Intelligence
Epstein incontrava l’attuale capo della CIA. E pure l’ex premier israeliano, i Rothschild e Noam Chomsky
Il caso Epstein continua a regalare rivelazioni scioccanti. Le ultime sembrano uscite dalla Gazzetta del complottista, solo che stavolta lo scrive una grande testata del mainstream internazionale. CIA, Rothschild, uomini di Kissinger, l’ex premier israeliano Ehud Barak, l’immancabile Fondazione Gates persino il linguista Noam Chomsky: tutti nomi contenuti in un exposé del Wall Street Journal.
La gigantesca notizia con cui partire è quella per cui l’attuale direttore della CIA, William Burns, ha incontrato diverse volte Epstein.
Nel 2014 Burns ha avuto almeno tre meeting con Jeffrey Epstein. All’epoca il Burns era il vice segretario di stato di Obama – e va notato che tali incontri sono avvenuti dopo che Epstein era stato condannato per sfruttamento sessuale di minori.
Burns ed Epstein si sono incontrati per la prima volta a Washington prima che Burns visitasse Epstein e la sua residenza a Manhattan, secondo una serie di documenti trapelati che includono gli orari di Epstein che non erano contenuti nella famosa «agendina nera» dei suoi contatti (peraltro zeppa di nomi italiani, cosa che la stampa nazionale ha bellamente ignorato) o dei registri di volo del cosiddetto Lolita Express, l’aereo usato da Epstein e dai suoi ospiti per gli spostamenti, spesso nella famosa tenuta di Saint James, nelle Isole Vergini americane, dove accoglieva gli «amici» con quantità di ragazzine giovanissime.
Burns, che è diventato direttore della CIA sotto Biden nel 2021, ha incontrato Epstein mentre si preparava a lasciare la sua posizione nel governo, secondo la portavoce della CIA Tammy Kupperman Thorp.
«Il direttore non sapeva nulla di lui, a parte il fatto che è stato presentato come esperto nel settore dei servizi finanziari e ha offerto consigli generali sulla transizione al settore privato», ha detto la portavoce del principale servizio segreto statunitense, aggiungendo che i due «non avevano alcuna relazione».
Bisogna ammettere che è curioso: l’uomo che diverrà capo del massimo servizio d’Intelligence del Paese e finanche del mondo – uno che andrà a gestire il più profondo sistema di informazione esistente – non sapeva nulla dei precedenti di questo tizio che andava a incontrare, nemmeno le chiacchiere che giravano sul suo conto. Le quali chiacchiere, come riportato da Renovatio 21, c’erano.
Burns è un diplomatico che aveva ricoperto il delicato ruolo di ambasciatore USA a Mosca. Nel 2014, al momento degli incontri, era vice segretario di Stato americano.
«Quell’agosto era previsto un pranzo presso l’ufficio dello studio legale Steptoe & Johnson a Washington» scrive il Wall Street Journal. «Epstein ha programmato due appuntamenti serali quel settembre con il signor Burns nella sua casa di città, mostrano i documenti. Dopo uno degli incontri programmati, Epstein ha pianificato che il suo autista portasse il signor Burns all’aeroporto».
«Il signor Burns ricorda di essere stato presentato a Washington da un amico comune e di aver incontrato brevemente Epstein una volta a New York, ha detto la signora Thorp. “Il direttore non ricorda alcun ulteriore contatto, inclusa la ricezione di un passaggio per l’aeroporto”».
Un mese dopo l’incontro con Epstein, nell’ottobre 2014, Burns si è dimesso da questo ruolo al Dipartimento di Stato per servire come presidente del Carnegie Endowment for International Peace, un think tank per la politica estera di cui il Cremlino ha chiuso la filiale moscovita nell’aprile 2022. Burns avrebbe gestito il think tank fino a quando non è stato nominato da Biden per servire come direttore della CIA all’inizio del 2021.
