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Politica

La provincia canadese più ricca di petrolio potrebbe votare per la secessione

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Gli attivisti del movimento «Stay Free Alberta» hanno consegnato quasi 302.000 firme alle autorità elettorali per tentare di indire un referendum sulla possibile secessione della provincia occidentale canadese, ricca di petrolio, dal Canada.

 

Lunedì un convoglio di camion ha portato le firme alla sede di Elections Alberta a Edmonton, mentre oltre 300 sostenitori si sono radunati all’esterno, sventolando bandiere provinciali e scandendo lo slogan «Alberta forte».

 

Il numero raccolto supera ampiamente le 177.732 firme necessarie secondo le norme dell’Alberta per le iniziative popolari, pari al 10% dei voti espressi nelle precedenti elezioni provinciali.

 

Le autorità devono ancora verificare le firme della petizione – intitolata «Un referendum sull’indipendenza dell’Alberta» – affinché possa procedere. L’iniziativa è sostenuta dall’Alberta Prosperity Project, un’organizzazione no-profit favorevole alla sovranità.

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La domanda proposta è: «Siete d’accordo sul fatto che la provincia dell’Alberta debba cessare di far parte del Canada e diventare uno stato indipendente?». Gli attivisti sperano che venga inserita nella scheda elettorale del referendum provinciale di ottobre.

 

La premier dell’Alberta, Danielle Smith, aveva in precedenza segnalato che, se la petizione fosse stata validata, il governo provinciale avrebbe sottoposto la questione a referendum. Smith ha tuttavia precisato di non appoggiare l’iniziativa.

 

Sondaggi recenti indicano che l’indipendenza resta una posizione minoritaria in Alberta: un’indagine dell’Angus Reid Institute di febbraio ha rilevato che il 65% degli intervistati voterebbe per rimanere in Canada, mentre il 29% si esprimerebbe per l’uscita.

 

Questa iniziativa si colloca in un contesto di tensioni di lunga data tra l’Alberta e Ottawa riguardo alla politica energetica, alla tassazione, alle normative ambientali e all’accesso ai mercati di esportazione per il petrolio e il gas della provincia. L’Alberta è la principale regione produttrice di energia del Canada, con oltre l’80% della produzione nazionale di petrolio greggio e il 60% di quella di gas naturale, e vanta il PIL pro capite più alto tra le province canadesi.

 

Un referendum provinciale di successo non renderebbe automaticamente l’Alberta indipendente. In base al Clarity Act canadese, la Camera dei Comuni dovrebbe stabilire se il quesito referendario e i relativi risultati rappresentino una chiara espressione di sostegno alla secessione prima che possano iniziare i negoziati.

 

La spinta indipendentista si scontra inoltre con una contestazione legale da parte della Sturgeon Lake Cree Nation, la quale sostiene che la potenziale secessione dell’Alberta violerebbe i diritti sanciti dai trattati con i popoli indigeni. La First Nation (come in Canada chiamano gli indigeni) ha chiesto a un tribunale di bloccare il processo, affermando che la provincia non ha il diritto di lasciare il Canada né di portare con sé territori sanciti dai trattati.

 

L’attuale premier dell’Alberta Danielle Smith è nota per essere nemica degli obblighi COVID e per essersi espressa contro il WEF di Davos, che era riuscito ad insinuare le sue politiche nella provincia canadese.

 

L’indipendentismo delle province canadesi è un fenomeno storico e attuale, dominato dal nazionalismo quebecchese ora riemerso con forza nella questione dell’Alberta. La Costituzione canadese e la Clarity Act rendono la secessione estremamente complessa, richiedendo negoziati nazionali e maggioranza chiara.

 

Il Quebecco rappresenta il caso più longevo: il movimento sovranista, guidato dal Parti Québécois (PQ), ha tenuto due referendum (1980 e 1995), quest’ultimo perso per un soffio (50,6% No). Radicato in identità linguistica, culturale e storica francofona, oggi gode di un sostegno intorno al 30%, con il PQ in testa ai sondaggi provinciali in vista delle elezioni autunnali 2026. Un terzo referendum resta possibile, ma la Clarity Act federale impone regole stringenti.

