Bioetica
Nessuna persona, nessuna sofferenza: l’antinatalismo al suo meglio
Renovatio 21 traduce questo articolo di Bioedge.
«L’oscurità cresceva rapidamente; un vento freddo cominciò a soffiare a raffiche rinfrescanti da est, e la pioggia di fiocchi bianchi nell’aria aumentava di numero. Dal bordo del mare arrivarono un’increspatura e un sussurro. Al di là di questi suoni senza vita, il mondo era silenzioso. Silenzioso? Sarebbe difficile trasmetterne la quiete. Tutti i suoni dell’uomo, il belato delle pecore, le grida degli uccelli, il ronzio degli insetti, il trambusto che fa da sottofondo alle nostre vite: tutto ciò era finito. … Ho visto l’ombra nera centrale dell’eclissi avanzare verso di me. Un attimo dopo furono visibili soltanto le pallide stelle. Tutto il resto era oscurità senza raggi. Il cielo era assolutamente nero».
Questo è il viaggiatore nel tempo di H.G. Wells che descrive il mondo nel 30.000.000 d.C. Un po’ cupo, addirittura desolante. Ma ripulito, per fortuna, ripulito dall’umanità.
La fine dell’umanità non è un risultato poi così negativo, scrivono due bioeticisti finlandesi in un editoriale sull’«antinatalismo» in Bioethics, una delle riviste di bioetica più importanti al mondo. «Adottando l’antinatalismo attraverso l’estinzione umana volontaria, tutti i problemi dell’umanità potrebbero essere risolti», affermano.
Joona Räsänen e Matti Häyry ritengono che sia probabilmente «moralmente sbagliato avere figli». Se non ci fossero i bambini, la sofferenza scomparirebbe nel giro di poche generazioni.
«Problemi gravi come il cambiamento climatico troverebbero una soluzione se gli esseri umani cessassero di esistere, eliminando così la distruzione ambientale. Sembra chiaro che numerosi problemi che affliggono l’umanità – come guerre, carestie, criminalità, discriminazione e trattamento crudele degli animali, per citarne alcuni – svanirebbero se gli esseri umani non esistessero. L’adozione dell’antinatalismo risolverebbe quindi davvero “tutto”».
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Gli esseri umani stanno causando una distruzione planetaria così grande che sarebbe meglio se cessassero di esistere, sostengono i due bioeticisti. Citano un personaggio del popolare programma televisivo True Detective:
«La cosa onorevole da fare per la nostra specie è negare la nostra programmazione. Smettere di riprodursi. Cammina mano nella mano verso l’estinzione, un’ultima mezzanotte. Fratelli e sorelle che rinunciano a un accordo crudele».
Le loro argomentazioni fanno esplodere lo slancio vitale. Per dirla in breve, la vita fa schifo:
«La vita, quindi, assomiglia a uno schema piramidale, in cui i nuovi partecipanti lavorano per il benessere delle precedenti “vittime” dello schema, creando un circolo vizioso in cui nuove persone devono essere “reclutate” a beneficio di quelle già all’interno del sistema. Il gioco esiste solo finché si uniscono nuovi giocatori, e il sistema alla fine finisce male per i ritardatari, perché non è possibile reclutare nuovi membri a tempo indeterminato».
«Tuttavia, non esiste un massimo finito di potenziali esseri umani che possono esistere. Di conseguenza, sembra che lo schema piramidale della vita probabilmente continuerà ad avvicinarsi all’infinito, rinviando la sofferenza finale dell’ultima generazione creando sempre la generazione successiva. Mentre una generazione ne sostituisce un’altra, la sofferenza persiste. Nel frattempo, l’umanità infligge sofferenze anche ad altre specie attraverso l’uccisione diretta e il degrado ambientale indiretto».
A differenza della maggior parte degli articoli di Bioethics, l’editoriale di Räsänen e Häyry è ad accesso libero. Forse gli editori credono che le loro opinioni antinataliste meritino di ricevere la massima pubblicità possibile nella comunità bioetica.
