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Pensiero

All’ombra del papa crematorio

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Non tutti sembrano rendersi conto della profondità del gesto di Bergoglio che si reca ad omaggiare il Napolitano pronto per la camera ardente.

 

Si tratta di una vicenda di portata immensa, di un fenomeno di devastazione multidimensionale. E forse pure di valore catartico, vorrebbe dire la speranza dentro di noi, visto che, grazie a tale tracotanza, trame oscure, anche vecchie di secoli, tornano ad affiorare.

 

Ebbene, partiamo dal fatto che la presenza del papa di fatto benedice l’attività della cremazione, per secoli e millenni osteggiata dalla Chiesa cattolica, almeno fino a Montini, che tolse il divieto assoluto per i cattolici appena dopo essere stato eletto papa – i soliti maliziosi dicono che fosse una sorta di pegno pagato a chi lo aveva aiutato a salire sul Soglio di Pietro.

 

La cremazione è sempre un’opzione inaccettabile per le persone ancorate alla tradizione cattolica. Si tratta infatti di una pratica assai fortemente sospinta dalla massoneria, e proibita dalla Chiesa per secoli.

 

Sin dal Risorgimento – l’operazione che la massoneria intraprese con i Savoia per cancellare l’Italia cattolica – la cremazione cominciò ad essere diffusa nel Paese da soggetti di chiara emanazione massonica.

 

I massoni adducevano la cifra igienico-sanitaria della cremazione, ma anche la sua supposta presenza nella preistoria.

 

Leggiamo da un documento pubblicato su internet dal sito Loggia Garibaldi 1436, «sotto l’influenza dei massoni e per loro volontà, la cremazione è ridiventata, dopo duemila anni, una pratica funeraria legale».

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«Massoni erano Francesco Crispi, Luigi Pagliani, Malachia De Cristoforis, Gaetano Pini, Ariodante Fabretti e molti altri. La massoneria di quei tempi operava concretamente per “il bene e il progresso dell’umanità”: i massoni, che avevano già il grande merito di aver dato un decisivo contributo a “fare l’Italia” e a costruire lo stato laico nato dal Risorgimento, si accingevano a “fare gli italiani”. Cioè alla costruzione di una religione civile in grado di sostituire le nuove appartenenze dello stato laico alle vecchie identità, sedimentatesi nelle credenze religiose».

 

«La diffusione della cremazione da parte dei massoni nell’Ottocento è il prolungamento di un più generale discorso sulla fondazione di una morale laica, in grado di fronteggiare adeguatamente, in tutti i campi, l’egemonia di norme e comportamenti a sfondo confessionale. Poiché l’essenza della proposta cremazionista era – in sintesi – una tensione etica di trasformazione sociale, in nome dell’uomo, della scienza e del progresso, i massoni si dedicarono con slancio alla sua affermazione».

 

Si tratta, come ammesso qui, di una questione di riprogrammazione della morale, chiaramente in senso anticristiano: se ci pensate, polverizzare un corpo con il fuoco è visivamente la negazione della promessa della resurrezione della carne fatta dalle Sacre Scritture, e rappresentata dal Cristo risorto, vincitore della morte, il cui corpo – idea intollerabile per i grembiulisti – è presente sostanzialmente nella Santa Eucaristia diffusa in ogni Santa Messa.

 

«La sepoltura è professione della fede nell’articolo della resurrezione dei corpi (…). Mai come oggi, in questo clima gnostico, il corpo umano è visto come un insieme di elementi da riutilizzare o distruggere a piacere, con uno scopo puramente utilitaristico» leggiamo in un articolo pubblicato dalla Fraternità San Pio X.

 

La sepoltura, diceva Sant’Agostino «se non serve alla salvezza del morto, come pensavano alcuni pagani, è però dovere di umanità, perché nessuno ha in odio la propria carne».

 

La questione dell’odio del proprio corpo, che si vuole disintegrare, è consonante con la guerra all’Imago Dei dinanzi ai nostri occhi: l’odio per l’essere umano, fatto ad immagine di Dio, che dall’aborto alla provetta all’ingegneria genetica è la cifra del nostro tempo.

