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Spunta la massoneria nel Qatargate che scuote Bruxelles. Altri lontani misteri mostruosi tornano alla mente

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Squadra e compasso spuntano nel Qatargate, lo scandalo sulla presunta corruzione di figure di Bruxelles da parte del Qatar. La massoneria entra di prepotenza nella vicenda che ha scosso l’Unione Europea, portando ad arresti e clamorose rivelazioni. Lo riporta il Corriere della Sera.

 

È un fulmine a ciel sereno anche per noi: in teoria sapevamo che erano coinvolti eurodeputati di vario rango, ex eurodeputati, assistenti europarlamentari, varie figure dell’eurosottobosco – tutti gravitanti, per qualche motivo, attorno al Partito Socialista Europeo, il grande contenitore comunitario di tutti i partiti simil-PD degli Stati dell’Unione.

 

Erano emerse, in questi mesi, storie su funzionari arabi e diplomatici maghrebini – trame che si dipanavano nel cuore dell’Europa, in Africa e in Medio Oriente. Ma la massoneria? No, in molti non l’hanno vista arrivare. E invece è arrivata.

 

«Un intreccio inestricabile lega politica, imprenditoria e giustizia in Belgio all’ombra dell’inchiesta Qatargate. È in questo scenario (…) che una settimana fa matura la decisione del giudice istruttore Michel Claise di astenersi dalla guida delle indagini che a dicembre hanno fatto tremare il Parlamento europeo» scrive il Corriere.

 

Il magistrato lascia il caso. Perché? Nella decisione del Claise entrerebbe, apparentemente, un’eurodeputata belga, la Maria «Marie» Arena, già ministro per il governo belga e ora europarlamentare del PSE eletta nella circoscrizione francofona del Paese.

 

«Considerato un paladino della lotta alla corruzione, in un’ intervista al quotidiano di Bruxelles Le Soir, che lo celebrava anche per la sua attività di scrittore di gialli ed in cui affermava che a causa della corruzione la democrazia “è fottuta”, il giudice Claise è stato costretto ad astenersi dall’inchiesta che lo ha reso famoso nel mondo dopo che è emerso che suo figlio è da anni in società con il figlio di Maria Arena in un’azienda che commercializza prodotti di libera vendita derivati dalla cannabis».

 

«Arena è la europarlamentare dei Socialisti coinvolta nel Qatagrate strettissima amica di Antonio Panzeri, l’ex eurodeputato PD e poi Articolo 1 [il partito di Roberto Speranza, ndr] considerato il collettore delle ipotetiche tangenti arrivate in contanti da Qatar e Marocco per condizionare l’attività del Parlamento europeo» spiega il Corriere.

 

Il giornale di via Solferino, i cui i vertici un tempo furono legati alla P2, non si tira indietro rispetto alla scottante faccenda che sta saltando fuori.

 

«Claise è un orgoglioso massone. Nella stessa intervista a Le Soir ha raccontato di essere entrato nella massoneria 35 anni fa quando si avviava all’avvocatura nello studio legale del suo “maestro” Guy Uyttendaele, famoso avvocato di Bruxelles scomparso, al quale fu introdotto dopo la laurea dal figlio Marc, cui era legato da una profonda amicizia».

 

Il Corsera va a fondo nella ricerca:

 

«Secondo il quotidiano online Moustique di Bruxells, Uyttendaele era a sua volta un massone. Ora il figlio Marc, nonostante l’amicizia con Claise che 20 anni fa è diventato giudice, è uno dei difensori di Panzeri che dopo meno di due mesi dall’arresto si è pentito accordandosi con la Procura per un solo anno di carcere ai domiciliari di cui quasi 8 mesi già scontati. “Essere massone non mi limita, sono libero”, dichiarò Claise».

 

In pratica, il giudice delle indagini e l’avvocato dell’indagato, pare di capire, sono più che conoscenti: sono fratelli, nel senso che ambedue sono affiliati alla framassoneria.

 

«In Belgio i magistrati possono appartenere alla massoneria a differenza che in Italia dove l’iscrizione può portare a provvedimenti disciplinari» spiega ancora il Corriere. «Ora che ha fatto il passo indietro, sui media belgi compaiono retroscena, (…) secondo il quale Claise “ben prima” delle dimissioni per conflitto di interessi avrebbe “subito un’osservazione” da un altro “massone della sua loggia” che gli avrebbe fatto capire che “stava facendo troppo per coprire Arena”, con la quale si sarebbe anche “incontrato più volte” in Parlamento tra il 2015 e il 2017».

 

Sono accuse pesantissime, ricavate, a quanto si dice, da materiale open source che sta comparendo sui giornali belgi.

 

Ecco che il giornale milanese trova il coraggio di andare avanti a dipingerci il quadretto della Bruxelles occulta.

