Intelligence
La CIA ammette: dozzine di suoi agenti all’estero sono stati catturati e uccisi
Uno scoop del New York Times sta scuotendo il mondo dell’Intelligence.
Il giornale newyorkese sostiene che la CIA avrebbe lanciato l’allarme in tutte le sue stazioni all’estero e i suoi agenti all’estero riguardo al fatto che numerosi informatori del servizio di Intelligence USA vengono catturati e giustiziati.
Ci sarebbero «dozzine» di questi casi, recita una nota dell’agenzia. Ci sarebbe, cioè, un cospicuo numero di morti, con la possibilità, quindi, che tutte le reti coperte create con fatica in tanti Paesi potrebbero essere compromesse: sarebbero quindi pericolose, inutili, o controproducenti, perché le informazioni raccolte potrebbero essere esattamente quelle che il controspionaggio degli altri Paesi vuole che siano trapelate agli americani nel giuoco di specchi tipico dei servizi segreti.
Ci sarebbe un cospicuo numero di morti, con la possibilità, quindi, che tutte le reti coperte create con fatica in tanti Paesi potrebbero essere compromesse
Ma potrebbe essere pure peggio: potrebbe esserci una talpa all’interno dell’Agenzia; oppure essa è stata hackerata in qualche modo non ancora immaginabile.
L’articolo del Times in teoria costituisce un caso incredibilmente raro in cui i media si sono impossessati di un documento altamente riservato e decisamente imbarazzante per Langley.
«Il messaggio, in un insolito cablogramma top-secret, diceva che il centro di missione di controspionaggio della CIA aveva esaminato dozzine di casi negli ultimi anni che coinvolgevano informatori stranieri che erano stati uccisi, arrestati o molto probabilmente compromessi», scrive il NYT.
«Il messaggio, in un insolito cablogramma top-secret, diceva che il centro di missione di controspionaggio della CIA aveva esaminato dozzine di casi negli ultimi anni che coinvolgevano informatori stranieri che erano stati uccisi, arrestati o molto probabilmente compromessi»
«Anche se breve, il cablo illustra il numero specifico di agenti giustiziati dalle agenzie di Intelligence rivali, un dettaglio estremamente riservato che i funzionari del controspionaggio in genere non condividono in tali cablogrammi».
«Agenti» in questo contesto significa risorse straniere e locali reclutate dalla CIA per spiare «la concorrenza» nei loro paesi d’origine, un’impresa pericolosa che mette a rischio diretto la persona in questione – compresa la propria famiglia – che fornisce informazioni sensibili all’agenzia di intelligence statunitense.
Il cablogramma citava anche le crescenti capacità e consapevolezza da parte delle agenzie straniere rivali dei metodi dei servizi segreti USA.
Secondo il quotidiano quello che è riportato nei fogli top secret:
«Il cablo ha evidenziato la lotta che l’agenzia di spionaggio sta avendo mentre lavora per reclutare spie in tutto il mondo in ambienti operativi ostili. Negli ultimi anni, servizi di intelligence avversari in Paesi come Russia, Cina, Iran e Pakistan hanno dato la caccia alle fonti della CIA e in alcuni casi le hanno trasformate in doppi agenti». Notiamo, en passant, che nella lista dei Paesi nemici ora in pratica si è inserito anche il Pakistan, fino a ieri, sulla carta, un alleato – e pure con potenza termonucleare.
In particolare, è riportato, la crescente tecnologia biometrica utilizzata dalla Cina è vista come un serio problema per il mantenimento della copertura delle risorse locali.
In particolare, è riportato, la crescente tecnologia biometrica utilizzata dalla Cina è vista come un serio problema per il mantenimento della copertura delle risorse locali.
L’exposé precisa infatti che che «il gran numero di informatori compromessi negli ultimi anni ha anche dimostrato la crescente abilità di altri paesi nell’impiego di innovazioni come scansioni biometriche, riconoscimento facciale, intelligenza artificiale e strumenti di hacking per tracciare i movimenti degli ufficiali della CIA al fine di scoprire le loro fonti».
