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Medioevo terrapiattista? Storia di una falsificazione

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No, la falsificazione di cui parleremo non viene dalla NASA, ma riguarda l’idea radicata e tuttavia falsa di un Medioevo «terrapiattista», e le basi ideologiche di questo mito.

 

La recente incoronazione di Carlo III ci ha regalato un’immagine che sembra uscita da un libro di storia: il nuovo re Carlo III tiene in mano le insegne del potere reale, tra cui il globo crucigero, vale a dire la sfera sormontata da una croce, che simboleggia la Terra redenta dalla Croce di Gesù Cristo. Questa sfera ha un uso molto antico.

 

Lo si ritrova in tutto il Medioevo, in particolare nelle rappresentazioni di Cristo, che tiene il globo in mano o sotto i piedi. La sfera presenta un emisfero delineato in tre parti a causa dei tre continenti conosciuti all’epoca. Spicca quindi un fatto: la Terra è rappresentata come una sfera molto prima della scoperta dell’America.

 

Ciò dovrebbe sollevare interrogativi su un mito estremamente diffuso, ovvero che «nel Medioevo si credeva che la Terra fosse piatta». Lo sentiamo dalla bocca di giornalisti, intellettuali, ex ministri come Marlène Schiappa o Claude Allègre, e perfino nei film storici, nei libri di storia e nei libri di testo scolastici, anche recenti.

 

In una trasmissione del 2022 di «C Jamy», sponsorizzata dal famoso Jamy Gourmaud, l’oratore ha detto: «nel XV secolo, ai tempi di Cristoforo Colombo, molte persone pensavano che la Terra fosse piatta. Si basavano su ciò che dice la Bibbia, ma Cristoforo Colombo non ci ha creduto nemmeno per un secondo». (1)

 

E se consultiamo il barometro del pensiero dominante, ovvero ChatGPT, ci dice questo: «Nel Medioevo si pensava generalmente che la Terra fosse piatta. (…) Teorie scientifiche sulla forma della Terra, come quelle sviluppate dagli antichi greci, erano note, ma spesso furono considerate controverse o eretiche dalla Chiesa”. (2)

 

Vediamo quindi che il presunto «terrapiattismo» medievale è associato alla fede cattolica, che avrebbe dogmatizzato questa idea ingenua basata sulla Bibbia contro la conoscenza dei greci pagani. Solo che sono passati diversi decenni da quando gli studi hanno dimostrato inequivocabilmente che si tratta di un mito. (3)

 

Innumerevoli prove

Al di là del discorso iconografico, basterebbe aprire qualche libro erudito di un sacerdote cattolico di questo vasto periodo per mettere fine al mito del «terrapiattismo» medievale. Sappiamo che Cristoforo Colombo basò la sua audace impresa su un’opera incompiuta di papa Pio II († 1458), la Historia rerum ubique gestarum, che l’esploratore aveva annotato.

 

Fin dalle prime righe di quest’opera enciclopedica, Pio II asserisce: «su pochissime cose, tutti sono d’accordo che la forma del mondo (4) sia sferica [rotundam]; si è d’accordo allo stesso modo sul tema della Terra». Nella stessa opera, il Papa tratta delle misurazioni della circonferenza terrestre compiute da Eratostene (III secolo aC) e Tolomeo (II secolo).

 

Cristoforo Colombo aveva annotato anche un’opera del cardinale Pierre d’Ailly († 1420), l’Imago mundi. Il dotto cardinale vi parlò del raggio e del volume della sfera terrestre, delle zone climatiche secondo la latitudine o dei poli. Egli vi affermava, ad esempio, per conclusione logica, che “quelli che vivrebbero al Polo avrebbero durante la metà dell’anno il sole sopra il loro orizzonte, e durante l’altra metà, una notte continua» (5), il che è straordinariamente esatto.

 

Pierre d’Ailly si ispirò al Trattato della Sfera di Nicolas Oresme († 1322), vescovo di Lisieux e consigliere di Carlo V. Il titolo dell’opera è sufficientemente evocativo. Lo stesso Oresme si ispira a un’opera eponima, il Trattato della Sfera del monaco inglese Jean de Sacrobosco († 1256) che fu un grande successo pedagogico ripubblicato, integrato e commentato per diversi secoli.

 

Allo stesso tempo, san Tommaso d’Aquino, nelle primissime pagine della Summa Theologica, volendo mostrare che alla stessa conclusione si può giungere per vie diverse, così illustra il suo punto: “Si tratta infatti della stessa conclusione dimostrata da l’astronomo e il fisico, per esempio, che la terra è rotonda». (6)

 

Si tratta quindi di un’ovvietà accettata dai vari studiosi dell’epoca. A cavallo del II millennio, Gerberto d’Aurillac († 1003), eletto papa con il nome di Silvestro II, realizzò un globo terrestre e, come molti dotti dell’epoca, commentò Macrobio (7) († 400), che asserisce la sfericità.

 

Aggiungiamo anche san Beda il Venerabile († 735) che ci dice che «la Terra è simile ad un globo», sant’Isidoro di Siviglia († 636) che parla di «globo terrestre» nelle sue famose Etimologie, Boezio († 524) che evoca la «massa rotonda della Terra» (8), san Gregorio di Nissa († 395) che ci descrive un’eclissi mediante la proiezione della «forma sferica» (9) della Terra sul Luna, etc. (10).

 

Naturalmente, la cosmologia antica asserisce anche una Terra immobile al centro di un cosmo sferico chiuso, ma questi errori sono presi dai Greci.

 

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Retroscena del mito

Potremmo dare poca importanza a tutto questo. Dopotutto, il cristiano può salvare la sua anima indipendentemente dalla forma che attribuisce alla Terra. L’essenziale non è forse questa spaventosa riduzione dell’aspettativa di vita che oggi è «di soli» 85 anni mentre nel Medioevo era la speranza della vita eterna? Certamente, ma ciò che qui ci interessa non è la forma della Terra o la scienza dei tempi antichi, ma l’origine del mito contemporaneo e ciò che esso ci racconta del nostro tempo. Questo mito è servito per lungo tempo come formula preconfezionata per ridicolizzare in un colpo solo la presunta stupidità dell’epoca cristiana condensata sotto il termine riduttivo di «Medioevo». Ma questo presunto “oscurantismo” si rivolta contro i propagatori del mito, tanto più fortemente quanto l’accesso alla conoscenza è incomparabilmente migliore oggi che all’epoca in cui la stampa non esisteva ancora. È facile sfatare il mito del «terrapiattismo» medievale, mentre nel Medioevo erano necessarie notevoli energie per preservare il sapere degli antichi.

 

In un buon libro pubblicato nel 2021, La Terre plate, généalogie d’une idée fausse (11), due accademici tracciano l’origine di questo tenace mito. Dovremmo stupirci di scoprire che l’autore principale del mito altri non è che Voltaire?

 

Lattanzio e Cosma

Ci sono infatti alcuni elementi che hanno contribuito a fondare il mito, in particolare l’apologista cristiano Lattanzio († 325) che rappresenta l’unica eccezione occidentale a favore della Terra piatta. Ma la sua opinione non fu seguita da nessuno e non fu mai annoverato tra i Padri della Chiesa.

 

In Oriente troviamo un certo Cosma Indicopleuste († intorno al 550) che scrisse una Topografia cristiana «terrapiattista». Questo illustre sconosciuto, il cui stesso nome è incerto, sembra essere un mercante di lingua greca dello scisma nestoriano. La prima traduzione latina della sua Topografia risale al 1707.

 

È necessario forse specificare che egli è totalmente sconosciuto all’Occidente medievale? Voltaire, tuttavia, cita Lattanzio e Cosma come rappresentanti della posizione di tutti i Padri: «i Padri consideravano la Terra come una grande nave circondata dall’acqua; la prua era a est e la poppa a ovest».

 

Ciò significa perdere una contestualizzazione elementare che misuri la trasmissione delle idee. Con tali amalgami si potrebbe anche dire che il terzo millennio è «terrapiattista» se si giudica da certi video presenti su Internet: questo vuol dire prendere per norma una tesi marginale. Ancora oggi non è raro vedere Cosma citato come il riferimento che non è mai stato.

 

La questione degli antipodi

Nella Città di Dio, sant’Agostino dice che non bisogna credere a chi afferma l’esistenza degli antipodiani (13), cioè degli abitanti della parte opposta della Terra, perché questa teoria si basa su congetture incerte e su resoconti non conclusivi. Sant’Agostino mostra qui un’esigenza empirica che difficilmente gli si potrebbe rimproverare e che non riguarda la forma della Terra.

 

Da ciò, Voltaire tuttavia concluse che il grande dottore della Chiesa negava la sfericità della Terra! Voltaire afferma anche che «Alonso Tostado, vescovo di Avila, alla fine del XV secolo, dichiara, nel suo Commento alla Genesi, che la fede cristiana vacilla non appena si crede che la Terra sia rotonda».

