Spirito
«Siamo stati creati per la gloria»: omelia nella festa di Ognissanti di mons. Viganò
Renovatio 21 pubblica l’omelia nella festa di Ognissanti dell’arcivescovo Carlo Maria Viganò

Vos, purpurati martyres,
Vos candidati præmio
Confessionis, exsules
Vocate nos in patriam.
Rabano Mauro
Inno Placare, Christe
Dopo la solenne celebrazione della Regalità di Nostro Signore Gesù Cristo, nell’ultima Domenica di Ottobre, il primo Novembre è dedicato a coloro che con Cristo hanno combattuto il bonum certamen, meritando di trionfare con Lui nella vittoria sfolgorante sul demonio.
Il giorno seguente, 2 Novembre, viene ricordato un altro sterminato esercito di anime sante: quelle di coloro che il fuoco del Purgatorio purifica, come l’oro nel crogiuolo, per renderle degne di essere ammesse alla gloria della contemplazione della Maestà divina.
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Il Re, i Suoi più valorosi compagni d’arme, i Suoi soldati, e un’infinità di Santi sconosciuti. Profeti, Apostoli, Martiri, Confessori, Vergini e Vedove; Papi, Vescovi e Abati; Re e Sovrane. E la Regina di tutti costoro, la Condottiera delle Milizie, la Beatissima Semprevergine Maria. E le schiere angeliche: Serafini, Cherubini, Troni; Dominazioni, Virtù, Potestà; Principati, Arcangeli e Angeli. Miriadi di anime illuminate come un mistico firmamento dalla luce sfolgorante del Sol Justitiæ, Nostro Signore Gesù Cristo, Re e Pontefice.
Tibi omnes angeli,
tibi cœli et universae potestates:
tibi cherubim et seraphim,
incessabili voce proclamant:
Sanctus, Sanctus, Sanctus,
Dominus Deus Sabaoth.
Pleni sunt cœli et terra majestatis gloriæ tuæ.
Te gloriosus Apostolorum chorus,
te Prophetarum laudabilis numerus,
te Martyrum candidatus laudat exercitus.
A questo sterminato consesso di Santi manchiamo solo noi, che in questa valle di lacrime peregriniamo verso la Patria celeste che troppo spesso crediamo lontana.
Una Patria da cui siamo exsules, esuli cacciati dalla Giustizia divina in quanto figli di Adamo ed Eva, riammessi per Grazia alla presenza beatifica della Santissima Trinità grazie alla Redenzione del Nuovo Adamo e alla Corredenzione della Nuova Eva. Con noi abbiamo molti compagni di viaggio, altri ci hanno preceduti, altri li incontreremo per via.
I nostri genitori, una volta lasciata questa vita passeggera, continueranno a pregare per noi nell’eternità e li ritroveremo ad attenderci quando suonerà la nostra ora. I nostri figli, i nostri nipoti perderanno anche noi, un giorno, e benediremo la volta che abbiamo loro insegnato a recitare un De profundis, perché la loro preghiera allevierà le nostre sofferenze purificatrici e ci avvicinerà a quel locus refrigerii, lucis et pacis cui tanto aneliamo.
Anche noi pregheremo per loro, dal Purgatorio e dal Paradiso, affinché con l’aiuto della Grazia riescano ad espiare le loro colpe su questa terra, con la penitenza, il digiuno, la preghiera; con la Carità, che copre una moltitudine di peccati (1 Pt 4, 8). La Carità: l’unica Virtù che non verrà mai meno, perché consustanziale al Dio Uno e Trino. La Virtù il cui fuoco arde di un tale amore per Dio, da consumare le nostre infedeltà.
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Chi tra voi è ancora giovane, e pensa di aver dinanzi a sé ancora molto tempo prima del Giudizio particolare, forse non riesce a comprendere perché nelle persone più mature si renda via via più percepibile quella sorta di «nostalgia» per la gloria del Cielo che ci fa quasi desiderare la morte per prima raggiungere il Padre Celeste e i santi del Paradiso. Noi anziani sentiamo questo desiderium patriæ che ce la fa anelare più della luce del sole [Patria me major quam lucis sidera deerat, cfr. Ovidio, Tristia, I, 3].
Un desiderio che non ci viene dal ricordo di qualcosa che abbiamo lasciato – non essendo mai stati ammessi al Paradiso – quanto da quell’impronta che portiamo impressa nella nostra natura e che ci ricorda di essere opera della mano sapiente del Creatore, fatti a immagine e somiglianza della Santissima Trinità, trinitari anche noi nelle nostre facoltà – memoria, intelletto, volontà. La memoria del Padre, l’intelletto del Figlio, la volontà del Paraclito.
Potremmo dire che il ricordo ancestrale del Paradiso perduto si sia trasmesso, insieme alle conseguenze del peccato originale – la morte, la malattia, il dolore… – proprio come il figliuol prodigo prova nostalgia della casa del Padre, del quale ha dilapidato l’eredità. Quel richiamo struggente ci ricorda da dove veniamo, ma soprattutto ci indica la Patria a cui siamo destinati.