Il giornale tuttavia dimentica che proprio la tecnologia biometrica segreta made in USA, con cui avevano scansionato la popolazione afghana, è ora caduta nelle mani dei talebani, e quindi, probabilmente, dei pakistani e dei cinesi loro partner.
L’inchiesta del quotidiano americano cita inoltre ex agenti della CIA che hanno descritto un sistema interno e una burocrazia alquanto imperfetti, con promozioni degli ufficiali o degli operativi CIA vengono spesso distribuite agli operatori che reclutano il maggior numero di agenti all’estero.
Un ex agente della CIA, Douglas London, ha dichiarato al Times: «Nessuno alla fine della giornata viene ritenuto responsabile quando le cose vanno male con un agente», cioè un collaboratore delle spie CIA.
Sempre il Times nel maggio 2017 aveva pubblicato un altro articolo-rivelazione in cui metteva nero su bianco la débacle che la CIA stava subendo in territorio cinese.
«Il governo cinese ha sistematicamente smantellato le operazioni di spionaggio CIA nelPpaese a partire dal 2010, uccidendo o imprigionando più di una dozzina di fonti per due anni e paralizzando la raccolta di informazioni di intelligence lì per anni dopo».
In seguito fu arrestato un ex agente CIA di origine cinese in pensione, il 67enne Alexander Yuk Ching Ma, accusandolo di aver cospirato con un suo parente (pure lui anche un ex ufficiale CIA) nel trasmettere informazioni classificate di livello Top Secret ai funzionari dell’Intelligence della Repubblica Popolare Cinese.
Sempre pochi anni fa una colossale brutta figura sarebbe stata rimediata dalla CIA a Mosca, dove un suo agente sarebbe stato beccato mentre tentava di corrompere uno scienziato russo. Il supposto agente CIA arrestato, Ryan Fogle, era in Russia come diplomatico. Dopo il suo arresto, fu mostrato pubblicamente alle telecamere assieme alla sua parrucca bionda e ad una serie di altri gadget da 007 (inclusi dispositivi tecnologici e una parrucca mora). I media mandarono in onda i nastri dei suoi dialoghi con l’asset che cercava di reclutare.
La giornalista Megyn Kelly ha dedicato una trasmissione all’idea che la CIA si sia oggettivamente indebolita, chiedendosi come fosse possibile. Il suo ospite, il giornalista d’inchiesta Green Greenwald (colui che lavorò con Edward Snowden per portare le sue rivelazioni al mondo) ha risposto che la cultura woke, poteva essere un fattore, indicando un famoso spot di reclutamento della CIA tutto incentrato su questioni di politicamente corretto, del tipo «sono il primo agente donna latinoamericana… etc.».
In pratica, la CIA non proietta più il rispetto, e il potere, di una volta.
Capita quando ti fai vedere in giro in questo modo.
Guardate la serie di spot Humans of CIA: «Sono una donna di colore. Una mamma. Una cis-gender millennial a cui è stata diagnosticato un disordine di ansietà generalizzato».
Ma c’è anche la signora non-vedente con la felpa pro-matrimonio LGBT che ti dice quanto è bello lavorare per la CIA che è un «ambiente inclusivo».
Insomma, gli anni uno tentava la carriera alla CIA per le guerre occulte a Berlino, in Cile, in Africa, in Asia o in Italia, o anche per semplice patriottismo, sono finiti.
La CIA è cool perché woke.
Buona fortuna a spiegarlo ai russi e ai cinesi.
Intelligence
Cambio di regime in Iran: libro bianco del 2009 suggeriva di usare i colloqui falliti come capro espiatorio per la guerra
Un documento di analisi di un think tank del 2009 ha delineato come gli Stati Uniti o Israele potrebbero lanciare una guerra per un cambio di regime contro l’Iran sotto le mentite spoglie dei negoziati, sfruttando la copertura di una diplomazia fallita per ingraziarsi un conflitto altrimenti impopolare. Lo riporta Infowars.
