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Pensiero

Hiroshima e i papi del sacrificio umano

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Tutti gli anni Renovatio 21 ripropone in questi giorni un articolo su un’ipotesi storica misconosciuta quanto gravissima: la possibile complicità di monsignor Montini, cioè del futuro papa, nella chiusura del canale diplomatico tra Giappone e USA nei primi mesi del 1945 – qualcosa che di fatto comportò che la guerra durasse, nei massacri, ancora per mesi, cioè fino all’ecatombe finale dell’atomo su Hiroshima e Nagasaki.

 

Per chi in questi anni non ha letto il pezzo, ripetiamo i fatti. Il 17 gennaio 1945 il rappresentante diplomatico del Sol Levante presso la Santa Sede Masahide Kanayama (1909-1997), si vide con il sostituto della Segreteria di Stato vaticano Giovanni Montini (1897-1978), l’uomo che 18 anni dopo sarebbe divenuto papa con il nome di Paolo VI.

 

Kanayama, si badi, non era ambasciatore: quello era Ken Harada (1893-1973). Kanayama, cioè, era con ogni probabilità l’uomo che doveva portare a termine un lavoro nascosto, cioè aprire il canale segreto per fare appello al papa affinché facesse finire, come mediatore con gli USA, la guerra nel Pacifico.

 

Di particolare importanza, quindi le parole che il diplomatico nipponico proferì durante l’incontro con Montini.

 

«I pacifisti in Giappone hanno grande fede nella Santa Sede. Un tentativo della Santa sede di iniziare la mediazione incoraggerebbe di molto i nostri pacifisti, anche se non vi fossero risultati concreti nell’immediato» disse Kanayama.

 

La risposta di Montini fu una porta chiusa in faccia: «è a noi chiaro che la distanza tra i punti di vista fra i due belligeranti è troppo ampia per permettere la mediazione papale».

 

Seguì, quell’agosto, la distruzione atomica di due intere città giapponesi. La seconda, Nagasaki, considerabile come l’unica vera città cattolica del Paese, dove il cattolicesimo romano era la maggioranza fra la popolazione, riuscendo incredibilmente, eroicamente a sopravvivere ai secoli di persecuzione dello shogunato, e offrendo a Cristo fiumi di sangue di martire.

 

Il fatto che gli USA del presidente massone Truman abbiano bombardato proprio Nagasaki è una strana coincidenza storica sulla quale qui, oggi, non ci soffermeremo. Né ci fermeremo a discutere di come alcuni arrivino a considerare Montini come un asset dell’OSS, il servizio segreto antesignano della CIA: il cardinale parlava con il vertice delle barbe finte USA «Wild Bill» Donovan, e soprattutto con il capo-spia italofono James Jesus Angleton, paranoico e poeta personaggio considerato «madre della CIA».

 

Rimane di fatto il ruolo di Montini nella continuazione del conflitto che avrebbe portato all’annientamento di circa 120 mila civili giapponesi – uomini, donne, bambini, vecchi, i più fortunati polverizzati dal fuoco nucleare, i meno fortunati costretti a portare sul proprio corpo i segni e i dolori di quelle grandi prove generali per l’arma apocalittica.

 

È impossibile, oggi, non pensare a questa catena di eventi. Non tanto per attaccare Montini, ma per il fatto che ci troviamo nel momento della storia in cui, più che mai, siamo a pochi centimetri dalla distruzione termonucleare globale. I falchi americani ne hanno parlato sin dal primo mese di guerra; la cosa più preoccupante, abbiamo visto su queste pagine, è che hanno cominciato a parlarne anche gli intellettuali russi, dettagliando anche sul fatto che per prima dovrebbe essere atomizzata una città europea, di uno dei Paesi che ha armato l’Ucraina. Poi ci sono stati i segni più grotteschi, come lo spot andato in onda a Nuova York dove si diceva alla popolazione che in caso di attacco atomico era meglio chiudere le finestre.

 

Nessuno pare rendersi davvero conto di cosa rappresenta la bomba atomica: uno strumento che oltre la devastazione, va verso la cancellazione del creato stesso, un concetto talmente immenso che nemmeno è chiaro se, ha affermato qualche psicanalista, la mente umana abbia gli strumenti per comprenderlo del tutto.

