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Viva Elly Schein! Viva il partito radicale di massa – e la sua decomposizione

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Era spuntato fuori questo curioso video, pochi giorni fa. L’allora candidata segretaria piddina Elly Schein cantava con altre due tizie la sigla di Occhi gatto, indimenticato cartone nipponico che passava su Italia 1 ai tempi di Bim Bum Bam.

 

«Tre ragazze bellissime / Tre sorelle furbissime / Son tre ladre abilissime /Molto sveglie agilissime» cantava l’inevitabile Cristina D’Avena.  La trama verteva su queste tre ladre infallibili ed eleganti, apparentemente tutte eterosessuali, e i loro colpi formidabili.

 

La prima domanda che ci si poneva è se la Schlein, che di prestava entusiasta a questo momento-nostalgia a favore di camera, avesse fatto in tempo – essendo nata nel 1985 – a vedere almeno una replica del cartone. Di fatto sembrerebbe che nella performance canora la ragazza legga un gobbo, un karaoke, insomma la canzoncina non se la ricorda a memoria.

 

 

Il fatto è che il colpo la Schlein lo ha fatto, anche se non sappiamo se «bellissima», «furbissima», «abilissima», «agilissima», siano aggettivi che si possano applicare all’operazione.

 

La scalata riuscita della Elly al PD è un fatto enorme, che va celebrato. Viva Elly Schein. Noi qui siamo contentissimi. E mica siamo da soli.

 

Matteo Renzi lo scorso ottobre aveva detto «se Schlein diventa segretaria metà partito passa con noi, e sono prudente». Abbiamo prova che il fiuto politico dell’uomo di Rignano non è infallibile, tuttavia bisogna registrare che il problema ci sarà. O forse – notizia ancora più disperante, esaltante – no, il problema non ci sarà neppure.

 

Ecco che è già iniziato il tam-tam sugli scismi – magari pure più di uno. Tutti si stanno chiedendo cosa faranno i «cattolici» del PD ora che in cima alla baracca è salita quella che nei talk-show dice «in questo momento sto con una ragazza e sono felice».

 

Va bene, ma i «cattolici» del PD, cosa sono? La Rosi Bindi? Il neocatecumenale Graziano Delrio? Castagnetti (c’è ancora)? Oppure Dario Franceschini, che in teoria ci ha un pedigree democristiano importante? Beh, Franceschini in realtà è stato di uno degli sponsor dell’OPA fluida della Elly sul partito erede della falce e del martello e di quei residui DC che no, dal punto di vista morale, mica hanno mai seguito i valori del Vaticano, soprattutto quando a questi nemmeno il Vaticano crede più.

 

Qualche ex democristiano si ribellerà e farà un altro partitino?

 

E gli altri? Gli eredi maschi del maschio partito lanciato, prima che da Nilde Iotti, da Palmiro Togliatti, con tutta quella iconografia di muscoli al lavoro e patriarcato della famiglia della bassa che alla domenica mangia le lasagne…?

 

Non è dato saperlo: del resto, il loro candidato è stato sconfitto – lui è tutto quello che rappresentava. Bonaccini incarnava il PD nella sua forma più solida ed inscalfibile: una vita da mediano, nel PCI-PSD-DS-PD, dai consigli comunali emiliani su su fino alla regione, un posto che il partito (più che gli elettori…) mica ti assegnano a caso. Guardate le foto del Bonaccini prima del restyling impostogli dagli spin doctor, sul quale tanto abbiamo scherzato qui su Renovatio 21: zero orpelli, zero tempo per l’immagini, eccoti il figlio del popolo (vero figlio del popolo) che si infila appena giacca e giù a macinare politica, sin da quanto era ragazzino.

