Bioetica
Vaccini e obiezione di coscienza: come producono le linee cellulari da feto abortito
Pubblichiamo la trascrizione dell’ intervento della dottoressa Martina Collotta al convegno organizzato da Renovatio 21 «Fede, Scienza e Coscienza» tenutosi a Roma il 13 marzo 2019.
Buona sera a tutti,
come avete sentito io sono un medico e una quasi mamma tutti gli effetti, quindi l’invito che farò in questo incontro è quello all’obiezione di coscienza per quanto riguarda i vaccini ottenuti da linee cellulari provenienti da feti abortiti, [invito] che non va unicamente ai genitori ma anche agli operatori sanitari e ai medici prima di tutto, che sono coloro che sono chiamati a somministrare questi vaccini.
Vorrei spiegarvi brevemente e come vengono ottenute queste linee cellulari a partire dalle tecniche di aborto, che vedremo, sono a dir poco degli omicidi efferati.
È vero che da un punto di vista della ricerca scientifica, per ottenere dei vaccini da virus, vaccini contro dei virus, sono necessarie delle cellule. Questo perché i virus non possono crescere da soli se non hanno un macchinario della cellula in cui replicarsi.
Queste cellule devono essere delle cellule sane: i feti provengono quindi da aborti volontari e non da aborti spontanei
Quello che non è vero, come è stato detto anche nella relazione precedente, è che queste cellule debbano essere umane, tanto meno che debbano essere necessariamente cellule di feti.
Questo fa ovviamente comodo perché, come abbiamo visto, una cellula proveniente da un feto abortito è una cellula estremamente giovane, cioè una cellula che in laboratorio per il ricercatore ha una resa grandissima perché si può replicare molte più volte rispetto alla cellula di un individuo anziano. Ma si tratta di una questione che è meramente economica.
L’altro punto fondamentale è che queste cellule devono essere delle cellule sane: i feti provengono quindi da aborti volontari e non da aborti spontanei. Un aborto spontaneo, soprattutto a delle età gestazionali così basse come quelle da cui sono state ottenute le linee cellulari, è un aborto che in molti casi è dovuto a degli errori genetici importanti e questo, da un punto di vista meramente utilitaristico, dal punto di vista del ricercatore, significa che quelle cellule sono inutili.
Un aborto spontaneo quindi non è materia utile. Cercano aborti esclusivamente volontari.
L’altro motivo è che gli aborti volontari permettono di essere organizzati, pianificati. Permettono di avere a disposizione un ricercatore o un tecnico di laboratorio che immediatamente va, preleva quei tessuti quegli organi, stacca le cellule le separa chimicamente e le prepara per essere coltivate in laboratorio. Se tutto questo non fosse stato organizzato prima, per il ricercatore non ci sarebbe nulla da fare.
Questo quindi non solo ci porta a dire che l’aborto è ovviamente un omicidio, ma in questo caso è un omicidio premeditato, il che è una aggravante.
Ora vi voglio spiegare brevemente le tecniche perché alcune sono state già citate, e sono essenzialmente quella dell’isterotomia addominale, che possiamo tradurre semplicemente con un taglio cesareo. Solo che in questo caso il bambino non viene tolto dal grembo per essere lasciato vivere ma per essere ucciso.
Gli aborti volontari permettono di essere organizzati, pianificati. Permettono di avere a disposizione un ricercatore o un tecnico di laboratorio che immediatamente va, preleva quei tessuti quegli organi, stacca le cellule le separa chimicamente e le prepara per essere coltivate in laboratorio
Gli altri casi sono ancora più crudeli e qui mi permetto di dire che utilizzerò delle parole che sono dei tecnicismi, ma questo non significa che non si riconosca quello che chiamo o embrione o feto come persona umana, perché lo è dal concepimento. Non ci sono immagini anche perché le immagini di questo tipo di aborti sono veramente cruente e quindi se qualcuno ha interesse le guardi separatamente.
