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Psicofarmaci

Domanda: il presunto assassino patriarcale assumeva psicofarmaci?

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Filippo Turetta, il presunto assassino di Giulia Cecchettin, sta tornando ora in Italia dalla Germania, dove era stato arrestato. Atterrerà a Venezia con un volo militare, perché, è stato riferito, si temeva che con un volo di linea potevano ingenerarsi problemi, con magari gruppi di passeggeri pronto a realizzare un linciaggio in volo.

 

Il trasporto su velivoli dello Stato, così come il minuto di silenzio inflitto ai nostri figli piccoli, fanno capire quanto la storia sia fondamentale per il potere centrale. Immaginiamo l’atmosfera del processo, non così diversa, per pressione assoluta delle istituzioni e dell’opinione pubblica, da quella di Derek Chauvin, il poliziotto condannato per la morte di George Floyd, accoltellato ieri in carcere (come sa il lettore di Renovatio 21, certi referti autoptici emersi recentemente in tribunale scrivono che Floyd morì non per strangolamento, sconfessando quindi la sentenza).

 

I casi due sono tuttavia diversissimi, e diciamo subito che, per quanto ci riguarda, se considerato colpevole, propenderemo per possibilità giuridiche peggiori dell’ergastolo, purtroppo non attualmente contemplate dal nostro ordinamento. La questione, come abbiamo visto, è che questo non basta: la punizione totale del ragazzo non è abbastanza, perché il problema è l’uomo, l’umanità maschile e la società così come la conosciamo, il patriarcato, di cui Filippo, è stato detto, «è un figlio sano».

 

È impressionante la quantità di dettagli che stanno uscendo su questa vicenda, di cui di fatto si sa pochissimo. Erano stati chiamati i carabinieri, che non sarebbero intervenuti (lo abbiamo saputo solo ora, dopo giorni). Filippo dormiva con l’orsacchiotto, e il padre dice che la loro non era una famiglia patriacale (il problema, ha detto qualche commentatore, potrebbe essere quindi proprio quello). L’avvocato di Turetta ha lasciato sui social in passato certi commenti ritenuti inopportuni, ed è stato per questo cambiato dalla famiglia (anche qui, notare come l’aria intorno al processo sia già innocente).

 

Vi sono minuzioserie delle ricostruzioni che si sono dimostrate avventate, inesatte, per non dire false. Per esempio, era stato detto, da agenzie riprese da tutti i giornali, che Giulia era stata «buttata in un dirupo». «Giulia Cecchettin gettata da un dirupo alto 50 metri. Il corpo trovato da un cane della Protezione civile» ha titolato il Quotidiano Nazionale, che ha aggiunto che «zona impervia è molto frequentata dai lupi, ma il cadavere della ragazza non è stato attaccato».

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Sui giornali era uscito pure che la ragazza non era morta quando veniva lanciata nel crepaccio. «Giulia Cecchettin, per la Procura Turetta l’ha “gettata agonizzante nel dirupo”» è il titolo che ha fatto Il Tempo. «Filippo Turetta si sarebbe sbarazzato del corpo agonizzante della ex fidanzata gettandolo nel dirupo», scrive l’AGI.

 

Sei giorni fa Il Giornale scriveva invece che «secondo la ricostruzione delle forze dell’ordine Filippo Turetta avrebbe trascinato il corpo di Giulia sul ciglio della strada per poi lasciarlo rotolare lungo un dirupo per oltre una cinquantina di metri di profondità, fino a quando il corpo della ragazza si è fermato in un canalone». L’immagine è assai diversa da quella che ci avevano dipinto nella mente poco prima, quella di un uomo che lancia in un abisso una donna, l’icona perfetta dell’assassino patriarcale. L’orrore sostanziale, lo sottolineiamo, non cambia: una ragazza accoltellata a morte, brutalmente. Tuttavia qui quello che vogliamo sottolineare non riguarda il delitto, ma lo spin che ne si è dato, l’ottica mediatica utile alla narrazione dominante.

 

Poi la storia del sangue. Secondo il TG La7 (quello di Mentana) tracce ematiche sarebbero state trovate sotto casa di Giulia. Altre testate sostengono che tracce di sangue si sarebbero trovato fuori dall’azienda Christian Dior, dove la videocamera avrebbe ripreso l’aggressione di Filippo contro Giulia. I giornali tre giornali fa scrivevano che Turetta era stato arrestato in Germania tutto sporco di sangue.

 

Poi ieri la notizia: «non ci sono tracce evidenti di sangue nella vettura». I pochi che prestano attenzione potrebbero avere la mente che vacilla, o persino peggio: no, non fate tornare su le storie di scarpe e impronte sangue, la bicicletta, e tutto il buco nero di quell’antico delitto lombardo… No, Garlasco no, vi preghiamo, non un’altra volta.

 

È curioso, e come sempre indicativo, che tra tutta questa marea di dettagli sul caso – veri, falsi, giusti, incongrui – manchi la domanda più centrale, la solita domanda che nessuno osa porre dopo delitti in famiglia e stragi di ultraviolenza casuale: il presunto assassino stava assumendo qualche droga?

 

Riformuliamo per il benpensante, che non ha ancora capito che nella farmacia sotto casa può comprare, su ricetta data abbastanza facilmente, sostanze psicoattive totalmente legali, che alterano la psiche in maniera potente, ma che – per ragioni politiche e commerciali che possiamo comprendere – non chiamiamo «droghe»: gli psicofarmaci.

 

Quindi, ripetiamo la domanda che i media non stanno facendo, e non faranno mai: Filippo Turetta stava assumendo psicofarmaci?

 

Il ragazzo era sotto l’influsso di qualche sostanza che gli era stata prescritta? In ipotesi, potrebbe essere che il ragazzo fosse andato in cura per lo stato di malessere patito quando era stato lasciato da Giulia? Non che ci voglia un gran processo terapeutico: «dottore sono depresso»; eccoti la sertralina.

 

Chi è nuovo non sa che quella contro gli SSRI – gli inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina – e gli psicofarmaci in generale è una battaglia che portiamo avanti da anni su Renovatio 21.

