Connettiti con Renovato 21

Storia

Rio 1904, la Rivolta dei vaccini

Pubblicato

il

 

 

Tra il 10 e il 16 novembre 1904 nella città di Rio de Janeiro, allora capitale del Brasile, vi fu una rivolta spaventosa. La causa di questa rivolta fu un tema che oggi, 117 anni dopo, pare ancora caldissimo: l’obbligo vaccinale.

 

Il governo infatti aveva passato una legge che imponeva la vaccinazione contro il vaiolo.

 

Nel giugno 1904, il governo presentò una proposta di legge che rendeva obbligatoria la vaccinazione della popolazione. La legge generò  accesi dibattiti tra legislatori e popolazione e, nonostante una forte campagna di opposizione, fu approvata il 31 ottobre.

 

L’innesco della rivolta fu la pubblicazione di un progetto per regolare l’applicazione del vaccino obbligatorio sul quotidiano A Notícia , il 9 gennaio 1904.

 

Il progetto rivelato dal giornale  richiedeva una prova di avvenuta  vaccinazione per l’iscrizione nelle scuole, per ottenere lavoro, per effettuare viaggi, per aver alloggio e anche per i matrimoni.

 

Il progetto prevedeva inoltre  il pagamento di multe per chi si opponeva alla vaccinazione.

 

Quando la proposta è trapelò alla stampa, la gente indignata iniziò  una serie di conflitti e manifestazioni che è durata circa una settimana. Le proteste iniziarono ben presto a dirigersi contro  i servizi pubblici in generale e verso i rappresentanti del governo, e contro la repressione delle forze dell’ordine. I disordini sfociarono addirittura in un tentato colpo di Stato da parte dei militari.

 

Il caos cessò solo quando il 16 novembre fu decretato lo stato d’assedio e la sospensione della vaccinazione obbligatoria.

 

Il bilancio finale fu di 945 persone arrestate a Ilha das Cobras, 30 morti, 110 feriti e 461 deportati nello stato di Acri.

 

Questa è la storia di quella che si ricorda come la Revolta da Vacina. La rivolta dei vaccini.

 

Innesco della rivolta

All’origine della rivolta vi fu la figura di un medico, Oswaldo Cruz. Di Cruz non è nota l’aderenza alla massoneria, che però permeava l’intera élite politico-economica brasiliana, lasciando simboli visibili perfino nei palazzi. Il Cruz era responsabile dei servizi igienico-sanitari della città, e aveva assunto la Direzione Generale della Sanità Pubblica (DGSP) con l’intenzione di combattere la febbre gialla, il vaiolo e la peste bubbonica.

 

A tal fine, ha chiesto al presidente Rodrigues Alves la più completa libertà di azione, oltre alle risorse per l’applicazione delle sue misure. Cruz così ottenne che il DGSP potesse invadere, ispezionare, ispezionare e demolire case ed edifici, oltre a disporre di un tribunale  speciale, dotato di un giudice appositamente nominato per risolvere i problemi e abbattere la resistenza.

 

Oswaldo Cruz

 

Cruz aveva in pratica messo in piedi una vera iatrarchia, una tirannia sanitaria in piena regola.

 

Le azioni del DGSP non furono mai ben accolte dalla popolazione, in particolare dai proprietari di stanze e condomini ritenuti insalubri, costretti a ristrutturarli o demolirli, e dagli inquilini costretti a ricevere operatori sanitari, a lasciare le case per la disinfezione, o addirittura ad abbandonare l’abitazione condannata alla demolizione.

 

 

Nel frattempo, i parlamentari eletti lavoravano ad un disegno di legge che rendesse obbligatorio il vaccino contro il vaiolo su tutto il territorio nazionale.

 

Il progetto di legge fu presentato il 29 giugno 1904 dal senatore Manuel José Duarte, e fu approvato con 11 voti contrari il 20 luglio, per entrare alla Camera il 18 agosto ed essere approvato a larga maggioranza alla fine di ottobre, diventando legge il 31 dello stesso mese.

 

 

L’idea di un obbligo vaccinale totale mostrò l’immenso gap tra i legislatori e la popolazione. Mentre i legislatori governativi sostenevano che la vaccinazione fosse di innegabile ed essenziale interesse per la salute pubblica, gli oppositori ritenevano che le modalità di applicazione del decreto vaccinale fossero truculente, e che i sieri e, soprattutto, i loro applicatori, fossero inaffidabili. Una situazione davvero non dissimile a quella odierna.

 

Durante la discussione delle legge vennero state inviate al Congresso diverse liste di firme contrarie all’obbligo. Due di questi sono stati organizzati dal Centro das Classes Operárias.

 

Un altro elenco comprendeva 78 soldati, per lo più allievi della scuola militare di Praia Vermelha. In tutto vennero aggiunte 15mila firme contro il progetto.

 

Dopo l’approvazione del disegno di legge, il 5 novembresi costituì la Lega contro il vaccino obbligatorio, in una riunione al Centro das Classes Operárias alla quale parteciparono duemila persone.

 

Qui si registrò grande irritazione popolare per le azioni del governo nel campo della sanità pubblica: ancora prima che i vaccini, l’invasione delle case, la richiesta di allontanamento dei residenti per la disinfezione e i danni causati agli utensili domestici furono  più volte citati come motivo di denunce.

 

C’era soprattutto il timore in relazione al vaccino stesso. Oltre alle preoccupazioni per la sicurezza, si espose l’idea che la campagna di vaccinazione prevedeva l’invasione della casa e ll’offesa all’onore dei capofamiglia assenti, in quanto si costringeva le figlie e la moglie a spogliarsi davanti a sconosciuti per l’applicazione del vaccino.

 

Le prime scintille 

Il 9 novembre 1904 fu pubblicato sul quotidiano A Notícia (Rio de Janeiro) un piano per regolare l’applicazione del vaccino obbligatorio.

 

Il progetto offriva l’opzione della vaccinazione da parte di un medico privato, ma il certificato avrebbe dovuto essere autenticato da un notaio.

 

Inoltre, erano previste multe per i refrattari e sarebbe richiesto un certificato di vaccinazione per l’iscrizione nelle scuole, l’accesso ai lavori pubblici, l’impiego nelle fabbriche, l’alloggio in alberghi, i viaggi, il matrimonio e, persino, il voto.

 

In pratica, l’intera vita civile del cittadino era sottomessa al vaccino.

 

La reazione fu immediata. Il 10 novembre, grandi raduni hanno occupato Rua do Ouvidor, Praça Tiradentes e Largo de São Francisco de Paula, dove oratori provenienti dal popolo comiziarono  contro la legge e la regolamentazione del vaccino.

 

I disordini iniziarono intorno alle sei del pomeriggio, quando un gruppo di studenti cominciò una manifestazione in Largo de São Francisco, dove si trovava la Scuola Politecnica. Gli studenti, probabilmente non estranei a certe usanze goliardiche, si produssero in cori umoristici e in rima.

 

Il gruppo camminò lungo Rua do Ouvidor, dove l’oratore, lo studente Jayme Cohen, predicava la resistenza ai vaccini.

 

Un capo della polizia ordinò quindi a Cohen di andare alla stazione di polizia. Qui vi fu la reazione popolare contro l’arresto.

 

Il gruppo, giunto a piazza Tiradentes, si trovò faccia a faccia con le piazze della cavalleria della polizia, scoppiando in fischi e grida: «Abbasso il vaccino!».

 

Partì quindi uno scontro con le forze di polizia per tentare di liberare il prigioniero. Vennero arrestate quindici persone, tra cui cinque studenti e due dipendenti pubblici.

 

Alle 19:30 la situazione tornò alla normalità, con la polizia rimasta di guardia a Praça Tiradentes.

 

L’indomani, 11 novembre, i manifestanti si radunarono nuovamente  in Largo de São Francisco, convocati dalla Liga Contra a Vacina Obbligatoria. Poiché i leader della Lega non partecipavano, gli oratori popolari fecero discorsi improvvisati.

 

Le autorità di polizia ricevettero l’ordine di intervenire e, avvicinandosi alla manifestazione, furono oggetto di fischi e provocazioni.

 

Quando la polizia cercò di eseguire gli arresti, scoppiarono gli scontri. I manifestanti usarono le macerie della riqualificazione urbana in corso e armandosi di oggetti di metallo, bastoni e pietre.

 

Ci fu allora la repressione della polizia da parte della polizia tra Piazza Tiradentes e Largo do Rosário. Diciotto persone furono state arrestate per uso di armi proibite.

 

Il 12 novembre ebbe luogo un altro incontro per discutere e approvare le basi della Lega. L’incontro era previsto per le otto di sera, presso la sede del Centro das Classes Operárias in Rua do Espírito Santo, vicino a Praça Tiradentes. Dalle cinque del pomeriggio, i manifestanti cominciarono a radunarsi nel Largo de São Francisco.

 

Un gruppo di ragazzi lavoratori diede il via giocosamente le manifestazioni. Montati su pezzi di legno prelevati dai cantieri, iniziarono a rappresentare gli eventi del giorno prima, simulando il pestaggio della popolazione da parte della cavalleria della polizia.

 

Secondo i giornali dell’epoca, all’incontro erano presenti circa quattromila persone di tutte le classi sociali, tra mercanti, operai, giovani militari e studenti. Nonostante la presenza di qualche leader con aspirazioni politiche, Il movimento aveva davvero un carattere dispersivo e spontaneo.

 

Alla fine dell’incontro, la folla marciò verso Rua do Ouvidor, dove acclamò il giornale Correio da Manhã, che lì aveva la sua sede, fischiando i giornali governativi (un’altra scena vista di recente).

 

Quindi, un gruppo dei contestatori si diresse verso Palácio do Catete , passando per Lapa e Glória. Lungo la strada, fischiò il ministro della Guerra, applaudì il 9° reggimento di cavalleria dell’esercito, fischiò e sparò contro la carrozza del comandante della brigata di polizia, generale Piragibe. Il palazzo era pesantemente sorvegliato.

 

La folla si voltò e tornò al centro. A Lapa, i manifestanti hanno nuovamente sparato contro la carrozza di Piragibe, che, revolver in mano, ordinò alle truppe di caricarli. Durante la giornata si vociferava che la casa del ministro della Giustizia fosse fatto oggetto di sassaiola, ma non era vero.

 

Tuttavia, la sua casa era sorvegliata dalla polizia, così come quella di Oswaldo Cruz. Ben presto, l’esercito entrò pronto e soldati di cavalleria e di fanteria furono inviati a guardia del quartiere Catete.

 

 

Guerriglia e tentato golpe

Domenica 13 novembre  il conflitto si era diffuso e assumeva un carattere più violento.

 

Un avviso nel Correio da Manhã del giorno prima aveva invitato la gente ad aspettare in Praça Tiradentes, dove si trovava il Ministero della Giustizia, i risultati della commissione che avrebbe esaminato il progetto di regolamentazione del vaccino.

