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Letterina di fine anno a un vaccinato, ri-vaccinato, ri-ri-vaccinato, tamponato e positivo

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Caro vaccinato, ri-vaccinato, ri-ri-vaccinato, tamponato e positivo,

 

 

pare il titolo di un film di Lina Wertmüller e invece è la formula più breve che riesca a definire la situazione in cui ti trovi.

 

Si potrebbe ricorrere anche a sintesi più estreme, magari di una sola parola che nella multiforme e fantasiosa terra italica muta sensibilmente, ma indica sempre con efficacia una certa, diciamo, dabbenaggine.

 

Io amo molto un termine milanese, per non parlare di quelli che usiamo qui a Bergamo, più grossier e un tantino plebei, come sono io, del resto. Ma sarebbe ingeneroso attribuire certi termini in modo indiscriminato perché può darsi che tu, o almeno qualcuno come te, dopo il vaccino, il ri-vaccino, il ri-ri-vaccino e il tampone con esito positivo ti stia ponendo qualche domanda.

 

O, almeno, una domanda: «ma, allora, a che cacchio serve questo vaccino?».

 

Che è la madre di tutte le domande.

 

Ma ce ne sarebbero tante altre, tra cui questa: «ma è possibile, che prima mi fanno AstraZeneca, poi Pfizer, poi Moderna e poi pretendono tutto funzioni come un orologio?»

 

Alla quale dovrebbe seguire quest’altra: «ma io non dico niente?»

 

Bene, se nel tuo capino cominciano a farsi spazio queste domande, cerco di non parlarti in bergamasco. Ma sappi che sei una mosca bianca perché secondo la massa dei vaccinati, ri-vaccinati, ri-ri-vaccinati, tamponati e positivi va benissimo così.

 

Anzi, sono scientificamente certissimi che se si sono buscati una qualsiasi variante del COVID è solo perché non si sono fatti ancora la dose successiva: ora è la terza, poi sarà la quarta, poi la quinta finché il generale Figliuolo non li separi.

 

E poi, naturalmente, il problema è che ci sono ancora troppi non vaccinati. Ora lasciamo perdere il fatto che i non vaccinati sottoposti a tampone ogni due giorni sono i soli ad essere sicuri di non aver contratto il virus e di non diffonderlo: per essere compreso, questo argomento necessita da parte dell’interlocutore di una dose di buon senso che non si trova nei depositi di nessun hub vaccinale.

 

Ma tu, povero vaccinato, ri-vaccinato. ri-ri-vaccinato, tamponato e positivo non cominci a incazzarti un po’?

Ma tu, povero vaccinato, ri-vaccinato. ri-ri-vaccinato, tamponato e positivo non cominci a incazzarti un po’?

 

Non ti girano le palle ora che la promessa del nuovo paradiso terrestre si manifesta come un miraggio?

 

Ora che ti tocca passare nell’inferno del nostro tampone quotidiano?

 

Ora che rischi di diventare un paria, infetto e untore come un non vaccinato qualsiasi?

 

No che non ti incazzi povero eccetera eccetera. Salvo lodevoli eccezioni, naturalmente.

 

Non ti incazzi e ti metti in fila per ore perché altrimenti ti salta il pranzo delle feste, sfuma il cenone di fine anno, devi disdire la vacanza e magari rinunciare alla fughetta fuori porta con l’amante

Non ti incazzi e ti metti in fila per ore perché altrimenti ti salta il pranzo delle feste, sfuma il cenone di fine anno, devi disdire la vacanza e magari rinunciare alla fughetta fuori porta con l’amante.

 

Non ti incazzi e, al primo starnuto, invece che soffiarti il naso, corri in farmacia terrorizzato per il tampone. E togli posto e tempo prezioso a chi invece il tampone serve per lavorare, per portare i bambini a una visita, per andare a trovare un parente o un amico in ospedale.

 

Tu non ti incazzi, ma io sì perché ti conosco, ti vedo quotidianamente. Ti conosco caro eccetera eccetera, lo dico proprio a te che per un raffreddore ti sei sparato quattro tamponi in quattro giorni.

 

Ti conosco caro eccetera eccetera, lo dico proprio a te che stavi in fila in farmacia e dicevi impavido di aver appena fatto in un sol colpo terza dose e antinfluenzale, però eri lì perché ti pareva di non stare troppo bene.

 

Lo dico proprio a te che sei così orgoglioso del trombo alla gamba da vaccino e mi dici di non vedere l’ora di fare la terza dose

Ti conosco caro eccetera eccetera, lo dico proprio a te che sei così orgoglioso del trombo alla gamba da vaccino e mi dici di non vedere l’ora di fare la terza dose. Ti conosco caro eccetera eccetera, lo dico a te che hai passato gli ottant’anni e non riesci neppure a sopportare l’idea che prima o poi si debba morire.

 

Ti conosco caro eccetera eccetera, lo dico a te, giovanotto senza spina dorsale impaurito come un vecchio, che al cenone in casa tua inviti gli amici solo dietro esibizione di green pass.

 

Ti conosco caro eccetera eccetera, lo dico a te che non hai gli anticorpi contro il virus, ma soprattutto non hai quelli contro l’odio. Ti vedo, ti ascolto, leggo quello che scrivi e sento quanto in te cresce la voglia e la capacità di odiare chi, legittimamente, pensa e vive in modo diverso da te, rispettando la propria umanità e quella altrui.

 

L’unico effetto certo di quanto ti hanno inoculato, caro eccetera eccetera, è proprio questo sguardo cattivo che posi su chi non ritieni più un tuo simile.

 

Lo dico a te, giovanotto senza spina dorsale impaurito come un vecchio, che al cenone in casa tua inviti gli amici solo dietro esibizione di green pass

Lo so, non è colpa tua. È un disegno di quelli che il caro vecchio C.S. Lewis parecchi decenni fa chiamava «Condizionatori», esseri umani che hanno rinunciato alla loro umanità e per questo sono destinati a un’invidia simile a quella che gli eunuchi provano per i veri maschi. Sono loro che guidano il gioco, dettano le regole e distribuiscono le carte. Meglio non sedersi al tavolo.

 

Non so, caro mio, se sei salito su un carro comodo, anche se per ora sembra quello del vincitore.

 

Per finire, caro vaccinato, ri-vaccinato, ri-ri-vaccinato, tamponato e positivo, vorrei suggerirti un’altra domanda: «ma un vaccino che non vaccina, che vaccino è?”»

 

Appunto, forse, più che vaccinato eccetera eccetera, sei semplicemente inoculato, ri-inoculato, ri-ri-inoculato eccetera eccetera. O forse in quest’ultima definizione pare esserci una «o» di troppo.

Lo so, non è colpa tua. È un disegno di quelli che il caro vecchio C.S. Lewis parecchi decenni fa chiamava «Condizionatori», esseri umani che hanno rinunciato alla loro umanità e per questo sono destinati a un’invidia simile a quella che gli eunuchi provano per i veri maschi

 

Perdona la mia natura plebea, che non riesco mai a tenere a bada del tutto.

 

In ogni caso, buon 2022, caro eccetera eccetera,

 

ci vediamo in fila davanti alla farmacia.

 

 

Alessandro Gnocchi

 

 

Articolo previamente apparso su Ricognizioni

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Mai con Cacciari

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Questo articolo era programmato per essere finito e pubblicato almeno dieci giorni prima di Natale. Poi… chi ci segue sa che ci sono stati un paio di problemi – il problema che adesso hanno tutti, niente di troppo serio (insomma) – e abbiamo rimandato, e rimandato e rimandato ancora.

