Pensiero
Storia delle bandiere rosse e nere nei movimenti di liberazione dell’America Latina
Renovatio 21 pubblica questo saggio sulla storia dei colori nero e rosso nel contesto politico latinoamericano. Il cromatismo rosso e nero, come noto, è espresso ancora oggi in tutto il mondo: nere e rosse sono le bandiere dell‘insieme di casseur goscistidettiAntifa, così come, teoricamente all’opposto nello spettro ideologico, sono rossonere le bandiere dei cosiddetti «nazionalisti integralisti» ucraini (o banderisti, o ucronazisti) più vivi che mai grazie alla spinta occidentale in senso antirusso. Ricordiamo pure che, en passant, i colori rosso e nero, che già per Stendhal avevano significato storico e metastorico, sono pure quelli di Renovatio 21, sia pure scelti con altri significati ancora.
Il divario tra la nascita di nuove idee e la loro effettiva realizzazione è in crescita e direttamente proporzionale al passare del tempo e allo stabilirsi di distanze geografiche sempre maggiori. La disparità tra la società in cui un’idea è stata concepita e la società in cui viene applicata può portare a un’interpretazione completamente diversa rispetto al suo significato originale. Date queste premesse, è quindi di fondamentale importanza sforzarsi di comprendere il significato originale all’interno del panorama in continua evoluzione delle comunicazioni globali che ci lascia con meno opportunità di approfondire il nostro mondo.
Un buon esempio può essere trovato nella storia e nel significato della bandiera rossa e nera nella lotta di liberazione in America Latina.
In Occidente i tre colori maggiormente utilizzati sono sempre stati il rosso, il bianco e il nero. L’introduzione al testo di Michel Pastoureau Rosso. Storia di un colore (2016) descrive come non solo nelle immagini ma anche nei vocabolari, la loro presenza dall’antichità ad oggi è sempre stata predominante, con una fortissima preminenza del rosso.
Stefano Zuffi ne I colori nell’arte (2013) spiega come durante il medioevo questi tre colori divennero i tre poli intorno ai quali ruotavano tutti i sistemi simbolici. Nell’immaginario cristiano, in particolar modo, i colori rosso e nero vennero usati assieme per evocare le suggestioni dell’inferno e il rosso in particolare si conquistò il ruolo di riconosciuto contrario del bianco grazie al suo simboleggiare la forza, l’energia, la vittoria e il potere.
In epoca moderna durante la Rivoluzione francese il bianco dell’aristocrazia venne affiancato dai colori blu e rosso, i colori della città di Parigi, nell’atto di simboleggiare la sottomissione della nobiltà alla città borghese. In seguito, quei colori divennero rispettivamente il simbolo della Repubblica e della lotta contro le ingiustizie ma anche della libertà, uguaglianza e fraternità.

Francobollo sovietico del 1966 commemorante il Poeta Eugène Pottier (1876-1887) e le barricate della Comune di Parigi CC0 via Wikimedia
Il colore rosso diverrà successivamente il simbolo delle lotte parigine del ’48, della Comune parigina del ‘78 e quando verrà utilizzato anche per la rivoluzione bolscevica nel 1917 si approprierà del significato diventando simbolo principe della lotta comunista al capitalismo.

Hector Moloch, «La Framassoneria e La Comune». Immagine CC0 via Wikimedia
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La bandiera nera invece può essere ricondotta a Bakunin e al suo proselitismo a favore delle sue idee tendenti al caos e al nichilismo. Nella sua visione del mondo immaginava una rivolta contro lo stato costituito paragonata, a sua volta, alla rivolta di satana verso la supremazia del potere del paradiso. Attraverso le internazionali socialiste di metà 1800 si inizierà a vedere sventolare la bandiera nera inneggiante il movimento anarchico.
Il primo esempio verificato di utilizzo della bandiera rossonera simboleggiante l’unione dell’ideologia anarchica con la lotta socialista, fu quello di Malatesta assieme a Cafiero che la esposero in seguito all’assalto di Letino.
Secondo l’opera Occhiacci di legno (1998) dello storico italiano Carlo Ginzburg, nel corso della storia movimenti e personaggi politici si sono appropriati di simboli e miti per i propri scopi. Ginzburg, ad esempio, ha discusso del riutilizzo politico dei miti, evidenziando la combinazione di propaganda e manipolazione nascosta come strumenti per plasmare l’opinione pubblica: «Bakunin e i gesuiti, sebbene ideologicamente diversi, adottarono entrambi strutture gerarchiche e obbedienza assoluta nelle loro organizzazioni. Questi esempi dimostrano come gli attori politici, guidati dai propri programmi, manipolino simboli e narrazioni per portare avanti i propri obiettivi».
Sulla base del lavoro di Donald Hodges Intellectual Foundations of the Nicaraguan Revolution (2014), dopo il Congresso anarchico tenutosi a Londra nel 1881, l’anarco-comunismo emerse come l’ideologia dominante all’interno del movimento anarchico internazionale. L’anarco-sindacalismo, una fusione di anarchismo e sindacalismo che ebbe origine in Francia durante gli anni Novanta dell’Ottocento, si diffuse rapidamente in Spagna e alla fine attraversò l’oceano.
Gli ideologi spagnoli d’avanguardia associati ad organizzazioni come CNT (Confederazione Nazionale del Lavoro), IAT (Associazione Internazionale dei Lavoratori) e FAI (Federazione Anarchica Iberica) hanno svolto un ruolo cruciale nell’adattare l’anarco-comunismo al mondo industrializzato e hanno sottolineato l’importanza dei sindacati come punto focale della lotta di classe e nucleo per stabilire un nuovo ordine sociale. Giunto nelle Americhe, trovò terreno fertile nelle maggiori città industriali degli Stati Uniti e soprattutto nel Messico rivoluzionario, grazie soprattutto all’opera di Ricardo Flores Magon.