Il pellegrinaggio del popolo eletto nel deserto verso la Terra Promessa è figura del pellegrinaggio della Chiesa verso il ritorno nella gloria del proprio Capo, ma anche immagine del pellegrinaggio di ciascuno di noi verso la Nuova Gerusalemme.
Siamo stati creati per la gloria. Siamo stati voluti e quindi amati per essere partecipi della gloria del Dio Creatore, Redentore e Santificatore. Siamo stirpe di Re, figli ed eredi di Dio, coeredi di Cristo. E la nostra eredità inizia qui, cari fratelli. Inizia con la scala crucis che vediamo raffigurata in un’immagine medievale, in cui il Salvatore sale i pioli di una scala che conduce alla Croce. La nostra eredità eterna inizia con la volontaria accettazione della croce che la Provvidenza ci ha destinato, e che è l’unica che siamo in grado di portare, l’unica su cui possiamo serenamente salire, su cui possiamo con fiducia aprire le braccia.
La scala crucis è anche scala paradisi, perché nella sequela del Redentore questa via regia conduce dritto al cospetto della Maestà divina. Una suggestiva immagine di San Giovanni Climaco ci mostra le anime salire verso il Cielo, con gli Angeli che le accompagnano nella salita e i diavoli che cercano di trascinarle giù.
I Santi – quelli che veneriamo sui nostri altari, dei quali incensiamo le Reliquie, sulle spoglie dei quali celebriamo il Santo Sacrificio della Messa e che per noi intercedono in Cielo – non sono l’eccezione in una norma di mediocrità. Non è normale non essere santi. Vi furono epoche in cui la santità era tutt’uno con l’essere Cristiani, perché nella furia della persecuzione uomini e donne, giovani e anziani erano quotidianamente chiamati ad affrontare il Martirio. Molti lo subirono come catecumeni, ancor prima di essere ammessi al Battesimo. Portiamo i loro nomi proprio perché il loro esempio ci sproni ad imitarli sulla stessa via di santità. Professiamo la stessa Fede apostolica, celebriamo gli stessi Misteri, e continuiamo ad avere gli stessi nemici: il mondo, la carne, il diavolo.
Un Cattolico che non vuole essere santo, che non desidera il Paradiso, che non anela a Dio – sicut cervus ad fontes aquarum – e che non sente questa «nostalgia» del Vero e del Bene, non ha capito nulla della nostra santa Religione, né tantomeno del miracolo di infinita Carità che ha spinto la Seconda Persona della Santissima Trinità ad incarnarSi e a patire per noi, senz’altra motivazione se non l’amore divino nei nostri riguardi e la gloria della Trinità stessa. Perché essere santi è un dovere di ciascuno di noi, in obbedienza al precetto: Siate santi come Dio è santo (Lv 19,2; 1Pt 1,16); ma se solo ci lasciamo conquistare da Nostro Signore la santità non è più un obbligo, ma la necessaria, spontanea e riconoscente risposta alla chiamata del Re, sotto i vessilli del Quale è un onore militare.
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I Santi sono coloro che hanno acclamato e continuano ad acclamare: Regnare Christum volumus! contro il grido blasfemo della scelesta turba. Sono coloro che fanno regnare il loro Signore anzitutto nella propria anima, rendendola degna dimora della Santissima Trinità mediante la vita della Grazia e l’unione con Dio. Sono coloro che nell’umiltà si lasciano guidare dalla mano sapiente del Signore, docili come una penna tra le Sue dita, perché sia chiaro che l’opera che ne esce è interamente divina. Quoniam tu solus Sanctus.
A noi esuli è però concesso uno spiraglio di Paradiso, su questa terra. Uno spiraglio della gloria della Maestà divina che anticipa ciò che ci attende e che rende disponibili le Grazie soprannaturali per affrontare il viaggio fino alla meta finale. Questo angolo di Paradiso lo troviamo nelle nostre chiese, nei nostri Tabernacoli, attorno a ciascuno dei quali si raccolgono adoranti tutti gli Angeli.
Lo troviamo nella Santa Messa, quando il sacerdote fa scendere dal Cielo il Re dei Re, ripetendo in forma incruenta il Sacrificio della Croce. E in questo Paradiso in terra, delimitato dalle colonne e dalle volte di una chiesa come dalle travi di un granaio, noi possiamo comunicarci al Corpo e Sangue di Cristo, presente in Corpo, Sangue, Anima e Divinità esattamente come Egli siede sul Trono dell’Agnello nella gloria del Cielo.
Te per orbem terrarum
sancta confitetur Ecclesia,
Patrem immensæ maiestatis;
venerandum tuum verum et unicum Filium;
Sanctum quoque Paraclitum Spiritum.
Forse è proprio dalla sacralità della Messa, dalla solennità dei gesti arcani, dalla profondità dei testi liturgici, dal torrente impetuoso di Grazie che il Santo Sacrificio riversa su di noi, che ci viene quella «nostalgia» per il Cielo, per la presenza dei nostri cari, per la luce della Verità somma, per il calore della perfetta Carità, per la gloria di Dio e dei Suoi Santi. Tu rex gloriæ, Christe. Cum sanctis tuis in æternum, quia pius es.
E così sia.