Le due tecniche infatti che sono principalmente utilizzate prevedono, sostanzialmente, lo smembramento del corpo del feto, perché il canale cervicale viene dilatato o meccanicamente o con l’ausilio di farmaci e all’interno di esso vengono introdotti degli strumenti come il forcipe o delle pinze, attraverso cui il feto viene afferrato generalmente per un arto, una gamba o un braccino e viene estratto a forza dal corpo della mamma.
Questo significa che non certo in tutti i casi il corpo del feto esce integro, e anche qualora uscisse integro viene semplicemente lasciato morire perché in quel momento il bambino è vivo.
In molti casi invece succede che viene di fatto dilaniato: un feto muore per smembramento ma questo poco importa chi sta raccogliendo quelle cellule, perché i metodi vengono definiti non traumatici per i tessuti fetali che non significa affatto che non siano traumatici per il feto.
L’altra tecnica invece, quella che si usa addirittura fino alle ultime settimane di gravidanza, prevede di praticare un foro con delle forbici nel cranio del piccolo bambino e di aspirarne il contenuto: questo permette alla testa di collassare. La testa è la parte più voluminosa e quindi tutto il corpo può essere quindi estratto dall’utero della madre.
Queste due procedure, lo sottolineo, sono fatte con il feto che è vivo: alcuni abortisti dicono che cercano di tagliare il cordone ombelicale, come atto di misericordia in qualche modo, per provocare prima la morte del feto in utero, ma nella maggior parte dei casi questo non avviene perché di fatto è una complicazione tecnica e che ben poco interessa a chi sta praticando l’aborto in quel momento.
Isterotomia addominale, che possiamo tradurre semplicemente con un taglio cesareo: in questo caso il bambino non viene tolto dal grembo per essere lasciato vivere ma per essere ucciso
Per di più se pensiamo all’utilizzo in cui servono dei tessuti o degli organi che sono vivi, vitali, perfusi, tagliare prima del tempo il cordone ombelicale significherebbe esporre inutilmente le cellule, che sono questo prezioso materiale, a un danno da asfissia.
In tutto questo il feto che è vivo sente dolore.
E il tema del dolore fetale, che è molte volte trascurato, ha delle prove scientifiche che sono forti. Alle obiezioni come il feto sta dormendo, il feto è in uno stato di sonno, è facile rispondere che anche noi durante il sonno da un forte stimolo, a maggior ragione doloroso, veniamo risvegliati e comunque il sogno del feto non copre tutto il tempo della sua vita nel grembo uterino, nel grembo materno.
Ancor più sappiamo che il feto ha una sensibilità al tatto molto molto sviluppata: è vero questo addirittura nel neonato fino a un anno di vita, quindi possiamo immaginarci, non solo che senta in maniera ancora più intensa di noi il tocco o la presa delle pinze, ma che senta ancora più fortemente uno stimolo doloroso che gli venga comunicato proprio attraverso la cute.
Un’altra obiezione che viene fatta e che apparentemente sembra più scientifica è che il feto non ha ancora una corteccia cerebrale sviluppata, ma basta uno studio della neuroanatomia per dire che le vie del dolore sono in realtà delle vie molto profonde che in coinvolgono il talamo, coinvolgono dei nuclei che nel feto si sviluppano prestissimo. Quindi di fatto il dolore viene avvertito o perlomeno nulla ci permette di dire che non ci sia stato di coscienza nel feto, quindi nel momento in cui quel bimbo viene ucciso con queste tecniche così crudeli è vivo.
Abbiamo dunque parlato di un aborto che è di fatto un omicidio premeditato, con in più l’aggravante dell’efferatezza. C’è una crudeltà estrema nelle tecniche di aborto che vengono utilizzate in questi casi. Tanto più se il feto dovesse essere estratto vivo, essere sopravvissuto, a queste tecniche, di fatto viene vivisezionato perché quello che conta è raccogliere gli organi, raccogliere i tessuti. Altrimenti viene lasciato morire di fame di sete e di freddo perché in quel momento il bambino non ha nessuna protezione nessuna difesa contro l’ambiente esterno.
