Pensiero
Apocalisse dei tamponi. La situazione è scappata di mano
Da fine anno, si può «uscire» dal COVID con un test antigenico rapido – avete presente, il tampone nelle narici, quello che non va in profondità e vi dà il risultato in 20 minuti. Fino a pochi giorni prima, si «usciva» dai domiciliari pandemici solo tramite un test PCR – avete presente, il «molecolare», quello «scientifico», «affidabile», «preciso», che ci impiega 24 o 48 ore per farvi sapere se avete in corpo o meno il coronavirus wuhaniano.
Ora il PCR in uscita lo fate solo se l’antigenico rapido dice che siete ancora positivi: in tal caso, dalla sala di attesa del centro tamponi tornate indietro qualche metro per farvi infilare in naso e in gola il bastoncino PCR.
Perché questa strana retromarcia?
L’impressione più basica che ne ricaviamo è che, ovunque nel mondo, il sistema si sia sovraccaricato in maniera oramai irrimediabile
L’impressione più basica che ne ricaviamo è che, ovunque nel mondo, il sistema si sia sovraccaricato in maniera oramai irrimediabile.
Gli USA hanno dimezzato la quarantena: da 10 giorni a 5. Nessuno pare preoccupato dal pensiero che una mossa simile faccia capire a molta gente che i numeri delle restrizioni pandemiche sono sempre e solo puro arbitrio.
La Gran Bretagna, abbiamo visto, ha seguito l’idea di sospendere i PCR per gli asintomatici. Gli scienziati inglesi hanno perfino ammesso il problema che ne scaturirà: non avranno dati genetici sulle varianti. Non importa.
Abbiamo viste le incredibili, inaudite parole del governatore della Toscana in conferenza stampa, davanti ad una ridda di giornalisti professionisti che non hanno ribattuto nulla (la cosa più incredibile): «evitare di eliminare dal green pass le persone già vaccinate perché risultano positive. Sono persone che hanno dimostrato un’autodisciplina, sono persone che hanno avuto la sfortuna di trovarsi positive».
Ovunque, è la stessa questione: i numeri che stanno uscendo dai tamponi – cioè i contagi – sono fuori controllo, inarrestabili.
Ovunque, è la stessa questione: i numeri che stanno uscendo dai tamponi – cioè i contagi – sono fuori controllo, inarrestabili.
Qualche settimana fa, l’ex inviata di guerra Lara Logan aveva sconvolto tutti paragonando Fauci a Mengele, ma nella tirata aveva detto una cosa molto più definitiva: «hanno creato un problema per cui non c’è soluzione».
Ora il potere stesso, ad ogni latitudine, comincia a capirlo. I tamponi non sono più il sistema di controllo della popolazione che hanno assicurato la sottomissione pandemica del biennio: più casi, più paura, più misure drastiche giustificate, lockdown, Grande Reset… No, ora i tamponi sono la prova stessa del fatto che la campagna vaccinale ha fallito, il vaccino non assicura immunità, il siero genico non ferma il contagio.
Di conseguenza, tutto il sistema che si reggeva sul vaccino – il green pass, il monopartito retto da tecnocrati, la minaccia di clausure ancora più tremende – che senso ha?
Come è possibile, per lo meno per una parte della popolazione vaccinata-rivaccinata-trivaccinata, non cominciare a porsi timidamente nel retrocranio questa domanda, una volta scoperto che il tampone è positivo?
Voi capite, questa per il potere pandemico può costituire un momento di crisi assoluta. È l’apocalisse dei tamponi.
I tamponi non sono più il sistema di controllo della popolazione che hanno assicurato la sottomissione pandemica del biennio: più casi, più paura, più misure drastiche giustificate, lockdown, Grande Reset… No, ora i tamponi sono la prova stessa del fatto che la campagna vaccinale ha fallito, il vaccino non assicura immunità, il siero genico non ferma il contagio
Apocalisse significa rivelazione. La rivelazione della mancata efficacia del siero genico può distruggere la narrativa pandemica. I risultati in termini politici e civili, davanti al possibile meltdown del racconto che dirige ore le nostre vite, non sono calcolabili. C’è da sospettare, però che potrebbero essere temibili.
