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Economia

Piccoli Soros crescono (e stanno con Renzi)

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Non è la prima volta che finisce sui giornali internazionali, certo.

Tuttavia, suppongo che prima mai avesse avuto un profilo personale sul New York Times.

Davide Serra, uomo dietro all’hedge fund Algebris e controverso advisor e finanziatore di Matteo Renzi, non deve aver ispirato simpatia alla giornalista, che deve aver preso male una sua battuta («mai sposare una donna americana, è il mio consiglio agli amici») e che magari quindi ha detto la sua al photo editor, il quale ha impaginato un’immagine del nostro con gli occhi chiusi.

Del resto sono quegli occhi scurissimi e aggressivi – o, in fondo, spaventati? – che mi hanno sempre colpito, oltre che quel tic pe rcui  il Gordon Gekko del PD si rumina costantemente le labbra.

«Non è uno che opina in modo gentile, o in modo particolarmente attento» morde la giornalista. e «esternare lo pone lontano dalla maggior parte dei manager di hedge fund, che tipicamente usano mezzi estensivi e costosi per non suscitare attenzione».

Sarebbe così se non si sapesse chi è il suo modello finanziario e strategico: George Soros.

Il quale, salta fuori, con probabilità ora è anche suo socio.

 

Bravado

Ai giornali piace il suo ruolo di garrulo battitore libero. Un altro personaggio così, in quel paludato mondo fatto di silenti squali cravattati (e cravattari) e di noiosi burocrati, proprio non c’è.

Quando il tesoro inglese aumentò una tassa bancaria, disse semplicente «è stupido», paventando una diminuzione del PIL londinese di 10 punti.

Le multe inflitte alle banche che avevano venduto impropriamente assicurazioni di protezione del pagamento sono per serra «estorsioni realizzate su un piano nazionale». «Non si lascia la propria banca in balìa degli sciacalli». Evidentemente, si ritiene di una razza carnivora diversa.

I giornali economici in fondo amano questo personaggio sbruffone e un po’ sprovveduto. Un giorno, entrò al 10 di Downing Street per incontrare Cameron. La cartella che teneva in mano – visibilissima ai fotografi piazzati perennemente là fuori – recava la sigla RBS: Royal Bank of Scotland. Parve dunque piuttosto chiaro di cosa andasse a parlare col premier britannico  il raider italiano. «Avrei dovuto portare dentro una copia di Playboy», ringhiò beffardo.

In più, si deve aggiungere una feature senza precedenti: ha nel taschino – una consulenza gratuita e disinteressata, certo – il premier di una nazione del G7, che il nostro foraggiò lautamente da quando partì con la sua scalata fatta di Leopolde e altri attacchi.

Tuttavia, i suoi investimenti – nota il giornale americano – corrispondono al «bravado» del titolo NYT, cioè la sfrontata esibizione di questo falso coraggio. Fino al 31 maggio, il suo fondo di finanza globale stava a + 30%, mentre il suo credit fund segnava un +5.6%, più alto degli indicatori finanziari generali.

Il fondo Algebris, gestito da Londra dove il nostro risiede da più di vent’anni, gestisce oramai un patrimonio di 2,5 miliardi di euro, che investe in operazioni finanziarie in tutto il mondo.

 

Salvato da Soros

Tuttavia, la storia del fondo non è fatta di sole rose. Nel 2011, Serra scommise nella tenuta dell’Eurozona. Sbagliò la tempistica: più si aggravava la crisi UE, e più Algebris precipitava. Il suo fondo equity perse qualcosa come il 45%, mentre il credit fund affogò in un -17%. Gli investitori scapparono.

Qualcuno, invece, vide in questo ragazzo e nei suoi giochi un qualcosa in cui credere.

Entra in scena George Soros, che lo rifornisce di 500 milioni di dollari di capitale. Abbastanza per salvare la baracca, e continuare i suoi piani di conquista.

La rivelazione è di un anonimo investitore nel fondo di Serra, il quale fa sapere di non volere commentare questa voce.

Soros ci vede giusto: con il progredire dei giorni, la situazione finanziaria europea riassesta alcune sue parti, e Serra torna con il 100% di ambo i rami del suo business.

Serra salvato da George Soros. Come il lettore può capire, considerando la discussa vicinanza di Serra a «demolition man» (come il New Yorker ha recentemente apostrofato Renzi), la cosa non è priva di importanti risvolti politici, geopolitici. E non solo.

La scommessa di Serra, oggi, è la stessa di quattro anni fa: l’Europa recupererà, grazie ad un quantitative easing che durerà un lustro. In pratica, una scommessa contro la catastrofe rappresentata dal Grexit o un’alzata troppo rapida dei tassi da parte di USA e UK.