 

Le conseguenze, studiate durante la guerra fredda o anche recentemente, paiono non interessare più. Milioni di morti subito, miliardi poi per fame, o per una piccola glaciazione che segue alla catastrofe atomica – il cosiddetto «inverno nucleare», un cambiamento climatico vero, questa volta, e pazienza se gli stessi che parlano di climate change oggi (i verdi tedeschi, le sinistre mondiali e pure italiane) sono gli stessi che spingono la guerra in Ucraina, magari pure gli appetiti atomici di Kiev, e quindi il rischio di sconvolgere il clima del pianeta per davvero.

 

Montini forse non poteva saperlo, tuttavia è curioso come questa figura, dopo l’incontro con Kanayama, abbia fatto una grande carriera, rendendosi protagonista di decisioni che hanno pesato, lo sappiate no, sulle nostre stesse vite. Fatto vescovo e cardinale, fu piazzato nell’arcidiocesi più importante del mondo, Milano, dove si sarebbero accumulati dossier e voci su presunte particolarità della sua vita privata, che sarebbero poi diventata accuse pubbliche mosse da scrittori e giornalisti durante gli anni del suo papato.

 

Ma più che le illazioni riguardo la sua presunta omosessualità, conta nella storia di Paolo VI, un atto solo, di importanza capitale per il destino della chiesa cattolica e del gregge degli esseri umani: l’adulterazione, implementata nel 1969, della Santa Messa, trasformata in breve comizio in lingua volgare, con la Santa Eucarestia – cioè il Santissimo, cioè Nostro Signore, cioè la cosa più importante che vi sia – abbandonato in mano ai fedeli… e tutto il resto, lex orandi e lex credendi, il significato e lo stesso senso materiale della celebrazione stravolto e sterilizzato, come da dettami del Concilio Vaticano II, vera bomba atomica sganciata sulla dottrina cattolica e di conseguenza sulla chiesa stessa.

 

Il lettore acattolico può sbadigliare, e magari ha pure ragione. Tuttavia, per capire il discorso che stiamo per fare, basta soffermarsi su un preciso particolare materiale della Messa nuova di Montini: il sacerdote si è girato. Non è più rivolto ad orientem, ad deum, dando le spalle ai fedeli. No, ora è rivolto esclusivamente ad populum. Non guarda più Dio. Guarda gli uomini…

 

È possibile dire quindi che il rito è invertito. La parola tecnica, ci rendiamo conto piena di echi semantici, è proprio quella: invertito. Inversione.

 

Le persone religiose – di qualsiasi religione, pure – non possono che finire a chiedersi come ci si possa attendere che un cambiamento nel rito non comporti un cambiamento metafisico, trascendente. Se capovolgo un rituale, non è che l’effetto spirituale dello stesso sia, anche quello, invertito?

 

Ragionare sull’inversione metafisica del rito spalanca davanti alla propria anima un abisso nel quale si ha paura di guardare.

 

Se la Santa Messa è fondata sulla presenza reale – che è dogma – cosa è il suo contrario? È il grande niente, la vacuità della sunyata, del nirvana (nell’etimologia sanscrita: estinzione) di cui parlano i buddisti? È il nulla senza fine, l’ein sof, di cui parlano i cabalisti giudei? È la cancellazione dell’essere significata dalla bomba atomica?

 

Oppure il contrario della presenza reale di Cristo è la presenza reale di ciò che gli si oppone specularmente – la presenza reale dell’anticristo? Per logica, potrebbe essere. Se volete, a questo punto, spaventatevi pure, o ridacchiate, indignatevi, fate quello che volete. Vi ho detto che questo è un abisso, e non c’è giorno che la mia mente non ne venga divorata.

 

Mettiamola in modo più tecnico, più lineare: la Santa Messa è il sacrificio di Dio per gli uomini, come avvenuto nella Croce dove il Signore ha versato il suo sangue per i molti in remissione dei peccati.

 

E quindi, il contrario di ciò, cosa è, se non il sacrificio degli uomini per una divinità – e cioè il sacrificio umano? L’offerta della vita umana (di uomini, di vergini, di bambini) agli dei, come nella cruenta storia pagana del mondo?