 

Sempre durante l’incontro, alle due del pomeriggio, la carrozza del capo della polizia Cardoso de Castro arrivata sul posto fu oggetto di sassaiola.

 

Quando la polizia caricò la folla ed è scoppiato il conflitto. Gradualmente, i disordini si diffusero nelle strade adiacenti.

 

I tram furono attaccati, ribaltati e bruciati. I combustori a gas furono rotti e i cavi dell’illuminazione elettrica in Avenida Central vennero tagliati.

Tram ribaltato dalla popolazione in Praça da República durante la rivolta dei vaccini

 

Furono erette barricate su viale Passos e nelle strade adiacenti. In vua Senador Dantas, gli alberi appena piantati sono stati sradicati. A São Jorge, le prostitute scesero in strada e affrontarono la polizia: una di lorofu ferita al viso.

 

Vi furono attacchi alle stazioni di polizia e alla caserma di cavalleria a Frei Caneca, oltre che attacchi alle aziende del gas e il tram.

 

I conflitti si diffusero, raggiungendo Praça Onze , Tijuca , Gamboa , Saúde , Prainha , Botafogo , Laranjeiras , Catumbi, Rio Comprido e Engenho Novo.

 

Le autorità persero il controllo della regione centrale e dei quartieri periferici. A Saúde e Gamboa, le forze dell’ordine furono espulse dai residenti. 

 

Gli scontri continuarono di notte, con la città in parte al buio a causa delle lampade rotte. Vi furono sparatorie e venne arrestato il proprietario di un magazzino in Rua do Hospício, accusato di aver fornito kerosene ai manifestanti per bruciare i tram. Alla fine della notte, la Companhia Carris Urbanos aveva subito la distruzione di 22 tram, mentre la compagnia del gas riferiva che più di 100 combustori erano stati danneggiati e più di 700 erano stati resi inutili. Alla fine del conflitto, diverse persone e dodici poliziotti rimasero ferite; e vi fu almeno un morto.

 

L’Esercito e la Marina iniziarono a presidiare edifici e luoghi strategici. In una scena piuttosto controintuitiva, anche quando si fecero avanti per disperdere i manifestanti, le truppe dell’esercito sono state accolte da un forte applauso dai manifestanti. La situazione non pare diversa agli applausi che in alcune situazioni i manifestanti contro la dittatura sanitaria hanno riservato ai poliziotti, specie quando questi si producono nel gesto di togliersi il casco.

 

All’alba del 14 novembre, le sommosse ripresero. Durante il giorno, tendeva a concentrarsi in due roccaforti, una nel quartiere di Sacramento, vicino a piazza Tiradentes, via São Jorge, Sacramento, Regente, Conceição, Senhor dos Passos e Passos; e l’altro in Saúde, che si estende a Gamboa e Cidade Nova.

 

Durante la notte, duecento uomini tentarono di rapinare la 3a stazione di polizia urbana in Rua da Saúde, nelle vicinanze; la 2a stazione di polizia, in Rua Estreita de São Joaquim, fu presa dai manifestanti e poco dopo è stata abbandonata dall’arrivo delle truppe dell’esercito.

 

A Saúde si ebbero sparatorie tutto il giorno. Di notte, sempre a Saúde, grandi gruppi si radunarono e iniziarono a rompere i combustori, distruggere le linee telefoniche e erigere barricate. Le forze di polizia dovettero essere ritirate e sostituite da un contingente di 150 soldati della Marina.

 

Barricata eretta nel quartiere Saúde

 

In Rua do Regente ci fu un intenso conflitto tra manifestanti e cavalleria, provocando tre morti. A Prainha, il traghetto proveniente da Petrópolis fu  attaccato da un gruppo di oltre duemila persone, che perquisirono la stazione senza disturbare i passeggeri. Sul viale centrale, i vagoni dei Lavori Pubblici vennero ribaltati.

 

A Visconde de Itaúna ci fu uno scontro a fuoco tra guardie civili e soldati dell’esercito, comandati dal tenente Varela, del 22° battaglione di fanteria. I soldati arrestarono e ferirono alcune guardie sotto l’acclamazione dei manifestanti.

 

Nel corso della giornata i bollettini diffusi dal capo della polizia chiedevano alla «popolazione pacifica» di ritirarsi nelle proprie abitazioni affinché i «disturbi» potessero essere trattati con «il massimo rigore».

 

In vista della generalizzazione del conflitto e per intese tra i ministri della Giustizia, della Marina e dell’Esercito, la città fu divisa in tre zone di polizia, con l’intera costa di competenza della Marina, dell’Esercito e della parte settentrionale di Passos Avenue, tra cui São Cristóvão e Vila Isabel; e alla polizia la parte meridionale di Passos Avenue.

 

Il 38° battaglione di fanteria dell’esercito si chiamava Niterói. Treni partiti per raccogliere il 12° Battaglione di Lorena, a San Paolo, e il 28° Battaglione di São João del-Rei , Minas Gerais.

 

Allo stesso tempo, il militare Lauro Sodré e altri soldati stavano tramando un colpo di Stato. In un primo momento, il golpe era stato programmato per la notte del 17 ottobre 1904, data del compleanno di Lauro Sodré, al quale sarebbe passata la presidenza. La denuncia della congiura da parte della stampa costrinse però i ribelli a rimandare i loro piani.

 

La caricatura di Angelo Agostini, pubblicata su O Malho, mostra il generale Silvestre Travassos, uno dei cospiratori della Scuola Militare di Praia Vermelha, ferito a morte mentre i soldati in rivolta fuggono, e il generale Piragibe, comandante della Brigata di Polizia, alla guida delle forze ufficiali

 

Il colpo di stato fu inizialmente previsto per la parata militare del 15 novembre. Sarebbe toccato al generale Silvestre Travassos, uno dei capi del complotto, comandare le truppe in parata. Egli avrebbe quindi incitato le truppe a ribellarsi, e avendo l’adesione degli ufficiali già in mano, avrebbe imposto il consenso dei tentennanti e disarmato i refrattari. La rivolta dei vaccini, tuttavia, causò la sospensione della sfilata.

 

Così, il 14 novembre , si tenne una riunione al Clube Militar, alla quale parteciparono Lauro Sodré, Travassos, il maggiore Gomes de Castro, il deputato Varela, Vicente de Souza e Pinto de Andrade. Il ministro della Guerra prese atto dell’incontro e ordinò al presidente del club, il generale  Leite de Castro, di scioglierlo. Mentre si stava recando, dopo l’incontro, verso il centro della città, Vicente de Souza è stato arrestato in Rua do Passeio.

 

In serata una parte del gruppo che aveva partecipato all’incontro si recò alla Scuola Preparatoria e Tattica di Realengo cercando di sobillarla. La reazione del comandante, il generale Hermes da Fonseca, vanificò il piano e il maggiore Gomes de Castro e Pinto de Andrade furono arrestati.

 

L’altro gruppo, composto da Lauro Sodré, Travassos e Varela, ottenne l’appoggio della Scuola Militare Praia Vermelha senza grosse difficoltà.

 

Avvertito, il governo ha concentrato le truppe dell’Esercito, della Marina, della Brigata e dei Vigili del fuoco intorno al Palácio do Catete (allora sede della presidenza della Repubblica) e mandò un contingente ad affrontare la scuola militare ribelle, che si era messa in moto alle dieci con circa trecento cadetti.

 

Le due truppe si scontrarono sparandosi a via Passagem, che era completamente buia a causa delle lampade rotte. Durante la scaramuccia, una parte delle truppe governative si unì ai ribelli, il generale Travassos fu ferito, Lauro Sodré scomparve e, infine, entrambe le parti fuggirono, non sapendo cosa stesse accadendo all’altra.

 

Il generale Piragibe si recò a Catete per annunciare la fuga delle sue truppe, provocando la paura nel governo. Al presidente fu suggerito di ritirarsi su una nave da guerra con sede nella baia e organizzare la resistenza da lì. Il presidente Rodrigues Alves rifiutò  la proposta.

 

Poco dopo, fu  riferito che anche gli studenti si erano ritirati e sono tornati a scuola. La mattina del 15, i cadetti si arresero senza opporre resistenza e furono condotti in prigione.

 

La parte in rivolta subì più vittime, con tre morti e diversi feriti. Tra le truppe governative, trentadue furono feriti.

 

 

La rivolta continua

Le proteste popolari continuarono, iniziando all’alba del 15 e continuando per tutta la giornata. I maggiori focolai di rivolta si concentrarono a Saúde e Sacramento. Nella prima, dall’alto di una trincea, davanti al colle Mortona, sventolava una bandiera rossa.

 

In prossimità della seconda, su Rua Frei Caneca, fu realizzata una grande trincea. Circa 600 lavoratori delle fabbriche di tessuti Corcovado e Carioca e della fabbrica di calze São Carlos, tutti nell’Orto Botanico, eressero barricate e attaccarono la 19a Polizia Urbana, urlando contro il governo e la polizia.

 

Un caporale della guardia fuo ucciso e anche le tre fabbriche sono state attaccate e le finestre sono state rotte. Sono continuati gli attacchi alle stazioni di polizia, al gasometro, alle armi da fuoco e persino a un’impresa di pompe funebri a Frei Caneca. Vi furono  disordini a Meier, lo stesso giorno arrivarono battaglioni militari dal Minas Gerais e da São Paulo. Anche due battaglioni della forza pubblica di San Paolo arrivarono sul posto. Il governo dello stato di Rio de Janeiro offrì l’assistenza delle sue forze di polizia. A Saúde, la polizia ha ordinato alla Marina di attaccare i ribelli via mare, mentre le famiglie iniziarono ad evacuare il quartiere, per paura di un possibile bombardamento.

 

Il 16 novembre fu decretato lo stato d’assedio. Le operazioni repressive si sono concentrate nel distretto di Saúde, che il quotidiano governativo O Paiz ha definiva «l’ultima roccaforte dell’anarchismo».

 

Nel centro della città, specialmente nella roccaforte di Sacramento, continuarono le scaramucce tra la popolazione e la polizia, anche se con minore intensità che nei giorni precedenti. L’attrito ha provocato diverse lesioni. Al calar della notte, su Frei Caneca apparvero grandi barricate. Anche a Cidade Nova le azioni sono continuate.

 

Poco prima dell’assalto finale al distretto di Saúde, da effettuarsi via terra dal 7° battaglione di fanteria e via mare dalla corazzata Deodoro , fu arrestato Horário José da Silva, detto Prata Preta .

 

Caricatura di Prata Preta

 

Capoeirista e stivatore, Prata Preta è stato uno dei principali e più temuti capi della rivolta, guidando i manifestanti attraverso le barricate del distretto di Saúde. Prima del suo arresto, uccise un soldato dell’esercito e ferì due poliziotti. Quando venne portato alla stazione di polizia, fu  quasi linciato dai soldati. Dovette essere messo in una camicia di forza e, nonostante ciò, continuò a insultare e minacciare i soldati.

