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Circondati dai lupi. Cosa vogliamo fare?

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Il problema è che a breve non si parlerà più degli orsi. Si parlerà dei lupi. E non per un morto e, se va bene, un solo attacco all’anno, o due-tre.

 

No, potremmo cominciare a sentir parlare dei lupi a cadenza regolare, e per episodi raccapriccianti: bambini sbranati, bestie che si inoltrano sin dentro i giardini delle villette, poi dentro le case. È inevitabile, in realtà in larga parte sta già accadendo.

 

Ad Asiago c’è un gruppo Whatsapp dei cittadini che cercano di avvisarsi in caso di avvistamento: branchi di lupi sono passati dallo sbranare mucche e asini e animali domestici a farsi trovare direttamente fuori dai portoni delle case.

 

A Lucca, lo scorso 11 aprile, una signora è stata attaccata da un lupo che le ha morso la mano. Quattro mesi fa, un automobilista ne ha filmato uno per strada, nel Chianti. A Siena quattro anni fa un branco aveva attaccato un’azienda agricola colpendo 70 pecore.

 

A Sondrio un bambino di 10 anni ha trovato una cerva dilaniata a poca distanza dalle case.  Era capitato anche nel pavese due anni fa, quando una telecamera di sorveglianza riprese un lupo sbranare un capriolo dentro il giardino di una casa.

 

A Cesena, è stato visto un lupo ieri, in mezzo alle case. Stessa cosa, due mesi fa, nel centro di Busto Arsizio.

 

A Romano d’Ezzelino, in provincia di Vicenza, a inizio mese i cittadini hanno visto il lupo in pieno giorno, in pieno centro.

 

Il vicentino sembra particolarmente colpito. Il lupo è stato visto a Schio, tra piante e radure a poca distanza dal Santuario di Monte Berico, a Monteviale, piccolo comune collinare fatto di cascine e belle case. Chiunque ami fare delle passeggiate nella natura con i propri figli finisce per fare quel pensiero.

 

«Non hanno più timore di avvicinarsi agli insediamenti umani» ha detto una veterinaria al quotidiano milanese La Verità. «Anche perché non hanno nessun motivo per averne».

 

I numeri del fenomeno sono impressionanti. Vi sarebbero 3.300 lupi in tutta Italia, un esercito ululante e spaventoso che ha già una sua mitologia: sarebbe sorto dall’incontro, nel 2011, tra Giulietta, una lupa della Lessinia, e Slavc, un lupo che, ci dicono, sarebbe migrato spontaneamente dalla Slovenia – tutti insistono sul fatto che i lupi non sono stati reintrodotti artificialmente, si tratta, assicurano, di fake news.

 

Le cucciolate di Giulietta con suo Romeo sloveno e la loro discendenza si sarebbe diffusa a macchia d’olio: Friuli, Veneto, Lombardia, Trentino, anche Emilia-Romagna.

 

Solo nel Bellunese ci sarebbero 17 branchi per un totale di 120 lupi. Quando due anni fa ad Auronzo di Cadore un automobilista fece un video mentre un branco gli correvano davanti in strada, vi fu scandalo: le associazioni animaliste chiesero l’identificazione dell’uomo; il PD veneto, dopo aver parimenti chiesto con un’interrogazione in giunta regionale di individuare l’automobilista, secondo il servizio TV parlò di «folle inseguimento che deve essere punito (…) un episodio vergognoso e gravissimo», anche perché, avrebbero detto i democratici, le temperature rigide, la rottura del branco e la tanta fatica fatta, quegli animali sarebbero andati  «sicuramente incontro alla morte».

 

Di certo sappiamo che a morire, più che i lupi inseguiti, ad Auronzo sono i cervi, trovati sbranati dai lupi – uno dei quali colto sul fatto – neanche due settimane fa, ma anche lo scorso settembre, il pony di una bambina 13enne, massacrato dai lupi. «Succede spesso, ma nessuno parla per non spaventare i turisti» ha dichiarato il titolare di una malga.

 

Se c’è del vero il mito fondativo lupino di Giulietta e Slavc, che da due che erano hanno lanciato la procreazione di 3.300 lupi in dieci anni, dobbiamo aspettarci una esplosione esponenziale che porterà la presenza sul territorio di decine di migliaia di belve – creature aggressive che, lo stanno dimostrando, non hanno alcuna paura dell’uomo.

 

A quel punto, gli incontri tra uomo e lupo saranno inevitabili – ed estremamente frequenti.

