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Bioetica

34 bambini non ancora nati ritrovati sepolti nel giardino di una dottoressa. Il fenomeno continua

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Corpi di oltre 30 bambini non ancora nati sono stati ritrovati sepolti nel giardino di un medico polacco che ora rischia 12 anni di carcere. Lo riporta LifeSite.

 

Secondo quanto riportato dai media, Magdalena H. è stata arrestata dalla polizia polacca in un hotel venerdì mattina scorso, dopo che alcuni operai edili che stavano effettuando lavori di ristrutturazione nella sua ex proprietà hanno scoperto i resti umani e hanno allertato le forze dell’ordine.

 

La proprietà, situata nel villaggio di Lutoryz, nel sud-est della Polonia, è stata perquisita da centinaia di agenti di polizia che hanno utilizzato radar a penetrazione del terreno e cani addestrati alla ricerca di cadaveri.

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Sono stati rinvenuti i resti di 34 feti umani sepolti tra vetrini da microscopio, documenti e blocchi di paraffina utilizzati per la conservazione di tessuti umani.

 

Krzysztof Ciechanowski, portavoce della procura, ha dichiarato che l’apparecchiatura medica «è stata molto probabilmente utilizzata per eseguire esami dalla donna arrestata, che di professione è patologa», aggiungendo che la dottoressa di 57 anni ha affermato di aver «portato e seppellito i feti trovati nella sua proprietà».

 

I media locali hanno riportato che Magdalena H. aveva prelevato i feti dall’ospedale locale in cui lavorava durante il lockdown per il COVID e li aveva utilizzati per la ricerca medica a casa. In qualità di patologa medica, aveva accesso ai resti in un contesto professionale, probabilmente derivanti da aborti spontanei o nati morti. Magdalena H. ha riposto i resti in sacchi e li ha seppelliti nel giardino della casa, che aveva venduto due anni prima.

 

Il caso ha suscitato scalpore nel Paese cattolico, sollevando interrogativi su come la donna abbia potuto procurarsi i corpi di feti non ancora nati. Date le rigide leggi polacche sull’aborto, alcuni hanno ipotizzato che i corpi possano essere stati ottenuti tramite aborti clandestini. Tuttavia, le indagini sono ancora in corso e l’esatta provenienza dei corpi non è stata ancora accertata.

 

Il medico è stato posto in detenzione per tre mesi in attesa della conclusione delle indagini. «Questa indagine è ancora nelle sue fasi iniziali. C’è ancora molto lavoro da fare», ha detto Ciechanowski.

 

Le accuse contro Magdalena H. includono profanazione di cadaveri, gestione impropria dei rifiuti e abbandono di materiali pericolosi in un luogo non autorizzato.

 

La dottoressa non si è dichiarata colpevole delle accuse, ma «ha indicato di aver personalmente portato e seppellito i feti umani trovati nella sua proprietà, così come altri rifiuti sanitari», ha affermato il portavoce della procura.

 

L’identità dei bambini non ancora nati e se Magdalena H. abbia agito da sola non sono ancora stati accertati.

 

Il fenomeno del ritrovamento di neonati o feti seppelliti in contesti domestici, come giardini o fioriere, rappresenta una manifestazione drammatica e complessa dell’infanticidio e del neonaticidio. La storia della cronaca nera documenta numerosi casi in ogni continente, evidenziando la trasversalità transnazionale del fenomeno:

 

A Tokyo e in altre metropoli nipponiche si sono registrati molteplici ritrovamenti di feti e neonati occultati all’interno di fioriere sui balconi (beranda in giapponese) o in armadietti a gettoni. Un caso emblematico è avvenuto nella vicina area urbana di Osaka, dove una donna, Kuniko Sakuma, è stata arrestata dopo che il figlio tredicenne ha scoperto i resti di due neonati sepolti all’interno di una grande fioriera sul balcone di casa. La madre aveva nascosto la gravidanza per paura del giudizio della famiglia.