La Confederazione Nazionale del Lavoro (CNT), il primo esempio istituzionalizzato di anarcosindacalismo, fu fondata nel 1910 e arrivò successivamente nel Messico rivoluzionario, dove nel 1912 fu fondata la Casa del Obrero Mundial (COM).

Battaglioni rossi della Casa del Obrero Mundial (1915). CC0 via Wikimedia
Secondo l’INEHRM, Istituto Nazionale di Studi Storici delle Rivoluzioni del Messico, le fonti indicano che la bandiera rossa e nera era sconosciuta in Messico fino al 1° maggio 1913, quando la Casa del Obrero Mundial (Casa del Lavoratore del Mondo) venne esposta una bandiera rossa con una striscia nera. L’attivista Jacinto Huitrón sostiene addirittura di aver introdotto lui stesso il simbolo al proletariato internazionale.
Nel 1921, una bandiera rossa e nera fu posta nella Cattedrale Metropolitana in occasione della commemorazione del 1° maggio. In risposta, il governo di Álvaro Obregón proibì l’esposizione di stemmi e simboli che contraddicessero «l’insegnamento nazionale» negli edifici pubblici.
Anche se l’intervento del governo non è riuscito a sradicare la bandiera rossa e nera, ha portato all’incorporazione della bandiera messicana nelle espressioni pubbliche del movimento operaio, senza causare un conflitto tra nazionalismo e internazionalismo. Nel simbolismo della Casa del Obrero Mundial messicana, la fascia rossa rappresentava la lotta economica della classe operaia contro le classi dominanti, mentre la fascia nera simboleggiava la loro lotta insurrezionale per la liberazione.
L’opera di Neill MacAulay The Sandino Affair (1998) racconta come la bandiera rossonera incontrò Augusto Cesar Sandino nel Messico post-rivoluzione a Tampico.
Figlio di un proprietario terriero fervente liberale, fuggì dal Nicaragua dopo aver manifestato le sue idee politiche antimperialiste. Dopo un lungo girovagare trovò un lavoro stabile nella zona di Tampico, importante centro petrolifero molto vicino geograficamente e culturalmente agli Stati Uniti. Lavorò in un centro di estrazione petrolifero per alcuni anni e prese parte ai grandi movimenti sindacalisti della città. Cominciò a frequentare diversi circoli culturali e sperimentò idee anche molto eterogenee tra loro: dall’anarchismo magonista alla massoneria, dalla teosofia allo yoga.

Augusto Sandino. Immagine CC0 via Wikimedia
Al suo ritorno in Nicaragua, dopo aver fomentato una rivolta di minatori in una miniera dove aveva trovato impiego, iniziò ad aggregarsi alla lotta dei liberali contro i conservatori appoggiati dagli Stati Uniti. Non aderì al compromesso tra le fazioni in guerra e cominciò una guerriglia nelle montagne utilizzando la bandiera rossonera dei lavoratori anarchici come suo vessillo. In un secondo viaggio in Messico, in cerca di fondi per la sua causa, incontrò le idee spiritiste di Joaquin Trincado e divenne un adepto della sua Escuela Magnetico-Espiritual de la Comuna Universal.
Al ritorno nelle montagne del Nicaragua cominciò a mettere in pratica la sua particolare interpretazione del mondo attraverso una disciplinatissima visione patriottica fondata sull’identità culturale indigeno-spagnola e votata alla lotta antimperialista. Quando divenne condottiero di uomini nelle giungle delle montagne nicaraguensi non si separò più dalla bandiera che per lui rappresentava la difesa dei lavoratori della classe subalterna.
La propensione ad un comunismo utopico di Sandino derivava probabilmente dall’eredità culturale familiare liberale di piccoli proprietari terrieri e dall’idea di una società fondata sulla fraternizzazione e sulla comunizzazione proposta da Trincado ne Los cinco amores (1963) e vicina a Pëtr Alekseevič Kropotkin in Il mutuo appoggio: un fattore dell’evoluzione (1902).
Alla morte di Sandino i reduci del suo esercito confluirono nella Legione Caraibica dove l’istruttore Alberto Bayo, militare della Repubblica spagnola sconfitta da Franco, ne raccolse le testimonianze orali e successivamente scrisse un manuale sulla guerriglia dedicato al nicaraguense.
Attraverso le sue interazioni con i sopravvissuti dell’esercito di Sandino, che erano riusciti a fuggire in Costa Rica, Bayo diventò il custode delle loro storie ed esperienze. Tra i suoi contributi degni di nota ci fu la pubblicazione di un manuale sulla guerriglia intitolato 150 preguntas a un guerrillero (1955) tradotto in Italia come Teoria e pratica della guerra di guerriglia. 150 consigli ai guerriglieri.
Questa guida completa divenne ampiamente riconosciuta e venerata come una risorsa preziosa, fungendo da riferimento pratico per coloro che erano impegnati in attività rivoluzionarie. Il manuale di Bayo, permeato dello spirito dell’indomabile resistenza di Sandino, occupò un posto speciale nel cuore di coloro che furono coinvolti nella lotta per la liberazione. Era dedicato ai gloriosi guerriglieri emersi dalla scuola immortale di Sandino, riconoscendo a Sandino lo status di eroe venerato su scala globale.
Attraverso i suoi meticolosi sforzi per documentare e diffondere l’eredità della resistenza del leader nicaraguense, Bayo ha svolto un ruolo cruciale nel preservarne la memoria e i principi. Il suo lavoro non solo ha dotato i rivoluzionari di conoscenze tattiche, ma ha anche perpetuato lo spirito di Sandino, ispirando le generazioni future a lottare per la giustizia e la liberazione nonostante le avversità.