In tutto questo il feto che è vivo sente dolore
La crudeltà di un aborto eseguito in questo modo, di un aborto che è un omicidio, neanche di fronte alla legge potrebbe cadere in prescrizione: un omicidio premeditato con l’aggravante dell’efferatezza non cade in prescrizione.
Un omicidio non cade in prescrizione e questo è valido anche dal punto di vista morale eppure c’è qualcosa che lascia sconcertati: c’è stato un cambio di paradigma, possiamo dire, dal documento della Pontificia Accademia per la Vita del 2005 [che vi è stato appena presentato] a un documento della nuova Pontificia Accademia per la Vita del luglio del 2017.
Io vi cito testualmente quello che c’è scritto in questo documento:
«le linee cellulari attualmente utilizzate sono molto distanti dagli aborti originali e non implicano più quel legame di cooperazione indispensabile a una valutazione eticamente negativa del loro utilizzo».
Non appare più quel legame di cooperazione indispensabile per una valutazione eticamente negativa: sulla base di che cosa?
Si dice che queste linee cellulari sono distanti. Io mi sono interrogata sul possibile significato di questo distanti sotto due punti di vista: uno diciamo così filosofico e l’altro prettamente biologico. Possiamo dire innanzitutto che non c’è una distanza se non nel tempo, nel senso che si ha una perfetta continuità: per il principio di continuità, dal momento stesso del concepimento che è l’unico momento in cui sia un cambio sostanziale, tutto il resto del processo di crescita dell’embrione prima del feto poi del bambino e dell’adulto è in perfetta continuità.
Non c’è una distanza tanto più che lo riprova anche la biologia stessa: la genetica ci dice che quelle cellule sono le stesse, 50 anni fa come oggi, sono semplicemente invecchiate. Se a quel bambino fosse stata data la possibilità di venire al mondo sarebbe lo stesso di 50 anni fa, solo più vecchio.
C’è una crudeltà estrema nelle tecniche di aborto che vengono utilizzate in questi casi. Tanto più se il feto dovesse essere estratto vivo, essere sopravvissuto, a queste tecniche, di fatto viene vivisezionato perché quello che conta è raccogliere gli organi, raccogliere i tessuti
Quindi questa distanza non sembra essere una valida giustificazione per dire che non c’è più un appiglio per questa valutazione eticamente negativa.
In questo documento, oltre a ripetersi che gli aborti fatti sono stati solo due, mentre abbiamo visto questo contraddice ogni evidenza, si dice anche che esiste un obbligo morale che è quello di garantire la copertura vaccinale.
È scomparso un obbligo morale che era presente nel primo documento del 2005 [ed è quello che siamo qui a ribadire], cioè l’obbligo morale di richiedere un’alternativa etica a questi vaccini, perché se [da un lato] c’è un rischio significativo è vero che questa è una giustificazione, perché:
- la cooperazione che viene esercitata da parte dei genitori o degli operatori sanitari che somministrano i vaccini è esclusivamente una cooperazione di tipo materiale, cioè non formale, che non condivide l’intenzione
- è una cooperazione mediata cioè in cui non si ha partecipazione diretta all’atto in sé malvagio dell’aborto
- ed è una cooperazione remota nello spazio e nel tempo e anche concettualmente.
[Dall’altro lato] tutto questo però non esonera dall’obbligo morale di chiedere un’alternativa.
Per di più sembra esserci un apertura inquietante in questa frase:
«Il male in senso morale sta nelle azioni non nelle cose o nella materia in quanto tale».
Il male sta nelle azioni non nelle cose o nella materia. Attenzione che se leggiamo questa frase suona un po’ come il fine giustifica i mezzi, ma quel che è peggio è che qui stiamo parlando di una materia che non è assolutamente moralmente neutra, la materia qui sono delle cellule che provengono da degli esseri umani uccisi.
Qui stiamo parlando di una materia che non è assolutamente moralmente neutra, la materia qui sono delle cellule che provengono da degli esseri umani uccisi
Quella materia può diventare, se così concepita, come qualcosa di fatto ridotto a neutro o qualcosa che non è né bene né male, può diventare oggetto di scambio di trattative commerciali: già sappiamo che Planned Parenthood ha fatto una serie di cataloghi, sostanzialmente dei prezzari, di parti del corpo fetali.