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Nel 2017, un caso scioccante ha coinvolto una donna di 53 anni che ha confessato di aver partorito in segreto quattro neonati negli anni Novanta, di averli inseriti in secchi successivamente riempiti di cemento e di aver conservato questi contenitori dentro scatole di cartone nei vari appartamenti in cui ha traslocato, portando con sé il segreto per oltre vent’anni a causa della povertà e dell’isolamento.

 

Le stazioni della metropolitana di Tokyo sono state spesso teatro del fenomeno dei «bimbi degli armadi a gettoni». Nel 2018, una donna è stata arrestata per aver abbandonato il corpo del figlio neonato in un armadietto della stazione di Uguisudani a Tokyo. La donna ha continuato a pagare regolarmente la tariffa giornaliera dell’armadietto per oltre quattro anni per evitare che venisse aperto e scoperto, dichiarando di essere andata in panico dopo il parto.

 

Tre lustri fa caso di Céline Lesage ha scosso profondamente l’opinione pubblica francese. La donna è stata condannata per l’uccisione di sei neonati, partoriti in segreto nell’arco di diversi anni: e soffocò quattro e ne strangolò due. I piccoli venivano successivamente nascosti in sacchi di plastica e seppelliti o occultati nella cantina e negli spazi esterni della propria abitazione. Il 19 ottobre 2007, un nuovo fidanzato, Luc Margueritte, trovò i sei corpi nel seminterrato dell’appartamento che lui e Lesage condividevano.

 

Nello Utah, il caso di Megan Huntsman (2014) ha rivelato una tragica sequenza di neonaticidi. La donna ha ammesso l’uccisione e il successivo occultamento di sei dei suoi figli neonati, avvenuti tra il 1996 e il 2006. I corpi sono stati rinvenuti all’interno di scatole di cartone sigillate nel garage della sua vecchia residenza.

 

In Baviera, a Wallenfels, nel 2015 una donna è stata arrestata dopo il ritrovamento dei resti di otto neonati. I corpicini erano stati avvolti in asciugamani e sacchetti di plastica, per poi essere nascosti all’interno della proprietà e nelle immediate pertinenze esterne della casa di famiglia.

 

In Germania si erano avuti casi anche nell’ex territorio DDR, che fu teatro di uno dei casi di neonaticidio e occultamento in fioriere più sconvolgenti della storia criminale europea. Il caso emblematico è quello di Sabine Hilschenz, avvenuto nel Brandeburgo, a Brieskow-Finkenheerd (un comune situato proprio lungo l’ex confine tedesco-orientale, vicino a Francoforte sull’Oder).

 

Nel 2005, durante la pulizia di un garage all’interno di una proprietà privata, furono rinvenute ossa umane dentro un vecchio acquario. La successiva perquisizione della polizia portò alla luce i resti di ben 9 neonati. La donna aveva partorito in segreto tutti i bambini tra il 1988 e il 2004. Dopo averli uccisi o lasciati morire subito dopo la nascita, li aveva seppelliti all’interno di fioriere, vasi da balcone e secchi colmi di terra, lasciandoli esposti sul balcone o ammassandoli nel garage della proprietà. I primi infanticidi della serie sono stati commessi quando la città faceva ancora parte della Germania Est (DDR), mentre gli ultimi sono proseguiti nella Germania riunificata.

