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Bioetica

Il principato di Andorra blocca la legge a favore dell’aborto in attesa dei colloqui con il Vaticano

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Il governo andorrano ha completato una bozza di legge per depenalizzare l’aborto, ma ha precisato che non procederà fino alla conclusione dei colloqui in corso con la Santa Sede.

 

Il 1° giugno, Ladislau Baró, ministro delle Relazioni istituzionali, dell’Istruzione e delle Università di Andorra, ha confermato che una proposta di legge per depenalizzare l’aborto è già stata redatta integralmente, ma non è stata ancora presa alcuna decisione politica poiché sono in corso i colloqui con la Santa Sede.

 

«Esiste già una proposta legislativa completa», ha affermato il Baró, aggiungendo che «tutti gli aspetti tecnici e filosofici sono stati redatti e preparati».

 

Il Baró ha sottolineato che il testo giuridico è completo, ma il governo non procederà fino alla conclusione dell’attuale processo di dialogo. Il dibattito in corso affonda le sue radici nella peculiare struttura costituzionale di Andorra: una diarchia parlamentare in cui il capo del governo è eletto dal Parlamento, mentre il capo dello Stato è condiviso da due co-principi, il presidente della Francia e il vescovo di La Seu d’Urgell, attualmente Josep-Lluís Serrano Pentinat.

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A causa di questo assetto, le proposte relative alla legislazione sull’aborto sono state spesso discusse non solo in termini legislativi e politici, ma anche in relazione al mantenimento dell’equilibrio istituzionale del principato.

 

Secondo il Baró, il governo deve stabilire se la proposta di legge possa raggiungere simultaneamente due obiettivi: eliminare le sanzioni penali per le donne che ricorrono all’aborto e, al contempo, preservare la stabilità istituzionale del Paese, affermando che restano ancora diverse sessioni di lavoro prima che l’esecutivo completi il processo di valutazione della proposta.

 

Baró ha sottolineato che la Santa Sede non detiene l’autorità decisionale sulla legislazione in sé. Ha affermato che la responsabilità ultima spetta al governo andorrano, che deve presentare qualsiasi disegno di legge, e al Consell General, il Parlamento del Paese, che ne deciderà il destino. Ciononostante, ha confermato che le discussioni in corso con la Santa Sede rimangono una parte necessaria del processo prima che qualsiasi iniziativa legislativa venga formalmente portata avanti.

 

Il ministro ha inoltre respinto le ipotesi secondo cui il Paese si starebbe avvicinando a una crisi istituzionale sulla questione. Ha affermato che Andorra rimane «molto lontana» da qualsiasi scenario che comporti una rottura del suo assetto costituzionale e «molto vicina» a trovare un equilibrio praticabile in merito. Pur rifiutandosi di fornire una tempistica precisa, Baró ha indicato che la questione dell’aborto dovrà essere risolta durante l’attuale legislatura.

 

Le dichiarazioni del governo giungono poco più di un mese dopo che il presidente francese Emmanuel Macron, durante una visita ufficiale nel principato, ha pubblicamente rinnovato la pressione per una modifica delle leggi sull’aborto di Andorra.

 

Il 28 aprile, Macron ha effettuato la sua seconda visita ad Andorra in veste di co-principe francese. Durante la visita, ha rivelato di aver discusso della depenalizzazione dell’aborto sia con il primo ministro Xavier Espot che con il vescovo Serrano Pentinat. Macron ha inoltre affrontato pubblicamente la questione durante un discorso tenuto nella capitale andorrana il 29 aprile.

 

«Parleremo di tutti gli argomenti e ne farò riferimento anche domani nel mio discorso», ha detto Macron al vescovo. Anche il primo ministro Espot ha affrontato l’argomento durante la visita, sostenendo che qualsiasi progresso sulla depenalizzazione dell’aborto dovrebbe essere perseguito con quello che ha definito «realismo, prudenza e ambizione». Ha affermato che questi principi costituiscono parte di un approccio condiviso tra il suo governo e Macron.

