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Storia

I servizi russi: ai media tedeschi è stato chiesto di nascondere i simboli nazisti in Ucraina

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Il governo tedesco ha ordinato ai media nazionali di non mostrare simboli nazisti in Ucraina, secondo il Servizio di Intelligence Estero russo (SVR). I giornalisti sono stati avvertiti che potrebbero affrontare ripercussioni legali per aver trasmesso tali immagini, ha riferito l’agenzia lunedì.

 

Secondo l’SVR, le linee guida consigliano ai giornalisti di chiedere «gentilmente» ai soldati ucraini che espongono la svastica o altri simboli associati al nazismo di rimuovere gli «elementi di agitazione» ed evitare «azioni sgradite», come eseguire il saluto nazista.

 

L’agenzia ha sottolineato che la prevalenza dell’iconografia e dell’ideologia nazista nell’Ucraina contemporanea è ben documentata. La raccomandazione di escludere le prove dalle trasmissioni suggerisce un tentativo di fuorviare il pubblico tedesco sulla situazione, ha affermato l’SVR.

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Sebbene il rapporto russo non abbia specificato quando è stato emesso il documento o quale ramo del governo ne fosse responsabile, ha affermato che il rispetto delle disposizioni da parte delle agenzie di stampa riflette una mancanza di indipendenza.

 

Secondo il codice penale tedesco, l’esposizione pubblica di simboli associati al Terzo Reich è generalmente vietata, fatta eccezione per scopi didattici, scientifici, giornalistici o artistici.

 

Secondo Mosca, il nazionalismo ucraino moderno è plasmato dalla collaborazione storica con la Germania nazista durante la seconda guerra mondiale. Personaggi come Stepan Bandera, che cercarono di stabilire uno stato-nazione ucraino sotto il patrocinio tedesco, sono celebrati come eroi nazionali.

 

La stampa e i politici occidentali hanno minimizzato l’uso di simboli nazisti da parte dei soldati ucraini, inquadrandolo come una stranezza storica piuttosto che come un segno di affiliazioni neonaziste, e liquidando le affermazioni contrarie come «propaganda russa». Mosca sostiene di aver accumulato prove sostanziali delle atrocità ucraine commesse sulla base di idee di supremazia nazionale, giustificando così la definizione del governo di Kiev come regime neonazista.

 

Come riportato da Renovatio 21, due anni fa vi fu il grottesco episodio dell’agenzia di stampa internazionale Reuters che aveva pubblicato un’intervista con una recluta ucraina con nome in codice «Adolf». Non paga, mesi dopo aveva ignorato che la foto che aveva mandato in stampa per un articolo ritraeva un ucraino con uno svasticone tatuato sul braccio.

 

C’era stato poi l’episodio, mitico, della foto fatta circolare dai giornali ignari di un combattente ucraino con la toppa dell’ISIS. Cosa che lascia pensare che quando Assad dice di aver le prove che gli USA addestrano terroristi islamici in Siria per mandarli in un Ucraina (cosa che un anno fa già dicevano i servizi russi) forse bisogna un po’ credergli.

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Come riportato da Renovatio 21, in precedenza il governo tedesco aveva rivelato di aver espulso sette soldati ucraini che esibivano simboli nazisti mentre erano nel paese per l’addestramento.

 

Dall’inizio dell’operazione militare russa in Ucraina, sono emerse innumerevoli fotografie e video di soldati ucraini che indossano insegne della Germania di quei tempi, alcune delle quali sono state pubblicate sui social media dal presidente Vladimir Zelensky, il quale in teoria è di origine ebraica.

 

Vogliamo rammentare, tuttavia, che nel campionato mondiale di risciacquo del nazi, il Corriere della Sera, con questa indimenticabile intervista fatta ad un combattente runico a caso fuori dalla Lavra.

