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Il NY Post: Facebook trasmetteva dati di utenti di «destra conservatrice» al reparto «terrorismo interno» dell’FBI

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Secondo gli informatori del ministero della Giustizia, Facebook avrebbe spiato i messaggi privati ​​degli americani e li ha segnalati all’FBI se esprimono dichiarazioni «anti-governative o anti-autorità», inclusa la messa in discussione della legittimità delle elezioni statunitensi del 2020. Lo riporta il New York Post.

 

«Nell’ambito dell’operazione di collaborazione dell’FBI, qualcuno su Facebook ha segnalato in rosso questi messaggi privati ​​presumibilmente sovversivi negli ultimi 19 mesi e li ha trasmessi in forma oscurata all’unità operativa del terrorismo interno presso il quartier generale dell’FBI a Washington, DC, senza un mandato di comparizione» scrive la reporter Miranda Devine sul giornale di Nuova York.

 

Ciò sarebbe stato fatto «al di fuori del processo legale e senza una causa probabile», ha affermato una delle fonti, che ha parlato in condizione di anonimato. «Facebook fornisce all’FBI conversazioni private protette dal Primo Emendamento senza alcun mandato di comparizione» virgoletta l’articolo del quotidiano.

 

I messaggi privati delle persone segnalate sarebbero quindi stati raccolti come «indizi» per gli agenti sul campo dell’FBI in tutto il Paese, che successivamente avrebbero richiesto subpoenas (citazioni in giudizio) all’ufficio del procuratore degli Stati Uniti partner nel loro distretto per ottenere ufficialmente le conversazioni private che Facebook avrebbe già mostrato loro.

 

Tuttavia, «quando gli utenti di Facebook presi di mira sono stati indagati da agenti in un ufficio locale dell’FBI, a volte utilizzando tecniche di sorveglianza segrete, non è emerso nulla di criminale o violento».

 

«È stata una perdita di tempo», ha affermato una fonte a conoscenza delle richieste di citazione presentate durante «una frenesia di 19 mesi dal quartier generale dell’FBI a Washington, DC, per produrre il carico di lavoro che corrispondesse alla retorica dell’amministrazione Biden sul terrorismo interno dopo il 6 gennaio 2021», cioè la cosiddetta «Rivolta del Campidoglio».

 

Gli utenti di Facebook le cui comunicazioni private Facebook aveva segnalato come terrorismo interno per l’FBI sarebbero stati tutti «individui di destra conservatrice», continua il New York Post.

 

Facebook ha negato le accuse con due dichiarazioni.

 

Nella sua prima dichiarazione, la portavoce della società madre di Facebook Erica Sackin ha affermato:

 

«Queste affermazioni sono false perché riflettono un malinteso su come i nostri sistemi proteggano le persone dai danni e su come ci impegniamo con le forze dell’ordine. Esaminiamo attentamente tutte le richieste del governo di informazioni sugli utenti per assicurarci che siano legalmente valide e su misura e spesso respingiamo. Rispondiamo alle richieste legali di informazioni in conformità con la legge applicabile e i nostri termini e forniamo avviso agli utenti ogni volta che è consentito»

 

L‘articolo di Miranda Devine tuttavia segnala che «in una seconda “dichiarazione aggiornata” non richiesta inviata 64 minuti dopo, Sackin ha modificato il suo linguaggio per dire che le affermazioni sono “sbagliate”, non “false”».

 

«Queste affermazioni sono semplicemente sbagliate. Il suggerimento di cercare i messaggi privati ​​delle persone per il linguaggio anti-governativo o le domande sulla validità delle elezioni passate e quindi di fornirli in modo proattivo all’FBI è chiaramente impreciso e non ci sono prove a sostegno», afferma Sackin come riportata dal Post. La Sackin ha lavorato come «esperto di risposta alle crisi (…) per Planned Parenthood e “Obama for America” ​​e ora guida le comunicazioni di Facebook su “antiterrorismo e organizzazioni e individui pericolosi”».

 

«In una dichiarazione mercoledì, l’FBI non ha né confermato né smentito le accuse mossegli sulla sua operazione congiunta con Facebook, che è designata come “non classificata/sensibile alle forze dell’ordine» informa il New York Post.

 

Secondo le fonti del quotidiano americano, «alcuni degli americani presi di mira avevano pubblicato foto di se stessi che “sparavano insieme e si lamentavano di quello che è successo [dopo le elezioni del 2020]. Alcuni erano membri di una milizia ma questo sarebbe protetto dal Secondo Emendamento”».