 

Da notare come tale odio sta portando la cremazione a mutazioni sempre più grottesche. È il caso dell’acquamazione, di cui Renovatio 21 ha parlato: la scelta fatta dal vescovo anglicano-mandeliano Tutu, che per non inquinare (bruciare un corpo produce CO2) ha voluto far dissolvere il suo corpo nell’acido, un po’ come accadeva, viene da pensare alle povere vittime della mafia Matteo Messina Denaro. Secondo quanto è dato di capire, i resti liquidi del cadavere vengono quindi gettati in fogna.

 

L’ecologismo spinge anche verso lidi edificanti, come il «compostaggio umano»: la trasformazione del corpo del defunto in concime, che poi viene dato ai campi coltivati. Più Stati americani hanno già leggi in merito. Qualche lettore può capire che si tratta, di fatto, di reintrodurre il corpo umano nella catena alimentare: il prossimo passo potete dire voi quale potrebbe essere.

 

Il papa crematorio visto al Senato italiano riporta alla mente tutti questi pensieri anticristiani, antiumani. Ma non è tutto.

 

C’è di mezzo il fatto che si è trattato di un ex inquilino del Quirinale, il cui nome originario, per esteso, è Palazzo Apostolico del Quirinale o Palazzo Papale del Quirinale: sì, si tratta di un regale edifizio inglobato dal Regno d’Italia massonico con la presa di Roma. Il Quirinale dal XVI secolo ha ospitato, come residenza estiva o come luogo alternativo ai Palazzi Vaticani, almeno trenta papi, da Gregorio XIII a Pio IX.

 

Fatti sloggiare i papi, sono arrivati i Savoia, la famiglia da cui, secondo una leggenda metropolitana che rifiutiamo con forza, ma che sta ancora circolando in queste ore, deriverebbe Napolitano, pure chiamato per qualche motivo «Re Giorgio», dichiarato dai diffusori di fake news come possibile figlio biologico di Umberto II di Savoia.

 

Nell’ambiente del tradizionalismo cattolico si mormorava che, usurpato il Quirinale e obbligato alla messa quotidiana per tranquillizzare il popolino rimasto cattolico e non ancora massonizzato – le monarchie erano tutte ancora cristiane, la monarchia massonica suonava e suona tutt’oggi abbastanza maletto – il re nella cappella sedesse in prima fila leggendo il giornale durante la liturgia.

 

Ora, in molti hanno notato i piccoli segni lasciati visibili nella vicenda: Bergoglio arriva in carrozzina ma poi si alza davanti alla bara, in silenzio e con la mano sul cuore, una gestualità il cui significato ora non indagheremo.

 

Soprattutto c’è quello che Camillo Langone ha definito «un fatto straordinario»: il papa non si è fatto il segno della croce, né ha benedetto la salma.

 

Il Vaticano ha quindi fatto sapere che Bergoglio ha voluto «esprimere, con la presenza e la preghiera, il suo personale affetto a lui e alla famiglia, e onorare il grande servizio reso all’Italia». In assenza di segni esterni, non capiamo quindi se la benedizione del cremando sia partita di default, forse dal foro interiore dell’argentino, forse latae sententiae.

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Bisogna capire che chi è rimasto un po’ vigile negli anni si ricorda di strane dichiarazioni di Bergoglio nei confronti di Napolitano ed altri personaggi.

 

Il 14 novembre 2013 Bergoglio varca le porte del Quirinale – il palazzo dei papi – per andare a trovare il presidente che ora vi abita, e che poco prima era stato rieletto.

 

«Con viva gratitudine ricambio oggi la cordiale visita che Ella ha voluto farmi lo scorso 8 giugno in Vaticano. La ringrazio per le cortesi espressioni di benvenuto con cui mi ha accolto, facendosi interprete dei sentimenti del Popolo italiano» disse Bergoglio in tono solenne.

