Pensiero
Sintesi dell’Anarco-tirannia
Renovatio 21 traduce e ripubblica questo testo dello scrittore americano Sam Todd Francis (1947-2005), colui che ancora negli anni Novanta aveva coniato il termine «anarco-tirannia» per descrivere la situazione di una società che è al contempo degradata dall’incuranza delle leggi e al contempo sottomessa ad un potere tirannico (poliziesco, fiscale, morale).
In pratica, per Francis l’anarco-tirannia è una dittatura armata senza stato di diritto, una sintesi hegeliana di quando lo Stato regola tirannicamente o opprimente la vita dei cittadini ma non è in grado o non vuole far rispettare la legge protettiva fondamentale.
L’articolo originale «Synthesizing Tyranny» era apparso nel numero di aprile 2005 di Chronicles, un articolo non più visibile online. L’importanza di scritti come questo, dopo i fatti delle rivolte etniche francesi ma anche di quelle italiane (Peschiera del Garda, 2 giugno 2022) è fuori di discussione.
Con buona pace di William Butler Yeats, la mera anarchia non si scatena nel mondo.
Ciò di cui godiamo in questo Paese [gli USA, ndt], e in larga misura nella maggior parte delle altre Nazioni occidentali, è un po’ più complicato della semplice anarchia. È, infatti, il risultato unico del genio politico dell’era moderna: ciò che, nel 1992, ho chiamato «anarco-tirannia», una sorta di sintesi hegeliana di due opposti: anarchia e tirannia.
Il concetto elementare di anarco-tirannia è abbastanza semplice. La storia conosce molte società che hanno ceduto all’anarchia quando le autorità governative si sono dimostrate incapaci di controllare criminali, signori della guerra, ribelli e predoni invasori.
Oggi, questo non è il problema negli Stati Uniti.
Il governo, come può dirvi qualsiasi contribuente (soprattutto quelli morosi), non accenna a crollare o a dimostrarsi incapace di svolgere le sue funzioni. Oggi negli Stati Uniti il governo lavora in modo efficiente. Le tasse vengono riscosse (ci puoi scommettere), la popolazione viene contata (più o meno), la posta viene consegnata (a volte) e Paesi che non ci hanno mai infastidito vengono invasi e conquistati.
Eppure, allo stesso tempo, il Paese sguazza abitualmente in una condizione che spesso ricorda lo stato di natura di Thomas Hobbes: cattivo, brutale e basso.
I tassi di criminalità sono effettivamente diminuiti nell’ultimo decennio o giù di lì, ma il crimine violento rimane così comune nelle città più grandi e nelle loro periferie che sia i residenti che i visitatori vivono in un continuo stato di paura, se non di terrore.
Il segno più evidente di quella che normalmente si chiamerebbe anarchia è l’invasione dell’immigrazione. Secondo alcune serie stime, non meno di 11-13 milioni di stranieri clandestini ora vivono negli Stati Uniti, la maggior parte dei quali dal Messico o dall’America centrale. Il governo messicano incoraggia attivamente questa invasione e, come recentemente riportato dalla stampa, fornisce persino ai propri cittadini una guida su come realizzarla.
Il nostro governo non fa nulla di serio per fermare l’invasione, per arrestare gli invasori, o per scoraggiare l’aggressione che lo stato messicano sta perpetrando. Gli invasori – poiché i residenti dell’Arizona, dove circa il 40 per cento degli stranieri clandestini entrano nel paese, si lamentano costantemente – minacciano la vita, la sicurezza e la proprietà dei cittadini americani rispettosi della legge; abbassare i salari; divorare il benessere; e costituiscono una nuova sottoclasse oggetto di manipolazione politica demagogica da parte di politici sia americani che messicani.
(I clandestini in questo Paese non possono votare legalmente, anche se ciò non li ferma necessariamente, ma rimangono elettori in Messico, e i politici messicani ora fanno regolarmente campagne per i loro voti negli Stati Uniti.)
Il governo federale ha invaso l’Iraq, sebbene l’Iraq non ci abbia mai danneggiato o minacciato, non fa praticamente nulla per resistere alla massiccia invasione (e alla fine alla conquista) del proprio Paese e alla deliberata violazione delle proprie leggi da parte del Messico.