Allo stesso tempo però, sta scommettendo contro i bond di Spagna e Portogallo.

«Ho imparato molto nel 2011. Le persone non sempre vogliono la cosa più razionale» racconta.

A Londra non tutti lo amano. Una fonte anonima racconta di una barzelletta a base di prostitute che gelò un pubblico di americani. Una specie di Berlusconi – figura che asserisce di disprezzare profondamente – che epperò non ha né la simpatia né il calore umano – o forse, quel che manca al nostro Soros in erba, è l’empatia.

 

Speculare sulla crisi

Tutto ciò non gli preclude di avere uno stuolo di contatti invidiabile.

La prossima mossa, pare che sarà la creazione di un fondo private equity che investa nella crescita dell’Italia. Di certo, a Roma il nostro ha le porte spalancate. Matteo Renzi – cui offre in apparenza consigli gratuiti, come a Cameron e perfino alle banche Centrali che cercano le sue analisi – è «l’unico politico che valga la pena di finanziare negli ultimi 20 o 30 anni». «È l’ultima speranza dell’Italia». In realtà, nel 2012 tradì brevemente il giovane fiorentino con il governo tecno-golpista del suo ex-preside bocconiano Mario Monti e Corrado Passera: «sono gli uomini giusti per il lavoro – dichiarò – sono il dream team». Nel 2013, con Matteo trombato alle primarie, dichiarò di votare Scelta Civica. Con Passera – ora con il partito sintetico «Italia Unica» ultroneo pretendente politico all’affiancamento di Renzi (per curare gli interessi della superborghesia meneghina e di qualche vescovo) –  vi è epperò un rapporto particolare: il banchiere di Intesa San Paolo lo conobbe quando Serra lavorava per Morgan Stanley. «Persona di grande qualità» esclama l’ex-ministro quando il Serra incontrò lo scandalo della vecchia guardia PD che lo definì, parole di Bersani, «bandito delle Cayman».

Tuttavia, la creazione di un fondo legato alla crescita e alle imprese potrebbe essere una mossa simil-cosmetica. L’autunno scorso, infatti, emerse la manovra di Serra sui non-performing loans, «prestiti non performanti». Un prodotto finanziario particolarmente sinistro.

Si tratta né più né meno dei crediti deteriorati delle banche,  mutui di disoccupati, prestiti che le aziende piegate dal crunch economico atlantico non sanno come ripagare a breve termine. Serra li acquista e poi riscuote dai debitori, che in molti casi si vedono arrivare l’ufficiale giudiziario a casa, con lo scopo, ovviamente, di portargliela via. Algebris investe nel processo 400 milioni di euro, e spera di guadagnare un margine del 15% annuo – il tutto sulla pelle di chi non riesca a pagare il mutuo.

Il fondo varato da Serra per la bisogna – Algebris npl fund 1- ha fatto incetta presso le banche italiane, concentrandosi sull’immobiliare abitativo.

Scoperto il giochetto, un giornalista de La7 intercetta il finanziere all’ultima Leopolda, dove il Davide va ad arringare le folle renziane. La reazione del trader è tragicamente inadeguata.

In un crescendo del suo tic labiale, incespica, si imbarazza, diviene aggresivo, prova a dire che la speculazione la sta facendo solo su immobili di lusso, poi gli scappa perfino una sbruffonata da arricchito («ho comperato ieri una villa a Portofino»), se ne va improvvisamente via masticando amaro. Impresentabile.

Ma è davvero così intelligente?

Può davvero considerarsi un erede della volpe Soros?

 

Mastro Soros

La volontà sembrerebbe essere quella. Leggendo il giornale dei bocconiani Tra i leoni, apprendiamo che Serra ha tenuto nella sua università un corso, al termine del quale regalò agli studenti un libro di George Soros, La teoria della riflessività. Si tratta del pensiero su cui si base la manipolazione del mercato ad opera di Soros: lungi dalla teoria economica della concorrenza perfetta, Soros sostiente che vi sia nei mercati una componente umana che genera indeterminatezza.

Si tratta della  non corrispondenza tra le aspettative dei partecipanti e lo stato della situazione; «La riflessività può essere interpretata come un fenomeno circolare, o un circuito di retroazione a doppio senso, tra le opinioni dei partecipanti e il reale stato». In breve, controllando le idee di coloro che partecipano al gioco economico – cioè, quello che fanno gli enti messi in piedi da Soros (con l’ausilio quasi certo della CIA) come Open Sociey Foundation – si può controllare il mercato, che nulla ha di oggettivo, è una giungla di ombre, di riflessi.

