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Pensiero

Twitter, gas, economia: oramai è chiaro che non lo fanno per denaro. Lo fanno per la vostra distruzione

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Bisogna essere grati a Elon Musk e Vladimir Putin, perché in pochi giorni hanno mostrato il bluff del XXI secolo.

 

Ambedue, a loro modo, hanno fatto vedere a tutti qualcosa di pazzesco: a chi detiene il potere, il danaro non importa.

 

Ma come? Siamo cresciuti con i dogmi del materialismo. I liberali dicevano che tutto si fa per profitto, ci sta poi una mano visibile che governa la storia a seconda di come procedono i mercati, che sono mossi dalla voglia di far soldi. Ci siamo dovuti sciroppare per decenni anche i marxisti, che dicevano che l’economia è il motore della storia. Tutto avviene per soldi, punto.

 

Apprendiamo ora che non è così. Forse era così fino al XX secolo, il XXI, come stiamo vedendo, è diverso. Abbiamo tuttavia la percezione che così non è stato mai…

 

Andiamo con ordine.

 

Elon Musk, il patron di Tesla e SpaceX, tecnicamente l’uomo più ricco della Terra, sta cercando di comprare Twitter. Prima ha messo sul piatto 3 miliardi di dollari e si è preso circa il 10% delle azioni. Lo ha fatto, ha cominciato a dire, per la questione per la libertà di espressione, che vede lesa sulla sua piattaforma preferita, per la quale si è spesso messo nei guai – è stato portato in tribunale dal tizio che ha salvato i bambini tailandesi che stavano annegando nella grotta per avergli dato del pedofilo; l’ente di controllo della borsa USA, la SEC, lo ha mazzerato varie volte per i suoi tweet, lo ha multato, ha imposto che avesse perfino una supervisione.

 

Nelle ultime settimane aveva detto di essere un «free speech absolutist», un assolutista della libertà di espressione, che come sappiamo in USA è protetta, in maniera sacra e mistica, dal Primo Emendamento della Costituzione: a inizio del conflitto aveva twittato che un governo (non specifica quale, dice solo che non è stata Kiev) gli aveva chiesto di bloccare tutti i canali russi dai suoi satelliti, e lui si è rifiutato.

 

Ora è andato oltre. Dopo essere divenuto (momentaneamente, vedi sotto) il più grande detentore di azioni di Twitter, ha rifiutato di entrare nel board, rilanciando in modo ancora più pazzesco: mette sul piatto più di 40 miliardi di dollari – per capirci: il PIL della Moldavia è 12 miliardi – per comprare ogni singola azione di Twitter in circolazione, e quindi togliere la piattaforma dalla Borsa, far cessare la censura (oggi chiamata orwellianamente «moderazione dei contenuti») e il blocco degli utenti: ricorderete, Twitter riuscì a depiattaformare un presidente USA quando ancora era in carica, e il suo nome è Donald Trump.

 

La risposta del board di Twitter – i cui membri, si è scoperto, non raggiungono neanche lontanamente l’1% delle azioni, è stata quella di barricarsi e inventarsi una «poison pill»: in pratica, diluire il prezzo delle azioni artificialmente per impedire la scalata.

 

In pratica, una scelta anti-economica: i membri del consiglio di amministrazione dovrebbero (per legge!) fare gli interessi degli azionisti, e l’offerta di Musk è più che buona per una società che di fatto ha sempre avuto un problema di stagnazione nella creazione di valore.

 

Niente da fare: si sono asserragliati, forti degli incredibili segnali dell’intellighentsja della sinistra americana, totalmente nel panico: CNN e CNBC mandano in onda interventi che danno a Musk del razzista, ricordando le sue origini sudafricane. Il columnist Max Boot rievoca gli ultimi giorni dei caffè di Weimar prima dell’avvento del III Reich. Sul Washington Post, la capa di Reddit Ellen Pao (nota per lo più per scandali e denunce a sfondo sessuale dove lavorava in Silicon Valley) arriva a scrivere che bisogna impedire ai miliardari di controllare i mezzi di informazione, e lo fa, appunto, sul Washington Post, che è di Jeff Bezos, l’uomo di Amazon, il secondo più ricco del mondo dopo Musk e suo antagonista diretto nella corsa privata verso lo spazio.

 

Ancora più interessante, tuttavia, è stata la reazione, subitanea e poco strombazzata, che si è avuta ai massimi livelli della finanza di Wall Street.

 

Vanguard Group, con BlackRock una delle più grandi società d’investimento del pianeta, ha in grande rapidità e silenzio acquistato 82,4 milioni di azioni di Twitter divendo azionista per il 10,3% della società – in pratica, superando Musk di una manciata di azioni.

 

Vanguard gestisce circa 8 trilioni di dollari in asset, con partecipazioni massicce in una quantità record di società S&P 500, cioè le prime aziende americane per valore di borsa.

 

Di Vanguard si è parlato nel biennio pandemico per i suoi interessi variopinti: Vanguard possiede l’8,12% di Pfizer, il 3,5% di AstraZeneca, il 7,71% di Facebook – delle aziende che quindi durante la pandemia, ha scritto il Sole 24 ore, hanno avuto qualcosa in comune, citando quindi cospicue partecipazioni azionarie nella maggior parte delle multinazionali che producono armi, tra le quali possiamo citare Lockheed Martin Corporation, Raytheon RTN, Bae Systems, Northrop Grumman Corporation & Orbital ATK e General Dinamics». Il giornale di Confindustria scrive anche che, nel contesto italiano, «Vanguard ha un’esposizione a Piazza Affari per più di 9 miliardi»

 

Musk quindi non deve mettere le mani su Twitter, neanche se lo fa secondo le regole, neanche se strapaga per farlo. È il sistema stesso in tutti i suoi ingranaggi, dai giornali ierofanti ai decisori occulti che spostano trilionate, ad averlo stabilito.

 

Quindi: esiste qualcosa che vale più del danaro. E cosa saràmai?

 

È il controllo. Il controllo del pensiero, il controllo del discorso. Chi ha in mano Twitter, ha in mano una certa porzione dell’opinione pubblica – almeno, quella che ancora passa per i giornalisti, che – come diceva giustamente il conduttore-comico (non sempre divertentissimo) di Fox Greg Gutfeld – sono dipendenti da Twitter come da una droga. È il social delle dichiarazioni, delle informazioni dirompenti, del flusso continuo di parole e video di rilevanza immediata.

 

(Era, di fatto, il social di Donald Trump, che lo usò per disintermediare il sistema dei media che doveva sabotare la sua campagna 2016. Il valore di Twitter salì con Trump, crollò quando lo buttarono fuori: se mai servisse una riprova sul fatto che ai padroni del vapore non interessano i soldi)

 

Ecco quindi che, pur di mantenere le redini della narrazione, azionisti e membri del board accettano di perdere danaro. Tanto danaro. La grandezza di Elon Musk è stata anche l’aver messo un cartellino con il prezzo alla censura del libero pensiero: gli offri 40 miliardi, e rifiutano.

 

È così: l’obbedienza della popolazione, l’adesione delle genti alle storie che ci raccontano, vale molto, molto di più. L’intero si sistema (dai vaccini alla stabilità finanziaria) si regge sulla narrazione unica. Farla crollare significherebbe perdere tutto. Perdere trilioni, certo. Perdere il potere, per sempre. Perdere il controllo, soprattutto.

 

Non lo fanno per i soldi, quindi, no.