Ciò che abbiamo oggi in questo Paese, quindi, è sia l’anarchia (l’incapacità dello stato di far rispettare le leggi) sia, allo stesso tempo, la tirannia: l’applicazione delle leggi da parte dello Stato per scopi oppressivi; la criminalizzazione degli onesti e degli innocenti attraverso tasse esorbitanti, regolamentazione burocratica, invasione della privacy e ingegneria delle istituzioni sociali, come la famiglia e le scuole locali; l’imposizione del controllo del pensiero attraverso programmi di «formazione alla sensibilità» e multiculturalisti, leggi sui «crimini d’odio», leggi sul controllo delle armi che puniscono o disarmano cittadini altrimenti rispettosi della legge ma non hanno alcun impatto sui criminali violenti che si procurano armi illegalmente e un vasto labirinto di altre misure. In una parola, anarco-tirannia.
Un esempio della coesistenza di anarchia e tirannia deve bastare. Il 9 gennaio di quest’anno, un uomo di nome Mustafa Mohammed, un immigrato somalo, è stato arrestato nella casa di riposo di Alexandria, in Virginia, dove lavorava, per aver ripetutamente sfregiato i volti dei residenti. Circa sei residenti anziani sono rimasti feriti, uno con il collo rotto e un altro che ha richiesto 200 punti di sutura. Il signor Mohammed, il presunto colpevole, è già stato nei guai per un violento alterco commesso mentre lavorava in una farmacia locale. Quando alcuni altri lavoratori lo hanno preso in giro, ha iniziato a colpire uno di loro, un compagno immigrato somalo, in faccia. Le accuse contro il signor Mohammed sono state ritirate dopo che la sua vittima ha rifiutato di testimoniare («perché altri membri della comunità somala lo hanno pregato di non andare avanti», come riportato dal Washington Post).
Nello stesso momento in cui la polizia, i tribunali e la comunità somala avevano a che fare con il signor Mohammed, la polizia di Washington era impegnata in affari più seri. Stavano schierando altre quattro telecamere nascoste nel Distretto di Columbia per catturare gli automobilisti che superano i limiti di velocità
Nonostante le precedenti assicurazioni del governo distrettuale secondo cui lo scopo delle telecamere era la sicurezza pubblica, il sindaco di Washington Anthony Williams ha riconosciuto nell’autorizzare i quattro nuovi dispositivi che «la continua elaborazione dei biglietti del distretto e la riscossione delle entrate del distretto» ne erano le ragioni. Dall’agosto 2001, simili telecamere nascoste hanno incassato la bella somma di 63 milioni di dollari per il Distretto.
Sotto l’anarco-tirannia, il controllo di elementi veramente pericolosi come Mustafa Mohammed è messo in secondo piano. Il vero problema è come spremere denaro dai comuni cittadini che non si lamenteranno, non reagiranno e non inizieranno a colpire le persone in faccia.
L’anarco-tirannia, ovviamente, non è limitata agli Stati Uniti. Nell’Europa occidentale, secondo alcune stime, ci sono circa 800 persone ora incarcerate per quelli che possono essere chiamati solo «reati di pensiero» – per violazioni delle leggi di vari Paesi contro la «diffamazione» razziale (di solito, usando epiteti e insulti razziali o etnici), negazione dell’olocausto, lamentele riguardo all’immigrazione, discorsi di differenze razziali e persino per critiche alle religioni non occidentali.
Lo scorso dicembre, la polizia britannica ha arrestato due leader del British National Party anti-immigrazione, Nick Griffin e il fondatore del BNP, John Tyndall, perché telecamere nascoste (non per eccesso di velocità o multe ma per spionaggio) li avevano registrati mentre dicevano cose poco gentili sull’Islam. Secondo quanto riferito, il signor Griffin l’ha definita «una religione malvagia». La polizia del West Yorkshire si vantava di aver dispiegato una squadra di agenti per il caso Griffin «cinque giorni alla settimana, dieci ore al giorno».
Come ha commentato Rod Liddle, giornalista del London Spectator, in un articolo sul caso:
«Ora, a questo punto dell’articolo, un bravo giornalista ti direbbe quanto fosse grande quella squadra di poliziotti. E quanto era costata al contribuente l’inchiesta. E lo ha anche incrociato con quanti furti con scasso, rapine, etc., Erano stati effettuati nell’area del West Yorkshire da luglio al 12 dicembre. Soprattutto quelli irrisolti. Ma non sono riuscito a trovare quella roba: la polizia non vuole dirmelo. Ma ricordiamoci: una squadra di poliziotti, cinque giorni alla settimana, dieci ore al giorno».
Proprio come gli interessi finanziari nascosti sono stati i motivi immediati per l’installazione delle telecamere per il traffico a Washington, c’erano motivi politici nascosti per il rastrellamento di Mr. Griffin, un avvocato istruito a Cambridge che stava progettando di candidarsi al Parlamento nel collegio elettorale di David Blunkett, allora ministro degli Interni nel regime di Blair.