 

Tuttavia, non appena apriamo il libro in questione, scopriamo subito la menzogna di Voltaire, perché questo vescovo parla della «Terra sferica», o del «nostro emisfero» (14). D’altronde Tostado pensa, come sant’Agostino, che gli antipodi non sono abitati. Pierre d’Ailly, nell’opera sopra citata, qualifica come «opinioni» le varie tesi sull’abitazione degli antipodi. Qui siamo molto lontani dal dogma.

 

È a questa questione marginale degli «antipodi» che l’esplorazione di Cristoforo Colombo fornisce una risposta. Creò poi la leggenda di un Cristoforo Colombo venuto a infrangere il dogma «terrapiattista» sullo scoglio dell’esperienza, soprattutto in una biografia prodotta da Washington Irving, che contribuì notevolmente a questo mito.

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La Bibbia è «terrapiattista»?

Al tribunale del «terrapiattismo», Voltaire chiama ovviamente al banco degli imputati le Sacre Scritture. Scrive con la sua caratteristica ironia caustica: «il giusto rispetto per la Bibbia, che ci insegna tante verità più necessarie e più sublimi, è stato la causa di questo errore universale tra noi. Abbiamo trovato nel Salmo 103 che Dio ha steso il cielo sulla Terra come una pelle» (15).

 

Certamente, se si vuole tirare fuori dalla Scrittura un’ammissione di «terrapiattismo», possiamo sempre ingabbiare questa idea preconcetta in un versetto che in qualche modo si adatti ad essa (16). È possibile anche il contrario, poiché la Vulgata designa regolarmente la Terra con la parola “orbis” che tradurremmo prontamente con «globo» (17).

 

Ma invece di condurre questi dibattiti sterili, ricordiamo questo noto principio cattolico secondo cui la Scrittura deve essere letta alla luce dell’interpretazione dei Padri. Ma Voltaire non è un Padre della Chiesa. Lasciamo invece la parola alla straordinaria saggezza di san Basilio di Cesarea († 379):

 

«I fisici che si sono occupati del mondo hanno parlato molto della forma della terra, hanno esaminato se è una sfera o un cilindro, se somiglia a un disco e se è arrotondata su tutti i lati, o se è ha la forma di un carro, e se è cava al centro; poiché tali sono le idee che hanno avuto i filosofi e con le quali si sono combattuti tra loro».

 

«Quanto a me, non arriverò a disprezzare la nostra formazione del mondo perché il servo di Dio, Mosè, non ha parlato della forma della terra, che non ha detto che ha circonferenza 180.000 stadi (18); perché non ha misurato lo spazio dell’aria in cui si stende l’ombra della terra quando il sole ha lasciato il nostro orizzonte; perché non ha spiegato come questa stessa ombra, avvicinandosi alla luna, causi le eclissi».

 

«Poiché ha taciuto su questi punti che – essendo per noi inutili – non ci interessano, dovremmo svalutare, paragonandoli alla folle sapienza [del mondo], gli insegnamenti dello Spirito Santo? O piuttosto, glorificheremmo Colui che, lungi dal divertire le nostre menti con vanità, ha voluto che tutto fosse scritto per l’edificazione e la salvezza delle nostre anime?»

 

«Non riuscendo, mi sembra, a capirlo, alcuni hanno tentato, con alterazioni di significato e interpretazioni figurate, di attribuire loro stessi alle Scritture una profondità presa in prestito. Ma questo significa essere più saggi degli oracoli dello Spirito Santo e, sotto il colore dell’interpretazione, introdurre pensieri personali nel testo. Prendiamo quindi [questi oracoli] così come sono scritti». Omelie sull’Esamerone, h. IX.

 

Troviamo un’osservazione simile in sant’Agostino, a proposito del movimento degli astri: «mai il Vangelo mette sulle labbra del Signore parole come queste: “vi mando il Paraclito per insegnarvi il corso della luna e del sole”. Gesù Cristo ha voluto fare dei cristiani e non dei matematici. Su questi argomenti gli uomini hanno bisogno soltanto delle lezioni impartitegli nelle scuole». Contro Felice il Manicheo, l. I.

 

La Chiesa è «terrasferista»?

La Chiesa non ha quindi affermato né la piattezza né la rotondità perché non afferma nulla su questo argomento. Tutti i Padri, teologi e papi che affermano che la Terra è sferica non basano il loro pensiero sulla fede, perché la ritengono silenziosa su questo argomento. Sistematicamente si riferiscono a «filosofi», «fisici», «matematici».

 

Forniscono argomenti tratti dalla ragione e dall’osservazione: l’ombra della Terra sulla Luna durante le eclissi, l’albero della nave che scompare dopo lo scafo o anche le nuove stelle che appaiono all’orizzonte durante i viaggi. Questo è un punto importante, perché il mito cercava di insinuare che la fede sarebbe stata detentrice della scienza.

 

Il credente sarebbe stato portato a cercare la verità nella sola fede senza lasciare alcuno spazio alla ragione. Ma questo non è il pensiero della Chiesa. I Padri della Chiesa avevano solo a cuore di respingere l’idea dell’eternità del mondo trasmessa dalla cosmologia antica. La cosmologia moderna non li rimprovererà per questo.

 

L’inerzia di una falsificazione

Tutti questi elementi potrebbero fuorviare i non iniziati, ma non possono impressionare uno storico quantomeno serio. I primi propagatori del mito furono i più colpevoli. Ma una volta passate le prime falsificazioni, i successivi ripeterono il catechismo volteriano, mossi da una fede cieca nel progresso, senza occhio critico, e nel tempo, la falsificazione ripetuta migliaia di volte ha assunto il valore di una verità storica consolidata.

 

Michelet, che merita più il titolo di romanziere che di storico, ha ovviamente ripreso questa favola, tra molte altre. Viene ampliato anche da Antoine-Jean Letronne, titolare della cattedra di storia al prestigioso Collège de France nel XIX secolo [1]. Il tempo ha fatto errare un autore come Arthur Koestler, anche se questi ha contribuito a demistificare il caso Galileo. (21)

 

Esiste persino un libro del 2015 che pretende di «sfatare i miti» e ne trasmette una versione leggermente mitigata (22). Inizialmente, questo mito fu diffuso principalmente da circoli anticattolici, ma col tempo finì rapidamente per ingannare i cattolici.

 

Altri elementi furono aggiunti successivamente, come le antiche mappe, talvolta esposte come prova del «terrapiattismo» medievale. Ma prendere dei planisferi come prova del «terrapiattismo» è un argomento di una stupidità sorprendente che ci farebbe classificare i creatori delle mappe Michelino i progettisti di Google Maps come «terrapiattisti», con il pretesto che rappresentano la superficie della Terra piatta.

 

Per quanto riguarda le rappresentazioni sezionali, che potrebbero costituire una prova reale, non sono tratte da manoscritti medievali ma sono produzioni contemporanee destinate a illustrare il mito! Il mito diventa così artefice delle proprie «prove». Si autosostiene.

 

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Le origini del «terrapiattismo» contemporaneo

Per ironia della sorte, la nascita dell’attuale fenomeno «terrapiattista» va ricercata nel XIX secolo, poco dopo l’«illuminismo», nell’ascesa del razionalismo, all’interno di una comunità socialista utopica.

 

Infatti, intorno al 1839, Samuel Rowbotham, segretario dell’effimera comunità utopica Manea Fen, di ispirazione owenista (23), effettuò esperimenti sul fiume Bedford, dai quali concluse che la Terra era piatta. Scrisse un opuscolo dal titolo Astronomia zetetica (1849) per difendere la sua strana conclusione facendo appello al suo metodo «zetetico» (24) basato sulla sola ragione.

 

Realizzò poi un’opera più importante (1881) aggiungendo alcuni brani biblici interpretati in modo molto personale, senza fare appello né ai Padri, né a Cosma, né al Medioevo, e certamente non al Magistero, perché è un protestante che non sembra appartenere a nessuna denominazione.

 

Le sue idee furono poi riprese da una setta protestante, la Christian Catholic Apostolic Church, che evidentemente non ha nulla di cattolico malgrado il nome, poi dalla famosa Flat-Earth Society, che persiste ancora oggi.

 

Conclusione

È inquietante e significativo che un errore così grave sia ancora così diffuso. Se un mito del genere può aver ingombrato i libri di testo scolastici per due secoli, quanti altri sono ancora nascosti nelle rappresentazioni contemporanee del cristianesimo medievale? Ad esempio il presunto divieto della dissezione (25), la storia assurda della discussione sull’anima delle donne (26), il mito dello ius primae noctis che Voltaire non si fa problemi ad attribuire ai vescovi (27), etc.