 

Come riportato da Renovatio 21, a Cadogan, in Pennsylvania (USA), una 39enne è stata arrestata con accuse di omicidio colposo, omicidio e diversi capi d’imputazione per abuso di cadavere dopo che il suo padrone di casa ha rinvenuto i resti di più neonati durante la pulizia di un armadio nella sua abitazione. La donna avrebbe dichiarato alla polizia di aver partorito uno dei neonati l’anno prima, tenendolo «contro di sé finché non ha smesso di fare rumore e di respirare», un racconto che potrebbe indicare un soffocamento intenzionale. Ha riferito agli inquirenti di aver dato alla luce un secondo bambino circa sei anni fa sul pavimento di casa, sentendolo «piagnucolare». Dopo il parto, avrebbe perso conoscenza e, al risveglio, il bambino non respirava più. La donna ha ammesso di aver partorito anche gli altri due neonati, ma non è chiaro se fossero vivi o morti alla nascita. I vicini, sconvolti, hanno riferito che la donna viveva con due figli di sei e otto anni, ma nessuno era a conoscenza delle sue gravidanze.

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Il caso di Chiara Petrolini a Traversetolo (Parma) ha riportato l’attenzione sul fenomen anche in Italia. Nel giardino della villetta bifamiliare sono stati rinvenuti i resti ossei di due neonati, partoriti a distanza di circa un anno l’uno dall’altro. La vicenda si è conclusa in primo grado con una condanna a oltre 24 anni di reclusione per la giovane madre.

 

I bambini morti non finiscono nei giardini solo nella modalità partoriti-uccisi-seppelliti.

 

Come sa il lettore di Renovatio 21, vi è un fenomeno, ancora più inquietante, del quale stiamo cercando di capirci qualcosa e rendere conto: quello della disseminazione dei feti in giro per l’Italia e il mondo, in particolare con i casi, spalmati nei decenni, dei feti in barattolo trovati piantati in terra tra parchi e campagne. Abbiamo spesso sottolineato che questa sequela di cronache, macabre quanto enigmatiche, forse potrebbero nascondere dietro un disegno enorme ed oscuro, una regia precisa nella società – ultra-satanica, post-satanica – attuata da gruppi di cui nulla sappiamo.

 

Mentre i cosiddetti pro-vita italiani, tra una donazione e una comparsata in TV, si godono la pro-vita.

 

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Bioetica

Il corpo scomposto: quando l’uomo diventa mero contenitore di organi

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Ci sono notizie che andrebbero lette lentamente, soffermandosi sulle parole, perché è proprio la loro apparente normalità a rivelare quanto profondamente sia cambiato il nostro modo di concepire l’essere umano.   Nei giorni scorsi una giovane di 23 anni, vittima di un grave incidente stradale, è stata ricoverata in terapia intensiva. Dopo nove giorni, ne è stata dichiarata la morte cerebrale e, durante la notte successiva, si è proceduto all’espianto degli organi. La cronaca riferisce che sono stati prelevati il cuore, i polmoni, i reni, l’utero e le cornee, mentre il fegato è stato diviso per essere destinato a due diversi riceventi; gli organi sono stati quindi trasferiti verso differenti centri trapianto italiani.   Letto così, senza il rivestimento emotivo che normalmente accompagna queste notizie, il freddo elenco assume improvvisamente un significato diverso: compare materialmente il corpo umano, scomposto nelle sue parti e distribuito verso destinazioni differenti.   Ma cosa resta dell’unità della persona quando il suo corpo viene considerato come un insieme di organi separabili, prelevabili e trasferibili?   Nella concezione classica e cristiana dell’uomo, il corpo non è un semplice contenitore della coscienza: l’essere umano costituisce un’unità vivente e il corpo appartiene alla sua stessa identità personale. Noi non possediamo un corpo nello stesso modo in cui possediamo un oggetto, né l’uomo può essere ridotto a un cervello che utilizza provvisoriamente una macchina biologica composta da parti intercambiabili.