Il Ministero dell’Interno, come ha chiarito abbastanza chiaramente l’articolo di Spectator, sembra aver avuto più che poco a che fare con il blitz di Griffin.
Il signor Blunkett, suggerisce il Liddle, «desiderava placare l’enorme elettorato musulmano del New Labour che negli ultimi tempi è stato lamentoso, in parte per la guerra contro l’Iraq, in parte per gli arresti di sospetti terroristi musulmani qui nel Regno Unito. Quale modo migliore per placare un po’ che radunare gli orribili razzisti del BNP?»
Ma motivi pragmatici come volere più soldi per il governo o imbavagliare i rivali politici non sono i veri motori dell’anarco-tirannia. Né è il semplice calcolo di molte forze dell’ordine che velocisti e corridori a luci rosse di solito non rispondono al fuoco. Solo i veri criminali lo fanno, quindi è molto più sicuro fare i duri con gli pseudocriminali che con quelli veri. Ma questi e altri casi simili sono semplicemente esempi di come politici e amministratori essenzialmente corrotti sfruttino il sistema anarco-tirannico per il proprio guadagno immediato o lo usino per evitare di svolgere i lavori spesso pericolosi e difficili che dovrebbero svolgere.
Ciò che guida veramente il sistema è la rivoluzione del nostro tempo, l’assalto interno contro le identità e i valori tradizionali che viene solitamente definito la «”guerra culturale*.
Le leggi che vengono applicate sono quelle che estendono o rafforzano il potere dello stato e dei suoi alleati e delle élite interne (la polizia, i militari, le burocrazie, la classe dell’insegnamento e del lavaggio del cervello, gli esattori delle tasse, gli ingegneri sociali professionisti i cui affari sono è progettare e attuare la rivoluzione, etc.) oppure sono le leggi che puniscono direttamente quegli elementi recalcitranti e «patologici» della società che si ostinano a comportarsi secondo le norme tradizionali – persone che non amano pagare le tasse, indossare le cinture di sicurezza, o consegnare i propri figli ai terapisti stravaganti che gestiscono le scuole pubbliche; o le persone che possiedono e custodiscono armi da fuoco, espongono o addirittura indossano la bandiera confederata, montano alberi di Natale, sculacciano i propri figli, e citano la Costituzione o la Bibbia, per non parlare delle figure politiche dissidenti che effettivamente si candidano e cercano di fare qualcosa contro l’immigrazione di massa delle popolazioni del Terzo Mondo. Tali elementi pericolosi sono i principali bersagli della parte tirannica dell’anarco-tirannia.
Del resto, sono anche gli obiettivi principali della parte sull’anarchia. Le leggi che non vengono applicate sono quelle che proteggono tali elementi e le loro famiglie e comunità: leggi contro l’immigrazione stessa così come leggi che dovrebbero proteggere i comuni cittadini dai comuni criminali.
Nella rivoluzione, vedete, il criminale ordinario, così come l’immigrato clandestino, è almeno un membro onorario, se non un ufficiale a tutti gli effetti, della classe rivoluzionaria, come il proletariato di Karl Marx o gli studenti universitari e gli hippy controculturali di Herbert Marcuse.
Al contrario, i teppisti comuni che commettono stupri, rapine e omicidi fungono de facto da truppe sul campo della guerra culturale, e non è certo un caso che ora ci sia un crescente movimento per estendere il voto a quei criminali abbastanza sfortunati da essere sbarcati in prigione.
L’anarco-tirannia, quindi, non è solo una deformazione del sistema di governo tradizionale né un sintomo di «decadenza».
Lo Stato oggi è perfettamente in grado di far rispettare le leggi contro l’immigrazione clandestina e di catturare e deportare i clandestini che sono già qui. È anche perfettamente in grado di catturare e imprigionare o giustiziare assassini, stupratori e rapinatori che continuano a infestare le nostre strade e i nostri quartieri, così come è perfettamente in grado di catturare automobilisti che superano i limiti di velocità e che passano con il rosso.
La spiegazione conservatrice convenzionale di tali «fallimenti» da parte dello stato, come risultato di «debolezza di volontà» o qualcosa del genere, non fila. Lo Stato e coloro che lo controllano hanno chiaramente la volontà di far rispettare le leggi che desiderano far rispettare. Lo stato non «fallisce» nel far rispettare il resto; non ha alcuna intenzione di farle rispettare né alcun desiderio di farlo.