Ma, come ha scritto in un altro contesto l’editore di BioEdge: «un bioeticista che mette in discussione il valore della vita umana stessa non è come un fisico che nega l’esistenza di causa ed effetto o come un teologo che nega l’esistenza di Dio? Senza un impegno incondizionato per il valore della vita umana, una disciplina come la bioetica rischia di perdere la sua coerenza».
Michael Cook
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
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Bioetica
Si fa largo l’idea delle sanzioni penali per le donne che abortiscono
Oltre 60 leader e personalità influenti del movimento pro-vita e conservatore auspicano l’introduzione di sanzioni penali per le donne che ricorrono all’aborto. Lo riporta LifeSite.
Il fenomeno mostra come la cosiddetta Finestra di Overton si stia muovendo in senso opposto a quanto visto nelle ultime decadi.
Guidata da Seth Gruber e dalla White Rose Resistance, la «Dichiarazione a sostegno della tutela dei diritti uguali» sostiene che la crescente diffusione dei farmaci abortivi chimici ha minato le leggi statali a tutela della vita. I firmatari, tra cui l’ex dipendente di Planned Parenthood convertita di attivista pro-life Abby Johnson, la nuotatrice attivista contro i trans nello sport femminile Riley Gaines, il commentatore di Turning Point USA Alex Clark e diversi pastori protestanti, sostengono che siano necessarie sanzioni penali per le donne che abortiscono al fine di fermare l’uccisione di bambini innocenti.
«La parità di trattamento richiede che chiunque tolga consapevolmente e volontariamente la vita a un bambino non ancora nato – compresi gli autori principali, i complici e i co-cospiratori – sia soggetto a responsabilità legale», dichiara la risoluzione. Allo stesso tempo, lascia spazio alla discrezionalità del pubblico ministero, affermando: «Le leggi giuste distinguono tra coloro che agiscono per ignoranza, paura o coercizione e coloro che agiscono con piena consapevolezza, volontà e intenzione».
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La dichiarazione formula fermamente due risoluzioni:
«Affermiamo il principio di pari protezione per i nascituri, riconoscendo che le stesse leggi che proteggono le persone nate dalla violenza e dalla distruzione, o leggi che forniscono un grado di protezione sostanzialmente equivalente, devono proteggere anche i bambini non ancora nati; e che i legislatori dovrebbero eliminare le immunità legali che consentono che l’uccisione intenzionale dei bambini non ancora nati continui, e promulgare leggi che garantiscano una protezione piena e uguale, ai sensi della legge, dalla violenza e dalla distruzione, fin dal momento del concepimento».
Tra gli altri firmatari di spicco figurano altri nomi dell’attivismo pro-vita Mark Lee Dickson, fondatore di Sanctuary Cities for the Unborn; Trevor e Christen Pollo di Protect Life Michigan; e Catherine Short, fondatrice della Life Legal Defense Foundation.
Personalità influenti del mondo conservatore, tra cui Allie Beth Stuckey, Eric Metaxas, Kaitlin Bennet e Maison Dechamps (il cosiddetto «Spiderman pro-life», che si arrampica sui grattacieli per riportare attenzione sulla tragedia dell’aborto), hanno anch’esse appoggiato la dichiarazione.
Le richieste di penalizzare le donne che ricorrono all’aborto si inseriscono nel contesto di un nuovo rapporto della Society for Family Planning, secondo il quale nel 2025 si sono verificati circa 1,13 milioni di aborti. Di questi, circa 180.000 sarebbero stati praticati illegalmente in Stati con leggi anti-aborto, stando all’analisi della stessa organizzazione.
La dichiarazione ha suscitato l’interesse del New York Times, che l’ha contrapposta alla posizione prevalente tra i sostenitori del movimento pro-vita, secondo cui le donne non dovrebbero essere perseguite per aver abortito.