 

E lo stesso possiamo dire per il gas naturale, il diesel, l’economia, e perfino il cibo. Per la loro carenza, che a breve si farà sentire in modo preoccupante, viene oggi accusato Putin. Questo nonostante i problemi del gas, come segnalato da questo sito, fossero anche prima dell’inizio dell’Operazione Z, con geremiadi del ministro della transizione ecologica e exploit di russofobia anche quando Mosca, è riportato, quest’anno ci ha venduto più gas del solito – e al prezzo concordato.

 

La filiera globale era già in crisi totale causa follia dei lockdown mondiali durati due anni. Un amico industriale mi dice che lui sta pagando anche il blocco temporaneo che si ebbe a Suez.

 

L’inflazione già correva in USA, con prezzi della benzina al gallone che raggiungevano cifre distopiche, ben prima che i tank russi entrassero in Ucraina.

 

Tuttavia è la reazione successiva ad essere interessante: i governanti d’Occidente, da Draghi a Johnson a Scholz a Biden o chi per lui, pur sapendo da mesi dello tsunami inflattivo in arrivo, pur sapendo della crisi dell’approvvigionamento di combustibile, grano, fertilizzante, hanno deciso, con una mossa talmente immediata da far pensare che fosse studiata da tempo, di porre sulla Russia sanzioni totalizzanti, autoescludendosi di fatto da ogni materia prima russa, di cui c’era già carenza, e da cui si era dipendenti.

 

Pensateci: è semplicemente folle. Hai male ad un piede perché hai pestato un chiodo: prendi il fucile e ti spari sul piede, pensando pure di fare bella figura.

 

Cioè, esattamente come i tizi nel board di Twitter, i nostri politici, i nostri grand- commis, non stanno pensando nemmeno lontanamente agli interessi dei loro azionisti, cioè il popolo italiano, le aziende del territorio, etc.

 

Le aziende hanno bisogno di gas, di argilla, di grano, hanno bisogno non solo di comprare la marea di materie russe, ma anche (questo non dovremmo dimenticarlo mai)  di esportare in Russia i nostri sempre apprezzati prodotti.

 

E il popolo ha bisogno di essere nutrito: a quanto sappiamo, stiamo per rischiare invece una crisi alimentare, seguita da un’ulteriore crisi migratoria di africani che fuggiranno dalle loro carestie per immettersi nelle nostre.

 

Lo vedete da voi: tutto questo non ha niente di economico. Nulla davvero: non c’è una decisione che sia una qui che abbia a che fare con lo sviluppo, con la protezione dell’economia, con il danaro.

 

Possono farci vedere mille volte in TV Draghi, Di Maio e l’amministratore ENI Descalzi che vanno con il cappello in mano in Algeria, in Azerbaigian, in Qatar, in Congo (!) per vedere se riescono a sostituire la quota di gas russo: sappiamo tutti che è impossibile, forse nemmeno solo nel breve periodo, è impossibile e basta. Impossibile e, soprattutto, antieconomico.

 

E allora, perché lo fanno? Perché operare scelte che vanno contro la popolazione?

 

Come possono prendere decisione che porteranno alla fame e alla morte?

 

La risposta è semplicissima, e chi legge Renovatio 21 già la conosce: perché è esattamente quello il programma.

 

Il programma è la decrescita. La decrescita dell’economia giocoforza è decrescita della popolazione.

 

La decrescita economica è sotto gli occhi di tutti noi. Questo sito cerca di elencarne i sintomi più visibili.

 

Le aziende stanno chiudendo, la filiera è distrutta. Quando chiude una fabbrica, il danno non è solo ai suoi proprietari, ai suoi operai, al suo territorio: è a tutto un sistema esteso. Amici agricoltori mi dicono di aver problemi a trovare le bottiglie per il vino o l’olio – i vetrai stanno chiudendo, perché il gas è troppo costoso.

 

I supermercati in vari Paesi d’Europa sono partiti con aumenti immani e razionamenti.

 

La fine del diesel, altra sostanza che prendevamo dalla Russia, non bloccherà solo i possessori di Volskswagen Golf, ma tutto il trasporto su gomma: i camion vanno a diesel, e senza camion in circolo non puoi spostare le merci o anche banalmente portare agli scaffali i prodotti alimentari (potete leggere, sull’argomento, l’articolo di William Engdahl appena pubblicato da Renovatio 21).

 

Le bollette sono alle stelle: non sono poche le persone che ci dicono che a causa dell’incapacità di far fronte a bollette irreali vogliono cambiare casa, andare a vivere, magari lasciando una casa che è della famiglia da generazioni  in uno spazio più piccolo – appunto, praticare sulla propria vita una decrescita immobiliare per motivi inediti (il costo di luce e gas…)

 

La decrescita della popolazione è pura conseguenza. Alla devastazione economica si aggiunge il terrorismo, la diffusione nell’aria di una imbattibile disperazione di fondo, che agisce come anticoncezionale cognitivo.

 

Ricordate i dati della natalità durante il COVID? 22% di bambini in meno dopo nemmeno 9 mesi dal primo lockdowno.

 

In un mondo povero, che si prepara ad essere pervaso da masse di disoccupati e da una violenza conseguente (nella quale, statene certi, potranno dare una mano le milionate di africani importati per la bisogna, di loro abituati in partenza agli Stati al collasso), chi davvero vorrà fare figli?

 

È un mondo già terrorizzato dal babau del cambiamento climatico, che secondo alcune statistiche è uno dei motivi per cui le donne americane più scolarizzate (e quindi, magari, sfaccendate o intossicate dalla propaganda ecofascista) non vogliono più mettere al mondo dei bambini.

 

Della decrescita della popolazione i padroni del vapore parlano da anni apertis verbis.

 

Bill Gates, Warren Buffett, i Rockefeller, mettiamoci dentro anche George Soros, che va alle loro cene: non hanno fatto mistero di perseguire un’agenda di spopolamento del pianeta.

 

Di più: non solo ne parlano, ma ci investono anche i loro miliardi.

 

Ecco quindi, che abbiamo capito: i miliardi, a chi comanda, non interessano più. Ne hanno già tanti, forse perfino troppi.

 

La cosa che interessa loro, invece, è la vostra distruzione. È il collasso della Civiltà, e la consequenziale riduzione della popolazione terrestre.

 

È la guerra contro l’uomo, contro l’Imago Dei. Costi quello che costi: carestie, aborti e sterilizzazioni di massa, guerre etc.

 

Vogliono resettare il mondo, sì.

 

E renderlo simile alla casa del loro padrone: l’Inferno.