L’anarco-tirannia è del tutto deliberata, una trasformazione calcolata della funzione dello Stato da quella impegnata a proteggere la cittadinanza rispettosa della legge a uno stato che tratta il cittadino rispettoso della legge come, nel migliore dei casi, una patologia sociale e, nel peggiore, un nemico.
Dopo aver conquistato l’apparato statale, gli anarco-tiranni sono la vera classe egemonica nella società contemporanea, e la loro funzione è quella di formulare e costruire la nuova «cultura» del nuovo ordine che immaginano, una cultura che rifiuta come repressiva e patologica la cultura tradizionale e civiltà.
L’equivoco conservatore e l’errata caratterizzazione dell’anarco-tirannia come «decadente» o frutto di «debolezza di volontà» (o, in alternativa, di «relativismo» o «nichilismo»), infatti, non fa che mascherare e consolidare le reali finalità del sistema e funzioni.
Finché coloro che riconoscono che c’è qualcosa che non va nel sistema penseranno che si tratti solo di una sorta di problema tecnico – il risultato della corruzione, della tipica inefficienza burocratica, o della decadenza, etc. – allora penseranno che può essere «riparato» attraverso mezzi politici convenzionali. Basta cacciare i barboni ed eleggere un nuovo gruppo di buoni repubblicani onesti e conservatori del movimento che leggono la National Review, e tutto andrà bene. Faranno rispettare la legge e l’ordine e rafforzeranno la pattuglia di frontiera. Va tutto bene.
Certo, non va tutto bene, perché l’anarco-tirannia è il sistema stesso, non solo un problema nel sistema, e un motivo importante per cui è riuscita a trionfare e a chiudersi al potere è che dipende proprio dalla passività e dal conservatorismo instilla nella popolazione che governa.
La popolazione che sta schiavizzando non ha bisogno di resistere come i criminali violenti che gli anarco-tiranni si rifiutano di controllare, ma deve essere disposta ad agire come i cittadini della vera repubblica che l’anarco-tirannia ha sovvertito e spostato.
Solo se i servi della gleba sono disposti e in grado di assumersi i compiti e i doveri di governare se stessi piuttosto che semplicemente sopportare ciò che i loro padroni trasmettono loro, il gemellaggio tra anarchia e tirannia che l’attuale sistema impone comincerà a sgretolarsi.
«Chi vorrebbe essere libero», ha scritto Lord Byron, «lui stesso deve sferrare il colpo».
Sam Francis
Aprile 2005
Pensiero
Consacrazioni FSSPX, non «chi», ma «quanti»: il sogno di un fedele
Per il piccolo mondo antico tradizionista è di certo la notizia più clamorosa, ancorché attesa, che si possa immaginare: le nuove consacrazioni della Fraternità San Pio X sono la comunicazione che tanti – nel mondo, milioni – aspettavano, e da decadi.
Chi scrive è un fedele FSSPX, per cui addentro, anche felicemente, a questa vorticosa, irrinunciabile hype ecclesiastica. Nel giro lefebvrista ovviamente non si parla d’altro, e si è slatentizzata definitivamente la pratica del toto-vescovi, che veniva esercitata sottovoce negli scorsi anni, mentre ora è in ogni chiacchiera fuori dalle cappelle, ogni telefonata, e non voglio pensare cosa siano ora certi gruppi Whatsapp e Telegram, applicazioni da cui cerco di tenermi più alla larga possibile.
Sì, il toto-consacrazioni impazza, al punto che alla pratica possiamo dare pure il nome in lingua inglese («l’inglese è il greco moderno») di bishopping. Chiunque ora si dà alle gioie del bishopping, con bishoppatori di tutte le età, bishoppano le vecchie guardie che hanno conosciuto monsignor Lefebvre come i neoconvertiti, i giovani, quelli di passaggio – che, per fortuna non mancano mai: una realtà senza «portoghesi» è una realtà morta.
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Ebbene, con discrezione, senza esagerare, mi ci sono messo anche io. Ho sentito varie voci, tra fraternitologi e persone con ampie cognizioni della FSSPX, per verificare quello che penso, farmi un’idea, tracciare un’ipotesi più chiara. Ne sono uscito solo con una certezza: ho solo opinioni, congetture – e sogni. E forse vale la pena, per una volta, di concentrarsi su questi.
Con ordine: il primo fraternitologo che ho sentito ha, come tutti (come me), alzato le mani al cielo – non c’è modo di sapere nulla. Mi dice: dicono che non faranno un africano, anche se forse sarebbe il caso, e rimarrano in Europa. L’età sarà bassa, perché per fare il vescovo della Fraternità ci vuole un fisico bestiale, per resistere agli urti della chiesa moderna, cresimando bambini a quattro angoli del pianeta, dall’Alaska al Sudafrica, da Tokyo all’Amazzonia. Ne faranno, secondo lui, tre: cifra conservativa. Di lui mi fido sempre, ma qui?