 

«È massone anche l’ex primo ministro socialista Elio Di Rupo originario di Mons come Arena, considerata destinata a raccogliere la sua eredità politica».

 

Ma si va oltre. In questo racconto fratelli massoni, ci sono legami di sangue veri.

 

«Arena ha divorziato da Olivier Lemaire, padre del giovane socio del figlio di Claise, il quale ha sposato l’attuale ministra degli esteri del Belgio, Hadja Lahibib. Curiosamente, il 14 novembre Lahibib ha incontrato il ministro del lavoro del Qatar Al Marri il quale (…) è ritenuto il pagatore delle tangenti attraverso la ONG Fight Impunity di Panzeri, che aveva incontrato il 10 ottobre in un hotel di Bruxelles. “Abbiamo discusso di diritti umani, inclusi quelli delle donne e LGBTQIA+. Ho confermato che il Belgio riconosce che i significativi progressi del Qatar” twittò la ministra».

 

L’intreccio è da vertigine. L’idea è quella che l’élite bruxellita è davvero piccola, sia per quanto riguarda il governo belga che per quanto riguarda la UE.

 

Il centro della scena, insomma, ora se lo prende questa Arena. Panzeri ha patteggiato ed è andato ai domiciliari. I tremendi sospetti che lambivano vari europarlamentari anche nel PD paiono riassorbiti.

 

È il discorso che fa anche la (bellissima, stupenda) ex vice presidente greca dell’Europarlamento Eva Kaili, che è rimasta in carcere mesi senza vedere la figlia piccola. Parlando con il Corriere, la Kaili «si chiedeva come mai la Arena, pur coinvolta nelle indagini, “non ha avuto problemi” e se fosse “protetta da un’immunità speciale”».

 

«Si dice che Claise voglia entrare in politica dopo la pensione a inizio 2024» scrive ancora il Corsera.

 

In molti sottolineano l’abbondanza massonica a Bruxelles – che ricordiamo che, oltre ad essere la capitale del Belgio, lo è anche della UE e della NATO.

 

Tuttavia a questione della Arena erede politica di Di Rupo sblocca altri ricordi, distantissimi per tempo e per natura della questione.

 

Oltre che essere apertamente massone, il Di Rupo, nel 1996 durante un’intervista si dichiarò omosessuale. «Sì e allora?» rispose alla domanda secca del giornalista se fosse gay. Diventò uno dei primi politici belgi, ed europei, a fare il cosiddetto coming out.

 

Il contesto della rivelazione è però triste e spaventoso: si trattava di un’intervista riguardante gli orrori di Marc Dutroux, detto il mostro di Marcinelle. Come noto, si tratta di un pedofilo pedopornografo assassino e stupratore seriale, sospettato di essere parte di una rete di pedofili più estesa.

 

Dutroux rapì, violentò e uccise quantità di bambine dagli 8 ai 17 anni. Due solo sopravvissero alle sevizie: le altre furono ammazzate o lasciate morire di stenti. Lo shock, quando la faccenda venne a galla, fu immane.

 

Anche le indagini di questo caso da parte delle autorità belghe furono, come dire, controverse: sempre ricordando che si trattava di un uomo che era già stato in galera nel 1987, per scontare, misteriosamente, molto meno dei 13 anni e mezzo che gli furono inflitti.

 

Nel 1995, la madre di Dutroux scrisse una lettera alle autorità dichiarando di sapere che Dutroux aveva rapito due ragazzine e le teneva a casa sua.

 

Dopo che due bimbe furono rapite nel giugno 1995, la polizia impiegò 14 mesi per arrestare Dutroux, sebbene fosse stato uno dei principali sospettati fin dall’inizio, avendo già commesso crimini simili. Durante la ricerca delle due piccole, la polizia visitò la casa di Dutroux, dove queste erano prigioniere, due volte, il 13 e il 19 dicembre 1995, ma incredibilmente senza trovarle.

 

È emerso pure che diversi nastri video trovati durante la perquisizione non sono mai stati guardati. Michel Bourlet, l’uomo allora nominato investigatore capo, affermò che alcune delle videocassette erano scomparse e che voleva che fossero tutte recuperate e riviste. L’ufficiale che ha condotto la ricerca è stato successivamente promosso.

 

Nell’ottobre 1996, il giudice Jean-Marc Connerotte fu rimosso dall’inchiesta dalla Corte Suprema a causa delle preoccupazioni sulla sua imparzialità dopo aver partecipato a una cena di raccolta fondi per le famiglie delle vittime.

 

Un altro giudice, Jean-Claude Van Espen, si è dimesso dopo che è venuta alla luce la sua stretta relazione con Michel Nihoul, un uomo d’affari e criminale inizialmente considerato connesso al caso Dutroux, ma poi assolto in tribunale per l’accusa di rapimento di minori. (Fu tuttavia condannato per traffico di droga e associazione a delinquere)

 

Lo spettacolo indegno delle indagini portò ad una manifestazione di protesta che vide 350 mila belgi scendere in piazza nel 1996 nella cosiddetta «marcia Bianca».