Nel momentum impresso da questa ondata che sta infettando davvero tutti (avete visto il video del TG regionale calabrese, con il dottore che ammette candidamente che in terapia intensiva il 7% sono triplovaccinati?) non è dato sapere cosa succederà. L’unica è sperare che il minor numero di persone possibili – quelli che hanno obbedito, hanno fatto la fila per farsi inoculare, hanno accettato l’idea di possibili reazioni avverse, non hanno battuto ciglio quando gli hanno spiegato che nel sangue gli mischieranno un vaccino di marca diverso, come un bicchiere con Pepsi e Coca-cola insieme – si pongano la domanda.
Ora, non bisogna farsi illusioni. La redpill, la sveglia, non riguarderà la stragrande maggioranza della popolazione vaccinata. Sulla maggioranza, quella che bovinamente è pronta come gli israeliani alla quarta dose, non vi sarà effetto di dissonanza cognitiva tale da spingerli a cambiare idea. Anzi: proseguiranno, sempre più tremende, le meccaniche di capro espiatorio contro il nemico no-vaxo.
Questo segmento della popolazione, è stato detto in una definizione ora censurata perfino da Google, è investito in processo di «Mass Formation Psychosis». È stato portato verso la psicosi – cioè, la separazione patologica del pensiero dalla realtà – e continuerà in questa schizofrenia paranoide probabilmente aumentando il tasso di violenza contro il capro espiatorio.
Questa parte della popolazione, psicotizzata e ipnotizzata, non si sveglierà nemmeno davanti al tampone positivo al terzo vaccino. È un altro il segmento che interessa, quello che pone tutti a rischio: quello di coloro che, invece, qualche domanda, a rigor di logica, cominciano a porgersela
L’idea è quella dell’ipnosi. L’incantamento ipnotico procede per fissazioni. Segui in pendolo. Segui il mio dito. Segui la mia voce. Segui i miei ordini… L’ipnotista fissa l’attenzione del soggetto su un elemento ripetitivo, con il quale poi ottiene il controllo della volontà. Oggi, i viro-ipnotisti (da Fauci al circo italiano, fateci caso: di fatto sempre, misteriosamente, le solite facce, perfino quando si contraddicono tragicamente o si ricoprono di ridicolo) vengono proposti ovunque con una fissazione sola: il vaccino, i no vax malvagi…
Questa parte della popolazione, psicotizzata e ipnotizzata, non si sveglierà nemmeno davanti al tampone positivo al terzo vaccino. Questo il potere lo sa.
È un altro il segmento che interessa, quello che pone tutti a rischio: quello di coloro che, invece, qualche domanda, a rigor di logica, cominciano a porgersela. Quelli che non accetteranno, almeno non subito, l’idea che se si sono ammalati è a causa del fatto che non hanno fatto ancora la quarta dose. O la quinta, la sesta, la dose trimestrale, mensile, bisettimanale, giornaliera etc.
Costoro sono l’ago della bilancia dell’equilibrio pandemico. Se il potere perdesse la loro fiducia, crollerebbe ogni cosa.
Soprattutto, crollerebbe l’intero paradigma costruito attorno al vaccino e all’emergenza. Filosoficamente, il ritorno della schiavitù. Tecnologicamente, il ritorno della schiavitù
Soprattutto, crollerebbe l’intero paradigma costruito attorno al vaccino e all’emergenza.
Filosoficamente, rischia di fallire il cambio di paradigma del potere politico: non più il popolo sovrano che informa Stato (le democrazie costituzionali), ma lo Stato che comanda sul popolo per il suo bene anche a costo di violare ogni suo diretto e libertà primaria (l’autocrazia). Filosoficamente, il ritorno della schiavitù.
Tecnologicamente, rischia di fallire il cambio di paradigma dell’era dell’accesso: non più il cittadino che gode di diritti e usufruisce di mezzi offerti dalla tecnica, ma la tecnica stessa – i database – che regna assoluta sulla vita dell’individuo. Tecnologicamente, il ritorno della schiavitù.