 

La realtà è ancora più difficile da trovare quando si tratta di fatti reali che si mescolano in parte al mito, come la caccia alle streghe, l’inquisizione o il caso Galileo.

 

Tutti questi miti si radicarono tanto più durevolmente quanto arrivarono a rafforzare le idee preconcette degli anticlericali di tutte le convinzioni, rivoluzionarie o protestanti, anche se avevano costantemente in bocca la «lotta contro i pregiudizi».

 

È in questo stato d’animo che dobbiamo trovare la causa principale di questi miti: giudichiamo irrazionale il periodo medievale perché lo guardiamo con uno sguardo irrazionale. Proiettiamo la nostra irrazionalità sul passato per rafforzare meglio l’orgoglio di un presente ritenuto «illuminato» dalla ragione: il passato è «oscurantista» e noi siamo finalmente «illuminati», si dice con orgoglioso manicheismo.

 

Ma l’«illuminazione» del III millennio non è così chiara: non vediamo forse persone ai vertici riflettere seriamente sull’opportunità di collocare uomini nelle carceri femminili o nelle competizioni sportive femminili, semplicemente perché questi uomini hanno dichiarato di sentirsi donna?

 

Davvero, il nostro mondo non gira per il verso giusto. La perdita della fede non avrebbe qualcosa a che fare con questa perdita della ragione? Dimenticando questa verticalità religiosa che fa tendere l’uomo verso Dio, la Terra di oggi ha perso una delle sue dimensioni: è diventata spiritualmente piatta.

 

 

Don Frederic Weil

 

NOTE

1) Evan Adelinet, C Jamy del 22 aprile 2022. Troviamo lo stesso errore da parte di Jamy Gourmaud in un altro episodio dello show.

2) La risposta di ChatGPT alla domanda «Che forma aveva la terra secondo gli abitanti del Medioevo?». Bisogna tenere presente che se poniamo la domanda più specifica: «Cosa dicono gli studi recenti sull’idea che nel Medioevo credevamo che la terra fosse piatta?», otteniamo una risposta diametralmente opposta che smonta il mito. Da dove vediamo come questa IA sia stata «addestrata» con dati contraddittori, la maggior parte dei quali ha ripreso il mito. La prima questione, più ampia, ottiene così la risposta che corrisponde alla maggioranza dei testi, e quindi all’opinione dominante. La seconda domanda mira a indirizzare la risposta verso studi specifici su questa idea ricevuta.

3) Vedi Inventing the Flat Earth, Jeffrey Burton Russel, 1991.

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4) Il «mondo» non è la Terra, ma si riferisce all’antica cosmologia di un universo chiuso e sferico. La confusione tra i due è frequente, anche nelle opere degli storici. Abbiamo cercato di rimuovere questa ambiguità in tutto il nostro articolo.

5) Imago mundi di Pierre d’Ailly, tradotto e commentato da Edmond Buron, volume 1, Maisonneuve frères, 1930.

6) Summa Theologica, I pars, q. 1, a. 1, ad 2um.

7) Commento al sogno di Scipione.

8) La consolazione della filosofia, II, 13.

9) «Secondo gli astronomi, in questo mondo pieno di luce, l’ombra [sulla Luna] è causata dall’interposizione del corpo della Terra. Ma l’ombra, secondo la sua forma sferica, è racchiusa posteriormente dai raggi del sole e assume la forma di un cono. Il sole, parecchie volte più grande della Terra, la circonda da tutti i lati con i suoi raggi e, al limite del cono, unisce tra loro i punti di attacco della luce». La creazione dell’uomo, Sources Chrétiennes n° 6, cap. 21, pag. 181.

10) Sant’Ambrogio afferma la sfericità del «mondo» così come del sole e della Luna, ma è difficile trovare una menzione esatta per la Terra, perché non è questo il tipo di questione che interessa ai Padri. Tuttavia la sua cosmologia presuppone fortemente la sfericità della Terra (cfr. P. L. XIV, col. 133). Lo stesso vale per Eusebio di Cesarea (Collectio Nova Patrum et Scriptorum, ed. Montfaucon, t. 1, p. 460) o san Girolamo (Commento alla Lettera agli Efesini, trad. Abbé Bareille).

11) Violaine Giacomotto-Charra e Sylvie Nony, Ed. Les Belles Lettres, 2021. Ci siamo basati molto su questo libro.

12) Dictionnaire philosophique (1764), articolo Figure. Vedi anche gli articoli «Il Cielo Materiale» e «Il Cielo degli Antichi».

13) La Città di Dio, l. XVI, sec. IX.

14) Alphonsi Tostati Episcopi Abulensis, Opera omnia, Commentaria in Genesim, Venezia, 1728, p.

15) Voltaire aggiunse le parole «sulla Terra» che non si trovano nel versetto citato.

16) Alcuni si rifanno a Isaia (40, 22) parlando del Signore «seduto sul cerchio [gyrum] della Terra», ma, essendo il fatto di porre Dio in posizione seduta chiaramente un antropomorfismo da intendersi in senso metaforico, non ci si può ovviamente affidare a tale versetto per attingere ha un significato letterale corretto. Abbiamo anche questo passo di un salmo: «Ho stabilito le sue colonne» (Sal 74,4), ma sant’Ambrogio dice chiaramente di questo passo «non possiamo considerare che siano vere e proprie colonne, ma di quella virtù per cui [Dio] rafforza e sostiene la sostanza della Terra» (P. L. XIV, col. 133).

17) Cfr. l’introito di Pentecoste: «Lo Spirito del Signore ha riempito il globo delle terre [orbem terrarum]» (Sap 1,7). Il latino orbis è ambiguo in quanto può significare «cerchio» o «sfera». È la stessa ambiguità della parola «rotondo»: parliamo di «Terra rotonda» per designare una sfera, ma parliamo anche di una «tavola rotonda» che tuttavia è piatta. Il dizionario latino di F. Gaffiot traduce così l’espressione «orbis terræ»: «disco della terra secondo le idee antiche, per noi globo terrestreK. Ma è chiaro che Gaffiot è influenzato dal mito. Se guardiamo i testi dei Padri, vediamo ad esempio sant’Ambrogio parlare indiscriminatamente di orbis lunæ e globus lunæ, il che indica che l’orbis è proprio un globo (P. L., t. XIV, col. 127 e 200 ). Nel XVI secolo, lo studioso e poeta Jean-Pierre de Mesmes non esita a fare questa applicazione: «Bisogna dunque concludere che la massa terrestre è rotonda, poiché la sua ombra è rotonda: cosa che confessano i Santi Profeti, chiamando la Terra in diverse occasioni Orbis terræ» (Institutions astronomiques, cap. 18, p. 54–55).

18) San Basilio evoca qui le opinioni dei filosofi greci, perché non tutte sostengono la sfericità. Citiamo il canonico Copernico che ci informa sugli autori di queste diverse opinioni: «La terra non è piatta, come dicevano Empedocle e Anassimene, né a forma di tamburello come diceva Leucippo, né a forma di barca, come diceva Eraclito, né cava in altro modo, come diceva Democrito. Né ancora cilindrica, come diceva Anassimandro, né radicata nello spessore infinito della parte inferiore, come diceva Senofane, ma assolutamente sferica, come pensano i Filosofi». (Copernico, De revolutionibus orbium cœlestium) Questi ultimi filosofi sono essenzialmente Pitagora, Platone e Aristotele. Da notare che l’immaginazione umana va ben oltre la dualità riduttiva tra disco e sfera.

19) Questa è la misura data da Tolomeo nella sua Geografia. Utilizzò lo stadio filetario del valore di 210 metri che dà una circonferenza di 37.800 km. Il valore effettivo è di 40.070 km. Cfr. Pierre Duhem, Le Système du monde, t. II, pag. 7.

20) Des opinions cosmographiques des Pères de l’Eglise, in Revue des deux Mondes, t. 1, 1834.

21) Les Somnambules, 1955. Koestler non è uno storico, ma ha il merito di ricercare spesso nelle fonti… tranne che nel periodo precopernicano dove considera Cosma un’autorità indiscussa.

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22) «Agli inizi del Medioevo, l’oscurantismo imposto dalla Chiesa cattolica fece prevalere l’idea che la Terra fosse piatta. Ma i contemporanei di Cristoforo Colombo sapevano che la Terra non era piatta». Lydia Mammar, C’est vrai ou c’est faux? 300 mythes fracassés, Parigi, L’Opportun, 2015, sezione: Prima di Cristoforo Colombo, tutti pensavano che la Terra fosse piatta.