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È precisamente questa unità che la modernità ha progressivamente disconosciuto. Prima la persona viene identificata essenzialmente con il cervello; una volta dichiarata la morte cerebrale, ciò che rimane sembra perdere il carattere di corpo di qualcuno per assumere quello di insieme di organi utilizzabili da qualcun altro. Il passaggio è enorme, eppure avviene quasi senza che ce ne accorgiamo.   Fino a un momento prima abbiamo davanti un essere umano gravemente ferito, ricoverato in terapia intensiva, bisognoso di assistenza continua; poi interviene la dichiarazione di morte cerebrale e lo sguardo cambia. Improvvisamente non si parla più dell’organismo nella sua totalità, ma del cuore, dei polmoni, dei reni, del fegato, delle cornee: ogni organo ha un destinatario, una destinazione, una propria utilità terapeutica.    La morte cerebrale rappresenta allora lo spartiacque che rende possibile considerare il corpo secondo una logica completamente diversa: l’organismo diventa una riserva di parti biologiche utilizzabili.   Il cuore può servire, così come i polmoni e i reni; il fegato può essere diviso affinché serva a più persone, le cornee possono servire, l’utero può servire. La persona scompare proprio mentre le sue parti acquistano il massimo valore.    È il paradosso estremo dell’antropologia utilitaristica: l’intero non serve più, le parti sì.   Tuttavia, quella giovane non poteva essere ridotta al suo cuore, al suo fegato, ai suoi reni, ai suoi polmoni, alle sue cornee o al suo utero, così come non poteva essere identificata semplicemente con il suo cervello: era una persona, un’unità vivente nella quale la dimensione corporea era inseparabile dalla sua stessa identità.   È tale verità che la parola «donazione» rischia di farci dimenticare, perché una volta definita l’intera procedura come un atto di generosità, ogni interrogativo sembra diventare superfluo, se non addirittura moralmente sospetto. Chi potrebbe opporsi a un dono o contestare un gesto capace di offrire ad altri una possibilità di sopravvivenza?

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La forza di questa rappresentazione consiste proprio nella sua capacità di eludere la questione antropologica. L’attenzione viene immediatamente spostata verso i riceventi, verso le vite salvate, verso il bene che quegli organi potranno produrre, mentre il corpo dal quale provengono passa sullo sfondo e, con esso, scompare progressivamente la domanda su ciò che quel corpo rappresenti.   Eppure è proprio questa la domanda che dovrebbe precedere tutte le altre, perché una civiltà non rivela la propria concezione dell’uomo soltanto attraverso solenni dichiarazioni sulla dignità della persona, ma soprattutto attraverso ciò che ritiene lecito fare del suo corpo.   Abbiamo imparato a leggere con assoluta normalità che da un unico essere umano vengono prelevati cuore, polmoni, reni, fegato, utero e cornee e che ciascuna di queste parti prende una strada diversa. Abbiamo costruito un linguaggio capace di rendere questa scomposizione non soltanto accettabile, ma persino luminosa.    Dovremmo togliere quel rivestimento linguistico per guardare la questione nella sua crudezza antropologica e affermare con forza che l’essere umano non è un contenitore di organi, né una somma di parti biologiche il cui valore dipende dall’utilità che possono avere per qualcun altro.   Perché se una società arriva a considerare naturale questa immagine dell’uomo, allora la domanda che dobbiamo porci non riguarda più soltanto la morte cerebrale o i trapianti, ma qualcosa di molto più radicale: che cosa pensiamo che sia l’uomo?   Alfredo De Matteo  

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Il principe Luigi del Lichtenstein si oppone ancora alla legalizzazione dell’aborto

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Un gruppo di associazioni favorevoli alla legalizzazione dell’aborto ha lanciato una nuova iniziativa referendaria in Liechtenstein, il piccolo principato di lingua tedesca incastonato tra Svizzera e Austria. Lo riporta LifeSite.

 

Il Paese, sesto Stato più piccolo al mondo e tra i più ricchi d’Europa, mantiene una delle legislazioni più restrittive del continente in materia di interruzione di gravidanza. Nel principato l’aborto è vietato nella quasi totalità dei casi, con eccezioni limitate a grave pericolo per la vita della donna o violenza sessuale subita. Anche la diffusione di informazioni sull’aborto è soggetta a restrizioni legali. Secondo i dati citati dagli organizzatori dell’iniziativa, circa 40 donne all’anno si recano in Svizzera o in Austria per sottoporsi all’intervento.