In breve: se il vaccino fallisce, se la gente comincia a dubitare, potrebbe cadere per sempre il sistema informatico del green pass.
In breve: se il vaccino fallisce, se la gente comincia a dubitare, potrebbe cadere per sempre il sistema informatico del green pass.
Che è la cosa più importante ottenuta dal potere pandemico, è il vertice del nuovo universo umano nato con il COVID-19. Il database che ci contiene, che decide per noi.
Il sistema nel quale, lo abbiamo scritto tante volte, non vi sarà solo il permesso di bere il caffè al bar, ma il denaro digitale, il denaro programmabile, che potrà esservi tolto con un clic, che potrà negarvi alcuni acquisti, o acquisti in alcune aree, che vi terrà per sempre sorvegliati e telcomandati.
Se leggete Renovatio 21 lo sapete: il green pass è emanato dal Fisco, non dalla Sanità. E l’euro digitale è alle porte. Anzi, dice la BCE, «è inevitabile».
Un piccolo errore di esecuzione, e questo grandioso piano totalitario – oramai in stato avanzatissimo – potrebbe saltare.
Basta che il piccolo uomo, quello docile e obbediente, cominci a porsi qualche domanda. E se avessero ragione i novax…?
Per questo motivo, vi dico di prepararvi al peggio. Non oso immaginare cosa si inventeranno ora. Di certo, non cambieranno direzione. Cercheranno di forsennare la psicosi, spingere l’ipnosi verso il profondo più cupo, accusare il capro espiatorio di misfatti sempre più illogici, nell’attesa di un sacrificio di violenza spettacolare
Per questo motivo, vi dico di prepararvi al peggio. Non oso immaginare cosa si inventeranno ora. Di certo, non cambieranno direzione. Cercheranno di forsennare la psicosi, spingere l’ipnosi verso il profondo più cupo, accusare il capro espiatorio di misfatti sempre più illogici, nell’attesa di un sacrificio di violenza spettacolare.
Voi dite: proporranno di lasciare i non vaccinati senza cibo. Possibile. Abbiamo visto che in Israele il totem elettronico del famoso fast food già nega di acquistare cibo in assenza di green pass. Ci hanno tolto il pane, nel senso figurato del lavoro: possono avere problemi a toglierci il pane stricto sensu?
Voi dite: proporranno il carcere per i non vaccinati, come in Austria. Possibile. È un Paese limitrofo. L’idea dei non vaccinati in prigione è già discussa fra gli zeloti. Nessuno batte ciglio per i campi di concentramento, che in Australia sono realtà. Anzi.
Voi dite: proporranno la vaccinazione casa per casa, magari con i militari. Possibile. In Italia, come in una serie di altri Paesi (Portogallo, Australia, Germania) la campagna vaccinale è una questione militare sin da subito – anzi, abbiamo scritto un anno fa, è sin dagli inizi una «religione militare». L’idea dei soldati pandemici nelle scuole e nelle case è già passata. I giornalisti dell’establishment sono arrivati a chiedere un governo vaccinale dei generali – cioè, in pratica, a salivare dinanzi a quello che assomiglia ad un golpe.
Vaccinare casa per casa, con il personale armato di siringa mRNA e non solo di quella. L’idea c’è di sicuro. Tuttavia, coloro che la accarezzano – essendo per lo più uomini mediocri che hanno fatto carriera nella palude della democrazia leccando culi e sgomitando sui deboli – non hanno contezza del precedente storico: Rio de Janeiro 1904, la Revolta da Vacina. Un fatto storico di cui, in Italia, vi ha praticamente parlato solo Renovatio 21.