 

Segnaliamo il tremendo pericolo non per una questione morale, religiosa e nemmeno solo medica – gli effetti sulla salute sono orrendi, dall’anedonia (incapacità di provare piacere, anche sessuale) alla dipendenza più acuta, dai rischi per le donne in gravidanza (sempre sottovalutati), dal torpore esistenziali alle crisi che ha confessato di recente il cantante Fedez.

 

Non c’è solo il danno alla persona: c’è da considerare il danno alla società. Perché l’idea che i delitti e le stragi più insensate siano frutto del consumo di psicofarmaci avanza sempre più, nonostante la censura dei media – e il motivo è facile da comprendere: senza il budget pubblicitario farmaceutico, quale TV, quale giornale, può sperare di campare? Quanta politica – in USA, soprattutto, dove è possibile la pubblicità diretta da parte di Big Pharma, ma non solo – foraggiata da «lobbysti» perderebbe qualcosa, se fosse solo posta la domanda?

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Il fatto è che dietro ad ogni strage di cui avete sentito parlare, anche in Italia, potrebbe esserci uno psicofarmaco. Notate: vi dicono, di solito, che l’assassino era «in cura», ma non vi dicono come. Giornalisti d’inchiesta americani scrivono che a volte ci vogliono mesi per riuscire a capire quale farmaco prendesse il mostro, un dettaglio che diviene disponibile dopo pochi minuti: basta guardargli nell’armadietto in bagno. Tuttavia, in vari casi l’informazione non esce, neanche lontanamente.

 

Ai giornali, quelli che fanno soldi dipingendo scene di sangue, e che per deontologia dovrebbero cercare radicalmente la verità, pare non interessare l’origine del crimine, anche quando è evidente che se proprio se ne occupassero i giornalisti, il problema potrebbe diminuire drasticamente.

 

Facciamo qualche esempio, tratto dalle cronache degli USA, dove più di qualcuno, fuori dal mainstream, ha da tempo iniziato ad unire i puntini.

 

Eric Harris, il perpetratore del massacro della scuola Columbine (1999) era sotto Zoloft, cioè la sertralina, ed anche Luvox, fluvoxamina.

 

Un anno prima, un quindicenne di nome Kip Kinkel ha sparato ai suoi genitori e a dozzine di compagni di classe: era sotto fluoxetina, cioè Prozac.

 

Nel 2005, un sedicenne di nome Jeff Weise ha ucciso suo nonno e dieci bambini in Minnesota. Prozac.

 

Idem per il 27enne Steven Kazmierczak che ha ucciso sei persone alla Northern Illinois University (2008). Fluoxetina.

 

Ricorderete il massacro di Aurora, in Texas, nel 2012, quando un tizio vestito da Joker entrò in un cinema dove proiettavano l’ultimo Batman e massacrò 82 spettatori: si trattava del 25enne James Holmes, che era sotto Zoloft.

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La lista è molto, molto più lunga di così. Tuttavia non parliamo per aneddoti. Timidi studi sull’associazione tra SSRI e violenza sono stati fatti negli anni scorsi. Un gruppo di ricercatori svedesi nel 2017 ha pubblicato uno studio chiamato «Associazioni tra inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina e criminalità violenta negli adolescenti, nei giovani e negli anziani».

 

La ricerca «identificava individui a cui era stato somministrato un inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina (SSRI) di età compresa tra 15 e 60 anni nel periodo 2006-2013, utilizzando i registri nazionali svedesi. Il risultato è stato una condanna per reato violento. Le principali analisi statistiche hanno valutato i rischi di criminalità violenta durante i periodi di trattamento con SSRI rispetto a quelli di disattivazione all’interno degli individui».

 

Lo studio conclude dicendo che «sebbene permangano dubbi sulla causalità, questi risultati indicano che potrebbe esserci un aumento del rischio di crimini violenti durante il trattamento con SSRI in un piccolo gruppo di individui. Può persistere durante i periodi di terapia, tra i gruppi di età e dopo l’interruzione del trattamento».

 

Uno studio dell’Università di Cambridge del 2022 aveva un titolo ancora più esplicito e promettente: «inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina e criminalità violenta: gli SSRI uccidono o curano?».

 

«Gli SSRI sono costantemente associati a eventi violenti nella popolazione adulta. (…) Diversi studi recenti attirano l’attenzione su questa ipotesi mentre sono stati ispirati da diversi assassini di massa negli Stati Uniti» scrivevano gli scienziati cantabrigiensi, i quali concludevano che tutto sommato gli psicofarmaci erano «sicuri per la popolazione» (dov’è che abbiamo già sentito questa espressione?). Niente da vedere qui, circolare. Tuttavia, «Tuttavia, è stato osservato un aumento del rischio di comportamento violento nei giovani e in quelli con una storia di crimini violenti».

 

Si tratta, per la comunità scientifica, di una prima, lieve ammissione che riveste un’importanza enorme.

 

Fino a poco fa, il problema della violenza SSRI era stato «inscatolato» nella questione del suicidio. Nei bugiardini americani della sertralina, ad esempio, era stato introdotto un «black box warning» («avvertimento da scatola nera»), il babau di ogni casa farmaceutica: è una parte evidenziata del libretto che indica un effetto avverso particolarmente grave, che in questo caso era l’ideazione suicidaria.

 

In pratica: prendi lo psicofarmaco per non suicidarti, e invece finisci proprio per progettare la tua morte. E magari riuscirci.

 

Come sia stato possibile che la comunità scientifica, politica, sanitaria abbia accettato una cosa del genere – un farmaco che può portarti ad ucciderti? Una pillola della morte? – rimane un grande mistero.

 

Ma ancora più enigmatico, pensiamo, è il fatto che tutti le persone coinvolte, dai dottori ai pazienti agli enti regolatori, si siano bevuti la questione per cui tale effetto paradosso riguardi solo la propria morte e non anche quella delle persone che ci stanno intorno.

