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Pensiero

Ecco l’Holodomor dell’Occidente

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Questo sito ha scritto tanto del prossimo ritorno della fame.

 

In realtà, noi ne abbiamo parlato perché negli ultimi mesi ce lo hanno ripetuto tutti: brasiliani, russi, cinesi, la Banca Mondiale, ogni possibile sigla ONU, Biden, Putin – chiunque.

 

Questo sito ha scritto tanto del collasso economico imminente.

 

Anche qui, lo abbiamo fatto perché di un crollo finanziario – il meltdown dell’economia mondiale – parlano banche di investimento ed economisti, politici e analisti. Abbiamo ministri e gestori di Hedge Fund miliardari che ci ripetono: ci saranno disordini, ci saranno guerre civili…

 

La catastrofe è alle porte. Possiamo far finta di nulla, ma non troveremo nessuno disposto a dibattere, magari dicendoci che va tutto benissimo, è solo colpa dei disfattisti, dei complottisti, degli ignoranti, etc. Il cataclisma è solo una percezione: davvero, conoscete qualcuno disposto a sostenerlo?

 

Cerchiamo di capire l’effetto di ciò sulle nostre vite. Piano piano – memento Overton –  ci hanno portato a rendere accettabili i razionamenti. Si raziona già l’acqua: se volete lavarvi l’auto a casa, non potete farlo.

 

In autunno si razionalizzerà il riscaldamento: rammenterete il profetico spot tedesco dell’anno scorso su condomini che stanno insieme per sopravvivere al termosifone reso inservibile.

 

Si razionalizzerà il gas per le industrie – cioè, per quelle che sono ancora aperte. Qui raccogliamo le confidenze, non verificabile, di qualche imprenditore, che se lo aspetta con certezza.

 

Si razionalizzerà la corrente elettrica, con blackout (un altro tema su cui Renovatio 21 vi ha disturbato in continuazione) organizzati, e magari qualche puntatina anche di blackout «selvaggi», tanto per spaventare ancora di più la popolazione e farla sentire in colpa.

 

«L’uomo che accetta il razionamento, così come quello che ha accettato il confinamento, è un uomo morto» mi dice lo scrittore Camillo Langone.  In effetti, il mistero più grande è come sia possibile che milioni di uomini accettino tutto questo.

 

Nulla è così diverso rispetto a prima: se ci penso, la Russia è ancora lì con il suo gas e le sue risorse, siamo noi che abbiamo deciso di non parlarle più. Per millenni generazioni di europei hanno vissuto siccità e inondazioni, e con tecnologia abissalmente inferiori. E i crolli finanziari: si sono susseguiti per un secolo, pare incredibile che non vi siano mezzi per prevenire e contrastare simili evenienze (nel 1929, l’Italia non fu così danneggiata…)

 

Il sospetto che sale a chiunque è che questa sia una fame artificiale, una carestia programmata, una demolizione controllata.

 

«Il potere si nutre di emergenze» mi dice Camillo. «Quindi ne crea in continuazione».

 

«Non so, ma quello che stiamo vivendo mi sembra ogni giorno di più l’Holodomor dell’Occidente».

 

Ho passato un giorno a meditare sulle parole di Langone. Holodomor. È un termine impegnativo.

 

La grande carestia ucraina 1933-1934, uccise milioni e milioni di persone: gli ucraini dicono 7, uno in più della cifra del massacro degli ebrei. La parola viene dalla crasi di holod (fame) e moryty, che significa affamare, uccidere. L’Ucraina, assieme a vari Paesi occidentali (tranne, buffamente, gli USA) lo considera un crimine contro l’umanità, con tanto di risoluzione al Parlamento Europeo (2008) e dichiarazione congiunta dell’ONU (2003).

 

Si è trattato di un genocidio per fame, il programma di Stalin per piegare le campagne esaurendo l’umanità contadina. Per anni e anni non se ne è parlato. Anche perché la spirale del silenzio era iniziata subito: prendete il caso di Walter Duranty, capo del bureau moscovita del New York Times dal 1922 al 1936, che dell’URSS e dell’Ucraina in particolare scrisse che «non c’è carestia o fame effettiva né è probabile che ci sia».

 

Sì, anche allora, i grandi media propalavano fake news assassine. Già, ricorda, in parallelo qualcosa…

 

Nonostante tutto, l’Holodomor è molto presente nella memoria degli ucraini.

