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Mafia e anarchici, tutti pazzi per il 41 bis

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È davvero singolare questa coincidenza: acchiappano il vertice percepito di Cosa Nostra, e pochi giorni dopo ecco che contro il 41 bis – divenuto d’un tratto tema da prima pagina – cominciano a parlare gli anarchici.

 

Perché, nelle temutissime manifestazioni di cui abbiamo veduto le immagini in questi giorni, non possiamo aver notato striscioni che non erano solo contro il 41 bis al terrorista Alfredo Cospito, erano contro al 41 bis in generale.

 

In realtà, la notizia prescinde da questa passione improvvisa per l’articolo dell’ordinamento penitenziario italiano voluto dal marito della giovane parlamentare piddina Lia Quartapelle, cioè il vecchio craxiano Claudio Martelli.

 

Vogliamo dire: la notizia è che sono tornati gli anarchici. Cioè: gli anarchici esistono. Scusate ma a questo punto mica era scontato.

 

Per quanto sia confuso e fastidiosamente puerile, potete aver presente a cosa aspirano gli anarchici: una libertà assoluta, la mancanza totale di autorità, la disintegrazione dello Stato al fine di non ricostruirne più alcuno.

 

Ecco, negli ultimi due anni gli anarchici, come tutti noi, sono stati confinati privandoli di qualsiasi libertà, sono stati schiacciati da autorità violente e dementi, sono stati sottoposti allo Stato nella sua forma più soverchiante e coercitiva: il biennio pandemico, impossibile non riconoscerlo, ha significato tutto questo.

 

Per cui ci aspettavamo che se c’era un momento giusto per esprimere la rabbia anarchica, un punto della storia del Paese e dell’Europa e del mondo in cui avremmo visto gli anarchisti uscire e agire, beh, certo sarebbe stato durante l’ora della sottomissione COVID. E invece, niente. Non siamo in grado di dirlo con certezza, ma di anarchici, alle manifestazioni dei sabati contro il green pass (in Italia e in ogni altro Paese), praticamente non ne abbiamo visti.

 

Ma come, non si chiamano proprio «anarco-insurrezionalisti»? Così su Wikipedia definiscono il Cospito. Ma quindi non era quello il momento in cui far scattare la loro agognata «insurrezione»? A quanto pare no: ricorderete che i giornali ci parlavano invece delle piazze no-vax «fasciste», accusa ripetuta in Italia come in Francia, in Canada, in Germania, ovunque.

 

Poi però ecco che – puf! – gli «anarchici» saltano fuori ora. Fanno manifestazioni. Inneggiano a Cospito con graffiti e azioni perfino in altri Paesi. Gli anarchici sono stati, come dire, «attivati».

 

Uso questa parola perché è quella che qualche smaliziato commentatore americano ha iniziato ad utilizzare per i recenti fatti di Atlanta, in Georgia. In pratica, gli «antifa» – una sigla che morfologicamente non è in nulla dissimile dagli «anarchici» – ha fatto una sua protesta con assalto ad un hotel, vetrine spaccate, macchina della polizia incendiata. Tucker Carlson, in diretta TV davanti a milioni di telespettatori, ha avanzato con estrema sicumera la sua teoria: gli «antifa», ha detto, sono stati «attivati». Così come lo erano stati nel 2020, nelle proteste Black Lives Matter, una piccola «rivoluzione colorata» negli stessi USA volta a detronizzare Trump, dice Carlson.

 

Poi, in effetti, defenestrato il ciuffo biondo con l’elezione più grottescamente controversa della storia, BLM e gli antifa sono spariti. Per anni. Fino alla rivolta di Atlanta, e a quella che stavano per intentare per l’orrendo omicidio da parte della polizia del ragazzo di colore Tyler Nichols: il disastro, stile Los Angeles messa ferro ignique nel 1992 (dopo l’assoluzione dei poliziotti protagonisti del pestaggio del cittadino nero Rodney King), era pronto a partire… ma tutto è stato rinviato, perché i cinque poliziotti presunti assassini sono tutti afroamericani. Per quanto giornali e grandi testate TV abbiano detto che la colpa è comunque della white supremacy, la supremazia bianca, i cui valori di violenza contro i neri sarebbero stati introiettati dagli stessi poliziotti di colore, stavolta era troppo pure per gli antifa. Una menzogna così immensa difficile che reggesse…

 

Al di là della cronaca e delle sue venature metapolitiche, ci interessa questo pensiero: le proteste dei casseur anarcoidi come eventi di gruppi «attivati» per un fine completamente politico. Al termine della loro azione distruttiva, apparentemente caotica, c’è qualcuno che ne beneficia – una parte politica anche evidente. Nel caso americano, è chiaramente il Partito Democratico USA, che voleva far sloggiare il Trump, e ora si batte per impedire l’ulteriore candidatura nel 2024 del senescente Joe Biden.

 

E nel caso italiano?

 

Prima di parlarne, vorremmo andare con la memoria al 2001, a Genova, al G8. Alcuni lettori sono troppo giovani per ricordarlo, o magari non erano ancora nati. Altri si ricorderanno benissimo. Calarono sul capoluogo ligure «anarchici» di ogni sorta, alcuni davvero con tutti i crismi da original brand: ecco la bandiera nera dell’Anarchia, un residuo ottecentesco che si pensava sepolto a causa dell’interferenza poi prodotta dai vessili fascisti parimenti scurissimi.

 

Invece, eccoti i Black Bloc: non un centimetro di pelle visibile, tuta militare nera, casco nero, maschera antigas nera. Circolavano a Genova facendo perfino marcette con stendardo e tamburo. Produssero una distruzione senza precedenti, «aprendo» (è il loro gergo) quartieri,  rendendo intere aree della città delle TAZ, zone temporaneamente autonome, spazi dove non esiste più l’autorità costituta, come da teoria del loro maître à penser, il filosofo filopedofilo Hakim Bey.

 

Da dove venivano i Black Bloc? Quelli più improvvisati sicuramente vedevano tanti italiani. Quelli un po’ meno magari dalla Francia: il Corriere fece un’intervista ad un «compagno» francese che conosceva bene il ragazzo della foto-simbolo, il ragazzo col passamontagna sull’auto ribaltata: anche qui, organizzazione non precisissima, non si andava molto al di là dello spaccavetrine vagamente riflessivo.

 

Ho ricordi del fatto che si disse che molte «tute nere» provenissero dalla Germania e alcuni… dall’Oregon. Ecco, l’Oregon riguardo agli anarchici ha tutta una sua tradizione, tanto che la cittadina di Eugene è ritenuta una sorta di piccola capitale dell’anarchismo. Se fosse vero che a Genova fossero arrivati questi anarchici del Pacifico americano, ebbene… chi gli ha pagato il biglietto intercontinentale? Chi ha dato loro gli «strumenti» della guerriglia G8, che certo non hanno imbarcato come bagaglio all’aeroporto?