 

 

Roberto Dal Bosco

 

 

 

 

 

Immagine di JonasDeRo via Deviantart pubblicata su licenza Creative Commons Attribution-NonCommercial-NoDerivs 3.0 Unported (CC BY-NC-ND 3.0)

Nucleare

Karaganov: l’UE sta giocando con il fuoco nucleare

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Renovatio 21 pubblica la traduzione di un saggio del politologo Sergej Aleksandrovic Karaganov. Lo scritto, apparso sul sito russo Global Affairs, risale a metà febbraio, prima dello scoppio della guerra in Iran. Karaganov, presidente onorario del Consiglio russo per la politica estera e di difesa e supervisore accademico presso la Facoltà di economia internazionale e affari esteri della Scuola superiore di economia (HSE) di Mosca. I lettori diRenovatio 21 conoscono il Karaganov per le sue affermazioni contro l’élite occidentale e riguardo l’uso di testate atomiche contro l’Europa nell’ambito del conflitto tra Occidente e Federazione Russa, un tema ribadito anche qui. Renovatio 21 potrebbe essere l’unico giornale in Italia a far notare che il presidente russo Vladimir Putin si è fatto vedere l’anno passato su un palco col Karaganov, quello del 27° Forum Economico Internazionale di San Pietroburgo (SPIEF), dove il politologo ha fatto da moderatore: un segno potente che nessuno, né sulla stampa né al governo, sembra avere colto, ma che invece dovrebbe terrorizzare tutti, soprattutto quelli che hanno finanziato e armato il regime di Kiev. Il politologo russo ha fatto dichiarazioni di profondo significato geopolitico anche in una recente intervista con il giornalista americano Tucker Carlson, dettagliando come in questo momento l’Europa potrebbe essere oggetto di lanci atomici russi: una prospettiva terrificante di cui, a parte noi di Renovatio 21 e pochissimi altri, nessuno sta davvero parlando

 

L’attuale fase della guerra dell’Occidente con la Russia potrebbe essere prossima alla conclusione. È durata più a lungo del dovuto. È mancata la determinazione a ricorrere alla deterrenza nucleare attiva, che è l’unica soluzione al «problema europeo», che è tornato a essere una minaccia per noi. L’Operazione Militare Speciale (della Russia in Ucraina, ndr) ha dato una spinta alla Russia. Si è rianimata.

 

Il patriottismo è cresciuto, le persone hanno potuto mettere in mostra le loro migliori qualità, l’orgoglio per la Patria e la consapevolezza del valore del servizio alla Patria crebbero, e l’economia e la scienza. L’importanza delle professioni più importanti – ingegneri, scienziati, ufficiali, operai specializzati e medici – fuè stata riconosciuta. Anche se non ancora quella degli insegnanti. Ne parleremo più avanti.

 

Attirando il fuoco su noi stessi, noi, con le mani degli occidentali, abbiamo seriamente minato la posizione della borghesia compradora e dei suoi lacchè tra l’intellighenzia. Permettetemi di ricordarvelo: i colonialisti portoghesi chiamavano i commercianti locali che lavoravano per loro «compradores». Grazie alle riforme degli anni Novanta, abbiamo alimentato questo strato fino a proporzioni dolorose. È gratificante che il processo di purificazione dalla feccia occidentale, dai traditori e dagli Smerdjakov, stimolato dall’Operazione Militare Speciale, sia iniziato senza una dura repressione.

 

È un peccato che il popolo abbia dovuto pagare la ripresa iniziale del Paese e dell’economia con la vita di decine di migliaia di valorosi soldati. La loro eterna gratitudine e il loro ricordo. E se, o meglio, quando, la guerra incompiuta riprenderà, tali sacrifici non potranno più essere fatti.

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Dove andare? Contorno esterno

Esperienza personale: nel 2013, ho provato ancora una volta (con molta più fermezza e insistenza di prima) ad avvertire un gruppo di leader europei che la loro politica di adesione dell’Ucraina all’UE e alla NATO avrebbe portato alla guerra e a milioni di vittime. Ricordo distintamente che nessuno osò guardarmi negli occhi; si guardarono i piedi. E poi continuarono a parlare dei benefici dell’espansione della «zona di democrazia , fiducia e diritti umani». Volevano acquisire altri 40 milioni di schiavi bianchi (ci riuscirono parzialmente, anche se su scala minore: diversi milioni di rifugiati).

 

Parlavano della necessità di contenere una Russia allora leale. Purtroppo, abbiamo risposto in modo incoerente all’aggressione della NATO in Libia nel 2011. E stiamo pagando il prezzo di anni di pacificazione, tentativi di compiacere e della natura compradora di una parte della nostra élite.

 

Riconquistando la Crimea nel 2014 ed entrando in Siria nel 2015, la Russia ha temporaneamente rallentato l’escalation dell’Unione Europea verso le avventure militari. Ma poi siamo diventati sempre più compiacenti. Se l’ultimatum che chiedeva di fermare l’ espansione della NATO fosse stato emesso nel 2018-2020 e supportato da un maggiore ricorso alla deterrenza nucleare, la guerra attuale avrebbe potuto essere evitata. Oppure sarebbe stata molto meno sanguinosa e prolungata. Nel 2022, è diventato chiaro che sia gli occidentali che la giunta ucraina si stavano preparando diligentemente.

 

Ci sono molte persone in Ucraina, soprattutto nelle regioni orientali e meridionali, che possiamo definire un popolo vicino a noi. Ma la parte indigena e più profonda – principalmente a ovest del Dnepr – è un popolo diverso. Hanno una storia diversa, codici culturali diversi e un forte sentimento anti-russo, alimentato per anni prima dagli austro-ungarici e dai polacchi, e poi da altri occidentali. Alla fine, hanno contrapposto gli ucraini alla Russia. È necessario stabilire una barriera razionale contro i mali ucraini ed europei, per proporre e attuare il nostro sano e solido percorso di sviluppo.

 

Al momento stiamo vincendo, ma non abbiamo ancora iniziato a rispondere in modo coerente a queste azioni apertamente aggressive. Tra queste, i dirottamenti delle nostre navi da parte dei pirati, le minacce di chiusura degli stretti, i tentativi di stabilire un blocco economico di fatto, gli attacchi ai terminal petroliferi e i tentativi della giunta di Kiev (con l’istigazione, o almeno il supporto occulto, delle élite europee) di silurare le nostre petroliere. Stiamo rispondendo a queste e ad altre simili provocazioni e attacchi alle nostre città intensificando i bombardamenti su obiettivi in ​​Ucraina. Ma questa non è una soluzione.

 

L’Ucraina è stata deliberatamente gettata nel fuoco della guerra affinché le fiamme ci bruciassero. Agli europei non importa della gente. E questa guerra continuerà, con intensità variabile, finché la fonte di questo e di altri conflitti non sarà sconfitta: le élite europee, che si stanno deteriorando intellettualmente, moralmente e materialmente. Nel tentativo di impedire l’inevitabile, ovvero il crollo del familiare e benefico status quo, stanno fomentando la guerra nel subcontinente, rifiutandosi di riconoscere che rischiano la sua distruzione.

 

Non abbiamo ancora distrutto l’ennesima coalizione ostile, come abbiamo fatto nelle guerre del 1812-1815, e soprattutto non nel 1941-1945, né spezzato la volontà di aggressione. La battaglia è entrata in una fase intermedia – il mediogioco, nel gergo scacchistico. I resti dell’Ucraina, alimentati dall’Occidente, continueranno a generare instabilità e terrorismo, sebbene a un’intensità leggermente ridotta. La guerra economica contro di noi non cesserà.

 

L’Europa si prepara a un nuovo scontro, probabilmente utilizzando (non necessariamente sotto le bandiere ucraine) i resti dell’esercito ucraino, per poi lanciarli, rafforzati e riequipaggiati, in battaglia insieme ai lanzichenecchi dei paesi europei poveri.

 

Dopo il cambio di scenario, l’attuale regime compradore, con la sua componente ultranazionalista e di fatto nazista, conserverà molto probabilmente notevoli capacità militari, che saranno alimentate in vari modi.