Il giornale neoeboraceno riportava che «un numero crescente di leader conservatori sta iniziando a sostenere che l’unico modo per impedire alle donne di interrompere la gravidanza potrebbe essere quello di arrestarle».
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Il quotidiano di Nuova York ha fatto notare che l’idea ha suscitato critiche da parte di alcuni direttori di centri per la gravidanza, i quali sostengono che le donne sarebbero meno propense a rivolgersi a loro per chiedere aiuto, per timore di essere perseguite penalmente. Anche i gestori delle cliniche che praticano l’aborto, ovviamente, si oppongono alle sanzioni, scrive il NYT.
Nel frattempo, due organizzazioni nazionali pro-vita mantengono la loro posizione contraria alle sanzioni. «Non sosteniamo alcuna legge che preveda sanzioni penali per le donne e le renda passibili della pena di morte», ha dichiarato al Times Kelsey Pritchard, direttrice della comunicazione di Susan B. Anthony Pro-Life America. «Nessuna legge statale pro-vita prevede questo e la situazione non cambierà, dato che nessuna di queste proposte di legge è mai stata approvata da un’assemblea legislativa statale».
«Il mio messaggio è “non ora”, ma non sto dicendo ‘mai’», ha dichiarato al NYT Kristan Hawkins, presidente di Students for Life of America.
Tuttavia, altri sono entusiasti dell’idea. «Sono incredibilmente orgoglioso di essere menzionato in questo articolo del NYT», ha scritto Alex Clark su X in risposta all’articolo. «Avanti tutta sulla criminalizzazione dell’aborto».
L’idea di sanzioni penali nei confronti delle donne che abortiscono costituiva, anche nel mondo pro-life, una pura bestemmia sino a pochi anni fa. Poi arrivò Donald Trump, che da candidato presidente, nel 2016, si lasciò sfuggire l’opzione. Alla domanda riguardante l’eventuale galera per le donne che abortiscono, The Donald rispose che alcuni nel Partito Repubblicano lo pensavano.
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«Ci deve essere una qualche forma di punizione per le donne che abortiscono» aveva dichiarato in uno scambio di battute televisivo sul canale MSNBC. Gli stessi pro-life americani rimasero in larga parte scioccati, e molti – si era ancora nel periodo in cui si pensava impossibile una vittoria di Trump nella corsa alla Casa Bianca – non persero l’occasioni di attaccare il presidente che aveva mostrato di essere più pro-vita dei pro-vita.
In breve, il candidato presidente aveva dimostrato apertura alla faccenda. Secondo le dinamiche ideo-politiche descritte dal compianto sociologo statunitense Joseph P. Overton (1960-2003), si trattava del fondamentale passaggio dalla categoria dell’«impensabile» a quella del «radicale». La nuova spinta pare portare la criminalizzazione dell’aborto dal «radicale» all’«accettabile».
In pratica Trump aveva dimostrato, e con una certa disinvoltura, la possibilità di aprire la Finestra di Overton in senso contrario: a passare da essere impensabili ad essere leggi dello Stato non sono solo leggi contrarie alla vita (e quindi considerate nella società della Necrocultura come «progressiste»). Ogni sentimento politico, in realtà, può seguire il percorso verso la piena espressione sociale e legale.
È stata la Corte Suprema popolati di giudici scelti da Trump ad abbattere, nel 2022, la sentenza Roe v. Wade, che garantiva il feticidio come «diritto federale» da applicarsi in tutti gli Stati.
Non si capisce quindi come ciò si spieghi con le ultime dichiarazioni di Tucker Carlson, che in un podcast ha sostenuto come in privato Trump sia molto disturbato dai cristiani e dalla loro opposizione all’aborto.
Come riportato da Renovatio 21, la moglie Melania Trump durante la campagna elettorale si era dichiarata convintamente abortista, e qualcuno speculò sul fatto che dietro vi fosse una manovra per attrarre le elettrici deluse dai democratici.
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Immagine di Franciscans of the Immaculate via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic
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