo dopo santo, sulle persecuzioni.   Invece ora è proprio la chiesa ad abbracciare la sua distruttrice – così che l’intero palazzo bimillenario dovrebbe venir giù, uno spettacolo di devastazione che con evidenza fa godere Satana e tanti suoi servi incistati in Vaticano.   Il Concilio Vaticano II è stato un accordo con l’Unione Sovietica, è stato detto. Anzi un accordo con gli ebrei, secondo certuni. Anzi un accordo con la massoneria, secondo altri. Un accordo con il mondo moderno, dicono altri ancora. A noi, per sintesi, viene voglia di dire: il Concilio è stato un accordo con il Male. E se il bene, diceva San Tommaso, è diffusivum sui, è espansione. Il Male, privatio boni, è quindi contrazione. Se il Male è entrato nella chiesa, è chiaro che chiede la sua diminuzione, meno chiese, meno fedeli, meno santi. Meno Dio.   Di più: il Male entrato nel Sacro Palazzo chiede la decapitazione stessa della Chiesa cattolica.   SPOILER ALERT: non vi riuscirà mai, perché, lo sappiamo, non prevalebunt. Tuttavia guardare questo spettacolo dà, comprensibilmente, il voltastomaco.   A chi sente che il malore teologico-gastrico diviene intollerabile possiamo consigliare la cura più valida: iniziate a frequentare la Fraternità San Pio X, la Messa antica, la Tradizione cattolica dove si tramanda la Storia vera, la Religione vera, la Verità.   Monsignor Lefebvre, rammentiamo en passant, era proprio francese…   Roberto Dal Bosco  

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21
   
Continua a leggere

Bioetica

Morte a Venezia. E inferno sulla Terra senza soprannaturale

Pubblicato

il

Da

Il consiglio regionale del Veneto ha votato per la Morte. Il cosiddetto «fine vita», espressione di pudicizia orwelliana per definire l’eutanasia e il suicidio assistito, è passato con 32 favorevoli, 14 contrari, 5 astenuti.

 

Il Veneto diviene la quarta regione a intervenire, seguendo Toscana, Sardegna ed Emilia-Romagna. Il dato politico è che si tratta della prima regione governata dal centrodestra. Il segnale – morale, politico, religioso, storico – è chiarissimo. Il Veneto non è più la «sacrestia d’Italia» – anche perché se non esiste la Chiesa come può esistere la sacrestia?

 

La regione più cattolica del mondo, alcuni dicevan così, non è più tale. È stata conquistata dall’Impero della morte, che ha ottenuto un trofeo non da poco.

 

Ha vinto Luca Zaia, il vero protagonista di questo ostinato raid della Necrocultura. Il quale Luca Zaia, ricordiamo, appena eletto governatore con un plebiscito impressionante nel 2010 mise al bando negli ospedali, in concordia con gli altri due governatori leghisti di Lombardia e Piemonte freschi di elezione(Maroni e Cota), la pillola RU486, ossia la pasticca che uccide i feti e poi li fa espellere magari nel water. Era un segnale chiaro, perché l’operazione non sembrava dare vantaggi politici. Ci sembrava un vero atto morale, spirituale.

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

Avevamo applaudito Zaia anche nel 2017 quando, unica figura politica in Italia, si oppose alla legge Lorenzin sull’obbligo dei vaccini pediatrici – quella per cui i nostri figli non possono andare a scuola senza essere sottomessi a 10 sieri – presentando ricorso alla Corte Costituzionale e chiedendo formalmente di sospendere gli effetti del decreto prima del giudizio di merito.

 

In seguito lo Zaia avrebbe perso interesse per questa battaglia, anche perché sul piatto della Consulta aveva la questione della costituzionalità dell’autonomia differenziata referendum. Che volete farci: la politica pesa più delle vite dei bambini, altrimenti non esisterebbe le legge su aborto, provette etc.