Quindi il primo dovere morale, seppure non esista questa cooperazione formale, questa volontà di condividere l’intento che scusa, giustifica l’utilizzo di vaccini in assenza di un’alternativa etica, è quella di chiedere questa alternativa e di farlo a gran voce.
Il diritto dovere dell’obiezione di coscienza ce lo ribadisce quello che è il magistero di sempre in un documento, l’Evangelium Vitae di Giovanni Paolo II, al numero 73: troverete proprio l’invito, il forte invito, che suona proprio come un dovere morale all’obiezione di coscienza nei casi di aborto, per tutto quello che riguarda l’aborto di esseri umani.
Se poi ci rifacciamo a quello che è l’insegnamento che, grazie a Dio finora non è stato messo in discussione, sugli embrioni umani [e] sulla ricerca per esempio sulle staminali embrionali, dove troviamo un forte divieto da parte del magistero della Chiesa, dobbiamo dire lo stesso per tutto quello che riguarda la ricerca sui feti umani, perché come ho detto, non c’è differenza, non c’è soluzione di continuità tra il concepito, l’embrione, il feto e il bambino poi.
Quindi ancora una volta, e lo dico prima di tutto a me stessa, il nostro diritto ma soprattutto il nostro dovere è quello di chiedere un’alternativa etica.
Martina Collotta
Bioetica
34 bambini non ancora nati ritrovati sepolti nel giardino di una dottoressa. Il fenomeno continua
Corpi di oltre 30 bambini non ancora nati sono stati ritrovati sepolti nel giardino di un medico polacco che ora rischia 12 anni di carcere. Lo riporta LifeSite.
Secondo quanto riportato dai media, Magdalena H. è stata arrestata dalla polizia polacca in un hotel venerdì mattina scorso, dopo che alcuni operai edili che stavano effettuando lavori di ristrutturazione nella sua ex proprietà hanno scoperto i resti umani e hanno allertato le forze dell’ordine.
La proprietà, situata nel villaggio di Lutoryz, nel sud-est della Polonia, è stata perquisita da centinaia di agenti di polizia che hanno utilizzato radar a penetrazione del terreno e cani addestrati alla ricerca di cadaveri.
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Sono stati rinvenuti i resti di 34 feti umani sepolti tra vetrini da microscopio, documenti e blocchi di paraffina utilizzati per la conservazione di tessuti umani.
Krzysztof Ciechanowski, portavoce della procura, ha dichiarato che l’apparecchiatura medica «è stata molto probabilmente utilizzata per eseguire esami dalla donna arrestata, che di professione è patologa», aggiungendo che la dottoressa di 57 anni ha affermato di aver «portato e seppellito i feti trovati nella sua proprietà».
I media locali hanno riportato che Magdalena H. aveva prelevato i feti dall’ospedale locale in cui lavorava durante il lockdown per il COVID e li aveva utilizzati per la ricerca medica a casa. In qualità di patologa medica, aveva accesso ai resti in un contesto professionale, probabilmente derivanti da aborti spontanei o nati morti. Magdalena H. ha riposto i resti in sacchi e li ha seppelliti nel giardino della casa, che aveva venduto due anni prima.
Il caso ha suscitato scalpore nel Paese cattolico, sollevando interrogativi su come la donna abbia potuto procurarsi i corpi di feti non ancora nati. Date le rigide leggi polacche sull’aborto, alcuni hanno ipotizzato che i corpi possano essere stati ottenuti tramite aborti clandestini. Tuttavia, le indagini sono ancora in corso e l’esatta provenienza dei corpi non è stata ancora accertata.
Il medico è stato posto in detenzione per tre mesi in attesa della conclusione delle indagini. «Questa indagine è ancora nelle sue fasi iniziali. C’è ancora molto lavoro da fare», ha detto Ciechanowski.
Le accuse contro Magdalena H. includono profanazione di cadaveri, gestione impropria dei rifiuti e abbandono di materiali pericolosi in un luogo non autorizzato.
