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Pensiero

Miseria dell’ora legale, contro Dio e la legge naturale

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Ho un argomento molto metafisico, e al contempo concretissimo, per combattere l’abominio dell’ora legale. Un argomento che sono persino in grado di visualizzare.

 

Ci sono, certo i numeri: ci dicono che risparmieremo 300 gigawattora. Quando stanotte mi sono svegliato ad un orario innaturale, nella confusione inevitabile di non sapere se è troppo presto o troppo tardi, ho ripensato ad un altro dato: quante persone, in questi giorni, moriranno negli incidenti stradali dovuti ai colpi di sonno? Non credo che nessuno abbia mai fatto questo calcolo, che sarebbe più importante che qualsiasi discorso sparagnino.

 

Ma a chi importa? L’ora legale, teorizzata da Beniamino Franklin che, democraticamente, voleva piazzare un cannone in ogni via per svegliare la popolazione all’ora che diceva lui per risparmiare in candele, in Italia fu adottata nel 1916, in piena Prima Guerra Mondiale: i nostri ragazzi andavano verso l’inutile strage, il potere pensava a cambiargli l’orologio. Non sono in grado di calcolare l’effetto che l’ora legale può aver avuto sulle trincee, e non ho voglia nemmeno di chiedermelo.

 

Tuttavia non è questo pensiero di morte – diligente e terminale conseguenza dell’azione dello Stato moderno, che è macchina antiumana – che mi spinge a vedere nell’ora legale un’aberrazione satanica.

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Ho, negli occhi, e nel cuore, un’immagine invincibile, quella della chiesetta dove assisto alla Santa Messa, ovviamente in rito tridentino. Molti lettori già la conoscono, perché ho usato la sua foto in vari articoli.

 

Andò più o meno così: oramai sette anni fa, trovammo questa chiesetta – dell’estrema nobiltà della proprietà che ce la concesse parlerò altrove. Si tratta di un oratorio che risale al XII secolo, ma notizie certe in merito non si hanno, e mi piace pensare che vi sia davvero un millennio di storia lì.

 

La chiesa sta fuori dalla città, sopra un borghetto che sa ancora di medioevo, su una collina di boschi e pareti di roccia. L’oratorio stesso sembra posato su un’enorme roccia, anzi sembra esservi stato scolpito, sottratto una scalpellata dopo l’altra da quantità di mani laboriose e fedeli vissute in secoli dimenticati.

 

Arrivati al nostro secolo, arrivati a noi, c’era pronto tutto quello che serviva: il luogo era stato restaurato, nessuno vi aveva introdotto il tavolone-alare conciliare, a poca distanza c’era tanto parcheggio… per i tanti che, non solo dalla provincia, finalmente potevano avere a portata la Messa in latino.

 

Iniziarono così le celebrazioni del rito antico, tuttavia ottenemmo dai sacerdoti, impegnati a dire Messe in tanta parte della regione ed oltre, un orario pre-serale, alle 18.

 

D’inverno, a quell’ora è il buio. Nella scala di pietra mettevamo delle candeline, e lo facciamo ancora oggi in caso di celebrazione notturna. L’effetto è abbastanza magico, tuttavia nulla ha a che fare con quanto avremmo scoperto più avanti.

 

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Anni dopo, a fronte di una comunità di fedeli sempre più vasta e persistente (unita davvero, come dimostrò la solidarietà in pandemia…) aumentarono il numero di Sante Messe, e fu concessa quindi una celebrazione la domenica mattina, alle 11:00.

 

Saltò così fuori il fenomeno che ancora mi stupisce, mi commuove. Ci accorgemmo che, precisamente a mezzogiorno – ora nella quale si ha, con la messa iniziata alle 11, la consacrazione eucaristica, un raggio di luce entra dalla finestra a lato e colpisce esattamente il centro dell’altare, dove è posato il tabernacolo.

 

L’incenso aiuta a vederlo, tuttavia a volte può capitare di notarlo anche in assenza di fumo. È impressionante. Tendo a sospettare di quanti vedono questa cosa e non restano sbalorditi. Le immagini che vedete qui sotto non sono ritoccate in nessun modo. Anzi, ad occhio nudo l’effetto è ancora più forte.