 

Nel 1998 Dutroux approfittò di un break della sua guardia e riuscì a fuggire, causando le dimissioni del ministro della Giustizia e del capo della polizia belga. Fu ripreso poco ore dopo. L’indagine sulla fuga portò alla conclusione che, certamente, Dutroux non aveva collegamenti con le alte sfere, come tutti oramai vociferavano.

 

Tuttavia, ai piani inferiori, fu un’ecatombe giudiziaria: almeno sette membri delle forze dell’ordine sono stati arrestati perché sospettati di avere legami con Marc Dutroux.

 

Alla fine diverse famiglie delle vittime hanno boicottato il processo ufficiale, affermando che si trattava di un circo e che non c’erano stati progressi nel caso dalla rimozione del giudice Connerotte. Articoli della stampa di quei giorni affermavano che, prima della sua rimozione, Connerotte era sul punto di rivelare pubblicamente i nomi di funzionari governativi di alto livello che erano stati riconosciuti sulle videocassette di Dutroux – che si dice fossero centinaia.

 

In quel tragico 1996 in cui al Belgio venivano rivelati orrori innominabili, due ministri del governo di Bruxelles furono accusati di essere pedofili – uno di questi era di Rupo, che, in vicende distanti da quelle di Dutroux ma montate sulla stampa negli stessi giorni, fu accusato di rapporti con minori di 16 anni. Articoli sulla questione sono spariti, per esempio sul sito dell’Associated Press: però la cache può resistere.  Le accuse caddero dopo il voto 7 contro 4, della commissione di inchiesta parlamentare belga, che stabiliva il «non luogo a procedere» per le accuse di pedofilia contro il Di Rupo, scagionandolo.

 

Una deputata belga del Front Nouveau de Belgique, Marguerite Bastien, riporta un’intervista di un’agenzia stampa italiana, avrebbe agitato in parlamento una videocassetta pedopornografica che, secondo lei, avrebbe comprovato le trame oscure dell’élite belga. A quanto leggiamo, la cassetta sarebbe stata sequestratata alla parlamentare e «da allora “sepolta nei sotterranei del Parlamento”, insieme a molte altre».

 

Ora si guarda a quelle accuse come una sorta di complotto per destabilizzare il governo belga.

 

Bruxelles è sempre Bruxelles. Una bella città con il suo bel vivere mantenuto dall’abbondanza della burocrazia UE (e NATO…), i plateatici pieni già alle 16 di persone che bevono le boleke, le coppe di birra locale.

 

Poi, abbiamo capito, c’è un lato oscuro, fatto di legami indicibili, di scambi di accuse mostruose, e di un mondo tutto sommato piccolo, con le sue alte cariche imparentate, le sue chiacchiere sui giornaletti che abbaiano, i suoi politichetti immortali, i suoi balletti istituzionali, i suoi misteri che – quando non scoperchiano abissi di orrore – non sono nemmeno neanche troppo profondi e indecifrabili.

 

 

 

 

Immagine di Sean via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NoDerivs 2.0 Generic (CC BY-ND 2.0)

 

 

 

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Trovata una «lettera di suicidio» di Epstein da un suo compagno di cella

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Un presunto biglietto d’addio del defunto Jeffrey Epstein sarebbe rimasto custodito sotto chiave in un tribunale per anni, al di fuori della portata degli inquirenti. Lo riporta il New York Times.

 

Il giornale neoeboraceno ha rivelato che il messaggio sarebbe stato rinvenuto dal compagno di cella di Epstein, Nicholas Tartaglione, nel luglio 2019, dopo che il finanziere statunitense, caduto in disgrazia, era stato trovato privo di sensi con una striscia di stoffa intorno al collo presso il Metropolitan Correctional Center di New York.

 

Epstein sopravvisse a quell’episodio, ma venne poi rinvenuto morto nella sua cella il 10 agosto dello stesso anno. Il condannato per reati sessuali si sarebbe apparentemente impiccato utilizzando le lenzuola, sebbene gli scettici continuino a sostenere che sia stato assassinato per occultare le malefatte di individui potenti presumibilmente coinvolti nel caso.

 

Tartaglione, ex agente di polizia attualmente detenuto per quattro ergastoli legati a un quadruplice omicidio, ha dichiarato per telefono al New York Times che il biglietto di suicidio era scritto su un pezzo di carta gialla strappato da un blocco per appunti e inserito all’interno di una graphic novel che Epstein era solito leggere.