La dottoressa non si è dichiarata colpevole delle accuse, ma «ha indicato di aver personalmente portato e seppellito i feti umani trovati nella sua proprietà, così come altri rifiuti sanitari», ha affermato il portavoce della procura.
L’identità dei bambini non ancora nati e se Magdalena H. abbia agito da sola non sono ancora stati accertati.
Il fenomeno del ritrovamento di neonati o feti seppelliti in contesti domestici, come giardini o fioriere, rappresenta una manifestazione drammatica e complessa dell’infanticidio e del neonaticidio. La storia della cronaca nera documenta numerosi casi in ogni continente, evidenziando la trasversalità transnazionale del fenomeno:
A Tokyo e in altre metropoli nipponiche si sono registrati molteplici ritrovamenti di feti e neonati occultati all’interno di fioriere sui balconi (beranda in giapponese) o in armadietti a gettoni. Un caso emblematico è avvenuto nella vicina area urbana di Osaka, dove una donna, Kuniko Sakuma, è stata arrestata dopo che il figlio tredicenne ha scoperto i resti di due neonati sepolti all’interno di una grande fioriera sul balcone di casa. La madre aveva nascosto la gravidanza per paura del giudizio della famiglia.
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Nel 2017, un caso scioccante ha coinvolto una donna di 53 anni che ha confessato di aver partorito in segreto quattro neonati negli anni Novanta, di averli inseriti in secchi successivamente riempiti di cemento e di aver conservato questi contenitori dentro scatole di cartone nei vari appartamenti in cui ha traslocato, portando con sé il segreto per oltre vent’anni a causa della povertà e dell’isolamento.
Le stazioni della metropolitana di Tokyo sono state spesso teatro del fenomeno dei «bimbi degli armadi a gettoni». Nel 2018, una donna è stata arrestata per aver abbandonato il corpo del figlio neonato in un armadietto della stazione di Uguisudani a Tokyo. La donna ha continuato a pagare regolarmente la tariffa giornaliera dell’armadietto per oltre quattro anni per evitare che venisse aperto e scoperto, dichiarando di essere andata in panico dopo il parto.
Tre lustri fa caso di Céline Lesage ha scosso profondamente l’opinione pubblica francese. La donna è stata condannata per l’uccisione di sei neonati, partoriti in segreto nell’arco di diversi anni: e soffocò quattro e ne strangolò due. I piccoli venivano successivamente nascosti in sacchi di plastica e seppelliti o occultati nella cantina e negli spazi esterni della propria abitazione. Il 19 ottobre 2007, un nuovo fidanzato, Luc Margueritte, trovò i sei corpi nel seminterrato dell’appartamento che lui e Lesage condividevano.
Nello Utah, il caso di Megan Huntsman (2014) ha rivelato una tragica sequenza di neonaticidi. La donna ha ammesso l’uccisione e il successivo occultamento di sei dei suoi figli neonati, avvenuti tra il 1996 e il 2006. I corpi sono stati rinvenuti all’interno di scatole di cartone sigillate nel garage della sua vecchia residenza.
In Baviera, a Wallenfels, nel 2015 una donna è stata arrestata dopo il ritrovamento dei resti di otto neonati. I corpicini erano stati avvolti in asciugamani e sacchetti di plastica, per poi essere nascosti all’interno della proprietà e nelle immediate pertinenze esterne della casa di famiglia.
In Germania si erano avuti casi anche nell’ex territorio DDR, che fu teatro di uno dei casi di neonaticidio e occultamento in fioriere più sconvolgenti della storia criminale europea. Il caso emblematico è quello di Sabine Hilschenz, avvenuto nel Brandeburgo, a Brieskow-Finkenheerd (un comune situato proprio lungo l’ex confine tedesco-orientale, vicino a Francoforte sull’Oder).