Il white paper di analisi chiamato «Quale percorso verso la Persia? Opzioni per una nuova strategia americana nei confronti dell’Iran», pubblicato dal Saban Center for Middle East Policy presso il Brookings Institute, ha delineato un piano di guerra che inizierebbe con colloqui pacifici destinati a fallire, il cui fallimento potrebbe essere indicato come la ragione per un’operazione militare offensiva.
A pagina III del documento era presente la seguente clausola di esclusione di responsabilità.
«Nessuna delle idee espresse in questo volume deve essere interpretata come rappresentativa delle opinioni di alcuno dei singoli autori. La raccolta è frutto di un lavoro collaborativo e gli autori hanno cercato di presentare ciascuna delle opzioni nel modo più oggettivo possibile, senza introdurre le proprie opinioni soggettive» .
«L’obiettivo di questo esercizio era quello di evidenziare le sfide di tutte le opzioni e di consentire ai lettori di decidere autonomamente quale ritenessero migliore. Tutte le dichiarazioni di fatto, opinioni o analisi espresse appartengono agli autori e non riflettono le posizioni o i punti di vista ufficiali della CIA o di qualsiasi altra agenzia governativa statunitense».
«Nulla di quanto contenuto deve essere interpretato come un’affermazione o un’implicazione dell’autenticazione delle informazioni da parte del governo statunitense o dell’approvazione da parte dell’agenzia delle opinioni degli autori. Questo materiale è stato esaminato dalla CIA per impedire la divulgazione di informazioni classificate».
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«Il modo migliore per minimizzare il disprezzo internazionale e massimizzare il sostegno (per quanto riluttante o occulto) è colpire solo quando c’è la convinzione diffusa che agli iraniani sia stata fatta e poi rifiutata un’offerta superba, così vantaggiosa che solo un regime determinato ad acquisire armi nucleari e ad acquisirle per le ragioni sbagliate la rifiuterebbe», si legge nel documento a pagina 39. «In tali circostanze, gli Stati Uniti (o Israele) potrebbero descrivere le proprie operazioni come intraprese con dolore, non con rabbia, e almeno alcuni nella comunità internazionale concluderebbero che gli iraniani ‘se l’erano cercata’ rifiutando un ottimo accordo».
Sembrano probabili le recenti trattative per coprire un attacco pianificato in precedenza, poiché la Reuters ha riportato sabato che «un funzionario della difesa israeliano ha affermato che l’operazione era stata pianificata per mesi in coordinamento con Washington e che la data di lancio era stata decisa settimane fa». Nel corso dei negoziati, Trump ha inviato nella regione una «armata» di navi e aerei da guerra statunitensi, minacciando di lanciare un attacco se i funzionari di Teheran si fossero rifiutati di raggiungere un accordo.
Dopo l’ultimo round di colloqui di giovedì, un alto funzionario statunitense ha dichiarato alla testata Axios che i colloqui sono stati «positivi». Il ministro degli Esteri dell’Oman, Badr Albusaidi, che ha mediato i colloqui, ha affermato che i colloqui hanno mostrato «progressi significativi». Anche il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi ha espresso ottimismo, affermando che entrambe le parti hanno dimostrato una «chiara serietà» nel raggiungere un accordo.
Tuttavia, sabato mattina gli Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi su larga scala contro obiettivi iraniani, il che suggerisce che i negoziati non sono mai stati seri.
A pagina 65 del libro bianco si spiegava in dettaglio come gli Stati Uniti avrebbero potuto aspettare che l’Iran provocasse un’azione militare contro di loro prima di attaccare l’Iran, ma si avvertiva che se l’opinione pubblica si fosse resa conto di essere stata indotta a una guerra, il fascino della propaganda sarebbe svanito rapidamente: «se gli Stati Uniti dovessero decidere che per ottenere un maggiore sostegno internazionale, galvanizzare il sostegno interno statunitense e/o fornire una giustificazione legale per un’invasione, sarebbe meglio aspettare una provocazione iraniana», si legge a pagina 65. «Ed è certamente vero che se Washington cercasse una tale provocazione, potrebbe adottare misure che potrebbero rendere più probabile che Teheran lo faccia (anche se essere troppo ovvi al riguardo potrebbe vanificare la provocazione)».