Fu Bayo nel ’56 in Messico ad esercitare gli esuli cubani di Castro e a trasmettere le tattiche militari e il mito del sacrificio patriottico di Sandino. Castro diventò presidente di Cuba ed incarnò il mito della rivoluzione vittoriosa del ventunesimo secolo. L’enorme esposizione mediatica che ne ricevette, in un periodo di grande contrasto globale per la guerra fredda in atto, trasformò l’esempio di Cuba in un nuovo paradigma che tenterà di venire replicato in un notevole numero di occasioni.
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La bandiera rossonera del sindacalismo anarchico diventerà attraverso il Movimiento 26 de Julio di Castro uno dei simboli dei movimenti rivoluzionari marxisti in America Latina.
In rapida successione dall’arrivo di Castro all’Avana, dal ’59 in poi, si avranno movimenti replicati in serie lungo tutto l’arco andino: Venezuela (1960), Nicaragua (1961), Perù (1962), Bolivia, (1963), Colombia, (1964), Cile (1965), Panama (1970) e nell’Angola sovvenzionato da Cuba (1975).
La rivoluzione cubana ebbe un debito fortissimo con l’operato di Sandino ma gli ideali che vennero realmente trasmessi furono l’esempio di lotta patriottica contro l’imperialismo statunitense e la ricostruzione a partire dalla dignità di razza indigeno-spagnola, una base riutilizzata in chiave marxista dai futuri movimenti rivoluzionari latino-americani. Non rimase traccia invece del pensiero spirituale di Sandino, suo vero motore ideologico. I movimenti rivoluzionari seguirono uno schema molto simile a quello proposto da Castro a Cuba, ma nessuno ebbe però altrettanta fortuna tranne, fatalità, quello dei Sandinisti in Nicaragua.
Nel 1959 Il pupillo di Bayo, Ernesto «Che» Guevara, aveva organizzato un’invasione del Nicaragua dando vita al Movimiento 21 de Setembro. L’invasione fallì ma uno dei partecipanti, il nicaraguense Daniel Fonseca, portò avanti la lotta cominciando a recuperare gli scritti di Sandino.

Murales nicaraguense che ritrae Fonseca (a sinistra con gli occhiali) CC0 via Wikimedia
Ignorò, anche lui, la parte più spiritista, mantenne l’ideale politico più vicino all’esperienza rivoluzionaria cubana e fondò nel 1961 un nuovo movimento di liberazione nazionale ispirato a Sandino, il Frente Sandinista de Liberacion Nacional (FSNL). Che Guevara era diventato il tramite tra l’eredità orale di Bayo e il lavoro testuale di Fonseca, la stessa bandiera rossonera divenne di nuovo simbolo di un movimento di liberazione nazionale ma anche in questo caso il significato aveva mutato inquadramento ideologico.
L’estrema destra messicana e il complotto giudeo-massonico emergono nelle opere di Traian Romanescu, come La Gran Conspiración Judía pubblicata a Città del Messico nel 1961, e Traición a Occidente. Entrambe le copertine del libro, Traición a Occidente e un’altra opera intitolata Amos y esclavos del siglo XX, presentano un disegno grafico distinto: una divisione dei colori rosso e nero in due fasce, con il titolo del libro in bianco al centro.
Questa scelta grafica deliberata non può essere liquidata come casuale, poiché racchiude in sé il concetto di lotta di liberazione nazionale, unendo uno spirito combattivo che trascende le affiliazioni politiche che possono essere percepite come contrastanti con quelle viste finora. Si ritiene che Traian Romanescu, una figura spesso menzionata nei resoconti storici, non sia mai esistito e fosse semplicemente uno pseudonimo.
Scavando più a fondo in questa intrigante narrazione, ci imbattiamo nel nome Carlos Cuesta Gallardo, che non solo ha svolto un ruolo significativo come uno dei fondatori dell’Università Autonoma di Guadalajara, ma aveva anche legami con un’organizzazione clandestina di estrema destra nota come Tecos.
Tuttavia, non è solo il suo coinvolgimento in queste imprese a suscitare curiosità, ma piuttosto un fatto storico che fa luce sulle sue attività in quel periodo. È noto che Carlos Cuesta Gallardo intraprese un viaggio nella Germania nazista, dove cercò di stabilire legami con il movimento nazionalsocialista tedesco. Questa mossa solleva domande e speculazioni sulla natura della sua visita e sull’accoglienza che ha ricevuto. È ragionevole supporre che gli siano state riservate attenzioni e considerazioni particolari, vista l’importanza che Adolf Hitler attribuiva al Messico per la sua immediata vicinanza agli Stati Uniti d’America.
L’intreccio tra la presenza di Carlos Cuesta Gallardo nella fondazione dell’università, il suo coinvolgimento con la società segreta Tecos e le sue interazioni con il regime nazionalsocialista in Germania aggiungono strati alla storia enigmatica che circonda la presunta inesistenza di Traian Romanescu. Questi collegamenti storici e le loro implicazioni alimentano il dibattito e gli intrighi in corso che circondano questo argomento a Guadalajara.

Ricostruzione della Bandiera delle forze sandiniste di Muago CC BY-SA 4.0 via Wikimedia
La corrente cristiana di sinistra chiamata teologia della Liberazione, sviluppatasi in seguito al Concilio Vaticano II, si schierò a favore della rivoluzione. La vittoria finale si ottenne solamente con la popolazione cristiana che aderì in massa all’organizzazione rivoluzionaria allo scopo di mettere fine alla dittatura della famiglia Somoza. Ma Sandino, quando era ancora in vita, voleva diventare, invece, il riassunto del pensiero proposto da Trincado: «l’uomo completo […] il comunista-spiritista».