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Secondo il compagno di cella, nel messaggio il finanziere affermava che gli inquirenti non avevano trovato «nulla» su di lui nonostante le ricerche durate mesi. Ha aggiunto che il messaggio di Epstein si concludeva con le parole: «Cosa vuoi che faccia, che mi metta a piangere? È ora di dire addio».

 

Tartaglione ha affermato di aver consegnato il documento ai suoi avvocati, ritenendo che potesse servire a confutare le accuse formulate da Epstein dopo l’incidente del luglio 2019, secondo cui sarebbe stato aggredito dal suo compagno di cella.

 

Il biglietto è stato infine secretato da un giudice federale nell’ambito del procedimento penale contro Tartaglione e rimane tuttora custodito in un tribunale di New York, ha riferito il NYT. Ciò significa che gli investigatori impegnati nelle indagini sulla morte di Epstein non hanno mai potuto disporre di quello che avrebbe potuto rivelarsi un elemento di prova fondamentale, ha sottolineato il giornale.

 

Un portavoce del dipartimento di Giustizia statunitense ha confermato al quotidiano di Nuova York che l’agenzia non ha mai visionato il biglietto. Secondo l’articolo, inoltre, esso non è stato rinvenuto tra la vasta mole di documenti relativi a Epstein resi pubblici dal dipartimento di Giustizia di Washingtone all’inizio di quest’anno.

 

Come riportato da Renovatio 21, nelle stranezze emerse sulla morte del finanziere è emerso settimane fa che una delle guardie carcerarie della struttura in cui è morto l’Epstein ha cercato il suo nome su Google pochi minuti prima che il suo corpo venisse ritrovato e ha effettuato un misterioso deposito di 5.000 dollari qualche giorno prima.

 

Come riportato da Renovatio 21, l’amministrazione Trump ha dichiarato che mai pubblicherà i video degli abusi di Epstein. Lo stesso presidente si è dimostrato riguardo a domande sull’argomento all’ultima riunione di gabinetto.

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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia

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Misteri, complotti e stranezze dell’ultimo attentato a Trump

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D’un tratto, la stampa mondiale s’è svegliata complottista. Chi ha visto i giornaloni italiani (perfino) avrà notato: l’ultimo attentato a Trump è stato una messa in scena, fanno capire, tra occhiolini e gomitatine al lettore.   Massì dai: Trump vuole una nuova Sala da Ballo per la Casa Bianca, indi per cui ecco che ha usato il suo tentato omicidio alla White House Corrispondent Dinner (evento secolare, dove il presidente USA in smoking si incontra con i giornalisti, e pletore di celebrità varie ed avariate, per scherzare e farsi scherzare) come casus belli per il suo appetito architettonico: un giudice ha bloccato i lavori della nuova ala del Palazzo, dove dovrebbe sorgere un salone per ricevimenti dedicato a Charlie Kirk.   Si parlava l’anno scorso dell’ascesa di BlueAnon, nome con cui si indicava i complottismo di sinistra, imperante in certi social pro-democrat (come Blue Sky) che sparavano teorie ancora più allucinanti di quelle di QAnon. Ora ad essere blueanonizzata è l’intero establishment: tutti a puntare il dito contro la povera Karoline Leavitt, la portavoce molto incinta della Casa Bianca.   Nell’anticipare alla TV i contenuti del discorso del presidente – che in genere alla WHCD è ben divertente – aveva detto che «there will be shots fire», cioè «saranno sparati dei colpi». Sapeva qualcosa e voleva rivelarlo in mondovisione tutta tirata in abito da sera? Oppure si è trattato di un’espressione invecchiata mostruosamente nel giro di poche ore, come si è chiesto Tucker Carlson?  

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I guai per la portavoce mica finiscono lì. Dopo l’allarme, una giornalista di Fox, presente sul posto, si collega al telefono con la diretta TV, e racconta di aver parlato col marito della Leavitt, il palazzinaro Nicholas Riccio (32 anni più anziano, ricordiamo en passant) che avrebbe detto alla Leavitt di «fare molta attenzione stasera». La linea, bizzarramente, cade mentre la corrispondente cerca di dire qualcosa di più.     Il giornalistone sincero democratico ha delle certezze: era tutto falso, guardate come fanno scappare via prima il vicepresidente Vance e poi Trump, che in effetti non pare fare un plissé (è abbastanza abituato, oramai). In realtà, non sembrano impanicati nemmeno gli ospiti, che hanno offerto l’immagine più plastica del loro mestiere: eccoteli beccati che, mentre uomini armati salgono sul palco per controllare la sala, si lanciano nella razzìa delle bottiglie di champagne. Si tratta della sintesi visiva migliore del mestiere del giornalismo oggi.  

