Psicofarmaci
Domanda: il presunto assassino patriarcale assumeva psicofarmaci?
Filippo Turetta, il presunto assassino di Giulia Cecchettin, sta tornando ora in Italia dalla Germania, dove era stato arrestato. Atterrerà a Venezia con un volo militare, perché, è stato riferito, si temeva che con un volo di linea potevano ingenerarsi problemi, con magari gruppi di passeggeri pronto a realizzare un linciaggio in volo.
Il trasporto su velivoli dello Stato, così come il minuto di silenzio inflitto ai nostri figli piccoli, fanno capire quanto la storia sia fondamentale per il potere centrale. Immaginiamo l’atmosfera del processo, non così diversa, per pressione assoluta delle istituzioni e dell’opinione pubblica, da quella di Derek Chauvin, il poliziotto condannato per la morte di George Floyd, accoltellato ieri in carcere (come sa il lettore di Renovatio 21, certi referti autoptici emersi recentemente in tribunale scrivono che Floyd morì non per strangolamento, sconfessando quindi la sentenza).
I casi due sono tuttavia diversissimi, e diciamo subito che, per quanto ci riguarda, se considerato colpevole, propenderemo per possibilità giuridiche peggiori dell’ergastolo, purtroppo non attualmente contemplate dal nostro ordinamento. La questione, come abbiamo visto, è che questo non basta: la punizione totale del ragazzo non è abbastanza, perché il problema è l’uomo, l’umanità maschile e la società così come la conosciamo, il patriarcato, di cui Filippo, è stato detto, «è un figlio sano».
È impressionante la quantità di dettagli che stanno uscendo su questa vicenda, di cui di fatto si sa pochissimo. Erano stati chiamati i carabinieri, che non sarebbero intervenuti (lo abbiamo saputo solo ora, dopo giorni). Filippo dormiva con l’orsacchiotto, e il padre dice che la loro non era una famiglia patriacale (il problema, ha detto qualche commentatore, potrebbe essere quindi proprio quello). L’avvocato di Turetta ha lasciato sui social in passato certi commenti ritenuti inopportuni, ed è stato per questo cambiato dalla famiglia (anche qui, notare come l’aria intorno al processo sia già innocente).
Vi sono minuzioserie delle ricostruzioni che si sono dimostrate avventate, inesatte, per non dire false. Per esempio, era stato detto, da agenzie riprese da tutti i giornali, che Giulia era stata «buttata in un dirupo». «Giulia Cecchettin gettata da un dirupo alto 50 metri. Il corpo trovato da un cane della Protezione civile» ha titolato il Quotidiano Nazionale, che ha aggiunto che «zona impervia è molto frequentata dai lupi, ma il cadavere della ragazza non è stato attaccato».
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Sui giornali era uscito pure che la ragazza non era morta quando veniva lanciata nel crepaccio. «Giulia Cecchettin, per la Procura Turetta l’ha “gettata agonizzante nel dirupo”» è il titolo che ha fatto Il Tempo. «Filippo Turetta si sarebbe sbarazzato del corpo agonizzante della ex fidanzata gettandolo nel dirupo», scrive l’AGI.
Sei giorni fa Il Giornale scriveva invece che «secondo la ricostruzione delle forze dell’ordine Filippo Turetta avrebbe trascinato il corpo di Giulia sul ciglio della strada per poi lasciarlo rotolare lungo un dirupo per oltre una cinquantina di metri di profondità, fino a quando il corpo della ragazza si è fermato in un canalone». L’immagine è assai diversa da quella che ci avevano dipinto nella mente poco prima, quella di un uomo che lancia in un abisso una donna, l’icona perfetta dell’assassino patriarcale. L’orrore sostanziale, lo sottolineiamo, non cambia: una ragazza accoltellata a morte, brutalmente. Tuttavia qui quello che vogliamo sottolineare non riguarda il delitto, ma lo spin che ne si è dato, l’ottica mediatica utile alla narrazione dominante.
Poi la storia del sangue. Secondo il TG La7 (quello di Mentana) tracce ematiche sarebbero state trovate sotto casa di Giulia. Altre testate sostengono che tracce di sangue si sarebbero trovato fuori dall’azienda Christian Dior, dove la videocamera avrebbe ripreso l’aggressione di Filippo contro Giulia. I giornali tre giornali fa scrivevano che Turetta era stato arrestato in Germania tutto sporco di sangue.