 

Così, come avviene sempre, la realtà ha confermato quello che pensavamo. E noi abbiamo perso una possibilità di posizionare ancora una volta Renovatio 21 nella mente del lettore sotto forma di quel puffo che dice  sempre «te lo avevo detto io».

 

L’oggetto della discussione è Massimo Cacciari. L’articolo in bozza da più di un mese non ha mai cambiato titolo: mai con Cacciari.

 

Cosa ci aveva spinto a porre attenzione sul sindaco PD di Venezia?

 

La7, la rete TV del Gruppo Cairo, il canale che oramai rappresenta l’establishment e la narrazione ufficiale più di Mediaset e RAI, lo aveva mandato ad intervistare da un giornalista con l’orecchino. Colpiva il primo piano del filosofo nell’inquadratura dalla fotografia forse programmaticamente lugubre (si intravedono le persiane abbassate), dietro, sfuocato, pare esserci un quadro astratto, forse è un Vedova, ma potrebbe essere la nostra immaginazione.

 

Insomma, il segmento video finito sulla TV nazionale, lungi dall’essere la solita pioggia di fanghiglia sparata su un «no vax», trasmetteva qualcosa di lucido, solenne.

 

 

Il ragionamento di Cacciari, sul «totalitarismo alla cinese», sulla democrazia sostituita dalla «tecnocrazia procedurale», filano. Forse, a chi si occupa di queste cose da anni, e aveva presente la Cina e l’obbligo vaccinale da prima della pandemia, può apparire ancora un po’ crudo. Ma è lineare, giusto. Cacciari, una vita passata nel mainstream politico e culturale, in questo momento sta dicendo il vero. Gioiamo. Tirate fuori il vitello grasso.

 

Cacciari: «Che i vaccini siano serviti, soltanto un idiota potrebbe negarlo. Punto. Quindi lasciamo perdere. Questo è pacifico. Bene»

Poi, con con un tono che esprime una certa sicumera, cala una carta interessante: «che i vaccini siano serviti, soltanto un idiota potrebbe negarlo. Punto. Quindi lasciamo perdere. Questo è pacifico. Bene».

 

Eh?

 

Cosa?

 

Sì, siamo dinanzi ad un supposto ideologo della dissidenza che è sicuro dell’efficacia dei vaccini. Al punto che insulta chi non la pensa come lui. Qualche lettore di Renovatio 21, magari, può considerarsi idiota. Anche qualche collaboratore. Anche qualche migliaio di medici. Anche il dottor Didier Raoult. Anche il dottor Peter McCullough. Anche il dottor Robert Malone (che in un’altra clip dell’intervista Cacciari, confondendosi, dice essere un premio Nobel), che arriva a parlare di «efficacia negativa». Anche, per qualche ora, il New York Times.

 

L’intervista su Youtube è datata 12 dicembre. A fronte  della catastrofe dei tamponi in corso, dove i triplodosati  si contagiano come i non vaccinati, tale discorso è finito, da solo, nel cesso. Soltanto un idiota potrebbe negarlo. Punto. Quindi lasciamo perdere. Questo è pacifico. Bene.

 

Ecco dunque la cicuta mRNA, che in effetti mancava

Poi, a inizio del nuovo anno, ecco il colpo di scena, che tante persone non si aspettavano: Cacciari si fa la terza dose. Scandalo. Non se lo aspettava nessuno. I no vax si strappano i capelli. Lui ripete che da filosofo pensa a Socrate, perché «alle leggi si ubbidisce». Ecco dunque la cicuta mRNA, che in effetti mancava.

 

In realtà, noi, dopo aver visto questa intervista, non potevamo stupirci.

 

Più in generale, non ci stupiamo perché tutti i colonnelli che sono emersi in questi mesi non ci hanno mai convinto. Mai, nemmeno quando dicevano la cosa giusta. Diciamo di più, diciamo qualcosa di davvero borioso: tutti i professoroni, con più di 70 anni addosso e carriere universitarie, politiche o professionali pazzesche, ci sono sembrati dei neofiti, dei principianti in un tema che hanno cominciato ad affrontare, increduli, da pochi anni.

 

Prendete Agamben, compagnone di Cacciari. Ne abbiamo scritto. La cosa che troviamo più pazzesca di Agamben, come testimoniato nel suo libro dove lamenta la censura del Corriere della Sera per un pezzo che gli era stato chiesto,  è che probabilmente credeva davvero che avrebbe avuto la facoltà di parlare liberamente – del resto siamo in democrazia. Agamben, con evidenza, non c’era quando nel 2014 assistevamo attoniti alla firma del ministro della Salute italiana alla Casa Bianca, con la GAVI di Gates e con tanti personaggi che sarebbero tornati con il COVID, per far diventare la prole degli italiani capofila della sperimentazione sull’obbligo vaccinale mondiale. Agamben non c’era nel 2017 quando quella firma si tradusse in una legge mostruosa, che già conteneva tutta l’apartheid biotica dell’ora presente, solo che la testava sulla fetta inferiore della società, i bambini, facendo meno rumore.

 

Oppure prendiamo Alberto Contri, già Consigliere di Amministrazione della RAI, già membro attivo dell’Aspen Institute, ora«garante» del Referendum No Green Pass, già . Ne abbiamo scritto. Ancora ci chiediamo come abbia fatto, sempre su La7, a dichiarare che «sono giorni che mi sto sgolando, per dire guardate che dovete finirla di fare queste manifestazioni di sabato, andando a interrompere il lavoro di quelli che vivono di commercio, vivono di bar e ristoranti eccetera, che stanno riprendendo… questo è un riflesso condizionato che ogni protesta deve sfociare in piazza». Rammentiamo anche che aggiunse, sempre su La7, lo stesso concetto di Cacciari: «questi vaccini sono leaky, per dirla in inglese, sono imperfetti… nessuno dice che non abbiano funzionato, ci mancherebbe altro».

 

 

Poi c’è Freccero. Un altro redento, hanno pensato tutti. Passato dall’aver «il pigiama ad Arcore» (copyright Antonio Ricci), dove lavorava, nottambulo come dicono che sia, fino a notte fonde con Berlusconi, che gli aveva affidato i palinsesti del neonato gruppo televisivo. Berlusconi, ammise Freccero, in realtà lo batteva nella resistenza stakanovista all’improduttività del sonno: «ad Arcore non si dormiva mai e Berlusconi controllava ogni sospiro. Se non correva da Veronica alle tre di notte, teneva marziali riunioni in cucina. Si lamentava dell’orario di programmazione di Hazzard, il telefilm preferito da suo figlio Piersilvio, allora detto Dudi». È una storia di un sodalizio potente, quello tra Berlusconi e Freccero, al punto che il Carlo fu spedito in Francia a pilotare il canale La Cinq, l’azzardo imprenditoriale transnazionale che fu probabilmente consentito a Silvio dalle simpatie che godeva presso il presidente socialista francese Mitterand (con cui, forse, aveva in comune alcune passioni). Fu con grande stupore che vedemmo, anni dopo, Freccero, finito a dirigere non ricordo più quale canale RAI, partecipare al lamento antiberlusconiano di quegli anni, per esempio sul G8 di Genova. Ma non è l’unica giravolta che ricordiamo. Abbiamo in mente quando, piuttosto lucido, parlò in TV dei misteri dietro al M5S, il gruppo Bilderberg, etc. Gli chiesero di Casaleggio e soci, lui fece un discorso di complotti e fine della democrazia, invitava a vedersi tutto il famoso video profetico Gaia – The future of politics. Era il 2012. Sei anni dopo, a elezioni 2018 stravinte dai pentastellati, lo beccarono che andava a pranzo con Di Battista, allora ragazzo-immagine del grillismo non ancora imploso. In rete ora circolano video messi dai 5 stelle dove Freccero li difende a spada tratta (sempre su La7). C’è da dire che già due anni prima parlò di Casaleggio, appena mancato, come di colui che ha avuto «un’idea grandiosa»