 

Se ammettiamo che la psicodroga legale possa alterarti il cervello al punto dal percepire odio per la vita, come è possibile che questo riguardi solo la propria?

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Esattamente come altre droghe, la mente alterata dal farmaco può generare pensieri abnormi, sensi di persecuzione, sentimenti indicibili per cui la morte è preferibile alla vita. Le stragi in famiglia, dove il genitore uccide il consorte e i figli, possono spiegarsi così,  con il rivoltamento morale definitivo dell’animo umano, la sua inversione. Il padre ammazza i cari che deve proteggere, la madre uccide i bambini a cui ha dato la vita: tanti casi così, in cui la mente umana sembra improvvisamente rovesciata. Lo stesso, e tremano i polsi a dirlo, potrebbe essere vero per i piloti che schiantano al suolo l’aereo con a bordo centinaia di persone.

 

Non si tratta, badi bene, di sola modifica dell’umore del soggetto, ma di un radicale cambiamento del suo pensiero: spinto nei suoi convincimenti apocalittici, lo psicodrogato programma, medita, premedita. La «cura», lo sappiamo, può andare avanti per mesi, anni, può andare avanti per sempre. Quanti medici di famiglia prescrivono lo psicofarmaco senza nemmeno visitare davvero il paziente?

 

Anni fa, ricordiamo ancora, era possibile vedere una trasmissione che citava la possibile correlazione tra violenza e psicofarmaci su un canale TV pubblica italiana. Oggi, come ovvio, il panorama si è arricchito decisamente della censura farmaceutica, e con il COVID abbiamo imparato che non è consentito criticare aziende che magari hanno alle spalle processi con multe miliardarie – magari, in certi casi, qualche paziente morto nel percorso.

 

Quindi, non aspettiamoci che, fuori dal povero sito di Renovatio 21, qualcuno farà questa domanda. Vi diranno di che colore è l’orsetto di pelouche di Filippo Turetta, ma mai e poi mai faranno una domanda sui farmaci che il ragazzo potrebbe aver preso.

 

Del resto, non dovete pensare che, come per i vaccini, anche questo non rientri in un grande piano globale, che però vi riguarda da vicino. Se non ci credete, c’è un libro che fa al caso vostro: Il mondo nuovo di Aldous Huxley, l’uomo erede di una famiglia di aedi del Nuovo Ordine Mondiale.

 

I più credono che si tratti di un romanzo distopico, ma basta leggere il testo che in genere vi è accluso (Ritorno al mondo nuovo, nelle edizioni italiane) per capire invece che per Huxley si trattava invece di un manifesto per la riformulazione del mondo sotto un sistema di tecnocrazia totale, con l’esistenza umana gestita dalla produzione in provetta di embrioni selezionati alla cremazione eutanatica.

 

Ebbene, c’è questo elemento che colpisce nel Mondo nuovo huxleyano: i cittadini, divisi in caste genetiche e distratti con continue orge (hanno abolito la proprietà privata, e con essa la monogamia), vengono costantemente drogati dal soma, una pillola che ne alza e ne stabilizza l’umore. Drogati e felici per ordine dello Stato tecnocratico.

 

Del resto, se gli psicofarmaci fanno bene, e sono, come dicono gli esperti, sicuri per la popolazione, perché non dovremmo prenderli tutti? Perché non dovremmo concederci una vita felice con la tecnologia psicochimica?

 

Non ho idea se Filippo prendesse o meno psicofarmaci. Ma davanti a questa tragedia, sono queste le questioni che mi pongo. Perché, per rasoio di Occam, a rendere qualcuno violento, più che il patriarcato, potrebbe essere stata una sostanza che altera la mente.

 

Non è un dettaglio. È una faccenda centrale per una società che vuole proteggersi, che vuole vivere. La nostra lo è ancora?

 

Roberto Dal Bosco

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Psicofarmaci

Come gli psicofarmaci per bambini ottengono l’approvazione statale

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense.   Alcuni ricercatori, in un articolo pubblicato su JAMA Psychiatry, sostengono che l’etichetta di Exxua, un antidepressivo approvato dalla FDA, metta in evidenza i risultati positivi degli studi clinici, omettendo al contempo numerosi studi che non sono riusciti a dimostrare l’efficacia del farmaco rispetto al placebo. Per i genitori, l’approvazione della FDA può significare la vita o la morte dei propri figli.   Quando Charay Gadd-Spencer pensa a sua figlia, ricorda una ragazza che amava disegnare, giocava a calcio tutto l’anno nel Michigan e sognava di diventare pilota dell’aeronautica. London Izabella-Ryén Gadd aveva anche una passione per i viaggi e adorava fare gite in Messico con la sua famiglia.   Ma nel luglio del 2024, London disse a sua madre di aver bisogno di aiuto per l’ansia. Nel giro di pochi giorni, le fu prescritta la fluoxetina, un inibitore selettivo della ricaptazione della serotonina (SSRI) comunemente noto come Prozac. Meno di un mese dopo, si tolse la vita. Aveva 12 anni.   «L’abbiamo persa 23 giorni dopo che le erano stati prescritti farmaci psichiatrici», ha dichiarato Gadd-Spencer a The Defender. «Non mi era stato detto che alcuni bambini possono manifestare acatisia, appiattimento emotivo, agitazione, impulsività, peggioramento del comportamento o improvvisi pensieri suicidi».   La morte della figlia ha spinto Gadd-Spencer a interrogarsi sulle modalità di valutazione e approvazione dei farmaci psichiatrici da parte della Food and Drug Administration (FDA) statunitense, in particolare quelli prescritti ai bambini.   «Non riesco a toccare, vedere, annusare, sentire o ricordare nulla senza pensare a London», ha detto Gadd-Spencer. «Questa è una condanna a vita per la nostra famiglia. Ho perso mia figlia, ma ho perso anche l’illusione che qualcosa sia sicuro solo perché approvato dalla FDA, prescritto da un medico o definito cura standard».