Per il momento, osserviamo questa piccola crisi sistemica scatenata dai tamponi. Il suo vero valore – la sua carica dirompente – è in realtà invisibile. È dentro la mente di milioni di persone, è un tarlo che sta lavorando, notte e giorno, dentro il loro animo
No, i nostri mediocri burocrati pandemici non conoscono la Rivolta dei vaccini che sconvolse l’allora capitale brasiliana 116 anni fa. Non sanno che quella mossa, che finì ritirata, provocò una crisi tale da mettere a rischio la tenuta dello Stato stesso. Il potere tirò la corda. Quello che ne saltò fuori fu più di una rivolta di popolo, fu il collasso del sistema, o meglio il meltdown della sua narrazione progressista.
Cioè, quello che può succedere oggi, d’improvviso, se troppe persone cominciano a dubitare degli ordini ai quali obbediscono.
Qualcuno, lassù lo ha capito: il rischio di tenuto per la baracca è assoluto. Per cui, ripetiamo, preparatevi ad un contraccolpo potente. L’apartheid biotica diventerà pogrom biotico? Cosa succederà? Cosa possiamo fare?
«Vivi giorno per giorno» mi consiglia un sacerdote amico di Renovatio 21. «Nel medio termine, non abbiamo idea di cosa potranno inventarsi per non lasciarti stare».
Nel lungo termine, invece, sappiamo cosa succederà. In termini socioeconomici, tecnologici, politici – ma soprattutto, in termini spirituali. In termini, apocalittici.
Possiamo dire una preghiera, affinché l’apocalisse dei tamponi dia come frutto la fine della menzogna. E la fine di tutto questo sistema infernale che si sta caricando sotto i nostri occhi
Per il momento, osserviamo questa piccola crisi sistemica scatenata dai tamponi. Il suo vero valore – la sua carica dirompente – è in realtà invisibile. È dentro la mente di milioni di persone, è un tarlo che sta lavorando, notte e giorno, dentro il loro animo.
Cosa succederà poi, non dipende di noi. Dipende, appunto, dall’anima di tutti quegli individui. Dipende dal Logos: dipende dall’accettazione della ragione, della legge naturale che alberga nel loro cuore. Dipende da come essi risponderanno alla libertà, che è la verità, che li sta chiamando a sé.
Possiamo dire una preghiera, affinché l’apocalisse dei tamponi dia come frutto la fine della menzogna.
E la fine di tutto questo sistema infernale che si sta caricando sotto i nostri occhi.
Roberto Dal Bosco
Eutanasia
La festa della morte in Veneto
Come tutti sanno, mercoledì 2 settembre, vigilia della festa di San Gregorio Magno, il Consiglio regionale veneto ha approvato la legge sul «suicidio medicalmente assistito».
Come tutti sanno, a favore hanno votato 32 consiglieri, in 14 si sono opposti e cinque si sono voltati dall’altra parte. Come tutti sanno, il Veneto è la prima regione del centrodestra a munirsi di una legge del genere, la quarta in assoluto dopo Emilia Romagna, Toscana e Sardegna, i cui presidenti si sono congratulati alla grande.
C’è proprio di che far festa. Lo Stato mette a disposizione del richiedente il farewell kit e l’assistenza medica per fuggire da questa valle di lacrime, per poi finire – sst, non si dice.
Il punto è il trionfo della libertà senza se e senza ma. No, non quella di avere delle cure: per una TAC occorrono sempre sei mesi-un anno; porti pazienza, signora.
La libertà di cui si parla è quella di farla finita, andarsene, sciò, raus. Per troppo tempo si è aspettato. Intanto che si procedeva con i tira e molla, si legge, ben quattro candidati al suicidio sono morti. Scandaloso, no? Roba da chiodi. Ora però è finalmente sancito il primato della libertà di morire. «Decidi di decedere» poteva essere un bello slogan. I radicali hanno preferito il banale «Liberi fino alla fine». De gustibus.
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Ma liberi de che? Mettiamoci per un istante nei panni dei promotori, e di chi ha appoggiato l’iniziativa, e di chi l’ha votata, e di chi giubila a prosecco. Passata la sbornia, non c’è di che stare allegri.
Il suicidio è approvato, lodato, facilitato; si può dire incentivato? D’accordo.