 

È il panorama ideale per citare le parole di Nostro Signore: «nessuno mette vino nuovo in otri vecchi» (Luca 5, 37)

Ugo Mattei? Sappiamo quasi niente di lui. Ci tocca spulciare Wikipedia. È tra i più giovani del gruppo, ha 60 anni. Una carriera di professore di giurisprudenza coi fiocchi, tra la California e il Piemonte – ma anche visiting professor a Oslo, Berkeley, Montpellier, Macao, Strasburgo, Trento Consulente giuridico del Teatro Valle Occupato e dei NO TAV della Val di Susa. Una attività intellettuale, tutta nella solita sinistra, come la collaborazione con l’immancabile il manifesto. e poi con Il Fatto quotidiano. Tuttavia, viene premiato all’Accademia Nazionale dei Lincei  dal presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi. È molto presente in piazza, sulle TV non si fa mettere i piedi in testa e risponde con veemenza. Gli va riconosciuto che è il primo ad aver promosso un soggetto politico vagliato dagli elettori: la sua lista «Futura per i beni comuni» prende il 2,3% alle elezioni comunali di Torino.

 

Paragone è più giovane, è un caso a parte. Misteriosamente, riesce in tantissime cose: passa dal presentare i libri alle sagre della Lega alla candidatura a senatore grillino in un nanosecondo, ma prima gli riesce, lui, ribelle rocker pure lui con l’orecchino, di avere programmi tutti suoi in RAI e, ancora, su La7 – agli altri ex direttori de La Padania, tipo il grande Gigi Moncalvo, non è andata esattamente così. Come noto, in piazza a Trieste, dove si era recato per salire sorridente sui paracarri e cantare «la gente come noi non molla mai», è stato contestato. Qualcuno dice che era anche al porto nelle sere precedenti allo sgombro, quando la situazione cominciava ad arruffarsi tra enigmatici comunicati multipli e dimissioni improvvise dei leader della protesta. Ora ha azzeccato la cosa di Montagnier in piazza, non è impossibile che gli riesca anche questa, con un partitino virtuale con un nome che sembra di due secoli fa – quando il problema era l’Europa, l’euro, etc. I dubbi e le voci sul personaggio li lasciamo perdere, perché davvero non ci interessa.

 

Insomma, ci siamo capiti.

 

È il panorama ideale per citare le parole di Nostro Signore: «nessuno mette vino nuovo in otri vecchi» (Luca 5, 37)

 

Tuttavia, quello di Cacciari è un caso diverso, secondo alcuni più inquietante.

 

Chi ha letto Gli Adelphi della dissoluzione, potente libro di Maurizio Blondet, ricorderà  con Cacciari che durante un’intervista  dice «il papa deve smettere di fare katéchon». Si tratta di una scena che sorprende: Cacciari era conosciuto per lo più come il ruvido, ma amato, sindaco della Laguna, e come opinionista dei talk che spesso alza la voce. Blondet, con prosa raffinata, scrive «che subito dopo parve pentirsi, come se la parola gli fosse sfuggita». Blondet gli chiede quindi cosa volesse dire katechon. «Katéchon è ciò che trattiene» risponde Cacciari.  «Ciò che trattiene l’Anticristo dal manifestarsi pienamente. San Paolo, ricorda?». Il giornalista quindi si interroga: «come si può chiedere al Papa di non opporsi al Male? Mi domandai anche: perché Cacciari desidera accelerare l’avvento dell’Anticristo?»

 

Cacciari pubblica un libro intitolato Il potere che frena. Nel volume del katechon e dell’Anticristo che si disvela è scritto approfonditamente. Lo stampa l’editore Adelphi

20 anni dopo Cacciari pubblica un libro intitolato Il potere che frena. Nel volume del katechon e dell’Anticristo che si disvela è scritto approfonditamente. Lo stampa l’editore Adelphi.

 

Di Cacciari mi parlò, durante una di quelle telefonate fiume che facevamo e che mi scombiccheravano la mente per mesi e anni, il compianto Gianni Collu, che forse è tra le fonti del libro di Blondet. Ricordo che aveva cominciato a descrivermelo con pennellate misteriche, che cozzavano contro l’idea che avevo, quella appunto del sindaco e del professore all’Università di Don Verzè, quella del protagonista del gossip di altissimo livello (al punto che il suo nome, con quello della Veronica di cui si parlava sopra, entrò in un discorso di Berlusconi in una bizzarra conferenza stampa con il premier danese Rasmussen, futuro numero 1 della NATO). Non finimmo mai quel discorso, dissi a Collu che me lo sarei riservato per un’altra volta. La provvidenza ha voluto che non ci sia stata più possibilità.

 

Tuttavia, a mettermi in guardia in modo spiazzante riguardo al pensiero di Cacciari, è stato di recente anche un sacerdote vicino a Renovatio 21. «Cacciari vede le cose esattamente come noi, solo dall’altra parte dello specchio. Per lui l’era dell’Anticristo è un’era di trasformazione, è veramente la prospettiva gnostica di ribaltamento. Ma allo specchio puoi comunque riconoscere tutti gli elementi». Non ero sicuro di aver capito fino in fondo l’idea del religioso.

 

Ricordavo un vecchio articolo di Antonio Socci letto nel 2007, in piena era del papa filosofo Ratzinger, dove l’antropologa studiosa di movimenti esoterici Cecilia Gatto Trocchi veniva virgolettata dicendo «Massimo Cacciari aderisce appassionatamente alla tesi fondamentale del pensiero gnostico». «Nel sito dell’Azione Cattolica, un lungo e argomentato articolo del 2004 illustra i contenuti pericolosi del pensiero di Cacciari che circolano acriticamente nelle sacrestie. Torna l’accento sullo “gnosticismo”, l’antico nemico della Chiesa, l’origine di tutte le eresie anticristiane, soprattutto per il suo dualismo che finisce per identificare il Bene e il Male, Dio e Satana, in un inaccettabile Uno». (Ho controllato sull’attuale sito dell’Azione Cattolica, non ho trovato niente – i tempi forse sono cambiati tanto, del resto il katechon non c’è più.).

 

Il sacerdote tuttavia mi indica qualcosa di più recente un’intervista a Cacciari uscita l’11 marzo 2013, due giorni prima dell’elezione di Bergoglio.

 

Il professore vola altissimo, parla già della caduta dell’idea di Stato che stiamo vedendo ora in tutta la sua drammaticità.

 

«Cacciari vede le cose esattamente come noi, solo dall’altra parte dello specchio. Per lui l’era dell’Anticristo è un’era di trasformazione, è veramente la prospettiva gnostica di ribaltamento. Ma allo specchio puoi comunque riconoscere tutti gli elementi»

«Ci siamo affacciati al Novecento con una grande crisi: la crisi della forma-Stato. E oggi, che cosa possiamo dire? In questo grande processo di dissoluzione delle forme del potere che frena, le forme del katechon, quelle che connotano la matrice della nostra riflessione teologico-politica, possiamo dire che la Chiesa, che ha avuto una sua dimensione “katecontica”, ce la fa? Ce la fa, intedo, a “tenere ancora”? La decisione di Ratzinger che cosa ci dice?»

 

La virata dalla filosofia della storia più spinta alle cose di Chiesa di stretta attualità è impressionante.