+ Carlo Maria Viganò
Arcivescovo
1 Novembre MMXXV
In festo Omnium Sanctorum
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Immagine: Fra Angelico (circa 1395–1455), Giudizio finale (circa 1450), Gemäldegalerie, Berlino
Immagine di Dosseman via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Spirito
Suor Maria Michele, prima suora della FSSPX: 50 anni di professione
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«Vostra Eccellenza, posso entrare nel convento delle vostre suore?»
Nei primi anni Settanta, Janine Ward, una giovane donna australiana di Melbourne, desiderava dedicarsi a Dio. Rivolse quindi una richiesta piuttosto insolita all’arcivescovo Marcel Lefebvre: «Eccellenza, potrei entrare a far parte delle vostre Suore?». La difficoltà era che non c’erano ancora suore. «Esisteva già nella mia mente», avrebbe poi affermato l’arcivescovo Lefebvre a proposito di questa futura congregazione. Esisteva già in embrione negli statuti della Fraternità Sacerdotale, che prevedevano l’affiliazione delle suore quando la Provvidenza le avesse chiamate. Nell’ottobre del 1972, il fondatore annunciò quindi ai suoi amici e benefattori la sua «speranza di fondare presto un noviziato della Fraternità delle Suore Ausiliarie del Sacerdozio». La richiesta di Janine Ward avrebbe contribuito a portare a compimento questo progetto. Nell’autunno del 1973, le prime due postulanti furono affidate a Madre Marie-Gabriel, sorella dell’arcivescovo Lefebvre e suora missionaria dello Spirito Santo. Aveva accettato, non senza esitazione, di aiutare il fratello a formare la nuova comunità religiosa. Il 2 ottobre 1973, Janine Ward arrivò a Écône dopo aver attraversato il mondo dall’Australia. Fu la prima postulante. Quattro giorni dopo, una giovane donna americana la raggiunse. Insieme a Madre Marie-Gabriel, sorella dell’arcivescovo Lefebvre, queste due giovani donne formarono, secondo le parole di quest’ultima, il ramo femminile della Fraternità Sacerdotale San Pio X. Su richiesta dell’arcivescovo Lefebvre, i due postulanti furono accolti dalle suore domenicane dello Spirito Santo. Prima ancora di poter iniziare la loro formazione religiosa vera e propria, dovettero imparare il francese. L’anno seguente, altre quattro giovani donne, provenienti dagli Stati Uniti, dalla Spagna e dalla Francia, entrarono a far parte del convento di Écône. Il 22 settembre 1974, Janine Ward ricevette l’abito religioso e divenne Suor Maria Michele. Il giorno seguente, il piccolo noviziato lasciò Écône per Albano, vicino a Roma. Questa casa, destinata in seguito ad ospitare seminaristi, avrebbe accolto i primi passi delle suore per tre anni. Il loro arrivo iniziò in modo significativo con un pellegrinaggio a Roma. Presso le tombe di San Pietro e San Pio X, sotto la protezione della Madonna della Compassione, le prime suore si recarono per implorare la benedizione di Dio sulla loro opera e per dimostrare la loro devozione alla Sede di Pietro. Fu ad Albano che, due anni dopo, il 29 settembre 1976, Suor Maria Michele pronunciò i suoi primi voti di povertà, castità e obbedienza. Divenne così la prima suora professa della Società di San Pio X. È proprio questo impegno, preso cinquant’anni fa, che ha appena commemorato nel suo Paese natale.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
«Offrirsi con la Vittima divina»
L’arcivescovo Lefebvre desiderava dare alle suore una vocazione propria, intimamente legata al sacrificio della Messa e al sacerdozio. Nelle prime bozze del loro statuto, egli ne riassunse lo spirito con queste parole: «come la Madre di Gesù partecipò, attraverso la sua Compassione, all’opera sacerdotale di Gesù che morì sulla croce per la redenzione delle anime, così le Suore della Società di San Pio X avranno una devozione speciale al sacrificio della Messa e alla Vittima Eucaristica». Il loro scopo primario è dunque quello di «offrirsi con la Divina Vittima a immagine e seguendo l’esempio della Madonna della Compassione». L’arcivescovo Lefebvre ha sottolineato questo punto: «Il fine spirituale è quello principale, è ciò che conta; il resto è solo un mezzo». Oltre alla vita interiore, le Suore hanno una missione apostolica: «facilitare e completare l’apostolato sacerdotale». Assistono quindi i sacerdoti attraverso compiti spesso discreti nei priorati, nei seminari e nelle case della Fraternità, ma anche attraverso l’insegnamento, il catechismo e diverse opere di carità. Questa unione di contemplazione e azione è al centro del pensiero del fondatore. L’adorazione eucaristica, in particolare, deve occupare un posto speciale nella loro vita religiosa. «Conto molto», scrisse loro, «sulla vostra ora di adorazione per la santificazione della Fraternità». Dopo gli inizi ad Albano, il noviziato fu istituito nel 1978 a Saint-Michel-en-Brenne, in Francia. Successivamente, altri noviziati furono aperti negli Stati Uniti, in Argentina e in Germania, mentre le comunità di suore si diffusero nelle varie opere della Fraternità in tutto il mondo. Cinquant’anni dopo i primi voti di Suor Maria Michele, l’opera, nata nella grande semplicità, si è diffusa ampiamente. Nell’aprile del 2026, le Suore della Fraternità contavano 226 suore professe e 20 novizie, presenti in molti Paesi. Uno sviluppo che le due giovani postulanti riunite attorno a Madre Marie-Gabriel nell’autunno del 1973 difficilmente avrebbero potuto prevedere!