 

È un destino ingrato, e davvero possiamo capire la rabbia del Bonaccini. Di fatto, lui aveva salvato il PD. Noi ce lo ricordiamo benissimo, in quanto coinvolti in quella che è stata la linea del fuoco per i democratici, il momento in cui potevano perdere tutto, invertendo la storia d’Italia. Parliamo delle elezioni regionali 2020, quelle tenutesi in Emilia-Romagna a una manciata di settimana da pandemia e lockdown. Ricorderete, la candidata avversaria era ad un certo punto data per vincente. Circolavano audio sui gruppi Whatsapp della Lega dove si parlava di una vittoria netta. Qualcuno diceva addirittura 10 punti… Si trattava di una svolta epocale.

 

Poi ci fu la doccia fredda. Bonaccini, nonostante tutto, aveva tenuto in piedi il sistema – che non riguarda mica la politica solo, ma l’indotto di risorse umane e finanziarie delle Coop – che poteva essere disintegrato per sempre. Cominciarono a girare voci surreali di centenari portati al seggio a votare…

 

La Schlein emerse in quell’elezione, come una sorta di tele-spalla millennial del Bonaccino. Pareva un UFO, ma andava bene così: Elena Ethel Schlein, questo il suo vero nome, nata a Lugano, cittadinanza americana, di italiano apparentemente anagraficamente ha pochino, a parte un’altra cittadinanza – poi però, c’è la storia della famiglia materna.

 

La sua lista prese il 4%, ma lei, forte di un video anti-Salvini andato virale e di un movimento di piazza anti-Salvini chiamato «Sardine» (qualcuno se le ricorda?) balzò alla vicepresidenza con una palata di voti. Del resto, Bologna è Bologna, la capitale della politica parasessuale: il primo comune in Italia (al mondo?) ad avere un consigliere transessuale (l’attore felliniano Marcello di Falco, divenuto a Casablanca Marcella di Folco), la città del Cassero e di Eva Robin’s, dove decenni fa il sindaco Renzo Imbeni, poi vicepresidente dell’Europarlamento, nel 1992 lanciava il progetto per le case popolare ai gay.

 

Intorno, sappiamo che è diverso. In campagna, il maschio lavoratore, la moglie «compagna» casalinga delle lasagne domenicali di cui sopra, magari sposata in chiesa anche senza averci la fede, perché il PCI un tempo diceva così, mica dovevi farti giudicare «strano» dalla comunità.

 

Si tratta per il più grande partito della sinistra italiana di una mutazione storica da non poco. Si tratta di una trasformazione nello stato di aggregazione della materia politica: dallo stato solido, allo stato fluido

 

E quindi, quanti hanno sostenuto, votato, finanziato il PD come partito allo stato solido, o almeno hanno creduto di farlo per decadi, fuggiranno dal regno della Schlein? Forse, addirittura, no. E ribadiamo che questa è la notizia al contempo terribile ed eccitante. Le radici ebraiche askenazite del padre, che le causano insulti di hater – i quali, scrisse Il Corriere, «attingerebbero a due armi dell’arsenale di stereotipi antisemiti: il naso e la ricchezza» – sono un’«origine di cui sono fierissima»; il nonno emigrò in America dalla zona di Leopoli, ora Ucraina, la storia che abbiamo visto per alcune famiglie neocon, attualmente impegnate nella guerra contro la Russia. Non è dato di sapere al momento se la nostra, di vera stirpe politica certificata, abbia rivendicato anche l’origine materna, col nonno Agostino Viviani, già senatore del PSI poi membro laico del CSM in quota Forza Italia. Magari anche sì: la fluidità permette tutto.

 

Perché si sono fatti andare bene tutto, in questi anni, gli ex democristiani ed ex comunisti. Le unioni gay, il gender nelle scuole, i casi di minori allontanati dalla famiglia, la sudditanza cieca verso Bruxelles, Washington e la NATO (Bruxelles è il luogo della NATO, che è Washington). Per amor di salario, possono farsi andare bene anche questa. Questa è la parte brutta della notizia: gli esseri umani, pur di non essere disturbati nello stipendio o nella dissonanza cognitiva, possono accettare qualsiasi cosa, anche il sorriso della Schlein.