 

Possiamo rispondere se capiamo chi ha davvero beneficiato della catastrofe di quel G8. Dopo Genova, qualunque forma di resistenza istituzionale alla globalizzazione è stata spazzata via. Ogni discorso critico nei confronti del piano globale (rammentate: erano i giorni in cui la Cina entrava nel WTO, cioè il momento in cui si decretò la fine della classe media dell’Occidente e la deindustrializzazione della quale stiamo vedendo in questi giorni il colpo di grazia con la follia dei costi energetici) veniva degradato al livello dei no-global in t-shirt, e quindi, non considerato.

 

Ecco perché nessun Paese è riuscito davvero a resistere al mondialismo slatentizzato – nemmeno chi, come la Francia di Chirac, pareva, per sussulto gollista, forse averne mezza voglia.

 

Conoscete il procedimento, di sapore tutto hegeliano: metti la tesi, crei l’antitesi, ed eccoti la sintesi – che è quella che si voleva.

 

Sapete poi che c’è questa teoria che circola, quella della dottrina Rumsfeld-Cebrowski: con il nuovo secolo, il potere profondo statunitense aveva realizzato che per rimanere prima potenza mondiale, Washington doveva garantire a sé e secondariamente agli alleati lo sfruttamento delle risorse naturali dei Paesi poveri. Poche settimane dopo i fatti di Genova, in quel memorabile 2001, vi fu l’attacco alle Torri Gemelle, e di fatto gli USA iniziarono un’immane guerra alla periferia petrolifera del pianeta…

 

E quindi, i disordini anarchici… manovrati dal Deep State mondialista americano? È una tesi estrema che non possiamo sposare del tutto: noi ci limitiamo a suggerire dei lettori dei puntini, le linee per far emergere il disegno le traccino loro.

 

Per questo vogliamo rimandare all’articolo del sito più letto degli ultimi giorni, quello sull’altrettanto stramba coincidenza castelvetranese: il luogo in cui il massimo potere USA si raccolse durante la Seconda Guerra coincide con la cittadina dove il massimo latitante della mafia pareva vivere con una certa libertà. A Castelvetrano si trovarono il presidente Roosevelt, il generale Patton, il generale Eisenhower (che divenne, poi, anche lui presidente). Anni dopo, ecco la curiosa libertà con cui Messina Denaro vive lì, con gli abiti firmati, l’auto, la chemio, perfino – disse una fonte di Report anni fa – qualche misteriosa capatina ad un Istituto scientifico del Centro Nazionale delle Ricerche.

 

Sappiamo che il grande sponsor della mafia italiano può essere l’ente che cagionava la «sovranità limitata» (espressione di impudicizia che un tempo si poteva usare tranquillamente) del nostro Paese: gli Stati Uniti d’America con i suoi tentacoli profondi, quelli che ci scatenarono addosso Lucky Luciano, quelli che forse nutrirono Salvatore Giuliano, quelli che protessero chissà quanti boss, intoccabili perché connessi ai loro capimafia italoamericani, alleati preziosi in tante operazioni indicibili, per esempio la guerra contro Fidel Castro.

 

E se ci pensiamo, i boss della mafia non è che venivano presi a mazzi, prima di Riina. Magari, questo capomafia così «rurale», aveva esagerato anche per i suoi sponsor. Mica si può andar in giro mettendo bombe contro i giudici e contro i monumenti italiani. Che il padrone abbia, a quel punto, mollato? Non possiamo saperlo, ma abbiamo in mente la notizia riemersa di recente, ossia della «mancata perquisizione del covo di Riina» dopo il raid della mitica Squadra Catturandi.

 

Che poi, a quanto si può ricostruire, le bombe e tutta la storia intricata della trattativa Stato-mafia (palude sulla quale non ci addentreremo), verteva proprio sul 41 bis: secondo le versioni emerse dai pentiti, era quello il pallino principale della mafia, porre fine ai 41 bis di Martelli.

 

La cosa, fermatevi a pensarci, dice moltissimo su origine e natura della mafia. Cosa Nostra controlla la Sicilia, nel senso che può disporre della vita e della morte di ogni cittadino, può bombardare il giudice e la sua scorta, può sciogliere il bambino nell’acido, può strangolare una donna incinta, come si dice abbia fatto Messina Denaro. Tuttavia, pur disponendo di questo potere illimitato, la mafia non chiede di sostituirsi allo Stato: domanda solo uno sconto di pena. Tutto qua.

 

È un paradosso: il mafioso, che è legibus solutus, «sciolto dalle leggi», chiede che sia cambiata… la legge.

 

La faccenda mi ha sempre sconvolto: ma come, tutto quel potere, la possanza militare, la segretezza, il codice d’onore, il rispetto totale e financo il di tanta popolazione intimorita e non, la potenza di uccidere chiunque e di attaccare qualsiasi istituzione, i miliardi che girano, e poi, quello che chiedi, non è un reset dello Stato, non è la sua sostituzione, non è il riconoscimento statuale definitivo nella comunità globale (cosa verso cui andava spedita, ad esempio, l’ISIS), non è nemmeno la scalata ufficiale all’interno dello Stato (cosa che tentò di fare Pablo Escobar), ma il semplice quieto vivere nell’ombra, con l’esclusione del carcere duro nel caso ti brinchino.

 

No, io questo 41 bis non lo ho mai capito. È così importante per i picciotti perché forse minaccia la comunicazione nella gerarchia mafiosa? Perché i boss così non possono comunicare con l’esterno? O forse è perché la sua prospettiva spaventa i mafiosi e li trasforma in pentiti, come pare sia accaduto negli USA, dove si dice che vi fosse, sia pur disatteso, un ordine di non trafficare droga, perché portando con sé questo reato 25 anni di galera, una volta beccati si finiva per forza per tradire il mandamento?

 

Non possiamo sapere neanche questo. Ma abbiamo imparato che questo 41 bis proprio ai mafiosi non piaceva. E quindi ci sale una paura: non è che quei vecchi sponsor della mammasantissima, in questo showdown oncologico terminale, abbiano accordato all’ultimo dei mohicani una fine senza l’articolo penale maledetto?

 

Se avete seguito questo articolo fantasy – perché di questo si tratta, caro lettore, e lo sai – potete immaginare che lo stesso potere che protegge nelle decadi Castelvetrano è in grado, senza tanta fatica, di far passare una legislazione precisa a Roma. Del resto, ribadiamo, si chiama impudicamente «sovranità limitata».

 

E quindi, non è che vogliono abolire il 41 bis dipingendolo di questo colore nero-anarchico, invece che delle tinte imbarazzanti dei vespri mafiosi?

 

Non è che il possibile smontaggio del 41 bis, per il quale ci sarebbe magari un accordo, lo farebbero passare per l’anarchico, anche se la vera base di una decisione è chiaramente un’altra?