23) Prende il nome da Robert Owen, fondatore del socialismo utopico britannico. Owen vide in queste comunità l’unico modo per condurre una vita «razionale» e fondò la Rational Society per promuovere la loro ideologia, sostenendo tra le altre cose il controllo delle nascite e visioni molto liberali sul matrimonio. Rowbotham cercò l’approvazione della Rational Society per la sua comunità, ma non ebbe successo, sebbene ci fosse sostegno. La comunità fece notizia e durò appena due anni (1839-1841), dopodiché lo stesso Rowbotham le giudicò “riprovevoli e impraticabili”. Cfr. «A Monument of Union»: Social Change and Personal Experience at the Manea Fen Community, 1839–1841, John Langdon, 2012.

24) Dal greco zeteo, «cerco». Come la maggior parte di coloro che usano ancora oggi il termine zetetico, Rowbotham afferma di basarsi principalmente sull’esperienza, mentre è più un teorico. Non è lui l’inventore di questo uso del termine zetetico. Infatti, si trova nella Società Zetetica dei Liberi Pensatori di Edimburgo, fondata nel 1820 da liberi pensatori atei appartenenti al popolino.

25) Articolo di don Knittel: La Chiesa ha proibito la dissezione?

26) Si veda l’articolo sulla Légende du concile de Mâcon su Wikipedia.

27 La leggenda è stata ripresa da Michelet. Ovviamente non ha basi storiche. Cfr. Dizionario filosofico, Voltaire, articolo Cuissage: «È sorprendente che nell’Europa cristiana sia stato istituito per molto tempo una sorta di diritto feudale, e che almeno fosse considerato un diritto consuetudinario avere la verginità della propria suddita. La prima notte di nozze della ragazza del contadino spettava indiscutibilmente al signore… Non c’è dubbio che gli abati, i vescovi, si attribuissero questa prerogativa in quanto signori temporali».

 

Somma di articoli previamente apparsi su FSSPX.news.

 

 

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

 

 

 

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Storia

Scoperto nei Paesi Bassi un enorme e lussuoso complesso termale romano

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Il più grande complesso termale romano mai scoperto è emerso nei Paesi Bassi, gettando nuova luce sulla ricchezza e l’importanza dell’antica città romana di Ulpia Noviomagus, corrispondente all’odierna Nimega (Nijmegen).   I ricercatori delle società archeologiche RAAP e BAAC stavano conducendo indagini di routine nel quartiere Waalfront di Nimega, un’area destinata a un nuovo sviluppo residenziale. Gli scavi, iniziati a settembre dello scorso anno e che si concluderanno a luglio, hanno portato alla luce un bagno pubblico, blocchi residenziali, lussuose dimore, strade e una torre risalenti a quasi 2.000 anni fa.   «Per anni, le tracce del passato romano in questo luogo sono rimaste invisibili, nascoste nelle profondità della terra. Ora che stiamo realizzando un nuovo ambiente abitativo, il passato è diventato visibile», ha dichiarato Joost Mulder, direttore regionale di BPD per la regione Nord-Est e Centrale, in un comunicato stampa.

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Il complesso termale, in latino thermae, si estendeva su almeno 4.900 metri quadrati, risultando il secondo complesso termale pubblico romano più grande mai scavato nei Paesi Bassi. Nonostante secoli di rimozione e riutilizzo di pietre successivi al periodo romano, alcune parti della struttura si sono conservate in modo eccezionale.   Le dimensioni del complesso riflettono l’importanza di Ulpia Noviomagus, la città romana che un tempo sorgeva in questo luogo e che si ritiene abbia ricevuto il suo status ufficiale dall’imperatore Traiano intorno al 100 d.C: il prefisso Ulpia deriva dal suo nome di famiglia (Marco Ulpio Traiano). I ritrovamenti suggeriscono che quest’area della città rimase attiva fino al III secolo d.C.   Il complesso termale era riccamente decorato. Le pareti interne erano rivestite di marmo. I pavimenti erano lastricati con piastrelle di pietra calcarea bianche e nere. Altre stanze presentavano stucchi colorati e dipinti. Modanature decorative in pietra calcarea e arenaria adornavano le facciate dell’edificio, mentre colonne realizzate con gli stessi materiali ne esaltavano lo splendore.   Gli archeologi hanno anche portato alla luce estesi sistemi di drenaggio, pavimenti e un ipocausto, un sofisticato sistema romano di riscaldamento a pavimento sorretto da pilastri in mattoni. Questa tecnologia faceva circolare aria calda sotto un pavimento rialzato, come riportato da Archaeology News. Due fondamenta in pietra, alte quasi due metri, sono ancora visibili e rappresentano alcuni degli esempi meglio conservati di muratura romana a Nimega.   Decine di migliaia di reperti rinvenuti nel sito testimoniano lo stile di vita agiato di cui godevano gli abitanti durante il II e il III secolo d.C.   Tra i reperti rinvenuti figurano frammenti di statue in bronzo, anelli con sigillo, una collana con chiusura in oro, monete e centinaia di forcine in osso utilizzate nelle elaborate acconciature romane. In particolare, due delle forcine presentavano notevoli incisioni di gatti: una seduta e una in piedi.   Tuttavia, un busto di bronzo raffigurante Bacco, il dio romano del vino, ha attirato maggiormente l’attenzione degli archeologi. Essi ritengono che l’oggetto facesse originariamente parte di una brocca o di un mobile, prima di essere successivamente adattato per essere utilizzato su una bilancia.   Gli archeologi hanno inoltre recuperato numerose monete risalenti al regno dell’imperatore Postumo, che regnò tra il 260 e il 269 d.C., fornendo una rara testimonianza di un’occupazione continuativa durante un periodo relativamente poco documentato.   Secondo quanto riportato da Archaeology News, gli sviluppatori e i funzionari comunali intendono integrare il patrimonio romano del sito nel futuro quartiere.   «Il legame con il passato rimarrà visibile anche in futuro. Ad esempio, diversi edifici residenziali saranno caratterizzati da un’area pedonale coperta con file di colonne. Un colonnato proprio come ai tempi dei Romani. E i costruttori intendono chiamare la piazza verde nel cuore del quartiere Thermenplein, ispirandosi alla pianta del complesso termale. Un riferimento diretto al luogo di ritrovo romano che sorgeva qui circa 2000 anni fa», conclude il comunicato stampa.

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La bellezza delle terme romane era stata decantata anche da Thermae Romae (in originale Terumae Romae), un celebre fumetto della mangaka Mari Yamazaki, che ha studiato a Firenze e vive in Italia, pubblicato tra il 2008 e il 2013. La trama unisce l’antica Roma e il Giappone moderno, celebrando l’amore per i bagni termali che unisce entrambi i popoli.   Il protagonista è Lucius Modestus, un ingegnoso architetto romano dell’era di Adriano in forte crisi creativa. Attraverso una misteriosa fessura temporale sul fondo di una vasca, viaggia nel tempo fino al Giappone odierno. Qui scopre le grandi innovazioni tecnologiche dei bagni nipponici, scambiando i locali per schiavi «dalla faccia piatta». Tornato nel passato, applica queste idee rivoluzionarie ottenendo un enorme successo.   L’opera brilla per una comicità basata sul divario culturale, arricchita da dettagli storici. Il manga vinto il prestigioso premio Manga Taishō nel 2010 e eil premio miglior storia breve al quattordicesimo Premio culturale Osamu Tezuka. L’opera è stata tradotta nel 2012 in un anime in tre episodi, per poi divenire anche un film live-action nello stesso anno. Nel 2022 Netflix ha riadattato la storia con il nome Thermae Romae Novae.    

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Storia

Béchir Gemayel, eroe del Libano cristiano

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Il Libano, magnifico paese d’Oriente la cui civiltà risale a tempi antichissimi… Evangelizzato fin dagli albori della Chiesa, fu tra le sue montagne ricoperte di cedri che i cristiani trovarono rifugio dall’invasione islamica iniziata nel VII secolo. Pur non essendo mai stati assoggettati alla dhimmitudine, la loro presenza sembrava tuttavia destinata a scomparire all’alba degli anni Settanta. Questo senza aver fatto i conti con l’emergere di un giovane leader del calibro dei più grandi eroi.

 

La famiglia Gemaiel

Il 10 novembre 1947, la casa dei Gemayel era in festa: il sesto figlio di Pierre e Geneviève era appena nato ad Achrafieh, lo storico quartiere cristiano di Beirut. Il piccolo Béchir fu subito portato a essere battezzato nella chiesa di San Michele nel villaggio di Bikfaya, la roccaforte di famiglia incastonata tra le montagne vicine. Da lì, fin dal XVII secolo, questa stirpe di personaggi illustri era fiorita, ancorata a una solida casa di pietra tramandata di generazione in generazione, ognuna delle quali aveva dato i natali a grandi uomini: ufficiali militari, medici, avvocati, giornalisti, diplomatici…

 

È vero che i massacri di cristiani perpetrati tra il 1858 e il 1860 dai Drusi sotto l’influenza britannica costrinsero parte della famiglia all’esilio. Il clan si stabilì a Mansourah, una grande comunità libanese in Egitto, dove l’economia era in piena espansione grazie alla recente apertura del Canale di Suez. Il nonno paterno di Béchir tornò in Libano all’inizio del XX secolo come medico; tra i suoi pazienti a Beirut figuravano molte personalità influenti in Libano. Devoto maronita, il dottor Amine era noto per la sua fede e la sua integrità morale.