 

Tuttavia nemmeno con una visione di cinismo politico si riesce a spiegarsi questa ostinazione assoluta dello Zaia, divenuto paladino della Necrocultura, al punto da tornare a spingere per una manovra che lo aveva scottato nel 2024, quando il Consiglio regionale respinse il primo tentativo di introdurre la legge.

 

Vuole davvero essere ricordato per questo, lo Zaia? Probabilmente sì. E allora, ci chiediamo, come tutti, cosa gli è successo? Da cosa deriva questa «conversione»? Abbiamo raccolto ipotesi da ambienti vicini alla Regione, ma nulla è pubblicabile.

 

Ricordiamo ancora una pubblicità per le TV locali (all’epoca la comunicazione politica si faceva soprattutto lì…) della campagna che portò Zaia a Palazzo Ferro-Fini 16 anni fa. Il video si apriva con Zaia che scendeva da una macchina della polizia: un’operazione di sicurezza notturna, con cui il già presidente della provincia di Treviso indicava la sua priorità.

 

Nella réclame elettorale seguiva un’inquadratura, fugace ma efficace, del futuro governatore mentre stava probabilmente ad una Messa o a qualcosa del genere, un evento in cui entrava anche la religione: al suo fianco si intravede appena uno zucchetto colorato (un vescovo?) dove, con un microscopico cenno, portava su il capo chino, il volto serio, lo sguardo pieno di rispetto, di gravitas. Come a dire: io sono qui a rispettare il fondamento religioso della nostra terra. Tipo: io mi inchino

 

Sostieni Renovatio 21

Ora anche Zaia, dopo tre lustri al vertice incontrastato della politica veneta, può aver compreso che la religione non conta più nulla. Nemmeno in Veneto. La Balena Bianca è morta, fiocinata da mille capitani Achab, nutriti dallo Stato moderno, dalla sua democrazia farlocca, e dai noi stessi, dalla nostra stessa tolleranza, la nostra incapacità di reagire alla catastrofe che sapevamo sarebbe arrivata.

 

La questione, quindi, è eminentemente religiosa. Anzi, più specificatamente: è soprannaturale. Più nessuno crede al soprannaturale. Più nessuno crede all’invisibile. Più nessuno crede.

 

Basta vedere quale resistenza è stata fatta alla legge della morte veneta: nessuna, a parte il gruppetto creato dall’indomito attivista Alberto Zelger, che con probabilità nel 2024 aveva contribuito a far fallire il putsch eutanasico regionale. Di fatto, non si è visto niente altro. Il cattolicesimo organizzato è non pervenuto. Anzi: sappiamo che la chiesa moderna sia d’accordo, perché il compromesso cattolico con i padroni della Morte va molto oltre l’aborto.

 

Lo si capisce perfino leggendo la nota, in teoria «dolente», in realtà molto rivelatrice, del patriarcato di Venezia, l’istituzione cattolica che nei secoli è servita come trampolino di lancio per il papato. Il patriarca – un genovese, a Venezia: una nomina che molti hanno ritenuto un segno di quanto il papato di Ratzinger fosse divenuto disfunzionale – non si è mai visto nei giorni precedenti al voto, ma poi ha emanato questa letterina, che vale la pena di leggere.

 

«A seguito dell’approvazione della legge regionale sul suicidio assistito, si esprime amarezza poiché, in tal modo, si afferma un modello culturale e un modello di sanità che possono portare ad una deriva difficilmente controllabile» scrive la dichiarazione del patriarca cardinale Moraglia. Fate bene attenzione alle parole: «amarezza», tipo quando perde la squadra del cuore. E poi «modello di sanità»: la chiesa pensa a ospedali ed amminstrazioni. Non pensa ai poveretti che ora verranno uccisi dallo Stato. Non pensa alle sue pecore sacrificate a Baal. Non pensa ai figli di Dio – pensa alle strutture burocratiche.

