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Pensiero

Festa della Repubblica a sovranità limitata. Senza Silvio Berlusconi, le «sue» crocerossine e la Pax eurasiatica

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Oggi l’Italia celebra pomposamente la nascita della Repubblica. Sono 76 anni.

 

La «democrazia» nostrana è quindi giovane, giovanissima. Pensate che quella americana ha 246 anni – quasi un quarto di millennio. Alla faccia degli yankee senza storia: una forma sociale mantenuta integra per così tanto tempo fanno di Washington giustamente la Nazione guida delle cosiddette «democrazie» occidentali e non.

 

Cioè, vogliamo dire: la «sovranità limitata» – che mica è solo italiana, è tedesca, è giapponese, etc. – ce la meritiamo, visto che abbiamo non solo perso la Guerra, ma anche voluto giuocare al giuochino della democrazia.

 

Il lettore sa che Renovatio 21 porta avanti una visione storica precisa, abbastanza inedita a dire il vero, per cui il partito che si impossessò del Paese dopo il 1945 fu preparato, ideologicamente (con la diffusione delle idee di Jacques Maritain) e pragmaticamente da acute forze americane, che necessitavano di una qualche forma di Stato partitico che riuscisse a mettere radici presso un popolo che repubblicano e democratico non lo era stato mai: nacque così la Democrazia Cristiana, che per quanto ci riguarda è un ossimoro già nel nome, una contradictio in adecto, perché Cristianesimo e democrazia mai hanno avuto qualcosa a che fare se non negli alambicchi di chi ci ha inflitto il quadro presente.

 

Il lettore di Renovatio 21 sa pure che qui spingiamo assai per un riconoscimento definitivo a James Jesus Angleton, poetica altissima mente dei servizi americani, cui va riconosciuto l’enorme contributo alla creazione dell’Italia repubblicana – magari pure con qualche «spintarella» durante il referendum Monarchia versus Repubblica.

 

Purtroppo, ci troviamo con tanti viali Mazzini, piazze Mazzini, più oscuri e magari effettivamente impresentabili «eroi» del Risorgimento (c’est-à-dire, la conquista della Penisola da parte della massoneria), e neanche un accenno toponomastico all’Angletone.

 

È per pudicizia, immaginiamo. Questa cosa della sovranità limitata, che una volta, ai tempi del PCI, si poteva pure dire liberamente, deve ancora impensierire chi regge il teatrino: attenzione, che non si scopra che Roma è vassallo di Washington, di Foggy Bottom, di Langley, di Bruxelles – nel senso non solo della UE, ma soprattutto della NATO, che casualmente ha sede proprio nella capitale belga.

 

Non è che i vertici dello Stato stiano facendo qualcosa per farcelo dimenticare.

 

«Ad oltre un anno di distanza, la Repubblica Italiana, insieme alla comunità internazionale, è ancora impegnata a contrastare l’aggressione condotta dalla Federazione Russa al popolo ucraino» scrive il presidente della Repubblica Italiana Sergio Mattarella in un messaggio inviato al Capo di Stato Maggiore della Difesa, l’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone.

 

«L’Italia è fermamente schierata per la difesa della sua libertà, integrità territoriale e indipendenza, perché non vi sia un futuro nel quale la forza del diritto viene sostituita dal diritto del più forte. Una ordinata comunità internazionale non può che basarsi sul rispetto di questi principi».

 

Il 2 giugno come volano per la guerra di Zelens’kyj. Vabbè, forse non poteva andare diversamente.

 

Poi il messaggio va avanti. «Libertà, uguaglianza, solidarietà, rispetto dei diritti dei singoli e delle comunità sono pilastri fondamentali della nostra Carta costituzionale» scrive il presidente. È innegabile che quando sentiamo parlare di «diritti dei singoli» scivoliamo nel pensiero che ci stiano parlando di LGBT (o meglio, «2LGBTI+»), oppure, al massimo, del feticidio di Stato, o le masse importate dall’Africa, cose così.