 

A Kiev, davanti a un bicchiere di kvas, una anziana signora mi raccontò di cosa aveva subito la sua famiglia durante la carestia, con racconti agghiaccianti. Sentivo che la sua avversione per i russi veniva da lì. Non escludevo, mentre ascoltavo orrore dopo orrore, che qualcuno stesse soffiando su quell’odio. Tuttavia, il sentimento c’era tutto, ed era incontrovertibile.

 

Dell’Holodomor mi aveva parlato pochi giorni fa un’amica ucraina, ma filorussa, mentre suo figlio giocava con il mio sull’erba. Raccontava degli effetti psicologici della fame in Ucraina. Diceva che c’è come una scala graduale, e forse chi ti affama lo sa, perché la volontà forse è, oltre che ucciderti, farti impazzire. Spiegava che dopo tot tempo i bambini cominciano a rischiare. «Cannibalismo. Ci arrivi quando sei alla denutrizione a lungo termine. Nei villaggi ci sono stati casi di genitori che hanno ucciso i figli per cibarsene».

 

È raccapricciante. Tuttavia, se dobbiamo parlare della fame, dobbiamo trattare anche di questo.

 

Chi è al governo, dovrebbe saperlo – dovrebbe esistere per il solo compito di evitarlo. E invece qui siamo all’esatto opposto: l’Holodomor occidentale in arrivo è studiato, voluto, preparato e lanciato dalle nostre élite.

 

È la distruzione del popolo occidentale stesso per mezzo della sua classe dirigente tossica. L’Holodomor dell’Ovest è voluto dai suoi stessi rappresentati democratici, dai signori del danaro, dai leader istituzionali e dai saltimbanco usati per narcotizzarci.

 

È uno strumento politico efficace: si eliminano attività umane, ed esseri umani, considerati in eccesso. Tutti gli altri poi, traumatizzati, obbediscono. È andata così con Stalin. Ma non dimentichiamo che i maestri della carestia come arma sono stati i britannici: in Irlanda (1845-1849) è andata così, e pure in India nel corso di tre secoli. Pragmaticamente: un milione di morti in Irlanda e 29 milioni in India.

 

Sappiamo che gli inglesi non si fanno problemi: liberatisi del senso di comunione dell’Europa cattolica, hanno aperto le porte ad ogni possibile male elitista (del resto, se il capo della tua religione è il tuo re, cosa ti aspetti), cioè, di fatto, massonico. L’élite, più o meno segreta, comanda – e gode. Tutto il resto è sacrificabile. La dottrina filosofico-politica dell’utilitarismo, che segretamente è stata installata oramai in ogni società avanzata, deriva da qui.

 

Possiamo dire che mondo moderno stesso è fondato su questo principio: puoi uccidere feti, bambini, malati, vecchi, se è nell’interesse di chi ti comanda. Puoi sottoporre chiunque a cure sperimentali obbligatorie, che non sai se, nel giro di qualche tempo, possano uccidere. Il genocidio come politica naturale: è innegabile che la maggior parte degli Stati vive con questo sistema operativo. I padroni del mondo ordinano e uccidono, e chi sopravvive viene drogato e turlupinato con il concetto di libertà.

 

Ora, il signore del vapore chiede ancora uno sforzo. Una purga, una catarsi, una «pulizia» del sistema, perché le cose continuino secondo il suo disegno.

 

Quindi, solve et coagula. Per rifare il mondo come vorranno, ci faranno transitare per un’era buia. Deindustrializzazione. Povertà. Fame. Malattie. Caos. Stragi indiscriminate, sacrifici di vagonate di esseri umani nell’indifferenza assoluta.

 

Il Grande Reset della Civiltà, altro non può essere che un regno di barbarie. Sulla quale, al massimo, qualcuno praticherà la gestione della ferocia, come da titolo del livre de chevet dell’ISIS.

 

Non è un nemico esterno ad attaccarci: come per l’arma immigratoria, anche la fame sarà uno strumento di morte che l’Europa e l’America rivolgono contro se stesse, o meglio, contro la loro popolazione.

 

L’Holodomor occidentale è oramai qui. E, per cominciare, la cosa che dobbiamo fare è non accettarlo.