 

Sì, la religione cattolica invertita porta necessariamente al sacrificio umano. Perché se non è Dio che si sacrifica per l’uomo, allora, nel senso invertito, è la vita degli uomini che diviene moneta spendibile nel contatto con gli dèi, cioè nel rito.

 

Se avete seguito, e compreso quello che sto dicendo, tante, tantissime cose, a cui magari non avete fatto subito caso, potrebbero divenirvi chiarissime. Tanti puntini si uniscono.

 

Dalla inspiegabile insistenza sul culto Pachamama e ora perfino sulla «messa maya» ai decenni di mancata vera opposizione all’aborto, dagli scandali pedofili (sempre meno scandalosi) all’accettazione degli squartamenti ospedalieri dei trapianti a cuor battente, dal degrado delle chiese alle aperture all’eutanasia, dai riti pagano-spiritisti in mondovisione al sempre più prossimo sdoganamento dei bambini fatti in provetta… tanti elementi, della nuova chiesa e del panorama mondano che essa va ad abbracciare, corrispondono.

 

La chiesa invertita è in sintonia con il mondo moderno, che è invertito e perverso – come promosso fra i ragazzi nelle scuole dalle educazioni al sesso gender o, piccolo segno della filosofia propalata in licei ed università, dallo straripare di personaggi come Nietzsche e della sua «trasmutazione di tutti i valori» che altro non è se non una linea di comando per caricare il sistema operativo di un eone satanico.

 

Abbiamo scritto un altro articolo, l’anno passato, con una tesi specifica: Montini può aver aiutato indirettamente la strage atomica, Bergoglio di fatto, potrebbe aver fatto perfino peggio, promuovendo attivamente la strage mRNA.

 

È un pensiero che può tormentare per sempre: questi sono i papi del sacrificio umano?

 

E il sacrificio umano, e l’inversione, sono fatti per servire e preparare la venuta del Cristo invertito, cioè dell’anticristo?

 

È probabile, anche se non certo, che potreste essere qui per vedere i tempi ultimi. E chi credete che incontrerete, dapprima, arrivati a quel punto? Credete che non gli stiano preparando la strada?

 

Bombe atomiche, spiriti, creazione di omuncoli umanoidi, cospirazioni, sacrifici di bambini, anticristi. In realtà, in che mondo credevate di essere capitati?

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

 

Cremazione

Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia

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Mettiamo le mani avanti: non siamo mai stati nel novero degli estimatori di Francesco Guccini.

 

Nel periodo d’oro del cantautorato italiano altri erano i nostri riferimenti. Guccini no: ci dispiaceva la plumbea appartenenza politica, e più di tutto una certa monotonia del timbro e il modo enfatico e pesante di cantare, per il quale le canzoni sembravano composte da una sola nota martellata e ribattuta, anche se poi non era vero.

 

Naturalmente qualche suo pezzo lo si conosceva pure noi. Il repertorio di turpiloquio dell’Avvelenata era troppo ghiotto perché non lo si mandasse a memoria. È noto che il nostro non la considerasse un capolavoro, e pare che la ripudiasse addirittura: a riprova che gli artisti sono in genere pessimi critici.

 

Rammentiamo poi vivamente i grevi scongiuri a cui ci si abbandonava non appena si sentiva intonare In morte di S.F.. Nonostante l’ala del tempo sia passata anche su di noi, ancora oggi ne subiremmo la cupa suggestione, l’impulso a scaricarne la jella nel modo più maschio e triviale. Per la verità, bn pochi amavano sentirla, soprattutto in automobile, motivo per il quale ne ricordiamo solo l’inizio e la fine. 

 

Sul rimanente, si conosceva qualcosa de La locomotiva, qualcosa di più de Il pensionato, e poco altro.

 

Uno dei problemi delle canzoni di Guccini, tra l’altro, è che si era costretti a cantarle come Guccini: cioè con un pronunciato sforzo di gola, calcando tutto e fingendo di pesare più di novanta chili. Fatica improba, che come tutto risultato dava quello, davvero non esaltante, di avvicinarsi all’imitazione che ne fece Fiorello in Come mai degli 883. 

