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Ambiente

Tre milioni di mascherine al minuto: il nuovo problema della plastica?

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense.

 

 

Gli studi stimano che gli esseri umani in tutto il mondo utilizzano 129 miliardi di mascherine per il viso ogni mese. La maggior parte delle mascherine sono usa e getta, realizzate con microfibre di plastica non biodegradabili e possono frammentarsi in particelle di plastica più piccole inquinando gli ecosistemi.

 

 

 

L’elevata domanda di maschere per il viso dall’ inizio della pandemia di Coronavirus ha portato alla produzione di miliardi di mascherine usa e getta, senza fornire soluzioni per smaltirle correttamente.

 

Le mascherine invadono le città, intasano i canali di scolo e si riversano nell’acqua, spingendo i ricercatori ad avvertire della possibilità che le mascherine diventino il prossimo «problema di plastica».

 

Recenti studi stimano che in tutto il mondo gli esseri umani utilizzino 129 miliardi di mascherine per il viso ogni mese, circa 3 milioni al minuto

Recenti studi stimano che in tutto il mondo gli esseri umani utilizzino 129 miliardi di mascherine per il viso ogni mese, circa 3 milioni al minuto. La maggior parte è composta da mascherine usa e getta realizzate con microfibre di plastica non biodegradabili che si scompongono in particelle di plastica più piccole – micro e nanoplastiche – che si diffondono negli ecosistemi.

 

L ‘Organizzazione Mondiale della Sanità afferma che per l’emergenza COVID sono necessarie circa 89 milioni di mascherine chirurgiche ogni mese, una tendenza che probabilmente persisterà per un po’ di tempo.

 

All’inizio dell’epidemia, i funzionari statunitensi hanno stimato che il paese avrebbe avuto bisogno di 300 milioni di mascherine per far fronte alla pandemia nel 2020. Il produttore statunitense 3M ha realizzato 550 milioni di mascherine nel 2019 e prevede di produrne 2 miliardi quest’anno fintanto che dura la pandemia.

 

«A differenza delle bottiglie di plastica, non c’è modo di riciclare le mascherine, il che rende più probabile lo smaltimento in modi inappropriati»

«L’enorme produzione di mascherine usa e getta è su una scala simile a quella delle bottiglie di plastica, che si stima sia di 43 miliardi al mese», hanno affermato il tossicologo ambientale Elvis Genbo Xu dell’Università della Danimarca meridionale, e il professor Zhiyong Jason Ren, esperto in ingegneria ambientale e civile alla Princeton University. «Ma a differenza delle bottiglie di plastica, non c’è modo di riciclare le mascherine, il che rende più probabile lo smaltimento in modi inappropriati».

 

Le mascherine chirurgiche comuni sono composte da tre strati: uno esterno in materiale fibroso non assorbente (come il poliestere) che protegge dagli schizzi di liquidi, uno strato intermedio con tessuti non tessuti (come polipropilene e polistirolo) creato utilizzando un processo Meltblow che previene goccioline e aerosol tramite un effetto elettrostatico e uno strato interno in materiale assorbente come il cotone per assorbire il vapore.

 

Le mascherine contengono numerosi polimeri, compreso il tessuto in polipropilene. Il polipropilene è una delle materie plastiche più comunemente prodotte e non si decompone facilmente. Gli agenti atmosferici causati dalla radiazione solare e dal calore fanno sì che il polipropilene generi un gran numero di particelle di polipropilene di dimensioni microscopiche e nanoplastiche.

Una nuova generazione di maschere, chiamate nanomaschere, rilascia particelle ancora più piccole creando una nuova fonte di inquinamento nanoplastico

 

Le mascherine usa e getta sono realizzate direttamente con fibre di plastica microscopiche che rilasciano particelle di plastica più facilmente e più velocemente delle plastiche sfuse, come i sacchetti di plastica. Una nuova generazione di maschere, chiamate nanomaschere, rilascia particelle ancora più piccole creando una nuova fonte di inquinamento nanoplastico, secondo la University of Southern Denmark.