 

«Mi è particolarmente gradito infine associarmi alla stima e all’affetto che il Popolo italiano nutre per la Sua persona e rinnovarLe i miei auguri più cordiali per l’assolvimento dei doveri propri della Sua altissima carica. Iddio protegga l’Italia e tutti i suoi abitanti».

 

Pochi anni dopo, scattò come una dichiarazione di stima improvvisa, che fece molto discutere per altri personaggi che vi erano associati. Era il 2016 quando Francesco parlò al Corriere della Sera di «grandi personaggi dimenticati» della storia recente, i «grandi dell’Italia di oggi».

 

«Ad esempio la donna-sindaco di Lampedusa, Giusi Nicolini» disse il romano pontefice, già facendo capire l’importanza che l’isola siciliana aveva nei suoi progetti. Non va dimenticato come uno dei suoi primi viaggi, a poche settimane dal conclave fu proprio a Lampedusa (come si diceva prima: pegni da pagare dopo aver ricevuto l’anello piscatorio?) dove, in mare aperto, diede il via alla migrazione di massa poi divenuta la crisi europea sotto i nostri occhi anche in questi giorni. Bergoglio celebrò quello che fu il più grande spot pubblicitario per convincere i giovani africani a venire in Italia e in Europa – perché se lo dice il loro papa che devono aiutarci, perché mai non tentare la traversata? L’analista geopolitico Edward Luttwak arrivò a dire che le morti di quanti annegano tentando di attraversare il mare possono essere attribuiti a tale trovata mediatica.

 

Poi tra i «grandi italiani», Francesco nominò proprio il Napolitano, che nel frattempo si era dimesso per lasciare il posto a Mattarella. Bisognava fargli i complimenti comunque per il bis: «quando Napolitano ha accettato per la seconda volta, a quell’età, e sebbene per un periodo limitato, di assumersi un incarico di quel peso, l’ho chiamato e gli ho detto che era un gesto di “eroicità patriottica”».

 

Per tentare di capire meglio il senso di questa uscita, o forse di rinunciare a comprendere del tutto, bisogna considerare che il terzo «grande personaggio dimenticato» dell’Italia recente era, per Bergoglio, Emma Bonino.

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Per il papa, la radicale «è la persona che conosce meglio l’Africa. E ha offerto il miglior servizio all’Italia per conoscere l’Africa. Mi dicono: è gente che la pensa in modo molto diverso da noi. Vero, ma pazienza. Bisogna guardare alle persone, a quello che fanno».

 

Sulla questione della Bonino in Africa ci sarebbe molto da dire, anche se i dettagli sono ancora oscuri. La radicale nel dicembre 2001 si era trasferita al Cairo, con lo scopo, disse, di imparare la lingua e la cultura araba – risulterebbe quindi che più dell’Africa, si occupasse di Islam e dintorni. Nel 2011, come noto, il Cairo subì una rivoluzione colorata, la cosiddetta «Primavera Araba» che portò al potere i Fratelli Musulmani, di colpo divenuti «tollerabili» per gli USA, ma spodestati non troppo tempo dopo da un generale dell’esercito, Abdel Fattah Al-Sisi, il quale, come riportato da Renovatio 21, ora parla di politica del figlio unico.

 

La storia repubblicana riporta la sua carriera, che si incrocia con quella di Napolitano, davanti a cui nel 2013 la Bonino giura per l’alta carica di ministro degli Esteri.

 

Ma torniamo alle parole del papa, al «guardare alle persone, a quello che fanno».

 

Se un cattolico guarda a quello che avrebbe fatto la Bonino, vengono in mente tutte le campagne contro la morale cattolica (divorzio, feticidio, cellule staminali, droga, matrimonio omosessuale, etc.), e contro il Vaticano stesso: ricordiamo la manifestazione «No Vatican No Taliban» (2007), o la campagna pubblicitaria dei tempi in cui la volevano lanciare come candidata proprio al Quirinale: «decidi tu o il Vaticano».

 

Sono tutte cose che sono sparite, magicamente, con l’arrivo di Bergoglio.