 

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Storia

Netanyahu contro l’Europa «moralmente debole» che non commemora abbastanza l’Olocausto

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Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha affermato che l’Europa ha dimenticato le lezioni della Seconda Guerra Mondiale e dell’Olocausto, criticando le nazioni europee per non aver aiutato Israele e gli Stati Uniti a combattere l’Iran.   Molti Paesi europei, tra cui Regno Unito, Francia e Germania, hanno respinto l’appello del presidente statunitense Donald Trump a contribuire allo sblocco dello Stretto di Ormuzzo, che l’Iran ha chiuso alle «navi nemiche» in seguito all’attacco israelo-americano del 28 febbraio.   Lunedì, in occasione della Giornata della Memoria, Netanyahu ha definito gli europei ingrati e ha sostenuto che, dichiarando guerra all’Iran, Stati Uniti e Israele stavano «difendendo l’Europa».   «L’Europa, che ha dimenticato così tanto dopo l’Olocausto, può imparare molte cose da noi, in primis la netta distinzione tra bene e male, che, nel momento della verità, ci impone di andare in guerra per il bene, per la vita», ha affermato il primo ministro israeliano.

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«L’Europa, che dopo la Seconda Guerra Mondiale si impegnò a difendere il bene, è oggi afflitta da una profonda debolezza morale. L’Europa sta perdendo il controllo della propria identità, dei propri valori e del proprio impegno a proteggere la civiltà dalla barbarie», ha aggiunto.   La retorica dell’Olocausto tuttavia sembra ora aver una portata attenuata. Israele, Stato nato da un genocidio subìto, ora è accusato di genocidio.   La Corte penale internazionale (CPI) ha emesso mandati di arresto nei confronti di Netanyahu e dell’ex ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant per crimini contro l’umanità e crimini di guerra presumibilmente commessi a Gaza. Il Regno Unito e tutti i paesi dell’UE, ad eccezione dell’Ungheria, sono firmatari dello Statuto di Roma della CPI e, qualora il primo ministro israeliano dovesse recarsi in Europa, sarebbero obbligati ad arrestarlo.   L’Iran ha condannato la guerra definendola un’aggressione non provocata e ha promesso di difendere il suo «diritto sovrano» all’arricchimento dell’uranio per scopi pacifici.   Domenica, Trump ha ordinato il blocco navale dello Stretto ormusino dopo che i colloqui tra Stati Uniti e Iran, mediati dal Pakistan, non sono riusciti a produrre un accordo di pace.

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Immagine di ToniSerra90 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International 
   
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Storia

Vaccini, la storia del movimento anti-obbligo dell’epoca vittoriana

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Renovatio 21 traduce e pubblica questo articolo del Brownstone Institute.

 

Oggigiorno, l’appellativo di «no-vax» è comune per chiunque si opponga agli obblighi vaccinali o nutra risentimento per gli enormi privilegi legali, le protezioni, i brevetti e i sussidi di cui gode l’industria vaccinale. Si applica anche a coloro che cercano di richiamare l’attenzione sui danni e i decessi causati dai vaccini, un argomento delicato e persino represso da un’industria che si basa su una misura utilitaristica per dimostrare il proprio valore sociale. 

 

L’etichetta non sempre, o spesso, ha senso. Il tema dominante del movimento attuale – e questo è sempre stato vero – è quello di rifiutare l’intervento e considerare questo settore come qualsiasi altro in un libero mercato (hamburger, acqua in bottiglia, lavatrici, ecc.), senza sussidi, senza obblighi, né protezione da responsabilità per danni imposti. Se questo obiettivo fosse raggiunto, il movimento «antivaccinista» si ridurrebbe drasticamente. 

 

Il problema è che, per quanto a fondo si analizzi la storia delle vaccinazioni nei Paesi occidentali, e in particolare negli Stati Uniti, si scopre che la vaccinazione non è mai stata trattata come un normale bene di mercato da accettare o rifiutare in base alle preferenze dei consumatori. 

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In effetti, se questo prodotto farmaceutico fosse davvero così miracoloso come pubblicizzato, dovrebbe essere in grado di generare una domanda economica sufficiente a sostenersi in modo redditizio e competitivo come qualsiasi altro prodotto. È semplice: lasciamo che questo settore sia soggetto ai venti gelidi di un mercato libero e spietato e vediamo cosa succede. 

 

Fin dall’inizio, tuttavia, l’industria dei vaccini ha goduto di una qualche forma di privilegio ai sensi della legge. Ho descritto in dettaglio parte di questa storia qui .