 

Se ti parlano di «libertà, uguaglianza, solidarietà», stai tranquillo che non sta per partire un mea culpa sul green pass, l’apartheid biotica, le persone ridotte alla fame perché renitenti alla siringa mRNA e al suo sistema di sorveglianza cibernetico biosecuritario.

 

Ma vabbè anche qui. Non che ci aspettassimo altro. Del resto, quello è stato un apice della storia repubblicana, quello in cui si è dimostrato il valore degli organi della Repubblica, della Costituzione, delle forze dell’ordine e pure delle forze armate (memento generale Figliuolo!)

 

Poi però arriva lei. Sempre più fotogenica, sembra Emma Stone in una commedia hollywoodiana sbarazzina, è a tratti elegante, il tacco è portato con grande esperienza.

 

«Niente che si chiami pace può essere scambiata per invasione. C’è una Nazione aggredita ed un aggressore», ha detto il primo ministro Meloni a margine della parata ai Fori Imperiali.

 

Certo che c’è: c’è una pulizia etnica durata otto anni, quella contro i russi del Donbass, che evidentemente si è dimenticata anche donna Giorgia, come i tantissimi sottoposti al lavaggio del cervello occidentale.

 

C’è un’organizzazione, quella del Trattato del Nord Atlantico, che sta circondando la Russia – perfino, da dietro, nel Pacifico, con Giappone e Corea che stanno entrando) con la più grande forza militare della storia (Putin dixit), dotata di potenza termonucleare distribuita in vari Paesi.

 

C’è una dirigenza, quella USA, che non fa mistero della sua volontà di praticare un regime change a Mosca, anzi vuole proprio smembrare la Russia, fare uno spezzatino del più grande Paese del mondo (e il più ricco di ogni ben di Dio di risorsa), terminare lo Stato-civiltà millenario resistito ai mongoli e a Hitler – al prezzo di decine di milioni di morti.

 

Bisogna capire la giovane premier: quanto durerebbe, se non dicesse così? Quanto potrebbe andare avanti se dicesse la verità? La verità, diceva Nostro Signore, ci renderà liberi: e quindi, sentire vivere in una Nazione di menzogna ci fa capire che siamo schiavi, pardon, «a sovranità limitata».

 

Ci tocca tornare, ancora una volta, a rimpiangere quello che è tecnicamente ancora il leader di un partito impresentabile ed invotabile. Perché qui, alla fine, non c’entra la politica, c’entra la qualità intima dell’uomo, la sua anima, oseremmo dire.

 

Rammenta, o lettore, il tempo in cui la notizia della parata del 2 giugno non erano proclami di alleanza con un regime sanguinario e spietato: no, era il fatto che Silvio Berlusconi allungava gli occhi sulle crocerossine che sfilavano, e pure applaudiva felice rimirandone le forme.

 

Ricordate? Quanta innocenza. Quanta leggerezza, quanto umorismo, quanta vita c’era in quei momenti – che pure facevano schiumare di rabbia i giornali del gruppo De Benedetti (ora Agnelli), gli stessi che oggi cantano le gesta di Battaglione Azov ed affini e sbianchettano via da Internet i vecchi articoli sull’ucronazismo.

 

La sinistra, cioè l’opinione pubblica di intere classi parassite drogate dai loro circuiti mediatici, impazziva dall’ira: forse perché Silvio, implicitamente, sembrava non rivendicare un diritto LGBT, ma vivere secondo la legge naturale eterosessuata. (La questione è analizzata in varie battute e barzellette che circolavano, alcune fatte dallo stesso interessato e perfino da Vladimir Vladimirovich Putin)

 

E se proprio vogliamo vederci la politica, bisogna ricordare che con il Berlusconi si andava molto oltre alla politica, si volava verso la grande geopolitica, o addirittura la superpolitica, la metapolitica.