 

Nonostante l’appoggio pubblico di Macron, non si è registrata alcuna campagna pubblica analoga da parte del vescovo Serrano Pentinat. Il ruolo del vescovo è rimasto invece legato al processo di dialogo in corso tra le autorità andorrane e la Santa Sede, che, secondo quanto affermano i funzionari governativi, è tuttora in corso e non ha ancora raggiunto la sua conclusione.

 

In Andorra l’aborto rimane illegale in ogni circostanza, compresi i casi di stupro o anomalie fetali. La legislazione del Paese ha subito pressioni da parte dei sostenitori dell’aborto sia a livello nazionale che internazionale, mentre proseguono i negoziati legislativi.

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Andorra è tecnicamente una co-principazia parlamentare unica. I suoi capi di Stato sono due co-principi: il vescovo di Urgell e il presidente della Francia. Il potere legislativo spetta al Consiglio Generale, un Parlamento unicamerale eletto ogni quattro anni. Il governo è guidato da un Capo di Governo che detiene il potere esecutivo. Pur non essendo nell’UE, il paese ne è fortemente integrato.

 

Il Vescovo di Urgell (una diocesi cattolica in Catalogna, Spagna) esercita la funzione di co-principe di Andorra, agendo come Capo di Stato insieme al Presidente della Repubblica Francese. Si tratta di una carica puramente istituzionale e non religiosa per il territorio andorrano.

 

Insieme al suo omologo francese, il v escovo svolge compiti formali e di rappresentanza. Tra le sue funzioni principali rientrano la promulgazione delle leggi approvate dal Parlamento, l’indizione delle elezioni e la nomina formale del Capo del Governo, sebbene la gestione politica ed esecutiva del paese spetti interamente alle autorità locali andorrane.

 

Questo sistema, ereditato dal XIII secolo, conferisce al vescovo un ruolo sia spirituale che politico, rendendolo una figura chiave nel governo andorrano. Il vescovo Josep-Lluis Serrano Pentinat, nominato vescovo coadiutore di Urgell nel luglio 2024, è succeduto al vescovo Joan-Enric Vives il 31 maggio 2025. Il suo arrivo coincide con un acceso dibattito sulla riforma legislativa dell’aborto.

 

Il cardinale Parolin, durante una visita ad Andorra nel settembre 2023, aveva descritto la questione dell’aborto come un «argomento molto delicato e complesso», invocando un approccio improntato a «discrezione e saggezza».

 

Il Principato è diventato profondamente secolarizzato, in particolare negli anni Novanta: nel 1993, la Chiesa ha ratificato un emendamento costituzionale che definisce Andorra come uno stato «laico». Il culto domenicale è in declino – circa il 20-30% dei fedeli, una percentuale ancora molto invidiabile rispetto al 5% dei praticanti nella Francia continentale – e sono state attuate le consuete riforme sociali, il divorzio nel 1995 e le unioni civili tra persone dello stesso sesso nel 2005.

 

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Si fa largo l’idea delle sanzioni penali per le donne che abortiscono

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Oltre 60 leader e personalità influenti del movimento pro-vita e conservatore auspicano l’introduzione di sanzioni penali per le donne che ricorrono all’aborto. Lo riporta LifeSite.   Il fenomeno mostra come la cosiddetta Finestra di Overton si stia muovendo in senso opposto a quanto visto nelle ultime decadi.   Guidata da Seth Gruber e dalla White Rose Resistance, la «Dichiarazione a sostegno della tutela dei diritti uguali» sostiene che la crescente diffusione dei farmaci abortivi chimici ha minato le leggi statali a tutela della vita. I firmatari, tra cui l’ex dipendente di Planned Parenthood convertita di attivista pro-life Abby Johnson, la nuotatrice attivista contro i trans nello sport femminile Riley Gaines, il commentatore di Turning Point USA Alex Clark e diversi pastori protestanti, sostengono che siano necessarie sanzioni penali per le donne che abortiscono al fine di fermare l’uccisione di bambini innocenti.   «La parità di trattamento richiede che chiunque tolga consapevolmente e volontariamente la vita a un bambino non ancora nato – compresi gli autori principali, i complici e i co-cospiratori – sia soggetto a responsabilità legale», dichiara la risoluzione. Allo stesso tempo, lascia spazio alla discrezionalità del pubblico ministero, affermando: «Le leggi giuste distinguono tra coloro che agiscono per ignoranza, paura o coercizione e coloro che agiscono con piena consapevolezza, volontà e intenzione».