Nel 2005, durante la pulizia di un garage all’interno di una proprietà privata, furono rinvenute ossa umane dentro un vecchio acquario. La successiva perquisizione della polizia portò alla luce i resti di ben 9 neonati. La donna aveva partorito in segreto tutti i bambini tra il 1988 e il 2004. Dopo averli uccisi o lasciati morire subito dopo la nascita, li aveva seppelliti all’interno di fioriere, vasi da balcone e secchi colmi di terra, lasciandoli esposti sul balcone o ammassandoli nel garage della proprietà. I primi infanticidi della serie sono stati commessi quando la città faceva ancora parte della Germania Est (DDR), mentre gli ultimi sono proseguiti nella Germania riunificata.
Come riportato da Renovatio 21, a Cadogan, in Pennsylvania (USA), una 39enne è stata arrestata con accuse di omicidio colposo, omicidio e diversi capi d’imputazione per abuso di cadavere dopo che il suo padrone di casa ha rinvenuto i resti di più neonati durante la pulizia di un armadio nella sua abitazione. La donna avrebbe dichiarato alla polizia di aver partorito uno dei neonati l’anno prima, tenendolo «contro di sé finché non ha smesso di fare rumore e di respirare», un racconto che potrebbe indicare un soffocamento intenzionale. Ha riferito agli inquirenti di aver dato alla luce un secondo bambino circa sei anni fa sul pavimento di casa, sentendolo «piagnucolare». Dopo il parto, avrebbe perso conoscenza e, al risveglio, il bambino non respirava più. La donna ha ammesso di aver partorito anche gli altri due neonati, ma non è chiaro se fossero vivi o morti alla nascita. I vicini, sconvolti, hanno riferito che la donna viveva con due figli di sei e otto anni, ma nessuno era a conoscenza delle sue gravidanze.
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Il caso di Chiara Petrolini a Traversetolo (Parma) ha riportato l’attenzione sul fenomen anche in Italia. Nel giardino della villetta bifamiliare sono stati rinvenuti i resti ossei di due neonati, partoriti a distanza di circa un anno l’uno dall’altro. La vicenda si è conclusa in primo grado con una condanna a oltre 24 anni di reclusione per la giovane madre.
I bambini morti non finiscono nei giardini solo nella modalità partoriti-uccisi-seppelliti.
Come sa il lettore di Renovatio 21, vi è un fenomeno, ancora più inquietante, del quale stiamo cercando di capirci qualcosa e rendere conto: quello della disseminazione dei feti in giro per l’Italia e il mondo, in particolare con i casi, spalmati nei decenni, dei feti in barattolo trovati piantati in terra tra parchi e campagne. Abbiamo spesso sottolineato che questa sequela di cronache, macabre quanto enigmatiche, forse potrebbero nascondere dietro un disegno enorme ed oscuro, una regia precisa nella società – ultra-satanica, post-satanica – attuata da gruppi di cui nulla sappiamo.
Mentre i cosiddetti pro-vita italiani, tra una donazione e una comparsata in TV, si godono la pro-vita.
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Bioetica
Il principato di Andorra blocca la legge a favore dell’aborto in attesa dei colloqui con il Vaticano
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Bioetica
Startup testa farmaci su cervelli umani appena estratti e mantenuti in vita con macchinari di supporto vitale
Una startup biotecnologica chiamata Bexorg sta estraendo cervelli umani poche ore dopo la morte dei loro proprietari e li sta collegando a speciali macchine di supporto vitale. Lo riporta Science.
Sebbene queste masse di tessuto rosato non presentino più attività elettrica, la maggior parte delle loro funzioni vitali rimane intatta, consentendo agli scienziati di testare farmaci sperimentali, come potenziali trattamenti per il morbo di Alzheimer, come mai prima d’ora. Ci si aspetterebbe che i cervelli disincarnati siano senza dubbio morti. Tuttavia, stando alle notizie, un cervello estratto e collegato a una delle macchine di supporto vitale brevettate da Bexorg, BrainEX, resta «sospeso tra la vita e la morte». I cervelli vengono mantenuti in funzione grazie a un polmone artificiale, ossigenazione renale, sangue e altri fluidi.