 

Verso le tre del pomeriggio, una truppa sbarcò e fece una prima trincea. La corazzata Deodoro si avvicinava, mentre l’esercito dell’esercito avanzava sul colle Mortona. A questo punto, le trincee erano state completamente abbandonate.

 

Fino al 20 novembre ci furono isolati focolai di rivolta. Il 18 novembre, si è verificata una sparatoria in una cava di Catete, che ha provocato la morte di un civile e due soldati, oltre a 80 arresti.

 

I delegati della polizia iniziarono a perlustrare i territori sotto la loro giurisdizione, arrestando sospetti e coloro che consideravano uomini del disordine, legati o meno alla rivolta che fossero.

 

Il 20 novembre ci fu un gran numero di arresti a Gávea. Il giorno successivo, il numero dei prigionieri su Ilha das Cobra sera già arrivato a 543. Quel giorno, il ministro della Giustizia ricevette la denuncia che “tre pericolosi anarchici” si erano imbarcati per Rio per agitare la classe operaia e ordinò che fossero prese misure per impedire lo sbarco.

 

Come atto finale, il 23 novembre, la polizia effettuò o un grande raid in una favela, mobilitando 180 soldati. Le baracche sulla collina furono spazzate via. Sulla via del ritorno, le truppe perquisirono gli alloggi e hanno arrestato diverse persone.

 

Sull’isola infine si contarono più di 700 prigionieri

 

Conclusione

Lo stesso giorno in cui il governo decretò lo stato d’assedio, la vaccinazione obbligatoria fu sospesa.

 

Spenta la causa scatenante, il movimento iniziò a declinare.

 

L’insurrezione militare, a sua volta, ebbe ripercussioni a Bahia, dove si sollevò una guarnigione che fu prontamente neutralizzata.

 

A Recife, l’agitazione della stampa favorevole alla rivolta provocò alcune innocue marce per la città. A Rio de Janeiro, la scuola Praia Vermelha fu   chiusa ei suoi studenti furono  esiliati nelle regioni di confine e poi licenziati dall’esercito.

 

Tra i civili, solo quattro furono perseguiti: Alfredo Varela, Vicente de Souza, Pinto de Andrade e Arthur Rodrigues.

 

In tutto furono  arrestate 945 persone. Di questi, 461 avevano precedenti penali e furono espulsi. I restanti 481 vennero rilasciati. Sette stranieri furono  espulsi.

 

Le vittime della successiva repressione furono generalmente gli individui più poveri, che avrebbero potuto prendere parte alla rivolta, sebbene la loro partecipazione non fosse sempre dimostrata.

 

I deportati furono stipati nelle navi-carcere e mandati ad Acri, mentre gli altri prigionieri furono mandati nell’isola di Cobras, dove subirono maltrattamenti.

 

Qui concludiamo la storia della Rivolta dei vaccini di Rio nel 1904.

 

Lasciamo al lettore di meditare su quanto la storia abbia ancora da insegnarci.

Pensiero

Albione, la Russia e l’Italia: la guerra allo spirito dal Risorgimento all’Ucraina odierna

Pubblicato

il

Da

 

 

Come noto, alcune delle parole più lucide scritte sull’Italia vennero da Teodoro Dostoevskij, che osservava il farsi di un nuovo Stato sotto la tragedia massonica chiamata Risorgimento.

 

Dostoevskij non era interessato a questioni politiche – quelle, sappiamo, sono gli spiccioli della storia. 

 

Il genio può vedere oltre la storia – e la geografia.

 

Sostanzialmente, nessun altro Europa comprese cosa significavano gli eventi italiani del suo tempo: nessuno, in realtà, voleva leggerne il significato spirituale – e quindi le enormi conseguenze a lungo termine, nella storia e nella metastoria, nella metafisica della civiltà.

 

Perché, quando tocchi lo spirito, che è cosa di Dio, non puoi che aspettarti sconvolgimenti immani. L’Ottocento fu, in pratica, poco più che questo: la lotta totale contro lo Spirito, la sua slatentizzazione storica e politica, con quindi le titaniche conseguenze che dobbiamo aspettarci.

 

 La mia idea è che, alcune di quelle catastrofi conseguenti le stiamo vivendo in questo stesso momento, mentre i cannoni e carri armati cantano nello spazio delle Russie, e forse a breve anche qui…

 

Per capire il mondo bisogna saper leggere l’Italia: è una realtà che vale da qualche migliaio di anni.

 

Scriveva Dostevskij nel suo Diario di uno scrittore:

 

«Per duemila anni l’Italia ha portato in sé un’idea universale capace di riunire il mondo, non una qualunque idea astratta, non la speculazione di una mente di gabinetto, ma un’idea reale, organica, frutto della vita della nazione, frutto della vita del mondo: l’idea dell’unione di tutto il mondo, da principio quella romana antica, poi la papale».

 

«I popoli cresciuti e scomparsi in questi due millenni e mezzo in Italia comprendevano che erano i portatori di un’idea universale, e quando non lo comprendevano, lo sentivano e lo presentivano».

 

«La scienza, l’arte, tutto si rivestiva e penetrava di questo significato mondiale. Ammettiamo pure che questa idea mondiale, alla fine, si era logorata, stremata ed esaurita (Ma è stato proprio così?) ma che cosa è venuto al suo posto, per che cosa possiamo congratularci con l’Italia, che cosa ha ottenuto di meglio dopo la diplomazia del conte di Cavour? È sorto un piccolo regno dì second’ordine, che ha perduto qualsiasi pretesa di valore mondiale, (…) un regno soddisfatto della sua unità, che non significa letteralmente nulla, un’unità meccanica e non spirituale (cioè non l’unita mondiale di una volta) e per di più pieno di debiti non pagati e soprattutto soddisfatto del suo essere un regno di second’ordine. Ecco quel che ne è derivato, ecco la creazione del conte di Cavour!».

 

Sono parole profetiche, e tremende. Nessuno può negare, un secolo e mezzo dopo, la profonda verità di quanto scritto dal genio russo.

 

Esse ricalcavano, in realtà, non solo una verità spirituale, ma anche una profonda questione geopolitica, forse proprio da essa informata.

 

È per lo più sconosciuto ai nostri sussidiari che gli Zar posero, come potevano, una netta opposizione all’idea dell’Unità d’Italia.

 

Il perché non è difficilissimo da trovare: il Risorgimento, la prima «rivoluzione colorata» – diciamo pure «tricolorata» – che il mondo vedrà a raffica sino al Maidan e oltre, era già allora senza ombra di dubbio un’operazione di sovversione con pupari piuttosto evidenti.

 

Il Risorgimento – era il pensiero cattolico d’un tempo – altro non era se non una lunga e costosa operazione anglo-massonica, con qualche aiuto da parte magari degli ebrei di Livorno (luogo interessante, anche per fatti successivi, nonché una delle poche città italiche ad avere un nome anche in inglese, Leghorn), quelli che ospitavano Mazzini.

 

Sì, Mazzini: quello strano «eroe» risorgimentale cui dedicano ancora oggi statue, vie e scuole, celebrato come Garibaldi: tuttavia, sono tutti dimentichi del fatto che mentre l’orecchio mozzato che disse «obbedisco» ebbe tutti gli onori (al punto da essere implicato nel crack della Banca Romana, trappolone bancario popolare ante litteram, con il figlio Ricciotti e il ministro massone 33 grado Antonio Mordini), Mazzini morì in esilio da latitante, nascosto come un boss mafioso, rintanato in una stanzetta convinto di avere ancora il potere di incidere sulla  storia, come un Bin Laden a caso.

 

Sappiamo da dove veniva Mazzini, chi lo curava, lo finanziava, gli elargiva passaporti. Si tratta dello stesso Paese con cui i Savoia, per le guerre dell’unità, fecero quei debiti di cui parla Dostoevskij. Si tratta della Nazione che più aveva da guadagnare con il «Risorgimento». Si tratta del nemico storico della Russia, su ogni piano possibile.

 

Il lettore sa che parliamo di Albione.

 

Bettino Craxi, nei suoi anni, spinse il rifiuto dell’Italia come «portaerei inaffondabile» (di fatto, più o meno per questo lo fecero fuori). Ebbene, l’Italia lo era già nell’Ottocento. Di lì a poco sarebbe stato aperto il canale di Suez, Malta (terra italofona stranamente mai considerata irredente da Mazzini e confratelli) poteva non bastare come approdo per la rotta che avrebbe consolidato per sempre i commerci britannici dalle Indie.

 

Il dominio inglese sull’Italia risorgimentale in nessun caso è più chiaro che in quello di Ernesto Nathan, ebreo di origine inglese, gran maestro del Grande Oriente d’Italia affiliato alla loggia Propaganda, primo sindaco di Roma estraneo all’aristocrazia terriera, quindi segno incarnato della fine dell’epoca papalina, di quell’idea spirituale universale che pure l’ortodosso Dostoevskij non sentiva di poter negare.

 

Nathan era nato a Londra nella famiglia che più tardi ospitò Mazzini, che divenne suo precettore. La madre, l’ebrea pesarese Sara Levi Nathan, fu «finanziatrice e confidente» (così la pudìca enciclopedia online) di Mazzini; le malelingue insinuano di più, parlando di «affinità (…) riscontrabili – c’è chi è pronto a giurarlo, anche nei lineamenti» (Valeria Arnaldi, SPQR, 2014).

 

La figlia di Sara Nathan, Jeanette Nathan, sorella del futuro sindaco di Roma ospitò a Pisa Mazzini in punto di morte. 

 

E mentre inglesi massoni ed altri lottavano per l’Italia unita, la storia registra l’appoggio dello Zar di tutte le Russie al Regno delle Due Sicilie, che pure era concorrente dei russi per l’export del del grano.

 

In un saggio di Eldo Di Gregorio, Le relazioni tra il Regno di Napoli e l’Impero di Russia tra il 1850 e il 1860 nelle carte dell’Archivio dei Borbone (Edizioni Scientifiche Italiane, 2006) analizza la corrispondenza diplomatica. Appare evidente come la Russia considerasse nefando il ruolo dell’Inghilterra e di Lord Palmerston, «fautore di e promotore di tutte le rivoluzioni che accadano nel Continente» (p.114), e si offre quindi di consigliare Napoli contro i falsi rivoluzionari.

 

Di fatto, di queste rivoluzioni continentali («colorate») la Russia ne subì di lì a non troppo tempo una coloratissima, quella dell’Ottobre 1917. Non fu l’ultima: quella a Kiev nel 2004 e 2014 («Euromaidan») non sono dissimili per dinamiche di intersse internazionale.