L’immagine che verrà riproposta di Sandino durante la Rivoluzione sandinista non terrà mai conto di questo aspetto che invece fu sempre una delle variabili scatenanti della sua volontà di azione. A maggior ragione non venne mai diffuso il feroce anticlericalismo che aveva assorbito e fatto suo dalla lettura dei testi di Trincado. La trasmissione della storia di Sandino divenne, per omissione, una menzogna politica orchestrata con l’obiettivo di creare un mito fondatore che potesse legittimare l’operato dei rivoluzionari.
Tomás Borge, fondatore dell’FSLN, poeta e guerrigliero, scrive in uno dei suoi libri: «i cristiani autentici credono che l’uscita dalla tomba non si riduca al semplice ritorno alla vita, ma comprenda un processo di rinascita e trasformazione. Ed è per questo motivo che si realizza l’integrazione del cristianesimo liberazionista con la rivoluzione all’interno della nostra rivoluzione nazionale: «Per lottare per la pace, Compagni cristiani, dobbiamo essere pronti a impegnare la nostra stessa vita. Dobbiamo essere pronti a dichiarare senza esitazione: Patria libera o morte».
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Borge, un appassionato comunista e devoto seguace di Castro, abbracciò con tutto il cuore la crescente ondata di fervore religioso, rendendosi conto del ruolo fondamentale che le masse cristiane giocavano nella realizzazione degli obiettivi della rivoluzione. Nella sua astuta comprensione, riconobbe che la fusione della rivoluzione comunista e della teologia della liberazione non solo era compatibile ma si rafforzava anche a vicenda.
Durante gli anni del Sandinismo al potere, Daniel Ortega fu prima rappresentante nella Junta de Gobierno de Reconstrucción Nacional, organo di governo transitorio, e in seguito vinse le elezioni del 1984 diventando Presidente del Nicaragua. Nel 1990 vennero indette nuovamente le elezioni e ne uscì sconfitto dalla coalizione UNO, capitanata da Violeta Chamorro, sostenuta dagli ambienti favorevoli al ritorno di una politica vicina al mondo statunitense. Dopo la sconfitta, Ortega rimase all’opposizione fino al 2006 quando riuscì ad ottenere una importante vittoria elettorale e a riportare la sua bandiera rosso nera al governo.

Daniel Ortega. Immagine di Cancilleria Ecuador CC BY-SA 2.0 via Wikimedia
La visione politica di Ortega si dimostrò decisamente differente rispetto a quella del suo primo mandato negli anni rivoluzionari. Assieme alla sua compagna Rosario Murillo, avversaria politica del prete e poeta Ernesto Cardenal, Ministro della cultura all’epoca della rivoluzione e principale esponente della teologia della liberazione in Nicaragaua, cominciò un avvicinamento ai rappresentanti della destra cristiana e agli interessi della classe imprenditoriale nicaraguense. Il cardinale Miguel Obando y Bravo, uno dei maggiori avversari dei Sandinisti all’epoca della rivoluzione, officiò il loro matrimonio nel 2005, l’anno delle elezioni vinte. Da molti osservatori quell’occasione venne vista come l’accordo di Ortega con i poteri filostatunitensi.
Nel giorno 22 dicembre 2014, Ortega aprì la cerimonia dell’inizio del cantiere che avrebbe portato alla costruzione di un canale interoceanico grazie alla concessione dell’appalto ad un fondo di investimenti cinese. Questa operazione diede il via a una enorme ondata di proteste antigovernative indirizzate, paradossalmente, a liberare il Nicaragua dal Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale.
Il nuovo canale interoceanico non vide mai l’inizio dei lavori e il miliardario cinese Wang Jing, a capo del Hong Kong Nicaragua Development Corporation (HKNDC) finì per chiudere la compagnia per bancarotta.
Come descritto nell’opera di Russell White Nicaragua Grand Canal (2015), la famiglia Ortega è stata accusata di utilizzare il progetto del Canale come mezzo per consolidare il proprio potere politico. Similmente alla dinastia Somoza, la famiglia Ortega ha acquisito un controllo significativo sulle infrastrutture commerciali del Nicaragua e ha ricevuto aiuti dal Venezuela per acquistare aziende locali.
L’approfondimento della parabola della bandiera rosso nera vuole mostrare come il significato, insito nel simbolo utilizzato come schema aggregante nelle diverse situazioni descritte, cambi ad ogni passaggio. L’appropriazione di Sandino della bandiera del sindacalismo anarchico come suo vessillo porterà alla trasmissione della stessa con significati sempre differenti.
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La morte di Sandino nel ’34 creò un martire e in seguito i suoi reduci riunitesi nelle Legione caraibica consentirono a Bayo di apprendere le storie di Sandino direttamente dai loro racconti orali. La distanza venutasi a creare con la morte di Sandino venne in aiuto a Castro nel costruire il mito fondativo della bandiera rosso nera inneggiante al M 26 7, il movimento dal quale la Rivoluzione cubana ebbe inizio. Il ritorno della figura di Sandino in Nicaragua avvenne soprattutto attraverso l’influenza culturale del movimento cubano.
Il lavoro sui testi fatto da Fonseca, infine, lo cristallizzò spogliato della sua profondità più spirituale ma in una forma più utile politicamente a coagulare al suo interno le correnti presenti nella popolazione. L’ulteriore sconvolgimento del significato della bandiera è in atto ancora oggi con il governo di Ortega che dimostra di aver riportato il Nicaragua vicino al punto contro il quale aveva combattuto da giovane.
Il mito fondativo di Sandino campeggia presente ovunque in Nicaragua anche se ormai il suo significato è stravolto.