 

Berlusconi aveva posto le basi per quella che di fatto era un Pax eurasiatica: ogni conflitto con la Russia era stato neutralizzato da Pratica di Mare (un accordo Russia – NATO: fantascienza pura, oggi) e dall’amicizia innegabile fiorita con Vladimir Putin.

 

Si erano imbastite cooperazioni immense tra il nostro Paese e Mosca. C’era il gas, diligentemente consegnato dai russi a prezzo accessibile e senza sorprese. C’erano collaborazioni in ambito aerospaziale – un tema caro all’attuale ministro della Difesa Crosetto, quello che adesso è in prima fila nel ringhiare alla Russia (prendendosi, di conseguenza, qualche parola da Medvedev).

 

Il mondo, in quei due giugno delle crocerossine procaci, era diverso. Anche, e soprattutto perché erano ancora vivi decine, forse centinaia di migliaia di ragazzi ucraini, e russi, che sono stati sacrificati sull’altare del niente al fine di far crollare per sempre la pace in Eurasia.

 

Non ci resta che dirlo, e con immensa amarezza, e nostalgia.

 

Aridatece Silvio Berlusconi. Aridatece la Pax eurasiatica, lo sviluppo e la prosperità, la joie de vivre.

 

Ridateci la Vita contro la morte!

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Immagine della Presidenza della Repubblica Italiana via Wikimedia; fonte Quirinale.it

 

 

 

 

Geopolitica

Le bande degli stupratori pakistani e oltre. Intervista video al direttore di Renovatio 21

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Il direttore di Renovatio 21 Roberto Dal Bosco è stato intervistato sulla questione delle grooming gang dalla trasmissione YouTube «Spunti di Riflessione» condotta dal giornalista Paolo Arigotti.

 

Nell’intervista è stato spiegato il fenomeno delle ghenghe degli stupratori pedofili pakistani che tormentano l’Inghilterra e il Galles analizzandone storia e morfologia, discutendo se si tratti di un fenomeno organico e decentrato o, per pura ipotesi, di qualcosa che ha una regia altrove.

 

Nel video si discute inoltre la posizione del Pakistan, Stato islamico terzomondiale e potenza atomica, negli equilibri sociali britannici e pure in quelli geopolitici mondiali.

 

Inoltre si è parlato della natura degli atti di violenza sessuale, e il ruolo sociomilitare degli stupri nei conflitti contemporanei, con similiarità di elementi tra i fatti britannici ed episodi rivoltanti usciti dalle cronache di Gaza.

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«Lo stupro non è solo la sottomissione di un membro del gruppo avversario, ma è anche il danno che fai all’intero insieme: una volta che hai stuprato ripetutamente sei andato ad interrompere il tessuto sociale contro cui combatti (…) rimandi in società un elemento grandemente traumatizzato» dichiara il direttore.

 

«Ciò fa parte di una tendenza sempre più chiara, vista anche in politica, che è quella della disumanizzazione dell’avversario (…) l’effetto politico militare della disumanizzazione del nemico è quello di rendere sacrificabile l’intero suo gruppo sociale».

 

«Questo non riguarda più solo temi militari ed etnici (…) la disumanizzazione dell’avversario riguardano la nostra società: se io ritengo che l’altro non è un essere umano, io posso eliminarlo. Se io ritengo – l’espressione tedesca è lebensunwertes leben – che un bambino anche alle ultime settimane di gravidanza non è davvero vivo perché non ancora nato, lo posso uccidere, eliminare, prima che nasca. Un vecchio che non è in grado di vivere da solo, può essere eliminato» sostiene il Dal Bosco.

 

«È una cultura, questa, che chiamo Necrocultura (Giovanni Paolo II la chiamava Cultura della Morte) che si  è impadronita del mondo moderno, si è impadronita del mondo. Per cui la svalutazione della vita umana e della sua dignità è visibile in guerra ma soprattutto in pace».