 

Il movimento per l’indipendenza del Québec ha avuto una fase violenta con il Front de libération du Québec (FLQ), gruppo marxista-nazionalista fondato nel 1963. Tra il 1963 e il 1970 il FLQ compì oltre 200 attentati dinamitardi, rapine e azioni che causarono almeno 6 morti, colpendo simboli federali, banche e istituzioni.

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La crisi culminò nell’ottobre 1970: il 5 ottobre il FLQ rapì il diplomatico britannico James Cross; il 10 ottobre sequestrò il ministro del Lavoro Pierre Laporte, poi assassinato. Il premier Pierre Trudeau – padre di Justin Trudeau, almeno anagraficamente: la leggenda metropolitana vuole che sia figlio biologico di Fidel Castro – invocò per la prima (e unica) volta in tempo di pace il War Measures Act, sospendendo le libertà civili: arresti senza mandato, detenzioni preventive, censura.

 

Furono fermate 497 persone, molte innocenti; l’esercito occupò Montréal. Cross fu liberato in dicembre in cambio dell’esilio a Cuba per cinque rapitori. Fidel Castro accettò di accoglierli. Furono trasportati da un aereo delle Forze Armate Canadesi. I rapitori di Pierre Laporte (che fu assassinato) non ottennero asilo; furono arrestati e processati in Canada. I cinque esuli cubani tornarono in Canada tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, furono processati e scontarono condanne relativamente brevi (perlopiù per sequestro di persona). Cuba, all’epoca, offrì rifugio a vari militanti di sinistra radicali da tutto il mondo come gesto di solidarietà rivoluzionaria.

 

La repressione segnò la fine del terrorismo felquiste ma delegittimò l’ala violenta, favorendo la via democratica del PQ. I referendum del 1980 e 1995 furono pacifici (il secondo perso per 50,6%-49,4%).

 

Oggi il sostegno all’indipendenza oscilla intorno al 25-35% (sondaggi 2026), con il PQ in crescita ma senza maggioranza chiara per un terzo referendum. L’eredità della crisi resta controversa: per alcuni Trudeau salvò la democrazia, per altri usò misure eccessive contro un movimento identitario.

 

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Immagine di Joli Rumi via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International

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Politica

Gli USA hanno una nuova zona autonoma: ecco la TAZ di Madison

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Attivisti di estrema sinistra con apparenti legami con i Democratic Socialists of America hanno recentemente istituito una propria «zona autonoma» a Madison, capitale del Wisconsin.   Le tendopoli sono diventate una presenza familiare nelle città di estrema sinistra, dove l’occupazione distruttiva e destabilizzante è apertamente incoraggiata dai funzionari governativi.   Il giornalista investigativo specializzato in antifa e trantifa Andy Ngo ha fatto notare che proteste simili si erano verificate a Minneapolis e Seattle, entrambe epicentri delle rivolte del movimento Black Lives Matter durante l’estate del 2020, ironicamente soprannominata «estate dell’amore».   La zona autonoma di Seattle istituita nel 2020, chiamata alternativamente CHAZ e CHOP, è diventata un rifugio per l’illegalità e, infine, per gli omicidi.  