 

Come altri resti di plastica, «le mascherine usa e getta possono accumularsi e rilasciare sostanze chimiche e biologiche nocive, come il bisfenolo Ametalli pesanti e microrganismi patogeni», secondo Xu e Ren. Alcune delle sostanze chimiche tossiche rilasciate durante la degradazione dei polimeri plastici includono ftalaticomposti organostannicinonilfenoloetere bifenilico polibromurato e triclosan.

 

Gli impatti della plastica come rifiuto solido e la contaminazione da microplastiche nell’ambiente sono stati studiati, convalidati e dimostrati da diversi ricercatori in varie pubblicazioni, secondo uno studio del Marine Pollution Bulletin.

 

Le mascherine penetrano nell’ambiente quando vengono smaltite in discariche o disseminate in spazi pubblici. Quindi si fanno strada in laghi, fiumi e oceani, scomponendosi in particelle di plastica entro poche settimane

Le mascherine penetrano nell’ambiente quando vengono smaltite in discariche o disseminate in spazi pubblici. Quindi si fanno strada in laghi, fiumi e oceani, scomponendosi in particelle di plastica entro poche settimane.

 

Negli anni precedenti la pandemia, gli ambientalisti avevano messo in guardia contro l’elevato livello di inquinamento da plastica e la minaccia che rappresenta per gli oceani e la vita marina. Secondo una stima del 2018 di UN Environment, fino a 13 milioni di tonnellate di plastica finiscono nei nostri oceani ogni anno.

 

Secondo un rapporto di OceanAsia, nel 2020 sono state prodotte circa 52 miliardi di mascherine facciali per soddisfare la domanda della pandemia di coronavirus e si stima che 1,56 miliardi siano entrate nell’oceano, risultando in 4.680 – 6.240 tonnellate metriche di mascherine. Queste mascherine impiegano fino a 450 anni per decomporsi completamente, trasformandosi lentamente in microplastiche che hanno un impatto gravissimo sulla fauna marina e gli ecosistemi.

 

nel 2020 sono state prodotte circa 52 miliardi di mascherine facciali per soddisfare la domanda della pandemia di coronavirus e si stima che 1,56 miliardi siano entrate nell’oceano, risultando in 4.680 – 6.240 tonnellate metriche di mascherine

La comunità di ricerca ambientale deve muoversi più velocemente per comprendere e mitigare questi rischi, hanno affermato i ricercatori Xu e Ren. Hanno proposto quanto segue per affrontare il problema:

 

  • Predisporre bidoni da utilizzare per la raccolta e lo smaltimento delle sole mascherine. Non mettere mascherine nella raccolta differenziata.

 

  • Mettere a punto la standardizzazione, le linee guida e la rigorosa implementazione della gestione delle mascherine gettate nei rifiuti.
  • Sostituire le mascherine usa e getta con mascherine riutilizzabili come quelle in cotone.

 

Queste mascherine impiegano fino a 450 anni per decomporsi completamente, trasformandosi lentamente in microplastiche che hanno un impatto gravissimo sulla fauna marina e gli ecosistemi

  • Sviluppare mascherine monouso biodegradabili con materiali sicuri.

 

 

 

Megan Redshaw

 

© 17 marzo 2021, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.

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Ambiente

Stato americano boicotta banche anti-combustibili fossili tra cui BlackRock, Goldman Sachs, JP Morgan

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L’Agenda Verde comincia a trovare ostacoli. Realtà statali cominciano a rivoltarsi contro le imposizioni dell’Agenda verde nella vita dei cittadini.

 

Secondo una notizia andata in onda sulla WBOY-TV del West Virginia, lo Stato americano ha nominato cinque banche nella sua prima «lista di istituti finanziari con restrizioni» a causa di un «conflitto di interessi» sulla politica del carbone.