Secondo quanto riportato dal giornale di Nuova York, Epstein ha avuto anche dozzine di incontri con Kathryn Ruemmler, l’allora avvocato della Casa Bianca di Obama, che nel 2020 è diventata il principale avvocato della grande banca d’affari Goldman Sachs. Epstein avrebbe anche pianificato che lei lo raggiungesse nel 2015 in un viaggio a Parigi (dove operava il suo «socio» Jean-Luc Brunel, scout di modelle, trovato anche lui impiccato in carcere l’anno passato) e nel 2017 per visitare la sua isola privata nei Caraibi.
Secondo un portavoce di Goldman Sachs, la Ruemmler aveva una «relazione professionale» con Epstein legata al suo ruolo presso lo studio legale Latham & Watkins LLP e non viaggiava con lui. «Mi pento di aver mai conosciuto Jeffrey Epstein», ha dichiarato l’ex avvocato della presidenza Obama.
Secondo i documenti citati dal WSJ, Epstein «ha chiesto di avere a portata di mano involtini di sushi di avocado durante l’incontro con la Ruemmler. Ha visitato gli appartamenti che stava pensando di acquistare. Nell’ottobre 2014, Epstein era a conoscenza dei suoi piani di viaggio e ha detto ad un assistente di controllare il suo volo. “Vedi se c’è un posto in prima classe”, ha scritto, “se è così fai un upgrade”».
Va rammentato, anche qui, che tali incontri avvenivano in seguito alla condanna di Epstein nel 2006 per aver abusato sessualmente di ragazze in Florida di appena 14 anni.
A poche settimane dalla partenza di Ruemmler dalla Casa Bianca di Obama nel 2014, Epstein ha programmato un pranzo nella sua casa di città, seguito da una serie di incontri per presentarla ai suoi conoscenti.
I due si sono incontrati per la prima volta quando Epstein l’ha chiamata per chiederle se fosse interessata a rappresentare la Bill & Melinda Gates Foundation, una relazione che non è mai andata a buon fine.
«Epstein e il suo staff hanno discusso se la signora Ruemmler, che ora ha 52 anni, sarebbe stata a disagio con la presenza di giovani donne che lavoravano come assistenti e personale presso la residenza cittadina, mostrano i documenti» scrive il WSJ. «Le donne hanno inviato un’e-mail a Epstein in due occasioni per chiedere se dovevano evitare la casa mentre la signora Ruemmler era lì. Epstein ha detto a una delle donne che non la voleva intorno, e a un’altra che non era un problema, mostrano i documenti».
«La signora Ruemmler non ha visto nulla che potesse portarla a essere preoccupata nella residenza cittadina e non ha espresso alcuna preoccupazione, ha detto il portavoce di Goldman» continua il giornale americano.
Epstein ha anche collegato Ruemmler con Ariane de Rothschild, attuale CEO della banca privata svizzera Edmond de Rothschild Group. Lo studio legale di Ruemmler è stato assunto dalla banca per aiutarli con le questioni normative statunitensi, secondo la banca e il portavoce di Goldman.
La De Rothschild, che è entrata per matrimonio nella famosa famiglia di banchieri, ha incontrato Epstein più di una dozzina di volte.
«Nel settembre 2013, Epstein ha chiesto aiuto alla signora de Rothschild in una e-mail per trovare una nuova assistente, “donna… multilingue, organizzata”. “Chiederò in giro”, ha risposto la signora de Rothschild via e-mail. Ha acquistato quasi 1 milione di dollari di oggetti all’asta per conto di Epstein nel 2014 e nel 2015, mostrano i documenti» scrive il WSJ.
«La signora de Rothschild è stata nominata presidente della banca nel gennaio 2015. Quell’ottobre, lei ed Epstein hanno negoziato un contratto da 25 milioni di dollari per la Southern Trust Co. di Epstein per fornire “l’analisi del rischio e l’applicazione e l’uso di determinati algoritmi” per la banca, secondo una proposta esaminata dal Journal».