 

Gli attacchi dei lupi saranno sconvolgenti, perché, a differenza dell’orso, il lupo è un animale non esattamente timido. E ama con evidenza quello che gli anglofoni chiamano, overkill, o surplus killing: ammazza altre creature e poi le lasciano là, sbrana non più per fame, ma per altre pulsioni ferali (qualcuno dice, «per sport»). È possibile vedere il fenomeno negli attacchi agli allevamenti: i lupi uccidono più pecore di quante ne riescono a mangiare.

 

E chi saranno le vittime? Dicono che i bambini sono a rischio, perché i lupi li vedono come bestie della loro altezza, e non escludo che siano in grado anche di valutare il loro essere indifesi perché «cuccioli» (è il linguaggio della natura per moltissime specie: i cuccioli li riconosci immediatamente dalle forme arrotondate, gli occhi grandi, in alcune specie la loro visione depotenzia l’aggressività, altre invece ne stimolano gli istinti predatori). Pensiamo anche che gli anziani, con meno agilità e forza per difendersi (cosa che un lupo forse può odorare: qualcuno sostiene che i canidi possano sentire la presenza di testosterone negli umani), potrebbero divenire vittime della popolazione lupesca.

 

Vecchi e bambini come prime vittime: non diversamente da certe stragi psicopatiche che stiamo vedendo di recente. Non diversamente dal principio della crudeltà che vuole i deboli attaccati subito dal predatore.

 

Come è possibile, quindi, tollerare il ritorno del lupo? Com’è possibile che nessuno sia sconvolto dallo scenario che si sta aprendo dinanzi a noi?

 

Qualcuno, al di fuori dei canali ufficiali, sembra ci stia pensando. Vi è stata una reazione tremenda pochi mesi fa a Samolaco, in Val Chiavenna: su un cartello stradale qualcuno ha issato la testa di un lupo decapitato, con un messaggio forte: «I professori parlano, gli ignoranti sparano».

 

Stessa cosa nel 2014, in Maremma. Venne rivenuta una testa di lupo mozzata, attaccata ad un palo ai piedi del bosco. Qualcuno disse che erano cacciatori, o contadini della zona. In verità i misteriosi autori avevano lasciato una firma: «Cappuccetto Rosso».

 

La favola di Cappuccetto Rosso, che ha diversi piani di lettura, è nota per un fatto che nel tempo ha un po’ inquietato: nella sua prima versione scritta, quella di Charles Perrault (1697), non vi è alcun lieto fine. Il lupo divora la nonna, inganna la bambina, e si mangia anche quella. Il lupo vince: i vecchi e i bambini vengono divorati. Il lieto fine sarebbe stato apposto solo più tardi, nelle versioni dei fratelli Grimm (1812), che immaginano l’arrivo di un cacciatore che uccide il lupo e lo sventra, salvando così la nonna e Cappuccetto Rosso.

 

Cappuccetto Rosso ci riporta ad un tempo in cui il lupo era praticamente inevitabile: l’Europa era un grande, infinito bosco, nel quale, secondo la battuta, una scimmia poteva salire su un albero a Lisbona e scendere a terra a Roma. Secoli di lavoro – secoli di civiltà cristiana – hanno umanizzato il territorio, eliminando per l’uomo la possibilità di essere ucciso e divorato dalle fiere.

 

Ora lo Stato moderno ripopola le terre degli uomini dei suoi predatori, quelli con cui la convivenza – attestano le favole, le tradizioni, le Sacre Scritture – è impossibile.

 

Si tratta di una verità che si può estendere ben al di là del ritorno delle bestie feroci nei nostri spazi. Pensiamo a quello che ci sta intorno. Speculazione finanziaria, politica tirannica, farmaceutica totalitaria, ladri e rapinatori lasciati indisturbati, pedofili nascosti nelle pieghe delle più alte istituzioni. La Cultura della Morte informa il mondo moderno, è esattamente il sistema operativo che rende possibile la violenza dei predatori sugli innocenti.

 

Sono lupi coloro che stanno ai vertici dei poteri occidentali, che sacrificano senza batter ciglio gli interessi del popolo e la stessa vita umana.

 

Sono lupi perfino i pastori della religione, che invece che guidare e proteggere il gregge sembrano volerlo divorare e dimenticarne le carcasse.

 

Siamo circondati dai lupi, in ogni senso possibile. Siamo in compagnia dei lupi e tendiamo, per quieto vivere, a dimenticarcene.