 

«Questa trasformazione della società in senso di morte sta succedendo. E le sue manifestazioni sono di tutti i tipi: criminali, militari, geopolitiche, bioetiche, politiche in senso stretto, sociali. Ovunque è visibile che la barriera della dignità umana sta cadendo o è già caduta in alcuni del caso del tutto».

 

«Ciò rende possibile non solo uccidere la gente, ma ancora prima sfruttarla, stuprarla, farla lavorare senza pagarla nulla. Finché ti servono. Finché non arrivano i robot» conclude il direttore di Renovatio 21.

 

«È un grande disegno in cui è visibile la volontà di rendere l’uomo sacrificabile. Che significa, essenzialmente, tornare ai sacrifici umani. A ciò che precedeva la civiltà cristiana, dove invece l’uomo è ad immagine di Dio, e Dio si fa uomo».

 

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Immagine screenshot da YouTube 

 

 

 

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Pensiero

Arriva la «scomunica marinata»?

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Nel momento in cui il Vaticano bombarda 600 mila e più persone con lo scomunicone anti-FSSPX, diviene naturale rifugiarsi nei sonetti di Giuseppe Gioacchino Belli (1791-1863), che da romano vero conoscitore della Città der papa non poteva non aver trattato il tema nella sua poesia in vernacolo romanesco.   Havvi, ad esempio, Er cedolone der vicario, sonetto scritto il 22 aprile 1834, che bene illustra la minaccia di scomunica e le pene per chi trattiene i beni ecclesiastici. Si parla di un «cedolone», cioè un manifesto pubblico, affisso a Roma. Il cedolone era un avviso ufficiale del vicario del papa che imponeva, pena la scomunica, la restituzione dei beni di un sacerdote defunto. La scomuniica è quindi qui intesa come strumento di pressione burocratica e poliziesca.   La scummunica è uguale ar marfrancese, Che tte penetra l’osse a la sordina, E tte manna a fà fotte in men d’un mese.   Chi ssarà ll’animaccia ggiacubbina Che nnun ridìi le cose che ss’è pprese, Doppo der cedolon de stammatina?   Notare come, con sprezzo totale, il Belli paragona la scomunica al «marfrancese» – cioè alla sifilide – una malattia che agisce «a la sordina» (di nascosto) consumando da dentro l’individuo: il poeta vuole qui parlarci della devastante azione dello Stato Pontificio sulla vita interiore dei cittadini posti sotto la minaccia di essere scomunicati. «Animaccia ggiacubbina», era l’etichetta usata per indicare chiunque si opponesse all’autorità ecclesiastica, che oggi che li giacobini sono al comando dello Stato pontificio, suona buffissima.   L’espressione «sta ffresco» evidenzia la rassegnazione del popolo di fronte alla potenza ecclesiastica dotata della superarma scomunicante, il cui effatto megatonico sull’animo umano è ancora brandito con sicumera dal (già) Sant’Uffizio.

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Evvi poi un ulteriore sonetto del Belli riguardo al tema della scomunica. Si tratta di quello intitolato, appunto, La scummunica, scritto il 25 agosto 1825.   La scummunica inzomma è una parola Che ddisce er Papa, e appena Iddio l’ha intesa, L’ubbidissce ar momento, e vve conzola Cór cacciàvve dar gremmo de la Cchiesa.   Abbasta una scummunica, una sola, Pe’ sbattezzavve; e gguai chi sse l’è ppresa! Pò vvenì Ggesucristo co’ la stola A bbenedillo, bbutta via la spesa.   Domenica er Curato l’ha spiegata, E ha detto: “Iddio ne guardi, si pprennete La scummunica nata e mmarinata.   Un libbro, un c…., un scappellotto a un prete, Un sputo, una scorreggia, una pissciata Ve pò scummunicà cquanno volete.„   Nelle prime quartine si satireggia sul paradosso teologico: le gerarchie universali sono invertite: il papa comanda e Dio esegue cecamente. La scomunica diventa una formula magica o un atto burocratico a cui persino Nostro Signore deve «ubbidire al momento». Nemmeno Gesù Cristo in persona, scendendo sulla terra con tanto di paramento liturgico, avrebbe il potere di annullare la scomunica del papa. La grazia divina viene così sottomessa alla burocrazia eclesiastica.   Interessante l’elenco, messo in bocca ad un parroco durante l’omelia domenicale, dei motivi per cui si può essere scomunicati: leggere un «libbro» proibito, aggredire un sacerdote («un scappellotto a un prete»), così come atti di volgarità corporale: uno sputo, un peto, una minzione («una pissciata»). La lista grottesca serve ad indicare come all’epoca (solo all’epoca?) la Chiesa utilizzasse l’arma della scomunica in modo indiscriminato: la scomunica serviva a punire sia il dissenso intellettuale sia, volendo, i comportamenti triviali, riducendo un grave provvedimento spirituale ad uno strumento di sottomissione politica continua.   Tra i peccati qui listati non vi è, curiosamente, la consacrazione dei vescovi senza mandato.

