Trapianti
Anche l’Australia vieta i trapianti ai non vaccinati
La Sanità pubblica dello Stato australiano del Queensland ha confermato che un paziente il lista per un trapianto di rene, polmone o cuore dovrà avere «un requisito minimo di due dosi di un vaccino COVID-19 approvato». Lo riferisce Newsweek citando fonti dei media locali.
Il servizio sanitario pubblico ha detto alla testata giornalistica locale 7News che è fondamentale che un paziente venga vaccinato prima di tale procedura perché la persona sarà altamente immunodepressa dopo l’operazione.
«Prima del trapianto e come da normale processo, il destinatario deve assicurarsi che tutte le sue vaccinazioni siano aggiornate», si legge nella dichiarazione del servizio sanitario. «La vaccinazione contro il COVID-19 non è diversa».
«Prima del trapianto e come da normale processo, il destinatario deve assicurarsi che tutte le sue vaccinazioni siano aggiornate», si legge nella dichiarazione del servizio sanitario. «La vaccinazione contro il COVID-19 non è diversa»
Un portavoce della Queensland Health ha dichiarato a Newsweek che il servizio sanitario segue «pratiche nazionali e internazionali relative ai protocolli di trapianto e vaccinazione».
«La sicurezza e il benessere di tutti i nostri pazienti sono la nostra priorità numero uno», ha affermato il portavoce.
«Un ricevente è altamente immunosoppresso dopo il trapianto, motivo per cui è incredibilmente importante che la persona venga vaccinata prima del trapianto. Queensland Health dà priorità alla sicurezza prima, durante e dopo un trapianto».
Non si tratta di un caso isolato. Come riportato da Renovatio 21, alcuni ospedali negli Stati Uniti hanno vietato alle persone non vaccinate di ricevere trapianti di organi.
L’UCHealth in Colorado, il più grande sistema ospedaliero dello stato, ha annunciato questo autunno che consentiva solo alle persone vaccinate di ricevere o donare organi in «quasi tutte le situazioni». Funzionari ospedalieri hanno affermato che la decisione si basava su studi clinici che indicavano il «rischio estremo che COVID-19 rappresenta per i riceventi di trapianto dopo i loro interventi chirurgici».
La UW Medicine di Washington ha aggiunto la vaccinazione COVID-19 come requisito per coloro che sono in lista per il trapianto di organo. I pazienti che decidono di non vaccinarsi vengono rimossi dalla lista d’attesa.
Come scriveva Renovatio 21 pochi mesi fa davanti a questi casi americani, questo nuovo episodio di follia biomedica mette in luce diverse questioni:
1) L’instaurazione dell’utilitarismo – cioè il calcolo del piacere individuale – come filosofia che guida lo Stato e la Sanità, e quindi decide la vita e la morte delle persone. La qualità della vita ha perfino una formula, si tende a prediligere nelle cure quindi chi avrà più anni di piacere dinanzi rispetto a chi invece potrà vivere meno.
2) Il sistema di allocazione delle risorse mediche – il problema del triage che abbiamo visto in azioni con gli intubati durante la prima ondata pandemica – ora è utilizzabile come ricatto vaccinale.
3) il sistema grottesco della predazione degli organi, come riportato da Renovatio 21, non si è fatto scrupolo di espiantare e trapiantare organi di positivi al COVID: per quanto vi possa sembrare allucinante è così. Anzi, si parlava, qualche mese fa, di un boom di disponibilità di organi umani grazie ai morti di COVID. Ora però la faccenda si complica: a quanto è dato di capire potrebbe essere obbligato al vaccino anche il «donatore».
Renovatio 21 ci tiene a ribadire che ogni trapianto è sempre un atto mostruoso in quanto deve avvenire a cuor battente, quindi è concretamente lo squartamento di un innocente ancora in vita.
Ogni trapianto è in realtà predazione degli organi.
Trapianti
Trapianti, il prossimo passo: prelevare gli organi senza attendere la «morte»
Non si tratta delle affermazioni di qualche complottista, né di un articolo apparso su una pubblicazione marginale o militante. A mettere in discussione i fondamenti scientifici dell’accertamento della morte è uno studio pubblicato nel luglio 2026 su Bioethics, autorevole rivista internazionale di bioetica edita da Wiley, sottoposta a revisione tra pari e aperta al confronto tra differenti
orientamenti etici.
L’autrice, Lucia Craxì dell’Università di Palermo, affronta una questione apparentemente solo tecnica, ma che presenta risvolti importanti: i venti minuti di assenza dell’attività cardiaca richiesti dalla normativa italiana per accertare la morte non avrebbero un fondamento scientifico ed etico.