Ma la legge soffre pur sempre, come di una tara congenita, dell’impronta asfittica dei radicali, il loro essere grigi, burocratici, conformisti, piatti e privi di fantasia. Non c’è scampo: al netto della retorica fatta di boati e giochi verbali, l’anima del radicale è quella di un impiegato di concetto.
Occorre infatti avvertire che a chi desidera farsi tirare le cuoia dalla Regione Veneto, la legge prevede solo una modalità: l’estinzione via farmaco. La morte viene somministrata in un letto, in un lettino, in una barella, in una poltrona, al massimo su una sedia; insomma, da sdraiati o da seduti. Prima di sgocciolare il veleno in vena, è contemplato che il morituro venga sedato e intontisca, così che non si accorga della vita che sfugge e non gli venga l’uzzolo di avere imbarazzanti ripensamenti, non si dice di pentimenti, in extremis, validi per l’aldilà.
Nella testa dei radicali, che come le radici affonda nella gleba, questa è la dipartita che ognuno desidera. «La morte migliore è quella nel sonno»: il mantra così volentieri ripetuto dall’uomo medio per l’eco che fa nel vuoto della zucca, e in fondo l’emblema stesso della nostra civiltà occidentale in agonia.
Ma ecco una dissonanza: se così non fosse? Se il candidato al trapasso avesse un’idea diversa da quella della morte in pantofole? Se volesse lasciare una traccia, un monito, fare della propria scomparsa un suggello, uno spettacolo, un’esperienza indimenticabile?
Non è impossibile. Un morituro che ne ha fatte un po’ troppe in passato potrebbe voler morire espiando alla Damiens, l’attentatore di Luigi XV. Fissato su una tavola, le braccia e le gambe legate con catene a quattro possenti cavalli incitati al galoppo in quattro direzioni opposte, così da squartarlo e farlo a brani. E che! Il suicida non sarebbe forse libero di chiedere, o meglio di esigere che la Regione gli metta a disposizione, anziché una mezza cartuccia di infermiere, quattro destrieri frisoni?
E che pensare degli appassionati delle rievocazioni storiche e della ghigliottina, tanto per rimanere in Francia? La premurosa Regione non dovrebbe adoperarsi per realizzare con venete operose maestranze, o alla peggio acquistare nel mercato dell’usato il drastico marchingegno? Se i costi si rivelassero eccessivi, e non spuntasse il solito mecenate, si potrebbe tutt’al più sollecitare un contributo del richiedente, diciamo un ticket.
Un apicultore potrebbe volersene andare affogato in un barile di miele: la dolce morte. Un veneto-spagnolo, volendo omaggiare i suoi avi, forse gradirebbe essere incornato da un toro alle cinque del pomeriggio, spaccate. Dopo essere stato il protagonista di tanti incubi, il lancio senza paracadute avrebbe probabilmente qualche suggestione catartica per l’ex della Folgore. Siamo davvero certi che non ci sia qualche ricco che non ambisca a fare la fine di Crasso, cioè farsi versare in gola una colata d’oro fuso?
Ecco, niente di tutto questo può essere fatto. I radicali e la politica non sono riusciti ad andare oltre il sanitario con la mutria, il veleno endovena e le babbucce. E questa sarebbe libertà? In realtà l’autodeterminazione è qui conculcata e avvilita, e la Regione viene meno ai suoi doveri.
Questa mordacchia non può non deludere i fans del boia di Stato. E c’è dell’altro.
Prendiamo Luca Zaia, il grande sponsor della legge regionale. Leggere l’intervista pubblicata il giorno dopo il fattaccio è istruttivo. Gli argomenti sono malfermi sulle gambe, le risposte non sono proprio a fuoco, c’è qualche eccesso, qualche azzardo, si capisce che il buon uomo le sballa, è più volenteroso che strutturato. Vi è qualcosa nelle sue parole che ricorda lo zio Peppo quando torna dalla sagra del paese. A ben pensarci, quello ci guarda nella fotografia a corredo dell’articolo, dove l’ex governatore è ritratto sorridente e col pollicione in su, è lo zio Peppo sputato.