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Vi è poi da rivelare al lettore cosa il poeta intenda con «scummunica nata e marinata»: si tratta di come il popolano, soggetto enunciante della poesia bellica, capisce l’espressione «scomunica Maranathà», ossia la scomunica usque Dominus veniet (tradotto letteralmente: «fino a quando verrà il Signore»), la forma estrema e permanente di sanzione religiosa utilizzata storicamente dalla Chiesa cattolica, inflitta per colpe considerate talmente gravi da non poter essere perdonate da nessuna autorità umana terrena. La rimozione della scomunica veniva rimandata direttamente al Giudizio Universale, lasciando il verdetto finale a Dio, con il colpevole colpevole escluso in modo perpetuo dalla comunità dei fedeli e dai sacramenti – una scappatoia di perdonanza terrena, dicono dalla regia, da qualche parte c’era comunque.   La scomunica Maranathà veniva riservata a reati eccezionali, come le eresie ostinate, le profanazioni estreme o i gravi crimini contro la figura del papa. Si trattava di una scomunica che poteva prevedere anche un preciso cerimoniale di maledizione, sempre presente nel pontificale romano, benché caduto in disuso praticamente già nell’età moderna, con rare eccezioni.   Interessante pure ricordare come, in epoca pre-codiciale – cioè antecedente al Codice di Diritto Canonico (Codex Iuris Canonici), promulgato nel 1917 da Papa Benedetto XV – chi ordinava vescovi senza mandato pontificio veniva semplicemente sospeso fino a dispensa – di fatto, ‘na bazecola. Anzi, la scomunica per la consacrazione illecita di vescovi è perfino successiva, è stata introdotta da Pio XII in risposta alle ingerenze del regime comunista in Cina, che oggi invece, nella Chiesa invertita, ordina i vescovi che gli pare senza incorrere in scomunica e ricevendo poco dopo, dopo un mezzo silenzio di qualche ora, la ratifica del Sacro Palazzo.   A questo punto ci chiediamo quanto vescovi, sacerdoti e fedeli FSSPX siano andati vicini alla scomunica marinata. La quale, sì, è sparita con l’arrivo del Codice, ma col Fernandezzo non si sa mai, magari resuscita pure quella per far danno ai mostri tradizionalisti.   Il cardinale orgasmologo infatti, in punta di diritto positivo assoluto, potrebbe usare le parole del sonetto belliano Li soprani der monno vecchio (21 gennaio 1831), rese immortali dal Marchese del Grillo del democristiano Alberto Sordi.   C’era una vorta un Re cche ddar palazzo Mannò ffora a li popoli st’editto: “Io sò io, e vvoi nun zete un cazzo, Sori vassalli bbuggiaroni, e zzitto.”   Eccoci che torniamo alla grande saggezza del poeta vernacolare, che visse i suoi 72 anni sotto sei papi, descrivendo una città sordida e in abbandono, di plebi tra le più incolte d’Italia, dove il papa era anche temuto, ha scritto un critico, «come capo della fatiscente società del putrido Stato pontificio».   I tempi sono cambiati, o forse, nella Rroma eterna e nelle sue cloache umane, no.   Anvedi.   Roberto Dal Bosco  