I mercati azionari, ci par dunque di capire, si basano su umori non-economici.

Di qui, la necessità, per il vero dominus finanziario, di controllare i processi della politica e della società.

Soros ha con grande probabilità stipulato un qualche patto con i servizi americani, per conto dei quali, da decenni, opera in vari Paesi (specialmente ex-sovietici) con organizzazioni che fungono da «solvente» politico e sociale; quando il popolo è distratto – droga libero, sesso pornografia, aborto, tutto l’armamentario dei «diritti individuali» – e la politica è implosa e corruttibile, ecco che plana Soros a finanziarizzare le imprese collassate, ricavbandovi guadagni miliardari.

Davide Serra non segue uno schema tanto differente. Specula sulla crisi dei mutui, e coltiva subito i rapporti con forze di rottura – come il «rottamatore» Renzi – che promettono, coperti dallo sparigliare le carte, di fare qualche favore anche alla finanza internazionale.

Il modello Soros per Serra è talmente forte da divenire forse un impulso inconscio, pavloviano.

Ad un forum di investitori britannici, alla domanda «Perché Londra è un luogo così adatto agli investimenti», il nostro risponde con tranquillo candore: «perché ha una società aperta».

Società aperta. Cioè, Open Society, il nome della creatura principale di Soros. Un product placement – non si sa quanto involontario  – dell’ente che procede alla costante erosione dello stato nazionale: abbiamo sotto gli occhi quello che sta avvenendo in Ucraina, ma lo stesso ruolino lo si vide nei primi anni Novanta in Polonia, in Iugoslavia, in Russia – dove però gli anticorpi reagirono.

E poi, vien da dire, le Cayman. Altro tocco degno del maestro Soros.

Quando scoppia la polemica nel PD, con Bersani che accusa Renzi di cattive frequentazioni e la base ex-comunista che vuole vederci chiaro sui finanziamenti alle Leopolde dell’allora  sindaco di Firenze, emerge questa storia delle isole caraibiche, dove il Fondo Algebris avrebbe sede. Serra smentisce, di ce di pagare le tasse a Londra, dove vive e lavora. Eppure, molti giornali mainstream sono d’accordo nel supporre che il controllo sul mega-fondo sia affidato ad una società con base nel Mar delle Antille.« La decisione di affidarsi alla permissiva legislazione della Cayman Islands – scrive il Corriere nel 2007, quando Algebris e The Children’s Fund (domiciliati nello stesso edificio…) tentano l’inedita scalata alla banca olandese ABN AMRO (1) –  non ha poi solo motivi di carattere fiscale, per non pagare cioè troppe tasse sulle commissioni incassate (circa l’ 1,5% sui fondi presi in gestione e il 13-16% sulle plusvalenze realizzate). Ma consente anche di alzare un muro insormontabile su finanziatori, proprietari e accordi di partnership».

Esattamente quello che fece, ancora negli anni Settata, il furbo Soros, che piazzò gli uffici del suo leggendario Quantum Fund presso le Antille Olandesi. Per evitare qualsivoglia intromissione da parte dell’FBI, il Quantum Fund mai e poi mai assunse personale con cittadinanza americana. Soros quindi operò legibus solutus da un paradiso fiscale totale, dove poteva schermare con tranquillità l’origine dei fondi che raccoglieva. Oltre alla presenza dei Rothschild, non sono pochi coloro che pensano che tra i sottoscrittori del fondo vi fossero con probabilità i cartelli della droga dei vicini paesi sudamericani (cfr. l’articolo di EFFEDIEFFE «Narcos-Soros»). La cosa non deve stupire: anche il grande fondo Bain Capital, guidato ai suoi albori dal candidato presidenziale mormone Mitt Romney, pare abbia di capitali parimenti provenienti dalla galassia della coca di Colombia, Bolivia e compagnia.

 

Rossa marmellata toscana

I giornali riportano che da quando è considerato intimo del premier i sottoscrittori del fondo sono aumentati.

Facile intuire che sia perché questo stancante lavoro di advisor – che per l’ufficialità risulta gratuito, ça va sans dire – in qualche modo è ripagato dal fortunato leader fiorentino.

Le mani di Serra sono ben sporche di marmellata toscana. Sporchissime, in realtà: e della confettura più rossa che c’è – il Monte dei Paschi di Siena, un crack da miliardi (subito riforniti, via IMU, dal suo ex-preside Monti divenuto premier) che tra i misteri conta pure un morto, in teoria suicida.