 

«Perché Ratzinger si dimette? Non è un segno o una lucida dichiarazione di impotenza a reggere una funzione katecontica? Ratzinger dice: continuerò a essere sulla croce. Quindi, la dimensione religiosa rimane. Ma la dimensione katecontica? Simbolo della Chiesa era, assieme, Croce e katechon. Davvero, il segno di queste dimissioni, a saperlo vedere in tutta la sua prospettiva è davvero grandioso perché viviamo in un’epoca in cui lo Stato ha già dichiarato la sua crisi e ora tocca alla Chiesa. Ma la Chiesa nella sua dimensione di “potere che frena”. Ratzinger – ne sono convinto – appare consapevole di questo. Continua a essere sulla croce, ma si dimette. Continua a essere Papa in quanto crocefisso».

 

Perché quindi si è dimesso Ratzinger, chiede l’intervistatore.

 

Perché quindi si è dimesso Ratzinger, chiede l’intervistatore. Cacciari risponde: «Perché non riesce più a contenere le potenze anticristiche, anche all’interno della stessa Chiesa»

«Perché non riesce più a contenere le potenze anticristiche, anche all’interno della stessa Chiesa. Come diceva Agostino, gli anticristi sono in noi. Questa decisione fa tutt’uno con la crisi del Politico, del katechon politico, del potere che frena. Questa è una lettura della decisione di Ratzinger, se vogliamo leggerla in tutta la sua serietà» risponde il filosofo.

 

Tornando indietro a quei giorni, in cui un papa misteriosamente abdicava e un altro veniva eletto, possiamo notare tante cose un po’ opache.

 

Il 27 febbraio 2013, giorno in cui il Soglio pontificio diviene sede vacante, il Corriere della Sera pubblicava una recensione del libro di Cacciari sul katechon con citazioni inedite per l’antico giornale della borghesia illuminata, per esempio brani della Demonstratio de Christo et Antichristo di Ippolito (170-235): «Cristo è Re, ma è Re anche l’Anticristo (…) il Salvatore è apparso in forma di uomo, e l’Anticristo ugualmente si mostrerà in sembianze umane (…) Il Salvatore ha fatto della sua santa carne un tempio; l’Anticristo, allo stesso modo, innalzerà il tempio di Gerusalemme costruito in pietra».

 

Il recensore loda le pagine «lucide e terrificanti» che nel libro Cacciari dedica alla Chiesa, poiché, ci informa il Corriere, potrebbe essere vero che «l’iniquità è già in atto». Vengono riportare le parole del veneziano: «La Chiesa non può fingere eterna durata».

 

L’articolista, sullo slancio della recensione entusiastica del libro, chiudeva con espressioni davvero impegnative: «la Chiesa non salva. La vera salvezza viene dalla Fede. E dalla Grazia». La Chiesa non salva. È una frase che in quei giorni, improvvisamente, perfino i giornali moderati avevano il potere di fare, finalmente. Certe maschere sembravano cadute. Il libro Il potere che frena è citato nel pezzo del Corsera ancora una volta alla fine: «Il tempo si riassoribirà (…) accolto nel Dio-Luce di Giovanni». Quando si ode parlare di «Dio-Luce», a certuni vengono, forse per banali assonanze, certi pensieri.

 

«Il tempo si riassoribirà (…) accolto nel Dio-Luce di Giovanni»

Poco dopo, sempre in quelle indimenticabili settimane attorno al solstizio di primavera 2013, sempre il primo quotidiano nazionale  riferisce di una conferenza di Cacciari con il Vescovo di Brescia Monsignor Monari, dove il Cacciari torna ad invocare la vertigine apocalittica:

 

«Ma come può un potere tecnico-amministrativo, senza auctoritas, avere la forza di trattenere, contenere l’Anticristo? Come si fa a non vedere che ci stiamo avvicinando a quello scontro finale? A non vedere che ci stiamo avvicinando alla perdita delle potenze catecontiche, capaci di frenare, che sono poi quelle uscite dalla Seconda Guerra Mondiale? Come possiamo non leggere in chiave apocalittica una tragedia come l’Olocausto?».

 

«Non domina invece il segno della rete, che è l’opposto della croce, è il segno dell’Anticristo?»

Cacciari richiama poi l’immagine della croce: «Viviamo ancora in questo segno? In questo incrocio fra la dimensione orizzontale dell’uomo e quella verticale? O non domina invece il segno della rete, che è l’opposto della croce, è il segno dell’Anticristo? Non vi è infatti in esso alcuna verticalità, alcun incrocio fra uomo e Dio, nessuna “divina umanità”. Sotto il segno della rete, alcuni amministrano l’immanente, mentre la Chiesa si occupa del trascendente, come cosa del tutto separata».

 

Questa cosa della rete come simbolo dell’Anticristo è piuttosto forte. Poco prima, ricorderete, in Parlamento era entrato un partito enorme, venuto dal nulla, che della rete aveva fatto il suo feticcio.

 

I cattolici sembrano non aver capito la portata del discorso di Cacciari. Il vescovo bresciano, presente alla conferenza, non trova praticamente niente da da dire: «ascoltare Cacciari mi pare mi aiuti ad essere cristiano fino in fondo, a non esserlo solo a metà, a non secolarizzare la mia fede. Mantenere questa spina nel fianco mi fa bene (…) Spero, insomma, che la profezia di Cacciari ci aiuti a una conversione e non sia invece un destino inevitabile (…) Ho letto il libro di Cacciari con interesse e con fatica».

 

Cacciari parlò a briglia sciolta, sempre allora, anche sul quotidiano Avvenire, che lo intervistò. Con estrema libertà, sul giornale dei vescovi, il filosofo descrive il potere vittorioso dell’Anticristo e il grande tradimento della Chiesa cattolica: «il principale attributo dell’Anticristo, infatti, consiste nell’essere Placidus: le guerre contro di lui si sono concluse con la sua vittoria, nessuna forza più gli si oppone, la prosperità può diffondersi indisturbata. Regna l’ordine, e questa è la fine. A patto, si capisce, che si sia compiuto anche l’altro passo decisivo, e cioè l’apostasia della Chiesa».

 

«Il principale attributo dell’Anticristo, infatti, consiste nell’essere Placidus: le guerre contro di lui si sono concluse con la sua vittoria, nessuna forza più gli si oppone, la prosperità può diffondersi indisturbata. Regna l’ordine, e questa è la fine. A patto, si capisce, che si sia compiuto anche l’altro passo decisivo, e cioè l’apostasia della Chiesa»

Non sono le sole parole inquietanti che abbiamo letto. Nel volumone (700 pagine)filosofico-teologico Dell’inizio, dove le tracce di gnosi paiono essere secondo alcuni consistenti, si parla anche, nelle astrazioni del gergo filosofico-esoterico, della caduta degli angeli ribelli, che secondo il filosofo si situa all’origine di tutte le cose: «la caduta degli Angeli è simultanea alla creazione, la catastrofe celeste è tutt’uno con la katabolé-ktisis per cui qualcosa ek-siste».

 

Anticristo, angeli ribelli… Insomma, un po’ di argomenti, per non seguire Cacciari neanche ora, li abbiamo.

 

Quanto a lui, se vuole farsi il vaccino a doppia, tripla, quarta dose: prego, faccia pure.

 

Del resto, sempre lo stesso lucido sacerdote, ci aveva raccontato cosa potrebbe rappresentare il vaccino: più che il marchio, il filtro magico dell’Anticristo, la base materiale del suo incantesimo, che, sta scritto, ingannerà perfino gli eletti.

 

Forse, arrivati a quell’ora fatale, qualcuno potrà dire che sì, soltanto un’idiota può affermare che i filtri anticristici non sono serviti.