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La dichiarazione formula fermamente due risoluzioni:   «Affermiamo il principio di pari protezione per i nascituri, riconoscendo che le stesse leggi che proteggono le persone nate dalla violenza e dalla distruzione, o leggi che forniscono un grado di protezione sostanzialmente equivalente, devono proteggere anche i bambini non ancora nati; e che i legislatori dovrebbero eliminare le immunità legali che consentono che l’uccisione intenzionale dei bambini non ancora nati continui, e promulgare leggi che garantiscano una protezione piena e uguale, ai sensi della legge, dalla violenza e dalla distruzione, fin dal momento del concepimento».   Tra gli altri firmatari di spicco figurano altri nomi dell’attivismo pro-vita Mark Lee Dickson, fondatore di Sanctuary Cities for the Unborn; Trevor e Christen Pollo di Protect Life Michigan; e Catherine Short, fondatrice della Life Legal Defense Foundation.   Personalità influenti del mondo conservatore, tra cui Allie Beth Stuckey, Eric Metaxas, Kaitlin Bennet e Maison Dechamps (il cosiddetto «Spiderman pro-life», che si arrampica sui grattacieli per riportare attenzione sulla tragedia dell’aborto), hanno anch’esse appoggiato la dichiarazione.   Le richieste di penalizzare le donne che ricorrono all’aborto si inseriscono nel contesto di un nuovo rapporto della Society for Family Planning, secondo il quale nel 2025 si sono verificati circa 1,13 milioni di aborti. Di questi, circa 180.000 sarebbero stati praticati illegalmente in Stati con leggi anti-aborto, stando all’analisi della stessa organizzazione.   La dichiarazione ha suscitato l’interesse del New York Times, che l’ha contrapposta alla posizione prevalente tra i sostenitori del movimento pro-vita, secondo cui le donne non dovrebbero essere perseguite per aver abortito.   Il giornale neoeboraceno riportava che «un numero crescente di leader conservatori sta iniziando a sostenere che l’unico modo per impedire alle donne di interrompere la gravidanza potrebbe essere quello di arrestarle».

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Il quotidiano di Nuova York ha fatto notare che l’idea ha suscitato critiche da parte di alcuni direttori di centri per la gravidanza, i quali sostengono che le donne sarebbero meno propense a rivolgersi a loro per chiedere aiuto, per timore di essere perseguite penalmente. Anche i gestori delle cliniche che praticano l’aborto, ovviamente, si oppongono alle sanzioni, scrive il NYT.   Nel frattempo, due organizzazioni nazionali pro-vita mantengono la loro posizione contraria alle sanzioni. «Non sosteniamo alcuna legge che preveda sanzioni penali per le donne e le renda passibili della pena di morte», ha dichiarato al Times Kelsey Pritchard, direttrice della comunicazione di Susan B. Anthony Pro-Life America. «Nessuna legge statale pro-vita prevede questo e la situazione non cambierà, dato che nessuna di queste proposte di legge è mai stata approvata da un’assemblea legislativa statale».   «Il mio messaggio è “non ora”, ma non sto dicendo ‘mai’», ha dichiarato al NYT Kristan Hawkins, presidente di Students for Life of America.   Tuttavia, altri sono entusiasti dell’idea. «Sono incredibilmente orgoglioso di essere menzionato in questo articolo del NYT», ha scritto Alex Clark su X in risposta all’articolo. «Avanti tutta sulla criminalizzazione dell’aborto».   L’idea di sanzioni penali nei confronti delle donne che abortiscono costituiva, anche nel mondo pro-life, una pura bestemmia sino a pochi anni fa. Poi arrivò Donald Trump, che da candidato presidente, nel 2016, si lasciò sfuggire l’opzione. Alla domanda riguardante l’eventuale galera per le donne che abortiscono, The Donald rispose che alcuni nel Partito Repubblicano lo pensavano.  