Serra, scriveva il sito comunista fiorentino Senzasoste, è «l’uomo che ha guadagnato (come da posizione ribassista rilevata dalla CONSOB) dal crollo è anche il grande sponsor di Renzi. Presidente del consiglio che si è badato bene dal rilasciare dichiarazioni in grado di alzare il titolo MPS. E anche di investire pubblicamente, con qualche richiesta di informativa resa pubblica, proprio la CONSOB del problema del titolo MPS. A fare da complice alla coppia Serra-Renzi il comune amico Lorenzo Bini Smaghi, banchiere fiorentino già membro del board della BCE, che va a giro per i talk-show a dichiarare, per depistare sulle emergenze nazionali, che non sono le banche il vero problema per l’Italia. Di sicuro le banche non sono un problema per i tre amici che, dalla crisi del sistema bancario nazionale, ci guadagnano e non poco sia pure a diverso titolo». Bini Smaghi, assieme a Serra, è fotografato raggiante lo scorso settembre – grazie, Dagospia – al matrimonio di Marco Carrai, il Gianni Letta di Renzi. Vicino a CL, ex Forza Italia, immanicato negli affari toscani prima e ora internazionali come pochi altri coetanei, Carrai è il vero tramite tra Renzi e il potentato che – disse rabbioso il cassiere PD dalemiano Ugo Sposetti – sostiene davvero l’attuale premier: «Israele e la destra americana». Due realtà incarnate da un’unica figura, quella di Michael Ledeen, che Carrai frequenta, e che fu perfino messo – lui, accusato di ogni sorta di nefandezza terroristica da generali dei servizi – tra i consigliori diplomatici del governo Renzi. Ledeen, per chiudere questa foto di gruppo, era anch’egli al matriomonio di Carrai con Bini Smaghi, Renzi e Serra.

«Insomma che cosa è Palazzo Chigi oggi? – si chiedono sconsolati i nostalgici marxisti fiorentini –  E’ il più gigantesco covo di insider trading del paese. Un covo dove si detengono informazioni riservate, ad esempio, su MPS e, guarda te il caso, dove gli amici del presidente del consiglio su MPS finiscono per guadagnarci. Una volta poi smantellato il sistema locale del credito in Toscana poi qualcuno paghera’: contribuenti e rispamiatori ad esempio».

Qualcuno pagherà, il popolo. Qualcuno incasserà, gli amici di Renzi.

Dietro al lavoretto governativo sulle Popolari, e allo strano balzo di valore della Banca Etruria.

La puzza della manovra è fortissima. Serra emana senza pudore.

Il raider genovese si presenta alla CONSOB in stampelle – un brutto incidente sciistico, dove ha casa, e non solo – per discolparsi: «Serra, che attraverso il fondo Algebris era uscito allo scoperto dichiarando di aver operato sulle popolari, ma prima che venisse annunciato il decreto, nelle scorse settimane si è anche fatto avanti con una proposta per la Popolare dell’Etruria, finita nel mirino sia per il maxirialzo di Borsa sia perchè il vicepresidente è Pierluigi Boschi, il padre del ministro delle Riforme, Maria Elena».

Insomma, nelle strani gonfiori intorno alla Banca che foraggia la famiglia della popputa quanto vacua ministra, c’è Algebris. Insider Trading di stato.

Solo pochi giorni prima, il nome di Serra spuntava nella lista Falciani: anche lui tra i 7.500 correntisti ginevrini della HSBC, la banca inglese che nell’Ottocento lucrava sull’oppio cinese e ora implicata nel riciclaggio dei narco-cartelli messicani.

 

L’Italia premia i devastatori della sua economia

George Soros nel 1992 demolì la lira con una macchinazione monetaria transnazionale che passò alla storia della mega-pirateria finaziaria.

Ne ottenne, come rammentato più volte in questo sito, non solo un lauto compenso, ma anche gli onori da parte della politica: mentre in Indonesia lo squalo ungherese è condannato a morte in contumacia per speculazioni sulla rupia, Romano Prodi nel 1997 gli procurerà una laurea honoris causa nella sua Bologna. Un discreto nugolo di  figure italiche implicate nella catastrofe finanziaria progettata da Soros faranno una carriera clamorosa: Prodi diventa Primo Ministro, Ciampi Presidente della Repubblica, Draghi assurge ai vertici della BCE.

Parallelamente, non possiamo dire che – nonostante le resistenze ostinate della povera sinistra PD – la politica e lo Stato italiano in generale stiano ponendo grosse barriere alla penetrazione del renziano allievo di Soros.