avec Mère Marie Gabriel, et Sr. Marie Agnès

à la droite de Mgr Lefebvre Sr. Marie Michel, Abbé Hogan sur la gauche en fond
Articolo previamente apparso su FSSPX.News
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Spirito
Il fondatore dell’Istituto del Verbo Incarnato avrebbe abusato dei seminaristi
La Santa Sede ha confermato questa settimana che il fondatore, oggi scomparso, dell’Istituto del Verbo Incarnato (IVE), la cui opera era appoggiata dall’allora cardinale Theodore McCarrick, si è reso colpevole «di atti che costituiscono un reato contro il sesto comandamento, commessi con violenza contro più persone». Lo riporta LifeSite.
Secondo una dichiarazione del Vaticano, i tribunali ecclesiastici «hanno raggiunto la certezza morale circa la responsabilità di padre Carlos Miguel Buela», fondatore sia dell’IVE sia della sua controparte femminile, le Serve del Signore e della Vergine di Matará (SSVM).
Padre Carlos Miguel Buela, sacerdote argentino morto nel 2023, era da tempo sospettato di abusi sessuali su seminaristi. Secondo Rome Reports, le prime accuse contro il fondatore risalgono agli anni Novanta. Il Vaticano lo rimosse dalla guida nel 2010, e la prima condanna è del 2021.
Nel 2020 un’inchiesta del Washington Post aveva rivelato che, dal 2004 al 2017, l’allora cardinale McCarrick inviò all’IVE decine di assegni, alcuni da 50.000 dollari, prelevati da un conto dell’arcidiocesi di Washington sotto il suo controllo.
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«Durante quegli anni, Carlos Buela, che ha fondato il gruppo decenni fa in Argentina, ha ripetutamente sfidato le sanzioni vaticane per presunti abusi sessuali su seminaristi, secondo un ordine vaticano riservato», ha riportato il WaPo, aggiungendo che «il gruppo ha ‘sistematicamente ostacolato’ gli sforzi del Vaticano per supervisionare le sue attività».
Un’indagine del WaPo ha inoltre mostrato che i legami finanziari e personali tra McCarrick e il gruppo di Buela «erano molto più estesi di quanto si pensasse in precedenza». L’inchiesta ha messo in luce «un flusso di denaro del tutto insolito da un leader religioso accusato a un gruppo guidato da un altro».
La dichiarazione del Vaticano precisa che il suo «chiarimento ha lo scopo di contribuire a ristabilire la verità, come atto di giustizia verso coloro che hanno subito un danno a causa della condotta del sacerdote Carlos Miguel Buela, nonché di garantire che i membri di entrambi gli Istituti siano debitamente informati e di sostenere il processo di riesame del carisma e di revisione, rinnovamento e purificazione della spiritualità, della formazione e dell’apostolato propri di ciascun Istituto, distinguendo tra il dono dello Spirito elargito per l’edificazione della Chiesa e i limiti o la condotta personale del Fondatore».
Buela fondò l’Istituto del Verbo Incarnato a Mendoza, in Argentina, nel 1984. Da allora l’IVE e l’SSVM si sono diffusi in 45 Paesi di cinque continenti.
Nel 1987 l’Istituto aprì la prima missione in Perù. Nel 1989 la presenza si estese negli Stati Uniti, a New York. Pochi giorni dopo alcuni sacerdoti giunsero a Roma per perfezionare gli studi. Sempre nel 1987 fu fondato ufficialmente il seminario minore. Nel 1988 nacquero il noviziato maschile, il ramo femminile e il ramo contemplativo maschile. Quello stesso anno si svolse il primo Capitolo generale.
Nel 1992 l’Istituto aprì case proprie in Russia e in Israele, nel 1993 a Taiwan e nel 1994 in Ucraina. Nel 1994 approvò in via definitiva i propri statuti. Gli anni tra il 1995 e il 2001 furono segnati dal succedersi di tre commissari pontifici, che guidarono l’Istituto sospendendone il governo. Ciononostante la Santa Sede gli affidò una missione in Tagikistan.
La Santa Sede stabilì che la casa generale dovesse trasferirsi nella diocesi di Velletri-Segni e che si formasse un governo provvisorio, con il compito di convocare un capitolo generale, che si tenne nel 2001. Nel 2004 l’Istituto fu riconosciuto come istituto religioso di diritto diocesano, ossia riconosciuto dalla Chiesa locale, ma non ancora dalla Santa Sede.