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La FDA ha respinto questo SSRI per ben quattro volte, per poi approvarlo nel 2023. Le domande relative alle modalità di approvazione degli antidepressivi sono riemerse in seguito a una nuova analisi del farmaco Exxua, un SSRI noto genericamente come gepirone.   I ricercatori, in un articolo pubblicato su JAMA Psychiatry, hanno esaminato la lunga storia regolamentare del farmaco. Hanno concluso che l’ etichettatura approvata dalla FDA enfatizza i risultati positivi degli studi clinici, omettendo però numerosi studi che dimostravano come il farmaco non fosse più efficace di un placebo.   I ricercatori hanno esaminato 13 studi di efficacia presentati alla FDA. Hanno scoperto che solo due studi sul trattamento acuto hanno mostrato risultati positivi, mentre la maggior parte non è riuscita a dimostrare la superiorità del farmaco rispetto al placebo.   Tre studi hanno rilevato che il farmaco è statisticamente inferiore a un comparatore attivo, ovvero un trattamento o una terapia già esistente utilizzata come termine di paragone in una sperimentazione clinica.   La FDA ha respinto Exxua per ben quattro volte e un comitato consultivo nel 2015 ha votato che l’efficacia non era stata dimostrata. Ciononostante, la FDA ha approvato il farmaco nel 2023 dopo che i funzionari dell’agenzia hanno concluso che soddisfaceva i requisiti di legge per l’approvazione.   Gli autori dello studio hanno affermato che il caso illustra come la FDA possa applicare una «flessibilità normativa», valutando la significatività statistica e le prove raccolte nei diversi studi.   Sostenevano che l’etichettatura dei farmaci dovesse includere tutti gli studi clinici adeguati e ben controllati, non solo quelli «con esiti positivi, in modo che i medici possano prendere decisioni di prescrizione più consapevoli».

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La FDA ha approvato Exxua sulla base di due studi clinici che hanno coinvolto 442 adulti. Secondo la FDA, Exxua è stato approvato nel settembre 2023 sulla base di due studi clinici randomizzati, controllati con placebo, della durata di otto settimane, che hanno coinvolto 442 adulti affetti da disturbo depressivo maggiore.   I pazienti trattati con il farmaco hanno mostrato un miglioramento maggiore sulla scala di valutazione della depressione di Hamilton rispetto al gruppo placebo.   La FDA ha affermato che i partecipanti allo studio erano prevalentemente donne (65%), bianchi (69%) e di età inferiore ai 65 anni (99%), con il 13% che si identificava come ispanico o latino. I dati sulla sicurezza sono stati ricavati da oltre 1.600 pazienti in ulteriori studi clinici.   L’agenzia ha concluso che i pazienti trattati con Exxua hanno mostrato un miglioramento maggiore dei sintomi depressivi dopo otto settimane rispetto a quelli che hanno ricevuto un placebo.   La FDA ha inoltre segnalato gli effetti collaterali più comuni, tra cui vertigini, nausea, insonnia, dolore addominale e dispepsia (indigestione cronica).   L’agenzia ha inoltre avvertito che il farmaco potrebbe aumentare il rischio di prolungamento dell’intervallo QT, una condizione che può portare ad arresto cardiaco improvviso, sindrome serotoninergica ed episodi maniacali nelle persone affette da disturbo bipolare.

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Studio: Dobbiamo comprendere le evidenze normative alla base dei nuovi farmaci psichiatrici

Uno studio separato, pubblicato su JAMA Network Open, ha rilevato che tra il 2013 e il 2024 la FDA ha approvato 16 nuovi farmaci psichiatrici sulla base di evidenze provenienti da studi clinici cruciali.   I ricercatori hanno esaminato le richieste di autorizzazione, i disegni degli studi clinici e i dati di efficacia per valutare la solidità delle prove a supporto delle decisioni di approvazione.   Hanno osservato che lo sviluppo di farmaci psichiatrici presenta sfide uniche perché le diagnosi psichiatriche non dispongono di biomarcatori validati e la biologia alla base di molte patologie rimane poco compresa.   Lo studio ha concluso che comprendere le evidenze normative alla base di queste approvazioni è sempre più importante con l’emergere di nuove terapie per la depressione, la psicosi, il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) e altre patologie psichiatriche.

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Gli standard di approvazione della FDA consentono «frequentemente» risultati contrastanti

Gli esperti medici intervistati da The Defender hanno affermato che non è insolito che la FDA approvi farmaci anche quando diversi studi clinici non riescono a dimostrarne l’efficacia.   Il dottor Josef Witt-Doerring, psichiatra ed ex funzionario medico della FDA, ha affermato che il consolidato quadro di approvazione dell’agenzia consente «frequentemente» ai farmaci di raggiungere il mercato nonostante i risultati incoerenti delle sperimentazioni e le argomentazioni presentate dai professionisti medici.   «Molti ricercatori, tra cui alcuni scienziati della FDA, hanno sostenuto che il criterio dei “due studi positivi” permette che i risultati casuali giochino un ruolo troppo importante se numerosi altri studi risultano negativi», ha affermato Witt-Doerring.   «Secondo gli standard attuali, l’approvazione potrebbe essere ancora possibile se la FDA concludesse che i risultati positivi degli studi sono convincenti e quelli negativi non sono definitivi», ha aggiunto.   La FDA generalmente richiede «prove sostanziali di efficacia», uno standard legale che storicamente è stato soddisfatto attraverso almeno due studi clinici adeguati e ben controllati che ne dimostrassero il beneficio.   I funzionari dell’agenzia, tuttavia, valutano la totalità delle prove anziché basarsi esclusivamente sul numero di studi positivi o negativi.

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Le associazioni a tutela dei pazienti chiedono maggiore trasparenza.