Nel 2019, dopo l’arresto di Epstein, la banca avrebbe affermato che la signora de Rothschild non ha mai incontrato Epstein e non aveva legami d’affari con lui. La banca avrebbe ammesso al Journal di aver mentito nella sua precedente dichiarazione e che la signora de Rothschild ed Epstein si sono incontrati come parte dei suoi normali doveri bancari.
Un altro ospite di Epstein nominato nelle ultime rivelazioni è l’ex premier israeliano Ehud Barak, un ex commando delle operazioni speciali dello Stato Ebraico nei suoi conflitti (era in squadra durante l’operazione Entebbe con Yonathan Netanyahu, fratello dell’attuale premier morto durante il raid ugandese) poi divenuto leader dei laburisti di Tel Aviv – il principale partito che si oppone al Likud di Netanyahu.
Della frequentazione epsteiniana di Barak si sapeva da molto tempo, con i giornali a pubblicare negli anni foto di lui con la sciarpa a coprirgli il volto fuori dal palazzo di Epstein. I due avrebbero investito in una startup di software video e geolocalizzazione nel 2015. L’ex premier dello Stato ebraico ha ammesso di non sapere quante volte ha incontrato il presunto finanziere, e di aver visitato due delle sue case di Manhattan più, una volta, la famosa isola.
Barak aveva detto alla testata Daily Beast di aver incontrato Epstein per la prima volta nel 2002 circa, quando è stato presentato dall’ex presidente israeliano Shimon Peres. Avrebbe detto che sia Bill che Hillary Clinton sarebbero stati presenti ad una festa di Epstein così come «molte persone famose e importanti».
La cifra israeliana dell’inghippo assume significato perché in molti rumoreggiano sulla possibilità che l’intero traffico di Epstein fosse in realtà un’operazione di honeypot da parte del Mossad, ossia una trappola per uomini potenti che uscivano dalle giornate con Epstein pesantemente compromessi. La tesi sarebbe suffragata, secondo i suoi sostenitori, dal fatto che la «socia» inseparabile di Epstein Ghislaine Maxwell fosse figlia di un’altra supposta spia israeliana, il magnate inglese (ma di origine ebraico-boema) Robert Maxwell, al cui funerale in Israele erano bizzarramente presenti mezza dozzina di capi del Mossad.
A scrivere dell’affiliazione di Maxwell padre con il Mossad fu il reporter premio Pulitzer Seymour Hersh un suo libro sull’atomica di Tel Aviv, The Samson Option: secondo le sue ricerche fu Maxwell ad avvisare gli israeliani delle intenzioni del fisico nucleare Vanunu, poi rapito a Roma nel 1986 e sparito per molti anni. Un recentissimo libro in due volumi scritto dalla ricercatrice americana Whitney Webb, One Nation Under Blackmail: The Sordid Union Between Intelligence and Organized Crime That Gave Rise to Jeffrey Epstein, accenna alla voce di un possibile incontro personale tra Epstein e Robert Maxwell, circostanza mai uscita prima.
Un altro nome emerso in queste ore è quello di Joshua Cooper Ramo, allora co-amministratore delegato della società di consulenza aziendale di Henry Kissinger, l’onnipotente ex segretario di Stato USA che, oltre che amico degli Agnelli (e quindi pure tifoso della Juve), si è appreso essere con probabilità il vero mentore di Klaus Schwab.
«Il signor Ramo è stato anche invitato a una colazione nella residenza cittadina nel settembre 2013 con l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak, un altro ospite abituale, come mostrano i documenti».
Nelle carte del WSJ compaiono quindi un certo numero di professori e accademici, tra cui spicca il nome del più riverito linguista nonché attivista goscista mondiale, Noam Chomsky, che avrebbe incontrato Epstein in incontri in cui era presente sempre il Barak.