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Eric Bott, attivista conservatore del Wisconsin e vicepresidente regionale di Americans for Prosperity, ha affermato che i funzionari socialisti democratici a capo del governo municipale di Madison stavano «fornendo sostegno finanziario e protezione» all’attuale insurrezione.   Gli occupanti di estrema sinistra affermavano di manifestare in memoria di Corey Ruiz, un criminale seriale ucciso il 22 luglio dopo aver presumibilmente accoltellato un agente di polizia durante un alterco. La lunga fedina penale di Ruiz comprendeva otto precedenti condanne in un periodo di 17 anni per reati quali resistenza, ostruzione, minacce o lesioni a pubblici ufficiali.   A rafforzare ulteriormente la percezione che l’insurrezione fosse condotta con la benedizione e l’avallo delle autorità cittadine, contribuì una conferenza stampa tenutasi il giorno successivo alla morte di Ruiz, durante la quale un gruppo di attivisti, guidati dall’agente immobiliare locale Carlos LeMar Dixon, interruppe una conferenza stampa della polizia.   Dixon, che si ritiene stia conducendo una campagna elettorale basata sul voto per corrispondenza per la carica di governatore, ha precedentemente ammesso di aver rubato i cartelli elettorali dei candidati rivali.   L’emergere di «zone autonome» – che di fatto negano la sovranità dello Stato – è un tratto visibile nel contesto americano (con il caso di Seattle nel 2020) e, sia pure in versione islamica, anche in quello europeo, dove sono tollerate ovunque delle «no-go zone» musulmane, facendo pensare che si tratti di una cifra propria dell’anarco-tirannia che va caricandosi nei territori dello Stato moderno.   La filosofia della «zona autonoma» non è nuova. Il concetto di TAZ («zona temporaneamente autonoma») fu un’idea guida del cosiddetto mondo antagonista dei Centri Sociali negli anni Novanta anche in Italia, dove ebbe larga circolazione il libro T.A.Z. La Zona Autonoma Temporanea.   Il principale ideologo delle TAZ, i cui libri venivano diffusi nei circuiti di Centri Sociali e nei rave-techno («teknival»), è lo scrittore e poeta Hakim Bey, al secolo Peter Lamborn Wilson (1945-). La prima riga della pagina di Wikipedia inglese ricorda che Bey-Wilson «è una figura controversa nei circoli anarchici a causa della sua difesa della pedofilia».   Il teorico delle TAZ  pubblicò scritti sul bollettino della NAMBLA (North American Man/Boy Love Association, «Associazione nordamericana per l’amore Uomo/ragazo), «per aver sostenuto quest’ultima organizzazione, il cui obiettivo era di legalizzare la pedofilia e la pederastia, Bey è stato fortemente attaccato da numerosi altri anarchici», scrive l’enciclopedia online.   Anche altrove, in oscuri episodi recenti, è stata visibile la possibile correlazione tra attivismo politico violento di estrema sinistra e pedofilia.   Come riportato da Renovatio 21, cinque anni fa ad una manifestazione antipedofilia a Dublino, in Irlanda, vi fu l’irruzione degli Antifa che attaccarono la protesta.

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Politica

L’Alta Corte britannica si appresta a vietare l’esposizione delle bandiere nazionali

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Un consiglio comunale liberaldemocratico ha ottenuto un’ingiunzione dall’Alta Corte che di fatto vieta l’esposizione non autorizzata della croce di San Giorgio e della bandiera britannica sui lampioni e sulle strade pubbliche in un’intera contea inglese. Lo riporta Modernity News. Quella che era nata come una campagna dal basso per innalzare le bandiere nazionali è stata dichiarata una minaccia alla sicurezza della comunità, e ora la magistratura si sta mobilitando contro di essa.

 

Il Consiglio della contea dell’Oxfordshire, guidato dai Liberal Democratici, ha vinto la sua storica causa dopo mesi di azioni legali contro la campagna Raise the Colours, un’iniziativa iniziata nell’agosto 2025 che consiste nell’appendere la bandiera britannica e la croce di San Giorgio ai lampioni o nel dipingerle sulle rotatorie.

 

Il giudice Dexter Dias ha emesso un’ordinanza che vieta a persone non identificate di affiggere bandiere inglesi o britanniche alle infrastrutture stradali o di dipingere immagini di bandiere sulle strade. La violazione comporta il rischio di reclusione, multe illimitate o sequestro dei beni.

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Il leader del consiglio, Tim Bearder, ha accolto con favore l’esito, dichiarando: «Si tratta di una sentenza benvenuta. Siamo molto soddisfatti del risultato», aggiungendo: «Questo crea un precedente legale e, si spera, dissuaderà le persone non solo nell’Oxfordshire, ma in tutto il Paese, dal partecipare a questa attività criminale», descrivendo le persone coinvolte come «persone molto difficili, non patrioti».