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«Ci deve essere una qualche forma di punizione per le donne che abortiscono» aveva dichiarato in uno scambio di battute televisivo sul canale MSNBC. Gli stessi pro-life americani rimasero in larga parte scioccati, e molti – si era ancora nel periodo in cui si pensava impossibile una vittoria di Trump nella corsa alla Casa Bianca – non persero l’occasioni di attaccare il presidente che aveva mostrato di essere più pro-vita dei pro-vita.   In breve, il candidato presidente aveva dimostrato apertura alla faccenda. Secondo le dinamiche ideo-politiche descritte dal compianto sociologo statunitense Joseph P. Overton (1960-2003), si trattava del fondamentale passaggio dalla categoria dell’«impensabile» a quella del «radicale». La nuova spinta pare portare la criminalizzazione dell’aborto dal «radicale» all’«accettabile».   In pratica Trump aveva dimostrato, e con una certa disinvoltura, la possibilità di aprire la Finestra di Overton in senso contrario: a passare da essere impensabili ad essere leggi dello Stato non sono solo leggi contrarie alla vita (e quindi considerate nella società della Necrocultura come «progressiste»). Ogni sentimento politico, in realtà, può seguire il percorso verso la piena espressione sociale e legale.   È stata la Corte Suprema popolati di giudici scelti da Trump ad abbattere, nel 2022, la sentenza Roe v. Wade, che garantiva il feticidio come «diritto federale» da applicarsi in tutti gli Stati.   Non si capisce quindi come ciò si spieghi con le ultime dichiarazioni di Tucker Carlson, che in un podcast ha sostenuto come in privato Trump sia molto disturbato dai cristiani e dalla loro opposizione all’aborto.   Come riportato da Renovatio 21, la moglie Melania Trump durante la campagna elettorale si era dichiarata convintamente abortista, e qualcuno speculò sul fatto che dietro vi fosse una manovra per attrarre le elettrici deluse dai democratici.  

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Primo caso di eutanasia sotto i 12 anni, ecco la profonda trasformaziona antropologica della morte cerebrale

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La notizia proveniente dai Paesi Bassi secondo cui, per la prima volta, è stata praticata l’eutanasia su un bambino di età inferiore ai dodici anni, rappresenta molto più di un fatto di cronaca. Essa costituisce un passaggio simbolico di straordinaria importanza, in quanto mostra fino a che punto sia giunta una determinata concezione dell’essere umano.

 

Come sempre accade in questi casi, l’attenzione dell’opinione pubblica viene focalizzata sul singolo dramma: la malattia, la sofferenza, l’assenza di prospettive terapeutiche. Tuttavia, la questione vera che rimane sullo sfondo è un’altra: quali sono i presupposti antropologici che rendono oggi non solo possibile ma anche solo pensabile la soppressione medicalmente assistita di un minore?

 

Nei Paesi Bassi l’eutanasia viene praticata sui bambini gravemente malati la cui morte appare imminente e le autorità, all’indomani dell’introduzione della legge, hanno tenuto a precisare che i casi di minori coinvolti nella cosiddetta morte compassionevole sarebbero stati pochissimi, forse cinque o dieci all’anno. Ma la storia degli ultimi decenni insegna che i numeri iniziali dei morti ammazzati non sono indicativi né tantomeno definitivi: ciò che conta infatti è il principio che viene introdotto, la cui coerente applicazione conduce inevitabilmente a una spirale di morte non controllabile. 