 

 

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Se non possiamo essere considerati degli estimatori, non possiamo però essere inclusi nella schiera dei detrattori. Guccini ha percorso la sua lunga vita senza il nostro affetto ma anche senza la nostra ostilità. Era come avere per condomino della scala B un apprezzato cultore di letteratura occitanica, che si saluta per le scale ma non si frequenta. 

 

Osservatori distanti, certo più indifferenti che curiosi, ci troviamo forse in posizione privilegiata per valutare l’alluvione di parole spese e scritte post mortem sull’Omero di Pàvana. Posata la polvere, possiamo dire che non ci ha sorpreso quasi niente.

 

Erano da immaginarsi, per esempio, le paginate e paginate di encomio, lo sbrodolo agiografico, la commozione, i ricordi evocati in coro, spalla contro spalla, da chi lo ha conosciuto o semplicemente ascoltato in gioventù.

 

È un fatto: ogni generazione desidera celebrare sé stessa, e l’occasione migliore per farlo è indubbiamente un funerale. Davanti al capobandiera che se ne va, piccolo o grande che sia, i superstiti provano il bisogno di stringere l’asta e di gridare a sé stessi, nonché al mondo, di essere ancora in vita.

 

Alla notizia si è infatti radunata, da oriente a occidente, la moltitudine che l’esistenza, le inclinazioni e i travagli avevano diviso e sparpagliato. I vincenti e i perdenti, gli sciupati, gli ambiziosi, le promesse mantenute, le promesse mancate, gli umiliati, i talentuosi, i gregari: ognuno con la sua magagna ha frugato in volto il vicino in cerca di antichi bagliori e ha scoperto l’orgoglio di appartenere a una sola generazione.

 

E giù a dire quanto sono stati e sono ancora oggi belli e generosi, e soprattutto unici e irripetibili.

 

Cose già viste. Al loro tempo – magari con qualche riscontro in più – l’hanno proclamato i risorgimentali al funerale del Carducci; i fiumani, dinanzi alla bara del Vate; e via via sdrucciolando fino ai battistiani prePanella alla morte di Battisti, ai patiti del birignao-carioca alle esequie della Vanoni.

 

Giacché si è accennato al Carducci e al D’Annunzio, era ovvio che anche il Guccini venisse subito incoronato «poeta». Per settimane gli articoli hanno traboccato di citazioni a casaccio, anche su temi su cui il nostro non ha mai detto nulla. Dietro di esse, in controluce, si potevano intravedere vecchi vinili girare su giradischi addormentati, mentre sessantenni fanno i piatti canticchiando Cirano. Da qui a invocare che i versi del poeta (tipo: «la ragazza dietro al banco mescolava/birra chiara e sevenàp») irrompano nelle antologie scolastiche è un passo. Poesia, poesia!

 

Nessuna meraviglia anche in questo caso.

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Com’è risaputo, gli italiani della loro poesia non ne sanno una beata. Il bagaglio da stiva regolamentare ospita in genere quattro endecasillabi imposti nelle scuole dell’obbligo e sei o sette nomi che, per ausilio mnemonico, ritornano nella toponomastica cittadina – e via andare.

 

Ammettiamolo: da noi la poesia forse si studia, ma non si legge. Non se ne conoscono né le leggi né il lessico, non la si comprende e non la si gusta. Non si sa manco che cos’è. Per dirla in una parola, la poesia italiana, come dire ottocento anni filati, non se la fila nessuno.

 

Del resto, l’italiano ne fa allegramente a meno e campa lo stesso. Per chi vuole, al fabbisogno – così come un po’ a tutto ciò che attiene alla sfera ludico-artistica – ci pensano gli americani. Non è un caso se il poeta più letto (in traduzione) sia Emily Dickinson. Dicono che i suoi versi (in originale) siano anche i più tatuati sugli avambracci delle signore.

 

Se si hanno meno pretese, poi, ci sono i cantanti: per certuni sono i soli veri poeti. Il monte Elicona, un tempo più esclusivo della Trilaterale, ormai rigurgita di menestrelli italiani. Oggi si aggiunge il Guccini. E viva l’Italia.