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Immagine screenshot da YouTube
Spirito
Lo «spirito di Assisi» riaffermato a Metz, quarto giorno di Leone XIV in Francia
Gli studenti accolgono il papa
Arrivato da Lourdes in mattinata, papa Leone XIV è stato accolto all’aeroporto di Metz-Nancy-Lorena da una ventina di studenti della scuola privata Marcel Van di Argancy. I bambini avevano preparato una canzone, dei disegni e alcuni doni. Il papa si è preso del tempo per ascoltarli e salutarli individualmente prima di benedire gli studenti inginocchiati. Questo incontro ha aggiunto un tocco personale a una giornata in gran parte dedicata agli affari europei. La scelta di Metz è dovuta in gran parte a Robert Schuman e alla storia di una regione segnata dalle guerre franco-prussiane. Il cardinale Jean-Marc Aveline ha riferito che, tra le città prese in considerazione, Leone XIV aveva scelto Metz «per via dell’Europa».L’Appello di Metz, nello spirito di Assisi
Presso il Centro Congressi Robert Schuman, papa Leone XIV ha incontrato i membri della Conferenza dei Capi Religiosi di Francia (CRCF), che dal 2010 riunisce leader cattolici, protestanti, ortodossi, ebrei, musulmani e buddisti. Sette rappresentanti hanno letto l’«Appello di Metz», redatto da questi leader religiosi. Il testo è stato poi firmato, alla presenza del papa, dal Cardinale Jean-Marc Aveline; dal Pastore Christian Krieger; dal Vescovo Dimitrios; da Haïm Korsia, Rabbino Capo di Francia; da Antony Boussemart, copresidente dell’Unione Buddista di Francia; e da Chems-Eddine Hafiz, rettore della Grande Moschea di Parigi. Il Cardinale Aveline lo ha consegnato a due giovani. Il documento fa esplicito riferimento all’incontro organizzato da Giovanni Paolo II ad Assisi il 27 ottobre 1986. Su invito del papa, i rappresentanti delle diverse religioni del mondo si riunirono lì per una giornata di digiuno e preghiera per la pace. I gruppi non religiosi pregarono secondo i propri riti, molti utilizzando a tale scopo chiese cattoliche o strutture ecclesiastiche. Tutti si riunirono poi davanti alla Basilica di San Francesco, dove i loro rappresentanti offrirono a turno preghiere alla presenza degli altri. Questa giornata senza precedenti diede origine a quello che sarebbe stato definito lo «spirito di Assisi». L’arcivescovo Marcel Lefebvre e l’arcivescovo Antonio de Castro Mayer denunciarono ben più di una semplice ambiguità. Nella loro dichiarazione del 2 dicembre 1986, descrissero Assisi come «il culmine di questa rottura con il precedente magistero della Chiesa» e condannarono un peccato pubblico contro l’unità di Dio, del Verbo Incarnato e della sua Chiesa: «Giovanni Paolo II che incoraggia le false religioni a pregare i loro falsi dèi: uno scandalo incommensurabile e senza precedenti». Invocarono il rinnovamento della Chiesa attraverso la «fedeltà integrale alla Tradizione».Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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Difendere la vita «fino alla fine»
Il papa ha proseguito sul tema della protezione della vita. Dopo aver collocato la fecondità delle tradizioni religiose al servizio della pace e della fraternità, l’ha collegata alla loro capacità di proteggere le persone vulnerabili: «La grandezza di una civiltà non si misura dalle sue conquiste materiali, ma dal modo in cui circonda, protegge ed eleva la persona umana. Le religioni sono custodi della vita: ne affermano il valore sacro». Questa preoccupazione deve tradursi in azioni concrete: «Servire la vita significa circondarla di cura, presenza e tenerezza, specialmente nei momenti di difficoltà, fino alla fine». Questo monito riecheggiava gli interventi del Palazzo dell’Eliseo e di Lourdes contro la morte programmata. Accompagnare i malati fino alla fine della loro vita, anziché porvi fine con il pretesto della compassione, rimane uno dei temi più duraturi del cammino. Leone XIV ha affidato inoltre a coloro che sono «aperti alla trascendenza» la missione di offrire solidi punti di riferimento, in particolare ai giovani, per costruire una comunione che rispetti la dignità umana. In conclusione, ha citato la sua enciclica Magnifica Humanitas: «la Chiesa considera compagni di viaggio tutti coloro che cercano sinceramente la verità, la bontà e la bellezza». Ha ringraziato i rappresentanti religiosi per la loro presenza, e chiesto a Dio di insegnare loro a vivere sempre più pienamente come suoi figli e come suoi fratelli e sorelle, invitandoli a diventare, ovunque vivano, artefici di pace e testimoni di speranza. Il suo discorso si è concluso con una benedizione.Iscriviti al canale Telegram ![]()
Un’Europa cristiana… ma non confessionale
L’incontro successivo, «Alle radici dell’Europa per la pace e l’unità», ha riunito, tra gli altri, Emmanuel Macron, il Principe Alberto II di Monaco, il Granduca Guglielmo di Lussemburgo e diversi leader europei. Leone XIV ha reso omaggio a Robert Schuman, i cui sforzi per la riconciliazione franco-tedesca si espressero nella dichiarazione del 9 maggio 1950. Ha poi offerto una prospettiva storica sull’Europa, una realtà culturale prima ancora che geografica: l’eredità greca e romana, la diffusione del cristianesimo, l’integrazione dei popoli germanici e slavi e gli incontri con altre civiltà. San Benedetto ha occupato un posto speciale. Il papa ha parlato dell’immensa opera dei monaci a favore dei poveri, dei malati e degli anziani, nonché del loro ruolo nell’istruzione, negli ospedali, nella scienza, nell’architettura, nel diritto e nell’organizzazione delle città: «Senza questo fondamento monastico, la civiltà europea, come la conosciamo, non esisterebbe». Parlando più nello