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Trump nomina Gabbard capo dell’Intelligence
Il presidente eletto degli Stati Uniti Donald Trump ha scelto l’ex deputata Tulsi Gabbard come prossimo direttore dell’intelligence nazionale. Ex democratica, Gabbard si è unita al Partito Repubblicano nel 2024 e ha sostenuto Trump come presidente.
«Per oltre due decenni, Tulsi ha combattuto per il nostro Paese e per le libertà di tutti gli americani», ha affermato Trump in una dichiarazione mercoledì, sostenendo che Gabbard «ha un ampio sostegno in entrambi i partiti», aggiungendo che la Gabbard «porterà lo spirito impavido che ha caratterizzato la sua illustre carriera alla nostra comunità di intelligence, difendendo i nostri diritti costituzionali e garantendo la pace attraverso la forza».
In un post su X, Gabbard ha ringraziato Trump «per l’opportunità di servire come membro del vostro gabinetto per difendere la sicurezza, la protezione e la libertà del popolo americano».
Se confermata dal Senato controllato dai repubblicani, supervisionerà la comunità di intelligence statunitense, che comprende la NSA, la CIA e l’FBI.
La Gabbarda, che era di stanza in Iraq e Kuwait negli anni 2000, è stata promossa a tenente colonnello della Guardia nazionale nel 2021. Ha prestato servizio come rappresentante degli Stati Uniti dalle Hawaii dal 2013 al 2021.
La Gabbarda si è dimessa da vicepresidente del Democratic National Committee nel 2016 e ha abbandonato il Partito Democratico sei anni dopo. «Non posso più rimanere nell’attuale Partito Democratico che è ora sotto il controllo completo di una cabala elitaria di guerrafondai guidata da una codardia consapevole, che ci divide razzializzando ogni questione e alimentando il razzismo anti-bianco», ha affermato all’epoca.
La politica hawaiana è candidata alla presidenza nel 2020, posizionandosi come una candidata contraria alla guerra e criticando il coinvolgimento degli Stati Uniti nelle guerre in Iraq e Siria.
Trump accusa da tempo la Casa Bianca e i Democratici di aver trasformato le agenzie di sicurezza federali in armi contro di lui e i suoi sostenitori come parte di una «caccia alle streghe politica». Nel 2022, ha descritto l’FBI e il Dipartimento di Giustizia come «mostri feroci, controllati da mascalzoni di sinistra radicale, avvocati e media, che dicono loro cosa fare».
Nel suo curriculum, è stato notato, figura anche la partecipazione a programmi del World Economic Forum.
Nel corso degli ultimi anni Tulsi ha più volte accusato il Partito Democratico USA di aver portato il mondo sull’orlo della guerra atomica.
La Gabbard, che alle Hawaii aveva vissuto il dramma del falso attacco missilistico nordcoreano annunciato alla popolazione dal sistema di emergenza nazionale del 2018, è particolarmente chiara nella sua accusa a Joe Biden, membro del suo stesso partito, nella rotta verso la devastazione atomica.
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Come riportato da Renovatio 21, due anni fa, a conflitto ucraino avviato, la Gabbard dichiarò che il fine dell’amministrazione Biden era di detronizzare Putin e creare così un Nuovo Ordine Mondiale.
La Gabbarda è stata inserita nella lista nera di personaggi supposti filorussi stilata dalle forze di Kiev.
Negli anni la Gabbard non si è fatta problemi ad attaccare frontalmente il cosiddetto complesso militare-industriale, reo di aver trascinato il mondo anche in quest’ultima guerra che potrebbe degenerare in modo fatale per l’umanità tutta.
La Gabbard è, ovvio, stata censurata molto pesantemente su Instagram e Facebook.
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Immagine di Gage Skidmore via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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Il Pentagono accusa l’ex capo dell’aviazione di aver divulgato segreti di Stato sull’aereo di Trump
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I fratelli Dulles nel governo Eisenhower
Wright Mills (1916-19162), sociologo del primissimo dopoguerra, pilastro del pensiero della nuova sinistra americana che porterà alle ribellioni degli anni Sessanta, fu uno dei primi che riconobbe l’invocazione alla sicurezza nazionale la scusa perfetta delle elites per travestire qualsiasi operazione. I fratelli John Foster Dulles (1888-1959) e Allen Dulles (1893-1969) si rivelarono i maestri indiscussi nello sfruttare l’opportunità della guerra fredda e l’ammucchiata con il governo Eisenhower contribuì a raggiungere l’apice.
Dwight D. «Ike» Eisenhower (1890-1969), dopo la grande carriera nel mondo militare, dove divenne generale e contribuì a guidare l’esercito americano alla vittoria della seconda guerra mondiale, divenne talmente popolare da essere spendibile come presidente degli Stati Uniti. Dopo essere stato corteggiato invano da Harry Truman (1884-1972) per candidarsi con i liberali, si fece caricare in rampa di lancio dall’accoppiata repubblicana fratelli Dulles e il governatore di New York, Thomas E. Dewey (1902-1971) per le elezioni del 1952.