La cifra frankesteiniana dell’operazione fa rabbrividire perfino i «laici», spinti a domandarsi se essa rifletta «la scomoda labilità del confine tra vita e morte» scrive Futurism, testata legata alla transumanista Singularity University.
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Brendan Parent, uno dei sei esperti di etica di Bexorg, sostiene che non vi devono essere dubbi. I cervelli estratti sono quasi privi dell’attività neuronale coordinata necessaria per una coscienza minima, ha dichiarato a Science. Per prevenire l’inquietante eventualità che alcuni cervelli producano attività elettrica, vengono anche trattati con l’anestetico propofol, assicura. «Naturalmente, il fatto stesso che si debba ricorrere a una simile misura potrebbe risultare meno rassicurante e più inquietante» chiosa Futurism.
Il fine, anche di questo esperimento, ci viene puntualmente ricordato, è il bene biologico dell’umanità garantito dall’industria farmaceutica. Il CEO di Bexorg, Zvonimir Vrselja, ha affermato che i cervelli presentano decenni di esposizione ambientale, una storia di trattamenti farmacologici e altri fattori che li rendono un mezzo di test più realistico per i farmaci. «Si ottengono cellule che sono state lì per 60-80 anni», ha dichiarato il Vrselja a Science.
«È un enorme passo avanti rispetto ai modelli murini», ha dichiarato a Science Bruna Bellaver, che studia la neurodegenerazione all’Università di Pittsburgh.
Bexorg è la stessa startup che sei anni fa dimostrò di poter mantenere in vita cervelli di maiale decapitati per 36 ore utilizzando un prototipo della sua macchina BrainEX. Gli sforzi si inseriscono in quegli esperimenti estremi di rianimazione dell’organismo che hanno come conseguenza, nemmeno tanto recondita, lo squartamento ancora più esseri umani per i trapianti, cioè per quella che è più corretto chiamare predazione degli organi.
Come riportato da Renovatio 21, otto anni fa alcuni scienziati avevano comunicato i loro studi compiuti su dei suini riguardo la possibilità di riattivare il corpo dopo la morte.
Le ramificazioni bioetiche e biologiche di tali tecnologia sono abissali. In primis, abbiamo la possibilità di attuare un trapianto di cervello, o di corpo, che potrebbe consentire ad alcuni di cambiare identità corporea e, secondo la volontà transumanista, vivere più a lungo.
In secundis, si aprono voragini sulla questione della coscienza e della cosidetta «morte cerebrale» (una convenzione artefatta che medici di Harvard inventarono negli anni Sessanta per iniziare la filiare della predazione degli organi con il lucroso business dei trapianti).
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Se un cervello non è completamente morto, è giusto tenerlo in vita? Non si tratta di una forma di negromantico sfruttamento dell’essere umano? Curioso come la scienza medica impartisce l’eutanasia (o l’anestesia, necessaria agli espianti: perché un corpo a cui ancora batté il cuore reagisce allo squartamento con convulsioni naturali) qui invece vada verso il suo contrario, l’animazione extracorporea.
Un dibattito su questo tipo di argomento non sembra esserci, come vi sono solo accenni a discussioni sulla questione degli animali umanizzati con cellule cerebrali umane: la visione moderna si può chiedere se la bestia, dotata di neuroni dell’uomo, soffra appunto come un uomo, o meriti uno status giuridico diverso, simile a quello del cittadino.
Dubbi bioetici a parte, la macelleria chimerica della scienza moderna continua a pieno regime: perché la bioetica, dice la celebre critica di Richard Neuhaus poi ripresa in Italia dal defunto cardinale Elio Sgreccia, si riduce ad un «Permission Office» (un ufficio permessi, un passacarte burocratico). I comitati etici, che potrebbero non esistere ancora a lungo, smettono di riflettere sul bene profondo della persona e si limitano a verificare meri requisiti legali, trasformandosi in sportelli dove i ricercatori si recano solo per «ritirare un timbro di autorizzazione». Senza un solido fondamento morale (che Sgreccia individuava nella difesa della persona umana), la bioetica rischia di concedere qualsiasi permesso, rendendo lecito tutto ciò che è tecnicamente possibile.
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