specifico di storia locale, ha ricordato San Crodegango di Metz e la diffusione del canto gregoriano nei territori carolingi. In questo scenario, il Cristianesimo appare come una forza capace di plasmare i popoli, le loro istituzioni e la loro cultura. Leone XIV ha anche citato Schumann sull’uguaglianza di natura dell’umanità, redenta dallo stesso Cristo, sulla dignità del lavoro e sulla legge universale della carità. Alcide de Gasperi gli ha permesso di evocare un patrimonio europeo condiviso, nutrito dalla fraternità evangelica, dalla legge, dalla bellezza, dalla verità e dalla giustizia. Questi richiami sono preziosi in un continente che sta plasmando il proprio futuro dimenticando ciò che deve alla Chiesa. Il papa ha però subito chiarito che il riferimento al Cristianesimo non era un «criterio confessionale esclusivo»: doveva semplicemente riconoscere l’apertura alla trascendenza come dimensione della persona umana e fonte di civiltà. Ciò che ha costruito il Cristianesimo, tuttavia, non è stata un’indeterminata aspirazione religiosa, bensì la fede in Gesù Cristo, la grazia conferita dai sacramenti e l’azione della sua Chiesa. Ridurre questa eredità a una mera apertura al trascendente significa cancellare ciò che l’ha resa così feconda.
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Radici cristiane senza una società cristiana?
Leone XIV ha proseguito invocando l’articolo 17 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea e il dialogo tra le istituzioni e le Chiese. Ha collegato esplicitamente la laicità al carattere aconfessionale delle istituzioni civili, auspicando al contempo un’autentica collaborazione e il rispetto della libertà di organizzazione, espressione e culto delle comunità religiose. Ha citato poi i valori proclamati dal Trattato sull’Unione europea: i diritti umani, la libertà, la democrazia, l’uguaglianza e lo Stato di diritto. In questo risiede una delle obiezioni fondamentali della Fraternità San Pio X alla libertà religiosa conciliare riaffermata da Leone XIV e alle illusioni che essa alimenta. I doveri religiosi delle società non si esauriscono nella tutela della libertà dei credenti, poiché Gesù Cristo ha diritti sia sulle nazioni che sugli individui. La distinzione tra potere spirituale e potere temporale non autorizza lo Stato a considerarsi indipendente da Dio e dalla religione da Lui rivelata. La dottrina tradizionale riconosce che le circostanze possono rendere necessaria la tolleranza di falsi culti per evitare un male maggiore, ma tale tolleranza non diventa per questo un principio di indifferenza religiosa da parte delle autorità pubbliche. Riconoscere le radici cristiane è quindi insufficiente se ci si rifiuta di trarne le conseguenze per l’ordine sociale. Analogamente, la riconciliazione tra i popoli d’Europa merita di essere sostenuta anche senza l’approvazione di principio dell’attuale assetto dell’Unione Europea. La cooperazione internazionale deve servire il bene comune delle nazioni e rimanere soggetta alla legge morale, cosa che non sempre accade all’interno delle istituzioni europee. Né i processi democratici né i trattati possono rendere giuste le decisioni contrarie a questa legge: Leone XIV stesso ce lo aveva appena ricordato a proposito dell’eutanasia.
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Immigrazione: l’accoglienza come principio guida
In tema di immigrazione, Leone XIV ha descritto una nuova fase della storia europea, caratterizzata dall’arrivo di persone in fuga da guerre, persecuzioni o povertà. Ha auspicato percorsi legali e sicuri, assistenza alle persone in pericolo, la lotta contro i trafficanti, la protezione delle vittime e autentici processi di accoglienza e integrazione. Ha menzionato inoltre politiche che consentano a tutti di vivere con dignità nel proprio Paese. «Accogliere una persona significa integrarla come nella propria famiglia, offrendole l’opportunità di sviluppare i propri talenti, le proprie capacità e la propria sensibilità, ma anche di entrare nello spirito della casa», ha specificato. Questa esigenza di integrazione aggiunge una riserva alla mera logica dell’accoglienza, ma Leone XIV la inquadra nella prospettiva di un «incontro senza precedenti tra popoli e culture», auspicando una «riscoperta creativa delle nostre radici» e un «ascolto attento dell’altro». Il fenomeno migratorio viene quindi presentato principalmente come un’opportunità di incontro, senza esaminare gli sconvolgimenti che la sua portata può imporre alle nazioni europee. Il dovere di aiutare una persona in difficoltà non è sufficiente a giustificare una politica di insediamento permanente, tanto meno a rendere l’immigrazione di massa un bene in sé. La carità non può essere separata dalla giustizia, dalla prudenza e dall’ordine dei doveri. Chi detiene il potere è responsabile di un popolo specifico, di cui deve preservare la sicurezza, la coesione e il patrimonio materiale e spirituale. Le nazioni non sono popolazioni interscambiabili, né le loro patrie sono semplicemente spazi disponibili. L’universalità della Chiesa non richiede la cancellazione dei popoli: li chiama ad accogliere la stessa fede senza abolire le loro legittime appartenenze. La possibilità di vivere con dignità nella propria terra, che Leone XIV ha giustamente menzionato, meritava un ruolo ben più centrale. Aiutare i popoli a superare la guerra, la povertà e la corruzione contribuisce al loro benessere in modo più profondo che considerare la loro partenza come l’orizzonte del loro futuro. Lo sradicamento rimane una prova da prevenire o alleviare, non uno strumento di fraternità universale a costo dello sconvolgimento delle nazioni.