 

«Loro stavano cercando individui conservatori di destra. Nessuno era di tipo Antifa».

 

Una conversazione privata mirata alle indagini “si è trasformata in più casi perché c’erano più persone in tutte queste diverse chat”».

 

Pochi giorni fa durante il podcast di Joe Rogan, Mark Zuckerberg aveva raccontato che durante la campagna presidenziale 2020 l’FBI aveva spinto la censura della storia del compromettente laptop di Hunter Biden, scrive la BBC.

 

«Lo sfondo qui è che l’FBI è venuta da noi – alcune persone della nostra squadra – e ha detto ‘Ehi, solo così, sapete, dovreste stare in allerta. Abbiamo pensato che ci potrebbe essere molta propaganda russa nelle elezioni del 2016, abbiamo notato che fondamentalmente sta per esserci una specie di rilascio simile a quello» aveva rivelato lo Zuckerbergo, sconvolgendo i sostenitori di Trump, che conoscevano quella storia e la videro censurata su Twitter e altrove.

 

Secondo il New York Post, il motivo per cui gli informatori parlano con il giornale è il dissenso che provano alcuni  impiegati dello Stato dinanzi alle azioni dell’amministrazione Biden.

 

«I disordini sono cresciuti tra la base dell’FBI e in alcune parti del Dipartimento di Giustizia per mesi. È arrivato al culmine dopo il raid del mese scorso nella casa di Mar-a-Lago dell’ex presidente Donald Trump in Florida».

 

Come riportato da Renovatio 21, dopo il raid di Mar-a-Lago alcune voci negli USA arrivano ora a chiedere lo scioglimento dell’FBI. I raid con perquisizioni stanno continuando nei confronti di dozzine di alleati di Trump.

 

«La cosa più spaventosa è il potere combinato di Big Tech in collusione con il braccio dell’FBI», dice un informatore alla Devine.  «Google , Facebook e Twitter , queste aziende sono globaliste. Non hanno a cuore il nostro interesse nazionale».

 

Renovatio 21 non ha idea se meccanismi tra forze dell’ordine e Big tech simili a quelli sopra descritti possano essere in vigore anche in altri Stati come quello italiano.

 

 

 

 

Immagine di Anthony Quintano via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic (CC BY 2.0)

 

 

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YouTube censura Emir Kusturica

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Il regista serbo Emir Kusturica ha accusato YouTube di aver intrapreso una «guerra» contro le persone che pensano in modo indipendente e «dicono la verità», dopo che la piattaforma di proprietà di Google ha eliminato il suo canale senza alcun preavviso.

 

Secondo diverse fonti giornalistiche, YouTube ha rimosso mercoledì il canale «My Life» di Kusturica, senza fornire spiegazioni pubbliche sulla decisione. Il progetto, realizzato in collaborazione con il servizio serbo della testata governativa russa Sputnik (proibita anche quella sul sito video di Google), conteneva oltre 200 video e contava circa 30.000 iscritti. Alcuni video erano dedicati al destino della Jugoslavia, allo scontro di civiltà e alla contrapposizione tra valori cristiani e occidentali.

 

Commentando il blocco, Kusturica ha dichiarato all’agenzia di stato TASS che dietro la decisione c’è «una società totalitaria», aggiungendo che «per loro è normale che abbiano chiuso il canale su YouTube. Sono in guerra con noi, con le persone che pensano, che dicono la verità e la portano alle masse».

 

Inoltre, ha affermato che «non vogliono in quel coro nessuno che non canti una canzone in cui gli algoritmi riflettano ciò che vogliono i vertici, le persone più ricche del mondo, più i servizi segreti».

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Nato a Sarajevo nel 1954, Kusturica è uno dei cineasti più premiati d’Europa. Ha vinto la Palma d’Oro a Cannes per Papà… è in viaggio d’affari (1985) e di nuovo per il capolavoro Underground nel 1995, mentre il film hollywoodiano (con Johnny Depp e Jerry Lewis) Il valzer del pesce freccia (1993) e Gatto nero, gatto bianco (1998) hanno consolidato la sua reputazione di regista di cinema balcanico surreale e politicamente impegnato.