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E qui si arriva al motivo di insoddisfazione di base, quello che unisce noi e loro: la scadente qualità di come ci si occupa della cosa pubblica. Dall’intervista, si tolgano il troppo e il vano: non rimane nulla.
Essa tuttavia rispecchia alla perfezione il mood del nostro Paese nell’epoca presente. Le parole dell’ex governatore, più o meno, si possono infatti trovare sulle labbra di tutti.
«Quando senti di certe sofferenze, per carità: meglio darci un taglio e via», dice il salumiere, sferrando il colpo per staccare la fiorentina. Incalza la contessa dagli occhialoni scuri: «la Chiesa fa il suo mestieve, ma lo Stato deve esseve laico». «Io sono cattolico e non lo farei», borbotta l’appuntato, «però non posso importi il mio punto di vista». «Ognuno è libero di fare quel che gli pare, basta che mi lasci in pace», dice il tassista passando col rosso. «Se dovesse capitare a me, vorrei che mi si staccasse la spina», confida il vecchio impiantista al figlio che lo ascolta attento e, ad ogni buon conto, lo registra di nascosto con il cellulare.
È un’infilata di luoghi comuni, le idées reçues del nostro tempo che soppiantano quelle di Flaubert senza smettere per un istante di essere delle bêtises, delle fesserie.
A questo punto potrebbe sostenersi che i politici, nel bene e nel male, si sono dimostrati una volta tanto in sintonia con il popolo e ne hanno espresso la volontà. Anche.
Ma per impostare il fatto in modo più corretto occorrerebbe piuttosto ammettere che l’italiano ha i governanti che si merita. La pochezza di chi decide sulla vita e sulla morte offre la misura della nostra decadenza.
E qui cade a fagiolo San Gregorio Magno, a cui si accennava all’inizio. «Se l’ira di Dio ci dà i superiori che meritiamo, impariamo dal loro modo d’agire quello che dobbiamo pensare di noi», osservava. «Perché il cuore dei governanti viene disposto secondo che meritano i sudditi».
Però c’è un altro aspetto da considerare, ancora più preoccupante.
L’approvazione della legge regionale attesta soprattutto che la mano di Dio si sta ritraendo dal nostro Paese. Le evidenze sono ormai dovunque, non vale la pena neppure di parlarne. È sufficiente scorrere le statistiche. Quel che è successo in Veneto, e presto succederà dappertutto, è un segno della Vita che si allontana dall’Italia.
E allontanandosi la Vita, che cosa si pretende che ne prenda il posto?
Massimo Zanetti
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Cremazione
Le ceneri di Guccini. Con benedizione cardinalizia
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Civiltà
Chi sono i fabiani?
Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore polacco Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, protagonista in rete di numerose riflessioni sullo stato delle cose da un punto di vista storico, filosofico, politico. Lo Szczawinski aveva trattato la Fabian Society tra i gruppi di controllo globale in un precedente intervento. L’analisi è, in superficie, buona, tuttavia impressiona l’assenza totale di una menzione della religione nella costruzione della Civiltà occidentale. Di qui qualche ingenuità, come quella di ritenere, in un finale che fa scendere la catena, la Dichiarazione dei diritti e Winstone Churchill un apice della nostra storia (!).
(…) La Fabian Society fu fondata a Londra nel 1884. Prende il nome da Quinto Fabio Massimo, il generale romano famoso per aver sconfitto Annibale non con uno scontro diretto, ma con pazienza, logoramento e la lenta disfatta del nemico. Il nome fu scelto deliberatamente. Era la strategia. Il loro emblema era un lupo travestito da agnello. Lo scelsero loro stessi.
Vale la pena soffermarsi un attimo su questo: un’organizzazione che scelse come proprio simbolo l’immagine di un intento predatorio mascherato da apparenza innocua – l’inganno come principio fondante, metodo operativo, ciò di cui andavano più fieri. Non imposto dai critici. Scelto autonomamente. Ne erano orgogliosi. La strategia era semplice e devastante: non assaltare le istituzioni. Infiltrarsi al loro interno.