 

Le inevitabili provocazioni e violazioni di qualsiasi possibile accordo dovranno essere affrontate con la forza militare. Pioveranno accuse di «aggressività» e violazione degli «accordi di pace». L’aggressione aperta riprenderà quasi certamente. La maggior parte delle sanzioni rimarrà in vigore.

 

Ma la nostra strategia per combattere questa guerra deve essere radicalmente diversa dalla precedente. Il suo obiettivo è, come è stato finora, facilitare il ritiro degli Stati Uniti dall’Europa e la loro uscita definitiva da questo conflitto. Il metodo è il rigoroso contenimento. L’obiettivo primario è la sconfitta dell’attuale élite europea, che non vede altra via per aggrapparsi al potere se non quella di alimentare l’ostilità verso la Russia, indebolire la sua popolazione e alimentare le fiamme del conflitto.

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Argomento nucleare

L’unico modo per fermare questo processo è dimostrare una reale volontà di usare armi , inizialmente non nucleari, contro centri di comando, infrastrutture critiche e basi militari nei paesi europei che svolgono un ruolo chiave nella preparazione e nella conduzione di operazioni militari contro la Russia. Tra gli obiettivi principali dovrebbero esserci le concentrazioni di élite, comprese quelle delle potenze nucleari; una reazione seria deve essere portata nelle loro capitali.

 

Se gli attacchi non nucleari falliscono e l’Europa non si ritira, o meglio ancora, non capitola, dobbiamo essere pienamente preparati – militarmente, tecnicamente e, soprattutto, politicamente e psicologicamente – a lanciare attacchi nucleari strategici di ritorsione limitati, ma sufficientemente massicci – per avere effetto politico. Le nostre forze nucleari strategiche e non strategiche devono essere sviluppate di conseguenza. Naturalmente, prima di lanciare attacchi nucleari, dovrebbero essere lanciate diverse salve di missili tattici-operativi non nucleari.

 

A lungo termine, dobbiamo considerare l’idea di negare a Francia e Gran Bretagna l’accesso alle armi nucleari. Scatenando una guerra contro la Russia, hanno perso il loro diritto morale e politico a possederle. Le élite di questi paesi, così come altri europei, in particolare i tedeschi, devono comprendere fermamente che se acquisiscono armi nucleari o le costruiscono, diventeranno bersagli legittimi per attacchi preventivi.

 

L’Europa, con la sua storia di guerre, aggressioni, genocidi seriali, razzismo, colonialismo e l’attuale negazione della normale moralità umana, della fede in Dio (e di Dio nell’uomo), che ha nuovamente scatenato una guerra contro la Russia, deve sapere: non ha alcun diritto su tali armi.

 

Gli Stati Uniti, avendo ricevuto i segnali corrispondenti e già consapevoli, sotto la guida di Biden, che continuare la guerra in Ucraina rischia di provocare un’escalation nucleare (anche sul suolo americano o, inizialmente, con attacchi alle basi americane in Europa), stanno cercando di coprirsi le spalle. Trump sta offrendo soluzioni apparentemente pacifiche al conflitto. Vale la pena cercare di trarne vantaggio, dando al mondo la possibilità di guarire le ferite inflitte da anni di guerra e di porre fine alla perdita dei nostri eroici soldati.

 

Si potrebbe tentare di stabilire una limitata cooperazione economica con gli Stati Uniti, laddove è indubbiamente vantaggiosa e affidabile. Ma senza la speranza che diventi un fattore determinante per la pace. Contrariamente ai miti degli ingenui marxisti e dei loro fratelli intellettuali, gli economisti liberali, gli interessi economici non sono il fattore determinante primario della politica statale. Essi passano invariabilmente in secondo piano quando si tratta di conflitti seri, soprattutto guerre, cedendo il passo a fattori geopolitici, strategico-militari e persino ideologici. Inoltre, gli Stati Uniti traggono vantaggio dal continuo confronto in Europa. Vendono armi, saccheggiano i loro alleati più ricchi e attraggono capitale industriale, finanziario e umano.

 

Le proposte di pace di Donald Trump non mirano a una pace duratura. Userò un semplice espediente retorico. Cosa mi interesserebbe se fossi il presidente americano? Una continuazione del conflitto lento che indebolisce la Russia, distraendola dallo sviluppo interno e da altre aree di competizione geopolitica. Una continuazione del confronto europeo, a un’intensità inferiore, per distogliere la Russia dal suo orientamento verso la Grande Eurasia e, soprattutto, la Cina. L’alleanza russo-cinese è già la forza dominante nel mondo. Farei leva sui residui sentimenti occidentali e filo-europei presenti nell’élite e nella società russa per impedire alla Russia di diventare un paese intellettualmente, spiritualmente ed economicamente sovrano, un attore chiave nel supercontinente in crescita.

 

Questo articolo non è né il momento né la sede per proporre una politica specifica riguardo alla prospettiva di uno scontro con l’Europa e l’Occidente in Ucraina. Mi limiterò a un consiglio che mi sembra l’unica alternativa, e persino tardivo. Non possiamo impantanarci in un conflitto senza fine, come quello israelo-palestinese, ma dobbiamo essere al sicuro.

 

Per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo correggere rapidamente i nostri errori passati e aumentare drasticamente il nostro affidamento sulla deterrenza nucleare in Europa. Queste élite devono essere intimidite, non semplicemente contenute. Fingono solo di temerci per rafforzare la loro potenza militare. Ma dovrebbero davvero essere terrorizzate da noi, comprendendo che una continuazione, o addirittura un’escalation, le minaccia di un’inevitabile distruzione fisica. E un accumulo di armi è inutile, poiché porterà a una risposta nucleare devastante.

 

La precedente politica di prontezza all’uso limitato di armi nucleari si è rivelata maliziosamente controproducente. La nostra moderazione fa il gioco di coloro che alimentano l’isteria militarista e la russofobia e si preparano alla guerra.

 

La moderazione significa anche sottrarsi alla responsabilità di una grande potenza di prevenire l’escalation dei conflitti che potrebbero portare a una Terza Guerra Mondiale, la quale potrebbe porre fine all’attuale civiltà umana. La cautela ha iniziato a sconfinare nell’irresponsabilità.

 

La dottrina militare deve essere modificata per includere un impegno all’uso di armi nucleari nel caso in cui la guerra venga condotta da un avversario con un potenziale economico e demografico maggiore. È giunto il momento, almeno a livello di esperti, di abbandonare la premessa ereditata dall’era Gorbaciov-Reagan secondo cui «non ci possono essere vincitori in una guerra nucleare». Questa premessa contraddice ogni logica militare e ha portato, tra le altre cose, allo scoppio di una guerra calda tra NATO e Russia.

 

Naturalmente, non sto invocando una guerra nucleare. Anche se vittoriosa, sarebbe un peccato grave. Ma dobbiamo essere pienamente preparati, affinché l’inazione e l’indecisione non aprano la strada al crimine di continuare una campagna militare che logora il Paese e la sua popolazione, minacciando di degenerare in una catastrofe termonucleare globale. Rifiutarsi di bloccare la strada verso un simile risultato è un peccato ben più imperdonabile. E, soprattutto, è un errore.

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Multipolarità reale

Anche se e quando infliggiamo una sconfitta strategica all’Europa, gran parte di essa continuerà la sua discesa verso la stagnazione, l’aumento delle disuguaglianze e la tensione sociale. E, di conseguenza, verso varie forme di fascismo, sia di destra che di sinistra. La dissoluzione dell’Unione Europea e l’uscita degli Stati Uniti riporteranno gli europei alla loro consueta esistenza storica, fonte di guerre , instabilità e altri disastri. Fortunatamente, non il colonialismo: non avremo la forza di farlo nel nuovo mondo. L’Ucraina, speriamo, è stato l’ultimo tentativo di acquisizione territoriale.