 

Abbiamo raccontato su Renovatio 21 del patto tra mafia e potere occulto americano, magari nella persone della «madre della CIA» James Jesus Angleton. È possibile che una promessa fatta 70 anni fa sia in qualche modo – per onore, per ricatto, per chissà cos’altro – stia ancora in piedi, mostrandoci ora i suoi effetti crepuscolari?

 

Lo ripetiamo: non è diverso dal patto, sempre riverito con praticamente nessun tentennamento, del Grande Lago Amaro, quando Roosevelt (sempre lui) incontrò nel 1945 il Re Saud e garantì che gli USA avrebbero protetto la famiglia saudita (non la popolazione del Paese: il casato wahabita regnante) in cambio dell’uso del petrodollaro.

 

Ora, come sa il nostro lettore, anche il patto del Grande Lago Amaro sembra essersi sfilacciato, i sauditi vendono petrolio in yuan ai cinesi, e vogliono entrare nei BRICS.

 

È il disfacimento del mondo unipolare, quello annunziato da Putin nel suo discorso di Monaco del 2017, e poi ribadito e agito oggi con l’operazione militare speciale in Ucraina.

 

È il tramonto degli USA, nella cui macchina infernale magari qualcuno ricorda ancora che pacta sunt servanda. E quindi ecco, orde di persone che non c’entrano nulla con la mafia, scagliarsi contro il 41 bis. Eccoti gli anarchici. Eccoti i fricchettoni, con le loro fisime «umanitarie» di buonismo ebete. Eccoti avanzo hippy para-no-greenpassaro. Eccoti, magari, qualche politico che va in apprensione. Eccoti, possibilmente a breve, qualche prete, magari il papa. Tutti pazzi per il 41 bis.

 

Il motivo potrebbe essere più radicato di quel che credono tutti loro. Ma chiaramente tutto quello che avete letto è pura speculazione fantasiosa, complottista fino alla vergogna, insomma pura fiction, creata con il puro intento di intrattenervi.

 

No?

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Pensiero

La superguerra è vicina. E non assomiglia a nulla di quello che abbiamo visto

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Un amico del giro del tabarro mi chiama. Lo fa due tre volte l’anno, per parlare delle faccende della scena tabarrista (che è stupendamente variegata, e incomprensibilmente complicata), ci raccontiamo inezie e sorridiamo, sghignazziamo. Poi però, come per un rito ciclico, mi chiede sempre la stessa domanda: «ci sarà la guerra?». Lo chiede in modo sommesso, come se – rara avis – si rendesse conto di quanto grave può essere una guerra, ieri e, sopratutto oggi.

 

«Ci sarà» gli ho risposto stavolta, quasi senza pensarci. Non so da dove mi venisse questa sicurezza, né da dove venisse la risposta stessa. Pur occupandomi, col giornale che state leggendo, di tutti gli elementi necessari per tentare di capire la scena mondiale, confesso che mai mi è venuto di fare una simile predizione. Fors’anche perché la mia mente, naturalmente, rifiuta l’idea. La rifiuta, essenzialmente, perché sono un padre di famiglia – credo che sia così.

 

La guerra è vicina: abbiamo tutti gli ingredienti sufficienti a farla scoppiare. Vi sono, sopra ogni cosa, precise motivazioni: ci sono quelle di superficie, e poi quelle profonde. Che sono metafisiche, soprannaturali, preternaturali, spirituali. Andiamo con ordine.

 

L’attacco di queste ore a Mosca, durante le elezioni politiche, non ha precedenti: 2.000 droni lanciati contro la Russia, a colpire non solo le raffinerie – cosa che Trump aveva chiesto a Zelens’kyj di non fare – ma, comme d’habitude, i civili.

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La prima domanda che dovete farvi è: quanto la Russia può tollerare di avere la propria popolazione sotto attacco costante? Quanto Putin può pazientare – lo sta di fatto facendo ora, aspettando la diplomazia, come lo ha fatto negli otto anni di massacri in Donbass da parte degli ucronazisti post-Maidan – prima di scatenare la potenza militare russa contro Kiev?

 

Ricordate, prima degli accordi ottenuti in Turchia ancora nel marzo 2022, a meno di una manciata di settimane dallo start del conflitto aperto, una colonna di decine di chilometri di carri armati russi stava fuori da Kiev. Furono ritirati su richiesta dell’Ucraina, come segno di buona fede per i negoziati. Mosca li accontentò. Boris Johnson, poco dopo, fece fallire l’accordo: ne sono seguiti i quattro anni di strage che conosciamo. Una durata che ha superato la Grande Guerra Patriottica, come i russi chiamano la Seconda Guerra Mondiale: Mosca dal 1941 al 1945 ha combattuto per 1.418 giorni; in Ucraina lo scontro ha superato i 1.670 giorni.

 

Malgrado il numero dei morti non si avvicini nemmeno lontanamente a quello della Seconda Guerra Mondiale, per la Russia moderna con evidenza si tratta del conflitto più rilevante – perché anche qui riguarda la questione esistenziale dell’intera civiltà russa (è il lungo discorso che Putin fece a Tucker Carlson nella celebre intervista tre anni fa), minacciata ai suoi confini – Ucraina, etimologicamente, significa «sul confine» – come ai tempi di Hitler, Napoleone, dei mongoli – e ora la NATO. Nella mente russa è facile far scattare un altro grilletto: la presenza di truppe con la svastica fa comprendere bene la dimensione del conflitto, con Putin a parlare di denazificazione sin dalla prima ora.

 

I tasselli militari e psicostorici perché Mosca reagisca con la sua potenza contro Kiev, insomma, ci sono tutti.

 

La seconda domanda che dovete farvi è: chi ha dato a Kiev tutti quei droni? Chi li ha puntati? Chi ne ha insegnato l’uso agli operatori ucraini?

 

Qui uno può rispondere: oramai gli ucraini se li producono da soli, la visita ad un fabbricone di droni è stata l’ultima cosa pubblica che ha fatto il senatore falco (e ambiguo, diciamo) Lindsey Graham prima di morire. Tuttavia è cosa nota, ed ad un certo punto pure rivendicata, l’assistenza totale che è stata data dall’Occidente, in particolare dai britannici, nelle armi lanciate contro l’entroterra russo. È la storia, oltre che dei droni, dei missili Storm Shadow: le coordinate di lancio e il puntamento satellitare, dicono i russi, gli ucraini non possono esserseli dati da soli.

 

Nel periodo della slatentizzazione più oscena, non è nemmeno definibile come una proxy war, una guerra per procura: tutto è sotto la luce del sole. Da qui gli avvertimenti delle ultime settimane dai consiglieri Putin e Lavrov, che parlano delle fabbriche dei droni in altri Paesi come «obiettivi legittimi»: un azzardo non da poco, visto che una simile situazione farebbe scattare contro Mosca l’articolo 5 NATO, e cioè ciò che il Cremlino sembrava aver voluto evitare sinora. La lista include Regno Unito, Germania, Spagna, Repubblica Ceca, Danimarca, Turchia e, certo, Italia.