 

Il 29 luglio il tesoriere di stato Riley Moore ha annunciato che BlackRock Inc., Goldman Sachs Group Inc., JPMorgan Chase & Co., Morgan Stanley e Wells Fargo & Co. non sono idonei ai contratti bancari statali perché sono «impegnati nel boicottaggio delle società di combustibili fossili».

 

Il tesoriere ha inoltre affermato che «qualsiasi istituzione con politiche volte a indebolire le nostre industrie energetiche, la base imponibile e il mercato del lavoro ha un chiaro conflitto di interessi nel gestire i dollari dei contribuenti».

 

«Ogni istituto finanziario inserito nell’elenco degli istituti finanziari con restrizioni oggi ha pubblicato politiche ambientali o sociali scritte che limitano categoricamente le relazioni commerciali con le società energetiche impegnate in determinate attività di estrazione, estrazione o utilizzo del carbone, piuttosto che considerare il profilo finanziario o di rischio di ciascuna società», ha detto Moore.

 

Si tratta di un caso unico, il primo di quella che potrebbe essere una serie di ribellioni delle autorità locali contro il Grande Reset ecologico e i suoi agenti.

 

La notizia è stata ripresa dai media con copertura nazionale

 

Sebbene all’inizio di quest’anno siano stati approvati progetti di legge simili in Kentucky e Texas, il New York Times afferma che questa «è la prima volta che uno stato si è mosso per interrompere i rapporti bancari con le principali società di Wall Street a causa delle obiezioni ai loro sforzi per ridurre le pericolose emissioni di riscaldamento del pianeta».

 

Una delle banche coinvolta , JPMorgan, lavora con il sistema universitario pubblico del West Virginia.

 

Moore ha affermato che quei contratti sarebbero stati liquidati entro la fine dell’anno e che lo stato cercherà nuovi fornitori di servizi non ostili all’industria del carbone.

 

Il carbone rappresenta più di 11.000 posti di lavoro in West Virginia.

 

I piani di finanziarizzazione del mondo naturale, con l’imposizione dell’Agenda Verde dove convergono ONU, DAVOS e grande capitale, sono stati descritti su Renovatio 21 da articolo di William Engdahl come  «Wall Street, il piano diabolico per finanziarizzare tutta la natura».

 

Si tratta del «piano più radicale e potenzialmente più distruttivo finora per fare letteralmente trilioni di dollari su qualcosa che è il diritto naturale e l’eredità dell’intera razza umana: la natura stessa, tutta la natura, dall’aria, dall’acqua dolce alle foreste pluviali fino ai terreni agricoli».

 

Agenda Verde vuol dire deindustrializzazione; deindustrializzazione vuol dire riduzione della popolazione – attraverso la povertà, la fame, la sterilizzazione.

 

L’Agenda Verde è una maschera colorata della Cultura della Morte.

 

 

 

 

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Giornale tedesco avverte dell’emergere di un possibile terrorismo verde

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Il quotidiano tedesco Frankfurter Allgemeine Zeitung ha pubblicato un articolo in cui sostiene si stia formando un movimento attivista internazionale che potrebbe trasformarsi in qualcosa di radicale come i terroristi noti negli anni Settanta e Ottanta come Rote Armee Fraktion (RAF), conosciuti anche con il nome di «Banda Baader-Meinhof».

 

Il gruppo tedesco di cui parla la testata di Francoforte, Letzte Generation («Ultima Generazione») avrebbe respiro internazionale – Canada, Australia, Francia, Gran Bretagna, Italia, Germania – e sarebbe sostenuto da grandi sigle dell’ambientalismo internazionale. Il nome già fa pensare ad un pensiero piuttosto apocalittico.

 

Il gruppo ha avviato una campagna di reclutamento e formazione di attivisti a luglio e agosto per diversi obiettivi, incluso come accedere alle valvole di controllo manuale di emergenza degli oleodotti per chiuderli.