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Nel caso olandese, la vita del bambino può essere «interrotta» quando sussistano sofferenze ritenute insopportabili e senza prospettive di miglioramento. Il criterio decisivo non è dunque l’appartenenza alla specie umana, né la semplice esistenza biologica, ma una valutazione circa la qualità dell’esistenza. In altri termini, il valore della vita viene associato alla presenza o meno di determinate condizioni funzionali. E questa logica non nasce oggi.

 

Quando si ripercorrono le vicende come quelle di Charlie Gard o Alfie Evans emerge una dinamica analoga: anche in quei casi il conflitto non riguardava semplicemente le cure, ma il valore che si attribuisce all’essere umano. I genitori ritenevano che la vita del figlio avesse un valore intrinseco nonostante le menomazioni fisiche e/o intellettive; le istituzioni sanitarie e giudiziarie ritenevano invece che la prosecuzione delle cure non fosse più nel migliore interesse del minore, sulla base di criteri valutativi calati dall’alto e stabiliti a tavolino.

 

La medesima domanda si ripresenta oggi: chi stabilisce quando una vita abbia ancora un valore sufficiente per essere vissuta?

 

La bioetica contemporanea tende sempre più a identificare la persona con alcune funzioni: coscienza, autonomia, capacità relazionali, qualità della vita, possibilità di provare esperienze significative. Quando tali funzioni risultano gravemente compromesse, la persona rischia di trasformarsi da soggetto di diritti a oggetto di valutazione.

 

In questo senso, il criterio della morte cerebrale ha inaugurato una nuova antropologia, introducendo il concetto, indimostrato e indimostrabile, che la perdita di determinate funzioni cognitive coincida con la morte della persona. L’organismo biologicamente vivente viene reinterpretato alla luce di un criterio funzionale: il cervello diventa il luogo dell’identità.

 

Almeno all’apparenza, l’eutanasia dei bambini non c’entra nulla con la morte cerebrale. Eppure, ad uno sguardo attento non può sfuggire il fatto che tali omicidi di stato sembrano condivire con il criterio encefalico il medesimo orizzonte antropologico, in cui il valore della vita dipende sempre meno dall’essere e sempre più dal funzionare.

 

Particolarmente inquietante appare inoltre il meccanismo giuridico previsto nei Paesi Bassi, dove prima l’eutanasia viene praticata e soltanto successivamente le autorità competenti verificano se il medico abbia rispettato le «linee guida» e abbia agito con la necessaria diligenza professionale. Il controllo giuridico non precede l’atto: lo segue. Il giudizio arriva dopo che la sentenza di morte è già stata emessa.

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Nella tradizione medica e giuridica occidentale, quando è in gioco un bene indisponibile come la vita umana, il dubbio favorisce sempre la conservazione del bene stesso. Nel modello olandese, invece, la logica viene rovesciata e l’atto irreversibile precede la valutazione.

 

Evidentemente, quando il valore della vita viene associato alle funzioni, all’autonomia o alla qualità dell’esistenza, i soggetti più fragili diventano i più esposti: il malato terminale, il disabile grave, il paziente in stato vegetativo, il bambino gravemente malato.

 

Per tale motivo, il primo caso olandese di eutanasia su un bambino sotto i dodici anni non rappresenta una semplice eccezione, ma costituisce l’ennesimo segnale di una trasformazione antropologica profonda, in cui la medicina non si limita più a curare o accompagnare la vita, ma assume sempre più il potere di stabilire quando una vita possa ancora essere considerata degna di essere vissuta. 