Poi ieri la notizia: «non ci sono tracce evidenti di sangue nella vettura». I pochi che prestano attenzione potrebbero avere la mente che vacilla, o persino peggio: no, non fate tornare su le storie di scarpe e impronte sangue, la bicicletta, e tutto il buco nero di quell’antico delitto lombardo… No, Garlasco no, vi preghiamo, non un’altra volta.
È curioso, e come sempre indicativo, che tra tutta questa marea di dettagli sul caso – veri, falsi, giusti, incongrui – manchi la domanda più centrale, la solita domanda che nessuno osa porre dopo delitti in famiglia e stragi di ultraviolenza casuale: il presunto assassino stava assumendo qualche droga?
Riformuliamo per il benpensante, che non ha ancora capito che nella farmacia sotto casa può comprare, su ricetta data abbastanza facilmente, sostanze psicoattive totalmente legali, che alterano la psiche in maniera potente, ma che – per ragioni politiche e commerciali che possiamo comprendere – non chiamiamo «droghe»: gli psicofarmaci.
Quindi, ripetiamo la domanda che i media non stanno facendo, e non faranno mai: Filippo Turetta stava assumendo psicofarmaci?
Il ragazzo era sotto l’influsso di qualche sostanza che gli era stata prescritta? In ipotesi, potrebbe essere che il ragazzo fosse andato in cura per lo stato di malessere patito quando era stato lasciato da Giulia? Non che ci voglia un gran processo terapeutico: «dottore sono depresso»; eccoti la sertralina.
Chi è nuovo non sa che quella contro gli SSRI – gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina – e gli psicofarmaci in generale è una battaglia che portiamo avanti da anni su Renovatio 21.
Segnaliamo il tremendo pericolo non per una questione morale, religiosa e nemmeno solo medica – gli effetti sulla salute sono orrendi, dall’anedonia (incapacità di provare piacere, anche sessuale) alla dipendenza più acuta, dai rischi per le donne in gravidanza (sempre sottovalutati), dal torpore esistenziali alle crisi che ha confessato di recente il cantante Fedez.
Non c’è solo il danno alla persona: c’è da considerare il danno alla società. Perché l’idea che i delitti e le stragi più insensate siano frutto del consumo di psicofarmaci avanza sempre più, nonostante la censura dei media – e il motivo è facile da comprendere: senza il budget pubblicitario farmaceutico, quale TV, quale giornale, può sperare di campare? Quanta politica – in USA, soprattutto, dove è possibile la pubblicità diretta da parte di Big Pharma, ma non solo – foraggiata da «lobbysti» perderebbe qualcosa, se fosse solo posta la domanda?
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Il fatto è che dietro ad ogni strage di cui avete sentito parlare, anche in Italia, potrebbe esserci uno psicofarmaco. Notate: vi dicono, di solito, che l’assassino era «in cura», ma non vi dicono come. Giornalisti d’inchiesta americani scrivono che a volte ci vogliono mesi per riuscire a capire quale farmaco prendesse il mostro, un dettaglio che diviene disponibile dopo pochi minuti: basta guardargli nell’armadietto in bagno. Tuttavia, in vari casi l’informazione non esce, neanche lontanamente.
Ai giornali, quelli che fanno soldi dipingendo scene di sangue, e che per deontologia dovrebbero cercare radicalmente la verità, pare non interessare l’origine del crimine, anche quando è evidente che se proprio se ne occupassero i giornalisti, il problema potrebbe diminuire drasticamente.
Facciamo qualche esempio, tratto dalle cronache degli USA, dove più di qualcuno, fuori dal mainstream, ha da tempo iniziato ad unire i puntini.
Eric Harris, il perpetratore del massacro della scuola Columbine (1999) era sotto Zoloft, cioè la sertralina, ed anche Luvox, fluvoxamina.
Un anno prima, un quindicenne di nome Kip Kinkel ha sparato ai suoi genitori e a dozzine di compagni di classe: era sotto fluoxetina, cioè Prozac.
Nel 2005, un sedicenne di nome Jeff Weise ha ucciso suo nonno e dieci bambini in Minnesota. Prozac.
Idem per il 27enne Steven Kazmierczak che ha ucciso sei persone alla Northern Illinois University (2008). Fluoxetina.
Ricorderete il massacro di Aurora, in Texas, nel 2012, quando un tizio vestito da Joker entrò in un cinema dove proiettavano l’ultimo Batman e massacrò 82 spettatori: si trattava del 25enne James Holmes, che era sotto Zoloft.
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La lista è molto, molto più lunga di così. Tuttavia non parliamo per aneddoti. Timidi studi sull’associazione tra SSRI e violenza sono stati fatti negli anni scorsi. Un gruppo di ricercatori svedesi nel 2017 ha pubblicato uno studio chiamato «Associazioni tra inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina e criminalità violenta negli adolescenti, nei giovani e negli anziani».