 

Il consiglio comunale sostiene che le bandiere creassero rischi per la sicurezza stradale, violazione di proprietà privata e ostruzione. Ha speso circa 80.000 sterline per la loro rimozione e altre 40.000 sterline in spese legali, costi che ora intende recuperare. Secondo quanto riferito, il personale incaricato di rimuovere le bandiere ha dovuto affrontare ostilità, al punto che ad alcuni è stato ordinato di indossare mascherine e di controllare i propri veicoli per verificare la presenza di dispositivi di localizzazione, dopo che l’indirizzo di casa di un lavoratore era stato pubblicato.

 

Il giudice ha osservato che le squadre di manutenzione avevano «lavorato nella paura» e che le persone incaricate dal consiglio comunale erano state ostacolate «al punto che a volte avevano semplicemente rinunciato alla rimozione». Ha concluso che , in assenza di un’ingiunzione, vi erano «poche prospettive che la situazione si risolvesse».

 

Il nuovo provvedimento non vieta l’esposizione di bandiere su proprietà private e il consiglio insiste affinché vengano esposte sia la bandiera britannica che la croce di San Giorgio presso la sede del consiglio della contea. Si tratta della stessa autorità dell’Oxfordshire che in precedenza aveva emesso diffide formali, definendo l’installazione diffusa di bandiere nazionali un «atto di intimidazione e divisione».

 

Lo schema è ormai noto. I consigli comunali inglesi hanno ripetutamente trattato la bandiera nazionale come un problema da gestire piuttosto che come un simbolo da celebrare. Richieste di accesso agli atti hanno precedentemente rivelato che almeno 70.000 sterline sono state spese per rimuovere le bandiere britanniche e le croci di San Giorgio dai lampioni, con alcuni politici locali che that hanno apertamente definito la spesa «denaro ben speso» per contrastare la presunta agitazione di estrema destra.

 

Nell’Essex, al personale è stato offerto supporto emotivo qualora si sentisse «a disagio» alla sola vista della bandiera nazionale nelle proprie comunità.

 

Una strategia governativa di coesione sociale, trapelata in precedenza, si è spinta ancora oltre, descrivendo come «l’estrema destra abbia cercato di trasformare i simboli dell’orgoglio in strumenti di odio», inquadrando la stessa bandiera britannica come un potenziale strumento di esclusione e intimidazione.

 

«Il fenomeno ha un nome: vessillofobia, ovvero la paura irrazionale della bandiera» scrive Modernity News. In Gran Bretagna si è arrivati al punto in cui esporre la croce di San Giorgio è considerato un atto di aggressione, mentre altri simboli politici non subiscono una simile ostilità istituzionale.

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Come riportato da Renovatio 21, durante i recenti Mondiali di calcio, agli inglesi è stato sconsigliato di esporre bandiere, in quanto ciò avrebbe potuto intimidire i migranti e le persone non inglesi.

 

È difficile non notare la natura selettiva del disagio, puntualizza Modernity. Quando file di bandiere con l’arcobaleno LGBT fiancheggiavano le strade con una tale densità che persino un noto presentatore televisivo le definì «oppressive», la risposta istituzionale fu il silenzio o la difesa. I colori nazionali, al contrario, scatenano ingiunzioni, briefing sulla sicurezza e ordinanze dell’Alta Corte.

 

L’Alta Corte ha tracciato una linea di demarcazione: la bandiera inglese può essere esposta su proprietà private, ma la pubblica via è una zona neutrale dove i colori nazionali sono considerati un potenziale pericolo.

 

«Il precedente è stato creato. Altri comuni stanno osservando. Il messaggio per i cittadini comuni che desiderano semplicemente vedere la bandiera del proprio paese negli spazi pubblici è chiaro. Nella Gran Bretagna del 2026, questo desiderio è qualcosa che le autorità si sentono in dovere di controllare».