Così lo scorso maggio Serra viene fatto «Commendatore dell’Ordine al Merito della Repubblica Italiana». La massima onoreficenza che può distribuire il Presidente della Repubblica. È la prima volta che viene data ad un italiano che vive e lavora all’estero.

Serra invia agli amici una email emozionata, con tanto di link alla pagina di wikipedia che riporta il titolo ottenuto (non sapeva neanche cosa fosse, prima). Si rivela entusiasta, ma l’acredine al personaggio non manca mai: «Volevo condividerlo con voi, i miei amici di Londra più stretti che sanno del mio impegno per l’Italia da Londra, i miei colleghi e i miei parenti che spesso non capiscono perché mi presto a insulti dai media (corrotti) italianiper il mio impegno civile.»

A premiarlo è Mattarella (il Capo di Stato con il carisma di un frigorifero), tuttavia si tratta di una sorta di «commendatore dell’oblò». L’ordine è infatti firmato, ben cinque mesi prima, dal Presidente Napolitano.

Esattamente lo stesso Napolitano che pochi giorni fa è stato premiato a Berlino dalla Henry Kissinger Academy, creatura del decano del mondialismo più assassino, che lo chiamava «il mio comunista preferito».

Che volete farci, è un mondo impazzito: l’ultimo gesto di un presidente che inneggiava ai carri sovietici di Budapest, è premiare un vampiro della più forsennata speculazione capitalista.

Il suo maestro Soros, che da Budapest era scappato, l’anno passato è divenuto socio della Coop. Serra, ai tempi dei guai di Ligresti, faceva un tifo sfrenato per l’acquisizione di Fonsai da parte di UNIPOL, il gruppo assicurativo del fu Partito Comunista Italiano.

Deve essere la fase terminale e umoristica della social-democrazia, dissolte beotamente nel gioco distruttore del grande capitale internazionale, inghiottita da ladri devastatori a cui si è prostituita per due Leopolde. La fase Parvus, dal nome del dissoluto finanziere che preparò, tra orge e affari, la Rivoluzione Russa: e proprio Parvus, ironia, è il nome di un hedge fund civetta partecipato anche da Serra.

Anche queste sono storie degne del deserto politico ed ideale che stiamo attraversando.

Tra pupazzi e vermi di ogni sorta, parassiti e profittatori si fanno largo con prepotenza, e con sempre meno pudore.

A spese di tutti noi.

 

NOTE

 

(1) Nel 2007, dopo aver tentato con boria mai vista una scalata contro la Generali del gerontocratico Antoine Bernheim (quello il cui figlio, pure banchiere, scrive saggi sul cannibalismo), Serra e il suo socio Halet guidano un tentativo capovolgere ABN AMRO attaccando il presidente Rijkman Groenink . Lo fanno assieme al fondo The Children’s Fund (TCI) di Chris Hohn, figlio di un metalmeccanico giamaicano che dice di regalare il 90% dei guadagni alle organizzazioni di charity.

Continua il Corriere: «Non è comunque un mistero, se ne trova traccia nei rari documenti ufficiali disponibili, che il TCI di Hohn sia anche il perno di un incrocio azionario con altri hedge fund. Come Parvus, creato dall’ ex Merrill Lynch Edoardo Mercadante, di cui possiede il 18%, il KDA Capital dell’ ex Fidelity David Baverez e, appunto, l’ Algebris di Serra. Negli ultimi due risulta presente con l’ 1% dei diritti di voto». La scalata venne poi portata da Royal Bank of Scotland, Santander e la seconda banca del Benelux Fortis.

Parvus – nome dell’indimenticato Izrail Lazervich Helfland, ricco rivoluzionario socialista odessita che lavorava con la Nestle e indulgeva in orge sfrenate mentre progettava l’appoggio tedesco a Lenin – è certamente un bel nome per un consorzio della crapula mondialista.

 

Roberto Dal Bosco

 

Articolo precedentemente pubblicato da EFFEDIEFFE.COM

 

 

Immagine di World Economic Forum via Flickr pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-ShareAlike 2.0 Generic (CC BY-NC-SA 2.0)

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Economia

Stabilimento automobilistico della Volkswagen verrà convertito per la produzione di armi israeliane

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Il colosso automobilistico tedesco Volkswagen ha raggiunto un’intesa per la cessione di uno dei suoi impianti e per la sua riconversione in un polo di produzione militare, con il produttore israeliano di armi Rafael Advanced Defense Systems destinato a diventare il primo importante partner industriale.