 

 

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È interessante notare che lo abbiamo riscoperto noi a Messa, ma da qualche parte l’eco di questo miracolo luminoso risuonava ancora. Una signora della Pro Loco, che ha stampato un libro sulla chiesetta, mi aveva domandato se mai fosse vera una leggenda locale secondo cui nel giorno del Santo patrono dell’oratorio un raggio di luce colpisce l’altare. Ho risposto invitandola a Messa la domenica successiva, dove ha fatto tante foto con il telefonino, e compreso che la leggenda conteneva una realtà ancora più stupefacente: quel raggio si produce ogni giorno.

 

Il fenomeno impone tanti pensieri. Il primo, è che le mani che hanno eretto questa chiesa sapevano fare cose che i moderno non sono in grado di fare. Di più: chi l’ha costruita, l’ha basata su principi che sono sconosciuti all’architettura moderna. Per fare una chiesa, bisogna orientarla, cioè l’abside deve dare ad orientem (come il sacerdote prima del Concilio), ma non solo.

 

Ho l’idea che chi ha costruito la chiesetta lo abbia fatto proprio a partire da quel raggio, alla faccia di quanti ne osservino gli elementi (scala esterna, portone, altare) e li considerino disallineati. Ossia, l’intera chiesa è concepita a partire dal rapporto del Cielo con la Terra, cioè di Dio con l’uomo – questo è un senso ultimo della religione cristiana, quella della divinità che si fa essere umano, del Dio del Cielo che scende sulla Terra, del Cielo che nutre la Terra con la sua luce, il suo calore la sua grazia.

 

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Quel raggio, che casca durante la Santa Messa esattamente nel momento più alto, significa in maniera incontrovertibile l’armonia tra il Cielo e la Terra. L’accordo, nella bellezza, accordato all’uomo da un Dio buono, un Dio che è luce, che è amore.

 

Questo è l’ordine celeste, infinito, stupendo. Questo è il logos. Questo è il cosmos.

 

Non ci sono voluti tanti mesi per capire che, a parte il cattivo tempo, c’era solo una cosa in grado di distruggere il nostro raggio divino: l’ora legale. Come a marzo si cambia l’ora, quella luce svanisce, si fa più tenue, fino a sparire, facendo capolino, forse, solo dopo la Messa, quando qualcuno si attarda ad una confessione fuori tempo ed altri (io) rassettano prima di chiudere.

 

Di fatto, poi, il fascio luminoso scompare del tutto, dalla vista come dai cuori. Fine della magia, per ordine dello Stato moderno.

 

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Ho sempre preso questo fatto come la prova definitiva della nequizia dell’ora legale – del suo essere un invento contronatura, e quindi contro Dio.

 

Solo il mondo moderno poteva pensare di alterare persino il tempo: l’uomo si sente in grado di modificare l’immutabile, l’uomo introduce il suo artificio in un sistema la cui complessità ha milioni di anni. Non è diverso per tante altre questioni: ad esempio, i vaccini, la fecondazione in vitro, la bioingegneria…

 

L’uomo-dio crede di poter mettere mano su qualsiasi cosa, devastando le leggi stesse della creazione, disintegrando quindi l’equilibrio del Cielo e della Terra – una realtà conosciuta dalla saggezza cinese: «l’uomo si conforma alla Terra / La Terra si conforma al Cielo / il Cielo si conforma al Tao» (Tao Te King, XXV). Era chiaro, agli antichi cinesi, che il Cielo è legato alla morale: «Sotto il cielo tutti / sanno che il bello è bello, / di qui il brutto, sanno che il bene è bene, / di qui il male» (Tao Te King, II).

 

Ora, nel Cristianesimo l’armonia tra la Terra e il Cielo è in realtà una vera alleanze tra persone, cioè tra gli uomini e Dio – e questa nuova alleanza è il Cristo risorto.

 

Alterare il tempo significa frantumare la relazione naturale con il Cielo. Adulterare la luce del sole significa quindi andare contro il divino, contro la legge naturale, contro Dio.

 

Non poteva essere altrimenti: il mondo moderno odia, più ancora dell’uomo, Nostro Signore, che vuole sostituire con l’essere umano ubriacato di hybris satanica, l’umanità onnipotente che, apoteosi del non serviam, si crede capace di cambiare le leggi del cosmo.