Eisenhower amava la compagnia di persone ricche e potenti. Riempì il suo governo di persone legate alla cerchia che dominava la New York dell’epoca Dulles-Dewey-Rockefeller-Luce. Herbert Brownell (1904-1996), avvocato rampante di Wall Street, venne nominato procuratore generale per la sua campagna. Charles Wilson (1890-1961), CEO della General Motors venne scelto per guidare il dipartimento della difesa. Il presidente della Chase Manhattan ed ex diplomatico John McCloy (1895-1989) divenne consigliere per la sicurezza nazionale.
I due fratelli Dulles però ottenero i due ruoli più importanti riguardo la politica estera statunitense che da quel momento divenne un affare personale di famiglia. Se il maggiore John Foster ottenne la segreteria di stato il fratello minore Allen invece la direzione dei servizi segreti alla CIA.
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La politica estera del governo Eisenhower diede uno scossone alla linea intrapresa dal suo predecessore Harry Truman passando dal concetto del containment a quello del rollback. La politica estera si può rifare per intero al documento pubblicato da Life di Henry Luce il 19 maggio del 1952 dal nome di A policy of Boldness, «Una politica di audacia». In questo articolo verranno descritti tutti i punti fondamentali che staranno alla base della politica estera statunitense per oltre un decennio a venire.
La più importante, tale che divenne anche il termine con cui si identificava l’intera politica estera, fu quella del rollback. Sosteneva che, anziché contenere l’Unione Sovietica, gli Stati Uniti avrebbero dovuto contrastare le conquiste comuniste nell’Europa orientale e altrove. Le altre due idee erano la rappresaglia massiccia e la politica del rischio calcolato.
La rappresaglia massiccia sosteneva che gli Stati Uniti avrebbero dovuto, per usare le parole di Dulles, sviluppare la capacità «di reagire immediatamente a un’aggressione aperta da parte degli eserciti rossi, in modo che, se ciò si verificasse ovunque, potremmo e dovremmo colpire dove fa più male, con i mezzi che sceglieremmo».
La politica del rischio calcolato si riferiva al rifiuto di cedere in una situazione di crisi, anche a costo di rischiare la guerra. Come scrisse Dulles, «la capacità di arrivare sull’orlo del baratro senza entrare in guerra è l’arte necessaria. Se non la si padroneggia, si finisce inevitabilmente in guerra. Se si cerca di fuggire, se si ha paura di arrivare sull’orlo del baratro, si è perduti».
«Il comunismo sovietico», aveva scritto il segretario di Stato, «parte da una premessa atea, senza Dio. Tutto il resto deriva da questa premessa. Se non c’è Dio, non c’è legge morale o naturale… Poiché non c’è legge morale, non esiste il concetto di diritto o giustizia astratta. Le leggi sono i mezzi, i decreti, con cui la dittatura del proletariato impone la sua volontà per reprimere la resistenza dei suoi nemici di classe… C’è il dovere di estendere questo sistema a tutto il mondo».
«L’arena è immensa», scriveva Foster nel suo libro Guerra o Pace. «Comprende il mondo intero e tutte le forze politiche, militari, economiche e spirituali al suo interno». I luoghi in cui gli Stati Uniti intervennero negli anni sotto la sua segreteria furono diversi: Corea, Indocina, Stretto di Formosa, Iran, Guatemala, Giordania, Libano, Quemoy (un piccolo arcipelago di isole amministrato da Taiwan), Berlino.
La sua prima decisione fu quella di affrontare la minaccia della Cina comunista considerando tutto il confine cinese dalla Corea alla Malaya come un tutt’uno. Si schierò dalla parte di Chiang Kai-shek e ordinò alla settima flotta della marina statunitense di posizionarsi a difesa dello stretto di Formosa e dei nazionalisti cinesi.
Successivamente convinse Nehru a spingere Mao alla firma del trattato di Panmunjeom nel 1953 così da raggiungere l’armistizio e la fine della guerra di Corea. Diversamente decise di non intervenire nelle rivolte di Berlino est e nella rivoluzione ungherese quando i freedom fighters magiari chiesero ma non ottennero aiuti dall’Ovest.
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L’aggiunta del fratello minore Allen, alla direzione dei servizi segreti americani, completò il puzzle. La CIA divenne un vasto reame personale, di sicuro la più importante e la meno controllata agenzia di tutto il governo Eisenhower.
Come gli States costruivano la loro presenza nel mondo del dopoguerra con centinaia di basi militari in decine di diverse nazioni, le grandi corporations americane investivano in petrolio, miniere, agricoltura in ogni continente. Eisenhower considerava la CIA come l’agenzia col maggior rapporto costo beneficio per gestire gli interessi americani oltre mare.
Secondo il giornalista David Halberstam (1934-2007), non si trattava più di una democrazia ma di uno Stato chiuso all’interno di uno Stato aperto.
Marco Dolcetta Capuzzo
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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La CIA interviene a Cuba
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