 

Una valutazione dell’accordo era sta stata annunciato mesi fa. Lunedì Volkswagen ha comunicato di aver definito con lo Stato della Bassa Sassonia e la società di investimento israeliana Aurelius Capital i termini principali per la vendita dello stabilimento di Osnabrück. In base all’accordo, Aurelius diventerebbe l’azionista di maggioranza, mentre la Bassa Sassonia acquisirebbe una partecipazione nello stabilimento.

 

L’impianto sarebbe quindi stato convertito progressivamente dalla produzione di automobili in quello che Volkswagen ha definito un «centro di competenza per soluzioni di sicurezza e difesa». Il primo grande progetto avrebbe previsto la collaborazione con Rafael per la produzione di sistemi e componenti di difesa aerea destinati alla Germania e ad altri clienti europei.

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Rafael è l’azienda statale israeliana del settore della difesa che ha sviluppato il sistema missilistico Iron Dome. Lo stabilimento di Osnabrück dovrebbe realizzare componenti, tra cui veicoli militari, lanciatori e generatori impiegati dal sistema, sebbene i missili intercettori Tamir non vengano prodotti in loco, secondo quanto riportato dai media israeliani.

 

Per significativa coincidenza storica, anche il sito di Osnabrück vanta una storia di produzione militare che risale alla Germania nazista. In origine la fabbrica apparteneva alla carrozzeria Karmann, che realizzava componenti per aerei destinati allo sforzo bellico tedesco e che impiegò manodopera forzata durante la Seconda guerra mondiale.

 

Volkswagen ha rilevato le attività di Karmann a Osnabrück dopo il fallimento dell’azienda nel 2009 e nel 2024 ha deciso di cessare la produzione di veicoli entro l’estate del 2027. Il nuovo accordo dovrebbe garantire l’occupazione a oltre 1.200 lavoratori, mentre l’amministratore delegato del Gruppo Volkswagen, Oliver Blume, ha affermato che l’intesa aprirà un «nuovo futuro industriale» per il sito.

 

Nel frattempo il ministro-presidente della Bassa Sassonia, Olaf Lies, ha collegato il cambiamento al più ampio rafforzamento militare della Germania, sostenendo che si è verificato un «cambiamento fondamentale nella nostra situazione di sicurezza e nel nostro bisogno di protezione».

 

L’accordo avrebbe incontrato la resistenza del fondo sovrano del Qatar, uno dei maggiori azionisti di Volkswagen. La struttura finale prevede che Rafael non detenga la proprietà dello stabilimento, che verrà invece acquisito da Aurelius e dalla Bassa Sassonia.

 

La riconversione avviene dentro alla «situazione critica» (parole dell’assoindustria tedesca) dell’economia germanica, e nello specifico mentre la stessa Volkswagen sta affrontando una delle più vaste ristrutturazioni della sua storia.

 

Come riportato da Renovatio 21, negli scorsi giorno l’azienda ha confermato i piani per eliminare fino a 100.000 posti di lavoro in tutto il mondo entro il 2030, a causa della debole domanda europea, degli elevati costi energetici legati alla perdita delle forniture russe a basso costo, dei dazi statunitensi e della crescente concorrenza dei produttori cinesi come BYD, Great Wall, Xpeng, Leapmotor, etc.

 

Anche altre case automobilistiche europee, tra cui Mercedes-Benz, hanno mostrato un interesse crescente per il settore della difesa. Questa conversione si inserisce in un più ampio rafforzamento militare in tutta l’UE, il piano ReArm lanciato dall’ex ministro della Difesa germanico, ora presidente della Commissione UE, Ursula Von der Leyen.

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Come riportato da Renovatio 21, in settimana è emerso che un progetto della Commissione Europea per un’«Unione del risparmio e degli investimenti», discusso nel 2025 e sostenuto personalmente dalla presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen, ma non attuato all’epoca, sembra ora essere stato ripreso per rendere disponibili fondi aggiuntivi destinati a progetti di riarmo.

 

L’idea pare essere quella di attingere ai risparmi dei cittadini europei per un totale di circa 10.000 miliardi di euro – 3.400 miliardi dei quali nella sola Germania – inizialmente su base volontaria, per poi passare all’adesione obbligatoria.

 

Nell’ambito del riarmo totale europeo, l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) ha avviato iniziative dedicate alla difesa nello spazio, qualificando l’iniziativa come «storica». Una delibera adottata dai suoi 23 Paesi membri riconosce che l’ente possiede le competenze necessarie per elaborare tecnologie spaziali «a fini di sicurezza e difesa». Di qui l’intenzione di creare un vero scudo spaziale contro la Russia.

 

Papa Leone XIV ha condannato l’aumento delle spese militari europee, avvertendo a maggio che il riarmo tradisce la diplomazia e alimenta le tensioni in un mondo già «devastato dalle guerre».

