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Scie chimiche per il clima: la grande stampa torna a parlare di Geoingegneria solare

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Il New York Times, cioè il più grande e prestigioso quotidiano del pianeta, torna a parlare di scie chimiche – solo che non le chiama così, come sa il lettore, l’establishment, che non nasconde più il tema dietro la ridarola contro i «complottisti», preferisce chiamarla «geoingegneria».

 

Renovatio 21 aveva preso nota, tre anni fa, dell’incredibile editoriale vergato proprio per le colonne del grande giornale neoeboraceno, dal principale propugnatore di intervento climatico basato su particelle aerosolizzate, il professor David Keith, che dopo una vita ad Harvard dall’aprile 2023 lavora al dipartimento di Scienze Geofisiche dell’Università di Chicago. Quando l’articolo uscì, il nome di Keith già circolava, in quanto coinvolto nel famoso esperimento, da praticarsi in Isvezia e con il soldo del Bill Gates, per oscurare il sole.

 

Oltre alle dettagliose proposte sulle «due milioni di tonnellate di zolfo all’anno iniettate nella stratosfera da una flotta di un centinaio di velivoli ad alta quota», nell’ampio spazio concesso a questo dottor Stranamore della scia chimica non mancavano affermazioni fortine, come quella secondo cui era utilitaristicamente tollerabile il calcolo delle morti che sarebbero conseguite all’irrorazione massiva dei cieli.

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«Le morti per inquinamento atmosferico dovute allo zolfo aggiunto nell’aria sarebbero più che compensate dalla diminuzione del numero di morti per caldo estremo, che sarebbe da 10 a 100 volte maggiore» computava il professore. «Fingere che il cambiamento climatico possa essere risolto con la sola riduzione delle emissioni è una fantasia pericolosa».

 

Ora il giornalone di Nuova York spinge nuovamente la figura del Keith, certo ammettendo che vi è qualche «controversia» e perfino qualche «paura» per quello che vuole fare.

 

Del resto, conosciamo bene la narrazione che il sistema deve portare avanti – cioè il terrorismo climatico estremo. Qualcuno può pensare che Ultima Generazione e Stop Oil siano frange estremiste: evidentemente, non vede che lo status quo diffonde il medesimo scenario – e che i medesimi fini.

 

«Le temperature globali hanno raggiunto livelli record per 13 mesi di fila, scatenando condizioni meteorologiche violente, ondate di calore mortali e innalzando i livelli del mare» scrive il pezzo del NYT di pochi giorni fa. «Gli scienziati prevedono che il calore continuerà a salire per decenni. Il motore principale del riscaldamento, la combustione di combustibili fossili, continua più o meno inarrestabile».

 

«In questo contesto, sta crescendo l’interesse verso gli sforzi volti a modificare intenzionalmente il clima della Terra, un campo noto come geoingegneria». Ecco introdotti alla parola magica.

 

Tale «geoingegneria», è subito specificato, interessa per qualche ragione le grandi aziende, che quindi sono ecologicamente attive in un disegno che dimostra la loro grande bontà.

 

«Le grandi aziende stanno già gestendo enormi strutture per aspirare l’anidride carbonica che sta riscaldando l’atmosfera e seppellirla sottoterra. Alcuni scienziati stanno eseguendo esperimenti progettati per illuminare le nuvole, un altro modo per far rimbalzare parte della radiazione solare nello spazio. Altri stanno lavorando a sforzi per far sì che gli oceani e le piante assorbano più anidride carbonica».

 

Tuttavia, si ammette, «tra tutte queste idee, è la geoingegneria solare stratosferica a suscitare la speranza e la paura più grandi».

 

«I sostenitori lo vedono come un modo relativamente economico e veloce per ridurre le temperature ben prima che il mondo abbia smesso di bruciare combustibili fossili. L’Università di Harvard ha un programma di geoingegneria solare che ha ricevuto sovvenzioni dal co-fondatore di Microsoft Bill Gates, dalla Alfred P. Sloan Foundation e dalla William and Flora Hewlett Foundation».

 

È il circoletto che conosciamo bene, a cui si aggiunge anche quello di Bruxelles, pagato direttamente dalle nostre tasche: «l’anno scorso l’Unione Europea ha chiesto un’analisi approfondita dei rischi della geoingegneria e ha affermato che i paesi dovrebbero discutere su come regolamentare un’eventuale distribuzione della tecnologia» scrive il NYT, ricordando la foglia di fico del discorso europeo delle «conseguenze indesiderate».