 

Al tempo dei Borbone minacciati dagli anglomassoni, San Pietroburgo non escluse l’opzione di aiuto militare tramite le proprie navi, ma desiderava prima raggiungere un accordo con la Francia. Lo si evince da una comunicazione di Napoleone III all’ambasciatore dei Savoia a Parigi:

 

«Il Principe Gorčakov [cancelliere dell’Impero Russo dal 1863 al 1883, ndr] mi accusa di favorire la rivoluzione, e dichiara che giammai la Russia sarà nel campo dei rivoluzionari; egli propone un intervento marittimo in favore del Re di Napoli, e annuncia formalmente che mai la Russia permetterà l’annessione della Sicilia al Piemonte» (p.179).

 

L’indecisione militare dei Borbone irritarono i pragmatici Zar: «Non si comprende perché il Real Governo avendo in mano la risposta del Conte Cavour, in cui è detto in nome del Re Vittorio Emanuele che Garibaldi usurpa onninamente il nome di S.M. Sarda e che il Governo Piemontese disapprova tutti gli atti di quel condottiero, non l’abbia immediatamente pubblicata nel Giornale Officiale di Napoli e che la tenga tuttavia celata invece di spargerla per le stampe ed accrescere così gli imbarazzi di Garibaldi e compromettere nel tempo medesimo il Governo Sardo» (p.181).

 

Allora come oggi, lo Zar non le manda a dire, ed esorta all’azione concreta: «si desidera dunque vedere il Real Governo agire con più energia, sia nelle operazioni militari, sia nell’azione politica, procurando di riunire i partigiani della Costituzione Siciliana del 1812…» (p.183)

 

Insomma, c’è questo quadro secolare da mettere insieme: la Russia, che parlava perfino dal cuore di Dostoevskij, non voleva l’Italia unita – cioè l’Italia in guerra con la propria religione, il Cattolicesimo.

 

Londra, invece, voleva fortemente il Grande Reset della penisola: distruggere il Papato, tradito secoli prima ma mai del tutto vinto nemmeno in patria; far contrarre il più esteso e duraturo impero cattolico europeo, l’Austria; preparare il Mediterraneo all’apertura di Suez, pacificando possibili coste di conflitto.

 

Il mediterraneo anglicizzato, alla faccia del granaio d’Europa e del Mar Nero. Il mediterraneo lago inglese, rimasto tale alla faccia di Mussolini.

 

Perché il conflitto tra la Londra e gli Zar andava avanti in ogni ambito possibile.

 

Spesso ci si dimentica dell’epica e spettacolare guerra fredda chiamata «Grande Gioco», una lotta di spie – e di eserciti – in tutto il Centrasia, dall’India Settentrionale a Kabul, Kashgar, Samarcanda… Un passato che è emerso anche a inizio anno con oligarchi kazaki in esilio  – quelli che magari hanno fatto sparire un paio di centoni alla principale banca italiana e che ci siamo visti adesso sui giornaloni italioti tranquillamente liberi di fomentare la rivolta Ad Almaty e Astana…

 

Ora, non è un mistero per nessuno che in queste ore sia Albione il più insopportabile attore geopolitico che spinge verso la guerra con la Russia. Il ruolo di Londra nell’escalation ucraina è stato condannato pubblicamente dall’ex ministro degli Esteri austriaco Karin Kneissl così come dal sincero presidente della Croazia, Zoran Milanovic.

 

Così come per le storie sulle azioni delle forze speciali britanniche SAS – a cui qualcuno vorrebbe attribuire le spericolate operazioni di attacco in elicottero su territorio russo così come l’affondamento delle navi russe – le voci si sprecano. Al momento abbiamo la certezza che in Ucraina stanno lavorando, dichiaratamente, addestratori militari di Londra, sulla carta intenti a insegnare agli ucraini l’uso di missili anti-tank NLAW, gentilmente offerti da sua Maestà per distruggere uomini e mezzi del nemico storico e metafisico di Albione.

 

Se pensiamo all’Ottocento, il paragone non riesce, perché nel disastro rivoluzionario angloide dell’ora presente non c’è più una Francia con cui tentare di accordarsi, né un’Austria – né un papa. Nulla.

 

La realtà è che l’Europa tutta è divenuta una… Giovine Europa. L’idea massonico mazziniano, prima nazionalista e poi euronazionalista, è ipostatizzato nella UE, che quindi verso la Russia non può che avere la medesima postura di Londra: capiamolo, la matrice degli avversari di Mosca, spirituale prima che geopolitica, è la medesima.

 

Questa è, credo, la struttura profonda della crisi attuale.

 

È partita dal rifiuto dello spirito dell’Italia. È continuata con la cancellazione dello spirito dall’Europa: il vecchio continente perde l’anima, la vende. E, con ostinazione, il disastro di queste ore si riflette nella guerra eterna lanciata contro la Russia, dove forse invece l’anima ha ancora importanza.

 

I responsabili sono sempre i soliti. Loro l’anima non ce l’hanno più, programmaticamente. L’hanno venduta, o forse peggio: l’hanno data ad un demone che ha promesso loro, secoli fa, ori e terre lontane, il dominio sui mari e sui cuori innocenti.

 

Capiranno che sono stati ingannati?

 

Capiranno la loro maledizione?

 

Capiranno i secoli di devastazione che hanno inflitto all’umanità?

 

Capiranno che «l’idea dell’unione di tutto il mondo» di cui parla Dostoevskij, non è la loro, ma quella di quello Spirito immortale che, sempre più provocato nell’ira, potrebbe spazzarli via per sempre?

 

 

Roberto Dal Bosco

Continua a leggere

Geopolitica

La vera storia della guerra in Ucraina: parla un ex colonnello di ONU e NATO

Pubblicato

il

Da

Renovatio 21 pubblica la traduzione dal francese dell’articolo intitolato «La situation militaire en Ukraine» su gentile concessione di C2fR.

 

L’autore, Jacques Baud, è un ex colonnello di stato maggiore, ex membro dell’intelligence strategica svizzera, specialista nei Paesi dell’Europa orientale. È stato addestrato nei servizi di intelligence americani e britannici. Era il capo della dottrina per le operazioni di pace delle Nazioni Unite. Esperto delle Nazioni Unite per lo stato di diritto e le istituzioni di sicurezza, ha progettato e guidato il primo servizio di intelligence multidimensionale delle Nazioni Unite in Sudan. Ha lavorato per l’Unione Africana ed è stato responsabile della lotta alla proliferazione delle armi leggere presso la NATO per 5 anni. È stato impegnato in discussioni con i massimi funzionari dell’esercito e dell’Intelligence russa subito dopo la caduta dell’URSS. All’interno della NATO, ha seguito la crisi ucraina del 2014, poi ha partecipato a programmi di assistenza all’Ucraina. È autore di diversi libri su Intelligence, guerra e terrorismo, e in particolare Le Détournement edito da SIGEST, Gouverner par les fake news, L’affaire Navalny, pubblicato da Max Milò. Il suo ultimo libro Poutine, maître du jeu?, Edizioni Max Milo, pubblicato il 16 marzo 2022.

 

Renovatio 21 il mese scorso aveva pubblicato un articolo che riassumeva le tesi di Baud («Il genocidio sostenuto dal governo di Kiev nel Donbass ha scatenato la guerra in Ucraina: parla un ex analista NATO»)

 

Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.

 

 

 

Parte prima: sulla strada della guerra

Per anni, dal Mali all’Afghanistan, ho lavorato per la pace e ho rischiato la vita per essa. Non si tratta quindi di giustificare la guerra, ma di capire cosa ci ha portato ad essa. Noto che gli «esperti» che a turno accendono i televisori analizzano la situazione sulla base di informazioni dubbie, il più delle volte ipotesi trasformate in fatti, e quindi non riusciamo più a capire cosa sta succedendo. È così che crei il panico.

 

Il problema non è tanto chi ha ragione in questo conflitto, ma come i nostri leader prendono le loro decisioni.

 

Proviamo ad esaminare le radici del conflitto.

 

Si comincia con coloro che da otto anni ci parlano di «separatisti» o di «indipendenza» dal Donbass. È sbagliato.

 

I referendum condotti dalle due autoproclamate repubbliche di Donetsk e Luhansk nel maggio 2014 non sono stati referendum di «indipendenza» (независимость), come  sostenevano alcuni giornalisti senza scrupoli, ma di «autodeterminazione» o   «autonomia» (самостоятельность).

 

Il termine «pro-russo» suggerisce che la Russia fosse una parte del conflitto, il che non era il caso, e il termine «di lingua russa» sarebbe stato più onesto. Inoltre, questi referendum sono stati condotti contro il parere di Vladimir Putin.

 

In realtà, queste repubbliche non cercavano di separarsi dall’Ucraina, ma di avere uno statuto di autonomia che garantisse loro l’uso della lingua russa come lingua ufficiale. Perché il primo atto legislativo del nuovo governo conseguente al rovesciamento del presidente Yanukovich è stata l’abolizione, il 23 febbraio 2014, della legge Kivalov-Kolesnichenko del 2012 che ha reso il russo una lingua ufficiale. Un po’ come se i golpisti decidessero che francese e italiano non possano essere più le lingue ufficiali in Svizzera.

 

Questa decisione provoca una tempesta nella popolazione di lingua russa. Ciò ha portato a una feroce repressione contro le regioni di lingua russa (Odessa, Dnepropetrovsk, Kharkov, Lugansk e Donetsk) iniziata nel febbraio 2014 e che ha portato a una militarizzazione della situazione e ad alcuni massacri (a Odessa e Mariupol’, in primis). Alla fine dell’estate 2014 erano rimaste solo le autoproclamate repubbliche di Donetsk e Lugansk.

 

In questa fase, troppo rigido e bloccato in un approccio dottrinario all’arte operativa, il personale ucraino ha subito il nemico senza riuscire ad imporsi.

 

L’esame del corso dei combattimenti nel 2014-2016 nel Donbass mostra che lo stato maggiore ucraino ha applicato sistematicamente e meccanicamente gli stessi schemi operativi.

 

Tuttavia, la guerra condotta dagli autonomisti era allora molto vicina a quella che abbiamo osservato nel Sahel: operazioni molto mobili eseguite con mezzi leggeri. Con un approccio più flessibile e meno dottrinario, i ribelli hanno potuto sfruttare l’inerzia delle forze ucraine per «intrappolarle» ripetutamente.

 

Nel 2014 sono alla NATO, responsabile della lotta alla proliferazione delle armi leggere, e stiamo cercando di rilevare le consegne di armi russe ai ribelli per vedere se Mosca è coinvolta.

 

Le informazioni che riceviamo poi provengono praticamente tutte dai servizi di Intelligence polacchi e non «corrispondono» a quelle dell’OSCE: nonostante le accuse piuttosto grossolane, non si osserva alcuna consegna di armi e materiali militari russi.