E chi saranno i futuri prelati? Ecco che si fa qualche nome, questo qui che fa questo, quest’altro che fa quello.
Sento un’altra voce con profonda conoscenza della materia, che con profonda saggezza mi conferma che non c’è modo di sapere: lo sa solo chi ha deciso, cioè chi le nomine le ha fatte, e chi verrà consacrato (forse). Lui dice: non ne faranno più di quattro. Immagino che sia perché quattro è il numero di vescovi ordinati eroicamente nel 1988 dal fondatore. Ma può esserci certezza qui? No. Nemmeno della provenienza: ci sarà un francese, un americano… probabile, sì, ma in ultima analisi cosa ne sappiamo? Nessuna certezza!
Nel frattempo è arrivata Roma. «Proseguono i contatti tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede, la volontà è quella di evitare strappi o soluzioni unilaterali rispetto alle problematiche emerse» ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni. Ad occhio non sanno nulla neanche loro, anzi sanno meno di noi: con evidenza non hanno idea di cosa fare, mentre noi sì, pregare e tripudiare, baciare gli anelli, ricevere e tramandare, persistere, esistere – combattere sempre, perché militia est vita hominis super terram (Gb 7,1)
Non sappiamo nemmeno se la lettera ricevuta dal Vaticano, quella che da quel che dice il superiore generale don Davide Pagliarani avrebbe cagionato la decisione a procedere autonomamente con le consacrazioni, sarà pubblicata. Qualcuno bisbiglia: non è che la letterina sia venuta fuori di punto in bianco, stile bigliettini a scelta binaria con crocetta che circolano in classe a fine-elementari-inizio-medie: «Ti vuoi mettere con me? □ SI □ NO»
Immaginiamo il livello di difficoltà, con la Curia che può dire: «no… anzi sì, ma tra un po’… anzi no, anzi uno… uno nel 2028… anzi no… anzi sì, uno nel 2030, scelto da noi… anzi uno scelto da noi, da fuori della Fraternità». Roma locuta, causa infinita.
E cioè, tutto quello che non è stato fatto per i comunisti cinesi. Perché, rammentiamolo pure noi, la situazione è paradossalmente la medesima della Chiesa patriottica, il fac-simile della Chiesa Cattolica creato dal Partito Comunista Cinese, con cui Roma ha pensato bene di fare accordi – i famigerati, catastrofici, accordi sino-vaticani – ottenendone per premio la repressione più tremenda dalla chiesa sotterranea, la distruzione di chiese, il rapimento di seminaristi e sacerdoti, torture ai religiosi, insomma una tragedia immane, bagnata da ondate continue di sangue di martire.
Il Partito Comunista Cinese ha nominato e consacrato, tra i tanti degli ultimi mesi di scandalo, il vescovo di Shanghai – non solo quelli di province impronunciabili dell’entroterra sinico, ma il vertice della diocesi della seconda città più importante del Dragone. E cosa ha fatto il Sacro Palazzo? Nulla. Spallucce. Pazienza.
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Ma scusate, non ci sarebbe la questione della… scomunica? Massì, la scomunica latae sententiae per chi ordina vescovi illecitamente, ma validamente: un vescovo ordinato da un vescovo è un vescovo, anche se satanista. Latae sententiae significa che la pena canonica arriva senza giudizi, esce subito quando l’azione è compiuta. Cioè, la scomunica va considerata all’atto stesso: quindi anche i prelati comunisti cinesi, pur ratificati a posteriori, sono da considerarsi scomunicati?
Per il diritto canonico alla pena latae sententiae si contrappone la pena ferendae sententiae: in questo caso la scomunica c’è solo nel momento in cui viene pubblicamente dichiarata dal Sacro Palazzo, come nel recente caso di mons. Viganò.
E quindi, alla fine, tutto questo si risolve in una grande questione di PR? Il problema, per alcuni, non è tanto quello di incorrere in una scomunica automatica, ma quello che lo dica la Sala Stampa vaticana. Non abbiamo solo l’esempio cinese: con le ordinazioni di monsignor Williamson non pare ci sia stata alcuna comunicazione mediatica di scomunica – creiamo un ulteriore neologismo: «scomunicazione» – da parte di Roma. La scomunica c’è comunque, ma bisogna evitare – dicono certuni – la scomunicazione.