 

Qualunque sia lo scenario dei prossimi decenni, è necessario un disimpegno selettivo dall’Europa. Gli scambi commerciali, se possibile, potrebbero essere parzialmente ripristinati, ma senza le aspettative precedenti. E in nessun caso dovremmo lasciarci influenzare da potenziali tentativi, anche interni al nostro Paese, di tornare a discutere di un sistema di sicurezza europeo. Ripeto il pensiero spiacevole già espresso in articoli precedenti: l’attuale «orientamento verso l’Europa» è segno di ottusità intellettuale e persino di corruzione morale. Un sistema di sicurezza e sviluppo esiste solo nel quadro della Grande Eurasia.

 

È più difficile prevedere la situazione negli Stati Uniti. Il Paese è infetto dalla cosiddetta «malattia europea». Ma la resistenza a questa malattia è piuttosto forte lì. Tra gli esempi figurano il movimento MAGA e, in una certa misura, le politiche interne del Presidente Trump. Gli Stati Uniti hanno mantenuto il loro potenziale educativo, scientifico e tecnologico, traendolo, in parte, dall’Europa. Come accennato in precedenza, gli americani hanno iniziato a ritirarsi dalla loro posizione egemonica. La loro dipendenza dalla destabilizzazione delle regioni che stanno abbandonando, insieme alle loro tendenze neo-imperialiste, permangono. Inoltre, sono sempre più evidenti e pericolose.

 

Gli Stati Uniti rimangono un nemico pericoloso per il mondo, Russia inclusa. Le illusioni sono inaccettabili.

 

Pertanto, la nostra linea di condotta è quella di continuare a esercitare la deterrenza, anche, se necessario, rafforzandone la componente nucleare. Le discussioni sull’opportunità di ulteriori riduzioni del potenziale nucleare, comprese quelle strategiche, sono una presa in giro del buon senso. Gli Stati Uniti stanno apertamente perseguendo la creazione di sistemi di difesa antimissile e antisommergibile per il proprio territorio, da qui la loro intenzione di impadronirsi della Groenlandia, minando il potenziale deterrente della Russia.

 

La principale fonte di sentimento antinucleare è un comprensibile ma controproducente pacifismo, che nasce dagli ambienti militare-industriali legati alla produzione di armi convenzionali e da coloro che cercano di tradurre i loro rimanenti vantaggi scientifici, tecnologici ed economici in vantaggi politici. Le armi nucleari annullano questi vantaggi, rendendo superflua una corsa agli armamenti non nucleari.

 

La potenziale instaurazione di una cooperazione economica selettiva è vantaggiosa. Ancora una volta, niente illusioni. Dopo aver iniziato a ritirarsi dalla propria posizione di egemone globale, gli Stati Uniti stanno cercando di minare la stabilità proprio nei luoghi in cui si stanno ritirando. I tratti di questa politica sono evidenti nel desiderio di mantenere le tensioni intorno a Taiwan, al Medio Oriente, all’Asia centrale, al Caucaso e, naturalmente, all’Europa, dove stanno segretamente alimentando il confronto.

 

Gli Stati Uniti hanno sviluppato un gusto nell’usare i legami economici come strumento di pressione e persino di guerra su una scala storicamente senza precedenti. Sono interessati a ripristinare parzialmente i legami con la Russia per indebolire quelli con la Cina. Questo loro interesse potrebbe valere la pena di essere sfruttato: diversificare i legami economici è vantaggioso. Ma, ancora una volta, deve essere fatto con estrema cautela, evitando un raffreddamento delle relazioni con Pechino. Parallelamente alle discussioni su un cessate il fuoco, Washington sta cercando di aumentare la pressione sulle sanzioni.

 

Per anni abbiamo invocato, e ora quasi pregato, la multipolarità apparentemente raggiunta . Essa porta molti benefici positivi: soprattutto, maggiore sovranità per paesi e popoli, maggiori opportunità per loro di scegliere liberamente i propri percorsi di sviluppo – ideologico, culturale, politico ed economico. Ma c’è anche un aspetto negativo.

 

Innanzitutto, si tratta di conflitti che incombono su tutti i fronti, esacerbati dal cambiamento climatico, dalla siccità in molte regioni, dalla carenza di cibo ed energia e dalle ondate migratorie. Le guerre economiche stanno diventando onnipresenti. Le istituzioni esistenti non sono in grado di affrontare queste sfide. Sono obsolete e stanno crollando per volere dei loro creatori, che si rendono conto che il sistema non offre più i benefici del primato.

 

Tuttavia, la situazione nelle aree non occidentali della geopolitica russa è promettente. Con la Cina, Paese amico, è necessario un approfondimento complessivo dei legami, al di là della massiccia importazione di manodopera. E non vi è alcuna ulteriore escalation – la prima risale agli anni ’90 – nell’abbandono dello sviluppo di settori industriali strategici. Allo stesso tempo, dovrebbero essere intrapresi sforzi congiunti, ove possibile, per garantire che questi legami non diventino fonte di vulnerabilità o irritazione in caso di un cambio di leadership in Cina. Sono necessari sforzi sistematici per compensare il crescente divario negli indicatori economici e demografici nei prossimi anni.

 

Con l’India non c’è alternativa se non quella di perseguire un percorso di riavvicinamento, anche attraverso l’importazione ordinata di manodopera indiana.

 

Non c’è alternativa alla crescente interazione – economica, scientifica, culturale e umana – con la porzione crescente e generalmente più sana dal punto di vista morale dell’umanità, i paesi della maggioranza mondiale. Attualmente, questa è principalmente l’Asia, e presto seguirà anche l’Africa. Il vettore della crescita demografica ed economica si sposterà lì.

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Informazioni sul contorno interno

Nell’attuale situazione globale, dovremo adattarci. Ma è necessario un approccio proattivo e preventivo, sia a livello internazionale che, soprattutto, a livello nazionale.

 

Innanzitutto, bisogna porre ancora maggiore enfasi sull’istruzione e, soprattutto, sull’educazione, fin dalla giovane età e per tutta la vita. Scuole, università e l’intero mondo dei media devono concentrarsi sulla formazione di patrioti con il massimo potenziale creativo. Il deficit demografico deve essere superato non solo attraverso misure volte ad allargare le famiglie e promuovere una longevità attiva. La nostra carenza di personale deve essere compensata dalla loro qualità. Gli insegnanti, seguendo le orme dei medici e dei militari, devono essere tra le professioni più retribuite. Naturalmente, devono essere preparati ad affinare le proprie competenze nella formazione e nella crescita di patrioti creativi e illuminati. L’intelligenza artificiale non dovrebbe sostituire l’intelligenza naturale, ma piuttosto svilupparla. Dobbiamo intraprendere una strada opposta a quella dell’Occidente, dove le persone sono di fatto e deliberatamente corrotte e ottuse.

 

Particolare attenzione è rivolta a coltivare in noi russi un atteggiamento attento verso la natura, la comprensione e l’amore per la nostra terra natale.