 

Al disegno dell’apocalisse.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

Immagine di Roberto Vicario via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 3.0 Unported (CC BY-SA 3.0); immagine modificata

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Oligarcato

Tutti i Paesi stanno riaprendo, tranne l’Italia. Perché?

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Lo avrete letto, anche qui da noi. Perfino l’Irlanda, perfino la Repubblica Ceca, annunciano, di botto, che le restrizioni pandemiche spariranno, che gli obblighi vaccinali verranno sospesi, etc.

 

La Spagna, un po’ sottotono, si era lanciata ancora giorni fa dicendo di voler trattare il COVID come un’endemia, cioè una malattia ciclicamente inevitabile, come l’influenza.

 

Poi è arrivata la Gran Bretagna, il Paese che più di ogni altro ha sofferto la follia del lockdown, con metà del 2021 passato dai sudditi di sua Maestà ai domiciliari. Avevamo registrato su Renovatio 21 la voglia di sbaraccare già dalla storia dei test PCR, che ora si devono evitare per ordine del governo.

 

Poi è arrivato Boris Johnson a dire che green pass, mascherine, telelavoro sono finiti, perfino è in dubbio l’obbligo vaccinale per i lavoratori sanitari. Tutto cadrà il 24 marzo, a poche ore dal solstizio di primavera. Non è la prima volta che Johnson fa un’inversione a U, ricorderete che due anni fa partì con lo spirito tragico e antico del «preparatevi a perdere i vostri cari»: lo intubarono, sia fisicamente, sia con le previsioni catastrofiche dell’Imperial College, lautamente pagato da Bill Gates, che adesso frequenta stabilmente BoJo.

 

Ora Johnson è nel mezzo di uno scandalo di cospicue dimensioni: sono uscite nel foto del party a Downing Street mentre il resto del Paese era in lockdown totale. Vero: ha chiesto scusa in Parlamento. Tuttavia, c’è pure la questione della figlia neonata, 6 settimane, risultata positiva. Un paio di mesi fa sarebbe stato un dramma internazionale, la prova provata che bisognava richiudere tutto e vaccinare forzatamente chiunque sino alla millesima dose. Invece Johnson procede dritto: apre tutto.

 

Il caso ancora più enigmatico è quello della Francia:  il presidente Macron non più di qualche giorno fa aveva detto di voler «emmerder» (che si traduce «rompere i coglioni», ma che semanticamente contiene l’idea del «riempire di feci») i non vaccinati. Giovedì scorso il primo ministro Castex, che fino a ieri si perdeva nei labirinti dei green pass ferroviari, dichiara urbi et orbi che le restrizioni nelle prossime settimane spariranno.

 

È pacchia: entro la metà di febbraio, quando il governo francese ha dichiarato di aspettarsi il picco dell’ondata Omicron, i locali notturni potranno riaprire e le persone potranno nuovamente mangiare e bere in ambienti come cinema e stadi.

 

Abbiamo capito bene, le discoteche? Eravamo rimasti alla pazzia, riportata da Renovatio 21, per cui le discoteche in Francia venivano chiuse, mentre i club per scambisti no: a dichiarare questa misura in conferenza stampa erano stati lo stesso premier Castex e il suo ministro della Salute Olivier Véran, lo Speranza francese. Anche questo paradosso è un ricordo, che svanisce per sempre. Puff! 

 

Forse è un ordine della Centrale delle Centrali, del manovratore in persona: «basta così, abbiamo già ciò che ci serve»

Addirittura, i ministri francesi giovedì hanno presentato una timeline di riapertura, anche se – nota bene – lasciano non detta la data della fine di divieto di ingresso nei luoghi pubblici per non vaccinati, che parte questo lunedì.

 

«Applicheremo il pass vaccinale per tutto il tempo necessario, ma non più del necessario», ha dichiarato in conferenza stampa il ministro della Salute Véran. Furbetti. Sul perché, più sotto ci arriviamo.

 

Aggiungiamo alla lista, sia pure con modalità differenti, gli USA. Gli obblighi vaccinali federali di Biden sono stati rigettati (con l’eccezione, codarda, dell’obbligo per i sanitari) dalla Corte Suprema degli Stati Uniti. L’arzillo Biden non sembra voler farci sopra una guerra – la guerra, a dire il vero, ora vuole farla alla Russia, magari con le atomiche. L’obbligo riguardava le grandi aziende, che avrebbero dovuto costringere i dipendenti alla siringa sperimentale mRNA. Ebbene, oggi Starbucks, non certo un avamposto della destra trumpiana, ha rinunciato ad obbligare i dipendenti al siero genico. Ha 350 mila dipendenti.

 

Il castello di carte sta crollando, un po’ ovunque. È una demolizione controllata? Parrebbe di sì. Qualcosa è cambiato. Forse una presa di coscienza collettiva da parte di politici e amministratori: la situazione è sfuggita di mano, se continuiamo così casca tutto.

 

O forse è un ordine della Centrale delle Centrali, del manovratore in persona: «basta così, abbiamo già ciò che ci serve».

 

«Abbiamo iniettato sostanze nel corpo di miliardi di persone. Abbiamo capito che con l’emergenza possiamo prenderci tutti i loro diritti, ridurli in schiavitù – e la situazione rimarrà così. Abbiamo ucciso un numero congruo di anziani inutili, abbiamo spaventato a morte gli adulti, abbiamo compromesso per sempre la psiche di un’intera generazione di bambini, abbiamo sottomesso biologicamente e elettronicamente tutta la popolazione».

 

«Abbiamo compreso», dice sempre il padrone del vapore, «che dell’umanità possiamo fare quello che vogliamo, ora infatti la resetteremo, la sfoltiremo, la riprogetteremo. Quindi, adesso, per favore, riaprite un attimo le gabbie. E fateli respirare! Insomma, a tutto c’è un limite, pòre bestie»

«Abbiamo compreso», dice sempre il padrone del vapore, «che dell’umanità possiamo fare quello che vogliamo, ora infatti la resetteremo, la sfoltiremo, la riprogetteremo. Quindi, adesso, per favore, riaprite un attimo le gabbie. E fateli respirare! Insomma, a tutto c’è un limite, pòre bestie».

 

Sì, potrebbe essersi trattato di un attacco di pietà animalista nei nostri confronti da parte del Padrone del Mondo.

 

Fosse così, non si spiegherebbe comunque quello che sta succedendo in Italia. Perché, se è vero che tutto il mondo sta riaprendo, l’Italia va in direzione contraria. Ma perché?

 

Per rispondere, vogliamo ricordarci del 2008. Quando scoppiò la bolla dei subprime, crollarono una quantità di banche europee – in special modo, la catastrofe raggiunse le banche del Land tedeschi, quelle piccole e un po’ oscure, non dissimili dalle nostre vecchie popolari: ebbene, il disastro fece sì che lo Stato germanico tirasse fuori miliardate per salvare i suoi preziosi banchi locali, che, come in Italia, immaginiamo fossero una grande mangiatoia di voti con cui non scherzare.

 

Tutto il sistema bancario tedesco fu salvato con danaro del contribuente. Tanto, tanto danaro. «Hypo Real Estate, Commerzbank e altre grandi banche sono state salvate con massicci iniezione di capitale pubblico. Si calcola che lo Stato ha versato nelle casse degli istituti tedeschi circa 500 miliardi di euro», scriveva nel 2013 Il Sole 24 ore.

 

500 miliardi. Mezzo trilione.

 

Le stesse banche tedesche, e francesi, finirono invischiate nel collasso finanziario della Grecia, dove avevano investito senza tener conto della situazione.