A questo punto del labirinto capisco che devo mollare il principio di realtà: non c’è modo di sapere niente di niente nemmeno qui. E allora, se non posso contare sui ragionamenti, posso solo parlare di quello che sogno. Io non sogno «chi», ma «quanti».
Sogno che la Fraternità non faccia uno, due, tre, quattro vescovi: sogno che ne facciano dieci, venti. Sogno che facciano tanti americani, un africano, un italiano, svizzeri, tedeschi, spagnoli, brasiliani, un (il…) giapponese, un polacco, e quanti francesi vogliono. Sogno che divengano vescovi anche quei tanti bravi preti ordinati da monsignor Lefebvre che in Italia, in Francia, in Germania hanno lavorato per la Fraternità rendendola questo monumento invincibile – una nomina «onoraria», se vogliamo, impossibile, mi dicono, ma vi sto parlando di sogni, non della realtà.
«Sarebbe come di quegli eserciti africani, in cui ci sono più generali che soldati» mi ha detto un santo sacerdote della FSSPX quando gli ho esternato, ancora un anno fa, la mia speranza di vedere consacrazioni a doppia cifra. Ha sicuramente ragione lui, tuttavia lo stesso sogno che faccio io mi è stato confessato, sulle scale di pietra di un millenario oratorio della Fraternità da un fedele pater familias, ad alta voce in lingua veneta: «i gà da farghene diese o venti – minimo!».
Si era subito dopo l’incidente che ferì monsignor Tissier portandolo poi all’agonia e alla morte. «’Sa ‘speteli» diceva il fedele, «cosa aspettano». Il popolo la pensa così. Vox populi vox Dei: bisogna ammettere che di fedeli spaventati dalle scomuniche non ne conosco nemmeno uno. Anzi c’è chi teorizza pure, e non senza saggezza: se non ci fosse stato Ratzinger a togliere le scomuniche nel 2009 il problema non si sarebbe mai posto.
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La realtà sarà certamente differente dai sogni dei fedeli. Mi sono riservato queste righe solo per significare per sempre che questi sogni esistono. E parlano di cose concretissime.
Perché il sogno vero è quello di vedere la vera Chiesa cattolica convincersi di essere non una minoranza numerica, ma una maggioranza spirituale – l’unica vera forza che deve riprendere Roma e il mondo, e da lì tornare ad irradiare all’umanità ferita il verbo del Dio della Vita, consegnando alle future generazioni quello che abbiamo, forse per poco, fatto in tempo a ricevere prima dell’estinzione, del messaggio e della vita umana stessa.
Sogno che la capsula del tempo che contiene la vera Chiesa di Cristo si apra, e ricostruisca su questo panorama di rovine romane che è sotto i nostri occhi e dentro le nostre anime.
Sì, sogno un esercito di vescovi per cui combattere, e se necessario morire, al fine di riconquistare la Terra a Cristo.
Non fatemene una colpa. E non pensate che sia solo: molti sono come me. E molti verranno dopo, lo sappiamo perché li stiamo allevando.
E quindi: lasciateci sognare. Lasciateci seminare, nei sogni e nelle parole, nello spirito e nella carne, per la Crociata salvifica di cui abbisogna il pianeta – e per i vescovi che essa merita.
Roberto Dal Bosco
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Immagine da FSSPX.News
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Pensiero
Caschi blu attaccati, carabinieri umiliati, cristiani uccisi: continua il privilegio di sangue di Israele
Riepiloghiamo: circa una settimana fa l’UNIFIL (la missione dei caschi blu ONU in Libano) ha accusato oggi le forze israeliane di aver lanciato una granata da un drone a circa 30 metri dai peacekeeper, durante un’operazione svolta ieri nel villaggio di Adeisse, nel sud del Libano vicino alla cosiddetta Blue Line. Fortunatamente, l’episodio non ha causato feriti.
«Ieri, i peacekeeper impegnati in un pattugliamento programmato nei pressi di Adeisse sono stati avvertiti dalla popolazione locale di un possibile pericolo all’interno di un’abitazione e hanno scoperto un ordigno esplosivo collegato a una corda detonante» scrive un comunicato UNIFIL riportato dal giornale italiano delle Nazioni Unite. «Le forze di pace hanno creato un cordone di sicurezza e si sono preparate a controllare un’altra abitazione. Poco dopo, un drone che si trovava in volo sulle loro teste ha sganciato una granata a circa 30 metri dalle forze di pace».