 

Ecco perché combatto l’ora legale: perché, ve ne rendiate conto o no, fa parte della macchina in atto per distruggere la presenza di Dio sulla Terra.

 

E quel raggio magnifico me lo ha ricordato anche domenica scorsa: sì, tornata l’ora del Sole, l’ora vera, è tornato. E con lui è venuta ancora da noi questa immagine potente di reincanto del mondo, di bellezza divina, di armonia cosmica, questa visione sacra che vale più di qualsiasi risparmio.

 

Vale tutto. Vale il senso vero dell’esistenza e dell’universo.

 

Roberto Dal Bosco

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Pensiero

L’Italia e il buco nero: discorso per Emma Bonino

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Fra i discorsi letti alle esequie laiche di Emma Bonino ce n’è uno che non abbiamo sentito.   Immaginiamolo scritto a mano su un paio di fogli e poi abbandonato nella sala del Campidoglio. Immaginiamolo raccolto, dopo la cerimonia, da un uomo delle pulizie, cingalese o pachistano, insieme ad altre carte sparse sulle sedie e per terra: segnaposto, immagini della defunta, scritte «Grazie Emma» e roba del genere.   Immaginiamo che, pur non sapendo leggere l’italiano, l’addetto abbia intuito trattarsi di qualcosa di diverso, forse di importante, e l’abbia consegnato al datore di lavoro. E che questi, datagli una scorsa, l’abbia portato a qualcuno, poniamo uno dei cerimonieri, per rintracciarne il proprietario.   Immaginiamo i relatori interpellati leggerlo velocemente, negare indignati di esserne gli autori, assicurare che nessuno ha mai letto quel discorso. Immaginiamo anche uno di essi cercare di impadronirsi dei fogli e di lacerarli, impedito solo dalla prontezza di riflessi del cerimoniere.   Immaginiamo che, non sapendo nessuno che farne, il manoscritto sia stato appoggiato su un tavolo, per essere spostato poi su una sedia e infine in un cestino.   Immaginiamolo da ultimo recuperato fortunosamente da una mano ignota.   Proviamo a ricostruire il tenore di questo discorso mai pronunciato.

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  «Signor Presidente, signor Sindaco, colleghi onorevoli,   Chi mi ha preceduto ha messo in luce le battaglie della cara Emma, le cariche conseguite, i risultati ottenuti.   Qui vorrei però esprimere in primo luogo tutto il debito di riconoscenza dei partiti e di noi politici nei suoi confronti. Vorrei farlo con franchezza, ora che le idee del movimento radicale sono dilagate dappertutto e sono ormai patrimonio comune della nostra Nazione. Non serve più nascondersi. Davanti a questo corpo, che presto diventerà cenere e polvere, ci corre l’obbligo di dire la verità.   E la verità è questa: la cara Emma è stata per tutti questi decenni la fedele ancella dei nostri partiti, che si sono serviti di lei per fare il lavoro che ufficialmente non potevano fare.   Droga, aborto, divorzio, immigrazione, suicidio, eutanasia. Chi di noi avrebbe potuto sfiorare questi temi senza rimanerne bruciato? Lo sapevamo e lo sappiamo: si sarebbero subito scatenate polemiche interne, create spaccature e scissioni. In aggiunta avremmo allontanato la gente, che non voleva saperne. Avremmo perso voti, non saremmo più stati rieletti.   No, signori, simili questioni non potevano essere trattate direttamente da noi. C’era bisogno di gente valida o, come si usa dire, con il pelo sullo stomaco e la faccia di bronzo. Gente pronta a tutto, senza nulla da perdere.   Signori, i radicali.