 

È curioso che a far da perno a questa cosa ci sia, cento anni dopo, sempre l’Ucraina.

 

Una spiegazione però ce la abbiamo: è qui che, per qualche motivo, demoni sanguinari sono stati liberati dal sottosuolo. Sappiamo cosa vogliono. Sappiamo come andrà a finire se non ci opporremo.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Immagine di Leonid Denysenko via Wikimedia pubblicata su licenza Copyleft Free Art License.

 

 

Pensiero

«Danno alla Chiesa, svilimento del pensiero e dell’azione di papa Leone XIV»: lettera del prof. Sinagra al cardinale Zuppi

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Renovatio 21 pubblica la lettera circolante in rete che al segretario CEI cardinale Matteo Zuppi ha scritto l’eminente giurista .Augusto Sinagra, Il professor Augusto Sinagra (Catania, 1941) è un eminente giurista italiano, professore ordinario di Diritto dell’Unione Europea e Internazionale, noto per il suo lungo ruolo accademico alla Sapienza di Roma (fino al 2013) e la sua attività come avvocato patrocinante davanti alle magistrature superiori e alla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.

 

Egregio Cardinale,

 

con molto disagio mi rivolgo a lei con il suo titolo ecclesiastico di alto rango.

 

Il mio disagio è motivato dal fatto che io sono cattolico e lei mi pare di no; sia nel senso della doverosa e corretta testimonianza dei Vangeli, sia nel senso della liturgia e della tradizione. E ora anche nel suo modo diplomaticamente denigratorio nei confronti dell’attuale Pontefice.

 

È vero che lei è «figlio» del Concilio Vaticano II che tanti guasti, divisioni e contrasti ha provocato nella Chiesa cattolica. Bastano due esempi: il Vescovo Marcel Lefebvre e l’Arcivescovo Carlo Maria Viganò.

 

Quel che lei dice e fa mi ricorda le parole del prof. Franco Cordero nel suo famoso libro Risposta a Monsignore (si trattava di monsignor Colombo responsabile spirituale della Università Cattolica del Sacro Cuore a Milano), quando ammonì – anche lui in controtendenza rispetto agli esiti nefasti del Concilio Vaticano II – che il «Messaggio» sarebbe rimasto e lo si sarebbe raccolto nelle piccole chiesette di lontana periferia.

 

Lei, Signor Zuppi, (chiamandola così mi sento più a mio agio) non si rende conto del danno che fa alla Chiesa cattolica svilendo ingiustamente il pensiero e l’azione di papa Leone XIV che, secondo lei e secondo un’espressione romanesca a lei nota, «non se lo filerebbe più nessuno».

 

Si dice che lei è un diplomatico ma la sua non è un’espressione diplomatica ma è qualcosa che somiglia di più a un siluro subacqueo, e questo, Signor Matteo Zuppi, non è commendevole per l’apparente finalità che lei vuol perseguire.

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Attingendo ancora al linguaggio romanesco che lei conosce, penso che a lei ancora «rode» (non dico cosa per decenza) il fatto di non essere stato eletto papa. Ma la sua mancata elezione conferma la presenza in Conclave dello Spirito Santo.

 

Lei è degno «figlio» di Bergoglio da me sempre chiamato «il pampero argentino». Peraltro a lei manca qualsiasi capacità diplomatica se solo penso che, nominato dal suo dante causa Bergoglio mediatore per la guerra in Ucraina, nonostante i suoi plurimi viaggi e contatti, le sue parole si persero nel vento. E ora lei si permette di criticare Leone XIV del quale non può negarsi quantomeno la grande cultura agostiniana.

 

Lei dice che i fedeli non gli danno retta. Se la cosa la può tranquillizzare, i fedeli per fortuna non danno retta neanche a lei ma sono obiettivo: i fedeli non danno retta e le Chiese sono vuote non per colpa sua o di altri ma per colpa proprio del Concilio Vaticano II.

 

Un ultimo commento alla sua omelia del 17 marzo 2026 nella Cattedrale di San Pietro a Bologna. In tale circostanza lei, ormai intriso di «santegidiismo» e dunque più di politica che di fede, ha affermato che l’azione delle FF.AA. per essere efficace «deve essere accompagnata dall’intesa» in mancanza di che la F.A. non sarebbe un «deterrente«, mancando il dialogo e il confronto.