«Barak ha anche incontrato Epstein nel 2015 con il signor Chomsky, ora 94enne, professore di linguistica e attivista politico che è stato critico nei confronti del capitalismo e della politica estera degli Stati Uniti (…) Chomsky ha detto che Epstein ha organizzato l’incontro con il signor Barak per discutere “le politiche di Israele riguardo alle questioni palestinesi e all’arena internazionale» scrive la testata.
«Il signor Barak ha affermato di aver incontrato spesso Epstein durante i viaggi a New York ed è stato presentato a persone come il signor Ramo e il signor Chomsky per discutere di geopolitica o altri argomenti. “Spesso ha portato altre persone interessanti, dall’arte o dalla cultura, dalla legge o dalla scienza, dalla finanza, dalla diplomazia o dalla filantropia”, ha detto Barak».
Alla domanda postagli ora dai giornalisti sulla sua relazione con Epstein, Noam Chomsky ha dichiarato: «la prima risposta è che non sono affari tuoi. O di nessuno. La seconda è che lo conoscevo e ci siamo incontrati occasionalmente».
Come riportato da Renovatio 21, non è noto a tutti che il Chomsky – che è di origine ebraica come Barak ed Epstein – iniziò a lavorare negli anni cinquanta in progetti di carattere militare: fu consulente su questo progetto sponsorizzato dall’aeronautica militare al laboratorio per l’elettronica MITRE. Noi lo ricordiamo tuttavia per l’intervista del 2021 in cui disse che «i non vaccinati vanno imprigionati».
Dopo che Epstein ha donato 850 mila dollari al MIT tra il 2002 e il 2017 e 9,1 milioni ad Harvard tra il 1998 e il 2008, Chomsky ha dichiarato in un’intervista del 2020 che persone «peggiori di Epstein» avevano donato al MIT. All’epoca non aveva rivelato la loro amicizia, e ora afferma che al momento dei loro incontri, «quello che si sapeva di Jeffrey Epstein era che era stato condannato per un crimine e aveva scontato la pena. Secondo le leggi e le norme statunitensi, ciò produce una tabula rasa».
Come noto, Alexander Acosta, il procuratore della Florida che nel 2006 – poi segretario del Lavoro nell’amministrazione Trump – diede ad Epstein una pena assai lieve, ha confessato che qualcuno gli disse, all’epoca, di lasciar perdere Epstein, perché «è roba dell’Intelligence».
Eric Weinstein, matematico che lavora nei fondi di Peter Thiel e autore di podcast che ha raccontato il suo sconcerto durante il suo unico incontro di lavoro con Epstein – nel quale, dice si rese conto che il miliardario non sapeva nulla di finanza – tira le somme di questa nuova infornata di rivelazioni.
«Ho affermato che Epstein OVVIAMENTE non era un grande finanziere da molto prima del suo arresto in Florida nel 2006» scrive Weinstein in un tweet. «Questi leader lo stanno incontrando anni dopo la sua condanna e incarcerazione»
«La domanda centrale rimane: Jeffrey Epstein era un costrutto della comunità dell’Intelligence, che in quanto predatore sponsorizzato dallo Stato non può essere indagato dai media che collaborano con il governo per “ragioni di sicurezza nazionale”».
«Ciò dovrebbe suonare più folle di quanto non faccia oggi».
Epstein «è morto», ripetè in modo inquietante Bill Gates durante un’intervista TV in cui gli si chiedeva della loro strana amicizia, anche quella andata avanti negli anni successivi alla condanna di Epstein. Sui motivi di questa amicizia, Renovatio 21 ha provato a fare qualche ipotesi.
C’è un detto anglofono: «dead man tell no tale», l’uomo morto non può raccontare storie. Non sembra, tuttavia, il caso di Epstein, «suicidato» in carcere oramai quattro anni fa in un momento fatale in cui, per pura coincidenza, le guardie non stavano attente e le telecamere erano disfunzionanti.
Più si va avanti, più la storia del morto salta fuori: perché tale storia è semplicemente enorme, tocca punti nodali del potere finanziario e politico globale, al punto da diventare impossibile da insabbiare.