Scriveva Tacito: «Fingunt, simul creduntque». Fingono, «hanno immaginato o hanno costruito?», ma al tempo stesso ci credono. L’importanza del saper mantenere il controllo sul popolo dopo aver vinto una rivoluzione passa attraverso anche i simboli aggregatori che lo fanno diventare il più possibile coeso verso un obiettivo comune.
Maggiore sarà la distanza dall’origine del significato utilizzato come mito, più difficile sarà riuscire a verificarne la veridicità. In questo modo il racconto politico che ne deriverà potrà sempre utilizzare il mito fondatore, la bandiera rosso nera o Sandino stesso, nel modo che si dimostrerà più utile e adatto alla situazione.
Coloro che guidano il popolo e che hanno la responsabilità di traghettare un’intera nazione, come in questo particolare esempio centramericano, hanno per primi l’obbligo di credere alla costruzione della loro stessa menzogna per poterla trasmettere con sicurezza.
Marco Dolcetta Capuzzo
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Immagine di pubblico dominio CCo via Wikimedia.
Intelligenza Artificiale
Il volto nascosto della democrazia
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Il desiderio protestante come forza motrice della democrazia
La democrazia moderna mira a trasformare i cittadini in individui dalla mentalità di gregge, che obbediscono ciecamente alla volontà dello Stato (non è forse l’UE, ormai logora e reduce dalla capitolazione a Trump, che tuttavia disciplina i suoi cittadini con la frusta, un perfetto esempio di ciò?), per la semplice ragione che si fonda interamente sulla negazione protestante del libero arbitrio. La democrazia moderna non crede nelle autentiche libertà individuali; al contrario, attraverso la teoria della predestinazione, trasforma l’essere umano che si considera eletto, e che viene riconosciuto come tale dai Poteri Forti, in un falso dio che, attraverso la formazione di uno Stato repressivo degli eletti (si pensi agli Stati Uniti o all’Israele sionista), crede di poter trasformare in realtà i suoi desideri più oscuri. Il desiderio è, di fatto, l’elemento più importante per comprendere le cause del crollo della democrazia moderna. Secondo il mito hegeliano del padrone e dello schiavo, il desiderio dello schiavo di essere riconosciuto dal padrone, e viceversa, è fondamentale per comprendere la formazione delle società umane e la progressione dialettica della storia verso una società perfetta come quella rappresentata dalla democrazia imposta in tutto il mondo dal Codice Civile napoleonico. Secondo l’Hegel divulgato da Alexandre Kojève in Introduzione alla lettura di Hegel, padrone e schiavo si riconciliano nella figura del cittadino, che trova la libertà obbedendo alle leggi di uno stato omogeneo e universale – il culmine della democrazia – che si estenderà in tutto il mondo. Kojève merita maggiore attenzione di quanta ne riceva di solito, in quanto figura chiave per la comprensione della natura dispotica della democrazia. Non solo l’ha teorizzata, influenzando un’intera generazione di intellettuali europei, ma l’ha anche messa in pratica nella sua forma più brutale. Secondo Fukuyama, se Kojève dedicò gran parte della sua vita alla burocrazia di alto livello e abbandonò il lavoro intellettuale, lo fece per «supervisionare la costruzione [dell’Unione Europea] come dimora definitiva dell’ultimo uomo», in cui, in quanto stato universale omogeneo, la politica avrebbe dovuto essere sostituita dall’amministrazione e i confini nazionali dissolti. Kojève non usa mezzi termini e, in una lettera a Leo Strauss del 19 settembre 1959, chiarisce che in questo stato omogeneo universale, che è positivo semplicemente perché rappresenta lo stadio finale dell’umanità, gli esseri umani in quanto tali cessano di esistere e vengono sostituiti da «automi sani» che sono «soddisfatti» praticando sport, arte o indulgendo nell’erotismo, mentre «quelli che sono automi malati [insoddisfatti] vengono rinchiusi». In un’altra lettera del 1955, indirizzata a Carl Schmitt, Kojève spiega che lo stato omogeneo universale si è sviluppato in tutta l’umanità grazie all’impulso di grandi uomini, da Alessandro Magno a Napoleone, e da Napoleone a Stalin («l’Alessandro Magno del nostro mondo, il Napoleone industrializzato»). Kojève spiega anche, senza il minimo imbarazzo, che «Hitler era una versione nuova, ampliata e migliorata di Napoleone», ma che «sfortunatamente, Hitler è arrivato con 150 anni di ritardo». In ogni caso, Kojève, autore dell’opuscolo «Marx è Dio e Ford è il suo profeta», crede che la fine della storia sia già arrivata e che lo stato universale omogeneo sia inarrestabile e che alla fine combinerà la sostituzione della politica con l’amministrazione caratteristica dell’URSS e lo sviluppo industriale tipico di una società senza classi, come egli vedeva negli Stati Uniti del suo tempo.Iscriviti al canale Telegram ![]()
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Geopolitica
Karaganov: «una guerra mondiale su vasta scala è già iniziata»
Renovatio 21 traduce un articolo del politologo russo Sergej Karaganov apparso sulla rivista russa Profile. L’importanza del pensiero del Karaganov, per la Russia e per il mondo, è stata sottolineata da Renovatio 21 tante volte nel corso di questi ultimi anni.
Il susseguirsi accelerato di eventi, ognuno dei quali si sovrappone e si contraddice all’altro, è sconcertante e rende difficile cogliere l’essenza di ciò che sta accadendo. Cercherò di interpretare il corso della storia, attingendo alla mia esperienza e conoscenza, nonché al fatto che negli ultimi 35 anni non ho mai commesso errori significativi nelle mie valutazioni e previsioni. A volte ero leggermente in ritardo, ma più spesso ero avanti di diversi anni, o addirittura di un paio di decenni, rispetto alla comunità degli esperti.