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La pace di fronte all’«illusione del riarmo»
La guerra ha occupato un posto significativo nel discorso. Senza nominare direttamente l’Ucraina, Leone XIV ha deplorato il ritorno in Europa di un «massacro insensato», per poi invocare un dialogo paziente, il coraggio di negoziare e la disponibilità a sacrificare alcune posizioni in nome della pace. Ha respinto un «ingenuo irenismo», mettendo in guardia contro «l’illusione del riarmo». Ha sottolineato inoltre la fedeltà alla parola data, il rispetto degli impegni internazionali e la lotta contro le menzogne tra gli Stati, presentando il multilateralismo come rimedio alla volontà di dominio. Questi chiarimenti ci impediscono di ridurre il suo messaggio a un pacifismo che mira a porre fine ai combattimenti a qualsiasi costo. È tuttavia importante ricordare che la pace non consiste unicamente nell’assenza di guerra: presuppone un ordine giusto. La dottrina cattolica tradizionale non esclude la possibilità di una guerra giusta, in particolare quando si tratta di difendere un popolo dall’aggressione, alle condizioni determinate dalla legge morale. Il negoziato può condurre alla pace; non può però giustificare l’abbandono delle vittime alla legge del più forte. Il discorso si è concluso con un’esortazione ai giovani a costruire la pace, a rifiutare la violenza, ad assumersi le proprie responsabilità e a impegnarsi per il bene comune, anche in politica. Leone XIV ha chiesto loro di non aver paura di formare una famiglia o di mettere al mondo dei figli, e di difendere la vita umana dal primo all’ultimo respiro.Iscriviti al canale Telegram ![]()
Nella Cattedrale di Saint-Étienne, dal deserto alla Città di Dio
Nel pomeriggio, il papa ha celebrato la Messa per la pace e la giustizia nella Cattedrale di Saint-Étienne. Era presente anche Emmanuel Macron, che inizialmente aveva programmato di non partecipare ad alcuna Messa durante il suo viaggio. L’omelia si è basata su tre immagini tratte dal libro di Isaia: il deserto, il giardino e la casa. Il deserto rappresentava l’essenziale e il silenzioso, associato alla legge che conduce alla bontà, alla semplicità, alla rinuncia e al sacrificio. Il giardino rappresentava la bellezza di una vita che fiorisce secondo il disegno di Dio. Infine, la casa evocava la pace, dono divino che richiede impegno comunitario e carità. Commentando il Discorso della Montagna, il papa ha contrapposto il perdono, la misericordia e la magnanimità alla logica della vendetta. Chi cerca vendetta non è necessariamente più forte di chi perdona, così come chi rompe una relazione non è necessariamente più forte di chi accetta lo sforzo della riconciliazione. La storia di Metz e della regione della Mosella, profondamente segnata dalle due guerre mondiali, ha illustrato il coraggio necessario per spezzare la catena del risentimento. Le ferite profonde rendono difficile questo sforzo; non rendono fruttuosa la vendetta. Citando Sant’Agostino, Leone XIV ha evocato la pace della Città Celeste, dove le persone godono di Dio e, in Lui, gli uni degli altri. Questa prospettiva soprannaturale si contrappone a quella dell’incontro interreligioso mattutino, fondato su una fraternità naturalistica comune alle diverse religioni.Sostieni Renovatio 21
Chagall e l’«armonia delle differenze»
Il papa ha ricordato i principi trasmessi dall’eredità cristiana: la sacralità della vita, l’importanza primaria della famiglia, la cura dei poveri, l’accoglienza dello straniero e il rispetto per gli anziani. Ha menzionato l’opera monastica e San Crodegango, invitando i fedeli a tramandare questa eredità. Con i suoi 6.500 metri quadrati di vetrate, la cattedrale, «lanterna del buon Dio», gli ha offerto l’immagine conclusiva della sua omelia: una vera e propria Biblia pauperum, una Bibbia per immagini che alimenta la preghiera e la meditazione. Ma Leone XIV ha presentato anche le vetrate di Marc Chagall, pittore ebreo che lavorò sia per edifici cattolici che protestanti, come un «straordinario simbolo ecumenico e di dialogo interreligioso». Ha interpretato questa diversità come un mosaico di pace, prima di affermare che il futuro dell’Europa risiede nell’«armonia delle differenze». La diversità di popoli, culture ed espressioni artistiche può arricchire una singola civiltà. Lo stesso non si può dire delle religioni: le loro contraddizioni riguardo a Dio, a Gesù Cristo e alla salvezza non possono creare un’«armonia delle differenze». Il valore artistico di un’opera, a prescindere dalla religione del suo creatore, non può rendere una cattedrale una testimonianza della legittimità del pluralismo religioso. Leone XIV ha ricordato poi a tutti che le strutture della Chiesa hanno significato solo se contribuiscono a portare la luce del Vangelo nel mondo. Ha affidato Metz alla Madonna e ai santi patroni della diocesi, esprimendo la speranza che questa comunità rimanga un «faro di speranza» per la Francia, l’Europa e il mondo. Al termine della Messa, ultimo evento pubblico del viaggio, ha ringraziato le autorità civili, i vescovi, i sacerdoti, i consacrati, i fedeli e i volontari che avevano organizzato le quattro giornate.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