Del resto, la lista definitiva non è ancora uscita. E Ghislaine, quella che si sospetta abbia ereditato dal padre la sua connessione con i servizi israeliani, è ancora viva, anche se in carcere.
È a questo punto che ci torna in mente quella sua strana apparizione a Los Angeles, quando era ancora latitante. Fu trovata nel dehors di un fast food, dove si fece fotografare mentre leggeva un libro.
@MouthyBuddha One of the last cryptic picture of pedophile #Epstein accomplice and Mossad agent Ghislaine Maxwell reading "The Book of Honor: The Secret Lives and Deaths of CIA Operatives" at… ↪️#in_andout_burger. pic.twitter.com/eDJT5ZXZY2
— ????'???????????????????? ???????? ???????? ????????????????????????????????????.✒️ (@LHDSR_TV) April 15, 2020
Il titolo del libro The Book of Honor: The Secret Lives and Deaths of CIA Operatives. Tradotto: «Il libro d’onore: le vite segrete e le morti degli agenti della CIA».
Perché nel grande costrutto di Intelligence globale che è l’operazione Epstein forse non c’erano dentro solo gli israeliani.
Intelligence
Epstein legato a CIA e Mossad: JD Vance lamenta di essere al centro di una campagna di denigrazione israeliana
Il vicepresidente JD Vance, in una nuova intervista rilasciata al podcast più seguito al mondo, ha avvertito che «elementi» del governo israeliano vogliono prolungare la guerra contro l’Iran «a tempo indeterminato» e stanno conducendo un’aggressiva campagna per manipolare l’opinione pubblica statunitense, arrivando persino a diffamare Vance per il suo ruolo nella ricerca di una soluzione diplomatica.
Nella sua intervista di quasi tre ore al podcast «Joe Rogan Experience», Vance ha anche cercato di prendere le distanze, seppur con cautela, dalla decisione di Trump di unirsi a Israele nell’intervento militare contro l’Iran e ha affermato che la Casa Bianca ha gestito male la comunicazione relativa al caso Epstein.
«Ci sono persone all’interno del sistema [israeliano], lo sappiamo senza ombra di dubbio, che stanno manipolando e cercando di cambiare l’opinione pubblica americana per far sì che la guerra continui indefinitamente. Ripeto, non per raggiungere un obiettivo specifico, ma semplicemente per prolungarla all’infinito», ha affermato Vance, sottolineando che gli attacchi non sono stati diretti solo contro la politica statunitense, ma anche contro di lui personalmente.
Il vicepresidente ha invitato il podcaster e il suo pubblico a leggere un recente articolo del Time che descrive il meccanismo ad alto budget che Israele ha finanziato per cercare di rafforzare il sostegno repubblicano alla guerra e a Israele.
«Vale la pena leggerlo perché elenca una serie di persone che sono state letteralmente pagate da un ex membro della campagna elettorale di Trump, il quale a sua volta era stato pagato da certi elementi all’interno del governo israeliano. E queste persone mi stanno attaccando ferocemente per aver cercato, letteralmente, di raggiungere l’obiettivo negoziale che il presidente ha fissato per il Paese».
Vance si riferisce a Brad Parscale, ex responsabile della campagna elettorale di Trump, che ora dirige una società di comunicazione chiamata Clock Tower X. È anche Chief Strategy Officer di Salem Media Group, un conglomerato multimediale conservatore. L’estate scorsa, Israele ha iniziato a pagare alla società di Parscale 1,5 milioni di dollari al mese per la creazione di 100 contenuti digitali mensili da condividere su diverse piattaforme di social media.
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— Curt Mills (@CurtMills) July 15, 2026
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In modo controverso, Parscale ha anche promesso «l’integrazione di messaggi narrativi nelle proprietà di Salem Media Network e canali di distribuzione allineati». Quanto a come porre fine a una guerra che è persino meno popolare della guerra del Vietnam nei suoi sondaggi peggiori, Vance ha difeso la diplomazia e ridicolizzato i critici falchi il cui grande piano è solo quello di «bombardarli fino all’annientamento».