 

Segnaliamo al pubblico di Renovatio 21 il film Tempo di gitani, che racconta lucidamente la filiera dei campi nomadi dai balcani all’Italia, con scene che descrivono il racket dei bambini elemosinanti, i furti nelle case degli italiani, gli stupri delle ragazzine da avviare.

 

Consigliamo altresì di evitare il documentario Maradona di Kusturica (2008), realizzato in piena boria non global, se non per vedere il campione argentino che canta riguarda se stesso e tratta Kusturica malissimo.

 

Kusturica ha appoggiato la posizione di Mosca sulla crisi ucraina, sostenendo che il conflitto era stato «preparato da tempo con l’assistenza del Pentagono» e che si trattava di «una guerra contro l’ortodossia», definendo al contempo il governo ucraino «filo-nazista».

 

Come riportato da Renovatio 21, il regista serbo due anni fa ha presentato un documentario sui crimini di Kiev contro la Chiesa Ortodossa Ucraina (UOC).

 

Nel 2022 il Kusturica dichiarò di stare con i serbi del Kosovo, una posizione che non sorprende chi ricorda come si schierò con il presidente Slobodan Milosevic durante le manifestazioni di protesta di fine anni Novanta, ora riconosciute come il terreno di prova delle rivoluzione colorate sorosiane (in particolare, il segno del pugno, «otpor», poi veduto in molte altre rivolte fomentate dallo Stato profondo USA e dai suoi soci.

 

Va ricordato che altresì Kusturica è responsabile – assieme all’establishment culturale goscista che, allora, lo venerava – dell’iniezione nel nostro sistema della musica balcanica, che come giustamente detto in una canzone di denuncia di Elio e le Storie Tese, «ha rotto i coglioni».

 

Il suo partner musicale balcanizzante, Goran Bregovic, ha avuto anche lui i suoi problemi, venendo bandito dalla Moldavia per via delle sue posizioni filorusse.

 

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 Immagine di Medija centar Beograd via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported 

 

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La figlia di Bill Gates accusata di frode: rischierebbe 20 anni in galera

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Phoebe Gates, 23 anni e figlia di Bill Gates, è stata accusata di «cookie stuffing», cioè manipolazione informatica, nella sua startup multimiliardaria Phia. Si tratta di una pratica illecita che, secondo quanto riportato, può comportare una pena massima di 20 anni di reclusione in una prigione federale. Lo riporta il New York Post.   Phia, un assistente personale digitale per lo shopping co-fondato da Gates insieme a Sophia Kianni, anche lei ex studentessa di Stanford, ha espresso sconcerto a luglio dopo le segnalazioni secondo cui utilizzava un numero eccessivo di «cookie» web, attribuendosi indebitamente il merito delle vendite online presso i partner commerciali.   Un cookie è un piccolo file di testo che un sito web invia al tuo browser e salva sul tuo computer o telefono quando navighi online. Serve a ricordare chi sei, le tue scelte e le pagine che hai visitato, così il sito funziona meglio.   L’azienda ha dichiarato di aver scoperto il problema solo «nelle ultime 24 ore» e di essere intenzionata a risolverlo. Un reportage di Bloomberg sostiene però che i giovani imprenditori fossero a conoscenza da almeno sette mesi del fatto che la startup sovrastimava le commissioni di vendita.