 

L’arcivescovo Carlo Maria Viganò ha definito la nuova UE armata come «delirante» e «guerrafondaia», nonché prodromica al Nuovo Ordine Mondiale.

 

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Immagine di Kārlis Dambrāns via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0

 

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Economia

Jaguar Land Rover taglierà 4.000 posti di lavoro

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Jaguar Land Rover (JLR) ha confermato l’intenzione di ridurre il personale, mentre la principale casa automobilistica britannica affronta l’aumento dei costi, il calo delle vendite e gli effetti dei dazi statunitensi. Lo riporta il Times, secondo cui potrebbero essere soppressi fino a 4.000 posti di lavoro.   JLR è sotto crescente pressione a causa dei dazi USA, che hanno reso più onerosa la vendita dei veicoli prodotti in Gran Bretagna negli Stati Uniti, nonostante Londra avesse ottenuto un’aliquota ridotta del 10%. L’effetto è stato particolarmente rilevante, poiché il Nord America è il mercato più importante per l’azienda. Le difficoltà sono state accentuate da un grave attacco informatico subito lo scorso anno, che ha costretto a interrompere la produzione per diverse settimane.   Nel trimestre chiuso a giugno il fatturato di JLR è sceso di quasi il 10%, mentre l’utile ante imposte è crollato di oltre due terzi, attestandosi a 109 milioni di sterline (126,5 milioni di euro). Secondo il Times, l’amministratore delegato PB Balaji è sotto pressione da parte di Tata Motors, la società madre indiana di JLR, perché tagli i costi.

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In una dichiarazione ai media, JLR ha detto di dover «adattarsi alle mutevoli condizioni del mercato globale», con l’obiettivo di risparmiare circa 1,7 miliardi di sterline (2,3 miliardi di dollari) nei prossimi due anni e di abbassare il punto di pareggio annuale a 300.000 veicoli.   JLR ha annunciato l’avvio di un «programma di prepensionamento volontario» per il personale con stipendio fisso e per i dirigenti. Secondo quanto riportato, i dipendenti sarebbero stati informati venerdì. Il Times ha scritto che potrebbero essere eliminati fino a 4.000 posti di lavoro nei prossimi due anni, anche se JLR non ha confermato la cifra.   Il gruppo automotive occupa direttamente circa 34.000 persone nei suoi stabilimenti nelle West Midlands e nel Merseyside e sostiene circa 120.000 posti di lavoro nell’intera filiera automobilistica britannica.   Le case automobilistiche europee stanno riducendo il personale a causa della domanda debole, dell’aumento dei costi e della crescente concorrenza dei produttori cinesi a basso costo.

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Come riportato da Renovatio 21, questa settimana Volkswagen ha approvato ulteriori 50.000 tagli di posti di lavoro entro il 2030, portando la riduzione complessiva della forza lavoro prevista a circa 100.000 unità. La sua controllata Porsche eliminerà altri 5.000 posti di lavoro entro il 2035.   La crisi del settore automobilistico tedesco è stata aggravata anche dagli elevati costi energetici, da quando il Paese ha perso l’accesso a gran parte del gas russo a basso costo, da cui la sua economia industriale dipendeva da tempo, dopo l’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022. L’amministratore delegato di Volkswagen, Oliver Blume, ha indicato separatamente i dazi statunitensi e l’intensificarsi della concorrenza cinese tra le pressioni che pesano sulla competitività dell’azienda.   Come riportato da Renovatio 21, il mese scorso anche il colosso automobilistico tedesco BMW prevede di tagliare circa 8.000 posti di lavoro a livello globale entro la fine del 2027.    

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Immagine di Anthony Parkes via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 2.0 Generic  
 
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Economia

Volkswagen licenzia 100.000 lavoratori: «ristrutturazione»

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Il più grande gruppo automobilistico europeo, Volkswagen, si prepara a sopprimere circa 100.000 posti di lavoro a livello mondiale, dopo l’intesa tra vertici e sindacati su un ulteriore taglio di 50.000 posizioni entro la fine del decennio, come comunicato dall’azienda. Si tratterebbe di circa un settimo della forza lavoro globale.

 

Il megataglio, che riguarda anche fabbriche italiani come quella della Ducati, che è di proprietà del colosso germanico dell’automotive, era stato annunziato ancora a giugno, ma era con evidenza nell’aria da ancora più di tempo, con licenziamenti di massa pianificati ancora due anni fa, e l’amministratore delegato che dichiarava che l’azienda non poteva più continuare come prima.