Secondo le associazioni a tutela dei pazienti, il processo di approvazione dovrebbe fornire a medici e pazienti un quadro più completo delle prove disponibili.   Kim Witczak, il cui marito si è suicidato cinque settimane dopo aver ricevuto la prescrizione dell’antidepressivo Zoloft, ha affermato: «il sistema funziona solo quando c’è completa trasparenza e una supervisione veramente indipendente».   «La questione è molto più ampia di un singolo farmaco. Gli studi clinici vengono progettati, finanziati, gestiti, analizzati e presentati dallo sponsor. Le aziende farmaceutiche fanno ciò per cui sono state create, ovvero sviluppare prodotti e immetterli sul mercato presentando la documentazione più solida possibile per l’approvazione» ha aggiunto Kim Witczak.   «Dal punto di vista dell’azienda, la FDA rappresenta l’ostacolo da superare per immettere un prodotto sul mercato. La responsabilità della FDA è quella di valutare in modo indipendente le prove e determinare se i benefici superano i rischi».

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Le preoccupazioni relative alla segnalazione selettiva dei risultati degli studi sugli antidepressivi erano precedenti al caso Exxua.

Uno studio fondamentale del 2008, pubblicato sul New England Journal of Medicine, ha confrontato 74 studi clinici sugli antidepressivi registrati presso la FDA, che coinvolgevano oltre 12.500 pazienti, con gli studi che sono stati poi pubblicati su riviste mediche.   I ricercatori hanno scoperto che quasi un terzo degli studi non è mai stato pubblicato. I risultati negativi o discutibili venivano spesso ignorati o presentati in modo da suggerire esiti favorevoli.   Tra la letteratura pubblicata, il 94% degli studi sugli antidepressivi sembrava riportare risultati positivi. Tuttavia, la revisione completa degli stessi studi da parte della FDA ha rilevato che solo il 51% ha dimostrato risultati positivi.   I ricercatori hanno concluso che la pubblicazione selettiva ha gonfiato l’efficacia apparente degli antidepressivi di circa il 32%.   «La segnalazione selettiva dei risultati degli studi clinici può avere conseguenze negative per i ricercatori, i partecipanti allo studio, gli operatori sanitari e i pazienti», hanno scritto gli autori.   Secondo quanto riportato, una base di prove incompleta può produrre “stime irrealistiche dell’efficacia dei farmaci” e distorcere il rapporto percepito tra benefici e rischi di un farmaco.

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Critici: è più probabile che vengano pubblicati gli studi con risultati favorevoli rispetto a quelli con risultati negativi

I critici del processo di approvazione dei farmaci sostengono che gli studi favorevoli continuano a ricevere un’attenzione sproporzionata, mentre i risultati negativi rimangono inediti, poco riportati o assenti dai materiali destinati ai medici.   La questione ha ricevuto particolare attenzione in ambito psichiatrico, dove l’esito dei trattamenti si basa spesso su scale di valutazione soggettive dei sintomi piuttosto che su marcatori biologici oggettivi.   Il dottor Peter Gøtzsche, professore emerito, specialista in medicina interna e direttore dell’Istituto per la libertà scientifica di Copenaghen, è stato un critico schietto della regolamentazione farmaceutica.   Nel suo libro del 2013, «Medicinali mortali e criminalità organizzata : come le grandi aziende farmaceutiche hanno corrotto l’assistenza sanitaria», cita l’antidepressivo lamotrigina come esempio di quella che, a suo avviso, è una dipendenza selettiva dalle prove positive.   «Per questo farmaco sono stati pubblicati solo due studi con risultati positivi, mentre sette ampi studi con esiti negativi non lo sono stati», scrive. «Ma la FDA ha considerato gli altri studi come fallimentari e ha approvato il farmaco, che si è rivelato inefficace».   Gøtzsche ha inoltre sostenuto che il pregabalin, un farmaco antiepilettico approvato dalla FDA, aumenta il rischio di comportamenti suicidari, sebbene tale conclusione rimanga oggetto di dibattito nella comunità scientifica.   Il dottor Paul Marik, pur affermando di non conoscere i dettagli specifici dell’analisi di Exuua, ha criticato nel suo complesso il processo di approvazione della FDA, definendolo «una frode scientifica».

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«Un farmaco può essere approvato dalla FDA e comunque avere effetti devastanti su un bambino»

I ricercatori che hanno analizzato Exxua sostengono che l’etichettatura del prodotto dovrebbe riassumere tutti gli studi clinici adeguati e ben controllati, indipendentemente dall’esito, in modo che i medici possano valutare l’insieme completo delle prove anziché un sottoinsieme di risultati favorevoli.   In ambito psichiatrico, dove le questioni relative all’efficacia, alla risposta al placebo e alla rilevanza clinica hanno plasmato il dibattito, il problema riguarda il modo in cui i medici valutano i rischi e i benefici e la quantità di informazioni che i pazienti ricevono prima di iniziare un trattamento. Mette in luce il profondo impatto dei sistemi di regolamentazione su coloro che cercano assistenza.   Per madri come Gadd-Spencer, il metodo della FDA per autorizzare i farmaci psichiatrici può fare la differenza tra la vita e la morte.   «Il processo di approvazione della FDA ha deluso famiglie come la mia», ha affermato. «L’approvazione non è sufficiente quando gli studi clinici possono essere manipolati, limitati, nascosti, alterati, scritti da ghostwriter e presentati in modo da avvantaggiare le case farmaceutiche e il sistema più che i bambini che assumono i farmaci».   «L’approvazione non è sufficiente quando i genitori non vengono avvertiti a sufficienza, i bambini non vengono monitorati attentamente e i danni reali vengono minimizzati dopo che il farmaco è già in commercio… un farmaco può essere approvato dalla FDA e comunque devastare un bambino», ha aggiunto.   La FDA non ha risposto alle richieste di commento del quotidiano The Defender.   Henrick Karoliszyn   © 1 luglio 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.   Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.  

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Psicofarmaci

Lo Xanax richiamato in vari stati americani

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Secondo un avviso pubblicato dall’ente regolatorio del farmaco USA Food and Drug Administration (FDA), il produttore di Xanax ha richiamato un lotto del farmaco ansiolitico ampiamente prescritto in tutti gli Stati Uniti. Lo riporta Epoch Times.