La ricerca «identificava individui a cui era stato somministrato un inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina (SSRI) di età compresa tra 15 e 60 anni nel periodo 2006-2013, utilizzando i registri nazionali svedesi. Il risultato è stato una condanna per reato violento. Le principali analisi statistiche hanno valutato i rischi di criminalità violenta durante i periodi di trattamento con SSRI rispetto a quelli di disattivazione all’interno degli individui».
Lo studio conclude dicendo che «sebbene permangano dubbi sulla causalità, questi risultati indicano che potrebbe esserci un aumento del rischio di crimini violenti durante il trattamento con SSRI in un piccolo gruppo di individui. Può persistere durante i periodi di terapia, tra i gruppi di età e dopo l’interruzione del trattamento».
Uno studio dell’Università di Cambridge del 2022 aveva un titolo ancora più esplicito e promettente: «inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina e criminalità violenta: gli SSRI uccidono o curano?».
«Gli SSRI sono costantemente associati a eventi violenti nella popolazione adulta. (…) Diversi studi recenti attirano l’attenzione su questa ipotesi mentre sono stati ispirati da diversi assassini di massa negli Stati Uniti» scrivevano gli scienziati cantabrigiensi, i quali concludevano che tutto sommato gli psicofarmaci erano «sicuri per la popolazione» (dov’è che abbiamo già sentito questa espressione?). Niente da vedere qui, circolare. Tuttavia, «Tuttavia, è stato osservato un aumento del rischio di comportamento violento nei giovani e in quelli con una storia di crimini violenti».
Si tratta, per la comunità scientifica, di una prima, lieve ammissione che riveste un’importanza enorme.
Fino a poco fa, il problema della violenza SSRI era stato «inscatolato» nella questione del suicidio. Nei bugiardini americani della sertralina, ad esempio, era stato introdotto un «black box warning» («avvertimento da scatola nera»), il babau di ogni casa farmaceutica: è una parte evidenziata del libretto che indica un effetto avverso particolarmente grave, che in questo caso era l’ideazione suicidaria.
In pratica: prendi lo psicofarmaco per non suicidarti, e invece finisci proprio per progettare la tua morte. E magari riuscirci.
Come sia stato possibile che la comunità scientifica, politica, sanitaria abbia accettato una cosa del genere – un farmaco che può portarti ad ucciderti? Una pillola della morte? – rimane un grande mistero.
Ma ancora più enigmatico, pensiamo, è il fatto che tutti le persone coinvolte, dai dottori ai pazienti agli enti regolatori, si siano bevuti la questione per cui tale effetto paradosso riguardi solo la propria morte e non anche quella delle persone che ci stanno intorno.
Se ammettiamo che la psicodroga legale possa alterarti il cervello al punto dal percepire odio per la vita, come è possibile che questo riguardi solo la propria?
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Esattamente come altre droghe, la mente alterata dal farmaco può generare pensieri abnormi, sensi di persecuzione, sentimenti indicibili per cui la morte è preferibile alla vita. Le stragi in famiglia, dove il genitore uccide il consorte e i figli, possono spiegarsi così, con il rivoltamento morale definitivo dell’animo umano, la sua inversione. Il padre ammazza i cari che deve proteggere, la madre uccide i bambini a cui ha dato la vita: tanti casi così, in cui la mente umana sembra improvvisamente rovesciata. Lo stesso, e tremano i polsi a dirlo, potrebbe essere vero per i piloti che schiantano al suolo l’aereo con a bordo centinaia di persone.
Non si tratta, badi bene, di sola modifica dell’umore del soggetto, ma di un radicale cambiamento del suo pensiero: spinto nei suoi convincimenti apocalittici, lo psicodrogato programma, medita, premedita. La «cura», lo sappiamo, può andare avanti per mesi, anni, può andare avanti per sempre. Quanti medici di famiglia prescrivono lo psicofarmaco senza nemmeno visitare davvero il paziente?
Anni fa, ricordiamo ancora, era possibile vedere una trasmissione che citava la possibile correlazione tra violenza e psicofarmaci su un canale TV pubblica italiana. Oggi, come ovvio, il panorama si è arricchito decisamente della censura farmaceutica, e con il COVID abbiamo imparato che non è consentito criticare aziende che magari hanno alle spalle processi con multe miliardarie – magari, in certi casi, qualche paziente morto nel percorso.