 

E quindi, se avete risposto alle due semplici domande scaturite dai fatti di cronaca bellica delle ultime ore, potete capirlo da voi: un attacco totale della Russia sull’Ucraina – con invasione definitiva, oppure con diluvio di missili ipersonici e non su tutti i centri del potere: non sappiamo davvero – potrebbe essere sul serio dietro l’angolo.

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Non solo: anche un attacco ai Paesi che sostengono la guerra contro la Russia non è possibile escluderlo. Non solo perché i moscoviti vi hanno ammiccato, ma perché la situazione degenera ogni giorno di più: avete letto su Renovatio 21 che la Lituania, Paese ex sovietico, vota in Parlamento per poter ospitare armi atomiche occidentali sul suo territorio.

 

Non solo: va sottolineato l’entusiasmo – non può essere chiamato altrimenti – di alcuni Paesi europei per la guerra ventura. La Germania, che ha avviato, sia pur goffamente, una rimilitarizzazione ultramiliardaria (cioè, una delle cose che la creazione della NATO doveva prevenire…) pare non aspetti altro – non è escluso che la postura aggressiva terminale di Berlino scatti anche solo con un’operazione risolutiva russa nella sola Kiev.

 

La Francia pure, viste le idee di ministri della Difesa e di generali, e pure del presidente, non disdegnerebbe: così da sistemare i conti con Mosca per il Sahel, l’Africa francofona, soffiata dai russi a Parigi in questi ultimi anni.

 

La Polonia – «Cristo delle nazioni», secondo il poeta Adam Mickiewicz, il più importante esponente del romanticismo polacco – sembra avere una voglia matta di immolarsi, e glielo faranno fare: ai vertici hanno neocon (nel senso: il ministro degli Esteri Radoslav Sikorski è sposato con Anne Applebaum, da decadi inossidabile colonnella del neoconservatorismo che alligna a Washington qualsiasi sia il colore dell’amministrazione) che non vedono l’ora di spingere un altro Paese nella fornace della guerra, magari nucleare.

 

Della Gran Bretagna abbiamo detto: lì, lo sapete, c’è dietro un odium immortale che affonda nella storia, con il Grande Gioco in Asia meridionale e Centrale, come pure nella teoria geopolitica di Halford Mackinder, che appare come demonicamente impressa nei secoli nella matrice politica internazionale di Londra e pure di Washington.

 

C’è da capire cosa faranno altri Paesi, come la Spagna, o l’Italia. Dalla storia capiamo come Madrid potrebbe semplicemente togliersi, come con Franco durante la Seconda Guerra. Mentre confidiamo che l’Italia, as usual, faccia per la guerra la peggior scelta possibile.

 

Insomma, lo scacchiere per la guerra in Europa è pronto, prontissimo. Tuttavia, la catastrofe non riguarda solo l’Europa.

 

Il Medio Oriente è in fiamme. L’attacco all’oleodotto saudita Est-Ovest, quello che ha impedito l’ultima possibilità di aggirare lo Stretto di Ormuzzo, reca un segno precisissimo: provenendo il drone dall’Iraq è giocoforza una mossa dell’Iran, che controlla le bande sciite irachene, come guida gli Houthi in Yemen, i quali ora con la presa dello Stretto di Bab al-Mandeb possono di fatto chiudere l’accesso al Mar Rosso e quindi, al Canale di Suez, riportando il traffico marittimo mondiale indietro di secoli, con le navi a fare il periplo dell’Africa per il Capo di Buona Speranza.

 

Come a suo tempo abbiamo scritto, ad abundantiam, su Renovatio 21, Iran e Sauditi avevano fatto la pace, su mediazione cinese: il 10 marzo 2023 era stato stipulato l’Accordo di Pechino, con il ripristino delle relazioni diplomatiche tra Teheran e Riad, bruscamente interrotte nel 2016. I due Paesi si erano sempre odiati, e il motivo è presto detto: non c’è solo la questione confessionale, sciiti contro sunniti (wahabiti, per giunta), ma il tentativo attivo di esportare la rivoluzione teocratica in Arabia, dove regna, diceva l’aiatollà Ruhollah Khomeini, una monarchia «corrotta, illegittima e asservita agli Stati Uniti».

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Ai suoi albori, la Repubblica Islamica utilizzò massicciamente le trasmissioni radiofoniche per spingere la minoranza sciita dell’Arabia Saudita (concentrata nella Provincia Orientale, ricca di petrolio) a insorgere contro il governo centrale, provocando violente rivolte di piazza tra il 1979 e il 1980. Le tensioni hanno avuto ripercussioni in era recente: il 2 gennaio 2016 l’Arabia Saudita giustiziò tramite decapitazione Nimr al-Nimr, un influente religioso e leader sciita saudita, insieme ad altre 47 persone accusate di terrorismo – fu lì che le relazioni diplomatiche tra i due Paesi saltarono.

 

Se in Arabia Saudita non vi fu un vero golpe tentato dall’Iran, esso tuttavia sponsorizzò tentativi di colpo di Stato contro altre monarchie del Golfo alleate dei sauditi. Il caso più clamoroso avvenne nel dicembre 1981 in Bahrein, dove il Fronte Islamico per la Liberazione del Bahrein (un gruppo militante sciita addestrato e finanziato da Teheran) fu scoperto e fermato mentre pianificava un colpo di Stato orchestrato per rovesciare la famiglia reale Al Khalifa.

 

E quindi: la vera guerra, a Ormuzzo, potrebbe non essere tanto tra Iran e USA, e Israele, ma con l’Arabia Saudita, finita ora, con lo stop alle esportazioni petrolifere, in un cul del sac economico colossale – che, ovvio, coinvolge tutta l’economia di ogni Paese della Terra dipendente dal petrolio.

 

Riguardo allo Stato degli ebrei, è chiaro quanto la situazione di distruzione internazionale possa giovare al suo piano messianico sionista del «Grande Israele», dall’Eufrate al Nilo (secondo quanto interpretato dal libro della Genesi, 15,18, e, per alcuni, illustrato dalle due strisce azzurre che nella bandiera contengono il simbolo cabalista della stella a sei punte). Impegnato l’Iran in un conflitto distruttivo con i Saudi e con gli USA, lo Stato Giudaico potrebbe con relativa tranquillità travolgere tutti gli Stati limitrofi, come la Siria con il suo governo fantoccio di jihadisti, magari gettando qualcuna delle sue duecento presunte armi atomiche (o a neutrone) non dichiarate o semplicemente precipitando le bombe che ora Trump vuole fornire, bombe che hanno una capacità distruttiva superiore a quella vista a Dresda nel 1945.