 

I precedenti tentativi di riforma si sono scontrati con la posizione della famiglia regnante, che governa il paese ininterrottamente dal 1806, anno della dissoluzione del Sacro Romano Impero.

 

Nel 2011 fu indetto un referendum per legalizzare l’aborto entro la dodicesima settimana di gestazione e in caso di malformazioni fetali. Poco prima del voto, il principe ereditario Luigi — cattolico praticante — annunciò l’intenzione di esercitare il diritto di veto riconosciutogli dalla Costituzione qualora la proposta fosse stata approvata. La consultazione si chiuse con il 51,5% dei voti favorevoli alla legalizzazione contro il 48,5% contrario: un margine che gli attivisti pro-aborto attribuirono proprio all’annuncio del principe.

 

Nel sistema costituzionale del Liechtenstein, il monarca regnante dispone del potere di veto sulle leggi approvate dal Parlamento, oltre ad altre prerogative come la facoltà di sciogliere o aggiornare l’assemblea legislativa. Un referendum del 2003 aveva già confermato e ampliato questi poteri in seguito a tensioni istituzionali tra la Corona e il Parlamento.

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Nel 2013 i movimenti pro-aborto risposero con un’iniziativa popolare volta a limitare il potere di veto del principe sui referendum futuri. Attraverso la sua portavoce, Alois definì il proprio precedente intervento «un segnale chiaro che l’aborto non rappresenta una soluzione accettabile a una gravidanza indesiderata», aggiungendo che, in caso di approvazione della misura, avrebbe rinunciato alle proprie funzioni istituzionali lasciando il paese. Il referendum si concluse con una netta sconfitta per i promotori: il 76% degli elettori confermò il potere di veto della Corona.

 

A distanza di oltre dieci anni, un nuovo tentativo è ora in corso. L’iniziativa, denominata «Fristenlösung für Liechtenstein» («Soluzione del limite temporale per il Liechtenstein»), è sostenuta da organizzazioni femministe, con un testo propone la depenalizzazione dell’aborto entro la dodicesima settimana di gravidanza, l’abolizione del divieto di informazione sul tema e l’inclusione dell’interruzione di gravidanza nella copertura assicurativa sanitaria. Il 31 luglio gli organizzatori hanno depositato 4.970 firme, ampiamente superiori alla soglia minima di 1.000 richiesta per l’avvio della procedura referendaria.

 

Gli organizzatori sostengono di godere del sostegno della maggioranza della popolazione, ma segnalano nell’ostacolo istituzionale rappresentato dal principe ereditario il nodo principale della vicenda. In un articolo pubblicato il 3 agosto sul Guardian, l’attivista Gabriella Alvarez-Hummel ha scritto che Luigi avrebbe già anticipato l’intenzione di porre il veto a qualsiasi modifica legislativa, ancor prima dello svolgimento del voto.

 

Secondo quanto riportato, il principe avrebbe minacciato di ricorrere al veto reale in due occasioni: nel 2011, in occasione del precedente referendum, e a giugno di quest’anno, in relazione alla nuova iniziativa.

 

Resta da vedere se il nuovo tentativo referendario riuscirà a superare l’ostacolo istituzionale che ha bloccato i precedenti percorsi di riforma.