La legge n. 578 del 1993 identifica la morte con la cessazione irreversibile di tutte le funzioni dell’encefalo, indipendentemente dalla procedura utilizzata per accertarla. Nel caso dell’arresto cardiocircolatorio, i venti minuti di silenzio elettrico del cuore dovrebbero consentire di stabilire indirettamente che tutte le funzioni cerebrali siano cessate in maniera irreversibile.
Secondo Craxì, tuttavia, non esistono prove scientifiche sufficienti per attribuire a questa soglia temporale un simile significato. La ricercatrice mette inoltre in discussione la possibilità stessa di verificare clinicamente la cessazione irreversibile di ogni funzione encefalica, richiamando la persistenza di determinate attività biologiche anche negli organismi dichiarati morti secondo criteri neurologici.
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Lo studio sostiene anche che (udite, udite) i fenomeni cadaverici rappresentano i soli segni biologicamente incontrovertibili della morte, poiché testimoniano la perdita irreversibile della capacità dell’organismo di mantenersi come unità biologica integrata.
Di fronte a simili difficoltà, che noi beceri complottisti denunciamo da decenni, ci si potrebbe aspettare una revisione critica dei criteri di morte e delle pratiche che su di essi si fondano. La proposta avanzata nello studio segue invece una direzione opposta: ridurre l’attesa da venti a cinque minuti, come già avviene in diversi altri Paesi (sic!).
Alla base di tale pensata vi è la distinzione tra cessazione irreversibile e cessazione permanente della circolazione. La prima indica una funzione che non può più essere ripristinata, la seconda una funzione che non può riprendere spontaneamente e che non verrà ripristinata attraverso interventi medici.
Tale distinzione assume particolare rilievo nella donazione dopo arresto cardiocircolatorio (DCD controllata), procedura nella quale, a seguito della decisione di sospendere i trattamenti di sostegno vitale, si attende l’arresto della circolazione senza intraprendere manovre rianimatorie. Il prelievo viene organizzato anticipatamente e il tempo di attesa incide sulla possibilità di preservare gli organi destinati al trapianto.
Ma la proposta più significativa dello studio va oltre la riduzione delle tempistiche di attesa: Craxì prospetta infatti una riformulazione della dead donor rule, il principio secondo cui gli organi vitali possono essere prelevati soltanto dopo la morte del donatore, introducendo il concetto di dying donor rule, fondato sul processo del morire.
La giustificazione etica del prelievo verrebbe così spostata dall’accertamento della morte alla condizione clinica di un paziente entrato in un «processo del morire» ritenuto ormai definitivo (da chi e secondo quale criterio?). Ma, in ogni caso, un uomo morto e un uomo che sta per morire non sono propriamente la stessa cosa, soprattutto nel momento in cui il chirurgo si appresta ad affondare il bisturi nelle sue carni per prelevargli gli organi…
Ma c’è un fatto che rende tale notizia ancora più significativa: le difficoltà scientifiche relative all’accertamento della morte encefalica non rappresentano affatto una scoperta recente. Infatti, già da decenni si è a conoscenza dei limiti diagnostici, della persistenza di molte funzioni biologiche nel presunto cadavere e delle profonde differenze tra i criteri di accertamento adottati nei vari Paesi. Nulla di nuovo, dunque. E allora perché proprio oggi queste criticità vengono richiamate sulle pagine di autorevoli pubblicazioni per sostenere un ulteriore allentamento dei limiti che regolano il prelievo degli organi vitali? Cui prodest?
Il sospetto è che non siano cambiate tanto le conoscenze scientifiche, quanto la convenienza di utilizzare contraddizioni già note per sostenere conclusioni che fino a ieri sarebbero apparse inammissibili. Finché era necessario consolidare il criterio della morte encefalica, metterne in discussione i fondamenti significava rischiare di incrinare la fiducia nel sistema dei trapianti. Oggi, quelle stesse criticità possono trasformarsi in argomenti utili a giustificare il passo successivo: bypassare persino il requisito della morte.
In altre parole, la verità che prima disturbava il manovratore diventa ora la verità che può fargli comodo.
Non si tratta, del resto, di un caso isolato. Già nel luglio 2025, sulle pagine del New York Times, tre autorevoli cardiologi statunitensi proponevano di ampliare la definizione di morte cerebrale fino a comprendere anche pazienti in coma irreversibile, motivando esplicitamente la proposta con la scarsità di organi disponibili per i trapianti. Il titolo dell’intervento era eloquente: «gli organi da donare sono troppo pochi. Abbiamo bisogno di una nuova definizione della morte». Un anno dopo, sulle pagine di Bioethics, viene prospettata la possibilità di sostituire la regola del donatore morto con quella del donatore morente.