 

Ancora: se un cattolico guarda a quello che avrebbe fatto la Bonino, vengono in mente, soprattutto, le accuse di aver praticato migliaia di aborti clandestini prima della legge 194. Cioè, migliaia di esseri, che la chiesa chiamava un tempo «bambini» cancellati, squartati, spazzati via, buttati via.

 

E qui possiamo aprire l’album dei ricordi dell’attivista pro-life: il 10 maggio 2015 si tenne la quinta Marcia per la Vita, allora più grande manifestazione antiabortista del Paese. Varie edizioni della marcia, per ragioni non del tutto chiare, terminava in Piazza San Pietro per l’Angelus del papa, il quale snobbava la portata della manifestazioni citando, tra le sue premure, villaggi franati in Afghanistan e salutando dalla finestrella, al pari delle migliaia giunti per protestare contro l’aborto, cori di località padane sperdute, associazioni sconosciute, etc.

 

Chi scrive ha visto all’Angelus di quell’anno una signora – ammirata per il coraggio granitico e la lunghissima storia di militanza pro-life – mettersi a piangere. Non era certo nota per il sentimentalismo: eppure spremute d’occhi le rigavano il volto passando sotto gli occhiali fumé, nella tragica realizzazione di come i bambini non nati non fossero minimamente nei pensieri del vertice della Chiesa cattolica.

 

Quelle lacrime, se ci ripenso oggi, mi sembrano come lo spartiacque oltre il quale il Vaticano bergogliano diveniva ai miei occhi non più recuperabile, se non con un reboot massivo, i cui modi e i cui confini sono per me ad oggi ancora incalcolati.

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Ebbene, l’11 maggio, cioè all’indomani della marcia e dell’Angelus delle lagrime, il papa incontrò Emma Bonino in un’udienza organizzata in Vaticano, in un evento dove c’erano – significativo – 7.000 bambini. I giornali scrissero che Bergoglio l’aveva chiamata nei giorni precedenti per informarsi su come stava (era il periodo in cui si era detto stava male, e aveva iniziato a girare con quel copricapo simile ad un turbante) e per incoraggiarla a «tener duro». Durante l’incontro i due parlarono per qualche istante, e la foto di Emma sorridente a pochi centimetri dal papa ancora ce la ricordiamo.

 

Tanti schiumarono di rabbia. Tanti si sentirono pugnalati, perfino dall’istituzione stessa. Non avevano capito che era solo l’inizio, era solo uno degli episodi del papato crematorio, della storia del papa che, forse ritenendola un cadavere, incendia la chiesa stessa.

 

C’è poca differenza tra il papa della Bonino abortista e quello di Napolitano in camera ardente. La mancanza di rispetto per l’insegnamento cattolico e la sensibilità dei fedeli è evidente, continua, è programmatica.

 

Tuttavia, c’è di più: come non vedere, l’abbraccio al Nulla, come non vedere il nichilismo antropologico che prepara la logica dello sterminio: il corpo umano è nulla, la vita umana è nulla. L’uomo può essere sprecato, cancellato, disintegrato, de-creato – come in un incubo gnostico, che odia l’universo e l’essere umano e vuole distruggerlo. Il controllo della popolazione, e l’incipiente bioingegneria umana, oltre al sacrificio infinito di innocenti, vengono da qui, dal punto in cui si è voluto posizionare il pontefice.

 

All’ombra di questo papa, stiamo assistendo, prima ancora che del corpo, alla cremazione dello spirito umano.

 

È il trionfo della morte, è il trionfo della Necrocultura – perpetrato da chi dovrebbe invece custodire la vita e la dignità umana.

 

Quale punizione sia riservata a chi commette un simile tradimento non sappiamo: ma è possibile che neppure importi, perché il corpo cremato è, come vogliono i massoni, un essere riconsegnato al nulla, perché dopo la morte non c’è il giudizio, c’è il niente, c’è il Grande Nulla.

 

Persone con simili idee, persone senza timor di Dio, lo capite, vanno tenute il più lontane possibili dai gangli del potere.

 

Tutti i nostri problemi nascono da qui: da coloro che credono di poter bruciare l’essere senza conseguenze.