 

Spostiamoci più a Est: India e Pakistan è difficile che restino con le mani a posto – mani che hanno dita nucleari. Le ultime schermaglie erano state sedate pochi mesi fa da Trump, all’epoca ancora visto come autoritario uomo della Pace mondiale. Con gli USA distratti (e, va detto, sempre più insofferenti con l’«alleato» di Islamabad) Nuova Delhi potrebbe gridare, come sempre, e con qualche ragione, al Pakistan «fabbrica del terrorismo», e cominciare le operazioni. Il Pakistan potrebbe fare la stessa cosa, inventandosi qualsiasi pretesto, il Kashmir, l’ennesimo incidente al confine.

 

Islamabad avrebbe da risolvere anche il problema dell’Afghanistan talebano, con cui ha vaste e sanguinarie divergenze: e sì che i talebani, si dice, erano stati creati dall’ISI, il servizio segreto pakistano, ancora ai tempi dell’invasione sovietica. La golemica, a quanto si vede, prospera anche laggiù. I nostri lettori sanno che i talebani ora sono apertamente fiancheggiati dagli indiani.

 

Più a Est ancora: era esploso, vi ricorderete, un conflitto tra Cambogia e Tailandia (due Paesi i cui popoli non si amano, come da tradizione umana di buon vicinato), anche quello messo a cuccia dal primo Trump. È inevitabile crediamo, che si riaccenda, magari coinvolgendo pure qualche Stato limitrofo, e perfino la Cina.

 

Già, la Cina: Paese chiave del XXI secolo, è impossibile che dinanzi all’accelerazione della crisi mondiale non colga l’occasione: riprendersi Taiwano è, da anni, nei discorsi ufficiali di Xi Jinping, che ad occhio non ci tiene a passare per quaraquaquà, e sa che la riunificazione sarebbe ciò per cui verrebbe ricordato a Pechino ad aeternum, come fosse un imperatore dell’era classica.

 

L’attacco ai Taiwan devasterebbe l’economia mondiale inserendo una dimensione ulteriore: Formosa gode dello scudo dei microchip, cioè gli attacchi sono prevenuti perché la maggior parte dei microprocessori, e in particolare quelli più avanzati che i cinesi non sono (ancora) in grado di replicare, vengono prodotti lì. È il motivo per cui gli Stati Uniti proteggono l’isola. Dopo il petrolio e i fertilizzanti, la sparizione di circuiti elettronici dal mercato globale renderebbe quantità di imprese, grandi e piccole, inservibili.

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Ecco perché nel vortice di Taiwano verrebbe risucchiato anche il Giappone, che, nonostante gli evidenti legami con la manifattura cinese, non si sottrarrebbe allo scontro, e forse non per le isole (praticamente, degli scogli) Senkaku. Poco più in là, altro mostro che spaventa da morire Tokyo, la potenza atomica della Corea del Nord. Inevitabile che pensi di attaccare Seul (che sta a pochi chilometri dal confine…) non più solo con palloni di spazzatura volante, e forse partecipare anche in altri teatri bellici dell’area, non escludendo nemmeno il Giappone. Pyongyang, rammentiamo, ha vantato in questi anni il possesso della catastrofica arma-tsunami, un sistema nucleare in grado di spazzare via un’intera costa, con le sue città, creando onde oceaniche alte 500 metri – un dispositivo invero apocalittico sviluppato dai russi col nome di Poseidon, di cui ripetutamente minacciato l’uso contro la Gran Bretagna, finita sommersa da un maremoto radioattivo.

 

Con la Cina sia le Filippine che il Vietnam (che con Pechino ha fatto una guerra vera di un mese nel marzo 1979) hanno dispute territoriali in sospeso. L’Australia, abbiamo visto, si prepara alla guerra con i cinesi da tempo – e ha pienamente accettato la build-up militare americana sul suo suolo. Insomma, il settore asiatico è una polveriera, come e più di quello europeo.

 

Ancora, l’Africa: abbiamo accennato alla disputa degli Stati del Sahel, ora usciti dai vincoli francesi ed alleatosi di fatto con i russi. Al tempo del golpe in Niger si parlò di un intervento militare invasivo, che Parigi avrebbe appoggiato, dell’ECOWAS (acronimo di Economic Community of West African States, la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale), dove, oltre a nazioni di medio peso come Senegal e Ghana, pesa la presenza della potenza egemone regionale della Nigeria. Arduo credere che un simile conflitto – con dietro le quinte le potenze che magari a quel punto si stanno combattendo direttamente anche in Europa – non riaffiori in caso di innesco della guerra mondiale.

 

Potremmo continuare con il quadro: Armenia ed Azerbaigian, Egitto e Etiopia, Marocco ed Algeria, Serbia ed Albania (cioè, Kosovo). La polvere da sparo è lì, la miccia pure.

 

Tuttavia vogliamo significare qui un altro elemento preciso: la guerra che verrà non sarà in nulla simile a quelle che abbiam già veduto.

 

In un caso, cioè con uno scambio di centinaia se non migliaia di testate termonucleari, sappiamo cosa può accadere: distruzione massiva di gran parte dell’umanità (sicuramente di quella occidentale…), inverno nucleare (una nuova «piccola era glaciale» artificiale), poi un periodo di fame, e di barbarie, che ucciderà almeno cinque miliardi di persone, ammesso che gli altri due siano sopravvissuti. Tale prospettiva non è speculazione: abbiamo seguito come sia la Russia che, nelle ultime settimane, gli Stati Uniti abbiano riscritto la loro dottrina nucleare, adattando il codice per l’uso delle armi fine-di-mondo alla situazione presente.

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Vi è, ad ogni modo, un altro scenario. Potrebbe non esservi, per qualche ragione, un uso di atomiche, o un uso limitato. Il resto diverrebbe una classica guerra territoriale che, però, non ci sentiamo di definire come una guerra tradizionale. Sì, come negli scorsi episodi, sarebbe una guerra che non coinvolge gli eserciti, ma anche la popolazione civile – anzi, sarebbe diretta essenzialmente alla popolazione civile, secondo il principio sterminatore visto benissimo a Gaza.

 

Tuttavia le forme di questa guerra sarebbero inedite per tutti noi.

 

Innanzitutto, quella che è la più grande rivoluzione bellica dalla Prima Guerra Mondiale: i droni. I nostri cieli, e l’aria appena sopra alle nostre teste, si riempiranno di queste micromacchine volanti di morte. Il loro impiego ha sconvolto il teatro ucraino: oggi, con probabilità, la Russia non potrebbe mandare più quella colonna di carrarmati che stazionava a poca distanza da Kiev nel marzo 2022. Ciò non vale solo per i militari e i loro mezzi: l’opzione sul tavolo, mostrata tante volte da Renovatio 21, è quella dei cosiddetti slaughterbots, microdroni programmati per essere rilasciati in grandi sciami, riconoscere e uccidere gli esseri umani perfino dentro i palazzi (scuole, uffici) o nelle loro abitazioni. Cose simili, hanno detto, in parte si sarebbero già viste a Gaza.