In aereo, diversi chiarimenti
Durante il volo Metz-Roma, Leone XIV ha ricordato in particolare due episodi: l’entusiasmo dei giovani allo Stade de France e le grazie ricevute a Lourdes dagli ammalati. Ha parlato di giorni pieni di benedizioni, quasi di miracoli, e della presenza di Dio che toccava i cuori. Interrogato sulle vittime di abusi incontrate a Lourdes, ha chiarito la sua posizione sulla presunta natura «sistemica» del fenomeno. Pur non negando che alcune organizzazioni possano aver agito in modo abusivo, si è rifiutato di usare questa etichetta indiscriminatamente. Ha sottolineato che l’abuso è innanzitutto un problema umano e che, all’interno della Chiesa, può colpire le vittime anche nella loro fede. Questa distinzione è importante. I crimini dei membri della Chiesa e le mancanze di coloro che ricoprono posizioni di autorità devono essere riconosciuti e puniti; non possono essere attribuiti alla santità della Chiesa, alla sua dottrina o ai suoi sacramenti. Sul tema della laicità, il papa ha difeso i suoi interventi contro l’eutanasia: insegnare la legge morale e applicare il Vangelo alla vita umana non significa impegnarsi in una competizione partitica. Ha affermato di essere venuto a predicare Gesù Cristo, «la via, la verità e la vita», piuttosto che a interferire nella politica francese. Ha inoltre affrontato la crisi abitativa, ha auspicato negoziati tra Russia e Ucraina, ha denunciato i profitti dell’industria bellica e ha condannato le minacce nucleari. Riguardo all’intelligenza artificiale, ha esortato a prendere sul serio i rischi evidenziati dagli esperti e ha menzionato la commissione vaticana istituita per studiarne usi, benefici e pericoli. L’ultima domanda, riguardante la Germania, era di natura più prettamente politica. Questa domanda è giunta dopo gli spettacolari successi elettorali dell’AfD: a settembre, il partito aveva appena vinto due elezioni regionali, con il 43,8% in Sassonia-Anhalt e poi con il 38,2% nel Meclemburgo-Pomerania Anteriore, ottenendo anche significativi progressi a Berlino. Senza nominarlo esplicitamente, ma con un’allusione trasparente, il giornalista ha collegato l’ascesa di movimenti definiti estremisti al declino religioso della Germania e alla messa in discussione del consenso europeo. Leone XIV ha ritenuto opportuno studiare il legame tra questi fenomeni. Ha osservato che l’estrema destra tedesca si sta frammentando, e «un gruppo in particolare», a suo avviso, sta diventando «ancora più estremista» degli altri. Ha poi menzionato l’associazione di alcune di queste posizioni con «una particolare forma di religione» che, secondo lui come secondo i leader cattolici e protestanti tedeschi, «non costituisce un’autentica espressione del cristianesimo». Il papa ha contrapposto questi movimenti ai valori evangelici di comprensione, compassione e accompagnamento, in contrapposizione a «odio» e «divisione». La risposta riecheggia una retorica ormai familiare nel discorso ecclesiastico e politico europeo: apertura e accompagnamento vengono facilmente identificati con le esigenze del Vangelo, mentre le reazioni basate sull’identità o sul nazionalismo sono sospettate di paura, isolazionismo o divisione. Ma questa interpretazione moralistica ignora in gran parte le realtà che spiegano l’ascesa di questi movimenti: immigrazione di massa, insicurezza, sconvolgimenti culturali e rifiuto di alcune politiche dell’Unione Europea. Gli stessi risultati tedeschi sono l’espressione politica di queste preoccupazioni. Prenderle sul serio non significa appoggiare l’AfD, ma piuttosto riconoscere che una parte considerevole della popolazione rifiuta politiche le cui conseguenze vengono vissute concretamente, a volte crudelmente, nella propria vita. Ascoltarle e rispondere alle loro richieste è anche una questione di carità ben ponderata. «Comprensione», «compassione» e «sostegno» non possono essere riservati ad alcuni ignorando la sofferenza di altri. Dopo quattro giorni, cosa rimarrà?Aiuta Renovatio 21
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