Quindi, non aspettiamoci che, fuori dal povero sito di Renovatio 21, qualcuno farà questa domanda. Vi diranno di che colore è l’orsetto di pelouche di Filippo Turetta, ma mai e poi mai faranno una domanda sui farmaci che il ragazzo potrebbe aver preso.
Del resto, non dovete pensare che, come per i vaccini, anche questo non rientri in un grande piano globale, che però vi riguarda da vicino. Se non ci credete, c’è un libro che fa al caso vostro: Il mondo nuovo di Aldous Huxley, l’uomo erede di una famiglia di aedi del Nuovo Ordine Mondiale.
I più credono che si tratti di un romanzo distopico, ma basta leggere il testo che in genere vi è accluso (Ritorno al mondo nuovo, nelle edizioni italiane) per capire invece che per Huxley si trattava invece di un manifesto per la riformulazione del mondo sotto un sistema di tecnocrazia totale, con l’esistenza umana gestita dalla produzione in provetta di embrioni selezionati alla cremazione eutanatica.
Ebbene, c’è questo elemento che colpisce nel Mondo nuovo huxleyano: i cittadini, divisi in caste genetiche e distratti con continue orge (hanno abolito la proprietà privata, e con essa la monogamia), vengono costantemente drogati dal soma, una pillola che ne alza e ne stabilizza l’umore. Drogati e felici per ordine dello Stato tecnocratico.
Del resto, se gli psicofarmaci fanno bene, e sono, come dicono gli esperti, sicuri per la popolazione, perché non dovremmo prenderli tutti? Perché non dovremmo concederci una vita felice con la tecnologia psicochimica?
Non ho idea se Filippo prendesse o meno psicofarmaci. Ma davanti a questa tragedia, sono queste le questioni che mi pongo. Perché, per rasoio di Occam, a rendere qualcuno violento, più che il patriarcato, potrebbe essere stata una sostanza che altera la mente.
Non è un dettaglio. È una faccenda centrale per una società che vuole proteggersi, che vuole vivere. La nostra lo è ancora?
Roberto Dal Bosco
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Immagine elaborata a partire da immagini Envato
Psicofarmaci
Lo Xanax richiamato in vari stati americani
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Psicofarmaci
«Nessuno me l’aveva detto»: un’ex paziente psichiatrica denuncia i pericolosi effetti collaterali degli psicofarmaci
Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.
Laura Delano, ex paziente psichiatrica, ha dichiarato ai legislatori che gli Stati Uniti stanno vivendo una «crisi di ipermedicalizzazione» causata da un sistema di salute mentale che prescrive farmaci a vita senza fornire informazioni chiare sui rischi di tali farmaci o su come interromperne l’assunzione in sicurezza. Ha sottolineato che nel 2024 700.000 adolescenti hanno tentato il suicidio, nonostante il continuo aumento delle prescrizioni di antidepressivi.
Il sistema di salute mentale sta deludendo i bambini trattando le difficoltà quotidiane come «malattie croniche che richiedono una terapia farmacologica a vita», ha dichiarato questa settimana ai legislatori Laura Delano, ex paziente psichiatrica.
«Quella che definiamo crisi di salute mentale è, in larga parte, una crisi di ipermedicalizzazione», ha affermato durante una tavola rotonda tenutasi il 26 marzo presso la Sottocommissione per l’assistenza sanitaria e i servizi finanziari della Commissione per la supervisione e la riforma del governo della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti.
Delano ha affermato che molte delle difficoltà che le persone affrontano sono «radicate nell’alimentazione, nel sonno, nello stress, nei traumi, nell’abuso di sostanze, nelle relazioni, nella vocazione, nell’ambiente, nell’economia, nel significato, nella fede e nello scopo della vita». Eppure, ha aggiunto, il sistema spesso riduce questi problemi a diagnosi mediche.
Basandosi sulla sua esperienza personale di 14 anni nel sistema di salute mentale, Delano ha spiegato ai legislatori che la sua situazione riflette una tendenza più ampia.
Delano, ora fondatrice di Inner Compass Initiative e autrice di Unshrunk: A Story of Psychiatric Treatment Resistance, ha affermato che sempre più americani cercano assistenza per la salute mentale, ma i risultati, compresi i tassi di suicidio tra i giovani, continuano a peggiorare.
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«Da due farmaci sono passati a tre, poi a quattro, poi a cinque. La mia vita è andata in pezzi»
Delano ha raccontato di aver iniziato le cure a 13 anni. Le è stato diagnosticato un disturbo bipolare e le è stato detto che avrebbe avuto bisogno di farmaci per tutta la vita.