 

La società farmaceutica statunitense Viatris Inc. ha richiamato dal mercato lo Xanax, o alprazolam, perché non soddisfaceva le specifiche di dissoluzione, secondo quanto riportato dalla FDA e pubblicato sul suo sito web questa settimana. Ciò significa che un farmaco potrebbe non essere in grado di rilasciare il dosaggio corretto nel tempo, il che potrebbe influire sul modo in cui il farmaco viene assorbito dall’organismo, oppure che la consistenza del lotto potrebbe essere compromessa, afferma la FDA sul suo sito web.

 

Il farmaco oggetto del richiamo è Xanax XR in compresse a rilascio prolungato da 3 milligrammi, in confezioni da 60 compresse, come indicato nell’avviso della FDA. Il farmaco, prodotto in Irlanda, è stato distribuito da Viatris Inc., con sede a Morgantown, in Virginia Occidentale.

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Un lotto di questo farmaco è stato ritirato dal mercato. Non è stato emesso alcun comunicato stampa in merito all’azione. La FDA ha dichiarato che il richiamo è tuttora in corso.

 

L’alprazolam è classificato come benzodiazepina e viene utilizzato per trattare i disturbi d’ansia e l’ansia causata dalla depressione. Il farmaco è utilizzato anche per trattare i disturbi di panico, secondo quanto riportato dal Consiglio di Farmacia della California.

 

Tale psicofarmaco è di uso comune. Secondo il database di farmaci ClinCalc, è il 37° farmaco più prescritto negli Stati Uniti, con oltre 15 milioni di prescrizioni evase per 3,2 milioni di pazienti nel 2023. Secondo il National Institutes of Health (NIH), l’alprazolam presenta un’elevata propensione all’abuso e alla dipendenza, e nel 2016 i funzionari del NIH hanno dichiarato che «l’abuso di alprazolam ha raggiunto livelli epidemici e porta a esiti negativi, soprattutto se assunto in combinazione con altri depressori del sistema nervoso centrale».

 

Gli effetti collaterali comuni (cioè molto frequenti) dello Xanax comprendono sonnolenza, sedazione, vertigini, stordimento, fatica, difficoltà di concentrazione, atassia (problemi di coordinazione), mal di testa, bocca secca, disturbi della memoria e del linguaggio. Questi sintomi possono compromettere la guida, il lavoro e le attività quotidiane, aumentando il rischio di cadute (soprattutto negli anziani).

 

Effetti avversi più gravi comprendono depressione, confusione, disorientamento, reazioni paradossali (agitazione, irritabilità, aggressività, aumento dell’ansia invece di riduzione), amnesia anterograda, riduzione della libido, cambiamenti di umore e appetito, offuscamento della vista.

 

Il rischio più preoccupante è la dipendenza fisica e psicologica, che può insorgere anche con dosi terapeutiche e dopo poche settimane di uso. La tolleranza porta a dosi crescenti per ottenere lo stesso effetto. La sospensione improvvisa o troppo rapida causa una sindrome da astinenza potenzialmente grave: ansia di rimbalzo (spesso peggiore di quella iniziale), insonnia, tremori, irritabilità, nausea, palpitazioni, iperacusis, e in casi estremi convulsioni, delirium, allucinazioni o crisi epilettiche. L’astinenza può durare settimane o mesi (sindrome protratta).

 

Vi è inoltre il pericolo di depressione respiratoria (soprattutto se associato ad alcol, oppioidi o altri depressori del SNC), con rischio di coma o morte. L’FDA ha emesso un black box warning (cioè un’avvertenza evidente nel bugiardino) proprio per abuso, dipendenza, astinenza potenzialmente letale e interazioni pericolose.

 

Le benzodiazepine come l’alprazolam sono tra le sostanze più rilevate nei casi di cosiddetto Drug-Facilitated Crime (cioè crimine facilitato da droga, o DFC) insieme ad alcol e altri sedativi, perché causano sonnolenza profonda, perdita di inibizioni e vuoti di memoria. I DFC più noti comprendono rapine, estorsioni, furti e lo stupro.

 

Lo Xanax è una delle benzodiazepine più vendute sul mercato nero, in America e non solo. Molte pasticche «fake Xanax» (soprattutto quelle a forma di barra) sono contraffatte e spesso contengono fentanyl o altre sostanze letali, causando migliaia di overdosi accidentali. Gang organizzate producono e vendono milioni di pillole false tramite dark web o lo spaccio in strada.

 

Esiste un legame documentato tra Xanax e rischio suicidario, sia durante l’uso che soprattutto in caso di sospensione. Studi recenti (2024) su oltre 2,4 milioni di pazienti mostrano che l’alprazolam è associato a un rischio più che raddoppiato di tentativi di suicidio. Il rischio aumenta del 5% per ogni mese aggiuntivo di trattamento alla dose standard di 0,5 mg. Questo effetto riguarda anche altre benzodiazepine, ma l’alprazolam (a breve durata d’azione) sembra più problematico per via dell’ansia di rimbalzo e della maggiore tossicità.

 

Le benzodiazepine possono mascherare o peggiorare la depressione sottostante. Il foglietto illustrativo ufficiale in USA avverte che non devono essere usate da sole per trattare ansia associata a depressione, perché possono precipitare o aumentare il rischio di suicidio. Possono causare disinibizione, impulsività, irritabilità, aggressività o pensieri suicidari (effetti paradossi).

 

L’alprazolam è una delle benzodiazepine più coinvolte in sovradosaggi intenzionali. È più tossico di altre BDZ: provoca maggiore sedazione, depressione respiratoria, coma e morte, soprattutto se associato ad alcol, oppioidi o altri depressori. In overdose da solo è raramente letale, ma diventa estremamente pericoloso in combinazione.

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La riduzione brusca o l’interruzione improvvisa può scatenare una grave sindrome da astinenza con ansia estrema (spesso peggiore di quella iniziale), depressione, insonnia, agitazione, allucinazioni e, in casi gravi, ideazione suicidaria, tentativi di suicidio o convulsioni. Anche la sospensione graduale dopo uso prolungato è associata a un lieve aumento del rischio di mortalità e tentativi di suicidio.