 

Quindi: che cosa intendiamo fare?

 

Quale finale vogliamo per la favola di Cappuccetto Rosso che è diventata la vita nostra e quella dei nostri bambini?

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

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Le orche sadiche fanno esplodere i pesci luna per gioco: la stampa filo-cetacei in cortocircuito

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La notizia ha fatto il giro del mondo ed è passata anche in Italia. Abbiamo aspettato a parlarne perché, più che il fatto atroce in sé che non ci stupisce, perché Renovatio 21 conosce la specie, ci è parso interessante vedere come ne avrebbero parlato siti e giornali mainstream, affetti dalla cetaceofilia di default che pare essere comandamento dell’intero mondo moderno.

 

In breve, sono stati filmati esemplari di orche assassine che speronano grossi pesci con tale violenza da farli esplodere, per poi divorarne i resti. Il filmato mostra un’orca che tiene un pesce luna appena sotto la superficie del mare, prima che un’orca più grande piombi addosso a gran velocità dal basso. L’impatto frantuma il corpo del pesce luna in minuscoli frammenti, che le orche poi divorano.

 

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La boria sanguinaria orcina si dà qui in tutta la sua cifra inguardabile. Quando l’orca si scaglia contro il pesce, può raggiungere velocità fino a 54 km/h.

 

Nel video è visibile l’uccisione gratuita di un esemplare di pesce luna dalla coda appuntita. Tale pesce di forma ovale è uno dei più grandi pesci ossei del mare e può raggiungere i 3,5 metri di lunghezza.

 

I filmati risalgono al 2024 e 2025, ma hanno trovato ora circolazione nel sistema dell’informazione. Entrambi i video mostrano un’orca che afferra il clavus del pesce – una sorta di timone a forma di pinna che sporge verso l’alto, che agisce come una pinna caudale – per stabilizzarlo. Il clavus è più pronunciato in questa specie di pesce luna, il che ha portato gli scienziati a ipotizzare che questo sia uno dei motivi per cui questa specie è stata selezionata rispetto ad altre.

 

Nel loro rapporto sull’incidente del 2024, pubblicato sulla rivista Frontiers in Ethology, i ricercatori hanno affermato che «l’impatto ad alta velocità ha prodotto un forte rumore udibile e ha causato la frammentazione dei tessuti del pesce, che si sono dispersi in tutta la colonna d’acqua».

 

Poco dopo, si vede una giovane orca che mangia i frammenti più piccoli che galleggiano nell’acqua, mentre gli esemplari adulti più grandi non lo fanno. Non è chiaro se il filmato del 2025 mostri lo stesso gruppo di orche.

 

I ricercatori, questi geni, affermano che questo comportamento potrebbe rappresentare un nuovo modo per gli animali di nutrirsi, oppure un nuovo modo per le famiglie di orche di interagire.

 

«La frammentazione può contribuire alla lavorazione delle prede, all’interazione sociale e al gioco, o alla distribuzione delle risorse tra tutti i membri del gruppo.” Ma sembra anche richiedere “un elevato grado di precisione cooperativa”».

 

Dobbiamo portare pazienza se gli intelligentoni non sono nemmeno riusciti a spiegare il continuo teppismo anti-umano della banda di Gibilterra, se non inventandosi storie ridicole sempre a sfondo antiantropico.

 

Ecco la panzana della capo-banda Gladis, orchessa traumatizzata dagli uomini. Anzi no, si comportano così perché sono cresciuti senza genitori, a causa dei pescherecci che pescano pescetti, ovviamente. Anzi, guardate, scrivete: le abbiamo viste che adottano cuccioli di globicefalo, sono orche assassine ma materne.

 

Pazienza se gli scienziati ogni tanto saltano fuori e dicono: ebbene, sì, abbiamo visto che le orche hanno questa moda di uccidere un salmone e piazzarselo in testa, a mo’ di cappello.

 

Pazienza anche quando, a Mossel Bay in Sudafrica, l’orca proprio davanti a ricercatori ha ammazzato uno squalo per divorarne il fegato, probabilmente sapendo che si trattava di una specie protetta. Lo hanno fatto pure in California, dove sono state viste capovolgere i grandi squali bianchi per paralizzarli, prima di cibarsi in gruppo dell’organo epatico del povero pescecane.

 

Pazienza quando si apprende che le orche fanno le stronze anche con i delfini, creature di per sé già assolutamente infime, tipo quando una ghenga orcina ne ha cacciato e divorato a davore di telecamera.