«Vi viene detto che si tratta di una malattia incurabile. Che ve la porterete dietro per tutta la vita. Che è gestibile con i farmaci, ma che non ne guarirete mai», ha affermato. «Ed è questa la storia che viene raccontata a moltissime persone riguardo a queste patologie, il che semplicemente non è vero».
Col tempo, le sue diagnosi si sono ampliate e le sue prescrizioni si sono moltiplicate.
«Da due farmaci sono passati a tre, poi a quattro, poi a cinque», ha detto. «La mia vita è andata in pezzi».
Ha detto di essere ingrassata, di aver sviluppato problemi di salute cronici e di essere diventata «sempre più ansiosa e con tendenze suicide».
«Alla fine, non ero più in grado di lavorare né di prendermi cura di me stessa», ha detto.
Delano ha dichiarato ai legislatori che la sua esperienza evidenzia una mancanza di consenso informato.
Nessuno mi ha detto che molti farmaci psichiatrici sono stati approvati sulla base di studi clinici della durata media di 6-12 settimane, o che gli effetti a lungo termine dell’assunzione contemporanea di più farmaci non sono mai stati adeguatamente accertati.
Ha affermato di non essere stata avvertita del fatto che i farmaci potessero causare «gravi problemi di salute fisica», compromettere la funzione sessuale o, in alcuni casi, aumentare i pensieri suicidi.
Quando ha cercato di smettere di assumere i farmaci, ha detto di aver avuto sintomi di astinenza, ma le è stato detto che si trattava di una ricaduta.
«Nessuno mi ha detto che quello che ho provato… era una crisi di astinenza», ha affermato. «Invece, mi è stato detto che il mio peggioramento significava che la mia malattia era così grave da essere ormai resistente a qualsiasi trattamento».
A 25 anni, Delano disse di credere che non ci fosse più speranza. Tentò il suicidio.
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«Questa è la prossima crisi degli oppioidi, e credo che sarà ancora più grave»
La testimonianza della Delano giunge in un momento in cui le condizioni di salute mentale peggiorano, nonostante il continuo aumento delle diagnosi e delle prescrizioni.
Dal 2007 al 2021, il tasso di suicidi tra le persone di età compresa tra 10 e 24 anni è aumentato del 62%. Nel 2023, oltre 49.000 americani sono morti per suicidio, il numero più alto mai registrato, circa 20.000 in più rispetto al 2000.
Nel 2024, tra gli adolescenti, 2,6 milioni hanno riferito di aver avuto pensieri suicidi seri, 1,2 milioni hanno elaborato un piano e 700.000 hanno tentato il suicidio.
Allo stesso tempo, le diagnosi sono aumentate vertiginosamente. Oggi, circa il 23,4% degli adulti statunitensi – all’incirca 61,5 milioni di persone – ha sofferto di una malattia mentale. Questa percentuale include oltre il 36% dei giovani adulti.
L’uso di farmaci è aumentato di pari passo con questi numeri.
Dal 2006, l’uso di SSRI nei bambini è più che raddoppiato. Un rapporto del dicembre 2025 ha rilevato che 6,1 milioni di bambini statunitensi di età pari o inferiore a 17 anni assumono almeno un farmaco psichiatrico.
«Questa è la prossima crisi degli oppioidi, e credo che sarà ancora più grave», ha affermato Delano.
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I medici stanno medicalizzando sempre più la «normale infelicità umana»
Altri esperti presenti alla tavola rotonda hanno sollevato preoccupazioni simili in merito alla diagnosi e al trattamento.
La dottoressa Sally Satel, psichiatra e ricercatrice senior presso l’American Enterprise Institute, ha affermato che i medici spesso confondono il confine tra depressione clinica e difficoltà della vita.
«Non saprei dire quante persone… una volta hanno ricevuto una diagnosi [di depressione], ma in realtà la loro diagnosi era semplicemente demoralizzazione», ha affermato.
«Abbiamo bisogno di farmaci per questo?», ha chiesto Satel. In alcuni casi, ciò che i pazienti hanno bisogno di sentirsi dire è: «La tua vita è difficile. Stai reagendo in modo razionale a una vita difficile», ha affermato.
Satel ha anche affermato che gli psichiatri non prescrivono la maggior parte dei farmaci psichiatrici.
Secondo lei, molte delle prescrizioni vengono scritte dai medici di base e dagli operatori sanitari di livello intermedio. «Questo è sicuramente… un problema».
«Stiamo ricorrendo a diagnosi eccessive», ha aggiunto. «Stiamo trasformando… la normale infelicità umana in… diagnosi per le quali poi prescriviamo farmaci che probabilmente non funzioneranno».