 

Questo fa naturalmente sorgere il sospetto che qualcosa non vada. Forse questi prodotti non sono né sicuri né efficaci, altrimenti perché la popolazione avrebbe bisogno di una spinta così energica? I danni causati dalle iniezioni alimentano ulteriormente il desiderio di rendere le vaccinazioni almeno volontarie e di porre fine ai sussidi e alle tutele legali. Inoltre, storicamente, gli obblighi vaccinali non hanno portato a tassi di vaccinazione più elevati, ma solo a una maggiore resistenza da parte della popolazione e a tassi di vaccinazione più bassi. 

 

Un ottimo esempio è la Leicester Anti-Vaccination League, attiva nell’Inghilterra degli anni ’70 e ’80 del XIX secolo. Si trattò di uno dei movimenti antivaccinisti più efficaci della storia occidentale. Nacque in risposta al Vaccination Act del 1867, approvato dal Parlamento a seguito di intense pressioni da parte dell’industria e della solita corruzione (nulla è cambiato). 

 

Questa legge rese obbligatoria la vaccinazione per tutti i bambini fino all’età di 14 anni. Prevedeva un compenso di 1 o 3 scellini per ogni vaccinazione andata a buon fine (come oggi). Richiedeva inoltre agli ufficiali di stato civile di rilasciare un certificato di vaccinazione entro sette giorni dalla registrazione della nascita del bambino (come oggi). La mancata osservanza comportava una condanna penale e una multa fino a 20 scellini (milioni di professionisti hanno perso il lavoro solo di recente a causa del vaccino contro il COVID).

 

La legge imponeva sanzioni ripetute fino alla vaccinazione del bambino (come oggi: alcuni medici perdevano la licenza). Il mancato pagamento poteva comportare la reclusione (alcuni finirono in carcere questa volta). Vietava anche la variolizzazione (il vecchio metodo di esposizione che innescava una risposta immunitaria) con la reclusione fino a un mese. 

 

Una domanda che continuo a pormi riguardo a questo periodo è: se la vaccinazione è così efficace e palesemente superiore alla variolizzazione, perché è stato necessario tanto clamore e tanti sussidi per la sostituzione del vecchio metodo con il primo, fino ad arrivare alle sanzioni penali per chi lo utilizzava? Non ho una risposta, se non che questo è un altro esempio di come questo settore sfidi le dinamiche di mercato, in cui le innovazioni sostituiscono sempre organicamente le tecnologie inferiori.

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In breve, la legge sulla vaccinazione del 1867 fu una legge oltraggiosa, approvata nonostante la crescente resistenza della popolazione sviluppatasi nel mezzo secolo trascorso da quando il famoso Edward Jenner portò per la prima volta all’attenzione del pubblico il nuovo metodo per sostituire la variolizzazione. Sebbene l’efficacia dell’immunità crociata dal vaiolo bovino al vaiolo umano non fosse mai stata messa in discussione, i danni causati dalla vaccinazione (tramite tagli sul braccio, inalazione nasale e iniezione successiva) erano stati un tema ricorrente fin dagli anni 1790. 

 

La Lega Antivaccinista di Leicester fu fondata nel 1869 in risposta alla stretta del governo sulle vaccinazioni. Al suo apice, contava 100.000 membri. Il loro tema principale era sempre lo stesso: una buona igiene e una buona sanità pubblica sono sufficienti a soddisfare le esigenze di salute pubblica. La Lega riteneva che i vaccini fossero enormemente sopravvalutati rispetto alle tradizionali misure di salute pubblica. Questo movimento fu considerato reazionario. 

 

A Leicester, i procedimenti giudiziari per mancata vaccinazione passarono da 2 nel 1869 a 1.154 nel 1881, e a oltre 3.000 nel 1884. Centinaia di persone dovettero affrontare multe o la reclusione; alcuni genitori scelsero il carcere come forma di protesta deliberata. Questo movimento, simile a quello gandhiano, non è mai stato celebrato come tale, ma è stato piuttosto trattato come un’irrazionale rivolta populista antiscientifica di ignoranti. 