 

Egregio Zuppi, ma lei cosa pensa che le FF.AA. debbano rapportarsi al nemico dialogando in vista di un’intesa? Oppure che il ricorso alle FF.AA. debba essere deciso all’esito di un’intesa o di un dialogo? Ma con chi? Non le basta il Parlamento?

 

Devo concludere, mio buon Zuppi, nel senso che lei non si rende conto di quel che dice.

 

E il bello è che lei dice che la «storia insegna» anche perché lei per primo non conosce la storia e dovrebbe studiarla perché la storia non è quella di cui si discute nella Comunità di Sant’Egidio della quale lei è coerentemente parte.

 

Augusto Sinagra

 

Renovatio 21 offre questo testo per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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Necrocultura

Una città senza tifo è una città morta

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La squadra della mia città, dopo anni e anni di incomprensibile viaggio nei gironi infernali della Serie C, ieri sera è tornata finalmente in Serie B.   Chiariamoci: non che sia un ottenimento paradisiaco, perché la Serie B è pur sempre un purgatorio – per alcuni anzi è già la bocca dell’inferno dell’irrilevanza calcistica, e quindi nazionale. Quella che era la terza provincia più industrializzata d’Italia può non avere una squadra in Serie A?   Richiariamoci: chi scrive non ama pazzamente il calcio, anzi ne detesta, oltre che le doti di programmatica narcosi di massa – il calcio come psy-op per rabbonire la popolazione, chiedete alla famiglia Agnelli e alla loro squadretta – anche il carattere di narcosi individuale. Si tratta di uno sport noiosissimo, dove quasi si passano la palla, la passano indietro, la lanciano a campanile, la lanciano nel mucchio, insomma una barba assoluta, al punto che si finisce per pregare di vedere almeno un tiro in porta in tutta la partita.   Una proposta di legge per impedire legalmente lo zero a zero (o i pareggi in generale) nessuno l’ha ancora avanzata, e lo faremo noi quando Renovatio 21 sarà in Parlamento, e per soprammercato garantiamo che accluderemo senz’altro l’abolizione del fuori gioco, un’altra follia che castra il giuoco accrescendo al contempo i testicoli degli spettatori (la partita di pallone diventa una palla, anzi due palle), e che nessuno degli eunuchi calciofili ha mai osato voler levarsi di torno (levarsi di torno, riferimenti scrotali ne abbiamo fatti troppi).