 

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 Immagine di THOR via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 2.0 Generic

 

 

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Politica

Quasi la metà degli americani vuole che Benjamin Netanyahu venga arrestato

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Secondo un recente sondaggio, circa il 49% degli americani ritiene che gli Stati Uniti dovrebbero arrestare il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu per crimini di guerra. Dopo tre anni di guerra in Medio Oriente, il sostegno di cui Israele godeva un tempo negli Stati Uniti è crollato.   Alla domanda se gli Stati Uniti dovrebbero dare esecuzione al mandato di arresto emesso dalla Corte penale internazionale (CPI) nei confronti di Netanyahu, il 49% degli intervistati in un sondaggio Economist/YouGov pubblicato martedì ha risposto «sì», mentre il 27% ha risposto «no» e il 23% si è dichiarato incerto.   La Corte Penale Internazionale (CPI) ha emesso il mandato di arresto nel 2024, accusandolo di aver utilizzato «la fame come metodo di guerra», di crimini contro l’umanità e di aver diretto intenzionalmente attacchi contro la popolazione civile di Gaza. Tuttavia, la CPI non dispone di alcun mezzo per far rispettare il mandato, poiché né Israele né gli Stati Uniti ne riconoscono l’autorità.   Il sondaggio, condotto su un campione di 1.500 adulti americani, ha rilevato che il 47% ritiene Netanyahu «colpevole di crimini di guerra a Gaza», mentre il 24% non è d’accordo e il 29% è indeciso.

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In quasi tre anni dall’inizio dei bombardamenti israeliani su Gaza, in risposta a un attacco a sorpresa dei militanti di Hamas, il conflitto si è trasformato in uno scontro su più fronti. Israele ha colpito Iraq, Libano, Siria e Yemen, ed è attualmente impegnato in una grave guerra regionale con l’Iran. Il conflitto ha eroso la reputazione di Israele negli Stati Uniti: un sondaggio Gallup di febbraio ha rilevato che, per la prima volta nella storia, un numero maggiore di americani simpatizza con i palestinesi rispetto agli israeliani.   Negli Stati Uniti, il sostegno a Israele è tradizionalmente più forte tra i repubblicani e gli anziani boomer consumatori di TV. Tuttavia, secondo un sondaggio di martedì, il 43% degli over 65 ora è favorevole all’arresto di Netanyahu. Il sostegno all’arresto del primo ministro israeliano è più basso tra i repubblicani che si definiscono «MAGA» (Make America Great Again), attestandosi al 21%.   Il leader israeliano è arrivato a Washington questa settimana per incontrare il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e partecipare al funerale del senatore Lindsey Graham, un convinto sostenitore di Israele. Prima dell’arrivo di Netanyahu, il sindaco di New York Zohran Mamdani aveva dichiarato che avrebbe valutato la possibilità legale di arrestare il primo ministro israeliano quando si sarebbe recato in città per l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite a settembre.   In seguito, Mamdani ha riconosciuto di non avere alcuna autorità legale per dare esecuzione al mandato della CPI e ha invitato l’amministrazione Trump a farlo al suo posto.   «Credo che il primo ministro Netanyahu debba stare all’Aia», ha detto Mamdani, riferendosi alla città olandese dove ha sede la Corte penale internazionale. «È un criminale di guerra incriminato dalla Corte penale internazionale, e vedrete che questa è un’opinione condivisa da molti, proprio per via di ciò che le sue azioni hanno provocato negli ultimi anni».   Parlando a Fox News domenica, Netanyahu ha liquidato il caso della CPI contro di lui come «falso» e ha accusato Mamdani di «incitare all’odio» contro gli ebrei. «Andrò a New York», ha detto al conduttore di Fox Sean Hannity. «Dirò la verità di fronte a questo funzionario eletto che diffonde odio e che sta mettendo un gruppo di newyorkesi contro gli altri. Li sta aizzando contro gli ebrei di New York».   Come riportato da Renovatio 21, in settimana la CPI ha registrato la defezione di un Paese firmatario del Trattato di Roma nel 2006, il Ciad.  

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