 

Non ci sono solo i droni: la guerra si fa robotica. Abbiamo visto di già soldati che si arrendono ad automi, il cui dispiegamento militare è in aumento esponenziale programmato. Robotti antropomorfi, robocani, rover autonomi armati: le creature artificiali da combattimento sono già qui e, aggiungiamo, sono pronte a darvi la caccia, con determinazione e furbizia fornite dall’Intelligenza Artificiale.

 

Dobbiamo poi parlare dei missili ipersonici: essendo impossibile intercettarli, possiamo dire che non vi è difesa possibile, perché la velocità è tale che nemmeno è detto che si possa rilevarli, o rilevarne la traiettoria. La differenza con le vecchie guerre è evidente: niente più allarmi aerei, il popolo che corre nei rifugi, o in cantina, o nelle grotte: un impatto che arriva prima del suo suono, e poi distruzione. Gli Oreshnik russi possono essere equipaggiati con testate atomiche, e un sistema MIRV, cioè di sgancio, a pioggia, di sei testate indipendenti. Il tempo per arrivare dal territorio russo a qualsiasi città europea (l’obiettivo strategico ideale per tornare all’equilibrio mondiale, secondo il politologo russo Sergej Karaganov) e di meno di un quarto d’ora. Chi di noi vive vicino ad una base militare, come me, ci dovrebbe pensare, almeno una volta al giorno.

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Non è improbabile che la prossima guerra vedrà l’utilizzo di armi ad impulso elettromagnetico (EMP), in grado di friggere tutti i circuiti elettronici e i sistemi elettrici, non colpendo direttamente gli esseri viventi, ma neutralizzando all’istante l’infrastruttura tecnologica del nemico, non solo mettendo l’esercito KO, ma ingenerando giocoforza il collasso sociale interno dell’avversario, con la popolazione in preda ad un blackout irreversibile. Le armi EMP rientrano non solo nell’uso del nucleare (l’impulso è ottenuto da una detonazione ad alta quota), ma anche in scenari limitati (NNEMP, Non Nuclear Electromagnetic Pulse) dove si immagina la disposizione tattica di generatori chimici o elettronici per disabilitare i sistemi di un singolo edificio, di un veicolo o di una flotta di droni, senza provocare esplosioni atomiche. Bombe elettromagnetiche, abbiamo riportato, sono state testate di recente da Kim Jong-un.

 

E ancora: potremmo parlare delle armi laser, delle armi a microonde, delle armi metereologiche ed ambientali (la militarizzazione della geoingegneria, già ben avviata). Chi ha seguito Renovatio 21 sa che tutto questo è realtà odierna. Per non parlare dei virus, ora progettati con l’Intelligenza Artificiale – o forse direttamente dall’Intelligenza Artificiale.

 

Aggiungiamo che abbiamo tutte le pedine al loro posto per vedere estesa la guerra nello spazio. Gli USA, che hanno creato un ramo delle forze armate specifico (la Space Force, le cui uniformi proposte sembrano quelle degli ufficiali dell’Impero di Guerre Stellari: bellissime) hanno appena detto di avere armi nello spazio. La Russia ha risposto prima accusando gli americani poi mettendo in orbita, di lì a poche ore, un mezzo militare. La Cina è già ben presente, anche con progetti di colonizzazione del suolo lunare. L’India dispone di armi antisatellite, la Germania dice di voler laser orbitanti. La prima guerra spaziale potrebbe generare tanti detriti da rendere impossibile l’uscita della stratosfera per sempre: è la sindrome di Kessler, alla quale nessuno, quando combatte, smette di credere.

 

Non parliamo allora di una guerra, ma di una superguerra. Un superguerra per una super-ecatombe, che conteremo in milioni morti (megadeath), forse in miliardi, un massacro assoluto, il sacrificio del mondo stesso al nulla, alla distruzione, a coloro che odiano l’uomo, e vogliono ucciderlo, sin dal principio.

 

Qui veniamo alla parte spirituale del problema, e alla domanda più importante: perché? Perché tutto questo?

 

Con buona pace dei marxisti e dei liberali, non è possibile trovare un motivo economico a questo disastro: se vi fosse, prova definitiva che potete esperire sulla vostra stessa pelle, paghereste meno la bolletta. Sono solo allora dispute ideologiche, territoriali? Non crediamo nemmeno questo.

 

Vi è una radice religiosa, metafisica nel quadro attuale. La risposta, quindi, va cercata nello spirito.

 

Possiamo pensare, ad esempio, che India e Pakistan si combattano per l’hindutva (l’«induità»: la supremazia delle religione autoctone, soprattutto l’induismo, su ogni altra, con conseguenti persecuzioni anche dei cristiani) e per la jihad, Shiva contro Allah.

 

Possiamo pensare che sauditi e iraniani stiano in realtà lottando per l’egemonia sul mondo musulmano, concretata nella custodia della Mecca, dove ogni singolo fedele islamico del pianeta deve ricarsi per fare l’haji, il pellegrinaggio che è uno dei cinque pilatri dell’Islam.

 

Possiamo pensare che la Cina contempli la possibilità di conflitto nel suo settore secondo il Tao Te Ching di Laozi, con la primazia del concetto di unità (Yi) espresso come «sotto il cielo» (Tian Xia). Le divisioni, le guerre e il caos «sotto il cielo» nascono quando gli esseri umani dimenticano questa unità originaria per inseguire leggi artificiali, ambizioni, morale rigida e desideri personali, lontani dal progetto etico. La Cina, anche moderna, vuole incentrarsi su una «società armoniosa» (hexie shehui), che era letteralmente il motto della presidenza di Hu Jintao dal 2003 al 2013. Esportare l’armonia, o prevenire che l’interno divenga disarmonico, sono effettivi obiettivi metafisici della politica cinese.

 

Possiamo pensare che Israele, con il suo governo ultrasionista (con la lieve sfumatura religiosa o secolare che sia), stia facendo tutto questo per ottenere, come da sua profezia fondante, l’arrivo del suo Messia – il quale, va detto en passant, rappresenta per la tradizione cristiana l’anticristo.

 

Possiamo pensare che l’Europa bruxellita «laica», cioè massonizzata come da programma attuato negli ultimi secoli (con tutti ’48, i Risorgimenti, le guerre di ogni tipo), sia ora in postura di attacco contro la Russia tornata potenza cristiana. Non sarebbe la prima guerra mondiale che i massoni innescano per distruggere la Cristianità e i Paesi soggiacenti: non è difficile interpretare la Grande Guerra, scoppiata poco dopo la morte del papa Pio X – l’uomo che aveva capito tutto il gioco, la cui elezione impedì, secondo i racconti, l’ascesa al soglio di un papa massone – servì a liquidare il Sacro Romano Impero, cioè l’Austria, ultimo bastione cristiano in un’Europa dove il cattolicesimo era stato eradicato da tutti gli Stati (dall’Italia sabauda alla Francia repubblicana, per non parlare dell’Inghilterra).