Mentre Trump ha minacciato di scatenare una furia contro i ponti e le infrastrutture energetiche iraniane se il Paese non si piegherà ai suoi desideri, Vance ha fatto eco alla saggezza di molti osservatori militari e geopolitici che deridono l’idea che l’esercito statunitense possa conquistare qualsiasi paese – tanto meno uno grande come l’Europa occidentale – usando solo la forza aerea:
«Potete bombardarli. Potete distruggere i loro radar. Potete distruggere alcuni dei loro droni e alcuni dei loro missili, ma è fin troppo facile sparare alle navi nello stretto. Quindi, bisogna essere disposti a dialogare e a cercare di risolvere il problema.»
Con il passare delle settimane e dei mesi, l’impopolarità della guerra contro l’Iran si fa sempre più pressante per le ambizioni presidenziali di Vance per il 2028. Vance ha usato le interviste per prendere delicatamente le distanze dalla decisione di attaccare, e lo ha fatto di nuovo con Rogan. Quando il podcaster ha chiesto a Vance fino a che punto fosse d’accordo con la decisione di Trump di lanciare una guerra contro l’Iran, Vance ha abilmente usato le stesse parole di Trump per distanziarsi dalla decisione:
«Beh, il presidente ha detto pubblicamente che “JD era meno entusiasta”. Credo che abbia usato proprio questa frase. Voglio dire, il mio punto di vista, come sapete, è che il vicepresidente non è un commentatore pubblico. Il mio lavoro è dare il miglior consiglio possibile al presidente degli Stati Uniti. Credo che lui abbia già detto qualcosa a riguardo».
In aprile, un lungo articolo del New York Times sulla decisione di iniziare la guerra ritraeva Vance come uno scettico che aveva avvertito che una guerra avrebbe potuto scatenare il caos regionale e comportare un elevato numero di vittime, danneggiando anche la coalizione di Trump, gran parte della quale era stata attratta dalle ripetute promesse di Trump di non iniziare nuove guerre. Descrivendo il fatidico incontro del 26 febbraio che precedette l’inizio della guerra due giorni dopo, il Times parafrasò le parole di Vance: «Sapete, penso che sia una cattiva idea, ma se volete farlo, vi appoggerò».
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Riguardo ai documenti di Epstein, Vance ha contestato l’idea che l’amministrazione Trump avesse cercato di nascondere qualcosa al popolo americano, attribuendo invece la controversia a una scarsa comunicazione pubblica sui documenti stessi.
Abbiamo assolutamente sbagliato la comunicazione sui documenti di Epstein», ha affermato Vance. «Proprio così. Ma penso che il motivo per cui abbiamo sbagliato la comunicazione sia perché stavamo cercando di nascondere qualcosa? No.» Ha criticato l’allora procuratrice generale degli Stati Uniti Pam Bondi per aver «esagerato ciò che avevamo e ciò che non avevamo», in quanto coinvolta «nel momento politico».
Pur non affermando esplicitamente che Epstein lavorasse per Israele, Vance ha sottolineato i suoi legami con i servizi segreti sia statunitensi che israeliani. «Aveva chiaramente contatti con i livelli più alti dell’Intelligence americana. Aveva chiaramente contatti con i livelli più alti dell’Intelligence israeliana», ha dichiarato Vance, aggiungendo poi: «ho chiesto se esistessero documenti che collegassero direttamente Jeffrey Epstein ai nostri servizi segreti o a quelli di altri Paesi, e la risposta è no. Ma se queste informazioni fossero esistite, non sarebbero più disponibili nel 2026».