A pagina 66 si spiega che, a meno che non si arrivi a uno scenario simile a quello dell’11 settembre da attribuire all’Iran, sarà estremamente difficile convincere l’opinione pubblica americana e la comunità internazionale dell’invasione: «la maggior parte dell’opinione pubblica europea, asiatica e mediorientale è fermamente contraria a qualsiasi azione militare americana contro l’Iran, a causa delle attuali divergenze tra l’Iran e la comunità internazionale, per non parlare di Iran e Stati Uniti. A parte un 11 settembre sponsorizzato da Teheran, è difficile immaginare cosa potrebbe fargli cambiare idea».
Il documento inizia menzionando il forte sentimento anti-americano dell’Iran, pur essendo il Paese che ospita un’ampia percentuale di cittadini con opinioni favorevoli sugli Stati Uniti e sull’Occidente. Gli autori descrivono in dettaglio la storia politica dell’Iran dalla Rivoluzione islamica del 1979 per contestualizzare la discussione.
L’analisi si è concentrata sulla posizione dell’Iran sullo scacchiere geopolitico a seguito dei conflitti mediorientali dell’inizio del XXI secolo, con le ambizioni nucleari di Teheran che hanno accresciuto l’importanza dell’azione. A pagina 1 del documento si legge: «La Stima Nazionale di Intelligence del 2007 sull’Iran, correttamente interpretata, avvertiva che Teheran avrebbe probabilmente acquisito la capacità di produrre armi nucleari nel corso del prossimo decennio».
A pagina 2 si descrive in dettaglio la politica della «mano debole» dell’amministrazione di George W. Bush in materia di pressione diplomatica nei confronti dell’Iran, per poi affermare che l’amministrazione di Barack Obama dovrebbe adottare un approccio «più ambizioso» nei confronti della Repubblica islamica.
L’analisi si compone di quattro parti principali: «Dissuadere Teheran: le opzioni diplomatiche»; «Disarmare Teheran: le opzioni militari»; «Rovesciare Teheran; il cambio di regime»; «Scoraggiare Teheran: il contenimento». Vengono elencate quattro categorie principali di minacce iraniane agli Stati Uniti: sostegno a gruppi estremisti violenti, tentativi di sovvertire gli alleati degli Stati Uniti, tentativi di bloccare un accordo di pace arabo-israeliano e sviluppo di armi di distruzione di massa.
A pagina 18 si afferma che l’amministrazione Obama si trova di fronte al «ticchettio del tempo» che separa l’Iran dal riuscire a sviluppare un’arma nucleare, cosa che secondo le previsioni sarebbe avvenuta tra il 2010 e il 2015. Obama ha concluso un accordo nucleare con Teheran nel 2015. L’accordo prevedeva che Washington inviasse a Teheran 400 milioni di dollari in contanti su pallet in cambio della promessa di astenersi dallo sviluppo di armi nucleari. Il presidente Donald Trump non era soddisfatto dell’accordo nucleare iraniano del 2015 e se ne ritirò durante il suo primo mandato.
Durante il primo anno del suo secondo mandato, Trump sembrava ottimista riguardo al raggiungimento di un accordo nucleare con Teheran. I suoi funzionari avevano condotto regolari negoziati con funzionari iraniani fino al giorno in cui gli Stati Uniti e Israele avevano lanciato una massiccia operazione militare contro la Repubblica Islamica.