 

Ce li ritroviamo, ora, in cima alla piramide. Ma per quanto ancora, non sappiamo.

 

Roberto Dal Bosco

 

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Civiltà

La devastazione prodotta dalla Scuola di Francoforte

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Renovatio 21 pubblica l’intervento apparso su X del pensatore conservatore Krzysztof Szczawinski, matematico e filosofo, già trader di derivati, messosi in luce negli ultimi tempi per ul suo pensiero riguarda la civiltà e i suoi mali.   Il progetto intellettuale più distruttivo del XX secolo. La Scuola di Francoforte. Dovreste sapere cos’era, cosa ha costruito e perché ne subite ancora le conseguenze.   1. L’Istituto per la Ricerca Sociale fu fondato a Francoforte nel 1923 e trasferito alla Columbia University nel 1934, con l’ascesa al potere di Hitler. La civiltà che avevano deciso di smantellare offrì loro rifugio quando un’altra cercò di annientarli. Trascorsero i successivi cinquant’anni a elaborare l’infrastruttura teorica per quello smantellamento. La civiltà occidentale stessa era il problema: la ragione, l’Illuminismo, la famiglia, la tradizione, l’autorità. Non riformata. Smantellata.   2. La chiamarono Teoria Critica – e il nome è il programma. Tutto deve essere criticato; nulla deve essere costruito. Nella Dialettica dell’Illuminismo (1944), Adorno e Horkheimer sostenevano che la ragione occidentale – la ragione che ha prodotto Newton e lo Stato di diritto – conteneva i semi di Auschwitz. Non che la ragione fosse stata usata in modo improprio, ma che la ragione stessa, portata alle sue estreme conseguenze, producesse i campi di sterminio. Non si trattava di una critica alle istituzioni, bensì di un’accusa alla civiltà stessa.  

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3. Adorno fornì loro l’arma psicologica. In La personalità autoritaria (1950) classificava il conservatorismo, la fede religiosa, il patriottismo e la famiglia tradizionale non come posizioni politiche, bensì come sintomi di una personalità proto-fascista. Se credi nella nazione o nell’autorità paterna, sei pre-fascista. L’avversario non aveva più torto, era malato. Non si discute con una patologia, la si cura. Questo rendeva impossibile il dialogo. Non si persuade chi ha torto, si diagnostica una malattia. La politica diventa terapia e il disaccordo diventa patologia.   4. Marcuse fornì loro l’arma politica. In Critica della tolleranza (1965) sosteneva che tollerare idee sbagliate è di per sé oppressione. La vera tolleranza, quindi, richiede la soppressione delle idee intolleranti. La sinistra decide quali idee sono intolleranti. Tutti gli altri vengono messi a tacere, non nonostante la tolleranza, ma «in suo nome». Censura mascherata da linguaggio di liberazione.   5. La generazione che ha letto Marcuse alla Columbia, a Berkeley e a Yale è poi arrivata a dirigere università, media, fondazioni, ONG, dipartimenti di moderazione dei contenuti e l’apparato normativo dell’UE. Hanno applicato sinceramente le loro tesi perché le avevano apprese come filosofia. Questo è stato il più grande risultato della Scuola di Francoforte: ha prodotto veri credenti.   6. La teoria francese ha ripreso gli strumenti e li ha resi estetici. Foucault ha reso letteraria la critica del potere. Derrida ha reso filosofica la critica del significato. Deleuze ha reso elegante la critica dell’identità. Un programma politico è diventato una sensibilità culturale. Si può argomentare con un programma. Una sensibilità è nell’aria che si respira. Quando queste idee sono arrivate nei campus americani attraverso il canale francese, non erano più ideologia. Erano l’acqua. I pesci non sapevano di essere bagnati.   7. Una civiltà si fonda su tre pilastri: la verità esiste ed è accessibile alla ragione; il bene è distinguibile dal male; e c’è un patrimonio che vale la pena trasmettere. La Scuola di Francoforte ha attaccato tutti e tre – sistematicamente e con notevole raffinatezza intellettuale. Ha prodotto una generazione che sa decostruire e ha dimenticato come costruire. Che vede potere ovunque e bellezza da nessuna parte.   Il risultato finale è stato quello di far percepire la distruzione come progresso. Ogni istituzione ereditata è diventata sospetta; ogni vincolo è diventato oppressione; ogni atto di conservazione è diventato reazionario.   La decostruzione è diventata la norma, mentre la costruzione è diventata qualcosa che doveva giustificarsi. La risposta non è un’altra teoria. È ciò che la Scuola di Francoforte temeva di più: il costruttore che semplicemente costruisce, lo scienziato che segue le prove, il padre che trasmette ciò che gli è stato trasmesso.   La macchina della decostruzione funziona partendo dal presupposto che nulla valga la pena di essere costruito.   Dimostrate il contrario. Dite la verità, abbiate coraggio e costruite.   Krzysztof Szczawinski  