 

È bene a questo punto ricordare che l’Italia, a differenza non solo della Germania, ma anche di tanti altri Paesi dell’Eurozona, non dovette intervenire con denaro pubblico per salvare le banche – al massimo, c’era il circo masso-piddino che ogni tanto buttava lì qualche miliardo per il Monte dei Paschi, ma sono storie diverse, e poi a quelle ci siamo abituati.

 

Il significato di tutto questo: le banche italiane, tutto sommato, sono solide. Gli italiani hanno ancora tanti risparmi messi via – e questo nonostante l’obliterazione delle popolari, peraltro anche quella, sussurra a denti stretti qualcuno, è una storia di subalternità italiana con un ordine partito da Francoforte.

 

Nel 2021 ha visto l’esplosione di un altro crack bancario tedesco. «Ora 50 città temono il collasso… timori su 500 milioni di euro di clienti istituzionali, principalmente Comuni, che potrebbero dover dire ai cittadini di aver perso i loro soldi».

 

Sempre di recente, la disintegrazione della società tecnologico-finanziaria Wirecard, che bloccò carte di credito anche in Italia. I parlamentari di opposizione al Bundestag accusarono l’allora ministro delle finanze, ora cancelliere, Olaf Scholz, che non per niente, vista la quantità di scandali finanziari in cui è incappato nella sua carriera (uscendone sempre miracolosamente indenne), viene chiamato «Scholzomat».

 

Del resto Germania, che fa la morale a tutti, nello scorso secolo ha fatto default tre volte…

 

E poi c’è la storia, più esoterica, dell’oro tedesco di Fort Knox, che dicevano potesse essere sparito: la FED si era rifiutata di mostrarlo ai tedeschi… La situazione negli anni forse si è risolta, Tuttavia ci preme dire che questi problemi l’Italia non li ha avuti, e rimane il terzo Paese al mondo per riserve auree: 2.451,8 tonnellate.

 

Insomma, avete capito dove vogliamo andare a parare.

 

L’Italia, indebolita, divisa, è un tesoro a cielo aperto senza più nessuno che faccia da guardia – né partiti, né sistemi industriali, né militari, nemmeno gruppi criminali seri e motivati, niente

L’Italia, indebolita, divisa, è un tesoro a cielo aperto senza più nessuno che faccia da guardia – né partiti, né sistemi industriali, né militari, nemmeno gruppi criminali seri e motivati, niente.

 

Da papparsi ci sono certo le banche. Ma non solo quelle. Tempo fa si è detto che Bill Gates voleva comprarsi l’hotel più antico di Venezia, il Danieli ma sembra che l’accordo sia sfumato. Tuttavia il pattern è quello: palazzi, pezzi di costa, intere città, potrebbero essere vendute a prezzo di saldo. Lo Stivale come grande outlet.

 

E poi ancora: pensiamo a gioielli industriali come Leonardo-Finmeccanica, che produce tecnologia, anche militare, di altissimo livello, quasi 14 miliardi di fatturato, utile nel 2020 a 243 milioni, 50 mila dipendenti, una produzione pazzesca di elicotteri, cannoni, aerei, satelliti, radar, un portafoglio clienti in 150 Paesi. Il maggior azionista è il MEF: il ministero dell’Economia e delle Finanze. Chi, nel mondo, non vorrebbe mettere le mani sopra ad un simile ben di Dio? Soprattutto, a prezzi di liquidazione – perché questo Paese, lo stata vedendo in real time, si sta liquefacendo.

 

C’è anche Fincantieri. 5 miliardi di fatturato, la produzione di transatlantici, traghetti, yacht, navi mercantili, petroliere, portacontainer,  navi da crociera, piattaforme petrolifere, e poi, soprattutto, navi militari, portaerei, sommergibili. È controllata 71,6% dalla Cassa Depositi e Prestiti.

 

Avete compreso: due aziende di valore immenso, finanziario e strategico. E non sono le uniche. Non ci soffermeremo a parlare di ENI, ENEL, SNAM. Una parte di esse è ancora dello Stato italiano.

 

Abbiamo, in Italia tesori immensi. A partire dal risparmio privato, per il quale anni e anni di tecnocrati hanno cercato di colpevolizzare le famiglie lavoratrici: avete risparmiato perché lo Stato intanto si indebitava… siete voi la causa del debito pubblico… siete colpevoli delle disgrazie del presente, piccoli risparmiatori!

Abbiamo, in Italia tesori immensi. A partire dal risparmio privato, per il quale anni e anni di tecnocrati hanno cercato di colpevolizzare le famiglie lavoratrici e risparmiatrici: avete risparmiato perché lo Stato intanto si indebitava… siete voi la causa del debito pubblico… siete colpevoli delle disgrazie del presente, piccoli risparmiatori! Sarete schiacciate, formichine italiane! Ce lo hanno detto in coro tanti ministri, economisti, tutti magari con un piedino a Bruxelles, a Londra, a Francoforte, a Nuova York. Cioè, da dove partono gli squali.

 

Ora, potremmo essere davanti esattamente a questo fenomeno.

 

Del resto, i personaggi sono gli stessi dell’ultima grande svendita italiana, quando il Paese era, come adesso, sprotetto, dopo che la politica era stata spazzata via dalle inchieste giudiziarie milanesi.

 

Un personaggio, in particolare. Mario Draghi. Quello che, senza voti, senza partito, è premier – con tutti i politici ai suoi piedi. Quello che diventerà forse Presidente della Repubblica. O forse no. È comunque indifferente: il lavoro lo porterà a compimento comunque.

 

Conoscerete la storia del Britannia, lo yacht della Regina Elisabetta, che arrivò il 2 giugno 1992 a Civitavecchia. Un gruppo di grandi player della finanza londinese erano a bordo: l’Italia aveva appena lanciato una serie di privatizzazioni per fare cassa in un momento disperato (erano i giorni, oltre che di Tangentopoli, della strage di Capaci e soprattutto della firma del Trattato di Maastricht).

 

A bordo del panfilo, a presentare la grande occasione dell’Italia in svendita c’era Mario Draghi.

 

«Signore e signori, cari amici, desidero anzitutto congratularmi con l’Ambasciata Britannica e gli Invisibili Britannici per la loro superba ospitalità. Tenere questo incontro su questa nave è di per sé un esempio di privatizzazione di un fantastico bene pubblico» Mario Draghi sul panfilo Britannia, 1992

«Signore e signori, cari amici, desidero anzitutto congratularmi con l’Ambasciata Britannica e gli Invisibili Britannici per la loro superba ospitalità. Tenere questo incontro su questa nave è di per sé un esempio di privatizzazione di un fantastico bene pubblico» esordì il futuro presidente BCE e premier. I British Invisibles erano un gruppo di investitori inglesi, con un nome francamente fichissimo.

 

«Lasciatemi sottolineare ancora che non dobbiamo fare prima le principali riforme e poi le privatizzazioni. Dovremmo realizzarle insieme. Di certo, non possiamo avere le privatizzazioni senza una politica fiscale credibile, che – ne siamo certi – sarà parte di ogni futuro programma di governo, perché l’aderenza al Trattato di Maastricht sarà parte di ogni programma di governo» disse il Draghi sul Britannia, concatenando la questione delle privatizzazioni, cioè delle svendite, con la cieca fede nell’Unione Europea, di cui anni dopo diverrà arconte finanziario nella Torre di Francoforte.

 

Nel 1992 il decreto 333 trasformò in Società per azioni le aziende di Stato IRI, ENI, INA ed ENEL.

 

Il 12 agosto dello stesso anno diventa una Spa anche Ferrovie dello Stato.

 

Nel 1993 venne quindi privatizzato il gruppo SME (che aveva in pancia aziende come Autogrill, Cirio, Supermercati GS e marchi come Pavesi, Motta, Alemagna).