 

Pazienza quando si scopre che nei parchi acquatici i bestioni bombardano gli spettatori con le loro feci.

 

I giornaloni cetaceofili sono andati in cortocircuito.

 

Ecco il National Geographic Italia: «Le incredibili riprese di due orche che tengono fermo e fanno a pezzi un pesce luna», titola. Capito? Le immagini di tortura specista, inflitta dai delfinidi bianconeri ad un povero pesce, sono «incredibili», del tipo «wow».

 

Focus è lievemente più obiettivo. Titolo: «Le orche hanno un nuovo, violentissimo hobby». Il rimando alla violenza vi è, tuttavia notate il senso brioso della frase. E poi quello di uccidere è un hobby: era così, probabilmente, anche per il mostro di Firenze, Jeffrey Dahmer, Ted Bundy e pure per la saponificatrice di Correggio, che era riuscita nella crasi di due hobby laboriosi e scacciapensieri come l’assassinio e la produzione di prodotti di igiene fai-da-te.

 

Eccezionale Il Post, che titola «Per qualche motivo queste orche fanno esplodere i pesci». Notate il linguaggio: «queste orche», circoscrive il fenomeno a pochi esemplari; «per qualche motivo» significa che per il giornale la violenza delle orche rimane un mistero, e pazienza se si chiamano proprio «orche assassine».

 

Il Giornale: «Le orche fanno esplodere un pesce luna. Tutto normale, ma i social fanno oh!». Tutto normale, certo, circolare. Non credete ai vostri occhi mentitori, se vi fanno pensare che le orche sono cattive.

 

Non bisogna disperare, perché forse un lucore è visibile persino in fondo al tunnel del giornalismo professionista. Ecco il titolo del Quotidiano Nazionale: «Perché le orche fanno esplodere i pesci luna? L’incredibile ipotesi: per divertimento». Essì. «Incredibile ipotesi». Una bestia che si chiama orca assassina potrebbe (condizionale giornalistico d’obbligo, per evitare querele dall’oceano) essere pure stronza. Machedaverodavero?

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È in momenti come questo che il lettore deve comprendere quanto è fortunato a trovarsi qui, fra le colonne di Renovatio 21. Colonne che permettono a questa testata di formare un tetto inscalfibile contro la demenza, l’ingenuità, la malafede, le cazzate che vengono lanciate addosso alla nostra mente ogni giorno.

 

Renovatio 21 non vi mentirà mai, e continuerà a dirlo: le orche assassine sono pericolose, e forse siamo a poca distanza, secondo la scala di Geist, dal momento in cui cominceranno a predare attivamente gli esseri umani, con orrori che saranno numericamente e morfologicamente molto maggiori rispetto a quelli inflittici dai sopravvalutatissimi squali.

 

I cetacei vanno sistemati. Volendo, anche a tavola – ma in Italia, e altrove, ci sono leggi tremende, che contraddicono la stessa cucina tradizionale – il mosciame di delfino della costa dell’Alto Tirreno, dove il delfino era chiamato, e a regione, «pescio-porco».

 

Altrimenti continuiamo così: facciamo i sorpresi quando i bestioni bicolori verranno visti in una nuova, oscena violenza. Poi, quando sarà il turno degli esseri umani, divorati o fatti esplodere, salterà fuori lo script di animalismo di emergenza del mainstream: come per gli orsi che sbranano i cittadini trentini, diranno che è, come sempre, colpa dell’uomo.

 

A questa filiera imbecille e stragista noi non vogliamo partecipare. Restate con Renovatio 21 se la pensate così.

 

E magari fate una piccola donazione per le spese informatiche, che non abbiamo ancora racimolato la cifra necessaria.

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Gattino invalido riceve carrozzella fatta di righelli ed auto giocattolo

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Un rifugio per animali ha costruito una sedia a rotelle su misura per un minuscolo gattino utilizzando macchinine giocattolo e righelli di legno, dopo che i normali ausili per la mobilità si erano rivelati troppo ingombranti.   Il gattino, che si chiama Gelato, sta ora facendo progressi nella riabilitazione nel centro veterinario di Cincinnati. La creatura pelosa sembra apprezzare l’ingegno dei suoi caregiver umani.   Le immagini circolanti in rete hanno intenerito moltissimi. La visione di un gattino piccolo del resto non può produrre altri risultati emotivi – a meno che non si ha a che fare con veri psicopatici, i quali notoriamente se intraprendono la carriera di assassini seriali lo fanno dopo aver ucciso gattini ed altri animali in quantità.   Qui siamo nello spettro umano-animale opposto: l’uomo aiuta il micio che sarebbe, in natura, destinato a perire.  