 

Di fatto, L’FDA include nelle informazioni di Xanax il rischio di suicidal ideation and behavior tra gli effetti gravi legati ad abuso/misuso e astinenza.

 

In Italia, secondo dati AIFA OsMed 2023-2024, le BDZ rappresentano uno dei farmaci più consumati privatamente. La spesa annua dei cittadini per ansiolitici/benzodiazepine è di circa 370-530 milioni di euro (una delle voci più alte tra i farmaci di classe C con ricetta) e l’alprazolam è tra le molecole più prescritte e acquistate tra le benzodiazepine, insieme a lorazepam (il famoso Tavor) e il lormetazepam.

 

Il consumo medio nazionale italiano di benzodiazepine sta intorno a 45-50 dose giornaliere definite su 1000 abitanti: ciò significa che ogni giorno circa 45-50 italiani su 1000 assumono una dose standard di benzodiazepina. I consumi più alti sono al Nord, ma vi è chiaramente uso privato diffuso ovunque.

Dopo il picco pandemico (2020), i consumi di benzo si sono stabilizzati su livelli superiori al 2019, come per tutti gli psicofarmaci.

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Immagine di Ysiulec via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported; immagine tagliata

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Psicofarmaci

«Nessuno me l’aveva detto»: un’ex paziente psichiatrica denuncia i pericolosi effetti collaterali degli psicofarmaci

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Renovatio 21 traduce questo articolo per gentile concessione di Children’s Health Defense. Le opinioni degli articoli pubblicati non coincidono necessariamente con quelle di Renovatio 21.   Laura Delano, ex paziente psichiatrica, ha dichiarato ai legislatori che gli Stati Uniti stanno vivendo una «crisi di ipermedicalizzazione» causata da un sistema di salute mentale che prescrive farmaci a vita senza fornire informazioni chiare sui rischi di tali farmaci o su come interromperne l’assunzione in sicurezza. Ha sottolineato che nel 2024 700.000 adolescenti hanno tentato il suicidio, nonostante il continuo aumento delle prescrizioni di antidepressivi.   Il sistema di salute mentale sta deludendo i bambini trattando le difficoltà quotidiane come «malattie croniche che richiedono una terapia farmacologica a vita», ha dichiarato questa settimana ai legislatori Laura Delano, ex paziente psichiatrica.   «Quella che definiamo crisi di salute mentale è, in larga parte, una crisi di ipermedicalizzazione», ha affermato durante una tavola rotonda tenutasi il 26 marzo presso la Sottocommissione per l’assistenza sanitaria e i servizi finanziari della Commissione per la supervisione e la riforma del governo della Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti.   Delano ha affermato che molte delle difficoltà che le persone affrontano sono «radicate nell’alimentazione, nel sonno, nello stress, nei traumi, nell’abuso di sostanze, nelle relazioni, nella vocazione, nell’ambiente, nell’economia, nel significato, nella fede e nello scopo della vita». Eppure, ha aggiunto, il sistema spesso riduce questi problemi a diagnosi mediche.   Basandosi sulla sua esperienza personale di 14 anni nel sistema di salute mentale, Delano ha spiegato ai legislatori che la sua situazione riflette una tendenza più ampia.   Delano, ora fondatrice di Inner Compass Initiative e autrice di Unshrunk: A Story of Psychiatric Treatment Resistance, ha affermato che sempre più americani cercano assistenza per la salute mentale, ma i risultati, compresi i tassi di suicidio tra i giovani, continuano a peggiorare.

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«Da due farmaci sono passati a tre, poi a quattro, poi a cinque. La mia vita è andata in pezzi»

Delano ha raccontato di aver iniziato le cure a 13 anni. Le è stato diagnosticato un disturbo bipolare e le è stato detto che avrebbe avuto bisogno di farmaci per tutta la vita.   «Vi viene detto che si tratta di una malattia incurabile. Che ve la porterete dietro per tutta la vita. Che è gestibile con i farmaci, ma che non ne guarirete mai», ha affermato. «Ed è questa la storia che viene raccontata a moltissime persone riguardo a queste patologie, il che semplicemente non è vero».   Col tempo, le sue diagnosi si sono ampliate e le sue prescrizioni si sono moltiplicate.   «Da due farmaci sono passati a tre, poi a quattro, poi a cinque», ha detto. «La mia vita è andata in pezzi».   Ha detto di essere ingrassata, di aver sviluppato problemi di salute cronici e di essere diventata «sempre più ansiosa e con tendenze suicide».   «Alla fine, non ero più in grado di lavorare né di prendermi cura di me stessa», ha detto.   Delano ha dichiarato ai legislatori che la sua esperienza evidenzia una mancanza di consenso informato.   Nessuno mi ha detto che molti farmaci psichiatrici sono stati approvati sulla base di studi clinici della durata media di 6-12 settimane, o che gli effetti a lungo termine dell’assunzione contemporanea di più farmaci non sono mai stati adeguatamente accertati.   Ha affermato di non essere stata avvertita del fatto che i farmaci potessero causare «gravi problemi di salute fisica», compromettere la funzione sessuale o, in alcuni casi, aumentare i pensieri suicidi.   Quando ha cercato di smettere di assumere i farmaci, ha detto di aver avuto sintomi di astinenza, ma le è stato detto che si trattava di una ricaduta.   «Nessuno mi ha detto che quello che ho provato… era una crisi di astinenza», ha affermato. «Invece, mi è stato detto che il mio peggioramento significava che la mia malattia era così grave da essere ormai resistente a qualsiasi trattamento».   A 25 anni, Delano disse di credere che non ci fosse più speranza. Tentò il suicidio.