 

La «deriva difficilmente controllabile» non è nel futuro, Sua Eminenza: la deriva è già qui. Uno Stato che uccide i suoi cittadini è già dentro all’Inferno, cardinale!

 

Poi è un raffica di frasette cosparse di forme attenuative. «La percezione della dignità della vita umana appare da oggi meno tutelata». La percezione? Ma dice seriamente? Tipo «la percezione che l’acqua sia bagnata»?

 

«C’è soprattutto grande preoccupazione per le persone fragili e sole» scrive ancora la noterella patriarcale. «Preoccupazione», certo: non la certezza di quello che accadrà, come stiamo vedendo in Belgio, Olanda, Canada, dove a farsi uccidere (o ad essere uccisi pure contro la loro volontà…) sono i malati, i depressi, i poveri, i disabili… e bambini. Ma comprendiamo anche qui l’uso della parola di attenuazione: «preoccupazione», come quella dei polacchi quando Hitler invase nel 1939.

 

Il cardinale patriarca fa comprendere quindi di aver assimilato la posizione e il linguaggio del fronte della Morte: «l’impegno è di accompagnare le persone, sempre più e con i mezzi tecnici che oggi la scienza ci offre. Non ci si riferisce – è chiaro – ad alcuna forma di accanimento terapeutico ma, piuttosto, a quelle cure palliative di provata efficacia nel ridurre il dolore». Eccerto: la cura del malato diviene «accanimento terapeutico», come da manuale della battaglia eutanatica.

 

Non poteva mancare la bandiera definitiva del compromesso con il male: ecco «l’auspicio che l’obiezione di coscienza sia davvero garantita in tutti i momenti e in tutti i soggetti interessati da tali protocolli sanitari». Ecco: uccidete pure, ma lasciate in pace quei colleghi, che stanno nell’altra stanza a tapparsi le orecchie, gli occhi, la bocca, o che non fanno nemmeno quello: poi andranno a pranzo assieme agli assassini, magari pure vi si accoppieranno a certe cene di Natale furbette. È la realtà della buffonata genocida dell’obiezione di coscienza, il feticcio catto-politico a cui vi ordinano di attaccarvi mentre nel retrobottega loro avanzano con il programma della Morte.

 

Infine, il patriarca offre il capolavoro: «oggi non ha vinto o perso qualcuno, ma, certo, un modello di vicinanza umana è stato, in qualche modo, ferito e limitato». Capito? Non ha vinto o perso nessuno: no, ci rassicura il porporato, alla fine la Cultura della Morte non ha segnato un punto che costerà migliaia di vite innocenti, anche dei fedeli del patriarcato. Macché: è stato colpito «un modello di vicinanza umana», cioè un’astrazione ricoperta di un’etichetta da Unità Pastorale, da chiesa ONG del postconcilio.

Iscriviti al canale Telegram

Insomma, per la massima autorità spirituale veneziana (cioè, genovese…), la figura che nei millenni ha guidato le sorti dei milioni di anime venete, non è in fondo successo niente di che. È stata una cosa incruenta, un bisticcio ideologico, una partita a briscola bioetica finita male.

 

Notate, Dio, il soprannaturale, mai entrano nel discorso del cardinal Moraglia. Eppure, quello dovrebbe essere il suo lavoro: ricordare non il «modello di sanità», ma Iddio, e magari pure la sua ira.

 

È stato così nei secoli. La Repubblica Veneta è stata, certo, non sempre in linea con il papato. Stampava libri proibiti. I suoi costumi, certo tenuti dietro il velo del pudore, erano ben noti, e desiderati da tutto il mondo: il carnevale, le sue sale da gioco (da dove credete che deriva la parola «casinò»?), i suoi abiti sfolgoranti, le «cortigiane», la cultura libera ed abbondante, come le sue licenze. Chi conosce le Memorie di Casanova, o anche ha solo veduto il capolavoro di Federico Fellini (1976), sa di cosa sto parlando.