 

Il padre, Pierre, nacque nel 1905 a Bikfaya. Aveva nove anni quando la sua famiglia fu costretta all’esilio per la prima volta, questa volta a Mansourah, a causa della carestia che gli Ottomani inflissero al Libano durante la Prima Guerra Mondiale. A tredici anni tornò in Libano e continuò gli studi presso i Gesuiti. Meno dotato a livello accademico rispetto al padre, divenne farmacista a Place des Canons, a Beirut. La sua fama crebbe come grande sportivo: fondò la Federazione Libanese di Calcio e la rappresentò alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Profondamente colpito da ciò che vide lì, al suo ritorno diede un forte impulso alle Falangi Libanesi, un movimento sportivo che divenne rapidamente uno strumento di azione politica per i giovani nazionalisti libanesi.

 

Pierre Gemayel fece pressione sulle autorità francesi per ottenere l’indipendenza del suo paese, che era sotto mandato dal 1918. Manifestò senza lasciarsi intimidire dalle minacce e raggiunse il suo obiettivo il 22 novembre 1943, approfittando delle divisioni interne tra le fazioni di Vichy e golliste durante la Seconda Guerra Mondiale. Il primo esemplare della nuova bandiera libanese fu creato nella casa dei Gemayel, disegnato direttamente sul pavimento e cucito da Geneviève, la madre di Béchir.

 

Geneviève aveva 25 anni quando sposò Pierre nel 1934. Donna dalla forte personalità, questa libanese era nata nel 1908 a Mansourah, in una famiglia esiliata in Egitto, e tornava in patria solo per le vacanze, durante le quali conobbe suo marito. Ben preparata per la sua missione, era abile in ogni tipo di lavoro manuale, così come nelle arti – musica e pittura – ricevendo diversi riconoscimenti dal re Fouad d’Egitto. Tenace e audace, ottenne segretamente la patente di guida a 16 anni e il brevetto di pilota a 20.

 

I coniugi Gemayel ebbero quattro figlie e poi due figli maschi, Amine e Béchir. Madre devota, preparò le figlie a diventare mogli esemplari e colte, capaci di gestire una casa e crescere i figli. Si dedicò con attenzione agli studi dei ragazzi, ma Béchir, troppo birichino e irrequieto, sarebbe sempre stato uno studente mediocre. Pierre esercitò la sua autorità paterna; i pasti in famiglia si consumavano in assoluto silenzio; dopo la messa, le domeniche erano dedicate a lunghe passeggiate. Al suo fianco, Béchir imparò il significato del servizio, dell’integrità e dell’amore per il Libano. Per tutta la vita, si sarebbe rivolto al padre in piedi, per rispetto.

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La giovinezza di un leader

La giovinezza di Béchir fu turbolenta; non sopportava di essere disciplinato quando la percepiva come ingiusta. Suo padre dovette disciplinarlo severamente, correggendo i suoi capricci e la sua testardaggine. Testardo, birichino e paladino della giustizia, fu spesso sottoposto a punizioni e convocazioni, fino a essere espulso a 12 anni dal collegio gesuita di Jamhour. Dopo un percorso scolastico caotico, conseguì finalmente il diploma di maturità in lettere a 20 anni. Va detto che, dopo aver lasciato il collegio, Béchir si era dedicato all’attivismo politico con le Kataeb, le Falangi Libanesi, un impegno ben più stimolante.

 

Come leader, riunì attorno a sé un gruppo di amici e prestò loro libri ben informati. Le sezioni studentesche di Kataeb intrapresero un addestramento paramilitare in montagna, aiutarono i più poveri, parteciparono ai principali eventi locali e condussero incursioni e scontri di strada contro le azioni antipatriottiche dei militanti di sinistra filo-palestinesi e dei musulmani panarabisti. Questi giovani strinsero amicizie e legami di lealtà duraturi; in seguito avrebbero servito fianco a fianco nel Consiglio militare delle forze libanesi.

 

Nel 1966, durante le attività della sezione, conobbe una graziosa ragazza di sedici anni, Solange, studentessa presso la scuola del convento delle suore francescane dove imparava il mestiere di segretaria. Si frequentarono sinceramente per undici anni prima di decidere di sposarsi e mettere su famiglia nel marzo del 1977. Precedentemente mediocre e indisciplinato, Béchir iniziò a lavorare con impegno e nel 1971 conseguì la laurea in diritto francese e libanese presso l’Università di San Giuseppe, laureandosi con lode. Insegnò anche educazione civica in una delle sue ex scuole, il Modern Institute of Lebanon. I suoi studenti impararono il senso di responsabilità; rimasero colpiti dalla sua calma, dalla sua franchezza e dalla sua capacità di ascolto.

 

Dopo aver completato gli studi, Béchir scelse di diventare avvocato e svolse dei tirocini negli Stati Uniti prima di fondare il proprio studio legale ad Achrafieh nel 1974. Ma gli eventi presero una svolta drammatica…

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La guerra inevitabile

La guerra civile libanese, ben più di una guerra civile, fu una guerra di liberazione, poiché gran parte della popolazione si schierò con potenze straniere in nome dell’Islam. Dal 1948, la società libanese aveva in gran parte accolto i palestinesi espulsi dalle loro case dalla creazione dello Stato di Israele a beneficio degli ebrei sionisti. I maroniti, noti per la loro generosità, accolsero con favore questi rifugiati di confine, che ben presto si sentirono a casa.

 

Dalla Guerra dei Sei Giorni del 1967 in poi, furono massicciamente armati dall’Unione Sovietica e dai Paesi arabi. Lo Stato libanese, troppo debole, fu in gran parte sopraffatto e perse ogni controllo; cedette zone extraterritoriali all’interno del proprio territorio, nelle quali l’esercito non poté più entrare. Béchir aveva 22 anni quando, nel 1969, i cristiani libanesi furono costretti a riconoscere di essere invasi dai rifugiati. Nel 1975, i rifugiati erano oltre 600.000 su una popolazione di due milioni.

 

Insieme ai musulmani libanesi, i palestinesi crearono uno Stato nello Stato, esercitando una propria forza di polizia, rapendo cristiani che torturavano ed estorcevano denaro, e molestando e violentando donne cristiane nei loro campi. Nel 1970, Béchir Gemayel ne fu testimone diretto, venendo detenuto per ventiquattro ore. Il suo orgoglio esplose; decise di resistere e liberare il suo paese dall’immigrazione occupante con cui socialisti, comunisti, sunniti e drusi libanesi avevano cospirato. La strada islamica si unì attorno al fucile palestinese, pronta a cacciare i cristiani e a sottometterli, come incita il Corano. Bisognava agire: «Dopo, sarà troppo tardi!», dichiarò Béchir.

 

Le prime forze armate Kataeb, composte da 80 combattenti, marciarono nel 1973. Due anni dopo, contavano 3.000 giovani cristiani, addestrati in segreto sulle montagne vicino a Jounieh. Gli assalti alle posizioni dell’OLP, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina, molto più pesantemente armata, rappresentarono il loro battesimo del fuoco.

 

«Il 13 aprile 1975 fu il giorno di una cospirazione il cui obiettivo principale era eliminare il ruolo politico e culturale dei cristiani e trasformare il Libano in uno stato islamico. La resistenza del popolo cristiano ha sventato questo progetto. Non abbiamo assolutamente alcuna intenzione di vivere in sottomissione a nessuno». Queste sono le parole di Bashir per spiegare cosa accadde in quella splendida giornata di sole ad Ain el-Remmaneh, un sobborgo meridionale di Beirut, dove le milizie palestinesi aprirono il fuoco sui cristiani riuniti nel cortile della chiesa di Bon-Secours il giorno della sua inaugurazione.

 

Questa fu la goccia che fece traboccare il vaso: scoppiò la guerra. Gli uomini presero le armi e non lasciarono in vita nessuno dei 25 fedayn provocatori. Un’ora dopo, il leader druso Kamal Jumblatt invocò la mobilitazione dei musulmani contro i cristiani, e una pioggia di proiettili si abbatté sulla chiesa di Bon-Secours e sul quartiere circostante.

 

Il bombardamento scatenò immediatamente una mobilitazione cristiana, nonostante le scarse risorse militari a disposizione. I combattenti lottarono ferocemente per la sopravvivenza: gli scontri di strada causarono 120 morti in quattro giorni. Ogni uomo si affidò a Dio e alla Vergine Maria, consapevole che lo attendeva un esito fatale contro un nemico che raramente faceva prigionieri.