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E allora: sì, la lotta che ci aspetta è, soprattutto, una lotta spirituale. A questo bisogna prepararsi, considerando anche il sostentamento materiale che serve alle anime. Il caos che potrebbe seguire, ammesso di sopravvivere, potrebbe essere terrificante. Il crollo degli Stati, nella cui autorità gli europei non hanno più alcuna fiducia a meno che non gli si provveda qualcosa (lo abbiamo visto con il COVID e la sua «vacanza» forzata in clausura più «ristori»), potrebbe generare per sopravvissuti un periodo di barbarie totale, magari animata dalle milionate di immigrati importati a nostre spese nelle nostre città.

 

Possiamo dare qualche consiglio: state con la famiglia. Preparatevi a difenderla, usando tutti i mezzi che offre la legge (che, epperò, è pensata per il tempo di pace). Accumulate qualche scorta. Avere una fonte di energia che non dipende dalla rete, e una batteria per accumulare, potrebbe aiutare. Un’auto elettrica, ammesso che i suoi circuiti non siano bruciati da un attacco EMP o riprogrammata da un attacco hacker, potrebbe avere senso. Mappate le fonti di acqua: torrenti, falde. Alcuni appezzamenti in periferia hanno dei pozzi, antichi o moderni. Individuate i boschi con la popolazione animale più consistente, per esempio di cervi e cinghiali. Apprendere il tiro con l’arco a scopo caccia potrebbe diventare fondamentale.

 

Ma soprattutto, combattete nello spirito: pregate. Digiunate: imparate la privazione, offrite la fame e il dolore a Dio, alla lucidità superiore che ci serve per proteggere i nostri cari.

 

Estote parati. Preparatevi a cosa viene dopo – anche a cosa viene dopo di voi. Contemplate non solo la morte, ma la buona morte.

 

Comprendete le dimensioni del disegno, e, per quanto inspiegabile, la sua bellezza: voi, la vostra anima, ne siete protagonisti. Voi siete al centro di tutto questo, siete stati creati per questo, voi lo vogliate o no. Voi siete stati, siete, e sarete: la vostra esistenza è per sempre, è incancellabile.

 

La vostra vita è troppo preziosa perché vi facciate trovare impreparati.

 

Roberto Dal Bosco

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Pensiero

L’Italia e il buco nero: discorso per Emma Bonino

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Fra i discorsi letti alle esequie laiche di Emma Bonino ce n’è uno che non abbiamo sentito.   Immaginiamolo scritto a mano su un paio di fogli e poi abbandonato nella sala del Campidoglio. Immaginiamolo raccolto, dopo la cerimonia, da un uomo delle pulizie, cingalese o pachistano, insieme ad altre carte sparse sulle sedie e per terra: segnaposto, immagini della defunta, scritte «Grazie Emma» e roba del genere.   Immaginiamo che, pur non sapendo leggere l’italiano, l’addetto abbia intuito trattarsi di qualcosa di diverso, forse di importante, e l’abbia consegnato al datore di lavoro. E che questi, datagli una scorsa, l’abbia portato a qualcuno, poniamo uno dei cerimonieri, per rintracciarne il proprietario.   Immaginiamo i relatori interpellati leggerlo velocemente, negare indignati di esserne gli autori, assicurare che nessuno ha mai letto quel discorso. Immaginiamo anche uno di essi cercare di impadronirsi dei fogli e di lacerarli, impedito solo dalla prontezza di riflessi del cerimoniere.   Immaginiamo che, non sapendo nessuno che farne, il manoscritto sia stato appoggiato su un tavolo, per essere spostato poi su una sedia e infine in un cestino.   Immaginiamolo da ultimo recuperato fortunosamente da una mano ignota.   Proviamo a ricostruire il tenore di questo discorso mai pronunciato.

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  «Signor Presidente, signor Sindaco, colleghi onorevoli,   Chi mi ha preceduto ha messo in luce le battaglie della cara Emma, le cariche conseguite, i risultati ottenuti.   Qui vorrei però esprimere in primo luogo tutto il debito di riconoscenza dei partiti e di noi politici nei suoi confronti. Vorrei farlo con franchezza, ora che le idee del movimento radicale sono dilagate dappertutto e sono ormai patrimonio comune della nostra Nazione. Non serve più nascondersi. Davanti a questo corpo, che presto diventerà cenere e polvere, ci corre l’obbligo di dire la verità.   E la verità è questa: la cara Emma è stata per tutti questi decenni la fedele ancella dei nostri partiti, che si sono serviti di lei per fare il lavoro che ufficialmente non potevano fare.   Droga, aborto, divorzio, immigrazione, suicidio, eutanasia. Chi di noi avrebbe potuto sfiorare questi temi senza rimanerne bruciato? Lo sapevamo e lo sappiamo: si sarebbero subito scatenate polemiche interne, create spaccature e scissioni. In aggiunta avremmo allontanato la gente, che non voleva saperne. Avremmo perso voti, non saremmo più stati rieletti.   No, signori, simili questioni non potevano essere trattate direttamente da noi. C’era bisogno di gente valida o, come si usa dire, con il pelo sullo stomaco e la faccia di bronzo. Gente pronta a tutto, senza nulla da perdere.   Signori, i radicali.

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Adesso possiamo dirlo e rivendicarlo con orgoglio: i radicali sono stati la nostra punta di lancia.   Prima fra tutti la cara Emma. Per anni e anni lei, insieme agli altri, ha lanciato per nostro conto, una dopo l’altra, cento provocazioni, ha fatto volare mille ballon d’essai. Ha fatto proprio di tutto: ha lottato per gli stupefacenti, praticato aborti, deriso e umiliato la religione, combattuto perché le persone malate scegliessero la morte. È stata maledetta, arrestata, è finita in carcere.   Cara, cara Emma, quanto lavoro sporco ti sei sobbarcata. Noi, abbiamo avuto vantaggi immensi.   Nell’immediato, opponendoci quel tanto, agli italiani ci siamo potuti proporre come freni contro l’anarchia, forze posate e rassicuranti –e conservare il consenso. Nel medio e lungo periodo, assumendo i radicali come interlocutori necessari e sostenendo le «battaglie» su cui c’era ben poco da discutere, siamo riusciti a cedere terreno un poco per volta, pollice dopo pollice, ad abituare gli elettori, fino a portare l’Italia nel punto in cui siamo ora.   Li abbiamo coccolati e accarezzati, i nostri pupilli. Non gli abbiamo mai fatto mancare l’appoggio, e neppure il denaro.   A questo proposito – lasciamo perdere i singoli, e ce ne sarebbe da dire – vorrei presentare il luminoso esempio di Radio Radicale. Un’emittente che, siamo sinceri, non ascolta nessuno o quasi. La sua utilità principale, ufficialmente, è quella di trasmettere inutili dirette parlamentari, di cui si disinteressano perfino i presenti. Un’attività che la RAI potrebbe fare gratis o quasi. Eppure, solo sulla base di questa sciocchezza dal 1994 siamo riusciti a erogare a Radio Radicale 340 milioni di euro, spiccio più spiccio meno. Al di là di qualche baruffa di facciata, nessun governo si è mai sottratto all’esborso, mai. Questo va a onore di tutti noi.