 

Come visibile anche in Italia, azioni di isterismo ecologista si stanno moltiplicando: pensate agli attivisti che bloccano il grande raccordo anulare (tra gli improperi in romanesco degli automobilisti) e quelli che si sono incollati la mano alla teca della Venere del Botticelli agli Uffizi a Firenze.

 

Attivisti eco-estremisti hanno tentato di fermare il Tour de France due settimane fa.

 

Come riportato da Renovatio 21, il fondatore di Extinction Rebellion ha scritto che il cambiamento climatico porterà ad una situazione in cui «una banda di ragazzi irromperà in casa tua chiedendo cibo», dopo di che «vedranno tua madre, tua sorella, la tua ragazza e le violenteranno di gruppo sul tavolo della cucina» mentre «ti costringeranno a guardare, ridendo di te. Alla fine ti accuseranno di divertirti». Il dettaglio con cui l’eco-guru descrive questa scena è vagamente sospetto.

 

Un’altra situazione grottesca si è avuta in Canada, dove un cittadino di 68 anni ha presentato domanda per l’aiuto medico alla morte (chiamata nel suo Paese MAiD) per l’estrema sofferenza mentale causatagli dal cambiamento climatico – o meglio dall’idea di esso, verrebbe da dire.

 

Tornando in Germania, colpisce il termine di paragone invocato dalla FAZ per il suo articolo: il nome della RAF non è da prendersi alla leggera in Germania.

 

La RAF era una sorta di versione teutonica della Brigate Rosse, tuttavia non aveva né la portata né la visione (e forse nemmeno i contatti internazionale con varie sponde dei mari e degli oceani) degli assassini di Aldo Moro. Incarcerati nel carcere di Stammheim, i terroristi rossi vennero trovati impiccati (ingenerando più tardi una divertente barzellette con protagonista Andreotti che si fa criogenizzare, che tuttavia racconteremo al lettore un’altra volta, se lo chiede).

 

La RAF, che si pensava estinta, riemerse improvvisamente con l’omicidio nel 1989 di Alfred Herrhasen, consigliere del cancelliere Kohl e già capo di Deutsche Bank e forte sostenitore, dopo la caduta del muro, di una Ostpolitik che guardava a Mosca e allo sviluppo congiunto dell’oriente europeo. Herrhausen, che era anche membro del gruppo Bilderberg, fu ammazzato nella sua auto con una bomba attivata da raggi infrarossi. La tecnologia avanzata utilizzata per l’assassinio non combacia perfettamente con le possibilità di un gruppo terrorista che si pensava morto.

 

 

 

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Una «piccola era glaciale» in caso di guerra nucleare: studio scientifico

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La testata economica americana Bloomberg lo scorso 7 luglio ha pubblicato un articolo intitolato «Studio dimostra che la guerra nucleare costringerebbe la Terra a entrare in una piccola era glaciale».

 

«Un nuovo studio sull’impatto globale di una guerra nucleare ha concluso che qualsiasi conflitto farebbe precipitare il mondo nell’oscurità, farebbe precipitare le temperature e cancellerebbe gran parte della vita marina del mondo», riferisce Bloomberg.

 

Lo studio in oggetto, intitolato «Un nuovo stato dell’Oceano dopo la guerra nucleare» è stato redatto da un gruppo di ricercatori della Louisiana State University.

 

Gli scienziati hanno effettuato simulazioni al computer sugli impatti climatici in due casi distinti, poi confrontati: uno scambio nucleare tra India e Pakistan; quindi uno scambio nucleare tra USA e Russia.

 

Secondo il pezzo, i ricercatori «hanno scoperto che in tutti gli scenari, le tempeste di fuoco rilascerebbero fuliggine e fumo nell’atmosfera superiore, bloccando il Sole e costringendo le temperature a scendere in media di 10,5° C nel primo mese. Ciò, a sua volta, causerebbe l’abbassamento delle temperature oceaniche e l’espansione del ghiaccio marino di oltre 6 milioni di miglia quadrate, bloccando i principali porti tra cui Tianjin, Copenaghen e San Pietroburgo in Cina».