 

I ribelli sono armati grazie alle defezioni delle unità ucraine di lingua russa che passano dalla parte dei ribelli. Con il progredire dei fallimenti ucraini, l’intero battaglione di carri armati, artiglieria o antiaerei ingrossa i ranghi degli autonomisti. Questo è ciò che spinge gli ucraini a impegnarsi negli accordi di Minsk.

 

Ma, subito dopo aver firmato gli Accordi di Minsk 1, il presidente ucraino Petro Poroshenko ha lanciato una vasta operazione antiterrorismo (ATO/Антитерористична операція) contro il Donbass.

 

Bis repetita placent: mal consigliati dagli ufficiali della NATO, gli ucraini hanno subito una schiacciante sconfitta a Debaltsevo che li ha costretti a impegnarsi negli accordi di Minsk 2…

 

È essenziale qui ricordare che gli Accordi di Minsk 1 (settembre 2014) e Minsk 2 (febbraio 2015) non prevedevano né la separazione né l’indipendenza delle Repubbliche, ma la loro autonomia nel quadro dell’Ucraina.

 

Chi ha letto gli Accordi (sono molto, molto, molto pochi) troverà che è scritto per intero che lo status delle repubbliche doveva essere negoziato tra Kiev ei rappresentanti delle repubbliche, per una soluzione interna in Ucraina.

 

Questo è il motivo per cui dal 2014 la Russia ne ha chiesto sistematicamente l’applicazione rifiutandosi di partecipare ai negoziati, perché si trattava di una questione interna per l’Ucraina.

 

D’altra parte, gli occidentali – guidati dalla Francia – hanno sistematicamente cercato di sostituire gli accordi di Minsk con il «formato Normandia», che ha messo faccia a faccia russi e ucraini.

 

Tuttavia, ricordiamolo, non c’erano mai truppe russe nel Donbass prima del 23-24 febbraio 2022. Inoltre, gli osservatori dell’OSCE non hanno mai osservato la minima traccia di unità russe operanti nel Donbass. Pertanto, la mappa dell’intelligence statunitense pubblicata dal Washington Post il 3 dicembre 2021 non mostra le truppe russe nel Donbass.

 

Nell’ottobre 2015 Vasyl Hrytsak, direttore del Servizio di sicurezza ucraino (SBU), ha confessato che nel Donbass erano stati osservati solo 56 combattenti russi. È stato anche paragonabile a quello degli svizzeri che combatteranno in Bosnia durante i fine settimana, negli anni ’90, o dei francesi che combatteranno oggi in Ucraina.

 

L’esercito ucraino era allora in uno stato deplorevole.

 

Nell’ottobre 2018, dopo quattro anni di guerra, il procuratore capo militare ucraino Anatoly Matios ha affermato che l’Ucraina aveva perso 2.700 uomini nel Donbass: 891 per malattie, 318 per incidenti stradali, 177 per altri incidenti, 175 per avvelenamento (alcol, droghe), 172 per incuria nell’uso delle armi, 101 per violazione delle norme di sicurezza, 228 per omicidio e 615 per suicidio.

 

L’esercito, infatti, è minato dalla corruzione dei suoi quadri e non gode più dell’appoggio della popolazione.

 

Secondo un rapporto del Ministero dell’Interno del Regno Unito, quando i riservisti sono stati richiamati nel marzo-aprile 2014, il 70% non si è presentato per la prima sessione, l’80% per la seconda, il 90% per la terza e il 95% per la quarta.

 

A ottobre/novembre 2017, il 70% dei chiamanti non si è presentato durante la  campagna di richiamata «Autunno 2017».

 

Questo non include suicidi e diserzioni (spesso a beneficio degli autonomisti) che raggiungono fino al 30% della forza lavoro in zona ATO. I giovani ucraini si rifiutano di andare a combattere nel Donbass e preferiscono l’emigrazione, il che spiega, almeno in parte, il deficit demografico del Paese.

 

Il ministero della Difesa ucraino si è quindi rivolto alla NATO per aiutarla a rendere le sue forze armate più «attraenti». Avendo già lavorato a progetti simili nell’ambito delle Nazioni Unite, mi è stato chiesto dalla NATO di partecipare a un programma volto a ripristinare l’immagine delle forze armate ucraine. Ma è un processo lungo e gli ucraini vogliono andare in fretta.

 

Così, per sopperire alla mancanza di soldati, il governo ucraino ha poi fatto ricorso alle milizie paramilitari. Sono essenzialmente costituiti da mercenari stranieri, spesso attivisti di estrema destra. Secondo Reuters, nel 2020 costituiscono circa il 40% delle forze ucraine e contano circa 102.000 uomini. Sono armati, finanziati e addestrati da Stati Uniti, Gran Bretagna, Canada e Francia. Ci sono più di 19 nazionalità, inclusa la Svizzera.

 

I Paesi occidentali hanno quindi chiaramente creato e sostenuto milizie ucraine di estrema destra.

 

Nell’ottobre 2021 il Jerusalem Post ha lanciato l’allarme denunciando il progetto Centuria. Queste milizie operano nel Donbass dal 2014, con il supporto occidentale.

 

Anche se si può discutere del termine «nazista», resta il fatto che queste milizie sono violente, trasmettono un’ideologia nauseante e sono virulentemente antisemite. Il loro antisemitismo è più culturale che politico, motivo per cui l’aggettivo «nazista» non è proprio appropriato. Il loro odio per l’ebreo deriva dalle grandi carestie degli anni 1920-1930 in Ucraina, risultanti dalla confisca dei raccolti da parte di Stalin per finanziare la modernizzazione dell’Armata Rossa.

 

Tuttavia, questo genocidio – noto in Ucraina come Holodomor – è stato perpetrato dall’NKVD (predecessore del KGB) i cui vertici della leadership erano composti principalmente da ebrei. Per questo, oggi, gli estremisti ucraini chiedono a Israele di scusarsi per i crimini del comunismo, come riporta il Jerusalem Post. Siamo quindi lontani da una «riscrittura della storia» di Vladimir Putin.

 

Queste milizie, provenienti dai gruppi di estrema destra che hanno guidato la rivoluzione Euromaidan nel 2014, sono composte da individui fanatici e brutali.

 

Il più noto di questi è il reggimento Azov, il cui stemma ricorda quello della 2a Panzerdivision SS Das Reich, oggetto di vera venerazione in Ucraina, per aver liberato Kharkov dai sovietici nel 1943, prima di perpetrare il massacro di Oradour-sur-Glane nel 1944, in Francia.

 

Tra le figure famose del reggimento Azov c’era l’oppositore Roman Protassevich, arrestato nel 2021 dalle autorità bielorusse a seguito del caso del volo RyanAir FR4978. Il 23 maggio 2021 si parla del dirottamento deliberato di un aereo di linea da parte di un MiG-29 – con l’accordo di Putin , ovviamente – per arrestare Protassevich, anche se le informazioni allora disponibili non confermano in alcun modo tale scenario.

 

Ma bisogna poi dimostrare che il presidente Lukashenko è un delinquente e Protassevich un «giornalista» innamorato della democrazia. Tuttavia, un’indagine piuttosto edificante prodotta da una ONG americana nel 2020, ha messo in luce le attività militanti di estrema destra di Protassevich. La cospirazione occidentale mette quindi in moto e senza scrupoli mediatici «sposa» la sua biografia.

 

Infine, a gennaio 2022, viene pubblicato il rapporto ICAO che mostra che, nonostante alcuni errori procedurali, la Bielorussia ha agito secondo le regole vigenti e che il MiG-29 è decollato 15 minuti dopo che il pilota RyanAir aveva deciso di atterrare a Minsk. Quindi nessun complotto con la Bielorussia e ancor meno con Putin.

 

Ah!… Ancora un dettaglio: Protassevich, crudelmente torturato dalla polizia bielorussa, è ora libero. Chi volesse corrispondere con lui, può andare sul suo account Twitter.

 

L’etichettatura di «nazista» o «neo-nazista» data ai paramilitari ucraini è considerata propaganda russa. Forse, ma questa non è l’opinione del Times of Israel, del Simon Wiesenthal Center o del Counterterrorism Center dell’Accademia di West Point. Ma questo rimane discutibile, perché, nel 2014, la rivista Newsweek sembrava associarli… allo Stato Islamico. A scelta!

 

Quindi l’Occidente sostiene e continua ad armare le milizie che dal 2014 si sono rese colpevoli di numerosi crimini contro la popolazione civile: stupri, torture e massacri.

 

Ma mentre il governo svizzero è stato molto rapido nell’imporre sanzioni contro la Russia, non ne ha adottate contro l’Ucraina, che massacra la propria popolazione dal 2014.

 

Infatti, coloro che difendono i diritti degli uomini in Ucraina hanno condannato da tempo le azioni di questi gruppi, ma non sono state seguite dai nostri governi. Perché, in realtà, non stiamo cercando di aiutare l’Ucraina, ma di combattere la Russia.

 

L’integrazione di queste forze paramilitari nella Guardia Nazionale non è stata affatto accompagnata da una «denazificazione», come alcuni sostengono.

 

Tra i tanti esempi, edificante quello delle insegne del Reggimento Azov:

 

 

Nel 2022, molto schematicamente, le forze armate ucraine che combattono l’offensiva russa sono così strutturate:

 

– Esercito, subordinato al Ministero della Difesa: è articolato in 3 corpi d’armata e composto da formazioni di manovra (carri armati, artiglieria pesante, missili, ecc.).

 

– Guardia Nazionale, che dipende dal Ministero dell’Interno e si articola in 5 comandi territoriali.

 

La Guardia Nazionale è quindi una forza di difesa territoriale che non fa parte dell’esercito ucraino. Comprende milizie paramilitari, dette «battaglioni volontari» (добровольчі батальйоні), conosciute anche con il nome evocativo di «battaglioni di rappresaglia», composte da fanteria. Principalmente addestrati per il combattimento urbano, ora assicurano la difesa di città come Kharkov, Mariupol, Odessa, Kyiv, etc.

 

 

Parte seconda: la guerra

Ex capo per le forze del Patto di Varsavia nel servizio di Intelligence strategico svizzero, osservo con tristezza – ma non stupore – che i nostri servizi non sono più in grado di comprendere la situazione militare in Ucraina.

 

Gli autoproclamati «esperti» che sfilano sui nostri schermi trasmettono instancabilmente le stesse informazioni modulate dall’affermazione che la Russia – e Vladimir Putin – è irrazionale. Facciamo un passo indietro.

 

Lo scoppio della guerra

Dal novembre 2021, gli americani hanno costantemente brandito la minaccia di un’invasione russa contro l’Ucraina. Tuttavia, gli ucraini non sembrano essere d’accordo. Come mai ?

 

Dobbiamo tornare al 24 marzo 2021. Quel giorno Volodymyr Zelensky ha emesso un decreto per la riconquista della Crimea e ha iniziato a schierare le sue forze verso il sud del Paese.