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Adesso possiamo dirlo e rivendicarlo con orgoglio: i radicali sono stati la nostra punta di lancia.   Prima fra tutti la cara Emma. Per anni e anni lei, insieme agli altri, ha lanciato per nostro conto, una dopo l’altra, cento provocazioni, ha fatto volare mille ballon d’essai. Ha fatto proprio di tutto: ha lottato per gli stupefacenti, praticato aborti, deriso e umiliato la religione, combattuto perché le persone malate scegliessero la morte. È stata maledetta, arrestata, è finita in carcere.   Cara, cara Emma, quanto lavoro sporco ti sei sobbarcata. Noi, abbiamo avuto vantaggi immensi.   Nell’immediato, opponendoci quel tanto, agli italiani ci siamo potuti proporre come freni contro l’anarchia, forze posate e rassicuranti –e conservare il consenso. Nel medio e lungo periodo, assumendo i radicali come interlocutori necessari e sostenendo le «battaglie» su cui c’era ben poco da discutere, siamo riusciti a cedere terreno un poco per volta, pollice dopo pollice, ad abituare gli elettori, fino a portare l’Italia nel punto in cui siamo ora.   Li abbiamo coccolati e accarezzati, i nostri pupilli. Non gli abbiamo mai fatto mancare l’appoggio, e neppure il denaro.   A questo proposito – lasciamo perdere i singoli, e ce ne sarebbe da dire – vorrei presentare il luminoso esempio di Radio Radicale. Un’emittente che, siamo sinceri, non ascolta nessuno o quasi. La sua utilità principale, ufficialmente, è quella di trasmettere inutili dirette parlamentari, di cui si disinteressano perfino i presenti. Un’attività che la RAI potrebbe fare gratis o quasi. Eppure, solo sulla base di questa sciocchezza dal 1994 siamo riusciti a erogare a Radio Radicale 340 milioni di euro, spiccio più spiccio meno. Al di là di qualche baruffa di facciata, nessun governo si è mai sottratto all’esborso, mai. Questo va a onore di tutti noi.

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Fatemi aprire una parentesi: per certi partiti è stato più facile; per altri meno, molto meno. Il pensiero e il plauso va ai partiti cattolici, qui ben rappresentati. La sola dolce Emma, ricordiamolo, ha praticato di persona qualcosa come 10.000 aborti con la pompa della bicicletta. I radicali sfidavano e irridevano la Chiesa. Ricordate il motto geniale: No Vatican No Taleban.   Oh, oggi riderne come di un’innocente burla è facile, specie dopo papa Francesco. Ma all’epoca! Per anni i partiti di area cattolica hanno dovuto mandar giù rospi indigeribili, tutti interi, e giustificare i finanziamenti con la tutela del pluralismo, con la democrazia. Non sono d’accordo con le tue idee, ma sono pronto a dare la vita, eccetera. La vita degli altri, ovviamente: i colleghi mi perdonino la facezia.   Quanto all’appoggio, non è un mistero che ci siamo sempre mobilitati tutti non appena si affacciava qualche difficoltà.   Senza nulla togliere, dichiariamo che i radicali non sarebbero andati da nessuna parte senza il nostro sostegno, discreto ma capillare ed efficace. Pensiamo solo che oggi, ad essere maledetti, ad affrontare processi e ad andare in carcere, sono esattamente coloro che la pensano in maniera opposta. Ma, ed è qui la differenza, nessuno si attiva per loro. Li si schiaccia e basta. Diamo a Cesare quel che è di Cesare.   Sulla cara Emma, del resto, ce ne sarebbero tante da raccontare. Ricordiamo quando rischiava di non partecipare alle politiche perché non riusciva a raccogliere 25.000 firme? È stato un ex democristiano a prestarle il simbolo, e a spianarle la strada. Mi ripeto: non si potrà mai elogiare abbastanza l’apertura mentale e la generosità dei colleghi del campo cattolico. E lo scandalo Quatargate? Salva, rimasta del tutto indenne.   Del resto, occorre riconoscere che le abbiamo tributato ogni possibile onore.   Poverina, era così sensibile al potere. Non si poteva guardarla ed evitare di darle una carica. E che cariche! È stata ministro, vicepresidente del Senato, commissaria europea. Ogni volta, consensi bipartisan, come se piovessero. Rammento come studiava le pratiche, seduta alla scrivania, con il musetto serio. In fondo la buona Emma aveva una natura da impiegata, da travet. Così piccina, così compresa e concentrata, mi è sempre sembrata una bambina senza fantasia, un po’ secchiona, messa a fare i compiti.   L’abbiamo proprio trattata bene, la Emma. In un paio di occasioni, ricordate? s’era convinta di poter diventare presidente della Repubblica. Sempre entusiasta. Che campagna elettorale aveva imbastito! Quanti consensi! Attori, intellettuali, professori, giornalisti. E come c’era rimasta male quando le è stato spiegato che c’erano altri progetti, che non si poteva.