Una guerra mondiale su vasta scala è già iniziata. Le sue radici risalgono al 1917, quando l’Unione Sovietica si separò dal sistema capitalistico. Inizialmente, gli interventisti si scagliarono contro di noi; poi la Germania nazista e quasi tutta l’Europa occidentale, ma quest’ultima perse. Il secondo round iniziò negli anni Cinquanta, quando i popoli dell’URSS, a costo di enormi sofferenze e nella loro ricerca di sovranità e sicurezza, crearono la bomba atomica e successivamente raggiunsero la parità nucleare con gli Stati Uniti.
Così facendo, senza rendercene conto all’epoca, abbiamo minato le fondamenta di cinque secoli di dominio occidentale in ambito ideologico, che aveva permesso loro di saccheggiare il resto del mondo e soggiogare persino le civiltà più avanzate. Quel fondamento era la superiorità militare, sulla quale si basava il sistema di sfruttamento dell’intera umanità.
Dalla metà degli anni Cinquanta in poi, l’Occidente iniziò a subire una sconfitta militare dopo l’altra. Un’ondata di liberazione nazionale si diffuse in tutto il mondo, accompagnata dalla nazionalizzazione delle risorse che erano state accaparrate dai paesi occidentali e dalle loro multinazionali. L’equilibrio di potere globale iniziò a spostarsi a favore del mondo non occidentale.
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Gli Stati Uniti tentarono per la prima volta di riprendere il sopravvento sotto la presidenza Reagan, con un rapido aumento della spesa militare volto a ristabilire il proprio dominio e con il lancio del programma «Guerre Stellari». Intervennero nella piccola e indifesa nazione di Grenada per dimostrare che gli americani erano ancora in grado di vincere.
E in questo caso, l’Occidente è stato fortunato. Per ragioni interne, dovute all’erosione del suo nucleo ideologico e al rifiuto di riformare un’economia nazionale che stava diventando sempre più inefficiente, l’Unione Sovietica è crollata. Il sistema capitalistico globale, che era a sua volta in crisi, ha ricevuto un’enorme iniezione di energia sotto forma di una moltitudine di consumatori affamati e di manodopera a basso costo.
Sembrava che la storia si fosse capovolta. Iniziò un periodo di euforia, ma non durò a lungo. Stordito dalla vittoria, l’Occidente commise una serie di clamorosi errori geostrategici, e poi la Russia iniziò a riprendersi, principalmente grazie alla sua potenza militare.
Le radici immediate dell’attuale guerra mondiale emersero alla fine degli anni 2000. Già sotto l’amministrazione Obama, la politica in seguito denominata «America First» iniziò a delinearsi come una rinascita del potere statunitense. Le spese militari iniziarono ad aumentare e un’ondata di propaganda anti-russa si diffuse rapidamente. Mosca tentò, riappropriandosi della Crimea, di fermare l’ultimo tentativo di vendetta dell’Occidente, ma questo non fece altro che scatenare la furia occidentale.
Non siamo riusciti a capitalizzare su questo successo perché ci siamo aggrappati alla speranza di «raggiungere un accordo», abbiamo tergiversato sul «processo di Minsk» e ci siamo rifiutati di vedere come, sul territorio ucraino, l’esercito e la popolazione si stessero preparando alla guerra con la Russia.
Sono seguite nuove ondate di sanzioni e una guerra economica è iniziata addirittura durante il primo mandato di Trump. Tutti aspettavamo qualcosa. Poi è arrivata la distrazione del COVID, che con ogni probabilità rappresentava uno dei fronti della guerra già iniziata, ma che si è rivoltata contro l’Occidente stesso.
Abbiamo reagito con lentezza ai tentativi di rappresaglia. Quando finalmente lo abbiamo fatto nel 2022, abbiamo commesso diversi errori. Tra questi, la sottovalutazione dell’intenzione dell’Occidente di schiacciare la Russia, causa del suo fallimento storico, per poi rivolgere la sua attenzione alla Cina e soggiogare nuovamente la maggioranza globale, il Terzo Mondo, il Sud del mondo, che era stato liberato dall’URSS.
Abbiamo sottovalutato la prontezza alla guerra del regime di Kiev e il grado di condizionamento subito dalla popolazione ucraina. Speravamo che «la nostra gente» fosse ancora presente, sebbene a ovest del Dnepr ce ne fossero già pochi e il loro numero fosse in costante diminuzione.
Un altro errore fu quello di iniziare a combattere il regime di Kiev senza riconoscere che il principale avversario e la fonte della minaccia era l’Occidente nel suo complesso, in particolare le élite europee, che cercavano di distogliere l’attenzione dai propri fallimenti e, idealmente, di vendicarsi delle sconfitte storiche del XX secolo, prima fra tutte la sconfitta della stragrande maggioranza degli europei che marciarono contro l’URSS sotto le insegne di Hitler.
Il nostro errore principale, tuttavia, è stato il sottoutilizzo dell’arma più importante del nostro arsenale, un errore per il quale abbiamo pagato con la malnutrizione e persino la fame negli anni Quaranta e Cinquanta: la deterrenza nucleare.
Siamo stati trascinati in un conflitto definito «operazione militare speciale», accettando di fatto le regole del gioco imposte, una guerra di logoramento, data la superiorità economica e demografica del nemico. La guerra ha assunto un carattere di trincea, seppur con una dimensione tecnologica tipica del XXI secolo. Nel 2023 e nel 2024, tuttavia, abbiamo intensificato la nostra deterrenza nucleare, inviando diversi segnali tecnico-militari e modernizzando la nostra dottrina sull’uso delle armi nucleari.