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Storia di rune e cani che abbaiano

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Ai cortesi e umani lettori agostani porgiamo un’amena storiella, o se si preferisce un apologo.

 

Un vecchio cane stava di guardia a un vecchio cascinale di campagna. La maggior parte del tempo stava a dormire nella polvere.

 

Spesso sognava di inseguire lepri e selvaggine di vario tipo, e allora si agitava tutto con piccoli scatti inutili, il muso diventava feroce e batteva i denti gialli per azzannare una preda inesistente.

 

Al risveglio, si grattava un po’ e gironzolava a coda bassa, slanciandosi in brevi corse, poiché aveva il fiato corto, contro qualche passero che subito volava via per posarsi più in là.

 

La sua vera e unica passione era abbaiare alla gente.

 

Nella parte davanti costeggiava l’edificio un sentiero sterrato, usato come scorciatoia. Al passaggio della gente il cane correva al cancello con grandi latrati, quasi fosse il doppio più grosso e animoso.

 

Sulle prime i passanti si spaventavano, poi ridevano e qualcuno gli tirava una sassata, facendolo scappare guaendo e ringhiando. Nessuno in verità si sognava di entrare nella proprietà, non per paura del cane, ma perché l’edificio era cadente e abbandonato, e dava un senso di tristezza.

 

Un giorni il proprietario mandò un muratore per aggiustare una parte del muro di cinta che stava per rovinare. Ogni volta che lo vedeva al cancello il cane faceva la scena di gettarglisi incontro veementemente, come volesse sbranarlo. Dopo qualche tempo il muratore, che amava gli animali e ne conosceva il linguaggio, si sedette sui talloni e lo interrogò attraverso le sbarre:

 

«Perché fai così? E’ una settimana che vengo qui ogni giorno, ormai mi conosci. Lo sai che mi ha mandato il tuo padrone per riparare quel muro. In più hai già visto che lavoro di fuori e che non mi interessa entrare nel cancello. Non ti tratto male e neppure ti lancio delle pietre. Non hai niente da temere da me. Eppure mi abbai contro oggi come il primo giorno».

 

«La proprietà privata non si tocca» rispose il cane. «Che ci sia chi voglia entrare è intollerabile. Il gesto poi è ancora più condannabile perché questo cascinale è un bene storico. È già accaduto in passato, e non deve accadere più. Se qualcuno anche solo accenna a passare la soglia bisogna levare alta la voce. Che tu sia un amico non è un buon motivo per far passare le provocazioni» aggiunse il cane.

 

«Mai cedere, mai credere di essere al sicuro. E in fondo, a dirtela chiara, più abbaio e più mi sento bene e importante, e più la scodella mi si riempie. Perciò, sappi che anche domani, quando mi passerai davanti con il tuo secchio e i tuoi arnesi, latrerò, ululerò e ringhierò furiosamente, come se non ti avessi mai visto prima.

 

«Come ti chiami, bel cagnone?»

 

«Pavlov».

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Piaciuta la favola? Sentite quest’altra.

 

A Pisa, il 17 agosto, sul muro di una scuola primaria, appaiono delle scritte inneggianti al fascio, e dei simboli chiaramente runici.

 

Un’ondata di sdegno pervade le istituzioni.