 

Anche a quei tempi, il movimento dovette resistere alle calunnie dei media. A causa di quella che oggi potremmo considerare «disinformazione», l’adesione alla vaccinazione crollò a seguito della coercizione, passando dal 90% al suo apice nel 1870 a un misero 1% nel 1890. Il grafico sottostante proviene dal Journal of Medical History, «Leicester and Smallpox: The Leicester Method» di Stuart MF Fraser. Non fu né la prima né l’ultima volta che un obbligo causò risultati opposti a quelli previsti. 

 

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Il movimento crebbe nonostante metodi estremi e oppressione, a causa della persistenza dei danni da vaccino e della crescente consapevolezza che le vaccinazioni non fossero efficaci quanto l’acqua potabile, il cibo e l’igiene per ripulire i beni comuni. Poiché i profitti dell’industria vaccinale erano maggiori rispetto a quelli derivanti da servizi igienico-sanitari e lavaggio delle mani, la vaccinazione veniva considerata dalle fonti ufficiali come una sorta di soluzione miracolosa. Pertanto, la bassa adesione alla vaccinazione veniva vista come presagio di un disastro per la salute pubblica. 

 

Con grande stupore di molti, i casi di vaiolo diminuirono effettivamente durante il periodo di forte resistenza alla vaccinazione, in misura molto maggiore rispetto ad altre città. Come scrive Fraser, seppur con una certa riluttanza, «Leicester rappresenta un esempio, probabilmente il primo, in cui misure diverse dalla totale dipendenza dalla vaccinazione furono introdotte con successo per eradicare la malattia da una comunità».

 

Nel 1912, JT Biggs, ingegnere sanitario e membro del consiglio comunale, pubblicò un libro retrospettivo di 800 pagine (Leicester: Sanitation versus Vaccination) con l’obiettivo di dimostrare un punto semplice ma indiscutibile: «Leicester non solo ha meno casi di vaiolo rispetto a qualsiasi altra città di caratteristiche simili, ma anche un tasso di vaccinazione molto basso».

 

Incoraggiato dai risultati empirici ottenuti dai dissidenti vaccinali, il movimento continuò a crescere. L’evento più famoso fu la Marcia di Leicester del 23 marzo 1885. Tra gli 80.000 e i 100.000 partecipanti, provenienti da oltre 50 altri gruppi antivaccinisti, protestarono per le strade contro l’obbligo vaccinale. 

 

La processione era composta da striscioni con slogan che enfatizzavano la libertà, uomini imprigionati per essersi rifiutati di vaccinarsi, famiglie a cui erano stati sequestrati i beni per multe non pagate, e la bara di un bambino a simboleggiare le morti causate dai vaccini, una realtà innegabile. Questo movimento si diffuse in ogni città. 

 

Questo movimento ebbe una tale influenza che il Parlamento decise autonomamente di istituire una Commissione Reale per indagare sui vaccini in generale, che si riunì dal 1889 al 1896. La Commissione confermò il valore della vaccinazione, ma raccomandò di abolire le sanzioni per la mancata osservanza e di introdurre una clausola di «obiezione di coscienza». Queste disposizioni furono recepite nella legge sulla vaccinazione del 1898. 

 

Questa legge non accontentò nessuna delle parti in causa. L’industria vaccinale, come ha sempre fatto e continua a fare, chiedeva l’obbligo vaccinale, mentre il fronte contrario si fece sempre più forte. La Lega di Leicester si trasformò nella National Anti-Vaccination League, che proseguì la sua battaglia, ottenendo infine l’abrogazione completa dell’obbligo vaccinale nel Regno Unito nel 1948. 

 

In Gran Bretagna, l’industria farmaceutica ha spinto per imporre l’obbligo vaccinale in caso di COVID, in particolare per gli operatori sanitari, ma tali misure sono state respinte dai tribunali. Di conseguenza, e soprattutto a causa di questa lunga storia, gli obblighi vaccinali sono stati molto meno rigidi rispetto agli Stati Uniti o alla maggior parte dei Paesi europei. 