Gli americani, che non avevano in alcun caso intenzione di combattere per l’Europa, soprattutto in presenza del rischio di un’escalation a livello nucleare e quindi della diffusione del conflitto sul territorio statunitense, hanno iniziato a ritirarsi dal confronto diretto già sotto la presidenza Biden, continuando a trarre profitto dalla guerra e, di fatto, a depredare gli europei. Trump, pur parlando di pace, ha proseguito sulla stessa linea, traendo profitto dalla guerra ed evitando il rischio di uno scontro diretto con la Russia.
La guerra mondiale ha attualmente due principali focolai convergenti: quello europeo, incentrato sull’Ucraina, e quello mediorientale, dove gli Stati Uniti e il loro alleato minore Israele stanno tentando di destabilizzare l’intero Vicino e Medio Oriente. Il Sud Asia potrebbe essere il prossimo. Il Venezuela è già stato schiacciato; Cuba è sotto pressione.
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È necessaria una nuova politica
Innanzitutto , dobbiamo comprendere che le profonde contraddizioni dell’attuale sistema economico globale, che minano le fondamenta stesse dello sviluppo umano, rischiano di portare alla distruzione dell’umanità. Allo stesso tempo, la prosecuzione della nostra attuale politica inadeguata in Ucraina rischia di sfinire il Paese e di indebolire la forza e lo spirito della Russia, che solo di recente hanno iniziato a rinascere.
In secondo luogo, sul piano politico-militare si può discutere di un cessate il fuoco e persino parlare di uno «spirito dell’Alaska». Ma allo stesso tempo, dobbiamo comprendere chiaramente l’essenza di ciò che sta accadendo: la pace a lungo termine e lo sviluppo del nostro Paese, così come dell’umanità intera, sono impossibili senza sventare il tentativo di vendetta politico-militare dell’Occidente, con l’Europa ancora una volta in prima linea.
Per impedire questa vendetta, è necessario distruggere il regime di Kiev e liberare i territori meridionali e orientali del quasi-stato «Ucraina», vitali per la sicurezza della Russia. I nostri coraggiosi combattenti e comandanti sul campo possono e devono continuare ad avanzare. Ma dobbiamo comprendere che una guerra di trincea modernizzata non porterà alla vittoria. Potremmo perdere, o quantomeno sprecare, centinaia di migliaia dei nostri migliori uomini, indispensabili per la lotta e le vittorie nel prossimo periodo storico, estremamente pericoloso e difficile, che quasi certamente comporterà uno scontro più ampio.
Terzo. È impossibile portare a una conclusione vittoriosa l’attuale conflitto in Ucraina, e tanto meno impedirne l’escalation in una guerra termonucleare globale, senza rafforzare significativamente la politica di deterrenza nucleare. Per raggiungere questo obiettivo, dobbiamo smettere di parlare di «controllo degli armamenti». La questione di un nuovo trattato START deve essere chiusa. Allo stesso tempo, gli accordi sulla gestione congiunta della deterrenza nucleare e della stabilità strategica possono rimanere utili e persino necessari. Dobbiamo intensificare lo sviluppo di missili e altri sistemi di lancio a medio e strategico raggio per dissuadere l’Occidente dal tentare di riconquistare la sua superiorità. I nostri avversari devono comprendere che la superiorità e l’impunità sono irraggiungibili.
Se impiegate in numero ottimale e guidate dalla dottrina corretta, le armi nucleari rendono impossibile la superiorità non nucleare e riducono la necessità di spese militari eccessive. Sistemi come Burevestnik, Oreshnik e altre piattaforme di lancio ipersoniche devono convincere il nemico di questa realtà.
Dobbiamo preparare la prossima generazione affinché le élite americane comprendano in anticipo che i loro sogni di ristabilire la supremazia e imporre la propria volontà con la forza sono irrealistici.
L’accelerazione nell’aumento della flessibilità delle capacità nucleari ha lo scopo di ricordare a tutti che è impossibile sconfiggere una grande potenza nucleare attraverso una corsa agli armamenti non nucleare o con una guerra convenzionale. Questo, ovviamente, presuppone che si eviti l’errore di un riarmo nucleare incontrollato, come fecero l’URSS e gli Stati Uniti negli anni Sessanta. Fu un’esperienza costosa e in gran parte inutile. Dobbiamo semplicemente chiarire che una simile corsa agli armamenti sarebbe futile e persino suicida per i nostri avversari. Su questo tema, vale la pena avviare un dialogo, quantomeno con gli americani.
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Allo stesso tempo, per frenare una Washington che ha perso il senso della misura, dovremmo includere nella nostra dottrina sull’uso delle armi nucleari e di altre armi, qualora gli Stati Uniti e l’Occidente continuassero sulla strada attuale verso lo scatenamento di una guerra mondiale, una disposizione che preveda una reale prontezza a colpire obiettivi americani ed europei occidentali all’estero, compresi quelli situati in paesi terzi. Farebbero bene a disfarsi di tali obiettivi.
A tal fine, dobbiamo continuare a sviluppare la flessibilità delle nostre capacità militari. Gli Stati Uniti e i loro alleati dipendono molto più di noi dalle infrastrutture, dalle basi e dai colli di bottiglia logistici e di comunicazione all’estero. Il nemico deve percepire la propria vulnerabilità e sapere che ne siamo pienamente consapevoli.
Vale la pena attingere all’esperienza dell’Iran nella difesa contro le attuali pressioni statunitensi e israeliane. Teheran ha iniziato a colpire i punti deboli del nemico, che ne ha risentito ed è stato costretto a indietreggiare. Modifiche alla dottrina e alla pianificazione militare specifica, inclusa la predisposizione ad attacchi asimmetrici, rafforzeranno l’effetto deterrente e potrebbero avere un impatto dissuasivo su un avversario sempre più incline ad azioni avventate.