Infiltrarsi – per usare le loro parole – gradualmente, pazientemente, nel corso delle generazioni, collocando persone formate secondo i principi fabiani in posizioni di influenza nel governo, nel mondo accademico, nei media e nella pubblica amministrazione, fino a quando le istituzioni non produrranno risultati fabiani senza che nessuno debba annunciare una rivoluzione.
La rivoluzione avverrà, ma lentamente, in modo invisibile, burocratico e democratico. Quando qualcuno se ne accorgerà, le istituzioni saranno già cambiate.
I’ll be honest with you: until recently I didn’t know much about the Fabian Society. Maybe it’s because the English know how to be smooth – so correct me if I am getting something wrong.
The Fabian Society was founded in London in 1884. Named after Quintus Fabius Maximus – the… https://t.co/jvd7MHLpsW pic.twitter.com/NWXYjatLs3
— Krzysztof Szczawinski 🇵🇱 (@Kristof_Poland) August 19, 2026
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Fondarono la London School of Economics nel 1895, l’istituzione che ha formato generazioni di politici, funzionari pubblici, economisti e giornalisti in tutto il Commonwealth e oltre. Furono determinanti nella creazione del Partito Laburista nel 1900. Diedero forma alla BBC. Progettarono lo stato sociale britannico.
George Bernard Shaw, H.G. Wells, Tony Blair, Gordon Brown, Keir Starmer: l’elenco dei fabiani che hanno plasmato la politica britannica e globale non è una nota a piè di pagina. È la storia della sinistra del ventesimo secolo, raccontata senza mezzi termini.
Starmer non è un caso fortuito né un’evoluzione del Partito Laburista. Egli rappresenta l’espressione attuale di un progetto in corso da centoquaranta anni: paziente, istituzionale e pienamente coerente con la strategia originaria.
La Fabian Society è la lunga marcia di Gramsci attraverso le istituzioni, ma inglese, quindi meglio vestita e meglio finanziata, e con cinquant’anni di anticipo. Gramsci teorizzò ciò che i fabiani stavano già facendo. I fabiani ne furono i praticanti.
La Scuola di Francoforte fornì la filosofia. La Fabian Society fornì il modello operativo. E la teoria francese fornì il confezionamento culturale. Tre progetti, origini diverse, destinazione identica: lo smantellamento delle fondamenta della civiltà occidentale attraverso la paziente occupazione delle sue istituzioni.
Ciò che rende il modello fabiano più pericoloso del socialismo rivoluzionario è proprio la sua fluidità. La rivoluzione è visibile. Si possono indicare le barricate. L’approccio fabiano non produce barricate: solo programmi di studio che cambiano gradualmente, linee editoriali che si modificano sottilmente, linee guida per la pubblica amministrazione riviste progressivamente e una successione di riforme apparentemente ragionevoli che, singolarmente, sembrano modeste, ma che nel loro insieme trasformano ogni cosa.
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Il lupo travestito da pecora non è solo un predatore mascherato, ma un predatore che ha imparato a parlare la lingua delle pecore, ad adottarne i modi, a mostrare preoccupazione per il loro benessere e a riscrivere gradualmente le regole del gregge dall’interno
Quando ve ne accorgete, il lupo è già nella stanza da decenni. Ha indossato le vesti di pecora così a lungo che alcuni si sono dimenticati che non lo era. L’inganno non è stato casuale. Era il metodo. Il lupo travestito da pecora è obłuda [termine polacco traducibile con l’italiano «doppiezza», ndt] con una strategia a lungo termine. Zakłamanie [«inganno», ndt] con un piano centenario. La menzogna sistemica con un think tank e un patrimonio.
Sono stati pazienti. Sono stati deliberati. Sono stati efficaci. E la civiltà che ha prodotto la Magna Carta, la Dichiarazione dei Diritti e Churchill se n’è accorta a malapena, finché non è stato troppo tardi.
Krzysztof Szczawinski
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