 

Abbiamo pure appreso che il nostro era un uomo buono. D’accordo, de mortuis nihil nisi bonum, ma sia pur da lontano siamo portati a crederlo. Da giovane il Guccini sembrava un orso con il naso, poi invecchiando un orso in maglione con la zip: è difficile farsi un’idea diversa da quella del burbero di buon cuore. E chissà, pensiamo, quante preghiere di zie, prozie, nonni, bisnonni e trisavoli, nell’arco di secoli, sono salite e poi scese, a gocce, a rivoli, affinché ottanta e passa anni fa il piccolo Francesco, nel ricevere la vita, ricevesse in dote anche questa piccola perla che in fondo è una disposizione naturale, un bonus senza merito come l’occhio azzurro o l’alta statura.

 

Certo, le preghiere non sono riuscite a far sì che diventasse un cristiano, un cattolico. Per quello occorre il concorso del libero arbitrio, e qui il Guccini ha toppato.

 

Agnostico dichiarato e ribadito, come tanti, come tanti ha civettato con l’idea dell’Ente superiore senza arrivare mai al dunque. Se la parola Dio ha fatto talora capolino nelle sue canzoni, magari per dire che è morto, il nome di Gesù Cristo è rimasto oggetto di uno strano pudore. E forse è stato meglio così: almeno per quelli ai quali, come a noi, non piacciono i paciughi.

 

Già, perché il nostro ha abbracciato senza riserve tutte le più scontate battaglie della modernità: divorzio, aborto, unioni civili, eutanasia. Ossia, la borghesissima marcia che ha strappato gli italiani al loro retroterra per gettarli avanti a pedate verso un progresso fatto di solitudini, paura e vuoto. Francesco Guccini, tanto per capirci, ha preso perfino la tessera del partito radicale, il movimento più filisteo mai visto sulla faccia della terra.

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A noi però fanno un po’ pena quelli che a dispetto di tutto cercano di farne un credente malgré lui, un cattolico fuori menù, descrivendolo come di una persona «in ricerca», di un’anima naturaliter cristiana. Un agnostico «possibilista», che «non ha mai smesso di chiedere e ascoltare», un cultore del dubbio: insomma, un cardinal Martini. E verrebbe voglia di dire loro: ma non provate vergogna?

 

È come quando i periodici cattolici, sul finale di intervista, domandano all’ateo di successo se crede in Dio, sperando nel contentino del «Sì, ma». «Sì, ma non in modo tradizionale»; «Sì, ma non mi riconosco nei dogmi»; «Sì, ma la Chiesa deve cambiare/ venire incontro/essere povera/aprire alle diversità/ai divorziati/alle coppie omo»; «Sì, ma la mia fede è intima, non gridata». E ancora, per gradire: «Parlo spesso con Dio, magari per rimproverarlo»; «L’ho sentito vicino nella malattia del mio cane»; «Mi è di molto conforto leggere le parole di papa Francesco».

 

Questo vi basta? Siete dei poveracci.

 

Non sappiamo quanto nel Guccini ardesse la sete d’assoluto, quanto abbia chiesto e quanto abbia raccolto. Sono conteggi che lasciamo all’Onnipotente, che li sa fare.

 

Per quello che ne possiamo capire noi, ci sembra che sia stato di inequivocabile coerenza in vita e in morte. Si stava ancora grattando il violino che è stata data la notizia che il funerale sarebbe stato laico. Qualche discorso, una benedizione dell’amico cardinale e poi via all’inceneritore.

 

Forse Dio non l’avrà trovato, ma ha trovato lo Zuppi.

 

Anche questo non sorprende.

 

Avv. Renzo Magalozzi

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Civiltà

Chi sono i fabiani?

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).     (…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.   Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.   Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.   La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.    

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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.   George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.   Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.   La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.   La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.   Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.