A pagina 21 del libro bianco venivano delineati i metodi per dissuadere Teheran dal perseguire l’armamento nucleare attraverso opzioni diplomatiche. Le tattiche di persuasione venivano discusse a pagina 23, che descriveva «un’offerta che l’Iran non dovrebbe rifiutare». Si dice che l’obiettivo della politica di persuasione sia quello di far cambiare idea a Teheran su questioni cruciali per Washington, non di provocare un cambio di regime.
«Il concetto fondamentale dell’approccio della Persuasione rimane l’idea di offrire simultaneamente all’Iran una serie di ricompense convincenti per la rinuncia al suo programma nucleare (e possibilmente anche per la cessazione di altri comportamenti deleteri) e minacciare di imporre severe sanzioni all’Iran in caso di rifiuto. In sostanza, significa offrire all’Iran un “accordo”, ma che contenga anche un ultimatum implicito: cambia i tuoi comportamenti e sarai ricompensato; non farlo e sarai punito», si legge a pagina 26.
A pagina 27 si spiega come l’Iran sarebbe più disposto ad accettare un accordo che gli consenta di utilizzare l’energia nucleare, ma non di costruire armi nucleari. Si menziona anche come altre parti internazionali (paesi europei) siano contrarie al mantenimento di qualsiasi tecnologia nucleare da parte dell’Iran.
Durante i negoziati tra Washington e Teheran del 2025 e del 2026, la Repubblica Islamica ha negato qualsiasi interesse nello sviluppo di armi nucleari, ma ha fermamente mantenuto il suo interesse nello sviluppo di tecnologie nucleari pacifiche. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha dichiarato che avrebbe accettato solo un accordo che vietasse ogni tecnologia nucleare in Iran, inclusa l’energia nucleare.
Le pagine da 28 a 30 discutono del probabile timore di Teheran che il fatto di non possedere armi nucleari la renda vulnerabile ad attacchi stranieri e di come le garanzie di sicurezza degli Stati Uniti potrebbero attenuare tale preoccupazione.
Le pagine da 31 a 34 descrivono come «mettere a ferro e fuoco» l’Iran attraverso sanzioni se non riesce a raggiungere un accordo.
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A pagina 42 inizia la sezione sull’opzione di coinvolgimento di «tentare l’Iran». Questa strategia si basa sulla convinzione che punire l’Iran attraverso sanzioni potrebbe incoraggiarlo nel suo tentativo di ottenere armi nucleari. La strategia mira a «abbandonare il bastone e concentrarsi invece sulla carota come unico modo per creare una serie di incentivi che il regime iraniano potrebbe accettare».
A pagina 61 viene descritta l’opzione militare del disarmo dell’Iran. Le opzioni diplomatiche sopra menzionate richiedono l’adesione di Teheran, ma l’opzione militare potrebbe riuscire a disarmare l’Iran quando le altre falliscono. Lo svantaggio di questa opzione è l’opposizione pubblica alla guerra negli Stati Uniti, da cui la possibilità di spacciare la guerra con il falso pretesto di negoziati falliti.
È affascinante che l’attacco aereo di Trump contro gli impianti nucleari iraniani nel giugno 2025 coincida con una frase a pagina 62: «Gli attacchi aerei contro gli impianti nucleari iraniani sono l’opzione militare più frequentemente discussa dagli Stati Uniti e da Israele e, in effetti, rappresentano lo scenario più probabile per l’uso della forza».
A pagina 63 si parlava di «andare fino in fondo» con un’invasione dell’Iran. Il documento spiegava come ciò sarebbe stato estremamente impopolare presso l’opinione pubblica americana, oltre che difficile per le forze armate statunitensi sovraccaricate di lavoro. Inoltre, il compito non sarebbe stato rapido.
«Di conseguenza, se gli Stati Uniti dovessero mai contemplare un’invasione dell’Iran, si troverebbero probabilmente nella stessa situazione in cui si trovano in Iraq: il Paese è troppo importante per lasciarlo sprofondare nel caos, ma date le divisioni interne dell’Iran e il suo sistema governativo disfunzionale, ricostruirlo sarebbe un’impresa ardua. Come per l’Iraq e l’Afghanistan, la ricostruzione dell’Iran sarebbe probabilmente la parte più lunga e difficile di qualsiasi invasione e genererebbe rischi e costi così elevati che una decisione di invadere potrebbe essere presa responsabilmente solo se ci fosse un concomitante impegno per uno sforzo su vasta scala per garantire la stabilità del Paese in seguito», si legge a pagina 64.
