Cina
Papa Leone dice che «non può commentare» la condanna a Jimmy Lai per aver criticato la Cina comunista
Papa Leone XIV ha affermato di «non poter commentare» Jimmy Lai, il 78enne fondatore cattolico del quotidiano pro-democrazia Apple Daily, che il mese scorso è stato condannato a 20 anni di prigione da un tribunale di Hong Kong.
Quando martedì il canale televisivo cattolico statunitense EWTN News ha chiesto a papa Leone se avrebbe commentato la condanna di Lai, il Pontefice ha risposto: «Non posso commentare. Preghiamo per meno odio e più pace, e lavoriamo per un dialogo autentico».
Pope Leo XIV told EWTN News he “cannot comment” on Jimmy Lai, the Catholic founder and publisher of the outspoken pro-democracy tabloid Apple Daily, who was sentenced Feb. 9 on charges Chinese authorities say violate national security laws. The pope instead urged for peace,… pic.twitter.com/QEgXLPqR9t
— EWTN News (@EWTNews) March 3, 2026
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Lai è stato accusato nel 2020 di «collusione con forze straniere» in violazione della draconiana Legge sulla Sicurezza Nazionale (NSL) imposta da Pechino a Hong Kong nel giugno 2020 per reprimere il dissenso contro il Partito Comunista Cinese (PCC). Il tabloid di Lai, Apple Daily, aveva pubblicato critiche al PCC che avevano portato a ritorsioni da parte delle autorità comuniste.
L’imprenditore è stato successivamente condannato a diversi anni di carcere per aver organizzato e partecipato a raduni non autorizzati e per presunta frode, condanne recentemente annullate da una corte d’appello di Hong Kong. Tuttavia, la condanna di dicembre per collusione con l’estero e «pubblicazione sediziosa» e la condanna a 20 anni di carcere rimangono invariate.
Il silenzio intenzionale di papa Leone sulla persecuzione di Lai contrasta nettamente con le condanne internazionali dei leader governativi e delle organizzazioni per i diritti umani.
Il segretario di Stato americano Marco Rubio ha condannato la sentenza definendola una «ingiusta e tragica conclusione» del caso di Lai e ha affermato che gli Stati Uniti stanno sollecitando le autorità a concedere a Lai la libertà vigilata per motivi umanitari. «Ciò dimostra al mondo che Pechino è disposta a fare di tutto per mettere a tacere coloro che sostengono le libertà fondamentali a Hong Kong», ha scritto Rubio.
Come riportato dai Renovatio 21, Trump ha affermato di aver parlato con XI in merito all’incarcerazione di Lai.
L’Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani, Volker Türk, ha deplorato la condanna di Lai, definendola una violazione dei diritti alla libertà di espressione e di associazione riconosciuti dal diritto internazionale.
Jodie Ginsberg, CEO del Comitato per la protezione dei giornalisti, ha definito la condanna «atroce», affermando che è «l’ultimo chiodo sulla bara della libertà di stampa a Hong Kong».
Il silenzio di Leo, tuttavia, riecheggia quello di papa Francesco quando Lai fu arrestato nel 2020 per presunta frode. All’epoca, l’editorialista William McGurn scrisse che il silenzio di Francesco sulla Cina e su Lai «urla da cima a fondo nel mondo». Sostenne che la riluttanza di Francesco a parlare fosse una conseguenza diretta dell’accordo tra Vaticano e Cina, che, a suo dire, «dà allo Stato comunista un potere decisionale straordinario sulla selezione dei vescovi cattolici».
Il malvagio accordo tra Vaticano e Cina, a cui ha fatto seguito un’intensificazione della persecuzione dei cattolici cinesi, rimane in vigore sotto Papa Leone XIII. Dall’approvazione dell’accordo, vescovi, sacerdoti, seminaristi e laici sono stati arrestati, torturati e incarcerati per non aver aderito all’organizzazione ecclesiastica di Stato gestita dal Partito Comunista Cinese, con le autorità cinesi che avrebbero esercitato ulteriore pressione sui fedeli cattolici affermando che Papa Francesco sosteneva la «Chiesa» di Stato.
I critici hanno denunciato la condanna, la più severa mai imposta dalla Legge sulla sicurezza nazionale di Hong Kong, come particolarmente crudele, dato che Lai, 78 anni, rischia di morire in prigione a causa della sua età e delle sue condizioni di salute.
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Suo figlio Sebastian ha dichiarato alla BBC che la condanna al carcere era «fondamentalmente una condanna a morte» e che suo padre era stato punito per aver difeso «le libertà di Hong Kong».
Lai fuggì dalla Cina a Hong Kong da bambino e divenne un imprenditore sull’isola, fondando nel 1995 il tabloid pro-democrazia Apple Daily, che pubblicava critiche al Partito Comunista Cinese che gli suscitarono l’ira delle autorità comuniste. Il giornale divenne uno dei principali quotidiani di Hong Kong, ma chiuse i battenti nel giugno 2021 quando gli uffici furono perquisiti dal personale di sicurezza del Partito Comunista Cinese e Lai fu arrestato.
Il suo arresto e la successiva condanna al carcere hanno suscitato indignazione a livello internazionale, tanto che il dipartimento di Stato americano ha rilasciato una dichiarazione nell’ottobre 2022 in cui deplorava lo «smantellamento sistematico dell’autonomia di Hong Kong» imposto dalla legge cinese sulla sicurezza nazionale e chiedeva il ripristino del «rispetto per la libertà di stampa a Hong Kong, dove un tempo un ambiente mediatico indipendente era praticamente scomparso».
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Immagine di Edgar Beltrán via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International
Cina
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Cina
I mercati esagerano la possibilità di conflitto per Taiwano
Secondo un alto diplomatico statunitense, gli investitori stanno esagerando la probabilità di uno scontro militare su Taiwano.