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Ariel Givner, fondatore e avvocato principale dello studio legale Givner Law, ha avvertito martedì in un post su X che il «cookie stuffing» – l’inserimento non autorizzato di cookie – può avere gravi conseguenze. «Nei tribunali statunitensi viene generalmente trattato come frode telematica federale. La pena massima prevista è di 20 anni di reclusione, oltre a multe e risarcimenti», ha scritto l’avvocato Givner.   Il cookie stuffing (chiamato anche cookie dropping) è una tecnica fraudolenta utilizzata nel digital marketing. Consiste nell’inserire di nascosto uno o più cookie di tracciamento nel browser di un utente, senza che questo abbia compiuto alcuna azione o espresso il proprio consenso.   «Qualsiasi elemento che causasse attribuzioni errate è stato immediatamente rimosso più di un mese fa, il 7 luglio» ha dichiarato al quotidiano neoeboraceno un rappresentante della startup. «Stiamo esaminando ogni transazione, ci impegniamo a fondo e abbiamo già iniziato a emettere tutti gli storni delle transazioni ai partner del marchio a seguito di qualsiasi attribuzione errata, e stiamo assumendo un responsabile della conformità per garantire che una cosa del genere non accada mai più» .   «Continuiamo a mettere in contatto i nostri utenti con articoli e offerte di migliaia di marchi partner», ha aggiunto il portavoce. «Impareremo da questa esperienza e vogliamo garantire ai nostri utenti la migliore esperienza di acquisto possibile, con funzionalità come il nostro nuovo guardaroba digitale e altre ancora in arrivo»-   La startup, che nel 2025 ha raccolto la cifra di 30 milioni di dollari da grandi e storici fondi del venture capital in Silicon Valley (Khosla Ventures, Kleiner Perkins e pure il fono corporate eBay Ventures) e investitori celebrità come Hailey Bieber (moglie di Justin), Khloé Kardashian, Kris Jenner (sempre della celeberrima famiglia Kardashian), Sydney Sweeney, Priyanka Chopra, Paris Hilton e pure Sheryl Sandberg (ex potente COO di Meta), funziona come un’estensione per browser: individua codici sconto per i clienti presso i rivenditori online quando questi cliccano su Phia al momento del pagamento.   Quando un acquirente usa Phia selezionando uno dei suoi codici sconto, il software rilascia un «cookie» – che traccia l’attività sul web – per dimostrare al rivenditore di aver contribuito alla vendita e ottenere così una commissione.   Tuttavia Kianni e Gates – la principessa di Microsoft il cui padre ha un patrimonio di 108,4 miliardi di dollari secondo Forbes – erano a conoscenza di funzionalità che inserivano cookie nel processo di pagamento anche quando i clienti non utilizzavano Phia. Lo rivelano persone informate sui fatti e messaggi interni di Slack esaminati da Bloomberg.   In uno scambio di messaggi avvenuto a dicembre, la Gates avrebbe chiesto agli sviluppatori di assicurarsi che l’inserimento automatico dei cookie funzionasse correttamente presso tutti i rivenditori, in modo che Phia potesse monetizzare «ogni transazione». Kianni in seguito disse agli ingegneri che «qualsiasi cosa possiamo fare per far sì che questi cookie continuino a essere inseriti sarà fantastica».   Secondo la testata, le vendite illecite legate a queste pratiche risalgono almeno a dicembre e riguardavano diversi importanti rivenditori, tra cui Nike, Gap e Nordstrom, costituendo apparentemente la maggior parte del fatturato di Phia.   Dopo che Phia ha disattivato le funzionalità a luglio, il fatturato medio giornaliero dell’azienda è crollato da circa 80.000 dollari a una cifra compresa tra 10.000 e 28.000 dollari, secondo Bloomberg, il cui articolo indica che a giugno le pratiche di «cookie stuffing» rappresentavano circa il 51% del valore della merce che Phia dichiarava di aver venduto.

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Secondo un pannello di controllo interno visionato da Bloomberg, quello che Phia aveva inizialmente definito un bug del software a luglio era in realtà una funzionalità chiamata «abilita l’invio automatico dei coupon», che l’azienda poteva attivare e disattivare a piacimento.   A un certo punto la Gates – che insisteva sul fatto di voler avere successo senza l’aiuto dei suoi genitori miliardari, affermando di avere «un forte desiderio di dimostrare il proprio valore» e non essere quella che in America chiamano una «nepo-baby» – si è preoccupata perché Phia non stava generando da Etsy le commissioni attese.   Secondo quanto riportato, ha contattato gli sviluppatori per assicurarsi che Phia installasse un cookie ogni volta che la sua estensione per browser compariva, anche se l’acquirente non cliccava su un coupon, in modo da poter guadagnare una commissione sul valore totale lordo della merce.   In un canale Slack del 18 dicembre ha scritto: «Temo che questo sia un problema generalizzato… potete confermare che l’auto pop per il drop dei cookie è attivo su TUTTI i siti wa coupon per confermare che stiamo monetizzando su tutti i gmv?»   In un altro episodio la Kianni ha proposto una funzionalità che avrebbe inserito un cookie ogni volta che un utente tentava semplicemente di chiudere un pop-up di Phia, secondo Bloomberg.   Un collega le ha fatto notare che Google Chrome impedisce alle estensioni di inserire cookie di affiliazione in caso di «chiusura di una notifica», cioè quando un utente tenta semplicemente di chiuderla, e Kianni ha ammesso la cosa. «Suppongo che potremmo dire che l’utente sta cercando di aprirci e di annullare l’operazione se si lamenta», ha aggiunto secondo quanto riportato.   Un portavoce di Phia ha dichiarato a Bloomberg che questa funzionalità non è mai stata implementata. Stando a quanto emerso sulla stampa americana, Impact.com, una delle società affiliate a Phia, aveva già sospeso la rete e riallocato le commissioni che aveva accantonato per pagare la società della Gates.   Sebbene Phia abbia dichiarato di aver già avviato le procedure per l’annullamento dei trasferimenti, potrebbe dover emettere ulteriori rimborsi poiché la politica è rimasta in vigore da dicembre a luglio, un periodo molto più lungo di quanto inizialmente indicato.