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Prima di procedere, vorremmo ricordare che fu a quella stessa cena che di fatto cominciò, sempre a partire da teorie della cospirazione discusse e derise, l’era politica di Trump. Nel 2011 The Donald era uno degli ospiti, e Obama, nel suo discorso che voleva essere divertente, si indirizzò direttamente a lui, canzonandolo perché notoriamente dubbioso sul certificato di nascita del presidente di padre kenyota (e mamma probabilmente CIA) cresciuto in Indonesia, Pakistan etc.   All’epoca Trump era il protagonista della trasmissione TV più popolare del Paese. Obama, rivolgendosi direttamente al biondo ospite, lo derise come complottista, paragonandolo a quelli che non credono allo sbarco sulla Luna . «Cosa è davvero accaduto a Roswell?» andò avanti il presidente negro tra le sghignazzate. «Dove sono Biggie e Tupac?», cioè i due rapper spariti probabilmente in faide tra ghenghe di cantanti-spacciatori afroamericani.   Battute scadute in maniera drammatica: a non credere allo sbarco sulla Luna ora sono in moltissimi, oggi. Di Roswell e gli UFO proprio Obama si è messo a parlare di recente, mentre è sparito nel nulla, con un’altra diecina di scienziati, un generale dell’aeronautica che lavorava nel mitico Hangar 18. Mentre riguardo ai neri morti, sappiamo che con la storia di Puff Daddy, da alcuni sospettato di essere il mandante, è emerso un giro epsteinante incredibile.     Insomma, meglio non ridere di certi misteri. E, aggiungiamo, anche di Trump. Chi lo derideva, come il presidente dalla sessualità discussa, poi se l’è ritrovato alla Casa Bianca. Questa però è un’altra storia.   Ci sono incongruenze maggiori. La prima è un tweet risalente al 2023, da parte di un utente sconosciuto che non ha postato altro, che non segue nessuno, che non fa nulla. Si chiama Henry Martinez.   L’unico tweet del tizio, con Pepe, il meme del rospo trumpiano, come foto di profilo, ha solo due parole: nome e cognome dell’attentatore.  

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Osserviamo meglio. Il rospo del profilo è in smoking, esattamente come Trump. Il post non ha nulla: né hashtag, né trend, né contesto.   Tutto questo è ovviamente allucinante. Ma in Italia abbiamo la fortuna di avere David Puente, il mitico debunker che lavorava per Casaleggio prima e per Mentana poi, che c’ha la spiega in canna: «Questa tecnica è ben nota: 1) crea un account 2) imposta il profilo come privato con post nascosti 3) scrivi post con nomi o eventi (ad esempio, la data della morte del Papa) 4) se l’evento si verifica, cancella tutto il resto e lascia solo il post corrispondente 5) rendi pubblico il profilo 6) il profilo diventa virale e guadagna follower Quanti post ha l’utente? Solo uno: quello con il nome».   Genio. Ricordiamo il Puentes quando tentò di smontare, dal suo computerino, l’inchiesta di mesi di Seymour Hersh, premio Pulitzer, 60 anni di mestiere, fonti abissali dentro gli apparati americani, sul bombardamento del Nord Stream da parte di Biden. Lo avevamo apprezzato ancora quando – un po’ come Cato, il domestico dell’ispettore Closeau, addestrato ad attaccare chiunque entrasse, compreso lo stesso padrone di casa – quando si scagliò contro la sua stessa testata, Open, caduta in una fake news antirussa a caso, quella delle code di russi alla dogana con la Finlandia.   Con buona pace del David, spunta un’altra cosa ancora. L’immagine di copertina della pagina X (allora Twitter) di Martinez è uno strano insieme di colori digitali. Alcuni dentro – pareidolia, può dire lo scettico – ci vedono dentro una foto. L’immagine iconica di Trump che alza il braccio sotto la bandiera americana dopo l’attentato di Butler, Pennsylvania.     Qui si va verso la fantascienza: impazziscono, a questo punto, i forum reddit riguardanti il viaggio nel tempo. Tuttavia, nel concreto, la fantascienza più oscura, quanto concreta, fa capolino dietro alla figura dell’attentatore.   Non si tratta di un ebete qualsiasi, di quelli visti berciare e picchiare la gente in Minnesota in protesta con l’espulsione dei clandestini. Cole Allen, che si definisce «mezzo bianco e mezzo nero» (rara avis: prendete lo stesso Obama, cresciuto da mamma e nonni bianchissimi ma autodefinentesi afro) ha studiato in una delle università più prestigiose ed esclusive del pianeta, il politecnico californiano Caltech. Si tratta dell’accademia che fornisce gli scienziati alla NASA, che ha un’amplissima base a Los Angeles.   Non solo: l’Allen ha fatto una interneship presso il Jet Propulsion Laboratory (JPL), il centro di ricerca a finanziamento federale che sviluppa i missili per lo spazio. Il lettore di Renovatio 21 conosce la storia: il JPL fu fondato dal giovane pioniere della missilistica Jack Parsons, la cui matrice culturale era fatta dapprima dalla protofantascienza dei racconti nelle rivista pulp del primo Novecento, poi dalla cosiddetta religione di Thelema: Parsons era il più prominente discepolo americano dell’inventore del satanismo moderno Aleister Crowley.   Una serie TV di un lustro fa chiamata Strange Angel, realizzata con piglio viscontiano e poi cancellata dalla rete, raccontava la vita di Parsons dagli esordi (dove bazzicava proprio il Caltech) ai megacontratti con l’aeronautica americana in guerra col Giappone, mentre la fede crowleyana lo impegnava in orge e banchetti con ogni freak della zona – compare nella sua villa, ad un certo punto, il fondatore di Scientology, allora semplice scrittore di sci-fi, L. Ron Hubbard – e riti esoterici complessi (la cosiddetta «messa cattolica gnostica»).   Ebbene sì: la conquista dello spazio da parte degli USA non solo è stata resa possibile dagli scienziati nazisti importati a fine conflitto con l’Operazione Paperclip, ma è stata iniziata da un vero e proprio zelota del satanismo applicato, che più tardi nella vita, prima di morire nel 1952 a 37 anni a causa di una violenta esplosione nel suo laboratorio casalingo a Pasadena, era stato ingaggiato dal neonato Stato di Israele, mentre di suo lavorava all’avvento dell’anticristo sulla Terra («il lavoro di Babalon», secondo il suo linguaggio).