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«Insistere su quello che stiamo facendo… non ci porterà da nessuna parte»
Il dottor David Hyman, medico e giurista, ha tracciato una distinzione simile.
«Tristezza e depressione sono due cose diverse», ha affermato. Il trattamento, ha aggiunto, dovrebbe concentrarsi sulla seconda, e non necessariamente sui farmaci.
Ha inoltre messo in guardia contro un sistema che tende sempre più a prescrivere farmaci. «Insistere su ciò che stiamo facendo, che non funziona, non ci porterà da nessuna parte migliore di dove siamo già», ha affermato.
Hyman ha messo in discussione le modalità di valutazione nel tempo dei farmaci psichiatrici.
Sebbene i farmaci debbano dimostrare sicurezza ed efficacia per ottenere l’approvazione, ha affermato, non esiste un sistema coerente per studiare gli effetti a lungo termine o cosa accade quando i pazienti smettono di assumerli.
«Non esiste un meccanismo o una rivalutazione sistematica delle cose dopo che sono state approvate», ha affermato.
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La riduzione graduale del dosaggio può richiedere non solo mesi, ma anni.
Delano ha affermato che tale divario è particolarmente evidente quando i pazienti cercano di ridurre gradualmente l’assunzione di farmaci. Alla domanda su quanto spesso i pazienti ricevano informazioni complete sulla loro diagnosi e sui farmaci, ha risposto: «da quello che ho visto, mai».
«Ci sono voluti 13 anni per capire che dovevo uscirne», ha detto Delano. Ma smettere di drogarsi è «incredibilmente difficile».
«Abbiamo un sistema che rende incredibilmente facile iniziare ad assumere questi farmaci, che in realtà erano stati studiati solo per un uso a breve termine», ha affermato. «Eppure, la maggior parte delle persone li assume a lungo termine per anni e non ha vie di fuga sicure».
Senza indicazioni chiare, le persone spesso interrompono la terapia troppo bruscamente, si sentono peggio e presumono di aver bisogno dei farmaci a tempo indeterminato, ha affermato.
Delano ha richiesto etichette dei farmaci aggiornate, campagne di informazione pubblica e linee guida cliniche per una riduzione graduale del dosaggio.
Ha sottolineato che questi farmaci possono creare dipendenza fisica. «Non si tratta di dipendenza vera e propria, è diversa», ha precisato. È un effetto biologico che può rendere difficile smettere di assumerli.
«Sembra inconcepibile che una capsula… possa richiedere una riduzione graduale… non solo nell’arco di mesi, ma di anni», ha affermato. Eppure, per alcuni pazienti, questo livello di riduzione graduale è necessario, ha aggiunto.
Ora, a 16 anni dalla sospensione dei farmaci psichiatrici, Delano afferma che la sua esperienza è la forza trainante del suo lavoro.
«È urgente comprendere meglio cosa accade nel cervello e nel corpo delle persone che assumono questi farmaci a lungo termine e quando cercano di interromperne l’assunzione», ha affermato.
Jill Erzen
© 1 aprile 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.
Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.
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Psicofarmaci
L’epidemia nascosta degli psicofarmaci. Ritalin a 7 anni e 20 droghe psicotropiche entro i 20: il racconto di una donna
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«Dietro a tutto questo si cela una corruzione enorme»
Nel settembre 2025, il rapporto strategico MAHA della Casa Bianca ha indicato l’eccessiva medicalizzazione come uno dei principali fattori scatenanti dell’epidemia di malattie croniche tra i bambini statunitensi. Secondo il rapporto, si registra una «tendenza preoccupante» alla prescrizione eccessiva di farmaci ai bambini. I conflitti di interesse nella ricerca medica, nella regolamentazione e nella pratica medica sono alla base di questa tendenza, che ha portato a «trattamenti non necessari e rischi per la salute a lungo termine». Gansky ha affermato di far parte di quella che ha definito la «epidemia nascosta» di bambini che hanno sofferto a causa di farmaci psicotropi. Ha criticato l’industria medica per la tendenza a prescrivere farmaci troppo frettolosamente, senza valutare i possibili effetti negativi sui bambini, soprattutto a lungo termine. «Questo sta accadendo a milioni di persone, e dietro a tutto ciò si cela una corruzione enorme», ha affermato.Aiuta Renovatio 21
Milioni di bambini come Gansky assumono farmaci per l’ADHD