 

La parte gioiosa della questione, per chi come noi pensa che il PD sia assurto ad uno dei problemi principali della Nazione,  è che si tratta della slatentizzazione finale di un processo autodistruttivo che farà implodere la sinistra italiana, che era in tacito stato di decomposizione da oramai tanto tempo.

 

Lo diciamo forti delle profezie del politologo Augusto Del Noce (1910-1989), che aveva predetto l’avvento di un «partito radicale di massa», una sorta di pannellismo a doppia cifra elettorale, una realtà che esprime il laicismo esasperato della borghesia satolla, che molla il senso del collettivo per dedicarsi ai «diritti individuali» (cioè: sodomia, figlicidio, castrazioni e mutilazioni gender, produzione di esseri umani in laboratorio. etc.).

 

Nel suo libro Il suicidio della rivoluzione, Del Noce sosteneva che «l’esito dell’eurocomunismo non può essere che quello di trasformare il comunismo in una componente della società borghese ormai completamente sconsacrata (…) persa per strada l’utopia rivoluzionaria, l’essenza di surrogato religioso, è restato al marxismo soltanto il suo aspetto fondamentale, di prodotto dell’illuminismo scientista», e lo abbiamo visto, benissimo, con la pandemia.

 

Nel partito radicale di massa, l’ex partito comunista «si è rovesciato nel suo contrario: voleva affossare la borghesia e ne è divenuto una delle componenti più salde ed essenziali». Di fatto, il PD è il partito delle ZTL, dei centri storici dei ricchi, taluni magari divenuti ricchi grazie ai giri politici. Di più: è impossibile non aver visto, in questi anni, come il partito ben si adatta alla grande finanza internazionale, da Soros che diviene socio delle Coop (pensate che stiamo scherzando?) al PD di Renzi con il finanziere hedge found Serra alle Leopolde.

 

Quindi, potrebbe essere che gettata ogni maschera, e trasformatosi il PD nel partito radicale, esso vada verso le percentuali irrilevanti di Bonino e compagni? Può essere, anche se, ripeto, non è che ci sia da avere questa grande fiducia riguardo al popolo che ha votato PD.

 

Perché, davvero, hanno accettato qualsiasi cosa, in questi anni, poverini.

 

Hanno avuto come segretario Fassino, prima delle barzellette auto-iettatorie, ma quello era. Poi Bersani, quello delle bambole pettinate e dei giaguari da smacchiare. Poi Renzi, uno così innamorato della tradizione piddina da farsi poi un suo partito scissionista, come del resto aveva già fatto D’Alema. Hanno accettato come segretario lo Zingaretti, quello degli spritz COVID, dei manifesti che chiedevano meno cobalto, quello con quel sorriso eterno ed inspiegabile stampato in volto, mentre i suoi uomini litigano con minacce inaudite al ristorante. Poi, recuperato da Parigi dopo un’era di arbitrario oscuramento, torna il «moderato» Letta, che però moderato non è più, e ha sempre portato in volto questa espressione un po’ torva, con conseguente ultimo disastro del voto… Povero elettore del PD, in fondo va compatito, anche se bisogna dire che in tanti casi se l’è cercata.

 

È chiarissimo Bonaccini avrebbe risolto molti problemi – di immagine, di dignità, di tenuta politica partitica. Un uomo concreto, viene dalla gavetta, ha dietro tanto consenso, non ha mai litigato con nessuno, la sua regione, dicono, è ben amministrata, da anni…

 

E invece, trac. Al vertice del partito è salita una che pochi giorni fa non aveva nemmeno la tessera. Vada come vada, questa è la fine del PD. Smembrato da scissioni, imploso per fluidismo poli-sessuale, reso irrilevante dalla quantità di dichiarazioni che da qui a poco comincerà a fare la Elly – roba che le uscite di Letta, tornatoci radicalizzato dai francesi, sembreranno bazzecole. La decomposizione di quello che era il partito dei lavoratori italiani, quello delle case del popolo e dei viaggi in Russia, diventerà patente, maleolente, rivoltante.