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Tuttavia, nota Renovatio 21, l’uso manipolatorio di estensioni del browser poterebbe interessare anche il padre Bill.   Un’organizzazione chiamata Newsguard, con nel board ex direttori della CIA e altre figure di altissimo gruppo, si occupa da anni di censire internet accusando, da ben prima della pandemia, siti e testate di diffondere fake news. Quando Newsguard chiamò da Nuova York Renovatio 21 nel lontano 2019 per sottoporre il direttore ad una sorta di interrogatorio (in particolare, ci sembrava di capire, interessava loro la pubblicazione autorizzata su Renovatio 21 di materiale dal circuito dell’attuale segretario alla Salute USA, e il tema autismo e vaccini), l’operatore dell’ente di censura non riuscì a spiegare bene come esso si finanziasse, tuttavia dicendo che cooperavano con Microsoft.   Di fatto Newsguard produceva un’estensione del browser, in particolare per Microsoft Edge che lo offriva gratuitamente, che accanto ai link di siti di notizie faceva comparire l’icona di uno scudo colorato: verde per quelli ritenuti affidabili, rosso per quelli che, dicevano, presentavano problemi di credibilità.   A partire da gennaio 2019, Microsoft ha incorporato direttamente NewsGuard all’interno dell’app Edge per Android e iOS. Non si trattava più di un’estensione da scaricare separatamente: la funzionalità era già inclusa nel browser.   L’integrazione di Microsoft con questo servizio di censura non si limitava all’estensione: le valutazioni di NewsGuard erano integrate anche in Bing (da maggio 2020, l’apice del lockdown), MSN e pure in alcuni programmi educativi.   L’ulteriore controversia della figlia nasce nel contesto del continuo esame critico di Bill Gates per la sua relazione con il criminale sessuale Jeffrey Epstein. Il co-fondatore di Microsoft figura in modo prominente nei documenti di Epstein recentemente desecretati, che contengono accuse riguardanti incontri extraconiugali, richieste di farmaci per curare una presunta infezione a trasmissione sessuale e discussioni con Epstein su iniziative di salute globale e una proposta di simulazione di una pandemia.   Gates ha negato qualsiasi coinvolgimento nei crimini di Epstein e quest’anno ha dichiarato al Congresso degli Stati Uniti che il misterioso finanziere aveva tentato di ricattarlo a causa delle sue relazioni extraconiugali. Ha definito la sua frequentazione con Epstein un grave errore.   Documenti emersi in questi anni hanno dimostrato l’interesse di Gates e Epstein in programmi legati a possibili pandemie e conseguenti vaccinazioni globali.   Come riportato da Renovatio 21, ad unire i due, donne a parte, potrebbe essere stata un’altra passione di cui sono aficionados anche altri membri dell’oligarcato blogale: l’eugenetica. Chi sostiene che, pure nel grottesco, i padroni del vapore finiscano per somigliare ai cattivi dei romanzi di James Bondo, non erra affatto.  

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Giudice definisce Meta una «fonte di disturbo pubblico» paragonabile all’inquinamento atmosferico

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Un giudice del Nuovo Messico ha definito Meta una «fonte di disturbo pubblico», assimilando il colosso dei social media a una fabbrica inquinante. La sentenza impone all’azienda di costituire un fondo di risarcimento e di modificare alcune caratteristiche centrali delle sue piattaforme a causa dei presunti danni arrecati ai minori.

 

Giovedì il giudice Bryan Biedscheid ha ordinato alla società madre di Facebook e Instagram di versare ulteriori 567 milioni di dollari, elevando il totale delle sanzioni a 942 milioni di dollari dopo la condanna a 375 milioni già emessa a marzo.