Gansky non è certo un caso isolato. Secondo un’analisi dei dati federali, nel 2022 circa 7,1 milioni di bambini statunitensi di età compresa tra i 3 e i 17 anni hanno ricevuto una diagnosi di ADHD. Circa la metà di loro assumeva farmaci per curare l’ADHD. Dopo aver iniziato con il Ritalin, Gansky ha provato altri farmaci per l’ADHD, tra cui Daytrana, Concerta e Adderall. Le pillole la rendevano lunatica, agitata e instabile, «il che era completamente insolito per me, perché ero una bambina molto felice, dolce, sciocca e spensierata», ha ricordato. Invece di considerare i suoi sintomi come effetti collaterali dei farmaci, i suoi medici hanno ipotizzato che ci fosse «qualcos’altro che non andava» in lei, ha detto Gansky. Quando aveva ancora 7 anni, i medici le hanno prescritto il Prozac, un SSRI, in aggiunta ai farmaci per l’ADHD. «Questo è diventato un vero e proprio schema ricorrente nella mia vita», ha detto. «Ogni volta che avevo difficoltà o dicevo di non sentirmi bene, la loro risposta non era mai quella di mettere in discussione le droghe in sé». Al contrario, i dosaggi sono stati aumentati e i farmaci sono stati sostituiti o aggiunti. La droga le aveva trasformato la vita in un incubo, ha detto. A volte si sentiva «completamente a terra, insensibile e come uno zombie». Altre volte, gli stimolanti la rendevano «molto agitata, in preda al panico, incapace di dormire», ha ricordato. «Ripensandoci ora, stavo sperimentando effetti collaterali davvero avversi come l’acatisia, ma non avevo le parole per descriverli».Iscriviti al canale Telegram ![]()
«Ero talmente sedato che non riuscivo a svegliarmi e ad arrivare in tempo a scuola»
Riusciva solo a dire di sentirsi ansiosa, “strana” o “male”. Durante le scuole medie, perse circa 36 chili a causa del digiuno. «I medici continuavano a prescrivermi farmaci sempre più spesso», ha detto. «Non avevo le parole né l’autorità per contestare ciò che mi veniva detto». I medici le hanno diagnosticato ansia e disturbo ossessivo-compulsivo (DOC). Quando Gansky aveva 14 anni, i medici le prescrissero l’ Abilify, un farmaco antipsicotico, sebbene non fosse psicotica. A 15 anni, le furono prescritti diversi dosaggi e combinazioni di farmaci, tra cui Prozac, Concerta, Wellbutrin, Xanax e Risperidone, un antipsicotico che fece stare male Gansky e la portò al ricovero in ospedale. «Ad un certo punto, al liceo, mi davano dosi così alte di Xanax che ho rischiato di marinare la scuola perché ero talmente sedato che non riuscivo a svegliarmi e ad arrivare in tempo». La scuola chiese un certificato medico al suo psichiatra per giustificare le assenze e permetterle di diplomarsi in tempo. Il medico scrisse il certificato e aumentò la dose di Prozac.Aiuta Renovatio 21
Il medico di Gansky nega i danni causati dagli antidepressivi.
Quando Gansky iniziò l’università, aveva smesso di assumere farmaci per l’ADHD, ma prendeva ancora antidepressivi. Sebbene i suoi medici avessero in gran parte escluso l’ipotesi che molti dei suoi sintomi potessero essere indotti dai farmaci, Gansky iniziò a fare ricerche per conto proprio. Si imbatté in forum clandestini gestiti da pazienti, comunità su Reddit e un sito chiamato Surviving Antidepressants, una rete di supporto tra pari per coloro che stavano riducendo gradualmente l’assunzione di antidepressivi e che stavano sperimentando la sindrome da astinenza. «Ho trovato online molte persone che descrivevano i danni causati dagli antidepressivi e si scambiavano informazioni perché non riuscivano a ottenere aiuto dal sistema sanitario», ha affermato. Gansky ha affrontato la questione con il suo medico. Gli ha chiesto se il farmaco che stava assumendo potesse in qualche modo influenzare lo sviluppo del suo cervello o se potesse causare danni cerebrali. «Lui disse: “No, è impossibile”», ha ricordato lei. «In pratica, era l’esperto. Pensava di saperne di più».Astinenza da antidepressivi: «è stato così doloroso e non riuscivo a sfuggire»