 

Contemporaneamente, sono state condotte diverse esercitazioni NATO tra il Mar Nero e il Mar Baltico, accompagnate da un aumento significativo dei voli di ricognizione lungo il confine russo. La Russia conduce quindi alcune esercitazioni per testare la prontezza operativa delle sue truppe e dimostrare che sta seguendo l’evolversi della situazione.

 

Le cose si calmano fino a ottobre-novembre con la fine delle esercitazioni ZAPAD 21, i cui movimenti di truppe vengono interpretati come un rinforzo per un’offensiva contro l’Ucraina.

 

Tuttavia, anche le autorità ucraine confutano l’idea dei preparativi russi per una guerra e Oleksiy Reznikov, ministro della Difesa ucraino, dichiara che non ci sono stati cambiamenti al suo confine dalla primavera.

 

In violazione degli accordi di Minsk, l’Ucraina sta conducendo operazioni aeree nel Donbass utilizzando droni, compreso almeno un attacco contro un deposito di carburante a Donetsk nell’ottobre 2021. Lo fa notare la stampa americana, ma non gli europei e nessuno condanna queste violazioni.

 

Nel febbraio 2022, gli eventi precipitano. Il 7 febbraio, durante la sua visita a Mosca, Emmanuel Macron riafferma a Vladimir Putin il suo attaccamento agli Accordi di Minsk, impegno che ripeterà dopo l’ intervista a Volodymyr Zelensky il giorno successivo.

 

Tuttavia l’11 febbraio, a Berlino, dopo 9 ore di lavoro, si conclude, senza risultati concreti , l’incontro dei consiglieri politici dei leader del «Formato Normandia»: ucraini si rifiutano ancora e sempre di applicare gli Accordi di Minsk, apparentemente sotto la pressione degli Stati Uniti. Vladimir Putin nota poi che Macron gli ha fatto vuote promesse e che l’Occidente non è pronto a far rispettare gli Accordi, come fanno da otto anni.

 

Continuano i preparativi ucraini nella zona di contatto. Il parlamento russo è allarmato e il 15 febbraio chiede a Vladimir Putin di riconoscere l’indipendenza delle Repubbliche, cosa che lui rifiuta.

 

Il 17 febbraio, il presidente Joe Biden annuncia che la Russia attaccherà l’Ucraina nei prossimi giorni. Come fa a saperlo? Mistero… Ma dal 16, il bombardamento di artiglieria sulle popolazioni del Donbass è aumentato vertiginosamente, come dimostrano i rapporti quotidiani degli osservatori dell’OSCE.

 

Naturalmente, né i media, né l’Unione Europea, né la NATO, né alcun governo occidentale reagisce e interviene. Si dirà più avanti che questa è disinformazione russa. In effetti, sembra che l’Unione Europea e alcuni paesi abbiano volutamente sorvolato sul massacro del popolo del Donbass, sapendo che avrebbe provocato l’intervento russo.

 

Allo stesso tempo, ci sono segnalazioni di atti di sabotaggio nel Donbass.

 

Il 18 gennaio, i combattenti del Donbass intercettano sabotatori equipaggiati con equipaggiamento occidentale e di lingua polacca che cercano di creare incidenti chimici a Gorlivka.

 

Potrebbero essere mercenari della CIA , guidati o «consigliati» da americani e composti da combattenti ucraini o europei, per compiere azioni di sabotaggio nelle Repubbliche del Donbass.

 

 

 

Infatti, già dal 16 febbraio Joe Biden sa che gli ucraini hanno iniziato a bombardare le popolazioni civili del Donbass, mettendo Vladimir Putin di fronte a una scelta difficile: aiutare militarmente il Donbass e creare un problema internazionale o restare a guardare guarda i russofoni che vengono investiti dal Donbass.

 

Se decide di intervenire, Vladimir Putin può invocare l’obbligo internazionale di «Responsibility To Protect» (R2P). Ma sa che qualunque sia la sua natura o portata, l’intervento scatenerà una pioggia di sanzioni.

 

Pertanto, sia che il suo intervento sia limitato al Donbass o che vada oltre per esercitare pressioni sull’Occidente per lo status dell’Ucraina, il prezzo da pagare sarà lo stesso. Questo è ciò che spiega nel suo discorso del 21 febbraio.

 

Quel giorno acconsentì alla richiesta della Duma e riconobbe l’indipendenza delle due Repubbliche del Donbass e, nel processo, firmò con loro trattati di amicizia e assistenza.

 

Continuarono i bombardamenti dell’artiglieria ucraina sulle popolazioni del Donbass e, il 23 febbraio, le due Repubbliche chiesero aiuti militari alla Russia. Il 24 Vladimir Putin invoca l’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite che prevede la mutua assistenza militare nel quadro di un’alleanza difensiva.

 

Per rendere l’intervento russo totalmente illegale agli occhi del pubblico si oscura deliberatamente il fatto che la guerra sia effettivamente iniziata il 16 febbraio. L’esercito ucraino si preparava ad attaccare il Donbass già nel 2021, come ben sapevano alcuni servizi di intelligence russi ed europei… Giudicheranno gli avvocati.

 

Nel suo discorso del 24 febbraio Vladimir Putin ha dichiarato i due obiettivi della sua operazione: «smilitarizzare» e «denazificare» l’Ucraina. Non si tratta quindi di impadronirsi dell’Ucraina, e nemmeno, con ogni probabilità, di occuparla e non certo di distruggerla.

 

Da lì, la nostra visibilità sull’andamento dell’operazione è limitata: i russi hanno un’ottima sicurezza delle operazioni (OPSEC) e il dettaglio della loro pianificazione non è noto. Ma abbastanza rapidamente, il corso delle operazioni permette di capire come gli obiettivi strategici sono stati tradotti nel piano operativo.

 

– Demilitarizzazione:

  • distruzione al suolo dell’aviazione ucraina, dei sistemi di difesa aerea e delle risorse di ricognizione;
  • neutralizzazione delle strutture di comando e intelligence (C3I), nonché delle principali rotte logistiche nelle profondità del territorio;
  • accerchiamento del grosso dell’esercito ucraino ammassato nel sud-est del paese.

 

– Denazificazione:

  • distruzione o neutralizzazione di battaglioni di volontari operanti nelle città di Odessa, Kharkov e Mariupol, nonché in varie strutture del territorio.

 

 

La «demilitarizzazione»

L’offensiva russa procede in maniera molto «classica».

 

In un primo momento – come avevano fatto gli israeliani nel 1967 – con la distruzione a terra delle forze aeree nelle primissime ore. Assistiamo poi a una progressione simultanea su più assi secondo il principio dell’«acqua che scorre»: avanziamo dove la resistenza è debole e lasciamo le città (molto voraci in truppe) per dopo.

 

A nord, lo stabilimento di Chernobyl viene subito occupato per prevenire atti di sabotaggio. Le immagini dei soldati ucraini e russi che sorvegliano insieme l’impianto non vengono naturalmente mostrate…

 

L’idea che la Russia stia cercando di impossessarsi di Kiev, la capitale, per eliminare Zelensky, viene tipicamente dall’Occidente: questo è quello che hanno fatto in Afghanistan, Iraq, Libia e quello che hanno voluto fare in Siria con l’aiuto dello Stato Islamico.

 

Ma Vladimir Putin non ha mai avuto intenzione di abbattere o rovesciare Zelensky. Al contrario, la Russia cerca di mantenerlo al potere spingendolo a negoziare circondando Kiev. Si era rifiutato di fare finora per applicare gli accordi di Minsk, ma ora i russi vogliono ottenere la neutralità dell’Ucraina.

 

Molti commentatori occidentali si sono meravigliati del fatto che i russi abbiano continuato a cercare una soluzione negoziata mentre conducevano operazioni militari. La spiegazione è nella concezione strategica russa, fin dall’epoca sovietica. Per gli occidentali, la guerra inizia quando cessa la politica.

 

Tuttavia, l’approccio russo segue un’ispirazione clausewitziana: la guerra è la continuità della politica e si può passare fluidamente dall’una all’altra, anche durante il combattimento. Questo crea pressione sull’avversario e lo spinge a negoziare.

 

Da un punto di vista operativo, l’offensiva russa fu un esempio nel suo genere: in sei giorni i russi si impadronirono di un territorio vasto quanto il Regno Unito, con una velocità di avanzamento maggiore di quella che fece la Wehrmacht nel 1940.

 

Il grosso dell’esercito ucraino è stato dispiegato nel sud del Paese per un’importante operazione contro il Donbass. Per questo le forze russe sono riuscite ad accerchiarlo dall’inizio di marzo nel «calderone» tra Slavyansk, Kramatorsk e Severodonetsk, con una spinta proveniente da est via Kharkov e un’altra proveniente da sud dalla Crimea. Le truppe delle Repubbliche di Donetsk (DPR) e Lugansk (RPL) completano l’azione delle forze russe con una spinta da est.

 

In questa fase, le forze russe stanno lentamente stringendo il laccio, ma non sono più sotto pressione. Il loro obiettivo di demilitarizzazione è praticamente raggiunto e le residue forze ucraine non hanno più una struttura di comando operativa e strategica.

 

Il «rallentamento» che i nostri «esperti» attribuiscono alla scarsa logistica è solo la conseguenza del raggiungimento degli obiettivi prefissati. La Russia non sembra voler impegnarsi in un’occupazione dell’intero territorio ucraino. In effetti, sembra piuttosto che la Russia stia cercando di limitare la sua avanzata al confine linguistico del Paese.

 

I nostri media parlano di bombardamenti indiscriminati contro le popolazioni civili, in particolare a Kharkov, e le immagini dantesche vengono trasmesse in loop. Tuttavia, Gonzalo Lira, latinoamericano che vive lì, ci presenta una città tranquilla il 10 marzo e l’ 11 marzo.

 

Certo è una grande città e non puoi vedere tutto, ma questo sembra indicare che non siamo nella guerra totale che ci viene servito continuamente sui nostri schermi.

 

Quanto alle Repubbliche del Donbass, hanno «liberato» i propri territori e stanno combattendo nella città di Mariupol.

 

 

«Denazificazione»

In città come Kharkov, Mariupol e Odessa, la difesa è fornita dalle milizie paramilitari. Sanno che l’obiettivo della «denazificazione» è rivolto principalmente a loro.

 

Per un aggressore in un’area urbanizzata, i civili sono un problema. Per questo la Russia cerca di creare corridoi umanitari per svuotare le città dai civili e lasciare solo le milizie per combatterle più facilmente.

 

Al contrario, queste milizie cercano di trattenere i civili nelle città per dissuadere l’esercito russo dal venire a combattere lì. Per questo sono riluttanti a realizzare questi corridoi e fanno di tutto perché gli sforzi russi siano vani: possono così usare la popolazione civile come «scudi umani».

 

I video che mostrano civili che cercano di lasciare Mariupol e che vengono picchiati dai combattenti del reggimento Azov sono naturalmente censurati con attenzione qui.