 

È il caso, a questo punto, di imbeccare il lettore con il boccone amaro: «poiché verrebbe utilizzata nella stratosfera e non limitata a un’area specifica, la geoingegneria solare potrebbe avere effetti sul mondo intero, forse sconvolgendo i sistemi naturali, come la creazione di pioggia in una regione arida mentre si secca la stagione dei monsoni altrove» spiega il giornale.

 

«Gli oppositori temono che ciò distoglierebbe l’attenzione dall’urgente lavoro di transizione dai combustibili fossili. Si oppongono al rilascio intenzionale di anidride solforosa, un inquinante che alla fine si sposterebbe dalla stratosfera al livello del suolo, dove può irritare la pelle, gli occhi, il naso e la gola e può causare problemi respiratori. E temono che una volta iniziato, un programma di geoingegneria solare sarebbe difficile da fermare».

 

Sono riportate le parole di David Suzuki, ambientalista canadese: «L’intera idea di spruzzare composti di zolfo per riflettere la luce solare è arrogante e semplicistica. Ci sono conseguenze indesiderate di tecnologie potenti come queste, e non abbiamo idea di quali saranno».

 

Raymond Pierrehumbert, fisico dell’atmosfera oxoniano, ritiene la geoingegneria solare una «grave minaccia per la civiltà umana»: «non è solo una cattiva idea in termini di qualcosa che non sarebbe mai sicuro da usare. “Ma anche fare ricerche su di essa non è solo uno spreco di denaro, ma attivamente pericoloso».

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Mandato giù il boccone amaro (che è, più o meno, «solo» la distruzione del pianeta e la fine della civiltà) ecco che la palla viene passata al professor Keith, il quale, è spiegato, «in una serie di interviste (…) ha ribattuto che i rischi posti dalla geoingegneria solare sono ben noti, non così gravi come dipinto dai critici e minimizzati dai potenziali benefici».

 

Perché «se la tecnica rallentasse il riscaldamento del pianeta anche solo di un grado Celsius, o 1,8 gradi Fahrenheit, nel prossimo secolo, ha affermato il dott. Keith, potrebbe aiutare a prevenire milioni di decessi correlati al caldo ogni decennio». Come esattamente muoiano queste persone di caldo non è spiegato, ma immaginiamo ci sia una statistica od una ricerca di scienza infallibile.

 

Non solo verrebbe salvato l’ambiente, ma anche dato un tocco artistico al creato: anche il tramonto diverrebbe diverso, più bello.

 

«Un pianeta trasformato dalla geoingegneria solare non sarebbe notevolmente più debole durante il giorno, secondo i suoi calcoli. Ma potrebbe produrre un diverso tipo di crepuscolo, uno con una tonalità arancione». Immaginiamo il senso di magia che si prova quando si diventa pittori di tramonti, ma non nel senso tipo Tiepolo, non sulla tela, ma sulla realtà.

 

Sì, lo scienziato immagina di ricolorare il cielo sotto cui esistete. Eppure, mica si trova davanti giornalisti che scartabellano la letteratura sui deliri di onnipotenza, anzi. «Magro e atletico a 60 anni, con occhi azzurri come i ghiacciai, il dott. Keith ha trascorso la sua vita fuori dal laboratorio arrampicandosi, facendo kayak in mare e sciando nell’Artico». Insomma, un figo. Ma con un cuore grande quasi quanto il cervellone: «è profondamente turbato dai mille modi in cui il cambiamento climatico sta sconvolgendo il mondo naturale».

 

Siamo messi a parte della biografia del personaggio, figlio di papà biologo della fauna selvatica che partecipò al primo incontro globale per affrontare le minacce alla natura, la Conferenza delle Nazioni Unite sull’ambiente umano del 1972 a Stoccolma, e bambino dislessico sino alla quarta elementare, poi adolescente amante del campeggio, rocciatore e ricercatore universitario dei trichechi dell’Artico canadese.

 

«Abbassando le temperature globali, la geoingegneria solare potrebbe contribuire a riportare il pianeta al suo stato preindustriale, ricreando le condizioni esistenti prima che enormi quantità di anidride carbonica venissero immesse nell’atmosfera e iniziassero a cuocere la Terra» dice il Frankenstein dei cieli. «Se domani si tenesse un referendum mondiale per decidere se dare inizio alla geoingegneria solare, ha affermato che voterebbe a favore». Sappiamo anche, nell’eventualità, quale pieno di voti farebbe in Italia nel campo largo PD più M5S.