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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno   Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.   Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.   Krzysztof Szczawinski

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Pensiero

Le tenebre di Michel Foucault

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Renovatio 21 pubblica la traduzione del testo scritto su X dall’imprenditore e attivista francese Brivael Le Pogam, di cui avevamo pubblicato il mese scorso un denso articolo di sintesi sui danni mondiali fatti dalla filosofia parigina dei Foucault, Deleuze e Derridda. Il Le Pogam è ingegnere informatico e sviluppatore francese, noto soprattutto per essere il co-fondatore e CTO di Argil, una startup innovativa supportata dal celebre acceleratore americano Y Combinator. Renovatio 21 ha accennato alla figura del Foucault varie volte, l’ultima giusto ieri per parlare della riapertura a Nuova York delle saune gay, luoghi di perversione e contagio: Foucault, omosessuale sadomasochista, frequentava assiduamente questi luogi, e altri club parafiliaci, a San Francisco, finendo per contrarre l’AIDS e, secondo una voce raccolta dal suo biografo ma non confermata, infettando volontariamente altri omosessuali, non si sa se con o senza il loro consenso: l’unzione volontaria dell’HIV tra gay è un fenomeno noto e praticato oggi (i recipienti del virus sono chiamati bugchasers, «cercatori del baco», mentre gli untori «giftgivers», «donatori del dono»). Foucault è entrato a forza, complici la pressione internazionale generata dall’adozione negli anni Novanta della filosofia francese da parte delle grandi Università americane, anche nel sistema italiano. Frotte di professori universitari, e dei professori di medie e superiori che essi licenziano, adorano l’idolo Foucault, tirandolo dentro perfino nella spiegazione dei lockdown pandemici. Tutti costoro, che sono per lo più salariati dallo Stato che Foucault raccontava essere persecutore, non arrivano a comprendere quanto la realtà sia semplice: le teorie dell’autore di Sorvegliare e punire avevano più a che fare con le sue devianze sadomasochistiche che non che il pensiero razionale. Ci rendiamo conto altresì quanto sia complicato spiegare al docente con background di filosofia normaloide come poi queste figure, nemmeno al culmine della loro perversione, finiscano per identificarsi non solo masochisticamente come vittime, ma pure sadisticamente come carnefici: è il caso, abbiamo visto, di Robert Mapplethorpe, fotografo omosessuale sadomasochista anche lui morto di AIDS che fu tra i primi compagni di vita della ciclica ospita del vaticano conciliare Patti Smith – l’uomo, secondo un memoir, consumava i rapporti omofili violenti sotto una grande bandiera nazista… Domandiamoci: siamo sicuri che le autorità repressive e punitrici fossero per Foucault un problema? O è possibile che la sua filososfia stessa sia, per paradosso, uno strumento del sistema che a parole dice di voler combattere? Non è che l’impulso di morte antiumano che permea il lavoro dell’omofilosofo francese (l’uomo verrà cancellato «come un volto di sabbia in riva al mare») sia l’esatto motivo per cui la sua opera viene propalata alle ultime generazioni in tutto il mondo? Sul tema Renovatio 21 pubblicherà altri articoli.

 

L’altro giorno ho aperto una discussione su Sartre e il Maggio ’68. Oggi vi parlerò del pensatore più importante della teoria francese. Non il più mondano. Il più importante. Quello il cui software è ancora in funzione nelle università, negli uffici delle risorse umane, nelle redazioni giornalistiche, nei ministeri. Michel Foucault.

 

1926. Poitiers. Figlio e nipote di chirurghi. Borghesia medica. Il padre vuole un medico. Il figlio rifiuta. ENS, rue d’Ulm. 1948: un tentativo di suicidio. Sainte-Anne. Studia la follia dall’interno prima di scriverne. Breve periodo nel PCF. Lo lascia. Poi l’esilio: Uppsala, Varsavia, Amburgo. Lontano da Parigi. Lontano dal padre. 1961. Storia della follia. La tesi si riduce a una frase: la ragione non ha scoperto la follia. L’ha inventata per separarsi da essa. Il manicomio non è un ospedale. È un confine.

 

1966. Le parole e le cose. Un improbabile bestseller. Frase finale: l’uomo verrà cancellato «come un volto di sabbia in riva al mare».

 

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Maggio ’68, non è a Parigi. È a Tunisi. Dirà più tardi: senza il maggio ’68, non avrei mai fatto quello che ho fatto sulle prigioni, la delinquenza, la sessualità.