 

Su Facebook, il gruppo Azov era considerato nella stessa categoria dello Stato Islamico e soggetto alla «politica di individui e organizzazioni pericolose» della piattaforma. Era quindi vietato glorificarlo e sistematicamente banditi i «post» a lui favorevoli.

 

Tuttavia il 24 febbraio Facebook ha cambiato la sua politica e ha consentito post favorevoli alla milizia. Con lo stesso spirito, a marzo, la piattaforma autorizza, nei paesi dell’ex Europa dell’Est, gli appelli per l’omicidio di soldati e dirigenti russi. Questo per quanto riguarda i valori che ispirano i nostri leader, come vedremo.

 

I nostri media diffondono un’immagine romantica della resistenza popolare.

 

È questa immagine che ha portato l’Unione Europea a finanziare la distribuzione di armi alla popolazione civile. È un atto criminale. Nel mio ruolo di capo della dottrina per le operazioni di mantenimento della pace presso l’ONU, ho lavorato sulla questione della protezione dei civili.

 

Abbiamo poi visto che la violenza contro i civili ha avuto luogo in contesti molto specifici. Soprattutto quando le armi abbondano e non ci sono strutture di comando.

 

Tuttavia, queste strutture di comando sono l’essenza degli eserciti: la loro funzione è quella di incanalare l’uso della forza secondo un obiettivo. Armando i cittadini in modo casuale come avviene attualmente, l’UE li trasforma in combattenti, con le conseguenti conseguenze: potenziali bersagli.

 

Inoltre, senza comando, senza obiettivi operativi, la distribuzione delle armi porta inevitabilmente a regolamento di conti, banditismo e azioni più micidiali che efficaci. La guerra diventa una questione di emozioni.

 

La forza diventa violenza. È quanto accaduto a Tawarga (Libia) dall’11 al 13 agosto 2011, dove 30mila neri africani sono stati massacrati con armi paracadutate (illegalmente) dalla Francia. Inoltre, il British Royal Institute for Strategic Studies(RUSI) non vede alcun valore aggiunto in queste consegne di armi.

 

Inoltre, consegnando armi a un paese in guerra, ci si espone a essere considerati belligeranti. Gli attacchi russi del 13 marzo 2022 contro la base aerea di Mykolaiv seguono gli avvertimenti russi che i trasporti di armi sarebbero stati trattati come obiettivi ostili.

 

L’UE ripete la disastrosa esperienza del Terzo Reich nelle ultime ore della battaglia di Berlino. La guerra dovrebbe essere lasciata ai militari e quando una parte ha perso, dovrebbe essere ammessa. E se deve esserci resistenza, deve essere imperativamente guidata e strutturata. Tuttavia, stiamo facendo esattamente il contrario: stiamo spingendo i cittadini ad andare a combattere e, allo stesso tempo, Facebook sta consentendo inviti all’omicidio di soldati e leader russi. Questo per quanto riguarda i valori che ci ispirano.

 

In alcuni servizi di Intelligence, questa decisione irresponsabile è vista come un modo per usare la popolazione ucraina come carne da cannone per combattere la Russia di Vladimir Putin. Questo tipo di decisione omicida doveva essere lasciata ai colleghi del nonno di Ursula von der Leyen. Sarebbe stato più saggio impegnarsi in negoziati e ottenere così garanzie per le popolazioni civili che aggiungere benzina sul fuoco. È facile essere combattivi con il sangue degli altri…

 

 

Il reparto maternità di Mariupol’

È importante capire in anticipo che non è l’esercito ucraino che assicura la difesa di Mariupol, ma la milizia Azov, composta da mercenari stranieri.

 

Nella sua sintesi della situazione del 7 marzo 2022, la missione russa delle Nazioni Unite a New York afferma che «i residenti riferiscono che le forze armate ucraine hanno espulso il personale dell’ospedale pediatrico n. 1 dalla città di Mariupol e hanno installato una postazione di tiro all’interno dello stabilimento»

 

L’8 marzo, il media indipendente russo Lenta.ru ha pubblicato la testimonianza di civili di Mariupol che hanno affermato che l’ospedalepediatrico è stato preso in consegna dalle milizie del reggimento Azov e ha cacciato gli occupanti civili, minacciandoli con le loro armi. Confermano così le dichiarazioni dell’ambasciatore russo poche ore prima.

 

L’ospedale Mariupol occupa una posizione dominante, perfettamente adeguata per l’installazione di armi anticarro e per l’osservazione.

 

Il 9 marzo, le forze russe hanno colpito l’edificio. Secondo la CNN, ci sono 17 feriti, ma il filmato non mostra vittime nei locali e non ci sono prove che le vittime riportate siano legate a questo colpo.

 

Parliamo di bambini, ma in realtà non vediamo nulla. Può essere vero, ma può essere falso… Il che non impedisce ai leader dell’UE di vederlo come un crimine di guerra … Il che consente a Zelensky, subito dopo, di rivendicare una no-fly zone sull’Ucraina…

 

In realtà, non sappiamo esattamente cosa sia successo. Ma la sequenza degli eventi tende a confermare che le forze russe hanno colpito una posizione del reggimento Azov e che il reparto maternità era allora libero da tutti i civili.

 

Il problema è che le milizie paramilitari che assicurano la difesa delle città sono incoraggiate dalla comunità internazionale a non rispettare i costumi della guerra.

 

Sembra che gli ucraini abbiano rievocato lo scenario dell’ospedale di maternità di Kuwait City nel 199, che era stato completamente allestito dalla ditta Hill & Knowlton per la cifra di 10,7 milioni di dollari per convincere il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ad intervenire in Iraq per l’operazione Desert Shield/Storm.

 

Anche i politici occidentali hanno accettato attacchi contro i civili nel Donbass per otto anni, senza adottare alcuna sanzione contro il governo ucraino.

 

Da tempo siamo entrati in una dinamica in cui i politici occidentali hanno accettato di sacrificare il diritto internazionale al loro obiettivo di indebolire la Russia .

 

 

Parte Terza: conclusioni

Da ex professionista dell’Intelligence, la prima cosa che mi colpisce è la totale assenza dei servizi di Intelligence occidentali nel rappresentare la situazione per un anno.

 

In Svizzera, i servizi sono stati criticati per non aver fornito un quadro corretto della situazione. Sembra infatti che in tutto il mondo occidentale i servizi siano stati sopraffatti dai politici.

 

Il problema è che sono i politici a decidere: il miglior servizio di Intelligence del mondo è inutile se il decisore non lo ascolta. Questo è quello che è successo durante questa crisi.

 

Detto questo, mentre alcuni servizi di Intelligence avevano un’immagine molto precisa e razionale della situazione, altri avevano chiaramente la stessa immagine propagata dai nostri media.

 

In questa crisi, i servizi dei Paesi della «nuova Europa» hanno giocato un ruolo importante. Il problema è che, per esperienza, ho scoperto che erano pessimi sul piano analitico: dottrinari, non hanno l’indipendenza intellettuale e politica necessaria per apprezzare una situazione con una «qualità» militare. È meglio averli come nemici che come amici.

 

Quindi, sembra che in alcuni Paesi europei i politici abbiano deliberatamente ignorato i loro servizi per rispondere ideologicamente alla situazione. Ecco perché questa crisi è stata irrazionale fin dall’inizio. Si osserverà che tutti i documenti che sono stati presentati al pubblico durante questa crisi sono stati presentati dai politici sulla base di fonti commerciali…

 

Alcuni politici occidentali volevano ovviamente che ci fosse un conflitto.

 

Negli Stati Uniti, gli scenari di attacco presentati da Anthony Blinken al Consiglio di sicurezza sono stati solo il frutto della fantasia di un Tiger Team che lavorava per lui : fece esattamente come Donald Rumsfeld nel 2002, che così «aggirava» la CIA e altri servizi segreti servizi che erano molto meno assertivi sulle armi chimiche irachene.

 

Gli sviluppi drammatici a cui stiamo assistendo oggi hanno cause che conoscevamo ma che ci siamo rifiutati di vedere:

 

– a livello strategico, l’allargamento della NATO (di cui qui non ci siamo occupati);

 

– sul piano politico, il rifiuto occidentale di attuare gli accordi di Minsk;

 

– e sul piano operativo, i continui e ripetuti attacchi da anni alle popolazioni civili del Donbass e il drammatico aumento a fine febbraio 2022.

 

In altre parole, possiamo ovviamente deplorare e condannare l’attacco russo. Ma NOI (vale a dire: Stati Uniti, Francia e Unione Europea in testa) abbiamo creato le condizioni per lo scoppio di un conflitto.

 

Mostriamo compassione per il popolo ucraino e per i due milioni di rifugiati. Va bene.

 

Ma se avessimo avuto un minimo di compassione per lo stesso numero di profughi delle popolazioni ucraine del Donbass massacrate dal loro stesso governo e che si accumulano in Russia da otto anni, probabilmente niente di tutto ciò sarebbe accaduto.

 

 

Se il termine «genocidio» si applichi agli abusi subiti dalle popolazioni del Donbass è una questione aperta. Questo termine è generalmente riservato a casi più ampi (Olocausto, ecc.), tuttavia, la definizione data dalla Convenzione sul genocidio è probabilmente abbastanza ampia da poter essere applicata. Gli avvocati apprezzeranno.

 

Chiaramente, questo conflitto ci ha portato all’isteria. Le sanzioni sembrano essere diventate lo strumento privilegiato della nostra politica estera. Se avessimo insistito affinché l’Ucraina rispettasse gli Accordi di Minsk, che abbiamo negoziato e approvato, nulla di tutto ciò sarebbe accaduto.

 

La condanna di Vladimir Putin è anche la nostra. Non ha senso lamentarsi dopo il fatto, dovevamo agire prima. Tuttavia, né Emmanuel Macron (come garante e come membro del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite), né Olaf Scholz, né Volodymyr Zelensky hanno rispettato i loro impegni.

 

In definitiva, la vera sconfitta è quella di chi non ha voce.

 

L’Unione Europea non è stata in grado di promuovere l’attuazione degli accordi di Minsk, anzi, non ha reagito quando l’Ucraina ha bombardato la propria popolazione nel Donbass.

 

Se lo avesse fatto, Vladimir Putin non avrebbe avuto bisogno di reagire. Assente dalla fase diplomatica, l’UE si è distinta per aver alimentato il conflitto. Il 27 febbraio il governo ucraino accetta di avviare i negoziati con la Russia. Ma poche ore dopo, l’Unione Europea ha votato un budget di 450 milioni di euro per la fornitura di armi all’Ucraina, aggiungendo benzina al fuoco.

 

Da lì, gli ucraini sentono che non avranno bisogno di trovare un accordo. Anche la resistenza delle milizie Azov a Mariupol’ causerà un aumento di 500 milioni di euro per le armi.