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  Anche se non è noto ai più, esistono per i felini, come pure per i canidi, delle carrozzelle note come «carrellini ortopedici». Tali dispositivi sono progettati appositamente per restituire la mobilità e l’indipendenza ai gatti che soffrono di paralisi, disabilità, traumi o problemi legati alla vecchiaia. Sono in genere realizzati principalmente con telai in alluminio ultraleggero per evitare che il gatto si affatichi durante il movimento.   Negli apparecchi professionali, il felide disabile viene assicurato tramite cinghie e tessuti traspiranti e imbottiti che non danneggiano la pelle e sostengono il corpo in modo confortevole. Molti modelli in commercio sono regolabili in altezza, larghezza e lunghezza, ma esistono anche aziende specializzate (ve ne sono anche in Italia) che li producono su misura. La struttura è studiata appositamente per lasciare lo spazio necessario affinché il gatto possa fare – in teoria – i suoi bisogni fisiologici senza sporcarsi.   Vi sono due generi di carrozzella gattesca: quella a carrellino posteriore (a 2 ruote) costituisce il tipo più comune: essa solleva le zampe posteriori (che rimangono protette o leggermente sollevate da terra) e permette al gatto di muoversi spingendosi autonomamente con le sole zampe anteriori.

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Havvi poi la variante a carrellino Totale (a 4 ruote), che sostiene l’intero peso del corpo del quadrupede. Essa viene utilizzata nei casi più gravi, quando il gattaccio ha una debolezza generalizzata o problemi neurologici che colpiscono tutti e quattro gli arti.   Mentre stavamo per pubblicare l’articolo, ci è giunta notizia che Gelato ha già ricevuto un upgrade del suo dispositivo sanitario: eccolo dunque con un possente sistema di camminata che qualcuno gli avrebbe prodotto con l’immancabile stampante 3D.  

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Scoppia la polemica sui panda: «sono finti»

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Il mondo dei podcast è stato preso d’assalto da una nuova, bizzarra teoria, con polemica annessa: i panda, i celeberrimo orsacchiottoni bianconeri, sarebbero «falsi». Nel senso: tutta la storia dei panda non sarebbe un fenomeno organico, ma una trovata artatamente creata per favorire la Cina e la sua diplomazia.

 

Recentemente la tesi specifica sui panda «falsi» o «ingegnerizzati» era stata proposta dal comico, bannato ovunque dopo il COVID, Owen Benjamin, che ne parla da almeno un anno e l’ha ripetuta più volte.

 

Secondo il Benjamin, i panda non sarebbero animali selvatici evoluti naturalmente, ma qualcosa di simile a cani selettivamente allevati (tipo lo Shih Tzu), cioè creati e modificati geneticamente per mangiare bambù, pianta notoriamente difficile da eliminare. I panda sono tassonomicamente carnivori ma con un apparato digerente adattato a una dieta quasi esclusivamente erbivora.

 

 

I panda, dice il comico, hanno comportamenti da «ritardati»: rotolano giù per le colline, ovulano solo pochi giorni all’anno, non riescono a riprodursi facilmente, possiedono istinti parentali pessimi, etc.

 

«Tutti i panda del mondo appartengono alla Cina», ha sostenuto il comico anche in una recente intervista con Tucker Carlson (ma ne aveva già parlato nel podcast dell’ex campione MMA Jake Shields), ricordando quindi che la loro immagine sarebbe una costruzione moderna che non può che avvantagiare la Repubblica Popolare Cinese.

 

Ciò non è per nulla lontano dalla realtà: Pechino adotta una tecnica chiamata «diplomazia del Panda», che prevede il prestito delle buffe creature agli zoo di una nazione straniera in cambio di concessioni economiche e politiche.

 

I panda, di fatto, sembrano quasi assenti dalle rappresentazioni e dalla cultura classica cinese antica (bronzi, ceramiche, poesie Tang, dipinti Song, romanzi Ming, Qing, etc.), comparendo in modo più evidente solo dal XVI-XVII secolo circa. Alcuni riferimenti antichi (come la creatura chiamata «» o simili) esistono ma sono ambigui e contestati; il loro status di «tesoro nazionale» sarebbe in gran parte un’invenzione post-1949, dopo che sono diventati famosi a livello globale nel XX secolo.