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In conclusione, elogiamo in Emma Bonino la persona che forse più di ogni altra e per più lungo tempo è stata fedele e utile ai nostri partiti. Lasciatemi dichiarare che questo non è da tutti.   Non molti di noi politici riescono a essere così coerenti e ad esserlo così a lungo. Ognuno di noi l’ha provato sulla propria pelle. A un certo punto esce come un fastidio nell’anima, una stanchezza, un disgusto del ruolo. I più alla fine devono scendere a compromessi con la propria interiorità, chiamiamola coscienza se volete, e così sporcano la linearità dell’azione.   Non i radicali. Mai. Parliamo di una dote, un’essenza particolare che finora è stata sottaciuta.   L’Italia aveva avuto mille traversie, ma aveva malauguratamente conservato un suo carattere proprio fatto di principi, credenze, umanità, delicatezze, punti fermi. Il Paese aveva un’identità specifica che ostacolava fierissimamente i tentativi di trasformazione. Il compito che ci si presentava era immane: non solo di demolire la fisionomia del Paese un poco alla volta, ma soprattutto quello di scaricarne i resti, farli scivolare via. Praticare un foro d’uscita, di aprire un buco per svuotare l’Italia.   Ecco, signori, quel buco sono stati i radicali, di cui la cara Emma era il fiore.   Per essere un buon buco, occorre essere vuoto. Vuoto di tutto, perché non faccia alcuna resistenza al passaggio. I nostri amici radicali non avevano nulla dentro di sé che potesse impedire lo scorrimento. Erano completamente vuoti. Sono stati un buco eccellente.   Anche il loro ego, la loro affezione per il potere o per il denaro non li facevano affatto meno buco. A ben vedere, queste loro inclinazioni non erano che l’orlo del buco, uno svaso che incanalava e favoriva il deflusso. O se preferite, facevano parte della profondità del buco, la parte visibile di un abisso dove l’occhio non può arrivare.   Papa Francesco, la Grande Voragine, l’aveva capito perfettamente. L’affinità con il Santo Padre è stata per Emma una delle consolazioni più grandi degli ultimi anni.   E quindi – e concludo – è giusto magnificare le battaglie, le cariche, i risultati della cara Emma. Anch’io non mi sono sottratto. Ma questo in sostanza non è che il mulinello che si forma intorno al vuoto che ingoia tutto.   Nelle profondità dello spazio si annidano, come sapete, dei corpi astrali chiamati buchi neri. I buchi neri non si vedono, perché il loro campo gravitazionale è tanto forte da risucchiare ogni cosa, anche la luce. La loro presenza è segnalata soltanto dalla radiazione che la materia, vorticandogli intorno, emette prima di venire inghiottita.   Ecco, signori, non scambiamo il mulinello con il buco. Non togliamo alla cara Emma quello che è davvero e gloriosamente suo: il buio, il vuoto, il nulla.   Vi ringrazio».   Massimo  Zanetti  

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Immagine di Francesco Pierantoni via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0  
 
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Eutanasia

La festa della morte in Veneto

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Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».

 

Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.

 

C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.

 

Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.

 

La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.

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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.

 

Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.

 

Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.

 

Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.

 

Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.

 

Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?

 

Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?

 

E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.

 

Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?

 

Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.

 

Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.

 

Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.

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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.

 

Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.

 

«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.

 

È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.

 

Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.

 

E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».

 

Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.

 

L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.

 

E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?

 