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Fatemi aprire una parentesi: per certi partiti è stato più facile; per altri meno, molto meno. Il pensiero e il plauso va ai partiti cattolici, qui ben rappresentati. La sola dolce Emma, ricordiamolo, ha praticato di persona qualcosa come 10.000 aborti con la pompa della bicicletta. I radicali sfidavano e irridevano la Chiesa. Ricordate il motto geniale: No Vatican No Taleban.   Oh, oggi riderne come di un’innocente burla è facile, specie dopo papa Francesco. Ma all’epoca! Per anni i partiti di area cattolica hanno dovuto mandar giù rospi indigeribili, tutti interi, e giustificare i finanziamenti con la tutela del pluralismo, con la democrazia. Non sono d’accordo con le tue idee, ma sono pronto a dare la vita, eccetera. La vita degli altri, ovviamente: i colleghi mi perdonino la facezia.   Quanto all’appoggio, non è un mistero che ci siamo sempre mobilitati tutti non appena si affacciava qualche difficoltà.   Senza nulla togliere, dichiariamo che i radicali non sarebbero andati da nessuna parte senza il nostro sostegno, discreto ma capillare ed efficace. Pensiamo solo che oggi, ad essere maledetti, ad affrontare processi e ad andare in carcere, sono esattamente coloro che la pensano in maniera opposta. Ma, ed è qui la differenza, nessuno si attiva per loro. Li si schiaccia e basta. Diamo a Cesare quel che è di Cesare.   Sulla cara Emma, del resto, ce ne sarebbero tante da raccontare. Ricordiamo quando rischiava di non partecipare alle politiche perché non riusciva a raccogliere 25.000 firme? È stato un ex democristiano a prestarle il simbolo, e a spianarle la strada. Mi ripeto: non si potrà mai elogiare abbastanza l’apertura mentale e la generosità dei colleghi del campo cattolico. E lo scandalo Quatargate? Salva, rimasta del tutto indenne.   Del resto, occorre riconoscere che le abbiamo tributato ogni possibile onore.   Poverina, era così sensibile al potere. Non si poteva guardarla ed evitare di darle una carica. E che cariche! È stata ministro, vicepresidente del Senato, commissaria europea. Ogni volta, consensi bipartisan, come se piovessero. Rammento come studiava le pratiche, seduta alla scrivania, con il musetto serio. In fondo la buona Emma aveva una natura da impiegata, da travet. Così piccina, così compresa e concentrata, mi è sempre sembrata una bambina senza fantasia, un po’ secchiona, messa a fare i compiti.   L’abbiamo proprio trattata bene, la Emma. In un paio di occasioni, ricordate? s’era convinta di poter diventare presidente della Repubblica. Sempre entusiasta. Che campagna elettorale aveva imbastito! Quanti consensi! Attori, intellettuali, professori, giornalisti. E come c’era rimasta male quando le è stato spiegato che c’erano altri progetti, che non si poteva.

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In conclusione, elogiamo in Emma Bonino la persona che forse più di ogni altra e per più lungo tempo è stata fedele e utile ai nostri partiti. Lasciatemi dichiarare che questo non è da tutti.   Non molti di noi politici riescono a essere così coerenti e ad esserlo così a lungo. Ognuno di noi l’ha provato sulla propria pelle. A un certo punto esce come un fastidio nell’anima, una stanchezza, un disgusto del ruolo. I più alla fine devono scendere a compromessi con la propria interiorità, chiamiamola coscienza se volete, e così sporcano la linearità dell’azione.   Non i radicali. Mai. Parliamo di una dote, un’essenza particolare che finora è stata sottaciuta.   L’Italia aveva avuto mille traversie, ma aveva malauguratamente conservato un suo carattere proprio fatto di principi, credenze, umanità, delicatezze, punti fermi. Il Paese aveva un’identità specifica che ostacolava fierissimamente i tentativi di trasformazione. Il compito che ci si presentava era immane: non solo di demolire la fisionomia del Paese un poco alla volta, ma soprattutto quello di scaricarne i resti, farli scivolare via. Praticare un foro d’uscita, di aprire un buco per svuotare l’Italia.   Ecco, signori, quel buco sono stati i radicali, di cui la cara Emma era il fiore.   Per essere un buon buco, occorre essere vuoto. Vuoto di tutto, perché non faccia alcuna resistenza al passaggio. I nostri amici radicali non avevano nulla dentro di sé che potesse impedire lo scorrimento. Erano completamente vuoti. Sono stati un buco eccellente.   Anche il loro ego, la loro affezione per il potere o per il denaro non li facevano affatto meno buco. A ben vedere, queste loro inclinazioni non erano che l’orlo del buco, uno svaso che incanalava e favoriva il deflusso. O se preferite, facevano parte della profondità del buco, la parte visibile di un abisso dove l’occhio non può arrivare.   Papa Francesco, la Grande Voragine, l’aveva capito perfettamente. L’affinità con il Santo Padre è stata per Emma una delle consolazioni più grandi degli ultimi anni.   E quindi – e concludo – è giusto magnificare le battaglie, le cariche, i risultati della cara Emma. Anch’io non mi sono sottratto. Ma questo in sostanza non è che il mulinello che si forma intorno al vuoto che ingoia tutto.   Nelle profondità dello spazio si annidano, come sapete, dei corpi astrali chiamati buchi neri. I buchi neri non si vedono, perché il loro campo gravitazionale è tanto forte da risucchiare ogni cosa, anche la luce. La loro presenza è segnalata soltanto dalla radiazione che la materia, vorticandogli intorno, emette prima di venire inghiottita.   Ecco, signori, non scambiamo il mulinello con il buco. Non togliamo alla cara Emma quello che è davvero e gloriosamente suo: il buio, il vuoto, il nulla.   Vi ringrazio».   Massimo Zanetti  

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Immagine di Francesco Pierantoni via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0  
 
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Eutanasia

La festa della morte in Veneto

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Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».

 

Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.

 

C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.

 

Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.

 

La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.

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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.

 

Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.

 

Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.

 

Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.

 

Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.

 

Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?

 

Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?

 

E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.

 

Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?

 

Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.

 

Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.

 

Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.

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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.

 

Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.

 

«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.

 

È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.

 

Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.

 

E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».

 

Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.

 

L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.

 

E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?

 

Massimo Zanetti

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