Poi, pochi giorni fa due carabinieri italiani che stavano facendo un sopralluogo in territorio palestinese per un evento diplomatico europeo vengono bloccati da un gruppo di coloni armati di mitra, e fatti inginocchiare. I giudei hanno quindi passato loro un cellulare: un uomo sconosciuto dall’altro capo della linea dice loro che se ne devono andare, perché quella è un’area militare interdetta. I due militari italiani quindi si rialzano e tornano al consolato di Gerusalemme.
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Siamo vicino a Ramallah, una zona controllata, in teoria, dall’Autorità Palestinese. Il COGAT (l’agenzia del Ministero della Difesa israeliano responsabile delle attività governative nei territori) nega che quella sia una zona sottoposta a controllo militare. Poi ecco che arriva la versione dell’IDF, l’esercito dello Stato degli ebrei: a far inginocchiare i nostri carabinieri non sarebbero stati coloni ma «un soldato riservista», il quale ora «è stato richiamato per dare chiarimenti». Questo soldato scambiato per colono, nella Cisgiordania preda delle mire dei coloni appoggiati da ministri del gabinetto Netanyahu come Bezalel Smotrich, «si è comportato secondo le procedure, ma non si è accorto subito della targa diplomatica».
Ora salta fuori che, per un buco nella legislazione italiana riguardo le responsabilità dei fatti accaduti ai nostri uomini in missione all’estero, i giudici italiani non interverranno a meno che non se ne incarichi direttamente il ministro della Giustizia Carlo Nordio.
Confessiamo di non sapere, peraltro, se vi sia una qualche conseguenza – giuridica, o anche solo politica – dell’attacco subito un anno fa dai soldati italiani UNIFIL, costretti a nascondersi in un bunker da un attacco israeliano. Sappiamo tuttavia che alcuni di essi poi hanno avuto problemi alla cute e allo stomaco. Sappiamo anche che Netanyahu stesso ha minacciato l’UNIFIL, due mesi fa si sono avuti attacchi alle truppe ONU nel Libano meridionale e due settimane fa i carri israeliani hanno bersagliato un’area vicina ai caschi blu spagnuoli in Libano. Chi legge Renovatio 21 sa che nessuno di questi è un caso isolato, e rammentiamo anche quando l’anno passato soldati dello Stato Ebraico spararono contro delegazioni di diplomatici stranieri.
Mica è finita. Leggiamo la notizia di un attacco ad una famiglia cristiana palestinese, sempre in Cisgiordania, nella periferia di Birzeit. La madre viene ferita gravemente dai coloni, ma le forze di sicurezza arrestano i figli della 62enne cristiana e non gli assalitori ebraici che hanno lanciavano pietre. «Mia madre è stata portata in ospedale e ricoverata nel reparto di terapia intensiva, dove è stata diagnosticata una frattura al cranio» ha detto uno dei figli al Middle East Eye.
Fra il 23 dicembre 2025 e il 5 gennaio 2026 l’Ufficio ONU per il Coordinamento degli Affari Umanitari (OCHA) ha documentato 44 attacchi dei coloni in Cisgiordania, che hanno causato danni alla proprietà e almeno 33 feriti fra i palestinesi, tra cui bambini. «La violenza ha anche contribuito allo sfollamento di circa 100 famiglie palestinesi, fuggite sotto minacce e intimidazioni» scrive AsiaNews. «Attivisti locali parlano di un “piano di pulizia etnica”contro i villaggi e le cittadine palestinesi». È noto che gli attacchi terroristi riguardano anche e soprattutto villaggi cristiani.
Per chiunque conosca il classico algoritmo delle notizie dalla Terra Santa, prima o dopo il 7 ottobre 2023, sa che qualsiasi versione, scusa, smentita, spiegazione verrà offerta non vale nemmeno il tempo dell’ascolto.
La questione dei coloni, il lettore di Renovatio 21 lo sa, è inevitabile, tra violenze continue, minacce e il fiancheggiamento sfacciato del governo più estremista della storia di Israele. Ricorderete il convegno eccezionale sulla colonizzazione di Gaza – quindi, figuratevi quanto è spudorata la hybris colonica per i territori della Cisgiordania – dove i coloni danzarono la loro orrenda musica tunza-tunza con sul palco il ministro Smotrich, il ministro Ben Gvir e altri vertici politici sionisti religiosi e non, uniti per il «Grande Israele».
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E quindi: violenza e umiliazione, nichilismo diplomatico, persecuzione anticristiana nell’«unica democrazia del Medio Oriente», il Paese «alleato» dell’Occidente democratico (anche se metà dei suoi cittadini parla russo…). Nihil novum sub solem, ci siamo abituati.