Dovremmo riconsiderare le priorità per gli attacchi preventivi, partendo dalle opzioni non nucleari, per poi ricorrere, solo se necessario, a quelle nucleari come ultima risorsa. Tra i primi obiettivi dovrebbero esserci non solo i centri di comunicazione e di comando, ma anche i luoghi in cui si concentrano le élite decisionali, soprattutto in Europa. Questo li priverebbe del loro senso di impunità. Devono capire che se continuano la guerra contro la Russia, o scelgono di intensificarla ulteriormente, seguiranno attacchi devastanti.
Per rafforzare la credibilità di tale deterrenza, occorre intensificare gli sforzi per sviluppare munizioni, sia convenzionali che nucleari, in grado di penetrare strutture sotterranee fortificate, e tali sistemi devono essere testati. Bisogna sfatare l’illusione che le élite politiche e militari possano nascondersi in bunker o luoghi remoti. La recente pubblicazione da parte del nostro ministero della Difesa di un elenco di aziende europee coinvolte nel sostegno al regime di Kiev rappresenta un piccolo ma necessario passo in questa direzione.
Al momento, questa élite finge di temerci. In realtà, non ci teme affatto. Insistono costantemente sul fatto che la Russia non ricorrerà mai alle armi nucleari. Questa illusione deve essere infranta. Bisogna far loro capire che una continua escalation comporta rischi esistenziali. Forse allora faranno un passo indietro. Forse le loro stesse strutture interne, i cosiddetti “stati profondi”, li freneranno. Forse anche l’opinione pubblica si risveglierà dalla sua inerzia.
È inoltre necessario rafforzare la credibilità della deterrenza nucleare per superare quella che potremmo definire «autocompiacimento strategico», ovvero la convinzione che una guerra su vasta scala sia impossibile. Tale convinzione si è già dimostrata pericolosa.
Ciò è particolarmente rilevante nel caso della Germania. Un Paese che ha scatenato due guerre mondiali e che è responsabile di immense distruzioni non dovrebbe essere autorizzato a sviluppare nuovamente una potenza militare schiacciante. Qualora tali ambizioni dovessero emergere, deve essere ben chiaro che saranno contrastate con misure decisive.
Quarto. Per rendere credibile la deterrenza, è necessario apportare ulteriori modifiche alla dottrina nucleare. Essa dovrebbe affermare esplicitamente che, in caso di aggressione da parte di una coalizione dotata di maggiore potenziale economico, demografico e tecnologico, l’uso di armi nucleari potrebbe diventare inevitabile. Questa opzione deve essere presentata come un’ultima risorsa, ma reale.
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Potrebbe inoltre essere necessario riprendere i test per rafforzare la credibilità delle nostre capacità. Non è chiaro perché continuiamo ad aspettare che siano gli altri ad agire per primi.
Allo stesso tempo, l’escalation deve rimanere sotto controllo. Le risposte iniziali dovrebbero dare priorità agli attacchi convenzionali contro i centri di comando e le infrastrutture strategiche. Solo se l’escalation dovesse proseguire si dovrebbero prendere in considerazione ulteriori misure.
Il ricorso alla deterrenza nucleare è essenziale anche per contrastare il ruolo crescente dei droni e di altre nuove forme di guerra. I responsabili di tali attacchi devono comprendere che la rappresaglia sarà inevitabile.
Quinto. Oltre alle misure dottrinali e tecnico-militari, occorre adeguare le strutture di comando. Sarebbe opportuno nominare un comandante dedicato per il teatro operativo europeo, una figura con reale autorità e responsabilità, supportata da personale esperto.
Sesto. È tempo di riconsiderare l’idea che una guerra nucleare non possa avere vincitori. Sebbene un simile conflitto sarebbe indubbiamente catastrofico, la deterrenza si basa sul riconoscimento che l’escalation ha delle conseguenze. Il rifiuto di riconoscere questa realtà potrebbe di per sé incoraggiare comportamenti sconsiderati.
Sia chiaro: l’uso di armi nucleari sarebbe una tragedia. Ma il rifiuto di mantenere una deterrenza credibile potrebbe condurre a una catastrofe ancora maggiore, ovvero l’espansione incontrollata della guerra.
Settimo. Oltre alle misure militari, la Russia deve intensificare la cooperazione con i partner chiave. In particolare, il coordinamento con la Cina è essenziale. Occorre inoltre adoperarsi per stabilizzare altre regioni, compreso il Medio Oriente, attraverso nuovi accordi di sicurezza che coinvolgano le grandi potenze.
Ottavo. Visti i rischi dei prossimi decenni, potrebbe essere necessario valutare un allineamento strategico più stretto con la Cina, che includa potenzialmente un quadro difensivo temporaneo. Un simile accordo potrebbe contribuire a prevenire un’ulteriore escalation e a mantenere l’equilibrio globale.
Naturalmente, saranno necessarie ulteriori misure. Ma quelle qui delineate potrebbero essere sufficienti a fermare il conflitto in corso, preservare la forza della Russia e, soprattutto, impedire una deriva verso una catastrofe globale.
Se non agiremo con decisione, le conseguenze saranno profonde, non solo per la Russia, ma per il futuro dell’umanità stessa.
Sergej Karaganov
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Immagine di President of Russia pubblicata su licenza Creative Commons Attribution 4.0 International (CC BY 4.0)
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“Munera tua non quærit Ecclesia, quia templa gentilium muneribus adornasti. Ara Christi dona tua respuit, quoniam aram simulacris fecisti; vox enim tua, manus tua; et subscriptio tua, opus est tuum. Obsequium tuum Dominus Jesus recusat et respuit, quoniam idolis obsecutus es;…
— Arcivescovo Carlo Maria Viganò (@CarloMVigano) May 20, 2026
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