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Operazione di sopravvivenza

Vennero formati commando cristiani d’élite, guidati dal formidabile Béjin, addestrati da soldati libanesi e da un ex ufficiale francese del 2° Reggimento Paracadutisti Stranieri (2e REP), François Borella. Data l’urgenza della situazione, ogni fucile era indispensabile, e Jocelyne Khoueiry formò un battaglione femminile. Béchir si guadagnò il rispetto nelle battaglie urbane; il suo autocontrollo, il suo innato genio militare e la sua umiltà gli valsero la lealtà dei combattenti e della popolazione. Fu così che gradualmente ottenne posizioni di crescente importanza, culminate nel comando supremo dei Kataeb, che rappresentavano il 60% delle milizie cristiane.

 

I quartieri cristiani di Beirut, assediati e bombardati, devono essere protetti e le famiglie in lutto devono ricevere assistenza. I combattenti falangisti lottano con tale ferocia per la loro sopravvivenza che la determinazione del nemico spesso vacilla. Riescono a resistere per mesi, con una manciata di uomini, contro un avversario pesantemente armato e numericamente superiore. Alcuni studenti francesi si uniscono a loro. A volte interi settori cadono, come il 16 gennaio 1976 a Damour, dove gli aggressori saccheggiano, violentano e uccidono gli abitanti: la Croce Rossa conta 580 cristiani morti, tra cui decine di corpi smembrati. Seguono numerose battaglie – nel quartiere degli hotel, nella zona di quarantena, a Dbayeh, a Tall el-Zaatar e altrove – caratterizzate da impressionanti successi difensivi.

 

L’esercito nazionale libanese è ormai ridotto a un cadavere, poiché i soldati musulmani hanno disertato in massa – il 60% dei suoi ranghi – portando con sé le armi per unirsi alla coalizione islamica, l’Ummah. Bashir comprende che, in inferiorità numerica di trenta a uno e armato solo di Kalashnikov e lanciarazzi, la sua lotta non può continuare. Poiché nessun Paese occidentale è disposto a sostenerlo, stringe un’alleanza pragmatica con Israele per procurarsi armi pesanti, un accordo reciprocamente vantaggioso.

 

Infuriati, i musulmani intensificarono i loro attacchi terroristici nel 1977 e la Siria invase gran parte del Paese sotto le spoglie di una forza fantoccio di deterrenza araba, l’ADF. Arafat aveva detto dei cristiani libanesi: «Ne elimineremo un terzo, un altro terzo fuggirà e l’ultimo terzo si sottometterà». Ora è troppo tardi: la guerra ha forgiato una squadra eccezionalmente forte attorno a Béchir.

 

Nel 1978, i Kataeb arrivarono persino a liberare una caserma dell’esercito libanese assediata dai siriani. Il presidente libanese, Elias Sarkis, comprese che il futuro del paese era ormai nelle mani del giovane leader cristiano. Per cento giorni, Bashir e la sua milizia furono accerchiati dall’esercito professionale siriano ad Ashrafieh; un bombardamento infernale, con 2.000 proiettili al giorno, si abbatté sulla popolazione civile, intere famiglie perirono e gli interventi chirurgici furono eseguiti al buio negli ospedali. Ma, con grande stupore della stampa mondiale, i cristiani resistettero: i siriani furono sconfitti e si ritirarono con pesanti perdite. Béchir, esausto, esultò. Le Nazioni Unite chiesero un cessate il fuoco; la vittoria politica internazionale fu significativa.

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Unificare il fucile cristiano

Nel 1979, gli attentati contro i cristiani continuarono con il pretesto di «punizione»; diversi loro leader furono assassinati da autobombe. Tra questi c’era Maya, la figlia di Béchir di soli 20 mesi, che morì tragicamente insieme a sette guardie del corpo. Con la moglie Solange, Béchir pianse davanti alla piccola bara bianca: «La mia piccola Maya è una delle nostre martiri e non sarà caduta invano. Noi andiamo avanti!».

 

Uno degli altri problemi che Bashir dovette affrontare quell’anno fu la necessità di sottomettere militarmente, tramite incursioni di commando, altre milizie cristiane non appartenenti al clan Kataeb. Tra queste milizie, alcuni combattenti cedettero alle tentazioni, insite in ogni guerra civile, di comportarsi da criminali. Di fronte a questo grave dilemma morale, il 7 luglio lanciò un attacco contro di loro e, come gesto di buona volontà, in seguito integrò, senza distinzione, i membri onesti di tutte le milizie esistenti sotto un unico comando pluralista: le Forze Libanesi.

 

L’esercito cristiano è ora unificato, con 20.000 uomini in stato di allerta permanente, i suoi squadroni corazzati, i suoi cannoni da 155 mm, i suoi porti privati ​​e la sua pista di atterraggio. Ordine, disciplina, onestà e condotta esemplare sono le parole d’ordine di Bashir, applicate alla lettera. I musulmani prendono sul serio questo principio con questa dimostrazione di forza: Bashir esige integrità dai suoi amici cristiani.

 

Essendo diventato il rappresentante numero uno indiscusso del fronte cristiano, dovette preparare con cura i suoi discorsi, perché il mondo intero lo ascoltava. I suoi discorsi erano semplici e diretti. Uomini esperti e studiosi lo circondavano per consigliarlo: Selim Jahel, Charles Malek e padre Selim Abou. Senza compromessi, disse la verità con cortesia e fermezza a diplomatici e politici, arrivando persino a rimproverare il Vaticano per il suo sostegno ai palestinesi a scapito dei cristiani d’Oriente. Va detto che all’inviato di Béchir a Roma era stato detto dal rappresentante della Santa Sede: «Andate a parlare con i russi!», nonostante Mosca avesse condannato a morte il leader cristiano.

 

L’ambasciatore americano fu informato che i piani degli Stati Uniti per i libanesi, elaborati senza il loro contributo, non avrebbero avuto successo, perché «solo i libanesi possono decidere per sé stessi». Non aveva senso pianificare il loro disarmo: «Sappiamo quando abbiamo bisogno dell’esercito e quando no». Fiducioso nella propria forza militare, Bashir si fece beffe delle visioni utopiche americane del suo paese: «Non abbiamo bisogno di soldati americani per difenderci; sta a noi morire per la nostra patria, come hanno già fatto 4.000 martiri».

 

Incoraggiò i suoi uomini, dichiarandosi orgoglioso di essere tra loro, ammirando il loro spirito di sacrificio e gli insegnamenti che offrivano al mondo. Spettacolari parate li riunivano, mettendo in mostra la loro perfetta organizzazione; così, il 22 ottobre 1980, in occasione della Festa dell’Indipendenza, si rivolse a 40.000 persone riunite nello stadio Jounieh: «Siamo i santi di questo Oriente e dei suoi demoni, la sua croce e la sua punta di lancia, la sua luce e il suo fuoco. Siamo capaci di bruciarlo se ci bruciano le dita, di illuminarlo se le nostre libertà vengono rispettate».

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Il punto di svolta di Zahle

Nel dicembre del 1980, le truppe siriane decisero di conquistare Zahle, una città cristiana nella valle della Bekaa con una popolazione di 200.000 abitanti. Le milizie delle Forze Libanesi impedirono loro l’ingresso; assalti supportati da pesanti bombardamenti di artiglieria si abbatterono sulle case. Iniziò l’assedio della città. La neve ostacolò le operazioni su larga scala e i commando cristiani Maghawir di Joe Eddé si distinsero per la loro brillante azione, conquistando una decina di posizioni nemiche.

Umiliati da questa inaspettata resistenza, i siriani inviarono ingenti rinforzi, ma senza successo. Nell’aprile del 1981, l’opinione internazionale fu influenzata da questa impresa. Bashir divenne molto popolare; lo si sentì alla radio RMC: «Incredibili atti di eroismo si sono verificati tra le montagne. I nostri giovani sono stati costretti a marciare per 48 ore nella neve, trasportando munizioni sulle spalle fino ai loro compagni a Zahle. I combattenti sono morti di stenti mentre erano di guardia tra le montagne».

 

La popolazione cristiana sopportò mesi di incrollabile resistenza in condizioni estreme, sotto continui bombardamenti. Gli Stati Uniti, governati da Ronald Reagan dal gennaio 1981, cambiarono atteggiamento nei confronti dei cristiani libanesi, che avevano imparato a rispettare: l’obiettivo non era più quello di sacrificarli all’Islam, ma di proteggerli. Anche in Francia, François Mitterrand era stato appena eletto e, paradossalmente, considerava la protezione dei cristiani libanesi una tradizione millenaria da preservare.