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Insomma, arriva iersera questa partita di calcio attesa da sempre. Il Vicenza ha, dicono i commentatori RAI, «ammazzato il campionato» di C1. Sta 21 punti dinanzi alla seconda (il Brescia, caduto anche quello dal cielo, finito sottoterra come noi), una cavalcata irresistibile, con uno streak di risultati utili consecutivi di 26 partite (20 vittorie, 6 pareggi): dopo anni di sofferenza (con la promozione sfumata l’anno passato ai playoff), finalmente uno squadrone imbattibile.   E la città dovrebbe esserne fiera: si tratta pur sempre della città erede dei tempi del «Lanerossi» – lo sponsor storico, praticamente oggi inesistente, che in realtà già indica un discorso di archeologia industriale, o meglio di deindustrializzazione del territorio –, la città che rischiò di vincere lo scudetto nel 1978 (lo vinse all’ultimo la Juve, e ci sono certe voci), la città dove Paolo Rossi è venerato come un santo (con graffiti stencil che compaiono dappertutto), la città del «Real Vicenza», una squadra che in A ci stava talmente bene che i suoi tifosi si contavano persino a Padova e Bassano (pazzesco), la città che vide la sua squadra vincere la coppa Italia contro il Napoli nel 1997 (io c’ero), per poi arrivare in semifinale in Coppa delle Coppe ed essere eliminata, con una certa difficoltà, dal Chelsea di Vialli (1998).   Insomma tanta roba: la storia di questo posto passa di certo anche per la sua squadra, il suo stadio, il suo tifo. E ieri sera, vista la data storica, al primogenito è stato concesso di vedere il primo tempo della partita in TV, cosa che lo ha mandato a letto alle 9 e qualcosa, un orario che per lui proporzionalmente corrisponde a quello che è per noi adulti un momento molto dopo la mezzanotte.   Per cui stamattina, portando i bambini a scuola, mi sono detto: facciamo questo gioco, vince chi conta più bandiere del Vicenza esposte nelle case. Ho ricordi, sia d’infanzia che di giovinezza adulta, di quando c’era il passaggio ad una serie maggiore, o una grande vittoria: la città in festa, la gente con le bandiere a bordo strada, macchine che strombazzano il clacson, e poi ogni balcone, ogni finestra, ogni cancello con issata la bandiera biancorossa.   La grande vittoria arriva telefonata: i calcoli per cui si passa in B con sei giornate di anticipo sono stati annunciati da tutti i media locali, e non so se in certi bar si è parlato d’altro. Tutti devono aver trovato il tempio per l’addobbo pro-calcistico, pensavo. Del resto, fuori da casa nostra e da quella del nonno il bandierone c’è.   È stato un disastro: il gioco è stato annullato per mancanza totale di sostanze. In pratica, abbiamo visto qualcosa 2 (due) bandiere esposte lungo i 15-20 minuti di percorso.   «Papà, perché nessuno ha la bandiera fuori?» chiede un figlio, che ambisce a vincere il giochino famigliare infrautomobilistico.   «Eh… questo che stiamo passando è un quartiere di immigrati… forse» tenta di rispondere il padre, preso alla sprovvista.   Anche quando si è passato il casermone dove lo Stato ha imbucato gli afroislamici, di bandiere non se ne vedono. Nessuno alla finestra ha esposto il simbolo dell’unica squadra della città. Le due che riusciamo a contare sono bandiere vecchissime, risalenti di certo ai tempi in cui la festa era sentita ed automatica – lo si vede dalla grafica antica e un po’ ingenua con il gatto, animale che è nel cuore dei vicentini e non solo nel cuore.   In pratica solo qualche vecchietto si è ricordato dell’onore della città. L’amarezza mi sale e diventa fastidio, rabbia.   I bambini smontano dall’auto frastornati. Il padre è preso invece da riflessioni abissali sullo stato psisociale della nostra società, sul come la Necrocultura con le sue devastazioni anche qui, sul fatto che un programma di eutanasia delle masse è più che mai attivo e vincente.

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Da non tifoso, dico che una città senza tifo è una città morta. È davvero inutile nasconderselo: il senso di coesione di una città si proietta nella sua squadra di calcio, che sublima la violenza latente della collettività che un tempo sfociava in guerre interregionali. Parlare – in lingua veneta – di Verona e Padova con un supporter della curva mi è sembrato, varie volte nella mia vita, come entrare in una macchina nel tempo: un soldatino dei tempi dei Comuni, ai tempi in cui queste città si scannavano, mi avrebbe detto le stesse parole.   Perché nel discorso del tifoso puro, che ripetiamo è in vernacolo arcaico, la città e la squadra sono un’unica cosa. «A mì, fusse par mì, farìa łe trincee sull’A4, e con Padova e Verona sarìa soło guera» ricordo mi disse un trentennio fa un ultras avvinazzato, e sappiamo che in vino veritas. La minaccia di guerra civile era in realtà solo un retaggio onesto di un’era medievale – i massacri scaligeri di Cangrande della Scala, le «guerre dell’acqua» per il fiume Bacchiglione tra Vicenza e Padova, etc. etc. – che il nostro pelato e tatuato comme il faut canalizzava in maniera inconsapevole quanto perfetta.   Il tifo è l’inconscio, e la libido, è l’energia orgonica pienamente visibile di una città: lasciatemi usare orride terminologie psicanalitiche per far capire il lettore. Se una città vive, se una città ha ancora in sé la forza della vita, deve per forza avere un fanatismo calcistico organizzato attorno alla sua squadra, anche se è finita agli inferi.   E quindi, quello che ho testimoniato, scandalizzando i miei figli, è un’ulteriore prova della fine della nostra società, dello sradicamento delle genti del territorio, dell’era nuova di divisione e compressione – cioè di morte – che stiamo vivendo nell’ora presente.   Nemmeno nel momento più leggero, in cui si può anche solo simulare la felicità immettendola nella sfera collettiva, il cittadino sincero democratico tira fuori qualcosa. Maddeché: chiuso in casa, con il suo Netflix, Facebook, i videogiochi, il cane, lo stipendio fisso – o meglio, la pensione… Nessun orizzonte al di fuori del tinello. Nessuna voglia di estroiettare qualsiasi sentimento. Niente partecipazione, nessun bisogno identitario, niente di niente. Stipsi vitale. Rigor mortis civile.   Le città hanno perso l’orgoglio, perché chi le vive non ama più la città, e nemmeno se stesso. La Cultura della Morte uccide, oltre che la vita, anche la gioja. È il grande processo di demoralizzazione in atto da tanto tempo: una società atomizzata, dove la coesione non è più possibile nemmeno per lo sport e i suoi simboli, è una società sradicata e quindi resa plasmabile dal potere come si desidera.   Ciò significa: l’uomo senza colori e senza gioja lo puoi comandare, lo puoi sfruttare, lo puoi spostare – e, con un po’ di attenzione, lo puoi anche uccidere. Abbiamo visto, su questo sito, come il linguaggio con cui il governo Meloni parla della dismissione dei servizi nelle aree periferiche del Paese è esattamente quello dell’eutanasia.   Ho scritto, qualche mese fa, del fatto che le nostre città sono oramai ridisegnate urbanisticamente dall’immigrazione. Ciò è vero anche ad un livello più intimo: le masse immigrate, assieme agli altri strumenti di sradicamento e cancellazione dei legami tradizionali, hanno prodotto cambiamenti tettonici anche nella psiche degli autoctoni: del resto, se la mia città viene lasciata invadere da afroasiatici qualunque, cosa può avere da tanto particolare? Posso essere fiero di vivere dove case ed appartamenti vengono assaltati ogni giorno? Posso essere orgoglioso dei miei luoghi, se essi sono stati in questi anni solo oggetto di degrado?   Ciascuno ripiega in se stesso. L’anarco-tirannia questo fa: il criminale straniero è lasciato libero ed impunito, il cittadino autoctono, molestato dai banditi e dallo Stato vessatore (fisco, greenpass, etc.), giocoforza si richiude nel suo baccello, si introietta sempre più nel loculo domestico, diviene condominialmente autistico. Così che il potere costituito fra le scatole si toglie questa noia del popolo e delle sue esigenze: l’illusione della democrazia è giunta alla sua fine, lo sappiamo, e stanno facendo tanti sforzi per dircelo in faccia.