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Come riportato da Renovatio 21, le storie attorno al JPL e alla vicenda di Parsons sono tornate alla ribalta negli ultimi mesi a causa della sequela di scienziati ed esperti di tecnologia avanzata (aerospazio, fusione, forse persino retroingegneria UFO) non più negabile, al punto che persino Trump ne ha parlato e l’FBI ha cominciato ad indagare. Le antenne si sono alzate, inoltre, quando il vicepresidente JD Vance ha dichiarato di credere che gli UFO siano in realtà demoni, una teoria che avanza sempre più nella neodestra americana.   Se un collegamento tra l’attentatore e il lato oscuro della NASA può sembrare tenue, più preoccupante è quello che riguarda il «mago» che era esattamente al fianco di Trump quando è scoppiato l’allarme in sala.   Parliamo di Oz Pearlman, un «mentalista» – cioè una sorta di prestigiatore che indovina le cose – che aveva fatto molto parlare di sé nell’ultimo anno. Nel 2025 il Pearlman era stato ospite del primo podcast del mondo, The Joe Rogan Experience, dove aveva sconvolto – ed irritato assai – il suo ospite.   Il mentalista, fronte alta e sorrisone viscido che hanno un po’ tutti quelli del mestiere (ricordiamo le antiche apparizioni in RAI di Uri Geller, quello, conterraneo del nostro, che piegava i cucchiaini), chiede a Rogan di pensare al PIN della sua carta, ma di dirgli un altro numero da lui inventato: il Pearlman dice che è in grado di indovinarlo. Rogan dapprima rifiuta, poi accetta di farselo scrivere su un foglietto nascosto al pubblico.   Rogan quindi fornisce il codice «falso»: 2020 (in American i PIN hanno quattro cifre). Pearlman comincia a sparare una serie di spiegazioni francamente poco credibili – i maschi mentono sparando numeri più piccoli, assicura, e poi lui è in grado di prendere dati dalla reazione corporale di Rogan… – poi mostra al podcaster un foglietto.

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«È questo il tuo PIN», chiede il prestigiatore. «Sì, lo è» dice Rogan con espressione molto infastidita. «La cosa è che lo ho ricevuto per mail. Questa cosa non mi piace» dice il podcasterro al limite dell’imbarazzo e del fastidio.   A questo punto alcuni rivelano un possibile trucchetto dietro le capacità incredibili del mentalista: il Pearlman è un sabra, ossia un ebreo nato in Israele. Il padre ingegnere, emigrato nel 1985 negli USA, aveva il ruolo di tenente comandante nella marina israeliana. A questo punto si scatena la rete: un’informazione del genere la può aver ottenuta tramite database che gli hacker di Stato israeliano bucano come vogliono. È il pensiero di Alex Jones – recentemente dissato come «stupido» e «in bancarotta» dal presidente stesso – che assicura che il suo amico Rogan non metterebbe mai in scena una cosa del genere, e che non vi è altra spiegazione possibile.   E quindi, cosa sta succedendo? L’israeliano va nel podcast più seguito al mondo, ospitato da un uomo di cui tutti si fidano – onesto, diretto, intelligente, diligente: il sogno dell’americano medio odierno – ad umiliarlo dimostrandogli che nemmeno il suo conto in banca è al sicuro?   Cos’era, un messaggio, neanche tanto subliminale, a tutta la popolazione mondiale?   Domande che fioccavano già giorni fa. Poi arriva il nuovo attentato e, indovinate chi era esattamente al fianco di Trump nel momento del parapiglia?  