 

Una missione diplomatica delle Forze Libanesi fu aperta a Parigi e lo stesso Michel Rocard si recò in Libano per rendere omaggio a Bécir. Grazie a tale sostegno, i siriani furono costretti a togliere l’assedio alla città. Con grande sorpresa di tutti, quando le truppe delle Forze Libanesi, stremate da cinque mesi di combattimenti, uscirono vittoriose dalle loro trincee il 30 aprile, erano rimasti solo 95 combattenti. Questa battaglia di Zahle, ampiamente pubblicizzata, fu un trionfo per Bashir; la comunità cristiana lo acclamò ovunque. Divenne popolare persino tra i musulmani libanesi, ai quali tese una mano di riconciliazione.

 

Béchir fu accolto negli Stati Uniti nell’agosto del 1981 insieme alla moglie Solange. I siriani, sostenuti dall’URSS, furiosi, si vendicarono assassinando l’ambasciatore francese a Beirut, Louis Delamare, il 4 settembre 1981.

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La «ridotta cristiana»

Un altro aspetto che ha colpito la stampa internazionale è il netto contrasto tra le aree amministrate dalle milizie cristiane e quelle controllate dai musulmani. «La zona cristiana», scrive un giornale, «è la Costa Azzurra con un incredibile boom immobiliare!». In queste aree, le milizie, dal 1976, hanno preso il controllo di tutti i settori, con un’efficienza persino superiore a quella dello Stato stesso.

 

Sostenuto da comitati di base, il Partito Kataeb sovrintende a tutto: dai trasporti pubblici alla manutenzione delle condutture idriche, dalla rete elettrica al servizio postale rapido. Bashir partecipa alle riunioni in loco, che trattano un’ampia gamma di argomenti. Centoventisei comitati si occupano dell’istruzione, organizzando ripetizioni gratuite per gli studenti in difficoltà; gli ospedali sono riforniti in modo impeccabile di medicinali; i rifugi sono arredati e mantenuti. Una casa di riposo per veterani si prende cura dei feriti e dei disabili a spese delle Forze Libanesi, che provvedono anche al sostentamento delle loro famiglie.

 

I combattenti trascorrono quattro giorni alla settimana al lavoro o all’università e tre al fronte. L’enclave cristiana di un milione di abitanti su 2.000 chilometri quadrati, inclusa Beirut Est, appariva nel 1981 come un piccolo paradiso libanese, ed era difficile immaginare che la guerra infuriasse ogni giorno a pochi passi di distanza. Le Forze Libanesi imponevano tasse inferiori a quelle statali; nuove attività commerciali venivano create continuamente, a volte da espatriati che erano tornati «nel paese di Béchir» per beneficiare del successo.

 

Nasce un vero e proprio Stato, ma Béchir ripete che si tratta solo di uno Stato pilota per il nuovo Libano che dovrà essere costruito sui suoi 10.452 km² di territorio: «Non si tratta di accontentarsi di 50 km di costa e 20 km di montagne. Libereremo tutto, altrimenti tutto ciò che abbiamo fatto sarà stato vano».

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La salita finale

Il 6 giugno 1982, gli israeliani invasero il Libano meridionale: si trattava dell’Operazione «Pace per la Galilea», volta a costringere i palestinesi, nemici dell’OLP, ad abbandonare il Libano e a stroncare un focolaio di terrorismo ai confini dell’entità sionista. Il 26 luglio, Béchir annunciò alla radio la sua candidatura ufficiale alle elezioni presidenziali libanesi. Per lui, tutti gli occupanti stranieri – siriani, palestinesi, israeliani, ecc. – non avevano più alcun ruolo in Libano; era giunto il momento di riprendere il controllo del paese.

 

Fece del ritorno di tutti i cristiani alle loro case un principio inviolabile e rimase intransigente di fronte alle arroganti richieste di Israele, il suo principale fornitore di armi. Il leader palestinese Arafat comprese che le masse musulmane libanesi si stavano allontanando da lui e si stavano avvicinando sempre più a Bashir. Richiese quindi una flotta internazionale – americana, anglo-italiana e francese – che arrivò il 18 agosto e, nel giro di due settimane, imbarcò 70.000 palestinesi diretti verso altre destinazioni.

 

Il 23 agosto, il Parlamento libanese si riunì e, su 63 membri, Béchir ottenne 59 voti contro 4 astensioni: anche i musulmani votarono per lui. Fu un trionfo. Il presidente senza potere che Bashir avrebbe dovuto succedere, Elias Sarkis, pianse di gioia: «Questo è il giorno più felice della mia vita, Bashir è stato eletto! È la ricompensa per sei anni di sofferenza».

 

Chiamò immediatamente Bashir, chiedendogli di barricarsi nel palazzo presidenziale, poiché era diventato il bersaglio numero uno del terrorismo internazionale. Bashir non lo ascoltò: voleva dedicarsi al suo popolo, all’immensa folla che gridava di gioia. Tutti erano convinti che la rinascita del Libano stesse finalmente per iniziare; i funzionari pubblici si precipitarono al lavoro; la corruzione scomparve in massa.

 

Prima di entrare in carica, Bashir volle riunire per l’ultima volta la sua squadra originale. Il 14 settembre uscì di casa per trascorrere parte della giornata al Convento della Croce, dove incontrò sua sorella Arze, una suora, e sua moglie Solange. Verso le 16:00, si trovava negli uffici di Kataeb ad Achrafieh e aveva appena iniziato la riunione quando una violenta esplosione fece saltare in aria l’edificio: palestinesi e siriani si erano vendicati.

 

Il corpo del leader cristiano è stato identificato tra le macerie grazie alla fede nuziale al dito. Bashir ha così reso l’anima a Dio all’età di 34 anni, Presidente del Libano, lasciando una vedova di 32 anni e due figli, oltre a un popolo libanese inconsolabile: «Mai nella storia del Libano un uomo ha suscitato tanta speranza né ha fatto scorrere tante lacrime», ha scritto un giornalista.

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Il monaco-soldato

È una coincidenza che quest’uomo sia morto nella festa della Santa Croce, il 14 settembre? Noi non lo crediamo. Poche ore prima dell’attentato, aveva detto in un discorso: «Quando si tenta di eliminarci o di cancellarci dalla mappa, Cristo stesso ci chiede di morire testimoniando per Lui, ed è ciò che sta accadendo in Libano. Spero che tutti all’estero lo capiscano. Oggi testimoniamo per tutti i cristiani del mondo, proprio come i primi cristiani, in epoca romana, morirono per testimoniare la fede e la religione cristiana».

 

Bashir ritiene che decenni di menzogne ​​e codardia siano la vera causa della guerra civile: «Solo la verità ci permetterà di proteggerci e di camminare a testa alta». La negazione della realtà, «per il Libano, ha causato 100.000 morti». La lotta per la verità è quindi essenziale: «Non riusciremo mai a uscire da questa crisi se non avverrà in ognuno di noi un’autentica rivoluzione interiore, prerequisito per una riforma generale».

 

Mettendo in pratica il quarto comandamento di Dio, Béchir ricordò ai suoi compatrioti il ​​dovere di proteggere e far crescere l’eredità ricevuta, affinché potessero trasmetterla ai loro discendenti. Per fare ciò, dovevano riprendere il controllo del proprio paese; gli interessi del Libano dovevano avere la precedenza sull’immigrazione incontrollata e ostile. Nel febbraio del 1982, disse ai giovani soldati delle Forze Libanesi: «Dovete essere estremamente ben preparati, in modo da poter essere soldati su cui possiamo contare. Sarete la forza che impedirà al deserto di inghiottirci».

 

Proprio il giorno della sua morte, difese l’onore del suo paese contro gli arroganti globalisti occidentali, precursori dell’odierno«wokismo»: «Abbiamo 6.000 anni di storia di cui siamo orgogliosi e sappiamo cosa dobbiamo fare per preservare questo patrimonio. Non abbiamo lezioni di civiltà o cultura da ricevere da nessuno. Siamo orgogliosi di ciò che possediamo! Siamo orgogliosi di tutto il nostro patrimonio!»

 

L’istruzione scolastica deve essere «un’istruzione che scaturisca dalla nostra civiltà e da programmi di studio che riflettano il cuore delle nostre vite. Vogliamo che i libri di storia insegnino la nostra visione della storia». Egli sa che «ogni sradicamento crea un vuoto psicologico, un intenso disorientamento nel cittadino e, al tempo stesso, apre una breccia abbastanza ampia da poter essere sfruttata da un’occupazione straniera».

 

Di fronte alla dhimmitudine che i musulmani cercano di imporre con la forza ai cristiani del Libano, Béchir è intransigente: «Vogliamo vivere qui e camminare a testa alta! Vogliamo rimanere in questo Oriente, affinché le campane delle nostre chiese continuino a suonare quando vogliamo, nelle gioie e nei dolori! Vogliamo poter battezzare come vogliamo; vogliamo poter praticare le nostre tradizioni e i nostri riti, la nostra fede e le nostre convinzioni, come vogliamo».