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E così, mi ritrovo, e non è la prima volta in questi anni, a dover sperare negli ultras come simbolo della vita e della volontà. Conosco i limiti di quello che sto dicendo, e sto pensando decisamente al disastro satanico che, utilizzando proprio gli ultras, è stato fatto con l’ingegneria sociale dell’Ucraina e della sua guerra.   Tuttavia, non posso non soffrire dinanzi allo scempio di una città che non sa più gioire, e quindi non sa più vivere. Guardo i palazzi incolori e ci vedo Pompei dopo il Vesuvio, Phnom Penh con Pol Pot, una città fantasma del Far West, una rovina assortita che attende solo un crollo ulteriore. Una città in cui hanno buttato una sorta di bomba al neutrone, quella che fa il massimo danno biologico, eliminando in toto la vita, ma tenendo in piedi i palazzi.   Abbiamo permesso alla Necrocultura di insinuarsi anche qui, e disgregarci perfino nel calcio. Sarebbe l’ora di invertire il processo.   Credo sia ancora possibile, ma non per molto tempo ancora.   Chi legge queste parole, chi ha capito quello che sto dicendo, è già sulla buona strada. La battaglia per lo Spirito e per la materia umana di questo Paese. Possiamo farla insieme: la coesione è esattamente quello che ci vogliono togliere del tutto   Roberto Dal Bosco

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Pensiero

Verso la legge che fa dell’antisemitismo una nuova categoria dello spirito

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L’industria dell’olocausto prospera da decenni, qualche volta quasi in concorrenza con le Fosse Ardeatine e, negli ultimi tempi, persino in conflitto con le foibe di Basovìzza e dintorni. È stata sfruttata quale strumento di lotta politica per mettere in guardia dal pericolo che i germi di una sua matrice ideologica, come l’antisemitismo, possano continuare a produrre frutti perversi. Non per nulla anche quella matrice è soggetta a perenne instancabile rievocazione.