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Peter Thiel: Benedetto XVI «credeva di vivere negli ultimi tempi»

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L’investitore miliardario Peter Thiel, che ha recentemente tenuto una serie di conferenze sull’anticristo a Roma, a due passi dal Vaticano, ha spiegato che il motivo principale per cui ha parlato pubblicamente dell’anticristo è «perché nessun altro ne parla», aggiungendo che, per gran parte della storia cristiana, sarebbe sembrato un chiaro segno del suo imminente arrivo (2Pietro 3, 3-4).

 

In un lungo saggio intitolato «Il papa e l’anticristo», pubblicato sulla prestigiosa testata cattolica statunitense First Things, Thiel afferma che papa Benedetto XVI credeva di vivere negli ultimi tempi.

 

Thiel ha introdotto il suo articolo per First Things, scritto in collaborazione con il Sam Wolfe, affermando: «Non spetta a me dire alla Chiesa che ora è», aggiungendo: «Benedetto lo ha già fatto».

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La fascinazione del magnate già socio di Elone Musk per le opinioni di papa Benedetto sull’anticristo e sulla fine dei tempi è sorprendente, considerando che è nato in una famiglia protestante (i genitori sono tedeschi immigrati in America, e sono religiosi, a quanto è dato di sapere) che ha accumulato un’enorme ricchezza – ha co-fondato PayPal, è stato uno dei primi investitori di Facebook e ora è a capo di Palantir – e che è anche omosessuale «sposato» con un uomo e con figli ottenuti via utero in affitto.

 

Pur non essendo cattolico, Thiel si è chiaramente immerso negli insegnamenti e nella storia della Chiesa cattolica ben oltre la media dei fedeli cattolici, nota LifeSite. È noto ai lettori di Renovatio 21, tuttavia, che egli sia stato discepolo diretto all’Università di Stanford del filosofo cattolico Réné Girard, di cui ha assimilato certamente la teoria del sacrificio così come quella della teoria mimetica, che sembra aver guidato la sua fortunatissima carriera di investitore in grado di discernere tra un investimento rilevante e uno fatto perché è desiderato anche da altri.

 

Nell’articolo su First Things Thiel ha espresso rammarico per il fatto che Benedetto XVI sia rimasto in silenzio sull’anticristo durante tutto il suo pontificato e abbia aspettato fino alle sue dimissioni per esprimere il suo parere. Come riportato da Renovatio 21, ciò non è del tutto vero.

 

Thiel ha osservato che solo quando il papa emerito è diventato anziano ha «iniziato a parlare con la chiarezza che fino ad allora aveva negato a tutti tranne che ai suoi lettori più intimi». In un’intervista del 2018 ha affermato che «la società moderna sta formulando un credo anticristiano e opporsi ad esso viene punito con la scomunica sociale. È naturale temere questo potere spirituale dell’anticristo e ha davvero bisogno dell’aiuto delle preghiere di un’intera diocesi e della Chiesa mondiale per resistergli».

 

Tre anni prima, inaspettatamente, il politico slovacco Vladimír Palko aveva ricevuto una lettera da Benedetto XVI che elogiava il suo libro Die Löwen Kommen («Arrivano i leoni»). La lettera includeva queste parole: «Vediamo come il potere dell’anticristo si stia espandendo e non possiamo che pregare che il Signore ci dia pastori forti che difendano la sua Chiesa in quest’ora di bisogno dal potere del male».

 

«Il cristiano sa che nulla dura per sempre, perché questo mondo ha un inizio e una fine. L’apocalisse, la rivelazione di tutti i segreti e la fine di tutte le interpretazioni, prima o poi arriverà», ha osservato Thiel a conclusione del suo avvincente saggio. «C’è un tempo e un luogo per l’esoterismo, il cui contrario è la rivelazione. Ma non in questioni che riguardano il destino del mondo e delle nostre anime. Perché quando il tempo stringe e l’ora è tarda, chi può sperare nella salvezza nella reticenza filosofica?»