 

Non sappiamo cosa verrà dopo, potrebbe arrivare qualcosa di ancora peggiore: forze politiche talmente fuori dal mondo da mettere a rischio la convivenza nel Paese, finanche la sua stessa esistenza. Cacci Saddam, arriva l’ISIS…

 

Al momento non ci resta che guardare gli occhi della Schlein nelle immagini del suo trionfo. Non so a voi, ma qui non ci sembrano occhi di gatto: epperò, come cantava Cristina D’Avena, «occhi di gatto / un grande colpo è stato fatto».

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

 

 

 

Politica

Trump attacca Papa Leone per aver denunciato la guerra all’Iran ma non aver parlato di Jimmy Lai

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Il presidente Donald Trump, durante un’intervista telefonica di martedì mattina, ha accusato papa Leone XIV di «mettere in pericolo molti cattolici» con le sue critiche alla guerra contro l’Iran e ha sostenuto che il pontefice preferirebbe parlare dell’Iran piuttosto che della persecuzione da parte della Cina del difensore della libertà cattolica Jimmy Lai.

 

Nel corso di un’intervista del 5 maggio con il conduttore radiofonico conservatore Hugh Hewitt sulla Salem News Network, in cui si discuteva di Lai e del prossimo viaggio del presidente in Cina, il conduttore ha chiesto a Trump del suo recente «scambio di battute» con papa Leone, evidenziando il desiderio che il pontefice si esprimesse su Lai.

 

Il presidente ha replicato affermando che il pontefice americano preferirebbe parlare di come «va bene che l’Iran abbia un’arma nucleare» piuttosto che accusare Leone di «mettere in pericolo molti cattolici e molte persone» per aver denunciato la guerra contro l’Iran.

 

«Beh, il papa preferirebbe parlare del fatto che per l’Iran va bene avere un’arma nucleare» piuttosto che di Lai, ha detto Trump.

 

«Penso che stia mettendo in pericolo molti cattolici e molte persone», ha aggiunto. «Ma immagino che, se dipende dal papa, per lui vada benissimo che l’Iran abbia un’arma nucleare».

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Nelle ultime settimane, Trump ha ripetutamente criticato Papa Leone XIV per le sue dichiarazioni di condanna della guerra con l’Iran. Il presidente aveva avviato le sue critiche al Santo Padre con un messaggio dai toni forti su Truth Social, attaccando quella che ha definito la posizione del Papa su criminalità, politica estera e leadership americana.

 

Trump ha scritto di non volere «un papa che pensi che sia giusto che l’Iran abbia un’arma nucleare» e ha criticato il pontefice per l’incontro con lo stratega democratico David Axelrod, che secondo lui è ostile alla libertà religiosa. Ha inoltre affermato che Papa Leone dovrebbe «concentrarsi sull’essere un grande Papa, non un politico», sostenendo che tale condotta è dannosa sia per il Papa personalmente che per la Chiesa cattolica.

 

Il pontefice ha risposto dichiarando di non avere «alcuna paura dell’amministrazione Trump» e di non essere un «politico».

 

«Non ho paura dell’amministrazione Trump né di annunciare a voce alta il messaggio del Vangelo, cosa che credo di essere chiamato a fare, cosa che la Chiesa è chiamata a fare», ha detto il Pontefice. «Non siamo politici. Non ci occupiamo di politica estera con la stessa prospettiva che lui potrebbe avere, ma credo nel messaggio del Vangelo: “Beati gli operatori di pace”, è un messaggio che il mondo ha bisogno di ascoltare».

 

Le nuove critiche di Trump a Leo arrivano appena due giorni prima dell’incontro previsto tra il segretario di Stato Marco Rubio, cattolico di nascita, e il pontefice americano.

 

In previsione di un incontro, che si supponeva dovesse ricucire i recenti strappi tra la Santa Sede e Washingtone, il Rubio aveva rilasciato un video per il Centro per la Costituzione e la Tradizione Intellettuale Cattolica (CIT) in cui celebrava la storia del cattolicesimo in USA.