 

Tuttavia, da studioso del tabarro, e suo indossatore seriale, conosco la storia: esso serviva anche, assieme alla maschera (la bauta) a non farsi riconoscere nemmeno nel passo (quindi, a prova di computer vision attuale: la frontiera della sorveglianza IA, invero superata da anni, è il gait, la possibilità di individuarvi da come camminate), ed è stato colpito ciclicamente da leggi suntuarie, cioè leggi sui costumi, piuttosto ignorate da tutte le classi sociali.

 

Ebbene, il tabarro, che era variopinto, ad un certo punto divenne scuro – lo stesso destino toccato alle gondole, rimaste nere per sempre. Forse si tratta solo di una leggenda popolare, tuttavia si dice che l’abbandono del colore sia stato in segno di penitenza e lutto per la peste del 1630, per la quale costruirono come ex voto Santa Maria della Salute – mezzo secolo prima, per la pestilenza precedente, il Senato della Serenissima aveva commissionato ad Andrea la costruzione della Basilica del Redentore. Gli storici moderni questo non lo possono smentire. Così come non si può smentire che la chiesa costruita per la peste è stata poi chiusa durante il COVID.

 

Sì, Venezia credeva materialmente nel soprannaturale. Venezia credeva. Me lo ha ripetuto anche un amico venetista qualche giorno fa, spiegandomi che le ville venete prevedevano per forza una cappella che desse all’esterno, perché il popolo non poteva essere privato dei sacramenti. Come dire: lo Stato veneto non osava sfidare Dio, temeva che farlo avrebbe cagionato i semi della sua stessa distruzione, come si era visto con la peste: il potere sapeva che il controllo del proprio destino non esiste, in ultima analisi è la Grazia che fa andare avanti le cose. Le cose sono molto cambiate. Ora le élite, politiche e religiose, credono ad una sola cosa: credono di non credere.

Aiuta Renovatio 21

Il lettore può rimirare la differenza: Venezia un tempo distribuiva al suo popolo i sacramenti, Venezia oggi vuole distribuire ai suoi cittadini la morte. È incontrovertibilmente così, ed è terrificante pure per chi, come noi, sa che il vero principio dello Stato moderno è la sottomissione e l’eliminazione della sua popolazione.

 

Più nessuno crede che possano esservi delle conseguenze divine alla scelta di infliggere la morte alle persone: punizioni, catastrofi, inferni sulla Terra, o dopo. Non ci credono gli eredi dei dogi e del Maggior Consiglio, non ci credono gli zucchetti. Eppure, il credente sa che ciò sarà inevitabile. Il castigo è nel nostro futuro.

 

«Dal Veneto una legge di civiltà» ha trionfato lo Zaia, che come noto è senza figli. Ha ragione: è una legge della civiltà della Morte, che spazza via secoli di Civiltà Veneta, di Civiltà cristiana, di Civiltà umana. L’attacco è alla stessa matrice che ci ha generati: la matrice divina della Vita.

 

La civiltà della Morte è l’anti-civiltà: è il sistema che vuole eliminare l’essere umano, magari per sostituirlo con esseri artificiali. Tutti oramai sapete che questa non è fantascienza, né deve sembrarvi un discorso apocalittico: umanoidi e macchine pensanti sono qui.

 

Il Leone alato piange. Nel Risiko dell’Inferno, la Necrocultura ha portato a casa una bella partita, si è presa un’icona non da poco, una storia cristiana millenaria.

 

Tuttavia, fino a che siamo vivi, la battaglia non finisce. Forse è per questo che vogliono ucciderci e sostituirci. Non lo permetteremo: né noi, né i nostri bambini.

 

Preghiamo, combattiamo contro l’Impero della Morte e i suoi servitori. San Marco ci guida e ci aiuta.

 

Viva San Marco. Viva.

 

Roberto Dal Bosco

Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21

SOSTIENI RENOVATIO 21


 

 

 

 

 

 

Continua a leggere

Più popolari