Da allora, Danielle ha provato due volte a smettere di prendere l’antidepressivo. Entrambe le volte ha manifestato gravi sintomi di astinenza che l’hanno costretta a riprendere il farmaco. La prima volta che ha interrotto la terapia, il medico le ha consigliato di ridurre gradualmente il dosaggio in sole 6 settimane. Sebbene le indicazioni del medico non si discostassero dalle linee guida mediche standard, il periodo di riduzione graduale era decisamente troppo breve per una persona che assumeva antidepressivi da così tanto tempo come Gansky. Interrompere l’assunzione troppo bruscamente può danneggiare il sistema nervoso di una persona, ed è proprio quello che è successo a lei, ha detto Gansky. Durante la disintossicazione, ha sperimentato un livello di tormento fisico e mentale che non credeva umanamente possibile. «Essere viva nel mio stesso corpo mi faceva sentire come in un’emergenza. Era così doloroso e non potevo sfuggirgli. Ero completamente costretta a letto. Non potevo lavarmi. Non potevo prendermi cura di me stessa. Ho perso 9 chili perché non potevo mangiare. È un’emergenza costante. È assolutamente terrificante». Durante la sua seconda crisi di astinenza, si rivolse a un medico che ipotizzò che Gansky soffrisse di un disturbo dell’umore e le prescrisse Zyprexa, un potente antipsicotico. Gansky ha assunto Zyprexa solo per 9 giorni a causa di una grave reazione avversa. Non riusciva a pensare né a parlare. «Mi è sembrato di subire una lobotomia chimica», ha affermato. Col senno di poi, secondo Gansky, il medico non avrebbe dovuto prescriverle quel farmaco. «Quando si è in fase di astinenza da antidepressivi, il sistema nervoso è estremamente sensibilizzato», ha affermato. «Pertanto, assumere ulteriori farmaci psichiatrici in aggiunta a questi è molto pericoloso e può addirittura peggiorare la situazione». Ora Gansky sta collaborando con uno psichiatra specializzato nell’aiutare le persone a ridurre gradualmente il dosaggio degli antidepressivi. Sta diminuendo la dose di un decimo di milligrammo ogni pochi mesi. Tuttavia, ci vogliono mesi prima che si stabilizzi dopo ogni riduzione. Uno studio del 2025 pubblicato su Psychiatry Research ha rilevato che un uso prolungato di antidepressivi è associato a un maggior rischio di sintomi gravi e persistenti. Gli autori dello studio hanno anche scoperto che un uso prolungato rende più difficile l’interruzione dell’assunzione di antidepressivi.Aiuta Renovatio 21
«Bambini come me sono diventati oggetto di un esperimento a lungo termine, senza saperlo»
Gansky ritiene che l’uso prolungato di farmaci psicotropi abbia influenzato il suo sviluppo cerebrale in un modo che le rende molto difficile smettere di assumerli. «A quell’età, un bambino non può dare un consenso consapevole all’assunzione di una sostanza psicoattiva che altera la chimica del cervello e la funzione del sistema nervoso, soprattutto quando gli effetti a lungo termine sul cervello in via di sviluppo non sono ancora del tutto chiari» ha detto. «Ci mancano ancora ricerche significative a lungo termine su come questi farmaci influenzino lo sviluppo cerebrale. Quindi, per molti versi, bambini come me sono diventati oggetto di un esperimento a lungo termine, senza saperlo». La fa infuriare il fatto che le sia stata diagnosticata l’ADHD e la necessità di farmaci all’età di 7 anni, solo perché era una bambina irrequieta con una calligrafia disordinata. «Semplicemente non soddisfacevo questo standard esterno di comportamento e rendimento che onorava solo una definizione ristretta di cosa sia un bambino, queste norme predefinite su come un bambino dovrebbe comportarsi in un contesto scolastico» ha detto. «Questa situazione è stata patologizzata e ha portato a una serie di terapie farmacologiche psichiatriche, che mi hanno condotto alla situazione in cui mi trovo oggi». Esistono prove che molti bambini, anche di età inferiore ai 7 anni, assumono farmaci per l’ADHD. Uno studio del 2025 condotto da Stanford Medicine ha rilevato che i farmaci per l’ADHD vengono prescritti troppo frettolosamente ai bambini in età prescolare. Le linee guida dell’Accademia Americana di Pediatria per il trattamento dell’ADHD nei bambini dai 4 ai 6 anni raccomandano la formazione dei genitori sulla gestione del comportamento come prima linea di trattamento, prima di ricorrere a interventi farmacologici. Tuttavia, lo studio del 2025 ha rilevato che a molti bambini in età prescolare venivano somministrati farmaci per l’ADHD senza prima aver tentato un percorso di formazione per i genitori sulla gestione del comportamento. Gli autori hanno citato la carenza di servizi di gestione del comportamento. Suzanne Burdick Ph.D. © 16 marzo 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD. Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.Iscriviti alla Newslettera di Renovatio 21
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