 

Di fronte ai sacrilegi dei musulmani, Béchir non trema: «Ricostruiremo la chiesa di Damour, anche se l’hanno profanata, deturpata e saccheggiata!». Non si fa illusioni sull’ecumenismo suicida praticato dal Concilio Vaticano II in poi: «Il mio problema non è vedere uno sceicco e un prete abbracciarsi, o una moschea e una chiesa che chiamano alla preghiera con un muezzin. Questi sono simboli esteriori che non hanno alcuna importanza ai miei occhi». Avverte Papa Giovanni Paolo II che «i cristiani del Libano non sono materiale di prova per il dialogo cristiano-musulmano nel mondo».

 

Sa che le masse musulmane bramano costantemente l’Ummah, la sottomissione della terra alla comunità islamica, ma, fatalisticamente, tendono a baciare la mano che non possono tagliare, quella del più forte. È ben consapevole dell’atteggiamento attendista dei musulmani: «È impossibile sapere con certezza cosa pensino. Del resto, mi chiedo se lo sappiano nemmeno loro stessi; sono in uno stato di completa confusione ideologica».

 

Con la vittoria di Béchir in guerra, hanno capito che è meglio per loro scegliere l’interesse nazionale del Paese. È così che il deputato sciita Mohsen Slim osserva che, dopo le elezioni, «i musulmani in Libano, più dei cristiani, sostengono il nuovo regime, il regime dello sceicco Béchir Gemayel. I fatti lo dimostrano».

È come un fratello che Béchir mette in guardia il nostro Occidente apatico: «C’è una decadenza evidente in Occidente, forse una nuova definizione delle cose… Un giorno l’Occidente sentirà il bisogno di tornare qui, alle sue radici. L’Occidente deve rinnovarsi. C’è una decadenza dei grandi valori umani che hanno creato l’influenza dell’Occidente. Questa decadenza di costumi, valori e morale conduce necessariamente alla decadenza politica, mentre ad affrontarla c’è un blocco monolitico, una società assoggettata a un sistema totalitario».

 

Béchir era abituato a ricevere da Dio le grazie necessarie. Sua moglie Solange ricorda: «Béchir non andava mai a dormire senza pregare, e senza pregare in ginocchio! Sapevo che pregava perché lo faceva in ginocchio. Avrebbe potuto farlo discretamente a letto. Non me ne sarei accorta, ma quella era la sua fede».

 

Frequentava con piacere l’Università dello Spirito Santo di Kaslik per plasmare le sue scelte politiche e militari. Pregava, si confessava, partecipava alla Messa con i suoi uomini, coltivava la sua cultura e riceveva guida, in particolare da Padre Boulos Naaman, Superiore Generale dell’Ordine Maronita. Padre Mouannès afferma che è per questo che «la Resistenza aveva un fondamento culturale, teologico e spirituale, oltre che una purezza nella sua azione politica». Testimonia: «Ognuno di noi deve portare la propria croce. Bashir fu chiamato alla croce affinché potesse identificarsi con il Signore. Quella chiamata culminò in un’ondata di sangue ad Achrafieh, in un nuovo battesimo che fu un battesimo di sangue».

 

Che Dio ci doni di nuovo uomini come questi!

 

Articolo previamente apparso su FSSPX.News

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia; modificata

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Geopolitica

Israele penetra più a fondo in Libano e conquista un castello crociato del Medio Evo

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Israele ha preso il controllo del castello di Beaufort, una fortezza crociata di 900 anni e un punto strategico chiave nel Libano meridionale, definendo la conquista una «svolta decisiva» nella campagna in corso.   L’occupazione del sito è stata annunciata domenica, quando lo Stato Ebraico ha diffuso foto di bandiere israeliane e della Brigata Golani che sventolavano sopra la fortezza. Il castello medievale, noto anche come Qalaat al-Chakif, era stato in precedenza utilizzato da Israele come base durante i vent’anni di occupazione del Libano meridionale, terminata nel 2000.   Il primo ministro Benjamin Netanyahu ha salutato la cattura come un importante successo, affermando di aver ordinato all’esercito di «ampliare le manovre di terra in Libano». Secondo quanto riportato dai media, le Forze di Difesa Israeliane non hanno trovato armi all’interno del castello.  

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«Ora il mio obiettivo è consolidare ed espandere il nostro controllo nei luoghi che erano sotto il controllo di Hezbollah. La conquista di Beaufort rappresenta una tappa fondamentale e un cambiamento radicale nella politica che stiamo portando avanti», ha affermato il Netanyahu.   Israele ha inoltre proseguito la sua campagna di bombardamenti nel Libano meridionale, notevolmente intensificatasi negli ultimi giorni. La maggior parte degli attacchi risulta concentrata intorno alla città di Nabatieh e nelle sue immediate vicinanze, che si prevede diventerà il prossimo obiettivo dell’offensiva di terra.   Gli attacchi hanno inflitto gravi danni alle aree residenziali e ai dintorni della città, come documentano le riprese. L’offensiva israeliana continua nonostante il cessate il fuoco dichiarato più di sei settimane fa. Le ostilità in corso tra Israele e il gruppo militante libanese Hezbollah sono una conseguenza del più ampio conflitto nella regione, innescato dall’attacco israelo-americano all’Iran.   Sebbene la tregua sia entrata in vigore il 17 aprile, le ostilità non si sono mai fermate, con Israele e Hezbollah che si sono ripetutamente accusati a vicenda di averla violata. L’Iran ha posto la fine definitiva della guerra in Libano come condizione per i negoziati con Washington, mediati dal Pakistan, in corso dai primi di aprile ma che finora non hanno prodotto risultati concreti.   Il castello di Beaufort, noto in arabo come Qalat al-Shaqif, sorge su uno sperone roccioso a circa 700 metri di altitudine nel Libano meridionale, dominando la valle del fiume Litani. La sua posizione estremamente strategica lo ha reso per secoli un osservatorio militare cruciale e una fortezza contesa, capace di collegare visivamente l’area interna del Libano con il nord di Israele e le alture del Golan. Questa eccezionale rilevanza geografica ha fatto sì che la rocca rimanesse al centro di conflitti armati dal medioevo fino ai giorni nostri.   Le origini della struttura originaria rimangono in parte avvolte nel mistero, con ipotesi che collocano i primi insediamenti difensivi in epoca romana o bizantina, successivamente riadattati dalle forze arabe. La storia documentata della fortezza moderna comincia però nel 1139, quando il re di Gerusalemme, Folco d’Angiò, sottrasse il controllo del sito al governatore di Damasco e lo cedette ai signori crociati di Sidone. Furono proprio i Crociati a fortificare massicciamente la rocca, battezzandola Beaufort, che in antico francese significa bella fortezza.

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Nel 1189 il celebre condottiero musulmano Saladino pose l’assedio alla fortezza. Nonostante la strenua resistenza del signore del luogo, Reginaldo di Sidone, che venne fatto prigioniero, la guarnigione crociata capitolò nel 1190 in cambio della sua liberazione. Nei decenni successivi il castello cambiò mano più volte attraverso patti politici; tornò temporaneamente ai cristiani nel 1240 e fu venduto ai Cavalieri Templari vent’anni più tardi.   Il dominio dei Templari fu però breve, poiché nel 1268 il sultano mamelucco Baybars espugnò definitivamente la rocca. Sotto i Mamelucchi e il successivo Impero Ottomano, Beaufort visse secoli di relativa calma alternati a parziali distruzioni, per poi subire gravi danni strutturali a causa del forte terremoto della Galilea nel 1837, venendo in seguito abbandonato e ridotto a rifugio per pastori.   Il valore militare di Beaufort è riemerso prepotentemente nella storia contemporanea. Durante la guerra civile libanese, l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina di Yasser Arafat occupò le rovine, sfruttando i bunker sotterranei per lanciare attacchi missilistici verso il nord di Israele. Nel 1982, in concomitanza con l’invasione del Libano, le forze armate israeliane conquistarono la fortezza dopo una violenta battaglia notturna condotta dalla brigata Golani. Israele stabilì una base fortificata all’interno del sito archeologico per diciotto anni, fino al ritiro definitivo avvenuto nel maggio del 2000.   Dopo l’abbandono israeliano, l’area è passata sotto l’influenza della milizia di Hezbollah e ha vissuto una parziale fase di restauro turistico, ottenendo anche uno status di protezione speciale da parte dell’UNESCO nel 2024 per preservarne il valore storico. Tuttavia, come vediamo ora, la stabilità è durata poco.    

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Immagine di Julien Harneis via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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