 

I ricercatori hanno affermato che le modifiche al ghiaccio marino artico dureranno probabilmente migliaia di anni, descrivendo l’evento come una «piccola era glaciale nucleare».

 

A questo punto, capiamo che il lettore sta facendo un pensiero: arriveranno a proporre gli scontri atomici per risolvere il Global Warming? Del resto, se sono già disposti – da Bill Gates all’ONU – a spruzzare in cielo solfato con gli aerei per oscurare i raggi del Sole

 

L’abstract della ricerca degli scienziati scrive che «come le eruzioni vulcaniche e i grandi incendi boschivi, le tempeste di fuoco della guerra nucleare trasporterebbero aerosol che bloccano la luce nella stratosfera, con conseguente raffreddamento globale».

 

Si tratta della vecchia teoria dell’inverno nucleare, ossia un periodo di calo delle temperature conseguente a detonazioni atomiche, notato a Hiroshima, Nagasaki e Chernobyl – ma calibrato  sugli oceani con i mezzi computazionali disponibili oggi.

 

«L’oceano risponde su due scale temporali: un rapido evento di raffreddamento e un lungo recupero, indicando una risposta di isteresi dell’oceano al raffreddamento globale. Il raffreddamento della superficie guida l’espansione del ghiaccio marino, un capovolgimento meridionale della circolazione potenziato e un’intensificazione della miscelazione verticale dell’oceano che è espansa, più profonda e più duratura».

 

«La produzione di fitoplancton e la struttura della comunità sono fortemente modificate dalle perturbazioni della luce, della temperatura e dei nutrienti, con conseguente decimazione iniziale della produzione, specialmente alle alte latitudini. Ne risulta un nuovo stato dell’Oceano a livello fisico e biogeochimico».

 

«Nel più grande scenario USA-Russia (150 teragrammi), il recupero degli oceani è probabile nell’ordine di decenni in superficie e centinaia di anni in profondità, mentre i cambiamenti del ghiaccio marino artico dureranno probabilmente migliaia di anni, effettivamente una “piccola era glaciale nucleare”».

 

L’autore principale del rapporto scientifico, la dottoressa Cheryl Harrison del Dipartimento di scienze oceaniche e costiere della Louisiana State University, Center for Computation and Technology, ha inoltre affermato: «Non importa chi sta bombardando chi. Può essere l’India e il Pakistan o la NATO e la Russia. Una volta che il fumo viene rilasciato nell’atmosfera superiore, si diffonde a livello globale e colpisce tutti».

 

Bloomberg fa riferimento anche al ministro degli Esteri russo Sergeij Lavrov, che ha avvertito che esiste un rischio «serio» di guerra nucleare a causa della guerra per procura della NATO contro la Russia in Ucraina.

 

La testata economica americana dimentica che anche in USA in moltissimi stanno soffiando sul fuoco atomico, da sconsiderati senatori a varie figure del Deep State e dell’apparato neocon, con l’immancabile contorno del complesso militare-industriale.

 

E non ricorda neppure le parole di Putin appena prima della guerra: una guerra nucleare in Europa sarebbe «senza vincitori».

 

Abbiamo visto il mese scorso la stupida incoscienza dei politici polacchi che hanno chiesto la possibilità di un fornimento di armi atomiche a Kiev – e dobbiamo ricordarci che il revanscismo ucraino con le sue voglie atomiche, dichiarate apertamente da Zelens’kyj alla conferenza di Monaco a fine 2021, sono alla radice del presente conflitto.

 

Come scritto da Renovatio 21, la guerra atomica, in tutti i Paesi e per la prima volta, è purtroppo entrata in una fase avanzata della finestra di Overton.

 

 

 

 

Immagine di daisukekuroneko via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported (CC BY-NC-ND 3.0)

 

 

 

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