Nessuna delle due proposte ha finora trovato applicazione normativa, ma la loro presenza sulle pagine di Bioethics e del New York Times testimonia quanto il superamento degli attuali criteri di morte sia ormai entrato nel dibattito pubblico e accademico.
È il meccanismo del cosiddetto piano inclinato, dello slittamento morale attraverso il quale ciò che ieri appariva inammissibile diventa oggi oggetto di discussione e domani potrebbe essere considerato perfettamente legittimo. La rivoluzione antropologica inaugurata dalla ridefinizione della morte sembra trovare proprio nelle contraddizioni che ha prodotto il pretesto per compiere un ulteriore passo: prima si ridefinisce la morte, poi si riconoscono le già evidenti difficoltà scientifiche della nuova definizione e infine si prospetta di rinunciare alla morte stessa come requisito indispensabile per il prelievo degli organi vitali.
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Nel frattempo, il paradigma funzionalista si è progressivamente affermato, tanto nel dibattito medico-scientifico quanto nell’opinione pubblica, a scapito di una concezione della persona come realtà ontologica. E quando il valore della vita umana viene subordinato alla presenza o all’assenza di determinate funzioni, anche i limiti del potere medico sull’essere umano diventano progressivamente negoziabili.
È proprio a questo punto che diventa possibile spostare ulteriormente il limite. E ogni spostamento prepara culturalmente la possibilità del successivo.
L’introduzione del criterio encefalico ha consentito di dichiarare morto un essere umano il cui organismo conserva ancora molteplici funzioni biologiche. La dying donor rule prospetta un passaggio ulteriore: rendere eticamente ammissibile il prelievo degli organi vitali ancora prima che sia stata accertata la morte.
La questione riguarda dunque il limite stesso del potere medico sul corpo umano e la progressiva trasformazione dell’accertamento della morte da riconoscimento di una realtà oggettiva a procedimento regolato da criteri sempre più dipendenti dalle possibilità offerte dalla tecnica.
Alfredo De Matteo
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Predazione degli organi
Trapianto di organi, prima la persuasione e poi l’obbligo?
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Predazione degli organi
Il caso horror del «donatore vivente» di organi farà svegliare gli Stati Uniti?
Le autorità statunitensi hanno avviato un procedimento per chiudere un’organizzazione per la donazione di organi, accusata di aver proseguito con un intervento chirurgico nonostante il donatore mostrasse segni di vita. La speranza di Renovatio 21 è che il caso possa aprire gli occhi a molti riguardo alla «donazione degli organi» in generale, che è giusto chiamare, invece, «predazione degli organi».
Il segretario alla Salute e ai Servizi Umani Robert F. Kennedy Jr. ha annunciato la decisione la settimana scorsa, nell’ambito di una più ampia revisione del sistema americano di prelievo di organi.
Kennedy ha definito Network for Hope, un’organizzazione no-profit con sede nel Kentucky, «una mela marcia» con «persistenti violazioni delle norme di sicurezza».
Si tratta di una delle oltre 50 organizzazioni no-profit di questo tipo presenti negli Stati Uniti, che coordina il prelievo di organi da donatori deceduti e contribuisce ad abbinare gli organi ai pazienti in lista d’attesa per i trapianti a livello nazionale.
🚨 JUST IN: HHS Sec. Bobby Kennedy is formally DECERTIFYING Kentucky organ procurement organization “Network for Hope” that shockingly pushed to remove people’s organs who showed SIGNS OF LIFE, and committed other violations
They were trying to take people’s organs if they… pic.twitter.com/S2IyfKhVWs
— War Correspondent (@warDaniel47) August 9, 2026
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Il caso al centro dell’azione governativa risale all’ottobre del 2021 e riguarda Anthony Thomas «TJ» Hoover II, un uomo del Kentucky che, a seguito di un’overdose di droga, fu dichiarato cerebralmente morto in un ospedale locale. La famiglia di Hoover acconsentì alla donazione dei suoi organi e l’uomo fu preparato per l’intervento di espianto.
Tuttavia, mentre veniva condotto in sala operatoria, Hoover avrebbe aperto gli occhi e avrebbe iniziato a seguire con lo sguardo i membri della famiglia. Secondo quanto riferito, sarebbe stato spiegato loro che si trattava di riflessi involontari, comuni nei pazienti dichiarati cerebralmente morti. Il senso comune degli esseri umani è talmente corrotto oggi che si è disposti a credere a questo ordine orwelliano: «Il Partito ti diceva di rifiutare l’evidenza dei tuoi occhi e delle tue orecchie. Era il loro comando finale, più essenziale», scriveva profeticamente 1984.