 

Sempre nel 1993, Carlo Azeglio Ciampi (il mentore di Draghi) però la dismissione della quota del Tesoro nei colossi nazionali Banca Commerciale Italiana, Credito italiano, IMI, STET, ENEL, AGIP, INA.

 

E quindi, si tratta di questo? Privatizzazioni? Svendite? Banche? Le grandi aziende semi-statali sopravvissute? Non ci molleranno fino a che qualche squalo – Paese, gruppo d’affari o singolo speculatore che sia – si papperà il boccone? Si tratta solo della solita rapina internazionale al contribuente italiano? Forse no

Nel 2000 l’ENI vendette i suoi immobili al fondo americano Whitehall per una cifra di 3000 miliardi di lire. Whitehall Street International, altro non era che il fondo immobiliare di Goldman Sachs, la grande banca di investimento di Nuova York che il giornalista Matt Taibbi definì con precisione come «un grande calamaro vampiro che avvolge il volto dell’umanità, incastrando incessantemente il suo becco di sangue in tutto ciò che odora di denaro».

 

È proprio in Goldman Sachs che il 28 gennaio 2002 il Draghi è nominato Vice Chairman e Managing Director. Non è il solo euro-burocrate finito poi a Palazzo Chigi a passare per gli uffici della discussa Banca d’affari USA: tra il 2005 e il 2011 ha lavorato per Goldman anche Mario Monti, la cui ascesa governativa del 2011 è sembrata a molti una prova generale di quello che stiamo vivendo nel 2021.

 

E quindi, si tratta di questo? Privatizzazioni? Svendite? Banche? Le grandi aziende semi-statali sopravvissute? Non ci molleranno fino a che qualche squalo – Paese, gruppo d’affari o singolo speculatore che sia – si papperà il boccone? Si tratta solo della solita rapina internazionale al contribuente italiano (stile Soros 1992: al Tesoro c’era sempre l’Obi-wan Kenobi di Draghi, Carlo Azeglio Ciampi)?

 

Forse no. Forse c’è molto di più.

 

L’Italia è il Paese in cui il nuovo sistema biopolitico ha fatto il passo più lungo: quel sistema dove i diritti sono subordinati all’obbedienza dell’individuo, dove il suo movimento è tracciabile, dove la Costituzione è stata quasi dichiarata pubblicamente superata, dove la democrazia si è rovesciata in schiavitù: stiamo parlando del green pass

L’Italia è il Paese in cui il nuovo sistema biopolitico ha fatto il passo più lungo: quel sistema dove i diritti sono subordinati all’obbedienza dell’individuo, dove il suo movimento è tracciabile, dove la Costituzione è stata quasi dichiarata pubblicamente superata, dove la democrazia si è rovesciata in schiavitù: stiamo parlando del green pass.

 

Come abbiamo ripetuto qui diverse volte, il green pass resterà ben oltre la pandemia, tanto che è stato preparato da ben prima di essa: sulla piattaforma del green pass correrà l’euro digitale.

 

Il green pass servirà a controllare che obbediate anche alle prossime emergenze. L’emergenza climatica. L’emergenza fiscale. L’emergenza informatica. L’emergenza inflattiva. L’emergenza energetica. La vostra libertà sarà contenuta nella piattaforma elettronica di cui il vostro telefonino è il terminale: cioè, di cui voi stessi siete i terminali.

 

Non è possibile buttare via una simile ricchezza: la popolazione si è sottomessa a questo censo digitale che limita i suoi diritti costituzionali (e oltre: quelli prepolitici, umani, biologici), la popolazione è schedata – tutta. La popolazione è pronta, sicuramente, ad accettare che nella stessa applicazione vi corra l’euro elettronico – cioè la propria schiavitù economica ed esistenziale più intima.

 

Con esso lo Stato neototalitarista – il Moloch biosecuritario digitale, la nuova realtà di sorveglianza elettronica continua, onnipervadente – sarà completo. Con esso il consorzio umano può essere resettato e riprogrammato a piacere: già lo è. Il Grande Reset è qui, da molti mesi.

 

Non è possibile buttare via una simile ricchezza: la popolazione si è sottomessa a questo censo digitale che limita i suoi diritti costituzionali (e oltre: quelli prepolitici, umani, biologici), la popolazione è schedata – tutta. La popolazione è pronta, sicuramente, ad accettare che nella stessa applicazione vi corra l’euro elettronico – cioè la propria schiavitù economica ed esistenziale più intima

Se vi lamentate per il nuovo DCPM in cui sarebbero inseriti i controlli a tampone su coloro che senza green pass potrebbero andare al supermercato a comperare «beni non essenziali», non avete capito cosa si potrà fare con l’euro digitale: semplicemente, non ve lo faranno acquistare.

 

Il non vaccinato non potrà comprare il quaderno per suo figlio. E non è detto che la birra, o il salmone, siano «beni essenziali». Non lo decidete voi, cosa è essenziale: e vi sarà specificato alla cassa, dove il vostro soldo, per quel prodotto, non funzionerà.

 

Domani, con il denaro digitale – il denaro «programmabile» il diabetico e l’obeso non potranno comperare la Nutella. Il numero di sigarette potrebbe essere contingentato attraverso un limite personale di spesa. L’alcol, pure. Potrebbero decidere che per emergenza – magari per il clima, non più per il virus – non potete più spostarvi, un altro lockdown.

 

Se riuscirete a trovare modo di andare in un’altra città, qui il vostro danaro non funzionerà, perché sarà geolocalizzato.

 

Le multe vi verranno prelevate direttamente dal conto – nel rovesciamento dello Stato di diritto, prima sei condannato, e poi, magari, se hai tempo e danaro, nel caso farai ricorso.

 

E, gran finale, ci sarà il momento in cui, magari su ordine di un algoritmo, il tuo danaro verrà «spento» e basta: perché hai trasgredito (in Cina, con il sistema del credito sociale, basta un commento critico del governo che ti scappa in rete…), perché hai fatto qualcosa che non va (per la salute, per l’ambiente, per il fisco, per la tolleranza verso le minoranze riconosciute ufficialmente), per qualsiasi motivo si inventeranno.

 

Quindi: l’esperimento Italia non può essere buttato così.

 

Possono riaprire tutto, anche lasciare che le persone si infettino (ricorderete le proposte toscane di non sospendere il green pass ai vaccinati positivi…), ma non possono mollare il green pass, che è l’elemento centrale della società del futuro che l’oligarcato sta costruendo: controllo e sottomissione

Possono riaprire tutto, anche lasciare che le persone si infettino (ricorderete le proposte toscane di non sospendere il green pass ai vaccinati positivi…), ma non possono mollare il green pass, che è l’elemento centrale della società del futuro che l’oligarcato sta costruendo: controllo e sottomissione. Costanti, onnipresenti.

 

È per questo motivo che fanno sorridere le parole dei ministri francesi che riportavamo sopra: dicono che riaprono tutto, perfino le discoteche, e proprio nel momento del picco. Ma il pass deve restare.

 

Finché l’Italia non si ribellerà al green pass, nessuna restrizione verrà veramente levata. Del resto, nessuno di voi in questo momento è libero. Né il vaccinato, né il bivaccinato, il trivaccinato, il guarito, l’esentato (rara avis). Nessuno lo è, perché la vostra libertà, che si traduce tristemente in un documento elettronico da film distopico, è a tempo determinato.