 

Abbiamo urgente bisogno di trovare modi per liberarci dall’attuale modello capitalista, che porta alla disumanizzazione delle società e degli individui. La civiltà moderna, inclusa la sua componente digitale, mina l’essenza stessa dell’umanità, trasformandoci in appendici delle macchine, consumando beni materiali e informazioni inutili, incapaci di azioni significative. Se questo percorso non viene bloccato da una strategia ben ponderata, minaccia di distruggere l’elemento umano negli esseri umani, e poi l’umanità stessa, senza alcuna guerra termonucleare globale. Il cambiamento climatico sta iniziando a portare a risultati simili se non viene contrastato con una strategia proattiva di sviluppo e adattamento.

 

Il capitalismo odierno , privo di norme etiche, trasforma gli esseri umani in appendici masticatorie simili a computer, aggravando le disuguaglianze e il cambiamento climatico. Soprattutto, svaluta la vita umana. Queste sono sfide di altissimo livello che devono essere riconosciute e affrontate con determinazione.

 

La soluzione ovvia per noi è quella di riformare il nostro modo di pensare e le nostre politiche pubbliche, in modo da preservare e sviluppare l’individuo, una persona sociale il cui obiettivo è servire la famiglia, la società, il Paese e lo Stato.

 

Una persona che ripristina la propria natura divina attraverso il miglioramento morale, intellettuale e fisico. Dobbiamo muoverci il più rapidamente possibile verso un modello di sviluppo post-capitalista, in cui l’impresa, l’imprenditorialità e la politica economica statale siano mirate non tanto al profitto a breve termine o addirittura alla crescita meccanica del PIL, ma allo sviluppo del singolo cittadino. L’obiettivo è aumentare il benessere familiare, ma in nessun caso si dovrebbe consentire un consumo eccessivo, soprattutto vistoso.

 

Naturalmente, l’iniziativa privata e l’imprenditorialità devono essere incoraggiate. Lo abbiamo visto nel XX secolo: reprimerle porta a un’esistenza misera, se non semi-impoverita, per la maggioranza. È vero, quando è stata concessa la completa «libertà», le cose sono andate quasi peggio. L’esperienza degli anni Novanta non deve essere dimenticata.

 

Abbiamo bisogno di una piattaforma ideologica sostenuta e promossa dallo Stato per il Paese e il suo popolo. Questa piattaforma è il nostro messaggio al mondo. Tale piattaforma deve basarsi sul servizio al bene comune e rivolgersi a coloro che sono pronti a farlo e cercano riconoscimento per esso. Questo non vale per tutta la società – essere un cittadino rispettabile e rispettoso della legge è accettabile e persino onorevole – ma le posizioni di leadership devono essere ricoperte da individui attivi con una chiara posizione civica.

 

Invece del termine «ideologia», che evoca varie associazioni, chiamiamo questa piattaforma «L’idea del sogno russo». Il suo avanzamento ha stimolato il dibattito pubblico e l’autodeterminazione del Paese e della società. Molti stanno trovando risposte che risuonano con noi. Un’opzione è stata proposta da un gruppo di scienziati e pensatori, principalmente di San Pietroburgo, guidati da V.A. Efimov: «L’ecosistema della creazione». Come la nostra piattaforma, mira non solo a preservare l’umanità e la biosfera nel nostro Paese, ma anche a offrire un modello di sviluppo alternativo, apparentemente l’unico sensato, per la maggior parte dell’umanità. Una Russia che non ha nulla da offrire al mondo non è una Grande Russia.

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E ora, qualcosa che mi sta molto a cuore: la necessità di spostare il centro dello sviluppo spirituale, culturale, economico e demografico a est della Russia, in Siberia. Già, questa magnifica, ma scarsamente popolata e persino poco esplorata terra del nostro futuro. Abbiamo chiamato questa strategia «siberianizzazione della Russia» o «Svolta Orientale 2.0».

 

Il cambiamento climatico sta ampliando l’area in cui vivere in modo confortevole, in un paesaggio naturale a volte aspro ma universalmente magnifico. Questa «siberianizzazione» dovrebbe essere facilitata dalla nuova strategia dei trasporti per la Russia, che noi, tra gli altri, stiamo sviluppando. Uno dei suoi principi fondamentali è che le rotte non seguono le persone, ma le guidano. Particolare enfasi è posta sulle arterie di trasporto Nord-Sud che collegano la Rotta del Mare del Nord, sviluppando nuovi territori lungo il percorso, con l’Asia in rapida crescita e, un passo avanti, con l’Africa.

 

In Siberia e nella Russia asiatica, dobbiamo avviare una nuova urbanizzazione incentrata sulle persone e mirata alla crescita demografica, attraverso la creazione di città e sobborghi bassi, per lo più in legno, attorno alle vie di trasporto e ai potenti centri scientifici, culturali e industriali esistenti, molto più adatti alla vita familiare e creativa.

 

L’Operazione Militare Speciale – la guerra dell’Europa contro di noi sul suolo ucraino – può creare ulteriori condizioni e incentivi per l’urgentemente necessaria «siberianizzazione».

 

Naturalmente, parte del patrimonio edilizio distrutto deve essere ripristinato e devono essere ripristinate condizioni di vita normali nelle regioni liberate e di confine. Ma in Occidente non c’è futuro. I semi dell’instabilità e delle varie minacce continueranno a diffondersi da lì per molto tempo a venire. Pertanto, si pone particolare attenzione all’attrazione di persone dalle regioni colpite e veterani del Distretto Militare Centrale verso le nuove città dei Trans-Urali, dove la vita dovrebbe essere significativamente più confortevole che nella Russia Centrale. Rinnovare la classe dirigente è ora più urgente che mai. Così come la partecipazione a megaprogetti per costruire arterie di trasporto e città del futuro per sé e per i propri concittadini.

 

Una nuova strategia di trasporto per la Russia asiatica , che includa il possibile sviluppo di una flotta di dirigibili, la riqualificazione dei grandi fiumi siberiani e la costruzione di città basse e sobborghi del futuro, può sembrare inverosimile. Ma cosa potrebbe essere inverosimile per un popolo i cui antenati, a cavallo tra il XVI e il XVII secolo, raggiunsero gli Urali e la Kamčatka in sei o sette decenni, costruirono la Ferrovia Transiberiana e la linea principale Bajkal-Amur (BAM) in un lasso di tempo drammatico e vinsero la Grande Guerra Patriottica?

 

La Siberia possiede il miglior capitale umano della Russia. Deve essere ampliato. La chiave è una solida e lungimirante definizione degli obiettivi e una forte volontà politica. Ci sono innumerevoli esempi nella storia russa. Negli ultimi cinquant’anni, sono stati dimenticati. Ma lo spirito russo sta iniziando a rinascere. Il suo sviluppo risiede nella «siberizzazione», nella creazione di un nuovo modello economico post-capitalista, in una nuova ondata ideologica e spirituale e nella costruzione di nuove vie di trasporto, città e sobborghi a misura di famiglia.

 

Sergej Karaganov

 

Sergej Karaganov, dottore in scienze storiche, professore emerito, direttore accademico della Facoltà di economia mondiale e affari internazionali presso la Scuola superiore di economia dell’Università nazionale di ricerca, presidente onorario del Presidium del Consiglio per la politica estera e di difesa.