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Massì, lui, il mago Pearlmanno, in piedi tra il presidente e Melania, con in mano un fogliettino per un giochetto suo.   Nel momento in cui non è più controverso dire che Trump è stato dirottato da Netanyahu nell’avventura disastrosa della guerra iraniana – e i meme sono inclementi –, nell’ora in cui apertis verbis improvvisamente si può parlare della sudditanza del gigante USA verso il nano Israele, dobbiamo pensare che sia una coincidenza?   O per caso era anche questo qui un messaggio preciso?   Carlson e tutta la fazione in rivolta contro la guerra in Iran – come il dimissionario capo dell’antiterrorismo Joe Kent – iniziano ad essere poco criptici: perché hanno bloccato le indagini sull’eventuale influenza straniera nell’attentato di Butler e nell’assassinio di Charlie Kirk?   La base MAGA, o ex MAGA, pure ribolle. Marjorie Taylor Green ha rilanciato negli scorsi giorni un lungo post su X di una politica locale repubblicana che racconta dei dubbi che comincia ad avere rispetto a Butler, in particolare dice di aver incontrato con altri colleghi Trump poco dopo l’attentato, e questi avrebbe fatto un discorso strano, dicendo che non avrebbe mai più parlato dell’accaduto.  

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Di fatto le indagini – anche nel caso dell’altro attentatore, il filo-ucraino oltranzista Ryan Routh – sono mancate (il figlio però è stato subito arrestato per pedopornografia), e le pochissime cose che ci erano state dette sull’attentatore, Thomas Crooks, erano false: non era vero, ad esempio, che il nostro non aveva alcuna traccia in rete. Perché, quindi, questo insabbiamento? Perché la stessa vittima dell’attentato non vuole parlarne, né cercare la verità? Qui mancano davvero dei tasselli.   C’è molto che non sappiamo, ma possiamo immaginare. Una forza oscura, e millenaria, si muove sulla scena, ora in modo tracotante, al punto da lasciarsi vedere. È un grande errore. Ma, nel paradosso, una buona notizia per l’umanità.   Obbliga il nemico a rivelarsi, dice Sun Tzu. Il nemico, tra misteri e bizzarrie, tra stragi ed atti sorverchianti, si sta rivelando. Forse perché sa di avere poco tempo, il suo regno è in scadenza. E quindi, ha perso la saggezza, e la strategia.   No, il nemico non è più lucido. La sua hybris trascina nell’abisso anche Trump. Che con grande probabilità sapeva, ma, come in una storia antica, è comunque andato incontro alla sua tyche, al fato molesto che consegue alla sua scelta scellerata.   Più che una teoria della cospirazione, è una tragedia classica.   Roberto Dal Bosco

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Un altro scienziato della NASA morto: esperto di propulsione nucleare trovato carbonizzato all’interno di una Tesla

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La notizia della morte di un altro ingegnere nucleare di alto livello della NASA, deceduto in un incidente aereo, ha fatto scalpore, aggiungendosi al quadro oscuro e misterioso di esperti legati alla propulsione avanzata e ai segreti spaziali apparentemente presi di mira.

 

Joshua LeBlanc, 29 anni, responsabile di un team sui progetti più all’avanguardia della NASA in materia di propulsione termica nucleare, è stato trovato carbonizzato e irriconoscibile all’interno della sua Tesla, dopo essere scomparso dalla sua casa di Huntsville, in Alabama. La sua famiglia ha immediatamente temuto un rapimento. Aveva lasciato a casa il telefono e il portafoglio, un gesto che, a detta loro, era del tutto insolito per lui.

 

I dati della modalità Sentry di Tesla hanno successivamente mostrato che il veicolo era rimasto immobile all’aeroporto internazionale di Huntsville per quattro ore la mattina del 22 luglio 2025. L’auto è stata ritrovata nel pomeriggio dopo essersi scontrata con un guardrail, aver urtato contro degli alberi e aver preso fuoco. Le autorità hanno confermato l’identità del conducente alcuni giorni dopo tramite esami forensi.

 

LeBlanc aveva lavorato alla NASA per oltre cinque anni, inizialmente come responsabile del team per il progetto di maturazione della strumentazione e del controllo della propulsione nucleare spaziale (SNP), poi a capo del razzo dimostrativo per operazioni cislunari agili (DRACO) della NASA, un motore a propulsione termica nucleare progettato per ridurre drasticamente i tempi di viaggio verso Marte e oltre.

 

La sua famiglia ha dichiarato ai media locali che il viaggio verso ovest non era mai stato nei suoi piani per la giornata e che era rimasto in contatto regolarmente fino al momento della sua scomparsa. «Temevano che fosse stato rapito», hanno confermato le fonti.