 

«Ci sono sicuramente dei rischi e ci sono sicuramente delle incertezze», ha detto. «Ma ci sono davvero molte prove che i rischi sono quantitativamente piccoli rispetto ai benefici e le incertezze non sono poi così grandi».

 

In seguito è descritto l’esperimento di geoingegneria solare del Keith noto come Scopex. Ancora professore harvardiano, aveva l’intenzione di rilasciare qualche chilo di polvere minerale a un’altitudine di circa 20 chilometri e monitorare il comportamento della polvere mentre fluttuava nel cielo. Un test era stato pianificato nel 2018, qualcuno dice sopra i cieli dell’Arizona. Quando i dettagli del progetto divennero materia pubblica, un gruppo di indigeni si oppose e pubblicando un manifesto contro la geoingegneria.

 

Nel 2021, sempre la vecchia Università di Keith, cioè Harvard, contattò la società spaziale svedese per lanciare un pallone che avrebbe trasportato l’attrezzatura per il test. Ma prima che avesse luogo, gruppi locali, tra cui gli indigeni lapponi, fecero partire la protesta. Il Consiglio Saami Council, un’organizzazione che rappresenta i popoli indigeni della Scandinavia, dichiarò di considerare la geoingegneria solare «l’esatto opposto del rispetto con cui noi, in quanto popoli indigeni, siamo abituati a trattare la natura». Nella bagarre si mise dentro anche Greta Thunberg.

 

Il NYT registra, senza commentare in alcun modo, l’attuale pensiero di Keith su queste vicende: «una lezione che ho imparato da questa vicenda è che se lo facessimo di nuovo, non saremmo più aperti allo stesso modo». Cioè: la prossima volta sarà fatto in segreto. Il giornale non ha nulla da eccepire rispetto a questa pazzesca affermazione.

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Più avanti, il pezzo specifica che «una volta che la geoingegneria solare ha iniziato a raffreddare il pianeta, interrompere bruscamente lo sforzo potrebbe causare un improvviso aumento delle temperature, un fenomeno noto come “termination shock“».

 

Si tratta della condizione in cui il pianeta potrebbe sperimentare «un aumento di temperatura potenzialmente massiccio in un mondo impreparato nel giro di cinque o dieci anni, colpendo il clima della Terra con qualcosa che probabilmente non vedeva dai tempi dell’impatto che ha ucciso i dinosauri», spiega lo scettico professor Pierrehumbert.

 

In pratica, ci stanno dicendo: se inizieremo, si andrà fino in fondo. Perché fermarsi nel mezzo, magari perché vediamo che gli effetti sono indesiderati e devastanti, sarebbe – dice la scienza infallibile – peggio. Dov’è che avete già sentito questa storia? Ah, già… la campagna di vaccinazione globale, non è andata esattamente così? Ricordate i discorsi sulle dosi multiple? Ricordate l’idea che bisogna vaccinare tutti, altrimenti nessuno, nemmeno i già sierati, sarebbe stato per qualche ragione al sicuro? Ricordate le definizioni di immunità di gregge cambiate nottetempo sul sito dell’OMS?

 

Certo, il NYT ha la premura poi di tirare fuori qualcosa che su Renovatio 21, discutiamo da tempo: ossia dell’uso della geoingegneria come arma: «ci sono timori circa attori non autorizzati che utilizzano la geoingegneria solare e preoccupazioni che la tecnologia possa essere trasformata in un’arma. Per non parlare del fatto che l’anidride solforosa può danneggiare la salute umana».

 

Ma niente, paura, arriva l’atletico oscuratore del sole a rassicurare tutti che «queste paure sono esagerate. E anche se ci sarebbe un po’ di inquinamento atmosferico aggiuntivo, sostiene che il rischio è trascurabile rispetto ai benefici».

 

Rilancia: «c’è molta incertezza sulle risposte climatiche. Ma è piuttosto difficile immaginare che se si fa una quantità limitata di geo solare bilanciata emisfericamente non si riducano le temperature ovunque». Bisogna, insomma, sottomettere alla geoingegneria l’intero globo terracqueo.

 

Il Keith, il cui profilo è già di per sé inquietante (e il pezzone del NYT non risparmia i problemi caratteriali sorti con altri colleghi), è una figura di una certa persistenza. Dopo il dottorato al MIT, nel 1992 aveva già pubblicato un articolo accademico, «A Serious Look at Geoengineering» («un serio sguardo alla geoingegneria»), che già sollevava le domande che avrebbero plasmato la sua carriera.