 

 

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Il Giappone di fronte alla legalizzazione della prostituzione

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La Takaichi ha fatto anche cose buone. Nel corso di marzo una commissione del governo giapponese dovrebbe iniziare a discutere una riforma della legge che regolamenta la prostituzione nel Paese. Allo stato attuale la compravendita di prestazioni sessuali opera in un’area grigia ampiamente tollerata, fondata su quello che è di fatto un patto Stato-crimine organizzato efficace, per quanto esecrabile.   Sulla carta, la legge in Giappone non permette atti sessuali a pagamento che comportino la penetrazione vaginale, il che ha portato al fiorire di un’offerta di prestazioni alternative per soddisfare l’inevitabile domanda. È facile intuire però che le stanze degli alberghi a ore non dispongano di VAR, ragion cui per cui eventuali operazioni di meretricio sconfinanti nell’illecito non si vedono fischiare il pur meritato fuorigioco.   Al di là della visione «pagana» che ha della sessualità una civiltà che, per sua disgrazia, ha rifiutato il cristianesimo, si può semplificare dicendo che l’interesse della legislazione nipponica è quello di mantenere la prostituzione entro un’area limitata, proibendo ad esempio la ricerca di clienti in strada, in modalità peripatetica. Allo stato attuale, chi viene punito è chi vende il servizio, non chi lo compra: il cliente è quindi di fatto deresponsabilizzato.

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Alcuni fatti di cronaca recenti hanno però portato l’attuale esecutivo a riconsiderare la situazione. In primis c’è la trasformazione della zona della capitale tra Kabukicho e Shin Okubo (uno dei centri della vita notturna tokyota) in un centro della prostituzione di strada, dove ragazze poco più che adolescenti stanno nei parchi o sul ciglio della strada in cerca di clienti.   La zona in questione è anche una delle visite obbligatorie per i turisti stranieri (gattino in 3D e testone di Godzilla vi dicono niente?): unite la cosa all’attualmente bassissima valutazione dello yen e otterrete come il risultato che il Giappone sta diventando meta di turismo sessuale per i turisti di mezzo mondo.   Che le autorità sembrino finalmente volersi muovere contro questo umiliante fenomeno non può che essere apprezzato da chiunque, al di là delle personali idiosincrasie politiche.   A fare sì invece che si iniziasse a considerare la responsabilità penale del cliente è stata l’amara scoperta che a Yushima, a due passi dal famoso parco di Ueno, una dodicenne thailandese sia stata per mesi fatta lavorare in un bordello locale (ovvero: tecnicamente non un bordello sul modello di quelli attualmente legalizzati in Europa, ma comunque un esercizio che sulla carta operava legalmente).   Sono stati immediatamente arrestati la donna thailandese che fungeva da procacciatrice di lavoratrici per il postribolo e il proprietario dello stesso, ma il fatto che le indagini non abbiano immediatamente coinvolto i clienti ha causato indignazione generale.   Alla carrellata degli orrori di un mondo che l’idiozia imperante vende, a turno, come occasione di emancipazione della donna, raffinato passatempo per esteti gaudenti o razionale strumento di educazione sessuale, aggiungiamo il feto fatto a pezzi trovato nel frigorifero di un bordello di Kinshicho, nella zona est di Tokyo.   Una 22enne che lavorava e, a quanto pare viveva, nel bordello avrebbe partorito il bambino e, colta dal panico, immediatamente deciso di eliminarlo. Volendo però che il suo bambino le restasse vicino, avrebbe poi nascosto il corpo smembrato nel reparto congelatore del frigorifero del locale.   Non si sa quanto tempo sia passato prima che una delle altre lavoratrici se ne accorgesse, né come sia stato possibile che gravidanza, parto e infanticidio siano sfuggiti a gestore, clienti e colleghe.

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Al di là dell’orrore in questione, la notizia è un eccellente promemoria di un altro inevitabile effetto collaterale della prostituzione: gravidanze indesiderate e conseguente strage di innocenti.   La recente approvazione alla vendita della pillola abortiva come medicinale da banco in Giappone non potrà che peggiorare la situazione. Auguriamo di cuore al governo Takaichi di riuscire a sanare, almeno in parte, i danni che la prostituzione infligge alla società giapponese.   A Tokyo, nei pressi della stazione di Minowa, si trova il tempio Jokanji. Qui un monumento ricorda le più di 25000 prostitute del vicino quartiere dei piaceri di Yoshiwara che, una volta morte, venivano buttate come spazzatura all’entrata del tempio affinché i monaci si occupassero delle loro salme.   Se questo è il numero stimato delle donne gettate come oggetti inutili, proviamo a immaginare quello dei bambini indesiderati. Spero che un giorno Tokyo avrà un cimitero cattolico dove verranno ricordate le innumerevoli vite innocenti sacrificate nei secoli ai demoni che tiranneggiano sul Giappone.   Beato Giusto Takayama Ukon, prega per il Giappone.   Taro Negishi Corrispondente di Renovatio 21 dal Giappone

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Consacrazioni FSSPX, non «chi», ma «quanti»: il sogno di un fedele

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Per il piccolo mondo antico tradizionista è di certo la notizia più clamorosa, ancorché attesa, che si possa immaginare: le nuove consacrazioni della Fraternità San Pio X sono la comunicazione che tanti – nel mondo, milioni – aspettavano, e da decadi.

 

Chi scrive è un fedele FSSPX, per cui addentro, anche felicemente, a questa vorticosa, irrinunciabile hype ecclesiastica. Nel giro lefebvrista ovviamente non si parla d’altro, e si è slatentizzata definitivamente la pratica del toto-vescovi, che veniva esercitata sottovoce negli scorsi anni, mentre ora è in ogni chiacchiera fuori dalle cappelle, ogni telefonata, e non voglio pensare cosa siano ora certi gruppi Whatsapp e Telegram, applicazioni da cui cerco di tenermi più alla larga possibile.

 

Sì, il toto-consacrazioni impazza, al punto che alla pratica possiamo dare pure il nome in lingua inglese («l’inglese è il greco moderno») di bishopping. Chiunque ora si dà alle gioie del bishopping, con bishoppatori di tutte le età, bishoppano le vecchie guardie che hanno conosciuto monsignor Lefebvre come i neoconvertiti, i giovani, quelli di passaggio – che, per fortuna non mancano mai: una realtà senza «portoghesi» è una realtà morta.

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Ebbene, con discrezione, senza esagerare, mi ci sono messo anche io. Ho sentito varie voci, tra fraternitologi e persone con ampie cognizioni della FSSPX, per verificare quello che penso, farmi un’idea, tracciare un’ipotesi più chiara. Ne sono uscito solo con una certezza: ho solo opinioni, congetture – e sogni. E forse vale la pena, per una volta, di concentrarsi su questi.

 

Con ordine: il primo fraternitologo che ho sentito ha, come tutti (come me), alzato le mani al cielo – non c’è modo di sapere nulla. Mi dice: dicono che non faranno un africano, anche se forse sarebbe il caso, e rimarrano in Europa. L’età sarà bassa, perché per fare il vescovo della Fraternità ci vuole un fisico bestiale, per resistere agli urti della chiesa moderna, cresimando bambini a quattro angoli del pianeta, dall’Alaska al Sudafrica, da Tokyo all’Amazzonia. Ne faranno, secondo lui, tre: cifra conservativa. Di lui mi fido sempre, ma qui?

 

E chi saranno i futuri prelati? Ecco che si fa qualche nome, questo qui che fa questo, quest’altro che fa quello.