 

Riapriremo quando avremmo resettato – noi – il sistema

Immaginate di dovervi sposare con qualcuno che vi dice: «ti sposo, ma a giugno ci lasciamo, a meno che non ti sottometti, e fai quello che dico io, magari un’altra sprizza di mRNA nel deltoide, magari qualcos’altro che ti chiederò, e tu dovrai obbedire». La maggior parte delle persone ha accettato questo matrimonio. Lo Stato non è solo vostro sposo, è vostro padre, è vostra madre, è soprattutto, concretamente, vostro socio. Siete entrati in questa relazione tossica, da sottoni disperati, e state continuando, senza vergogna.

 

Del resto vi chiedono una cosa semplice: obbedire. E voi continuate ad obbedire, nella speranza di dimenticarvi di tutto, come un alcolizzato attaccato alla bottiglia. Dimenticate dove siete finiti. Dimenticate che siete diventati degli schiavi, che si è installato un nuovo totalitarismo.

 

«Nessuno è uscito dal totalitarismo continuando ad obbedire» dice Kennedy.

 

Vi diciamo di più. Vi diciamo che dovete mettervela via: bisognerà combattere, e soffrire tantissimo.

 

Riapriremo quando avremmo resettato – noi – il sistema.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

 

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Pensiero

O combattiamo il Marchio Verde, o tutto sarà stato inutile

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Le nuove misure di restrizione già iniziate con il 20 gennaio  – che troveranno più vasta applicazione dal 1º febbraio prossimo – sono l’ennesimo tentativo di stringere un cappio ancor più stretto intorno al collo di chi rifiuta la somministrazione di uno pseudo-farmaco tutt’altro che sicuro e — basta volgere lo sguardo al numero dei cosiddetti «positivi» dell’ultimo periodo — meno che mai efficace. 

 

Questa volta però c’è un passaggio che va oltre e va compreso fino in fondo: di fatto il marchio di certificazione verde viene esteso per poter accedere a qualsiasi tipo di attività, eccetto quelle in cui vengono venduti i famigerati «beni di prima necessità», restando quindi esclusi dall’obbligo di possedere almeno il green pass base i centri in cui vengono venduti generi alimentari e le farmacie.

 

Tuttavia anche qui, come ormai noto dopo la bozza del DPCM che circola da giorni, vi è una novità: in queste attività potrebbero comunque essere effettuati controlli a campione per verificare se eventuali acquirenti non in possesso del marchio verde abbiano acquistato davvero solo «beni di prima necessità». 

 

Capite, no, cosa vuol dire? Che se voi, sprovvisti di marchio verde, andate il supermercato in cui all’interno di una corsia o di un piccolo negozio a parte sono presenti dei pantaloni o delle pantofole e le comprate, qualcuno potrebbe  aprirvi la busta della spesa e scoprire che voi, criminali, state acquistando qualcosa che non potete acquistare perché non è, secondo lo Stato, un «bene di prima necessità».

 

Mettetevelo bene in testa: non siete più voi cittadini, acquirenti, che decidete cosa è per voi necessario acquistare, ma è lo Stato che decide per voi cosa potete o non potete comprare senza il marchio

Perché, mettetevelo bene in testa, non siete più voi cittadini, acquirenti, che decidete cosa è per voi necessario acquistare, ma è lo Stato che decide per voi cosa potete o non potete comprare senza il marchio. 

 

Ora, con il sorriso interiore che ci permette di tollerare il grado di follia a cui siamo giunti, dobbiamo però anche renderci conto di quanto grave sia la situazione. Non dobbiamo, tutto sommato, smettere di stupirci. Dobbiamo invece mantenere quel senso di disgusto, di disagio, di sconvolgimento dinanzi a questo panorama di pazzia in crescendo. 

 

Epperò con la schiena dritta e mai piegati alla paura. Perché è quella la loro unica arma: la paura, il costrutto di tutta questa pomposa scenografia. 

 

Quella la loro unica arma: la paura, il costrutto di tutta questa pomposa scenografia

Davanti a questo folle scenario dobbiamo quindi trovare gli strumenti per reagire. Vale a dire, anzi, lo strumento: ovvero il rifiuto totale di sottometterci alla logica del «green pass», in tutte le sue funzioni e modalità.

 

Senza voler giudicare i singoli casi o le scelte di ciascuno, in linea generale dobbiamo però arrivare a capire da quale parte vogliamo stare. Se da quella dei finti resistenti, o da quella di chi resiste davvero e vuole scandagliare il sistema rovesciandolo in tutto e per tutto. 

 

Dico questo perché nell’ultimo periodo ho visto troppe persone, troppi amici, arrivare a gioire, a saltare come pazzi per aver ricevuto la notizia di essere positivi al tampone così da ottenere poi, di conseguenza, il green pass da guarigione, scaricandolo ed usufruendone per poter lavorare e per poter tornare ad una «vita normale». 

 

Non vi rendete conto che è proprio accettando quel marchio di cui un giorno si dovrà rendere conto che firmate la vostra condanna ad essere segnati come schiavi

Potete farlo, cari amici, potete gioire e addirittura definirla una «Grazia del Cielo» (ho sentito dire anche questo) ma non abbiate poi il coraggio di dirmi che voi avete resistito, che voi avete combattuto per liberarvi dalle catene di questa realtà distopica che stiamo vivendo qui e ora. 

 

Se pensate davvero che resistere alla vaccinazione vi basti per sapervi liberi per il presente e per il futuro vostro e dei vostri figli, non vi rendete conto che il boccone avvelenato che pensate di aver evitato è persino meno peggio del grande boccone che vi rallegrate di aver ottenuto per proseguire la vostra quotidianità, per essere economicamente tranquilli ancora per un po’.

 

E, invece, non vi rendete conto che è proprio accettando quel marchio di cui un giorno si dovrà rendere conto che firmate la vostra condanna ad essere segnati come schiavi. 

 

Questo sforzo, adesso, questa scelta, questo sacrificio, saranno ciò che germoglierà domani. Dobbiamo essere il «buon seme» che resiste, che non si piega alle logiche e alle pene che stanno comminando contro di noi

Quello, è il nostro vero nemico. Quel QR code è il mezzo per il quale ci controlleranno oggi per dominarci domani, e per regnare su di noi per sempre. 

 

Scaricare soddisfatti green pass da tamponi, perfino gioire per aver contratto il virus è qualcosa di sciocco e puerile per qualcuno che dice di voler resistere al sistema.

 

Riconosciamo il vero avversario e combattiamolo non sottomettendoci al diktat dell’’infamia, anche se costa sacrificio, anche se costa paura. È comprensibile averne, è comprensibile che ora qualcuno mi stia dicendo, leggendomi, «e ma tu la fai facile».

 

In realtà no, non la faccio affatto facile perché questa battaglia l’ho fatta, la sto facendo e non senza pagarne conseguenze di ogni tipo, specie sul piano psico-fisico. Nulla è facile, e meno che mai può sembrarlo ora.

 

Saremo noi, se vorremo, con la nostra solida volontà e con l’aiuto del Cielo, a veder presto rovesciati i potenti dai loro troni mentre Dio innalzerà nuovamente gli umili

Tuttavia questo sforzo, adesso, questa scelta, questo sacrificio, saranno ciò che germoglierà domani. Dobbiamo essere il «buon seme» che resiste, che non si piega alle logiche e alle pene che stanno comminando contro di noi.

 

Con quella paura che comprensibilmente ci attornia adesso, ma con quella fermezza, con quella rettitudine e con quel coraggio che compete ai veri uomini liberi, saremo noi a far tremare chi ci avversa. 

 

Saremo noi, se vorremo, con la nostra solida volontà e con l’aiuto del Cielo, a veder presto rovesciati i potenti dai loro troni mentre Dio innalzerà nuovamente gli umili.  

 

Cristiano Lugli 

 

 

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