Come accennato in precedenza, a pagina 66 si spiega che l’unico scenario che potrebbe essere utilizzato per codificare il sostegno pubblico a un’invasione dell’Iran sarebbe un attacco in stile 11 settembre, cosa che il documento considera improbabile. «Non sembra essere di grande utilità esaminare un’invasione americana dell’Iran nel contesto di un attacco iraniano palese che abbia causato un’enorme quantità di vittime civili americane. Non sembra essere uno scenario che gli Stati Uniti potrebbero affrontare, né un’opzione per la politica estera americana, perché il clamore del popolo americano per una risposta militare schiacciante metterebbe a tacere tutti gli altri possibili approcci», si legge a pagina 67.
A pagina 67 si descrive come Israele sarebbe il principale Paese a sostegno di un attacco statunitense all’Iran: «Per essere schietti, Israele è probabilmente l’unico paese che sosterrebbe pubblicamente un’invasione americana dell’Iran e, a causa delle sue difficili circostanze, non sarebbe in grado di fornire molto aiuto di alcun tipo agli Stati Uniti».
A pagina 73 si spiega come un’invasione dell’Iran distruggerebbe probabilmente la reputazione dell’America sulla scena mondiale e ostacolerebbe le sue capacità di soft power.
A pagina 74 è iniziata la sezione sull’«opzione Osiraq» degli attacchi aerei: «una politica del genere molto probabilmente prenderebbe di mira le varie strutture nucleari dell’Iran (compresi probabilmente i principali sistemi di lancio di armi come i missili balistici)». A pagina 79 sono stati specificati i probabili obiettivi di questi attacchi, comprese le località colpite da Trump nel 2025 (Esfahan e Natanz).
A pagina 82 si spiega in dettaglio come l’Iran potrebbe reagire a una campagna aerea statunitense contro di lui, dal fuoco di risposta agli attacchi terroristici. A pagina 83 si spiega perché gli attacchi aerei probabilmente non rappresentano un’opzione autonoma.
«Se gli Stati Uniti adottassero l’opzione degli attacchi aerei, dovrebbero prevedere che la prima tornata di attacchi aerei non eliminerebbe del tutto il problema, e quindi la politica dovrebbe includere una serie di misure successive per coprire il lungo termine. Come già osservato, alcuni sostenitori dell’opzione degli attacchi aerei sostengono che l’approccio corretto a lungo termine sia semplicemente quello di attacchi aerei ripetuti: ogni volta che gli iraniani iniziano a ricostruire il loro programma nucleare, colpiscano di nuovo per distruggerlo. Sostengono che, se non altro, ciò non farebbe altro che posticipare sempre più nel futuro la data operativa di un’arma nucleare iraniana. Nella migliore delle ipotesi, attacchi aerei ripetuti potrebbero alla fine convincere il popolo iraniano che le politiche dei loro leader stanno portando alla rovina il loro Paese, e quindi rovescerebbero il regime», si legge a pagina 83.
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«In breve, ci sono notevoli motivi per credere che, in circostanze giuste (o sbagliate), Israele lancerebbe un attacco, principalmente con attacchi aerei, ma possibilmente supportato da operazioni delle forze speciali, per distruggere il programma nucleare iraniano», si legge a pagina 90.
A pagina 101 è stata spiegata l’opzione di rovesciare l’Iran con un cambio di regime: «Ci sono diversi modi in cui gli Stati Uniti potrebbero cambiare il regime o indebolirlo: sostenendo una rivoluzione popolare, incitando i gruppi etnici dell’Iran o promuovendo un colpo di stato». I capitoli successivi descrivono ciascuno di questi metodi, nonché i loro vantaggi e svantaggi.