Michael DeSombre, sottosegretario di Stato americano per gli affari dell’Asia orientale e del Pacifico, ha dichiarato giovedì alla CNBC che gli investitori stavano «sopravvalutando il rischio che accadesse qualcosa nello Stretto di Taiwan».
«Sia la Cina che gli Stati Uniti non vogliono il conflitto, e noi siamo in grado di scoraggiarlo», ha affermato.
Pechino considera Taiwan parte integrante del proprio territorio sovrano e dichiara di perseguire la riunificazione pacifica, pur non escludendo l’uso della forza. L’isola autogovernata rimane una fonte di attrito tra la Cina e gli Stati Uniti, che mantengono una politica di «una sola Cina» ma continuano a fornire armi a Taipei.
Gli esperti, tuttavia, avvertono che i mercati finanziari potrebbero non essere preparati alle ripercussioni economiche di una crisi.
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Taiwan domina la produzione globale di semiconduttori avanzati, fornendo chip essenziali per smartphone, veicoli e sistemi di intelligenza artificiale. Un blocco o un’escalation militare potrebbero interrompere la produzione e le principali rotte di spedizione, provocando ripercussioni a catena nel commercio globale e nelle catene di approvvigionamento tecnologiche.
Uno scontro potrebbe anche compromettere le relazioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, innescando nuove tariffe, restrizioni alle esportazioni e controlli sugli investimenti. I mercati asiatici e le aziende tecnologiche americane sarebbero particolarmente vulnerabili. Secondo MarketWatch, gli investitori hanno già incorporato i rischi geopolitici nei prezzi delle azioni legate a Taiwan, tra cui quelle del colosso dei semiconduttori TSMC.
Secondo le stime di Bloomberg Economics risalenti a febbraio, una guerra tra Stati Uniti e Cina per Taiwan potrebbe causare una perdita di 10.600 miliardi di dollari, pari al 9,6% del PIL globale, nel suo primo anno. L’Unione Europea sarebbe tra le regioni più colpite, secondo il think tank britannico Chatham House.
Hal Brands, professore alla Johns Hopkins University, ha avvertito che Pechino potrebbe optare per un blocco o una quarantena doganale piuttosto che per un’invasione su vasta scala.
«Nessuno ha una buona idea di come quantificare il rischio di un conflitto militare tra Stati Uniti e Cina per Taiwan», ha dichiarato a una conferenza sugli investimenti a settembre, secondo quanto riportato da Business Today.
Nel frattempo, Pechino ha ripetutamente denunciato la vendita di armi statunitensi a Taiwan come un’ingerenza nei suoi affari interni, chiedendo a Washington di interrompere le spedizioni.
Sinora, lo status quo nella questione tra Pechino e Taipei è stato assicurato dal cosiddetto «scudo dei microchip» di cui gode Taiwano, ossia la deterrenza di questa produzione industriale rispetto agli appetiti cinesi, che ancora non hanno capito come replicare le capacità tecnologiche di Taipei. Aziende europee hanno dichiarato di poter spengere da remoto gli impianti di produzione a Taiwan in caso di invasione da parte dell’Esercito di Liberazione del Popolo.
La Cina, tuttavia, sta da tempo accelerando per arrivare all’autonomia tecnologica sui semiconduttori, così da dissolvere una volta per tutte lo scudo dei microchip taiwanese. La collaborazione tra Taiwan e UE riguardo ai microchip, nonostante la volontà espressa da Bruxelles, non è mai davvero decollata.
Come riportato da Renovatio 21, il colosso del microchip TSMC ha dichiarato due anni fa che la produzione dei microchip si arresterebbe in caso di invasione cinese di Formosa.
I microchip taiwanesi sono un argomento centrale nella tensione tra Washington e Pechino continuata da Trump a Biden, che qualcuno ha definito come una vera guerra economica mossa dall’amministrazione USA contro il Dragone.
Come riportato da Renovatio 21 la scorsa settimana gli Stati Uniti hanno consegnato i primi due dei 66 nuovi caccia F-16 ordinati da Taipei nell’ambito di un accordo da 8 miliardi di dollari. La consegna è avvenuta dopo i colloqui tra il presidente statunitense Donald Trump e il presidente cinese Xi Jinping, durante i quali Xi ha esortato Washington a opporsi all’«indipendenza di Taiwan» e a «gestire la questione di Taiwan con cautela».
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Lo scorso dicembre Washington ha approvato un pacchetto record di armi da 11 miliardi di dollari per Taiwan. Secondo alcune fonti, Trump avrebbe ritardato l’approvazione di un altro accordo da 14 miliardi di dollari, definendo la potenziale vendita una «ottima carta da giocare» nei colloqui con Pechino.
Funzionari statunitensi hanno affermato che Xi avrebbe ordinato all’esercito cinese di tenersi pronto per una potenziale operazione contro Taiwan entro il 2027, sebbene Pechino non abbia confermato tale affermazione.
DeSombre, tuttavia, ha descritto il leader cinese come «un attore molto razionale» che avrebbe valutato attentamente le conseguenze di un’azione militare.
Come riportato da Renovatio 21, all’inizio del mese, in un’intervista al programma CBS 60 Minutes, Trump aveva riferito che i dialoghi con Xi, tenutisi a fine ottobre in Corea del Sud, si sono concentrati sul commercio, mentre la questione taiwanese «non è stata toccata».
Lo scorso mese la neopremier nipponica Sanae Takaichi aveva suscitato le ire di Pechino parlando di un impegno delle Forze di Autodifesa di Tokyo in caso di invasione di Taiwano.
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Immagine di xiangyang17 via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic
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