 

In Ucraina, con la benedizione dei Paesi occidentali, vengono eliminati coloro che sono favorevoli al negoziato. È il caso di Denis Kireyev, uno dei negoziatori ucraini, assassinato il 5 marzo dai servizi segreti ucraini (SBU) perché troppo favorevole alla Russia ed è considerato un traditore.

 

Stessa sorte è riservata a Dmitry Demyanenko, ex vice capo della direzione principale della SBU per Kiev e la sua regione, assassinato il 10 marz , perché troppo favorevole a un accordo con la Russia: viene ucciso dalla milizia Mirotvorets Pacificatore» ).

 

Questa milizia è associata al sito web di Mirotvorets che elenca i «nemici dell’Ucraina», con i propri dati anagrafici, indirizzo e recapiti telefonici, affinché possano essere molestati o addirittura eliminati ; una pratica punibile in molti Paesi, ma non in Ucraina. L’ONU e alcuni Paesi europei ne hanno chiesto la chiusura… rifiutata dalla Rada [il parlamento ucraino, ndt].

 

Alla fine, il prezzo sarà alto, ma Vladimir Putin probabilmente raggiungerà gli obiettivi che si era prefissato. I suoi legami con Pechino si sono consolidati. La Cina emerge come mediatrice del conflitto, mentre la Svizzera entra nella lista dei nemici della Russia.

 

Gli americani devono chiedere petrolio a Venezuela e Iran per uscire dall’impasse energetica in cui si sono ritrovati: Juan Guaido esce definitivamente di scena e gli Stati Uniti devono pietosamente revocare le sanzioni imposte ai loro nemici.

 

I ministri occidentali che cercano di far crollare l’economia russa e di far soffrire il popolo russo, anche chiedendo l’assassinio di Putin, mostrano (anche se hanno parzialmente invertito la forma delle loro osservazioni, ma non in fondo!) che i nostri leader non sono migliori di quelli che odiamo.

 

Perché sanzionare gli atleti russi dei Giochi Paraolimpici o gli artisti russi non ha assolutamente nulla a che fare con una lotta contro Putin.

 

Quindi, quindi, riconosciamo che la Russia è una democrazia poiché riteniamo che il popolo russo sia responsabile della guerra. Se no, allora perché stiamo cercando di punire un’intera popolazione per la colpa di uno? Ricordate che le punizioni collettive sono vietate dalle Convenzioni di Ginevra…

 

La lezione da trarre da questo conflitto è il nostro senso di umanità a geometria variabile.

 

Se eravamo così attaccati alla pace e all’Ucraina, perché non l’abbiamo incoraggiata maggiormente a rispettare gli accordi che aveva firmato e che i membri del Consiglio di sicurezza avevano approvato?

 

L’integrità dei media si misura dalla loro disponibilità a lavorare secondo i termini della Carta di Monaco. Erano riusciti a propagare l’odio per i cinesi durante la crisi del COVID e il loro messaggio polarizzato porta gli stessi effetti contro i russi. Il giornalismo si spoglia sempre più di professionalità per diventare militante…

 

Come diceva Goethe: «Quanto maggiore è la luce, tanto più scura è l’ombra». Più le sanzioni contro la Russia sono eccessive, più i casi in cui non abbiamo fatto nulla mettono in evidenza il nostro razzismo e il nostro servilismo. Perché da otto anni nessun politico occidentale ha reagito agli scioperi contro le popolazioni civili del Donbass?

 

Dopo tutto, cosa rende il conflitto in Ucraina più biasimevole della guerra in Iraq, Afghanistan o Libia?

 

Quali sanzioni abbiamo adottato contro coloro che hanno deliberatamente mentito davanti alla comunità internazionale per condurre guerre ingiuste, ingiustificate, ingiustificabili e assassine?

 

Abbiamo cercato di «far soffrire» il popolo americano che ci aveva mentito (perché è una democrazia!) prima della guerra in Iraq?

 

Abbiamo adottato anche una sola sanzione contro i Paesi, le aziende oi politici che stanno alimentando il conflitto in Yemen, considerato il «peggior disastro umanitario del mondo»?

 

Abbiamo sanzionato i Paesi dell’Unione Europea che praticano la tortura più abietta sul loro territorio a beneficio degli Stati Uniti?

 

Porre la domanda è già rispondersi… e la risposta non è gloriosa.

 

 

Jacques Baud

 

 

 

Immagine di Азербайджан-е-Джануби via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-ShareAlike 4.0 International (CC BY-SA 4.0)

 

 

Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

 

 

 

 

 

Continua a leggere

Geopolitica

Combo bigusto del premier polacco: Putin peggio di Hitler e Stalin. Ma non è che…

Pubblicato

il

Da

Il primo ministro polacco Mateusz Morawiecki ha vergato un editoriale per il quotidiano britannico Telegraph lo scorso 10 maggio di attacco totale al presidente della Federazione Russa che comincia ad avere l’odore del revisionismo storico.

 

Lo scorso 9 maggio, «Vladimir Putin ha presentato ancora una volta al mondo la mitologia della vittoria russa sul nazismo» ha scritto il Morawiecki.

 

«Ha ignorato il fatto che mentre l’Armata Rossa ha sconfitto la Germania nazista, ha portato la schiavitù a molte nazioni. L’Occidente ha scelto di scendere a compromessi con Stalin, sapendo che si trattava di un patto con il diavolo».

 

Morawiecki ha affermato che Putin è peggio di Hitler o Stalin. Si tratta di una combo bigusto nuova e potente, che alla reductio ad hitlerum aggiunge l’innovativa reductio ad stalinum ora finalmente testabile in contesti ufficiali.

 

Rispetto ai due diversamente baffuti dittatori, «non solo ha armi più letali a sua disposizione, ma ha anche i nuovi media a portata di mano per diffondere la sua propaganda», inveisce il Morawiecki.

 

«Non molto tempo fa, la Polonia si è impegnata in una guerra d’informazione con la Russia sulla genesi della seconda guerra mondiale» ha detto Morawiecki, che quindi ha possibilmente idee revisioniste. «Abbiamo vinto; ma Putin ha raggiunto i suoi obiettivi. Ha infettato Internet con milioni di casi di fake news».

 

«L’ideologia “Russkij Mir” di Putin è l’equivalente del comunismo del 20° secolo» scrive il premier di Varsavia. Russkij Mir è un’organizzazione di diffusione della cultura russa creata nel 2007. Tuttavia, per il Morawiecki, Russkij Mir, «è un’ideologia attraverso la quale la Russia giustifica diritti e privilegi inventati per il suo Paese. È anche il motivo della storia della “missione storica speciale” del popolo russo. In nome di questa ideologia Mariupol’ e dozzine di città ucraine sono state rase al suolo mentre inviava soldati russi in guerra, li convinceva della loro superiorità e li incoraggiava a commettere crimini di guerra disumani: l’omicidio, lo stupro e la tortura di civili innocenti».

 

Non è finita. Si va molto oltre.

 

«”Russkiy Mir” è un cancro che sta consumando non solo la maggior parte della società russa, ma rappresenta anche una minaccia mortale per l’intera Europa. Pertanto non basta sostenere l’Ucraina nella sua lotta militare con la Russia. Dobbiamo sradicare completamente questa nuova mostruosa ideologia», conclude diplomaticamente il premier Morawiecki.

 

«Proprio come una volta la Germania era soggetta alla denazificazione, oggi l’unica possibilità per la Russia e il mondo civile è la “deputinizzazione”».

 

Si tratta di un pericolo spirituale.

 

«Se non ci impegniamo immediatamente in questo compito, non solo perderemo l’Ucraina, perderemo anche la nostra anima, la nostra libertà e sovranità. Perché la Russia non si fermerà a Kiev. Ha intrapreso una lunga marcia verso l’Occidente e sta a noi decidere dove fermarla».

 

Il portavoce del Cremlino Dmitrij Peskov ha reagito all’editoriale di Morawiecki considerandolo oltraggioso e inaccettabile: «È la quintessenza dell’odio verso i russi, che ha colpito come una metastasi la politica polacca, la leadership polacca e, di fatto, con nostro rammarico, gran parte della società polacca», ha detto Peskov.

 

Morawiecki aveva già fatto fatto esercizio di russofobia sulle pagine del Telegraph, ad esempio attaccando viaggio di Putin in Israele per il 75° anniversario della liberazione di Auschwitz da parte dell’Armata Rossa.

 

La Polonia, Paese che confina con l’Ucraina, ha avuto in questi mesi un atteggiamento bellicista nei confronti di Mosca che possiamo definire parossistico. Un militare di Varsavia si è spinto a parlare di una restituzione alla Polonia dell’enclave russo di Kaliningrad, che in pratica mai è stata città polacca – al massimo, era città tedesca, con il nome di Koenigsberg.

 

C’è da calcolare quanto di questa russofobia parossistica possa essere ascritta alla mente di Jaroslaw Kaczynski,

 

Kaczynski è il dominus della destra polacca al potere, abbia una questione personale da risolvere: suo fratello gemello Lech, con cui da bambino recitava in film fantasy e con cui più tardi avrebbe istituito quella che l’opposizione chiamava «la dittatura omozigotica dei Kaczynski», morì in uno spaventoso incidente aereo nel 2010; i vertici della politica polacca andavano alla cerimonia per il 70º anniversario del massacro di Katyn, una strage perpetrata dai sovietici ai danni dei polacchi nell’ultimo conflitto mondiale. L’aereo precipitò nei dipressi di Smolensk, in territorio russo. Secondo certuni, Jaroslaw potrebbe ancora serbare rancore per la morte del gemello Lech.

 

Tuttavia, sta saltando fuori ogni giorno di più la strana voce per cui i polacchi potrebbero entrare in Ucraina e prendersi Leopoli – quella sì città di storia polacca – magari con la scusa del peacekeeping. Qualcuno potrebbe scommettere che se ciò accadesse, avverrebbe con estrema probabilità dopo un accordo di spartizione magari segreto, con Mosca. Lo smembramento dell’Ucraina, fantasticano alcuni, potrebbe interessare anche l’Ungheria, che potrebbe riannettersi un pezzo di territorio della Transcarpazia, dove vive una popolazione di etnia magiara.

 

Si tratta chiaramente dello scenario più crudele possibile per l’Ucraina, e al contempo del più vantaggioso per la Polonia, che con un’estensione territoriale de facto galvanizzerebbe l’elettorato nazionalista e non solo: unico Stato europeo che si allarga invece che contrarsi…

 

E quindi, uno potrebbe anche pensare: tutto questo abbaiare della Polonia, non è che serva a una mossa del genere?

 

Qualcosa per caso è stato già deciso, senza che politici e giornalisti occidentali siano nemmeno riusciti ad immaginarlo?

 

Non sarebbe la prima volta.

 

 

 

 

Immagine di Kancelaria Premiera via Wikimedia pubblicata su licenza  Public Domain Mark 1.0

 

 

 

Continua a leggere

Più popolari