 

1969. Vincennes. È a capo del dipartimento di filosofia. L’anti-Sorbona. Lì non cercano più la verità. Cercano chi domina.

 

1970. Collège de France. Cattedra di Storia dei sistemi di pensiero. La carica più prestigiosa di Francia. Ha 43 anni. 1975. Sorvegliare e punire. Il panopticon. La scuola, la fabbrica, l’ospedale, la prigione: stessa architettura. Stesso sguardo.

 

1976. Storia della sessualità, Vol. 1. La sessualità non è repressa. È prodotta. Confessata. Gestita. 1977. Firma. Il diritto dei bambini e degli adolescenti «di avere rapporti con chi scelgono».

 

1978. Teheran. Vede in Khomeini una «spiritualità politica». Una volontà collettiva. Si sbaglia. Non ritratta del tutto.

 

1984. Muore di AIDS. A 57 anni.

 

Ora il punto cruciale. Foucault non era un filosofo che ha sbagliato un dettaglio. Era un uomo che ha sganciato la connessione con la verità. Non ha detto: «2+2 a volte fa 5». Ha fatto qualcosa di più radicale. Ha insegnato che la domanda interessante non è «è vero?», ma «chi ha il potere di dire che è vero?».

 

Nel suo sistema, la verità non è un obiettivo. È un costume. Un effetto. Un prodotto di istituzioni che parlano in nome della conoscenza.

 

Una volta accettato questo, tutto si capovolge. La scienza non è più un’indagine. È una forza di polizia della realtà. Il medico non è più un operatore sanitario. È un agente di normalizzazione. Il professore non è più un trasmettitore. È un cane da guardia. La giustizia non è più un giudizio. È una messa in scena. Una donna non è più una donna. È un incarico.

 

Judith Butler legge questo e inventa il genere performativo. Edward Said legge questo e inventa l’orientalismo accademico. Un’intera generazione impara che «la mia esperienza vissuta» ha più peso delle prove. Ed è qui che la situazione diventa vertiginosa. Foucault scriveva per seminari. Per Gallimard. Per un’aula magna del Collège de France. Non avrebbe mai potuto immaginare cosa sarebbe successo dopo.

 

Non immaginava che il dipartimento delle risorse umane di una multinazionale potesse trattare un fatto come un atto di violenza. Non immaginava che agli studenti venisse insegnato che la scienza occidentale è dominio. Non immaginava che in un’università non si potesse più affermare che un uomo non può partorire. Non immaginava la parola «wokismo». Non immaginava che un articolo di rivista, letto da trecento persone nel 1976, sarebbe diventato il sistema operativo di un continente.

 

Un uomo di Poitiers, brillante, tormentato, che voleva allentare la presa delle istituzioni, ha fornito il manuale d’uso per impadronirsene tutte. Questa è l’ironia.

 

Pensava di denunciare il potere. Ha dato al potere una nuova veste: quella di vittima, che si atteggia a vittima e tratta qualsiasi verità contraria come un’aggressione. Non ha rotto le finestre. Ha cambiato il programma. Ora ogni fatto è prima di tutto una mossa di potere. Il programma è in esecuzione. Non discutiamo più della realtà. Negoziamo la narrazione.

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Ecco come ci siamo ritrovati in questo mondo. Una scuola che sospetta invece di trasmettere. Una medicina che esita a nominare un corpo. Una stampa che confonde la verità con il kitsch. Una generazione che vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte. Non è una deriva. È la tesi, spinta alle sue estreme conseguenze.

 

Se la verità non esiste, non resta altro che il gioco di potere. E il gioco di potere, una volta rivestito di virtù, non ha limiti.

 

Le persone che hanno ereditato tutto questo non sono mostri. Hanno ricevuto un software. Le cattive idee uccidono prima chi ci crede. La riconversione è possibile. Ma una civiltà che non sa più distinguere un fatto da un gioco di potere non può né guarire, né insegnare, né costruire.

 

La realtà non è un’oppressione. È l’unico terreno su cui i costruttori possono lavorare. Scusate.

 

E al lavoro.

 

Brivael Le Pogam

 

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Immagine di pubblico domini CC0 via Wikimedia

 

 

 

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