 

La conoscenza con Bill Gates è arrivata nel 2006, quando i due furono presentati da una comune conoscenza. Il miliardario di Microsoft «voleva saperne di più sulle tecnologie che avrebbero potuto aiutare a combattere il riscaldamento globale. I due uomini hanno discusso di clima e tecnologia in una serie di incontri nei successivi 10 anni».

 

Non si sono limitati alle chiacchiere. nel 2009, il Keith ha fondato la Carbon Engineering, un’azienda che sviluppò un processo per estrarre l’anidride carbonica dall’atmosfera. Tra gli investitori c’erano l’inevitabile Gates, la multinazionale petrolifera Chevron e N. Murray Edwards, che ha guadagnato miliardi pompando petrolio dalle sabbie bituminose canadesi.

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L’anno scorso Carbon Engineering è stata acquisita da Occidental Petroleum, un importante produttore di petrolio e gas con sede in Texas, per 1,1 miliardi di dollari. La Occidental Petroleum, detta anche Oxy, per chi non lo sapesse è la grande compagnia petrolifera fondata da Armand Hammer, stranissima figura di contatto tra il grande capitalismo americano e i vertici dell’URSS. L’azienda ha avuto scandali importanti, come l’incendio alla piattaforma Piper Alpha al largo della Scozia. Le accuse furono mitigate dall’intervento dell’attuale re britannico Carlo, che allora era principe, assieme alla moglie di quel tempo, Lady Diana Spencer, che erano amici prezzolati dell’Hammer. La dinastia degli Hammer, che godeva di questa incredibile capacità di unire Nuova York e Mosca, ha avuto molte vicissitudini: l’ultima, finita su tutti i giornali, sono le accuse all’ultimo rampollo, il divo hollywoodiano Armie, di avere gusti sessuali estremi con fantasie di «cannibalismo».

 

Ad ogni modo, la vendita alla Occidental ha fruttato al dottor Keith, che possedeva circa il 4%, una somma di circa 72 milioni di dollari tutti per lui. Occidental sta ora costruendo una serie di enormi impianti di cattura del carbonio. Ha in programma di vendere crediti di carbonio a grandi aziende come Amazon e AT&T che vogliono compensare le loro emissioni.

 

Ora, ricco, bello e intelligente, il nostro si rilassa. Anche se non troppo.

 

«Per festeggiare il suo 60° compleanno a ottobre, il dottor Keith è andato a fare un’escursione nelle Montagne Rocciose canadesi e si è imbattuto in un ghiacciaio che si era ridotto drasticamente negli ultimi anni» continua l’agiografia del NYT. «È stato un promemoria visivo del fatto che il riscaldamento globale sta sconvolgendo il mondo naturale e ha confermato la sua convinzione centrale e controversa: gli esseri umani hanno già alterato il pianeta, riscaldando il clima con i gas serra».

 

«Per riparare il clima e riportarlo a uno stato più incontaminato, potremmo dover adottare misure ancora più drastiche e progettare la stratosfera».

 

Per chi è religioso, parole simili hanno un’eco inconfondibile. C’è una caduta, e questa caduta è tale che l’intero cosmo è da respingere, riprogrammare.

 

Sì, il colore gnostico di tutta questa storia della geoingegneria è impossibile da non vedere.

 

Stiamo parlando di gente che, davvero, vuole rifare il creato, ritinteggiare il cielo, ricombinando la chimica dell’atmosfera, combattendo la luce solare stessa – il tutto salvando l’umanità, o forse solo «il pianeta», qualsiasi cosa voglia dire.

 

Quando guardate il cielo e vi vedete qualcosa di strano, pensatelo pure: dietro c’è un messianismo gnostico finanziato dall’oligarcato della Necrocultura mondiale.