 

 

Come riportato da Renovatio 21, due mesi fa Leone aveva detto di non poter commentare la condanna a Lai per le sue critiche alla Cina Comunista.

 

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La provincia canadese più ricca di petrolio potrebbe votare per la secessione

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Gli attivisti del movimento «Stay Free Alberta» hanno consegnato quasi 302.000 firme alle autorità elettorali per tentare di indire un referendum sulla possibile secessione della provincia occidentale canadese, ricca di petrolio, dal Canada.   Lunedì un convoglio di camion ha portato le firme alla sede di Elections Alberta a Edmonton, mentre oltre 300 sostenitori si sono radunati all’esterno, sventolando bandiere provinciali e scandendo lo slogan «Alberta forte».   Il numero raccolto supera ampiamente le 177.732 firme necessarie secondo le norme dell’Alberta per le iniziative popolari, pari al 10% dei voti espressi nelle precedenti elezioni provinciali.   Le autorità devono ancora verificare le firme della petizione – intitolata «Un referendum sull’indipendenza dell’Alberta» – affinché possa procedere. L’iniziativa è sostenuta dall’Alberta Prosperity Project, un’organizzazione no-profit favorevole alla sovranità.

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La domanda proposta è: «Siete d’accordo sul fatto che la provincia dell’Alberta debba cessare di far parte del Canada e diventare uno stato indipendente?». Gli attivisti sperano che venga inserita nella scheda elettorale del referendum provinciale di ottobre.   La premier dell’Alberta, Danielle Smith, aveva in precedenza segnalato che, se la petizione fosse stata validata, il governo provinciale avrebbe sottoposto la questione a referendum. Smith ha tuttavia precisato di non appoggiare l’iniziativa.   Sondaggi recenti indicano che l’indipendenza resta una posizione minoritaria in Alberta: un’indagine dell’Angus Reid Institute di febbraio ha rilevato che il 65% degli intervistati voterebbe per rimanere in Canada, mentre il 29% si esprimerebbe per l’uscita.   Questa iniziativa si colloca in un contesto di tensioni di lunga data tra l’Alberta e Ottawa riguardo alla politica energetica, alla tassazione, alle normative ambientali e all’accesso ai mercati di esportazione per il petrolio e il gas della provincia. L’Alberta è la principale regione produttrice di energia del Canada, con oltre l’80% della produzione nazionale di petrolio greggio e il 60% di quella di gas naturale, e vanta il PIL pro capite più alto tra le province canadesi.   Un referendum provinciale di successo non renderebbe automaticamente l’Alberta indipendente. In base al Clarity Act canadese, la Camera dei Comuni dovrebbe stabilire se il quesito referendario e i relativi risultati rappresentino una chiara espressione di sostegno alla secessione prima che possano iniziare i negoziati.   La spinta indipendentista si scontra inoltre con una contestazione legale da parte della Sturgeon Lake Cree Nation, la quale sostiene che la potenziale secessione dell’Alberta violerebbe i diritti sanciti dai trattati con i popoli indigeni. La First Nation (come in Canada chiamano gli indigeni) ha chiesto a un tribunale di bloccare il processo, affermando che la provincia non ha il diritto di lasciare il Canada né di portare con sé territori sanciti dai trattati.   L’attuale premier dell’Alberta Danielle Smith è nota per essere nemica degli obblighi COVID e per essersi espressa contro il WEF di Davos, che era riuscito ad insinuare le sue politiche nella provincia canadese.   L’indipendentismo delle province canadesi è un fenomeno storico e attuale, dominato dal nazionalismo quebecchese ora riemerso con forza nella questione dell’Alberta. La Costituzione canadese e la Clarity Act rendono la secessione estremamente complessa, richiedendo negoziati nazionali e maggioranza chiara.   Il Quebecco rappresenta il caso più longevo: il movimento sovranista, guidato dal Parti Québécois (PQ), ha tenuto due referendum (1980 e 1995), quest’ultimo perso per un soffio (50,6% No). Radicato in identità linguistica, culturale e storica francofona, oggi gode di un sostegno intorno al 30%, con il PQ in testa ai sondaggi provinciali in vista delle elezioni autunnali 2026. Un terzo referendum resta possibile, ma la Clarity Act federale impone regole stringenti.   Il movimento per l’indipendenza del Québec ha avuto una fase violenta con il Front de libération du Québec (FLQ), gruppo marxista-nazionalista fondato nel 1963. Tra il 1963 e il 1970 il FLQ compì oltre 200 attentati dinamitardi, rapine e azioni che causarono almeno 6 morti, colpendo simboli federali, banche e istituzioni.