 

Alfredo De Matteo

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Pegoraro vescovo, FSSPX scomunicata: ecco la chiesa moderna

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Domenica scorsa è stato ordinato vescovo monsignor Renzo Pegoraro, attuale presidente della Pontificia Accademia per la Vita (PAV).   La cerimonia si è avuta nel pomeriggio nel Santuario di Santa Maria Madre della Provvidenza, all’interno dell’Opera della Provvidenza di Sant’Antonio (OPSA) a Sarmeola di Rubano, Padova, città del neovescovo, che ha 67 anni e una laurea in medicina presso il prestigioso ateneo patavino.   Era presente, oltre al vescovo Cipolla (quello nella cui città si prega contro «qualsiasi tradizione che offusca lo spirito evangelico»), anche un peso massimo del Vaticano, il segretario di Stato Pietro Parolin, e pure il predecessore alla presidenza della PAV, monsignor Vincenzo Paglia. Non solo: vi erano anche monsignor Pierantonio Pavanello (diocesi di Adria-Rovigo), monsignor Giampaolo Dianin (diocesi di Chioggia), monsignor Giuliano Brugnotto (diocesi di Vicenza), mons. Riccardo Battocchio (diocesi di Vittorio Veneto) e monsignor Giuseppe Alberti (diocesi di Oppido Mamertina-Palmi); i vescovi emeriti monsignor Antonio Mattiazzo (diocesi di Padova) e monsignor Michele Pennisi (diocesi di Monreale); monsignor Fabio Dal Cin, arcivescovo prelato di Loreto e delegato pontificio per il Santuario della Santa Casa, monsignor Ivo Scapolo, ex nunzio apostolico in Portogallo.   Insomma, un’ordinazione davvero sentita dall’istituzione cattolica. E non solo: c’era pure la terza carica della Repubblica Italiana, il presidente della Camera onorevole Lorenzo Fontana, che alcuni pensavano fosse un tradizionalista cattolico, qui sorridente ed entusiasta assai.  

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I lettori di Renovatio 21 hanno potuto leggere un articolo in cui venivano elencati alcuni punti controversi della carriera del Pegoraro, che al momento della nomina a presidente PAV aveva espresso l’intenzione di «lavorare in continuità con i temi e la metodologia di questi anni, valorizzando le competenze specifiche del nostro ampio e qualificato gruppo internazionale e interreligioso di accademici».   Si tratta della stessa PAV che con Paglia, quello della 194 «pilastro della vita sociale» e delle geremiadi per infliggere la quinta dose mRNA agli anziani, aveva di fatto ha aperto a contraccezione ed esseri umani prodotti in laboratorio, passando per l’eutanasia con DAT con modulo accluso ai libri pubblicati dalla Pontificia Accademia.   Il vaticanista Edward Pentin aveva riassunto per il National Catholic Register alcune dichiarazioni controverse, invero gravemente controverse, nelle quali era incappato quello che era definito «il braccio destro di Paglia» divenuto vertice PAV.   Nel 2022, ha commentato il sostegno di altri membri del PAV al suicidio assistito e la probabilità, all’epoca, che una legge sul suicidio assistito o una legge sull’eutanasia venissero legalizzate in Francia. Ha ammesso che sembrava scontato che una delle due sarebbe stata legalizzata e che, tra le due, il suicidio assistito offriva maggiori garanzie rispetto alla legge sull’eutanasia. Tuttavia il monsignore aveva sottolineato con fermezza che entrambe le opzioni erano in contrasto con l’insegnamento cattolico: il discorso del sasso e della mano che conosciamo bene negli equilibrismi della democristianeria maleminorista.   Un’intervista rilasciata alla fine del 2022 suggeriva che Pegoraro fosse aperto alla possibilità dell’uso di contraccettivi. «La norma contro la contraccezione «segnala valori che devono essere preservati nella vita matrimoniale – in particolare il senso della sessualità e la trasmissione della vita – ma è anche vero che altri valori degni di essere protetti possono essere presenti nella situazione che la famiglia sta vivendo» avrebbe detto il nuovo vescovo parlando con il veterano vaticanista Francis Rocca sul Wall Street Journal. «Ad esempio, ha affermato mons. Pegoraro, la contraccezione potrebbe essere ammessa “nel caso di un conflitto tra l’esigenza di evitare una gravidanza per ragioni mediche e la salvaguardia della vita sessuale della coppia”».   In un’intervista del luglio 2025 a La Repubblica il Pegoraro, pur dicendo di condannare il suicidio assistito, sembrava accettare certi criteri imposti dalla Corte Costituzionale in tema eutanasia. «Monsignor Pegoraro: “Sul fine vita Chiesa aperta al dialogo» era il titolo dell’articolo apparso sul quotidiano «laico». «In una società pluralista è necessario trovare delle mediazioni. Applicare meglio le leggi su cure palliative e consenso informato del paziente» scriveva l’occhiello per riassumere il contenuto della conversazione con il prelato.   Possiamo raccontare anche un altro episodio, non finito sui giornali. Si era a metà degli anni 2010, nel pieno della battaglia sul gender che stava entrando di prepotenza nelle scuole – cosa a cui, nonostante i vani proclami di Pro-vita & Famiglia e dei Valditari, è semplicemente accaduta, forse proprio per un placet che neanche tanto silenziosamente l’Oltretevere aveva dato.   Una scuola cattolica patavina, gestita da coriacee suore, organizza un incontro sul tema. L’ospite più ambito per tali conferenze di rottura era all’epoca Elisabetta Frezza, che girava il Veneto e l’Italia tutta sconvolgendo le masse (chi scrive ha visto palazzetti di cittadine campagna con gente che aspettava fuori: duemila, tremila persone) raccontando del piano in atto, apofanticamente rivelato da schemini come quello sull’educazione sessuale OMS.