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La scarsa efficacia del vaccino contro il COVID ha tuttavia generato una maggiore resistenza della popolazione alla vaccinazione in generale, ma non è nulla in confronto a quanto accaduto in epoca vittoriana, quando un movimento di massa si mobilitò e sconfisse con successo un regime coercitivo e malvagio, sostenuto dall’industria farmaceutica, di vaccinazione obbligatoria. 

 

Al di là di ogni retorica, iperbole e apparente estremismo, tutto ciò che questi movimenti hanno sempre veramente desiderato – dal 1790 ad oggi – è che questo prodotto sia soggetto alle normali leggi del mercato, alla domanda e all’offerta, senza alcun intervento volto a sostenere l’industria. Se la vaccinazione apporta benefici sia al singolo individuo che alla collettività, può e deve sopravvivere autonomamente. 

 

Non dovrebbe essere una richiesta eccessiva. Purtroppo, per questo settore e per il pubblico, esso ha a lungo tratto vantaggio dalla sua stretta relazione con il governo, basandosi su un’etica utilitaristica per nascondere rischi e danni sotto il tappeto. Finché ciò accadrà, la resistenza della popolazione si intensificherà in ogni caso di obbligo vaccinale e di prove evidenti (anche se soppresse) di danni di massa causati dai vaccini.

 

Jeffrey A. Tucker

Jeffrey Tucker è fondatore, autore e presidente del Brownstone Institute. È inoltre editorialista senior di economia per Epoch Times, autore di 10 libri, tra cui Life After Lockdown , e di migliaia di articoli pubblicati su riviste accademiche e divulgative. Tiene numerose conferenze su temi di economia, tecnologia, filosofia sociale e cultura. È inoltre un tabarrista.

 

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Storia

I resti di D’Artagnano potrebbero essere stati ritrovati nei Paesi Bassi

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Secondo quanto riportato mercoledì dall’emittente regionale olandese L1, gli archeologi potrebbero aver scoperto i resti scheletrici del leggendario D’Artagnano, la figura immortalata dallo scrittore francese Alessandro Dumas ne I tre moschettieri».   I resti sono stati ritrovati nella città olandese di Maastricht. Secondo le cronache storiche, Charles de Batz de Castelmore, a cui si ispira il quarto moschettiere del romanzo, fu ucciso lì da un colpo di moschetto durante l’assedio della città da parte di re Luigi XIV nel giugno del 1673.   Gli storici ritengono che Luigi XIV abbia fatto seppellire D’Artagnan, che aveva servito come capitano dei suoi moschettieri della Guardia, nell’allora villaggio di Wolder, oggi parte di Maastricht. Ad oggi non sono stati ritrovati resti confermati.   La tomba è stata scoperta sotto una chiesa in quella che oggi è una zona rurale della città, secondo quanto riportato da L1. Gli operai addetti alla ristrutturazione si sono imbattuti nel ritrovamento durante i lavori di manutenzione, dopo che il pavimento dell’edificio era crollato il mese scorso. Si ritiene che la cappella moderna sia la seconda o la terza struttura costruita sul sito storico, risalente addirittura all’XI secolo.   «La posizione della tomba indica che si tratta di una persona importante: lo scheletro è stato trovato nel punto in cui sorgeva l’altare e all’epoca solo i reali o altre figure di rilievo venivano sepolte sotto l’altare», ha dichiarato il diacono Jos Valke, presente allo scavo iniziale, secondo quanto riportato da L1.   Secondo quanto riportato dall’emittente, tra i resti sono stati rinvenuti una moneta francese e un proiettile di moschetto. Il DNA prelevato dai denti è stato inviato a un laboratorio di Monaco per essere confrontato con quello di un discendente della famiglia de Batz.