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La crisi culminò nell’ottobre 1970: il 5 ottobre il FLQ rapì il diplomatico britannico James Cross; il 10 ottobre sequestrò il ministro del Lavoro Pierre Laporte, poi assassinato. Il premier Pierre Trudeau – padre di Justin Trudeau, almeno anagraficamente: la leggenda metropolitana vuole che sia figlio biologico di Fidel Castro – invocò per la prima (e unica) volta in tempo di pace il War Measures Act, sospendendo le libertà civili: arresti senza mandato, detenzioni preventive, censura.   Furono fermate 497 persone, molte innocenti; l’esercito occupò Montréal. Cross fu liberato in dicembre in cambio dell’esilio a Cuba per cinque rapitori. Fidel Castro accettò di accoglierli. Furono trasportati da un aereo delle Forze Armate Canadesi. I rapitori di Pierre Laporte (che fu assassinato) non ottennero asilo; furono arrestati e processati in Canada. I cinque esuli cubani tornarono in Canada tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, furono processati e scontarono condanne relativamente brevi (perlopiù per sequestro di persona). Cuba, all’epoca, offrì rifugio a vari militanti di sinistra radicali da tutto il mondo come gesto di solidarietà rivoluzionaria.   La repressione segnò la fine del terrorismo felquiste ma delegittimò l’ala violenta, favorendo la via democratica del PQ. I referendum del 1980 e 1995 furono pacifici (il secondo perso per 50,6%-49,4%).   Oggi il sostegno all’indipendenza oscilla intorno al 25-35% (sondaggi 2026), con il PQ in crescita ma senza maggioranza chiara per un terzo referendum. L’eredità della crisi resta controversa: per alcuni Trudeau salvò la democrazia, per altri usò misure eccessive contro un movimento identitario.  

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Immagine di Joli Rumi via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
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Il ministro sionista Ben Gvir sulla torta di compleanno mette un cappio

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Il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, Itamar Ben Gvir, esponente dell’ala ultranazionalista, ha festeggiato il suo cinquantesimo compleanno questo fine settimana, offrendo agli ospiti fette di torta a forma di cappio. Tra i presenti figuravano diversi alti funzionari delle forze dell’ordine.

 

La torta era un’evidente allusione alla posizione di Ben Gvir a favore di una legge che introdurrebbe la pena di morte per i palestinesi riconosciuti colpevoli di «terrorismo».

 

Durante la festa di sabato sera presso Villa Space nel moshav Emunim, nel sud di Israele, la moglie di Ben Gvir, Ayala, gli ha offerto una torta a forma di cappio con la scritta: «Mazel tov al Ministro Ben Gvir, a volte i sogni si avverano».

 

I festeggiamenti includevano un’altra torta di compleanno altissima, decorata con l’immagine di Israele, il ritratto di Ben Gvir, due pistole e un cappio dorato. Gli accessori per l’impiccagione erano un’evidente allusione alla legge sulla pena di morte per i terroristi, approvata dalla Knesset a marzo con 62 voti favorevoli e 47 contrari.

 

La legge prevede che i palestinesi condannati per attacchi mortali dai tribunali militari vengano condannati all’impiccagione, una disposizione che, secondo i critici, di fatto esenta gli israeliani di origine ebraica.