 

Come riportato da Renovatio 21, a giugno il Festival di Vienna aveva revocato la prevista partecipazione di Thiel, a causa delle crescenti critiche da parte degli sponsor e del massiccio ritiro di altri partecipanti. Thiel avrebbe dovuto parlare di anticristo, tema che lo ossessione pubblicamente al punto da essere canzonato lungo un’intera stagione del popolarissimo cartone satirico americano South Park.

 


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Due settimane fa il Thiel ha alzato il tiro sul papato dichiarando, ad un incontro elitario ad Aspen che papa Leone XIV «lavora per i comunisti cinesi».

 

Come riportato da Renovatio 21, in settimana è emerso che Thiel, in previsione di un collasso statunitense o mondiale, si è trasferito in Argentina.

 

Le tensioni tra il miliardario del settore tecnologico e il Vaticano non sono una novità. A marzo, il Thiel ha tenuto una serie di conferenze sull’Anticristo a Roma, a pochi isolati dalla Santa Sede, su invito. Le conferenze avrebbero innervosito il Vaticano e spinto due università cattoliche a dichiarare pubblicamente di non essere coinvolte nell’organizzazione degli eventi.

 

Thiel, cofondatore di Palantir e PayPal, è stato uno dei primi sostenitori del presidente Donald Trump nella Silicon Valley, contribuendo al lancio della carriera del vicepresidente JD Vance: Vance, convertito al cattolicesimo, lavorava presso Mithril Capital, una società di investimenti cofondata da Thiel, prima che quest’ultimo appoggiasse il suo ingresso in politica.

 

In realtà, a differenza di quanto creduto da Thiel, Ratzinger aveva esposto anche prima del suo ritiro idee precise, e complesse, sull’anticristo e sui tempi ultimi – e sul ruolo che avranno le macchine.

 

Come riportato da Renovatio 21, il 15 marzo 2000 il cardinale Joseph Ratzinger parlò a Palermo in un incontro con sacerdoti e seminaristi.

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«Nel loro orrore, [i campi di concentramento] hanno cancellato, cancellato volti e storia, nomi, cancellato persone. Hanno trasformato l’uomo in un numero, l’uomo non è che un numero, è un pezzo di un macchinario, l’uomo non è che un pezzo di un macchinario, di un ingranaggio, non è più che una funzione» aveva detto il futuro papa Benedetto.

 

«Ai nostri giorni non dovremmo dimenticare che queste mostruosità della storia hanno prefigurato il destino di un mondo che corre il rischio di adottare la stessa struttura dei campi di concentramento, se viene accettata la legge universale della macchina»

 

«Le macchine che sono state costruite impongono questa stessa legge, questa stessa legge che era adottata nei campi di concentramento. Secondo la logica della macchina, secondo i padroni della macchina, l’uomo deve essere interpretato da un computer, e questo è possibile solamente se l’uomo viene tradotto in numeri» aveva continuato colui che un lustro dopo sarebbe salito al Soglio di Pietro.

 

«La Bestia è un numero, e ci trasforma in numeri. Dio nostro Padre invece ha un nome, e chiama ciascuno di noi per nome. È una persona, e quando guarda ciascuno di noi vede una persona, una persona eterna, una persona amata». Ecco che, parlando della Bestia e di numeri Benedetto sembra avvicinarsi al pensiero di Thiel su anticristo e AI.

 

Mentre molti nel mondo cattolico esprimono fastidio per le riflessioni di Thiel, si tratta, come evidenti, di questioni che ora vanno poste senza esitazione. Perché l’apocalisse potrebbe essere davvero alle porte, e non possiamo confidare nella capacità di guida e di lotta di un Vaticano occupato da modernisti invertiti.

 

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