 

Tuttavia, i panda hanno «la migliore campagna di PR della storia» ha detto il popolare podcasterro Joe Rogan ad un suo ospite quando è il tema è saltato sul discorso. E sì che sono tra gli animali più «stupidi» (dumbest): puoi porgere una mela a un panda e lui ti dà in cambio il cucciolo, lasciano cadere i piccoli o hanno istinti parentali figlicidi. Con tutta evidenza, «sembrano stare cercando di estinguersi».

Si parla della Cina ma è noto che il panda è un simbolo internazionale, grazie alla un tempo notissima organizzazione internazionale animalista WWF.

 

Il WWF fu fondato come World Wildlife Fund (cioè «Fondo Mondiale per la Vita Selvatica») nel 1961 da Bernardo van Lippe-Biesterfeld , conosciuto come Bernardo di Olanda – marito della regina Giuliana d’Olanda – e dal Principe Filippo di Edimburgo, che come noto era il marito della Regina Elisabetta d’Inghilterra, basandosi su un’idea passata per Julian Huxley, fondatore dell’UNESCO già creatore (nel 1968) del termine «transumanismo», proveniente da una nota famiglia malthusiano-darwinista molto ascoltata dall’élite britannica (il fratello era lo scrittore Aldous, il nonno Thomas era invece chiamato «il mastino di Darwin).

 

Come noto, Filippo di Edimburgo dichiarò a più riprese di volersi incarnare in un patogeno di modo da massacrare tanta gente e quindi ridurre i problemi ambientali causati, a suo dire, dalla sovrappopolazione. Il principe Bernardo invece è noto per aver fondato nel 1954 il famigerato Gruppo Bilderberg. Prima di questo, il principe Bernardo, detto Benno, era divenuto membro del «Reiter-SS», un’unità a cavallo delle SS e si era unito al Partito Nazista già prima della guerra, entrando poi a far parte anche del Corpo Automobilistico Nazionalsocialista.

 

Tra i fondatori del WWF vi era anche Godfrey Anderson Rockefeller, della famosa famiglia di ricchissimi finanzieri che si tramanda di generazione in generazione il compito di ridurre gli esseri umani. Godfrey Anderson, che quando non si preoccupava del WWF praticava la sua passione per gli elicotteri, era figlio di Godfrey Stillman Rockefeller, a sua volta nipote del fondatore del cartello petrolifero Standard Oil nonché membro della società segreta di Yale chiamata Skull & Bones.

 

Come il padre, anche Godfrey Anderson aveva fatto Yale ed era amico di famiglia di George H.W. Bush, futuro presidente e padre dell’altrettanto futuro presidente George Dubya Bush.

 

Secondo le cronache, oltre a partecipare alla creazione del WWF, il Rockefeller ha contribuito alla causa assumendo il personale e i primi scienziati della ONG, di cui è stato direttore dal 1972 al 1978, restando quindi membro del board dell’organizzazione fino al 2006.

 

Praticamente tutti i nobli e potenti di cui sopra hanno in comune un’avversione per la popolazione terrestre, di cui vogliono una drastica riduzione, alcuni per benefizio dell’ambiente, altri nemmeno quello: vogliono la contrazione dell’umanità e basta. Si tratta di teorie ben esposte da conventicole come il Club di Roma, di cui molti di essi fanno parte, sotto l’egida di Aurelio Peccei.

 

Non è un caso che un rampollo dei Rockefeller abbia dichiarato, anni fa, il suo amore per la Cina, Paese che, come i panda, praticava la politica del figlio unico.

 

La quale politica del figlio unico, ricordiamolo, fu suggerita a Deng proprio dal Club di Roma, i cui agenti braccarono lo scienziato missilistico cinese Song Jian ad un convegno ad Helsinki, convincendolo, grazie a dati provenienti da alloro esoticissimi calcolatori elettronici, che la Repubblica Popolare sarebbe esplosa sotto il peso della sovrappopolazione.

 

Insomma: oligarchi mondialisti e comunisti cinesi, tutti sotto il segno del Panda. Basta questo per capire che si tratta di una brutta bestia.

 

E, facciamo notare casualmente al lettore di Renovatio 21, si tratta di un’ulteriore creatura bicolore, bianconera, esattamente come le orche assassine, altro flagello da cui desideriamo liberarci.

 

Animali del terrore antinatalista. Animali della menzogna.

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