 

Sento un’altra voce con profonda conoscenza della materia, che con profonda saggezza mi conferma che non c’è modo di sapere: lo sa solo chi ha deciso, cioè chi le nomine le ha fatte, e chi verrà consacrato (forse). Lui dice: non ne faranno più di quattro. Immagino che sia perché quattro è il numero di vescovi ordinati eroicamente nel 1988 dal fondatore. Ma può esserci certezza qui? No. Nemmeno della provenienza: ci sarà un francese, un americano… probabile, sì, ma in ultima analisi cosa ne sappiamo? Nessuna certezza!

 

Nel frattempo è arrivata Roma. «Proseguono i contatti tra la Fraternità San Pio X e la Santa Sede, la volontà è quella di evitare strappi o soluzioni unilaterali rispetto alle problematiche emerse» ha detto il direttore della Sala Stampa vaticana Matteo Bruni. Ad occhio non sanno nulla neanche loro, anzi sanno meno di noi: con evidenza non hanno idea di cosa fare, mentre noi sì, pregare e tripudiare, baciare gli anelli, ricevere e tramandare, persistere, esistere – combattere sempre, perché militia est vita hominis super terram (Gb 7,1)

 

Non sappiamo nemmeno se la lettera ricevuta dal Vaticano, quella che da quel che dice il superiore generale don Davide Pagliarani avrebbe cagionato la decisione a procedere autonomamente con le consacrazioni, sarà pubblicata. Qualcuno bisbiglia: non è che la letterina sia venuta fuori di punto in bianco, stile bigliettini a scelta binaria con crocetta che circolano in classe a fine-elementari-inizio-medie: «Ti vuoi mettere con me? □ SI □ NO»

 

Immaginiamo il livello di difficoltà, con la Curia che può dire: «no… anzi sì, ma tra un po’… anzi no, anzi uno… uno nel 2028… anzi no… anzi sì, uno nel 2030, scelto da noi… anzi uno scelto da noi, da fuori della Fraternità». Roma locuta, causa infinita.

 

E cioè, tutto quello che non è stato fatto per i comunisti cinesi. Perché, rammentiamolo pure noi, la situazione è paradossalmente la medesima della Chiesa patriottica, il fac-simile della Chiesa Cattolica creato dal Partito Comunista Cinese, con cui Roma ha pensato bene di fare accordi – i famigerati, catastrofici, accordi sino-vaticani – ottenendone per premio la repressione più tremenda dalla chiesa sotterranea, la distruzione di chiese, il rapimento di seminaristi e sacerdoti, torture ai religiosi, insomma una tragedia immane, bagnata da ondate continue di sangue di martire.

 

Il Partito Comunista Cinese ha nominato e consacrato, tra i tanti degli ultimi mesi di scandalo, il vescovo di Shanghai – non solo quelli di province impronunciabili dell’entroterra sinico, ma il vertice della diocesi della seconda città più importante del Dragone. E cosa ha fatto il Sacro Palazzo? Nulla. Spallucce. Pazienza.

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Ma scusate, non ci sarebbe la questione della… scomunica? Massì, la scomunica latae sententiae per chi ordina vescovi illecitamente, ma validamente: un vescovo ordinato da un vescovo è un vescovo, anche se satanista. Latae sententiae significa che la pena canonica arriva senza giudizi, esce subito quando l’azione è compiuta. Cioè, la scomunica va considerata all’atto stesso: quindi anche i prelati comunisti cinesi, pur ratificati a posteriori, sono da considerarsi scomunicati?

 

Per il diritto canonico alla pena latae sententiae si contrappone la pena ferendae sententiae: in questo caso la scomunica c’è solo nel momento in cui viene pubblicamente dichiarata dal Sacro Palazzo, come nel recente caso di mons. Viganò.

 

E quindi, alla fine, tutto questo si risolve in una grande questione di PR? Il problema, per alcuni, non è tanto quello di incorrere in una scomunica automatica, ma quello che lo dica la Sala Stampa vaticana. Non abbiamo solo l’esempio cinese: con le ordinazioni di monsignor Williamson non pare ci sia stata alcuna comunicazione mediatica di scomunica – creiamo un ulteriore neologismo: «scomunicazione» – da parte di Roma. La scomunica c’è comunque, ma bisogna evitare – dicono certuni – la scomunicazione.

 

A questo punto del labirinto capisco che devo mollare il principio di realtà: non c’è modo di sapere niente di niente nemmeno qui. E allora, se non posso contare sui ragionamenti, posso solo parlare di quello che sogno. Io non sogno «chi», ma «quanti».

 

Sogno che la Fraternità non faccia uno, due, tre, quattro vescovi: sogno che ne facciano dieci, venti. Sogno che facciano tanti americani, un africano, un italiano, svizzeri, tedeschi, spagnoli, brasiliani, un (il…) giapponese, un polacco, e quanti francesi vogliono. Sogno che divengano vescovi anche quei tanti bravi preti ordinati da monsignor Lefebvre che in Italia, in Francia, in Germania hanno lavorato per la Fraternità rendendola questo monumento invincibile – una nomina «onoraria», se vogliamo, impossibile, mi dicono, ma vi sto parlando di sogni, non della realtà.

 

«Sarebbe come di quegli eserciti africani, in cui ci sono più generali che soldati» mi ha detto un santo sacerdote della FSSPX quando gli ho esternato, ancora un anno fa, la mia speranza di vedere consacrazioni a doppia cifra. Ha sicuramente ragione lui, tuttavia lo stesso sogno che faccio io mi è stato confessato, sulle scale di pietra di un millenario oratorio della Fraternità da un fedele pater familias, ad alta voce in lingua veneta: «i gà da farghene diese o venti – minimo!».

 

Si era subito dopo l’incidente che ferì monsignor Tissier portandolo poi all’agonia e alla morte. «’Sa ‘speteli» diceva il fedele, «cosa aspettano». Il popolo la pensa così. Vox populi vox Dei: bisogna ammettere che di fedeli spaventati dalle scomuniche non ne conosco nemmeno uno. Anzi c’è chi teorizza pure, e non senza saggezza: se non ci fosse stato Ratzinger a togliere le scomuniche nel 2009 il problema non si sarebbe mai posto.

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La realtà sarà certamente differente dai sogni dei fedeli. Mi sono riservato queste righe solo per significare per sempre che questi sogni esistono. E parlano di cose concretissime.

 

Perché il sogno vero è quello di vedere la vera Chiesa cattolica convincersi di essere non una minoranza numerica, ma una maggioranza spirituale – l’unica vera forza che deve riprendere Roma e il mondo, e da lì tornare ad irradiare all’umanità ferita il verbo del Dio della Vita, consegnando alle future generazioni quello che abbiamo, forse per poco, fatto in tempo a ricevere prima dell’estinzione, del messaggio e della vita umana stessa.

 

Sogno che la capsula del tempo che contiene la vera Chiesa di Cristo si apra, e ricostruisca su questo panorama di rovine romane che è sotto i nostri occhi e dentro le nostre anime.

 

Sì, sogno un esercito di vescovi per cui combattere, e se necessario morire, al fine di riconquistare la Terra a Cristo.

 

Non fatemene una colpa. E non pensate che sia solo: molti sono come me. E molti verranno dopo, lo sappiamo perché li stiamo allevando.

 

E quindi: lasciateci sognare. Lasciateci seminare, nei sogni e nelle parole, nello spirito e nella carne, per la Crociata salvifica di cui abbisogna il pianeta – e per i vescovi che essa merita.

 

Roberto Dal Bosco

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Immagine da FSSPX.News

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