L’ultima sezione, a partire da pagina 129, spiegava in dettaglio come contenere l’Iran con la deterrenza, che è stata la politica statunitense fin dalla Rivoluzione Islamica. A pagina 131 il documento spiegava perché tale opzione fosse ora inaccettabile: la ricerca di armi nucleari da parte dell’Iran.
La sezione conclusiva iniziava a pagina 145 spiegando come tutte le possibili tattiche politiche nei confronti dell’Iran presentino degli svantaggi e richiedano piani di emergenza e «poiché il problema dell’Iran è così complesso, qualsiasi politica realistica nei suoi confronti probabilmente combinerebbe almeno due o più opzioni, in sequenza, come piani di emergenza o come percorsi paralleli. Un approccio basato su un’unica opzione al problema dell’Iran avrebbe molte meno probabilità di soddisfare gli interessi degli Stati Uniti».
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Immagine di pubblico dominio CC0 via Wikimedia
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Storia di Gladio: la nascita
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La CIA lavora per armare i curdi e attaccare l’Iran
La CIA sta lavorando per armare le forze curde ostili al governo iraniano al fine di sostenere la guerra condotta da Stati Uniti e Israele per un cambio di regime a Teheran. Lo riporta il canale televisivo statunitense CNN.
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il primo ministro israeliano Benjamino Netanyahu hanno chiesto una rivolta popolare dopo aver lanciato attacchi contro leader e istituzioni statali iraniani sabato scorso.
Fornire armi ai curdi iraniani richiederà la cooperazione delle loro controparti irachene, ha riferito martedì la CNN, citando diverse persone a conoscenza del piano e una storia decennale di collaborazioni tra fazioni curde irachene e l’agenzia di spionaggio statunitense. Axios ha riferito che Trump ha parlato domenica con i leader curdi in Iraq su come avrebbero potuto sostenere lo sforzo bellico.
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Gli esperti del Medio Oriente prevedevano che Washington avrebbe cercato di utilizzare i gruppi armati curdi come «stivali sul terreno» in Iran, in modo simile al loro precedente ruolo in Siria. Ma gli Stati Uniti avrebbero dovuto bilanciare il rafforzamento dei curdi con la possibile resistenza della Turchia, membro della NATO, che considera le forze curde straniere come estensioni dei propri separatisti curdi, che hanno combattuto una guerriglia decennale contro Ankara.
Si stima che tra i 30 e i 45 milioni di curdi vivano tra Iran, Iraq, Turchia e Siria, molti dei quali aspirano a diventare una nazione. Il Kurdistan iracheno gode di ampia autonomia, mentre i curdi siriani sono stati recentemente costretti a cedere territorio e funzioni governative a Damasco. Il precedente governo del presidente siriano Bashar Assad è stato rovesciato da militanti alleati della Turchia alla fine del 2024.
Ankara ha ripetutamente denunciato Israele per presunte tattiche genocide contro i palestinesi di Gaza. Durante un evento di febbraio negli Stati Uniti, l’ex premier israeliano Naftali Bennett ha definito la Turchia «il prossimo Iran», minacciando Israele.
Gli Stati Uniti e Israele sostengono che il loro attacco all’Iran sia necessario per impedirgli di acquisire capacità nucleare, un’ambizione che Teheran nega. Il ministro degli Esteri turco Hakan Fidan ha avvertito il mese scorso che se il Medio Oriente dovesse entrare in una corsa agli armamenti nucleari, la sua nazione sarebbe costretta a parteciparvi.
Gli Stati Uniti hanno anche sostenuto militanti non curdi in Iran, tra cui i Mojahedin-e-Khalq (MEK), un’organizzazione di sinistra ora in esilio che si schierò con Saddam Hussein durante la guerra Iran-Iraq negli anni Ottanta.
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Immagine di Kurdishstruggle via Flickr pubblicata su licenza CC BY 2.0
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