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«Questa è la prossima crisi degli oppioidi, e credo che sarà ancora più grave»

La testimonianza della Delano giunge in un momento in cui le condizioni di salute mentale peggiorano, nonostante il continuo aumento delle diagnosi e delle prescrizioni.   Dal 2007 al 2021, il tasso di suicidi tra le persone di età compresa tra 10 e 24 anni è aumentato del 62%. Nel 2023, oltre 49.000 americani sono morti per suicidio, il numero più alto mai registrato, circa 20.000 in più rispetto al 2000.   Nel 2024, tra gli adolescenti, 2,6 milioni hanno riferito di aver avuto pensieri suicidi seri, 1,2 milioni hanno elaborato un piano e 700.000 hanno tentato il suicidio.   Allo stesso tempo, le diagnosi sono aumentate vertiginosamente. Oggi, circa il 23,4% degli adulti statunitensi – all’incirca 61,5 milioni di persone – ha sofferto di una malattia mentale. Questa percentuale include oltre il 36% dei giovani adulti.   L’uso di farmaci è aumentato di pari passo con questi numeri.   Dal 2006, l’uso di SSRI nei bambini è più che raddoppiato. Un rapporto del dicembre 2025 ha rilevato che 6,1 milioni di bambini statunitensi di età pari o inferiore a 17 anni assumono almeno un farmaco psichiatrico.   «Questa è la prossima crisi degli oppioidi, e credo che sarà ancora più grave», ha affermato Delano.

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I medici stanno medicalizzando sempre più la «normale infelicità umana»

Altri esperti presenti alla tavola rotonda hanno sollevato preoccupazioni simili in merito alla diagnosi e al trattamento.   La dottoressa Sally Satel, psichiatra e ricercatrice senior presso l’American Enterprise Institute, ha affermato che i medici spesso confondono il confine tra depressione clinica e difficoltà della vita.   «Non saprei dire quante persone… una volta hanno ricevuto una diagnosi [di depressione], ma in realtà la loro diagnosi era semplicemente demoralizzazione», ha affermato.   «Abbiamo bisogno di farmaci per questo?», ha chiesto Satel. In alcuni casi, ciò che i pazienti hanno bisogno di sentirsi dire è: «La tua vita è difficile. Stai reagendo in modo razionale a una vita difficile», ha affermato.   Satel ha anche affermato che gli psichiatri non prescrivono la maggior parte dei farmaci psichiatrici.   Secondo lei, molte delle prescrizioni vengono scritte dai medici di base e dagli operatori sanitari di livello intermedio. «Questo è sicuramente… un problema».   «Stiamo ricorrendo a diagnosi eccessive», ha aggiunto. «Stiamo trasformando… la normale infelicità umana in… diagnosi per le quali poi prescriviamo farmaci che probabilmente non funzioneranno».

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«Insistere su quello che stiamo facendo… non ci porterà da nessuna parte»

Il dottor David Hyman, medico e giurista, ha tracciato una distinzione simile.   «Tristezza e depressione sono due cose diverse», ha affermato. Il trattamento, ha aggiunto, dovrebbe concentrarsi sulla seconda, e non necessariamente sui farmaci.   Ha inoltre messo in guardia contro un sistema che tende sempre più a prescrivere farmaci. «Insistere su ciò che stiamo facendo, che non funziona, non ci porterà da nessuna parte migliore di dove siamo già», ha affermato.   Hyman ha messo in discussione le modalità di valutazione nel tempo dei farmaci psichiatrici.   Sebbene i farmaci debbano dimostrare sicurezza ed efficacia per ottenere l’approvazione, ha affermato, non esiste un sistema coerente per studiare gli effetti a lungo termine o cosa accade quando i pazienti smettono di assumerli.   «Non esiste un meccanismo o una rivalutazione sistematica delle cose dopo che sono state approvate», ha affermato.

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La riduzione graduale del dosaggio può richiedere non solo mesi, ma anni.

Delano ha affermato che tale divario è particolarmente evidente quando i pazienti cercano di ridurre gradualmente l’assunzione di farmaci. Alla domanda su quanto spesso i pazienti ricevano informazioni complete sulla loro diagnosi e sui farmaci, ha risposto: «da quello che ho visto, mai».   «Ci sono voluti 13 anni per capire che dovevo uscirne», ha detto Delano. Ma smettere di drogarsi è «incredibilmente difficile».   «Abbiamo un sistema che rende incredibilmente facile iniziare ad assumere questi farmaci, che in realtà erano stati studiati solo per un uso a breve termine», ha affermato. «Eppure, la maggior parte delle persone li assume a lungo termine per anni e non ha vie di fuga sicure».   Senza indicazioni chiare, le persone spesso interrompono la terapia troppo bruscamente, si sentono peggio e presumono di aver bisogno dei farmaci a tempo indeterminato, ha affermato.   Delano ha richiesto etichette dei farmaci aggiornate, campagne di informazione pubblica e linee guida cliniche per una riduzione graduale del dosaggio.   Ha sottolineato che questi farmaci possono creare dipendenza fisica. «Non si tratta di dipendenza vera e propria, è diversa», ha precisato. È un effetto biologico che può rendere difficile smettere di assumerli.   «Sembra inconcepibile che una capsula… possa richiedere una riduzione graduale… non solo nell’arco di mesi, ma di anni», ha affermato. Eppure, per alcuni pazienti, questo livello di riduzione graduale è necessario, ha aggiunto.   Ora, a 16 anni dalla sospensione dei farmaci psichiatrici, Delano afferma che la sua esperienza è la forza trainante del suo lavoro.   «È urgente comprendere meglio cosa accade nel cervello e nel corpo delle persone che assumono questi farmaci a lungo termine e quando cercano di interromperne l’assunzione», ha affermato.   Jill Erzen   © 1 aprile 2026, Children’s Health Defense, Inc. Questo articolo è riprodotto e distribuito con il permesso di Children’s Health Defense, Inc. Vuoi saperne di più dalla Difesa della salute dei bambini? Iscriviti per ricevere gratuitamente notizie e aggiornamenti da Robert F. Kennedy, Jr. e la Difesa della salute dei bambini. La tua donazione ci aiuterà a supportare gli sforzi di CHD.   Renovatio 21 offre questa traduzione per dare una informazione a 360º. Ricordiamo che non tutto ciò che viene pubblicato sul sito di Renovatio 21 corrisponde alle nostre posizioni.

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