Intervistati sul tema nella trasmissione YouTube Breaking Points, i rappresentanti del Congresso che avevano scritto la legge per la pubblicazione dei file epsteiniani Thomas Massie (recentemente buttato fuori dalle primarie dopo una donazione da 35 milioni di dollari alla campagna dell’avversario da parte di donatori ebraici) e Ro Khanna (preso in ostaggio da coloni israeliani armati pochi giorni fa) hanno deriso le rivelazioni di Vance, dicendo che se è così che la pensa dovrebbe lavorare per il desecretamento dei milioni di file mancanti.
Non è chiaro se, una volta che vi sarà certezza che la guerra per Israele contro l’Iran è un disastro per gli USA e per il mondo, il Vance, in previsione di una sua campagna presidenziale nel 2028, riuscirà ad incassare credito per la sua flebile opposizione interna al conflitto.
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Immagine di Gage Skidmore via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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Netanyahu ammette: la fusione dell’esercito USA con quello israeliano è realtà
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Gli USA temevano che Israele potesse ammazzare i negoziatori iraniani
Gli Stati Uniti temevano che Israele potesse eliminare i principali negoziatori iraniani nel tentativo di sabotare i colloqui di pace tra Washington e Teheran. Lo riporta il New York Times, citando funzionari americani.
Secondo un articolo pubblicato giovedì dal quotidiano neoeboraceno, i funzionari statunitensi paventavano che Israele avrebbe preso di mira il presidente del parlamento iraniano Mohammad Ghalibaf e il ministro degli Esteri Abbas Araghchi, compromettendo così qualsiasi possibilità di raggiungere un’intesa.
Secondo fonti del NYT, Washington sarebbe arrivata a chiedere ai suoi alleati nella regione di avvertire Teheran del possibile complotto ordito dallo Stato ebraico.
Ghalibaf e Araghchi avevano assunto la guida dei negoziati per conto dell’Iran dopo che Israele aveva già ucciso il principale consigliere per la sicurezza nazionale di Teheran, Ali Larijani, e l’ex ministro degli Esteri Kamal Kharazi, entrambi coinvolti nei colloqui con gli americani. I primi attacchi israelo-americani contro la Repubblica islamica, alla fine di febbraio, avevano ucciso la Guida Suprema iraniana, l’aiatollà Ali Khamenei, e altri alti funzionari iraniani.
L’articolo rileva che gli obiettivi degli Stati Uniti e di Israele «si sono rapidamente differenziati in modo radicale», con Washington alla ricerca di un accordo e lo Stato di Israele che insisteva sulla prosecuzione dei combattimenti.
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Il Ghalibaffo e l’Araghchi hanno dapprima raggiunto una tregua temporanea con gli Stati Uniti in aprile e poi concordato un memorandum d’intesa (MoU) il 17 giugno, che ha aperto un periodo di negoziati di 60 giorni per elaborare una soluzione definitiva al conflitto. I colloqui tra le parti sono in corso nonostante uno scambio di colpi d’arma da fuoco la scorsa settimana a causa di disaccordi sullo Stretto di Ormuzzo.
A giugno, lo stesso presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha minacciato Ghalibaf e Araghchi dopo che Teheran aveva avvertito che avrebbe chiuso lo stretto se Israele avesse continuato la sua operazione militare in Libano. Durante un’intervista telefonica con Fox News, Trump ha affermato di aver detto ai funzionari iraniani: «Non riuscirete nemmeno a tornare nel vostro fottuto paese».
Lunedì il ministro della Difesa israeliano Israel Katz ha affermato che anche la nuova Guida Suprema iraniana, Mojtaba Khamenei, è «condannata a morte». Araghchi ha replicato dicendo che Teheran avrebbe dato una risposta immediata e decisa a qualsiasi minaccia contro il suo popolo o la sua leadership.
Le processioni funebri per Ali Khamenei si svolgeranno in Iran tra sabato e giovedì, e Teheran ha avvertito che qualsiasi attacco da parte degli Stati Uniti o di Israele durante questo periodo sarebbe un grave «errore di valutazione».
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Immagine di Khamenei.ir via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International
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