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 Immagine di IKR/Eddy Risch via Wikimedia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0 International ; immagine tagliata

 


 

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Europarlamente ex IRA dice di aver abortito per poter andare a mettere una bomba

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L’ex europarlamentare del Sinn Fein, Martina Anderson, ha confessato di aver abortito per non compromettere una missione di attentato dell’IRA (Esercito Repubblicano Irlandese). Lo riporta Life Site.   In vista del lancio della sua autobiografia, Choosing the Struggle («Scegliere la lotta»), Anderson ha dichiarato a Miriam di RTE One di aver scelto la «lotta» (cioè, il terrorismo) piuttosto che la vita del suo bambino non ancora nato. Ha scoperto di essere incinta poche settimane dopo aver iniziato a pianificare un attentato.   «Le donne come me che hanno avuto una gravidanza non pianificata, a causa delle circostanze in cui mi sono trovata, hanno dato priorità alla lotta contro la malattia, hanno abortito, la decisione più difficile e dolorosa della loro vita», ha detto la donna originaria di Derry.   «Non volevo deludere i miei compagni», ha dichiarato alla testata irlandese Joe. «Me ne sono andata in silenzio, sono tornata in silenzio e ho vissuto in silenzio per oltre 40 anni.»

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La Anderson spera che la confessione del suo aborto possa contribuire a porre fine alla «vergogna» che le donne come lei subiscono.   «Credo che raccontare la mia storia possa dare un piccolo contributo per fermare la stigmatizzazione morale e sociale che colpisce donne come me. Sarebbe stato più facile rimanere in silenzio e lasciare che la gente mi giudicasse», ha dichiarato a RTE One. «Rispetto le convinzioni religiose altrui su questo argomento, non cerco di convertire nessuno, né di ottenere perdono o approvazione.»   Anderson fu condannata all’ergastolo nel 1986 per cospirazione finalizzata a provocare esplosioni. Fu rilasciata 13 anni dopo in virtù degli accordi del Venerdì Santo e in seguito si dedicò alla politica.   L’ex europarlamentare ha anche raccontato di come, mentre era in prigione, le sia stato asportato l’utero durante un intervento per curare dei polipi, rendendola incapace di avere figli.   L’idea di uccidere il proprio figlio per andare possibilmente ad uccidere altre persone è probabilmente inedita, e rappresenta un quadro rivoltante come pochissimi altri. I social media hanno attaccato duramente la donna, che ha poi avuto una carriere di europarlamentare a Bruxelles, dove ha potuto dedicarsi a grandi cause fondamentali come il cambiamento climatico – che è di fatto, una propaggina dell’antiumanismo abortista inventato proprio da quelli che lei credeva essere i suoi nemici, gli inglesi con il loro reverendo Malthus.   Per quanto disperante, il racconto dell’ex terrorista è, a suo modo, illuminante, gettando nuove basi per la comprensione della Necrocultura nello Stato moderno, perfino nei casi di dissidenza estrema: ovvero, vediamo qui il legame tra abortismo e terrorismo, medesime pratiche votate alla morte, con tutte le varianti giustificazioni sociopolitiche del caso.   Non è un caso che nello Stato moderno, e quindi nel Sovrastato europeo, chi abortisce e progetta attentati possa fare carriere e divenire rappresentante democratica del popolo. Si tratta, davvero, di tanta materia per riflessioni anche radicali   Un’ultima nota: abbiamo rilevato su Renovati 21 le dichiarazioni in stile IRA del «Nuovo Movimento Repubblicano» irlandese, che con videomessaggi minacciano, mascherati ed armati come d’ordinanza, i politici locali responsabili dell’immigrazione selvaggia e della sessualizzazione dei bambini. Ecco, ci pare che sia da discutere la distanza – ideologica, politica, sociale – che hanno le rivendicazioni di questo nuovo gruppo, sorto sulle ceneri del fuoco repubblicano ormai estinto, da quelle dello storico movimento terroristico che terrorrizzò la Gran Bretagna per decadi, e che ora è finito perfino digerito nei Parlamenti e negli europarlamenti.   Il mondo è cambiato, le priorità di protezione del popolo pure, e non siamo sicuri che in passato la generazione dei boomer abbia mai davvero deciso di difendere il popolo che diceva di voler servire – abortendo, terrorizzando, accettando la Morte come principio politico della propria vita.

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