 

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Le sentenze devono essere eseguite entro 90 giorni dalla pronuncia, senza possibilità di appello. La pena può essere commutata in ergastolo solo in alcune «circostanze speciali» non specificate.

 

Ben Gvir e i membri del suo partito avevano indossato per diversi mesi spille a forma di cappio come simbolo del loro impegno a favore della legge, mentre lo stesso ministro aveva affermato l’anno scorso che «non esiste un “popolo palestinese”».

 

La legge ha suscitato condanne internazionali: Germania, Francia, Regno Unito, Italia, Nuova Zelanda e Australia hanno espresso «profonda preoccupazione» per il provvedimento e hanno esortato Israele ad abbandonarlo. Anche gli esperti delle Nazioni Unite hanno avvertito che la nuova norma viola il diritto internazionale, sostenendo che «di fatto prende di mira i palestinesi condannandoli a morte».

 

La lista degli invitati ha suscitato quasi altrettante polemiche quanto le torte. Tra gli alti comandanti presenti figuravano il comandante del distretto di Gerusalemme Avshalom Peled, il comandante del distretto di Giudea e Samaria Moshe Pinchi e il commissario del servizio penitenziario Kobi Yaakobi.

 

Erano presenti anche ministri del governo, tra cui il ministro della Difesa Israel Katz e il presidente della Knesset Amir Ohana.

 


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Il commissario di polizia Danny Levy ha permesso la partecipazione solo ai membri del comando di grado più elevato, avvertendo tutti gli ufficiali di grado inferiore di tenersi alla larga. La direttiva è stata impartita nonostante i timori diffusi che Ben Gvir potesse esercitare pressioni sulle forze dell’ordine e minare l’indipendenza della polizia.

 

Ben Gvir è noto per le sue posizioni incendiarie nei confronti dei palestinesi e una volta si è vantato di aver fatto del suo meglio affinché in prigione «i terroristiricevessero il minimo indispensabile» in termini di cibo.

 

Il ministro è stato sanzionato nel Regno Unito, in Australia, Canada, Nuova Zelanda, Norvegia, Paesi Bassi, Slovenia e Spagna.

 

Come riportato da Renovatio 21, il ministro Ben-Gvir a fine ottobre aveva chiesto il ritorno della guerra a Gaza.

 

Itamar Ben Gvir appartiene al partito sionista secolarista Otzma Yehudit («Potere ebraico») è associato al movimento erede del partito Kach, poi dissolto da leggi anti-terroriste varate dal governo Rabin nel 1994, fondato dal rabbino americano Mehir Kahane.

 

Kach è nella lista ufficiale delle organizzazioni terroristiche di USA, Canada e, fino al 2010, su quella del Consiglio dell’Unione Europea. Il Kahane fu assassinato in un vicolo di Nuova York nel 1990, tuttavia le sue idee permangono nel sionismo politico, in primis l’idea di per cui tutti gli arabi devono lasciare Eretz Israel, la Terra di Israele.

 

Come riportato da Renovatio 21, il ritorno al potere Netanyahu è dovuto al boom del partito sionista Otzma Yehudit. Il ministro del patrimonio culturale Amichai Eliyahu, che appartiene al partito sionista, ha dichiarato la disponibilità di nuclearizzare la Striscia di Gaza.

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A luglio 2024 il ministro sionista aveva infiammato la situazione dicendo di aver pregato sulla Spianata delle Moschee, atto proibito per gli ebrei secondo gli accordi esistenti.

 

Come riportato da Renovatio 21, in un altro editoriale Haaretz scriveva che «il governo di Netanyahu è tutt’altro che conservatore. È un governo rivoluzionario, di destra, radicale, messianico che ha portato avanti un colpo di Stato e sogna di annettere i territori».

 

Il Ben Gvir era tra i relatori del grande convegno sulla colonizzazione ebraica di Gaza, celebrato con balli sfrenati su musica tunza-tunza.

 

A settembre in risposta a sanzioni anti-israeliane emesse dal Belgio, il Ben Gvir aveva dichiarato che «i Paesi europei sperimenteranno il terrore».

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