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Questo caso si inserisce a pieno titolo nella preoccupante ondata di morti e sparizioni tra gli scienziati che lavorano su tecnologie nucleari, di propulsione e spaziali, per un totale di almeno tredici casi dal 2022. La morte di LeBlanc giunge mentre il presidente Trump ha ripetutamente manifestato l’intenzione di rendere pubblici i documenti governativi sugli UFO.

 

Il collegamento con l’aeroporto di Huntsville è particolarmente intrigante. La Tesla di LeBlanc è rimasta lì per ore prima del fatale incidente, a pochi chilometri dal Marshall Space Flight Center della NASA, un centro nevralgico proprio per il tipo di lavoro classificato sulla propulsione nucleare che lui dirigeva.

 

Come abbiamo riportato ieri, James «Tony» Moffatt, specialista della NASA addetto al carico utile, e tutta la sua famiglia, anch’essi originari di Huntsville, in Alabama, sono rimasti uccisi la scorsa settimana in un incidente aereo.

 

Ciò rispecchia gli schemi evidenziati nei nostri precedenti articoli sul mistero della morte dello scienziato, ora esplicitamente collegato alla NASA.

 

L’FBI ha ora confermato di aver avviato un’indagine, in collaborazione con i Dipartimenti dell’Energia e della Difesa, su possibili collegamenti tra gli scienziati scomparsi e quelli deceduti. Lo stesso Trump ha affrontato la questione la settimana scorsa: «Spero sia casuale, ma lo sapremo entro una settimana e mezza. Ho appena terminato una riunione su questo argomento».

 

Si tratta di una serie concreta di scienziati all’avanguardia nella fusione nucleare, nella propulsione esotica, nella metallurgia avanzata e nella sorveglianza spaziale vengano messi a tacere.

 

Va segnalata la scomparsa, avvenuta nel febbraio 2026, del generale di brigata in pensione dell’aeronautica militare Neil McCasland, ex comandante del Laboratorio di ricerca dell’aeronautica militare presso la base aerea di Wright-Patterson, presunto deposito dei materiali relativi a Roswell. McCasland è svanito nel nulla dalla sua casa di Albuquerque otto giorni dopo che Trump aveva ordinato al Pentagono di iniziare a pubblicare i documenti sugli UFO. McCasland ha lasciato a casa il telefono, gli occhiali e lo smartwatch. Nonostante le massicce ricerche, nessuna traccia.

 

Alcuni collegano la scomparsa del McCasland a quella, avvenuta nel giugno 2025, di Monica Reza, scienziata dei materiali della NASA e co-inventrice di una rivoluzionaria superlega a base di nichel per motori a razzo di nuova generazione, sviluppata proprio nel laboratorio che un tempo era stato diretto da McCasland. La Reza è svanita nel nulla durante un’escursione, a circa 9 metri dal suo gruppo.

 

Al quadro si aggiunge l’assassinio, avvenuto nel dicembre 2025, del fisico della fusione nucleare del MIT Nuno Loureiro, ucciso sulla soglia di casa sua, e l’omicidio, nel febbraio 2026, dell’astronomo del Caltech Carl Grillmair, che lavorava al potente Osservatorio Vera Rubin, capace di individuare oggetti anomali in orbita terrestre.

 

I dati della stessa Tesla nel caso di LeBlanc sollevano ulteriori interrogativi sulle possibilità di accesso remoto nei veicoli moderni, una capacità riconosciuta da tempo negli ambienti dell’Intelligence.

 

Come riportato da Renovatio 21, in settimana è morto, in quello che è stato dichiarato come un bizzarro suicidio, l’esperto di UFO David Wilcock.

 

Huntsville, Alabama, nota come Rocket City, è la città che ha segnato la storia dell’esplorazione spaziale americana, da quando negli anni Cinquanta il Redstone Arsenal divenne il centro di sviluppo missilistico degli Stati Uniti. Nel 1960 nacque il Marshall Space Flight Center della NASA, diretto da Wernher von Braun. Qui furono progettati i razzi Redstone, Jupiter e soprattutto il gigantesco Saturn V, che portò l’uomo sulla Luna con il programma Apollo.

 

La storia di Huntsville è legata all’Operazione Paperclip: dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli USA importarono segretamente oltre 1.600 scienziati tedeschi, molti ex-nazisti, per battere l’Unione Sovietica nella corsa agli armamenti e allo spazio. Von Braun e il suo team (circa 120-125 scienziati del Terzo Reich), responsabili del missile V-2 durante il Terzo Reich, furono trasferiti a Huntsville nel 1950. Le loro competenze furono fondamentali per trasformare una piccola città agricola in un polo tecnologico di livello mondiale.

 

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Immagine di Daderot via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 3.0 Unported

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