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Alla conferenza organizzata dalle suore, Elisabetta, davanti alla solita torma di genitori sbigottiti e via via più imbestialiti, spiega la teoria gender e la sua penetrazione a scuola. Sul tavolo non c’è solo lei, c’è anche lui, don Pegoraro, a quel tempo solo noto come prete bioetico, e con probabilità figura già di un certo peso nell’ecosistema ecclesiastico della città del Santo.   Dopo la Frezza prende parola don Pegoraro, solo che, ascoltando quanto dice, il pubblico fa partire mugugni, fischi, buuu, in maniera sempre più aperta. Era il momento in cui la chiesa padovana aveva recepito, per prima, l’allarme in corso, ed era corsa ai ripari per spegnere l’incendio: cioè, non per combattere l’ideologia omotransessualista anticristiana versata nelle scuole dei nostri figli, ma per normalizzare, tranquillizzare, dire che è tutto sotto controllo. Uscì un comunicato di un alto prete della diocesi che diceva che andava tutto bene, che bisognava fidarsi dell’allora ministro all’istruzione Stefania Giannini, già rettrice dell’università di Perugia e nota per le foto in topless finite sui rotocalchi.   Dopo questo segnale, le conferenze agguerrite persero una buona porzione di audience: alla fin fine, ogni genitore anela a sentirsi rassicurato, a vedere l’orrenda dissonanza cognitiva (ma davvero devo credere che vogliono pervertire mio figlio?) chiusa per sempre.   E così, nonostante i fischi, quella linea è passata. Così, senza che il clero cattolico sparasse un colpo – anzi – siamo passati dalla propaganda a scuola agli ormoni bloccanti e alle proposte di mutilazione sessuale per i nostri figli, grazie anche alla diffusione incontrastata della carriera alias.   Ora visualizziamo alle immagini di tutti questi prelati importanti in questa brutta chiesa moderna fuori Padova, e poi pensiamo ai quattro giovani che, in una spianata verde gremita da diecine di migliaia di fedeli in festa, saranno consacrati vescovi per la FSSPX.   Quattro sacerdoti che sono rimasti fedeli alla Chiesa di Cristo, alla sua dottrina, alla sua tradizione: essi saranno, con buona probabilità, scomunicati, mentre i Pegorari divengono vescovi con ogni onore possibile.   È anche da questi episodi che vediamo in quale crisi abissale si è cacciata Roma. E vediamo pure quanto le consacrazioni della Fraternità San Pio X siano davvero necessarie alla sopravvivenza della fede cattolica – e forse, in un momento in cui la bioetica vaticana apre al mondo umanoide – dell’umanità stessa.   Roberto Dal Bosco 

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