 

Infatti una manifestazione importante del degrado morale, etico e culturale di questo mondo che pure presume di essere particolarmente evoluto, è lo sfruttamento delle tragedie umane per usi politici, o per altri usi che nulla hanno a che vedere con la pietà e la partecipazione dolorosa alla insoluta tragedia umana, Esso può avere varie declinazioni, riguardare un fenomeno di portata universale, o investire la vita privata, dove il dolore dovrebbe rimanere custodito nel riserbo decoroso della famiglia.

 

Invece sullo sfondo di quella perdita di tutti i valori, per cui Nietszche impazzito abbracciò il cavallo stremato che il vetturale frustava a sangue, tutto fa brodo, il fine giustifica i mezzi, i mezzi giustificano il fine.

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In questo quadro ecco dunque che la lotta contro l’antisemitismo ha subito anche una ulteriore, inaspettata mutazione genetica. E da blasone partitico, grazie a mutate circostanze polititiche interne ed esterne, ha conquistato un nuovo amplissimo spazio, fino a diventare una nuova legge fondativa dell’Occidente politicamente e correttamente inteso.

 

Ecco, dopo un ammirevole impiego di energie intellettuali e morali, e un intenso lavorio parlamentare, forse sottratto a miglior causa, la trionfale epifania del DDL 1722, partorito sulla scia della sapienza profusa e imposta da Bruxelles e approvato di fresco dal Senato della Repubblica.

 

Il carattere più interessante di questo disegno di legge è la sua paternità «bipolare». L’essere cioè il frutto condiviso delle due parti tradizionalmente in conflitto, insomma, grosso modo , di destra e sinistra unite qui da amorosi sensi. Cosa che, per le riflessioni che presto faremo, non è priva di significato e di interesse.

 

L’antisemitismo, ritenuto a lungo, stimma per antonomasia del nazifascismo, è rimasta una delle bandierine che la cosiddetta sinistra ha continuato a sventolare quale elemento distintivo di autolegittimazione di fronte alla destra, specie dopo la propria conversione alla religione neoliberista e atlantista.

 

Del resto, se la lotta politica si è ridotta allo schema Milan-Inter, bisogna mantenere diversi almeno i colori delle righe sulla maglia. La destra per antonomasia, per contro, a dispetto di qualche mutazione onomastica e qualche ostentata revisione ideologica, passata alla fine sotto la ragione sociale di Fratelli d’Italia, al di là delle specifiche originarie posizioni su alcuni temi etici e una sorta di obbligata infarinatura religiosa di facciata, ha contribuito ad assottigliare la linea di demarcazione tra i due schieramenti. Finché è pervenuta alla omologazione totale con riguardo alla politica estera e alla politica economica, in virtù del comune allineamento imposto dal feudatario statunitense e dal suo luogotenente europeo.

 

Un itinerario comprensibile se si considera che la lunga anticamera fatta per arrivare alla presidenza del Consiglio, e le abiure pubbliche, non hanno cancellato l’ombra persistente della XII disposizione transitoria che, col suo pervicace divieto di ricostituzione del partito fascista, ha continuato ad allungare la propria ombra su tutti i partiti considerati discendenti più o meno prossimi di quello.

 

Sta di fatto, d’altra parte, che tutte le blasonate «Democrazie Occidentali», in particolare quella statunitense e quella israeliana, sono accomunate e caratterizzate da sistemi che mettono in atto, peggiorandole, grazie ai mezzi tecnici di cui dispongono, tutte le più vistose espressioni e manifestazioni proprie, per metodi e finalità, del nazifascismo, con il supporto di una potentissima propaganda truffaldina ad uso dei cervelli già mediaticamente modificati.

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In questo contesto il DDL sull’antisemitismo, potrebbe apparire di primo acchito come l’inutile diversivo messo in atto da un Parlamento diventato inutile, e da un esecutivo ignavo ma pervicace, di fronte ad eventi fatali che mettono a rischio la sopravvivenza umana. Ma, a ben riflettere, esso viene ad assumere un significato di disarmante attualità se lo si legge come strumento di legittimazione politica interna delle oscenità giocate sullo scacchiere internazionale dalle oscene «democrazie» sioniste, diventate nel giro di pochi anni, una minaccia permanente per l’intera umanità, minaccia che soltanto i nostri governanti si impegnano ad eludere e mistificare.