Semmai, ci chiediamo altro: fino a quando i nostri politici ce lo faranno accettare? Perché Giorgia Meloni dinanzi ai carabinieri in ginocchio sotto il mitra giudaico dice «inaccettabile» ma poi sembra che la cosa sia accettata: l’ambasciatore è ancora là? Sì, mica è come per Crans-Montana, dove il governo fa i capricci al punto da richiamare il proprio inviato ripromettendo di non mandarlo fino a che… fino a che non si capisce bene, ma immaginiamo sia solo il caso di trovare un capo espiatorio per il fatto di cronaca nera dell’anno, e saranno ovviamente i coniugi gestori, che la politica italiana vuole che paghino per il rogo di ragazzi che filmavano con il cellulare o che, salvi all’esterno, magari tornavano dentro proprio per il cellulare, o per altri motivi, trovando l’inferno.
Crans-Montana, li sì che vale la pena di fare un incidente diplomatico: altro che bombe sui nostri soldati, mitra addosso, e violenza sulle chiese cattoliche e fedeli. Per i potenti nella tragedia della discoteca elvetica è bello sguazzare: la responsabilità non ce l’ha qualcuno di forte, le accuse sono gratis, senza conseguenze. (Come è che si chiamano quelli che se la prendono con i deboli ma tacciono con i forti?)
È parte del grande privilegio israeliano: possono farne di ogni, e noi accettiamo tutto. Ci sono giornalisti, attivisti morti: è successo qualcosa? Oppure, senza andare troppo in là con la memoria, pensiamo all’unica chiesa cattolica di Gaza centrata dalle bombe dell’IDF– e qualcuno dice che, ad occhio e croce, miravano proprio alla croce sopra la facciata.
E, visto che parliamo del privilegio, perché non tornare un secondo sui 1,000 italiani – su 18.000 presenti nello Stato Giudaico – che attualmente sono nell’esercito israeliano? Lo aveva comunicato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, senza curarsi del cortocircuito cui andiamo incontro noi non privilegiati che sottostiamo al Codice Penale italiano e all’art. 244 C.P.: «chiunque, senza l’approvazione del Governo, fa arruolamenti o compie altri atti ostili contro uno Stato estero, in modo da esporre lo Stato italiano al pericolo di una guerra, è punito con la reclusione da sei a diciotto anni; se la guerra avviene, è punito con l’ergastolo».
Dobbiamo raccapezzarcene: e allora ecco che esaminiamo il disegno di legge a firma Francesco Cossiga (eccerto) depositato al Senato durante la XV legislatura nel 2006 – cioè, un anno dopo che era stata abolita la leva in Italia: «i cittadini italiani che siano iscritti all’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ancorché non siano anche cittadini dello Stato d’Israele, possono liberamente e senza autorizzazione delle autorità italiane prestare servizio militare anche volontario nelle forze di difesa ed anche servizio in altre amministrazioni dello Stato d’Israele» (DDL 730/2006, art.3).
Proprio un privilegio: una legge proprio per lo Stato degli ebrei, il suo esercito e i cittadini italiani (che immaginiamo essere, in questo caso, ebrei, come il loro etnostato). Immagine un nostro cittadino servire nell’esercito russo, nella Bundeswehr, nell’Esercito di Liberazione del Popolo, nelle forze egiziane, brasiliane, iraniane.
Confessiamo di non aver capito come funzioni questa cosa, ma non sappiamo se in Italia, dove per il magistrato vige l’obbligo di azione penale, qualcheduno si sia, anche prima di Cossiga, mosso per capirci qualcosa.
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Avanti così: del resto proprio ieri era la Giornata della Memoria, quella che ci ricorda con l’inesausta ripetizione della parola religiosa «Olocausto» (etimologicamente, ὅλος καυστός, «che è tutto bruciato») che dietro a tutto questo c’è una bella teologia, con un popolo intero che diviene agnello sacrificale globale, con buona pace dell’Agnello, quello vero, e quei pochi che ancora ci credono – a prezzo della persecuzione.
Nel frattempo, massacri e menzogne tutt’intorno a noi. E dai, chiudete un occhio, e anche se «l’incidente» riguarda i vostri concittadini, o i vostri fratelli nella Fede, fate finta di non sentire che un domani potrebber riguardare voi stessi.
L’Occidente ha voluto assegnare questo privilegio di sangue: ora ne accetti le conseguenze. Oppure cerchi nelle sue radici l’origine del cortocircuito dell’ora presente. Fidatevi: si trova tutto.
Roberto Dal Bosco
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Immagine di IDF Spokesperson’s Unit via Wikimedia pubblicata su licenza CC BY-SA 3.0
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