 

A quanto risulta, si tratta della prima volta in cui un’impresa di social media viene dichiarata responsabile di un disturbo pubblico, figura giuridica tradizionalmente applicata a pericoli che colpiscono l’intera collettività, quali l’inquinamento atmosferico, i rifiuti tossici o l’acqua contaminata.

 

«Così come l’inquinamento nocivo prodotto dalla fabbrica può ledere il diritto del pubblico comune a un’aria ragionevolmente pulita, gli effetti dannosi delle piattaforme di Meta sui bambini non rimangono circoscritti alle sue piattaforme», ha scritto il giudice, secondo quanto riportato dal Financial Times.

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Nel 2023 il Nuovo Messico aveva citato in giudizio Meta, accusandola di aver esposto i minori a contenuti sessualmente espliciti, a predatori sessuali e a funzioni delle piattaforme capaci di generare dipendenza.

 

Il giudice Biedscheid ha richiamato evidenze secondo cui la crisi della salute mentale giovanile nello Stato si è acuita negli ultimi anni, con un aumento dei tassi di depressione, disturbi alimentari e suicidi tra gli adolescenti.

 

Il magistrato neomessicano ha quindi imposto a Meta di istituire un fondo destinato a mitigare tali danni, con 420 milioni di dollari riservati a programmi di salute clinica e comportamentale.

 

La sentenza obbliga inoltre l’azienda a impedire agli adulti di inviare messaggi ai minori, a cessare di suggerire agli adulti account di minori, a rimuovere il conteggio pubblico dei «mi piace» per gli utenti sotto i 18 anni, a limitare le notifiche push durante la notte e nelle ore scolastiche, a fissare un tetto mensile di utilizzo per i minori su Facebook e Instagram e a cancellare gli account degli utenti sotto i 13 anni insieme a tutte le informazioni personali raccolte su di essi.

 

Meta ha annunciato di non condividere la decisione e di presentare ricorso.

 

Il provvedimento si inserisce in un contesto di più ampia restrizione dell’uso dei social media da parte dei minori. L’Australia ha introdotto un’età minima di 16 anni per l’apertura di account, la Francia ha approvato un divieto per i minori di 15 anni e la Gran Bretagna ha rafforzato le norme sulla verifica dell’età e sulla sicurezza online dei bambini. Meta resta inoltre esposta a migliaia di azioni legali negli Stati Uniti, in cui si sostiene che le sue piattaforme abbiano pregiudicato la salute mentale dei giovani o non abbiano protetto in modo adeguato i minori.

 

Un altro processo di grande risonanza è stato avviato a Los Angeles, dove famiglie e istituti scolastici hanno intentato causa contro i principali giganti dei social media – Meta, TikTok e YouTube – nel primo caso di responsabilità da prodotto: le piattaforme sarebbero state progettate consapevolmente per indurre dipendenza nei bambini e compromettere la loro salute mentale.

 

Come riportato da Renovatio 21, negli anni si sono accumulate varie accuse e rivelazioni su Facebook, tra cui accuse di uso della piattaforma da parte del traffico sessuale, fatte sui giornali ma anche nelle audizioni della Camera USA.

 

Due anni fa durante un’audizione al Senato americano era stato denunciato da senatori e testimoni come i social media ignorano le reti pedofile che operano sulle loro piattaforme.

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Secondo il Wall Street Journal, che già in passato aveva trattato l’argomento, Meta avrebbe un problema con i suoi algoritmi che consentono ai molestatori di bambini sulle sue piattaforme. La cosa stupefacente è il fatto che ai pedofili potrebbe essere stato concesso di connettersi sui social, mentre agli utenti conservatori no,

 

Le accuse sono finite in una storia udienza a Washington di Mark Zuckerberg, che è stato indotto dal senatore USA Josh Holloway a chiedere scusa di persona alle famiglie di bambini danneggiati dal social. Lo Stato del Nuovo Messico aveva fatto causa a Meta allo Zuckerberg per aver facilitato il traffico sessuale minorile.

 

Due settimane fa è emerso che un ingegnere Meta era stato arrestato a Nuova York per messaggi espliciti a quella che riteneva essere una ragazza minorenne.

 

Meta sta affrontando un processo anche in Texas, dove il procuratore generale ha intentato causa riguardo alla privacy di Whatsapp.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’azienda in settimana ha dichiarato che una sua IA è impazzita e ha violato i sistemi di un’azienda terza.

 

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