 

Il vicepresidente del Consiglio regionale toscano, PD, scatta: «Pisa è una città insignita della Medaglia di bronzo al valor militare per la Resistenza e non può esserci spazio per simboli e richiami a ideologie fasciste e naziste. Episodi come questo vanno condannati da tutti con fermezza e senza ambiguità».

 

Queste scritte sono, incalza, «un gesto gravissimo e intollerabile, ancora più odioso perché colpisce una scuola, luogo di educazione, libertà e democrazia».

 

Inoltre, «Fa impressione che siano apparse oggi, giorno in cui ricorre il ritrovamento del corpo di Giacomo Matteotti». Senza dimenticare la ricorrenza appena celebrata dell’eccidio di Sant’Anna di Stazzema.

 

Da palazzo Madama gli fa subito eco una senatrice, sempre progressista: «Dopo l’imbrattamento della lapide dedicata a Franco Serantini e altri luoghi continuano ad apparire scritte e riferimenti nostalgici».

 

Poi si scopre che la scuola primaria è in ristrutturazione e che le scritte le hanno lasciate gli operai come indicazioni. La scritta «Sì fascia» non auspicava il ritorno del Duce, ma il luogo dove applicare il cappotto termico. Le terribili celtiche non erano altro che frecce tracciate alla buona.

 

Ci si poteva arrivare, si dirà.

 

Già, forse. Ma intanto nel prendere atto del granchio il PD, se si può dire, si chiude a riccio.

 

L’eccesso di zelo è stato causato dalla proliferazione dei rigurgiti fascisti. «Possiamo anche sorridere dell’equivoco, ma non liquidare con battute il clima nel quale è maturato. Riconoscere un errore non significa abbassare la guardia: Pisa ha bisogno di attenzione e di una condanna netta di ogni intimidazione fascista».

 

La storiella finisce qui. De te fabula narratur, dice Orazio, e sinceramente non sapremmo che altro aggiungere.

 

Massimo Zanetti

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Il fascismo evergreen

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Oggi, nel giorno dell’anniversario della strage di Sant’Anna di Stazzema, il presidente della Repubblica Mattarella tuona contro il «ritorno di logiche di dominio e nuove ombre di guerra».   Senza nulla togliere alla drammaticità di quell’evento, le dichiarazioni del presidente potrebbero apparire contraddittorie a chi ricordasse che Mattarella è il principale supporter istituzionale dell’Unione Europea, e cioè di un apparato sempre più incline a derive totalitaristiche e guerrafondaie, come dimostra la cronaca degli ultimi anni, almeno dal COVID in poi.   Ma, per fortuna del Capo dello Stato, e tutto sommato anche nostra, a parte gli iscritti al PD sono sempre meno quelli che hanno tempo di seguire le notizie del mainstream e ancor meno quelli in grado di cogliere la contraddizione in questione.   Del resto, «ribadire il NO al fascismo», come ha fatto nella stessa occasione anche un ex presidente del Consiglio, è praticamente esilarante, se non fosse strumentale ad altri obiettivi.   Definito dal coevo Dizionario Enciclopedico Moderno Labor (Milano, 1943, tomo II, pag. 601) come il «movimento politico italiano creato da Benito Mussolini», senza ulteriori aggettivazioni, tentare ricorrentemente di fornirne una definizione, o prenderne le distanze, a più di 100 anni dalla sua creazione, e a più di 80 anni dalla morte del suo fondatore e unico capo, può avere molti scopi di cui il principale è forse questo: ridicolizzare, etichettare e ostracizzare sbrigativamente chi non la pensa o non si comporta come la massa rintronata dalle logiche demo-liberal-globaliste propagandate dal capitalismo ultra-finanziario e digitale di matrice giudaico-massonica.   Non sei woke? Non sei europeista? Non sostieni le politiche di genere? Non credi nel cambiamento climatico? Non ti sei vaccinato?   Sei un fascista di merda.   Con tanti saluti dai nazi-arcobaleno.   Prof. Luca Marini   Articolo previamente apparso su Il futuro è mia nonna  

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