Secondo le testimonianze rese in seguito al Congresso e nelle indagini federali, la situazione ha preso una piega drammatica una volta che lo Hoover è stato portato in sala operatoria. Il personale ha riferito che ha iniziato a muoversi, a scuotere la testa, a sembrare che piangesse e a tentare di strapparsi il tubo per la respirazione, spingendo due medici a rifiutarsi di proseguire con l’intervento.
Ex dipendenti della Kentucky Organ Donor Affiliates (KODA), predecessore dell’attuale Network for Hope, hanno in seguito affermato che un supervisore aveva esortato il personale a trovare un altro medico disposto a proseguire con il prelievo di organi previsto, nonostante Hoover mostrasse segni di vita. Network for Hope ha negato le accuse, dichiarando che la KODA non ha mai tentato di prelevare organi da un paziente vivente.
La procedura fu interrotta e Hoover sopravvisse. Ora Hoover vive con sua sorella a Richmond, nel Kentucky, e si sta sottoponendo a un lungo percorso di fisioterapia e cure, gran parte delle quali vengono condivise su TikTok nel tentativo di ispirare gli altri.
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L’amministrazione Trump ha presentato il caso del Kentucky come prova di fallimenti sistemici nel sistema statunitense dei trapianti di organi. Dopo aver esaminato 351 casi di donazione di organi in cui il prelievo era stato autorizzato ma non completato, il dipartimento della Salute e dei Servizi Umani ha affermato che circa un terzo presentava «caratteristiche preoccupanti».
Gli investigatori hanno scoperto che 73 pazienti mostravano segni di funzionalità cerebrale che avrebbero dovuto escluderli dalla donazione di organi, mentre almeno 28 potrebbero non essere stati deceduti al momento dell’avvio della procedura di prelievo.
«Quando un’organizzazione a cui è affidato il dono della vita mette ripetutamente a rischio i pazienti, il governo federale ha il dovere di intervenire, ed è per questo che stiamo intervenendo oggi», ha dichiarato Kennedy in una conferenza stampa a Lexington.
Network for Hope è sotto esame federale da oltre un anno, da quando un informatore che aveva lavorato con una precedente versione dell’organizzazione no-profit ha denunciato al Congresso un caso in cui il personale aveva iniziato a prelevare gli organi di un uomo prima ancora che fosse deceduto.
Ora, è il caso di aprire gli occhi: la fretta con cui quest’ente privato sembrava operare per dichiarare «cerebralmente morto» (cioè morto secondo una convenzione, magari nemmeno valida in un altro Paese) è quella che, statene certi, hanno anche tanti, se non tutti, gli ospedali italiani.
Ci si chiede se gli operatori della «morte cerebrale» e della filiera dei trapianti abbiano incentivi speciali per aumentare il numero di espianti. E quindi, affrettarsi a dichiarare «morto» (benintenso cerebralmente, convenzionalmente: perché il trapianto si deve fare a cuor battente) qualsiasi disgraziato gli capiti a tiro, vuoi per una overdose, vuoi per un incidente stradale o altro.
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Pur non sembrando esservi incentivi al personale coinvolto, esistono meccanismi di rimborso e finanziamento delle attività di procurement degli organi (segnalazione potenziali donatori, mantenimento, prelievo, trasporto, coordinamento) e di trapianto, che di fatto incentivano gli ospedali a incrementare l’attività.
A livello interregionale (compensazione mobilità sanitaria) esistono tariffe convenzionali per osservazione, prelievo e trasporto di organi da cadavere (indicativamente intorno ai 2.600-3.000 euro circa per organo, più quota trasporto). Queste tariffe servono a incentivare l’attività quando donatore e ricevente sono in Regioni diverse.
Al di là delle questioni riguardo l’industria statale della morte già in atto, va fatto comprendere, anche a Kennedy, che quello da lui raccontato non è un caso limite: è la norma. Di fatto, tutti gli espianti di organi avvengono quando il paziente è vivo: il cuore gli batte ancora.
Ecco perché è giusto chiamarla non «donazione», ma «predazione»: il debole, in stato di incoscienza o solo di minorata capacità di difesa, viene assalito e squartato, a benefizio di un sistema perverso che invece di guarire le persone le uccide.
I «trapianti» sono una delle colonne portanti della Necrocultura, che ha reso accettabile, per le famiglie, che pure i famigliari subiscano la morte per tortura del loro caro pensando pure di fare del bene.
Il mondo, moralmente, biologicamente, è sottosopra: è il trionfo della Morte. Ed è ora che si sveglino tutti, anche nelle stanze dei bottoni USA.
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