 

Questo disegno di legge, non potendo attaccare frontalmente, almeno per il momento, la libertà di pensiero, intende attivare un marchingegno propagandistico volto a performare il pensiero comune. Il DDL non si avventura a stabilire conseguenze penali che andrebbero a scontrarsi con tutto il sistema costituzionale, ancora vigente, e con i principi fondamentali del diritto penale. Anche se non è da escludere che, se ormai tutto sembra diventato possibile, col tempo possa essere tentata anche quella via, una volta create ad arte apposite condizioni di fatto.

 

Tuttavia per il momento esso si ferma a stabilire un programma di indottrinamento capillare per tutti i cittadini fortunati fruitori di cultura democratica, e in particolare a beneficio della popolazione scolastica di ogni ordine e grado.

 

Anzitutto va segnalata la definizione di antisemitismo che dovrebbe essere il perno concettuale dell’intero programma di prevenzione e repressione previsto. Essa è stata mutuata, per impavida ammissione degli stessi estensori, da quella elaborata dalla «Alleanza Internazionale per la Memoria dell’Olocausto». Di certo una fonte migliore non era pensabile. Tale definizione suona:

 

«Per antisemitismo si intende una determinata percezione degli ebrei che può essere espressa come odio nei loro confronti, le cui manifestazioni di natura verbale o fisica, sono dirette verso le persone ebree e non ebree, i loro beni etc.»

 

Su questa scelta si sono già appuntate facilmente numerose critiche che non è il caso qui di riprodurre, dati i vizi plateali di questa formulazione, Ci limitiamo a richiamare l’attenzione sul concetto di «percezione degli Ebrei» che dovrebbe essere accertata quale oggetto di prevenzione e repressione in quanto generatrice specifica di odio.

 

Siamo davanti alla scoperta di una novità: la percezione non è cosa appartenente evidentemente alla spettro autocognitivo proprio dell’individuo, ma è una entità misteriosamente misurabile anche dall’esterno, e in particolare dai programmatori addetti alla moralizzazione del genere umano. Ma forse per capire questo occorre immergersi nel mondo esoterico delle neuroscienze che ancora rimane lontano dal nostro senso comune.

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Per il resto sono da segnalare nell’ordine :

 

– Le linee di azione per la Strategia nazionale.

 

– Il monitoraggio degli episodi di antisemitismo.

 

– Le misure per contrastare il linguaggio d’odio. (A proposito del concetto di odio come entità perseguibile a priori dal legislatore, andrebbe ricordato che si tratta di un contenitore il cui valore va misurato in base all’oggetto e non per l’ involucro in sé. Infatti il catechismo ci ha insegnato che occorre odiare il male e amare il bene, e che per converso non si deve amare il male. Epstein non docet).

 

– Le azioni formative per studenti e docenti.

 

– La individuazione di un soggetto preposto a verificare il monitoraggio per verificare le azioni da contrastare.

 

– La formazione delle Forze dell’ordine, del personale prefettizio, e… della Magistratura.

 

Da ultimo è prevista la nomina da parte del presidente del Consiglio dei Ministri, di un coordinatore coadiuvato da tecnici nominati dall’Unione delle Comunità Ebraiche italiane.

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Un programma che sarebbe andato a pennello sia per il Komintern che per il Minculpop, a dimostrazione della bilateralità fraterna di questa iniziativa legislativa.

 

Lo scopo è palesemente quello, torniamo a sottolinearlo, di scoraggiare, sotto la bandiera dell’antisemitismo, una qualunque diffusa presa di coscienza della capacità da parte di poteri sovranazionali riconducibili all’alleanza israeloamericana e alle relative lobby di dominare e determinare i destini del mondo. Anche perché soltanto un forte movimento di masse dotate di un grande peso specifico potrebbe impensierire questi pur enormi e pericolosissimi coaguli di potere.

 

Insomma anche questo monstrum legislativo bipartisan, come si suole dire, cade a fagiolo in questo momento drammatico in cui i destini del mondo sono in mano all’alleanza messianica tra due regimi genocidari per vocazione e per programma egemonico, legati da un supposto Destino Manifesto che soltanto una ribellione planetaria potrebbe disinnescare.

 

Una ribellione del mondo che bisogna a tutti i costi prevenire anche con mezzucci di questo tipo, più risibili che miserabili, ma anche non per questo oggettivamente pericolosi.

 

Patrizia Fermani

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Immagine della Presidenza della Repubblica Italiana via Wikimedia; fonte Quirinale.it

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