Massimo Zanetti

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Cremazione

Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia

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Mettiamo le mani avanti: non siamo mai stati nel novero degli estimatori di Francesco Guccini.   Nel periodo d’oro del cantautorato italiano altri erano i nostri riferimenti. Guccini no: ci dispiaceva la plumbea appartenenza politica, e più di tutto una certa monotonia del timbro e il modo enfatico e pesante di cantare, per il quale le canzoni sembravano composte da una sola nota martellata e ribattuta, anche se poi non era vero.   Naturalmente qualche suo pezzo lo si conosceva pure noi. Il repertorio di turpiloquio dell’Avvelenata era troppo ghiotto perché non lo si mandasse a memoria. È noto che il nostro non la considerasse un capolavoro, e pare che la ripudiasse addirittura: a riprova che gli artisti sono in genere pessimi critici.   Rammentiamo poi vivamente i grevi scongiuri a cui ci si abbandonava non appena si sentiva intonare In morte di S.F.. Nonostante l’ala del tempo sia passata anche su di noi, ancora oggi ne subiremmo la cupa suggestione, l’impulso a scaricarne la jella nel modo più maschio e triviale. Per la verità, bn pochi amavano sentirla, soprattutto in automobile, motivo per il quale ne ricordiamo solo l’inizio e la fine.    Sul rimanente, si conosceva qualcosa de La locomotiva, qualcosa di più de Il pensionato, e poco altro.   Uno dei problemi delle canzoni di Guccini, tra l’altro, è che si era costretti a cantarle come Guccini: cioè con un pronunciato sforzo di gola, calcando tutto e fingendo di pesare più di novanta chili. Fatica improba, che come tutto risultato dava quello, davvero non esaltante, di avvicinarsi all’imitazione che ne fece Fiorello in Come mai degli 883.     

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Se non possiamo essere considerati degli estimatori, non possiamo però essere inclusi nella schiera dei detrattori. Guccini ha percorso la sua lunga vita senza il nostro affetto ma anche senza la nostra ostilità. Era come avere per condomino della scala B un apprezzato cultore di letteratura occitanica, che si saluta per le scale ma non si frequenta.    Osservatori distanti, certo più indifferenti che curiosi, ci troviamo forse in posizione privilegiata per valutare l’alluvione di parole spese e scritte post mortem sull’Omero di Pàvana. Posata la polvere, possiamo dire che non ci ha sorpreso quasi niente.   Erano da immaginarsi, per esempio, le paginate e paginate di encomio, lo sbrodolo agiografico, la commozione, i ricordi evocati in coro, spalla contro spalla, da chi lo ha conosciuto o semplicemente ascoltato in gioventù.   È un fatto: ogni generazione desidera celebrare sé stessa, e l’occasione migliore per farlo è indubbiamente un funerale. Davanti al capobandiera che se ne va, piccolo o grande che sia, i superstiti provano il bisogno di stringere l’asta e di gridare a sé stessi, nonché al mondo, di essere ancora in vita.   Alla notizia si è infatti radunata, da oriente a occidente, la moltitudine che l’esistenza, le inclinazioni e i travagli avevano diviso e sparpagliato. I vincenti e i perdenti, gli sciupati, gli ambiziosi, le promesse mantenute, le promesse mancate, gli umiliati, i talentuosi, i gregari: ognuno con la sua magagna ha frugato in volto il vicino in cerca di antichi bagliori e ha scoperto l’orgoglio di appartenere a una sola generazione.   E giù a dire quanto sono stati e sono ancora oggi belli e generosi, e soprattutto unici e irripetibili.   Cose già viste. Al loro tempo – magari con qualche riscontro in più – l’hanno proclamato i risorgimentali al funerale del Carducci; i fiumani, dinanzi alla bara del Vate; e via via sdrucciolando fino ai battistiani prePanella alla morte di Battisti, ai patiti del birignao-carioca alle esequie della Vanoni.   Giacché si è accennato al Carducci e al D’Annunzio, era ovvio che anche il Guccini venisse subito incoronato «poeta». Per settimane gli articoli hanno traboccato di citazioni a casaccio, anche su temi su cui il nostro non ha mai detto nulla. Dietro di esse, in controluce, si potevano intravedere vecchi vinili girare su giradischi addormentati, mentre sessantenni fanno i piatti canticchiando Cirano. Da qui a invocare che i versi del poeta (tipo: «la ragazza dietro al banco mescolava/birra chiara e sevenàp») irrompano nelle antologie scolastiche è un passo. Poesia, poesia!   Nessuna meraviglia anche in questo caso.