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D’Artagnano divenne un eroe nazionale in Francia e raggiunse la fama mondiale dopo la pubblicazione del romanzo di Dumas nel 1844. L’opera ha ispirato numerosi adattamenti cinematografici.   Questa notizia, che chiaramente si inserisce nel filone della classica sbobba che viene diffusa da qualsiasi testa al mondo per fare colore, viene offerta al lettore di Renovatio 21 con il solo intento di scrivere la parola «D’Artagnano», italianizzazione di un nome che per qualche ragione non è stato italofonizzato in precedenza, se non in una commedia dello scomparso teatrante bresciano Paolo Meduri andata in scena decenni fa, D’Artagnano moschettiero falzo è ma pare vero.   La noia che ispira l’eroe dumasiano è per alcuni rotta da un ricordo d’infanzia: la visione sulla rete RAI – la peggiore, in termine di trasmissione di cartoni giapponesi, dove in vetta vi erano le TV locali – dell’anime D’Artacan (in originale Wanwan sanjushi, «i tre moschettieri bau-bau»), dove il D’Artagnano era un cane. L’anime, con ‘sti cani con la calzamaglia e lo spadino, riusciva ad essere forse ancora più noioso ed insopportabile del romanzo del Dumas.   Evvi tuttavia collegato, forse, a questo cartone, un incubo d’infanzia del direttore di Renovatio 21. Costui più di una decade fa invitato a parlare ad una conferenza tradizionalista a Civitella del Tronto si trovò a raccontare, per parlare della catastrofe religiosa dell’ora presente, detto orrido sogno:   «Avevo forse otto o nove anni quando, una notte, mi trovai a sognare di essere in un un lungo stanzone piatto, non altissimo. Il fatto che fosse buio e che vi fossero numerose file di inginocchiatoi mi faceva credere di trovarmi dentro una chiesa. Una chiesa che era vuota, e un po’ lugubre. Scorgevo in fondo, verso l’altare, una figura longilinea, vestita con paramenti importanti. «Un vescovo!» pensavo io, che ero un bimbo piuttosto religioso, e un vescovo non lo avevo veduto mai, ché la cresima era un miraggio assai lontano che si agognava con speranza».   «Il vescovo non stava oltre la balaustra, in piedi, appena davanti all’ultima fila di banchi. Mi dava le spalle, non sembrava interessato a rivolgersi a me, anche se forse era chiaro che aveva sentito la mia presenza. Forse stava pregando… Così, attraversavo questa strana chiesa buia e piatta per raggiungerlo. Arrivai dalla navata laterale di destra. Quando mi avvicinavo a lui, scattò l’orrore: il vescovo, non aveva la testa di un essere umano, aveva la testa di una volpe».   «È a quel punto che finalmente mi guardò, e scoppiò a ghignare pazzamente, una risata satanica come quella dei cattivi dei film, eppure che mi lasciava trasparire molte cose: il vescovo-mostro mi derideva, sapeva della mia presenza nella chiesa da subito, derideva la mia impotenza di bambino, e rideva soprattutto perché appagato del suo potere, fisso nella sua posizione ieratica, a parte per quel muso dai denti affilati che continuava quel riso infernale».   «Sentivo come se mi dicesse: tu stai sotto di me, io ti posso prendere in giro, perché tu, bimbetto, non hai idea della cosa in cui credi. Mi svegliai di soprassalto. Chiamai a gran voce la mamma. Mio padre si arrabbiò molto, perché gli pareva che un bambino di quell’età ha passato il periodo in cui deve piagnucolare per i brutti sogni».   «Non capii, per decadi intiere, il significato di questo incubo, che epperò mi rimase fisso nella mente. Lo comprendo ora, però: si trattava di un sogno profetico. Di un incubo profetico. Sarebbe venuta un’era in cui avrei visto i vescovi trasformarsi in mostri. Ebbene quell’epoca, annunciata da profezie e apparizioni, è arrivata».   Ebbene, tempo dopo il direttore si trovo a pensare che l’incubo, pur con il suo iperrealismo zoocefalo, forse era una derivazione della figura del nemico della serie, il cardinale Richelieu, che nel brutto cartone D’Artacane era disegnato in termini volpini o lupini. Un cattivo segaligno e calcolatore, fatto di flemma e programmatica nequizia, i cui abiti importanti non riuscivano a nascondere la natura predatoria.   Ecco abbiamo detto anche questo. Insomma di motivi per rilanciare questa notiziola ebete ve n’è più d’uno – anche se non sappiamo quante persone siano arrivate a leggerci sin qui.

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