 

Come gran parte dell’industria tedesca, Volkswagen affronta una crisi finanziaria e operativa pesante, con margini di profitto in forte calo. L’amministratore delegato Oliver Blume ha indicato tra le cause principali l’interruzione delle forniture energetiche russe e la crescente concorrenza cinese.

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La portata della ristrutturazione segna una svolta netta per un’impresa a lungo vista come emblema della potenza industriale della Germania. L’azienda aveva già avviato un piano di riduzione di circa 50.000 posti nei marchi principali, Audi, Porsche e nella controllata software CARIAD, soprattutto tramite uscite volontarie e pensionamenti anticipati. Il nuovo piano di fatto raddoppia quella cifra.

 

Se applicato per intero, il piano di riduzione del personale, con la perdita di circa 100.000 posti, sarebbe il più ampio ridimensionamento mai attuato da una casa automobilistica globale. Volkswagen occupa circa 650.000 persone nel mondo.

 

I tagli non si fermano al personale. Il gruppo ha ammesso che gli impianti europei hanno una capacità di oltre 500.000 veicoli all’anno superiore alla domanda attuale. Resta incerto il destino degli stabilimenti di Hannover, Emden, Zwickau e Neckarsulm una volta conclusi, tra il 2031 e il 2034, i programmi di produzione in corso. Per i quattro siti non sono ancora stati individuati modelli sostitutivi competitivi.

 

L’azienda sta rivedendo al ribasso anche altre ambizioni. La gamma di modelli sarà dimezzata e gli investimenti e la spesa in ricerca per il periodo 2027-2031 sono stati limitati a 135 miliardi di euro. Volkswagen si riorganizza puntando a vendite annue di circa 9 milioni di veicoli e a un margine operativo del 9% entro il 2030.

 

Colpita dai dazi statunitensi e da una domanda altalenante di auto elettriche, la maggiore casa automobilistica europea si trova in difficoltà su più fronti. In patria la crisi è stata aggravata dal rialzo dei costi energetici, dopo che Berlino ha abbandonato il gasdotto russo a basso costo in seguito all’escalation del conflitto in Ucraina nel 2022, ricorrendo sempre più a importazioni di GNL più onerose, anche dagli Stati Uniti.

 

Lo shock energetico ha giocoforza eroso il vantaggio competitivo che per decenni aveva caratterizzato la manifattura tedesca. Il Paese ha poi registrato due anni consecutivi di contrazione economica, seguiti da una crescita debole, con le imprese manifatturiere costrette a tagliare produzione, investimenti e occupazione. Due mesi fa l’Istituto di Ricerca Economica di Halle (IHW) aveva esposto dati che registravano il numero più alto di fallimenti aziendali degli ultimi venti anni.

 

Nel frattempo Volkswagen ha perso posizioni in Cina (dove aveva impianti di produzione in Xinjiang, la turbolenta provincia uigura dove il governo cinese è accusato di utilizzare il lavoro forzato), un tempo il suo mercato principale, a favore di concorrenti locali come BYD e Geely. Le case automobilistiche cinesi si sono inoltre espanse rapidamente in Europa, aumentando la pressione su Volkswagen, che fatica a rendere i propri veicoli elettrici competitivi per prezzo e costi. In Europa, BYD e altri marchi cinesi come Chery, SAIC e Leapmotor hanno tutti raddoppiato la loro quota di mercato nell’ultimo anno.

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Come riportato da Renovatio 21, mesi fa VW affrontò la crisi dei chip dopo che l’Olanda aveva sequestrato una fabbrica cinese. Allo stesso tempo si parlò di una crisi di liquidità della grande società germanica.

 

Il gruppo ha progressivamente ridotto la produzione in Germania. Lo scorso dicembre ha interrotto la produzione di veicoli nello stabilimento di Dresda: per la prima volta in novant’anni di storia un impianto tedesco dell’azienda ha sospeso la fabbricazione di automobili.

 

Come riportato da Renovatio 21, BMW ha dichiarato il mese scorso che taglierà 8.000 posti di lavoro. Anche BASF, Bosch, Continental e altri grandi produttori tedeschi hanno chiuso o ridimensionato i propri siti negli ultimi anni.

 

Ora il destino del colosso automobilistica sembra essere quello di tornare ad una piena produzione di armi come ai tempi di Adolfo Hitler. Per un bizzarro, ma non inspiegabile, ricorso storico, ora VW valuta un accordo per la fornitura di armi ad Israele, con il governo tedesco che ha dato semaforo verde per un patto col produttore di armi israeliano Rafael.

 

 

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Immagine di Daniel Zimmermann via Flickr pubblicata su licenza CC BY-NC-ND 2.0

 

 

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