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Com’è risaputo, gli italiani della loro poesia non ne sanno una beata. Il bagaglio da stiva regolamentare ospita in genere quattro endecasillabi imposti nelle scuole dell’obbligo e sei o sette nomi che, per ausilio mnemonico, ritornano nella toponomastica cittadina – e via andare.   Ammettiamolo: da noi la poesia forse si studia, ma non si legge. Non se ne conoscono né le leggi né il lessico, non la si comprende e non la si gusta. Non si sa manco che cos’è. Per dirla in una parola, la poesia italiana, come dire ottocento anni filati, non se la fila nessuno.   Del resto, l’italiano ne fa allegramente a meno e campa lo stesso. Per chi vuole, al fabbisogno – così come un po’ a tutto ciò che attiene alla sfera ludico-artistica – ci pensano gli americani. Non è un caso se il poeta più letto (in traduzione) sia Emily Dickinson. Dicono che i suoi versi (in originale) siano anche i più tatuati sugli avambracci delle signore.   Se si hanno meno pretese, poi, ci sono i cantanti: per certuni sono i soli veri poeti. Il monte Elicona, un tempo più esclusivo della Trilaterale, ormai rigurgita di menestrelli italiani. Oggi si aggiunge il Guccini. E viva l’Italia.   Abbiamo pure appreso che il nostro era un uomo buono. D’accordo, de mortuis nihil nisi bonum, ma sia pur da lontano siamo portati a crederlo. Da giovane il Guccini sembrava un orso con il naso, poi invecchiando un orso in maglione con la zip: è difficile farsi un’idea diversa da quella del burbero di buon cuore. E chissà, pensiamo, quante preghiere di zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli, nell’arco di secoli, sono salite e poi scese, a gocce, a rivoli, affinché ottanta e passa anni fa il piccolo Francesco, nel ricevere la vita, ricevesse in dote anche questa piccola perla che in fondo è una disposizione naturale, un bonus senza merito come l’occhio azzurro o l’alta statura.   Certo, le preghiere non sono riuscite a far sì che diventasse un cristiano, un cattolico. Per quello occorre il concorso del libero arbitrio, e qui il Guccini ha toppato.   Agnostico dichiarato e ribadito, come tanti, come tanti ha civettato con l’idea dell’Ente superiore senza arrivare mai al dunque. Se la parola Dio ha fatto talora capolino nelle sue canzoni, magari per dire che è morto, il nome di Gesù Cristo è rimasto oggetto di uno strano pudore. E forse è stato meglio così: almeno per quelli ai quali, come a noi, non piacciono i paciughi.   Già, perché il nostro ha abbracciato senza riserve tutte le più scontate battaglie della modernità: divorzio, aborto, unioni civili, eutanasia. Ossia, la borghesissima marcia che ha strappato gli italiani al loro retroterra per gettarli avanti a pedate verso un progresso fatto di solitudini, paura e vuoto. Francesco Guccini, tanto per capirci, ha preso perfino la tessera del partito radicale, il movimento più filisteo mai visto sulla faccia della terra.

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A noi però fanno un po’ pena quelli che a dispetto di tutto cercano di farne un credente malgré lui, un cattolico fuori menù, descrivendolo come di una persona «in ricerca», di un’anima naturaliter cristiana. Un agnostico «possibilista», che «non ha mai smesso di chiedere e ascoltare», un cultore del dubbio: insomma, un cardinal Martini. E verrebbe voglia di dire loro: ma non provate vergogna?   È come quando i periodici cattolici, sul finale di intervista, domandano all’ateo di successo se crede in Dio, sperando nel contentino del «Sì, ma». «Sì, ma non in modo tradizionale»; «Sì, ma non mi riconosco nei dogmi»; «Sì, ma la Chiesa deve cambiare/ venire incontro/essere povera/aprire alle diversità/ai divorziati/alle coppie omo»; «Sì, ma la mia fede è intima, non gridata». E ancora, per gradire: «Parlo spesso con Dio, magari per rimproverarlo»; «L’ho sentito vicino nella malattia del mio cane»; «Mi è di molto conforto leggere le parole di papa Francesco».   Questo vi basta? Siete dei poveracci.   Non sappiamo quanto nel Guccini ardesse la sete d’assoluto, quanto abbia chiesto e quanto abbia raccolto. Sono conteggi che lasciamo all’Onnipotente, che li sa fare.   Per quello che ne possiamo capire noi, ci sembra che sia stato di inequivocabile coerenza in vita e in morte. Si stava ancora grattando il violino che è stata data la notizia che il funerale sarebbe stato laico. Qualche discorso, una benedizione dell’amico cardinale e poi via all’inceneritore.   Forse Dio non l’avrà trovato, ma ha trovato lo Zuppi.   Anche questo non sorprende.   Avv. Renzo Magalozzi

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Immagine di Bruno via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic  
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