 

Roberto Dal Bosco

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Morti di caldo, morti di inciviltà

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Conosciamo tutti la lagna goscista, che da oltreoceano si spande anche da noi, limitando le libertà degli europei e degli italiani: la libera vendita delle armi, dice il grillo parlante progressista con tutti i suoi giornaloni e propalatori decerebrati salariati, genera stragi. Eccerto.   È ovvio, no? Se permetti al cittadino di comprarsi pistole e fucili, magari per difendersi dall’anarco-tirannia migratoria, magari per difendersi da lupi ed orsi reimmessi nel suo balcone di casa dallo Stato moderno, magari addirittura, sia mai, per impedire – come saggiamente prevedevano gli estensori della Costituzione USA – da un governo perverso e totalitario installatosi al potere (Tommaso Jefferson: «Quando il popolo ha paura del governo, c’è tirannia. Quando il governo ha paura del popolo, c’è libertà»), stai decisamente preparando la strada ad ecatombi indiscriminate, di quelle che si leggono nelle cronache.   Le quali cronache, il lettore di Renovatio 21 lo sa, sono ricche di tanti dettagli (beh, un po’ meno recentemente che gli assissinii di massa sono perpetrati spesso da ragazzini trans et similia), tranne che quelli che riguardano gli psicofarmaci che, gratta gratta, al fine si scopre che tutti gli stragisti armati ingollano ad abundantiam.

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Ecco che i partiti «democratici» con i loro Soloni intellettuali (cioè, indirettamente o direttamente impiegati statali, per lo più) ci snocciolano le cifre: vi sarebbero, dicono le statistiche degli enti anti-armi, ben 30.000 decessi per armi da fuoco, ma nel calderone ci buttano suicidi, omicidi e incidenti, cioè anomalie di sistema che non riguardano il cittadino medio, che però va privato dei suoi mezzi di difesa.   Insistono: vi sono ben 13 decessi ogni 100.000 abitanti, pensate, ma meglio non dire che la percentuale più alta dei decessi totali da arma da fuoco negli Stati Uniti è storicamente riconducibile ad atti di autolesionismo e suicidio, due fenomeni, guarda guarda, intimamente legati al consumo massivo di psicofarmaci di cui sopra.   Ebbene, sarebbe il caso di tirare fuori ora un’altra statistica, secondo noi assai significativa: quella dei morti di caldo in Europa.   Diamo i numeri: nel 2024 le morti stimate legate al caldo sarebbero state 62.800, nel 2023 50.800, nel 2022 ben 67.900. Le persone over 75 e le donne sono le più colpite. Due terzi circa dei decessi avvengono nell’Europa meridionale. L’Italia è costantemente il Paese con il numero assoluto più alto (oltre 19.000 nel 2024), seguita da Spagna e Germania.   Secondo dati Bloomberg, la situazione 2026, ovviamente in via di abissale aggiornamento in questi giorni di canicola estrema in tutto il Vecchio Continente, vedono oltre 25.000 morti legate al caldo dall’inizio dell’anno, 11.900 nella sola Germania da aprile). Le statistiche EuroMOMO (ve lo ricordate? L’ente statistico per le euromorti da cui piluccavano per le nostre analisi piccanti durante tempesta delle menzogne vaccinali COVID e relativi malori) dicono di diecine di migliai di morti in eccesso durante l’ondata di calore di fine giugno, con 10.000-14.000 decessi in più nella settimana di picco – e figuriamoci ora.   In sintesi numerica: negli ultimi anni si parla di 50.000–70.000 morti per caldo ogni estate in Europa, con l’Italia spesso in testa per numero assoluto.   In sintesi sociopolitica: il caldo uccide in Europa più di quanto uccidano le armi da fuoco in America. Parliamo, praticamente, di multipli: il calore da noi ammazza molta, molta più gente della supposta emergenza della libera circolazione di pistole e fucili negli Stati Uniti.

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A questo punto, chiediamoci, cercando di uscire dalla cappa mentale del «Cambiamento Climatico» (prima lo chiamavano «Riscaldamento globale», poi dopo eventi come la conferenza sul Clima COP15 di Copenhagen, dove la neve bloccò gli aeroporti, hanno fischiettosamente cambiato nome e natura del fenomeno): perché la gente muore di caldo?   Risposta semplicissima: gli anziani, i deboli, tutti quanti stanno morendo in questi giorni lo fanno perché privi dell’aria condizionata. Non è più complicato di così: più condizionatori, più vita.   Rendiamoci conto, quindi, di quanto facile dovrebbe essere salvare le esistenze di questi cittadini. Realizziamo: basta un apparecchio, che non costa tanto più che quelli che il sistema sanitario passa a certi pazienti anziani, per evitare stragi di migliaia di persone.   Basta una piccola tecnologia per far vivere gli esseri umani, e l’uso e la diffusione di tale tecnologia dovrebbero essere, in una civiltà, un fatto scontato. Una civiltà è fatti di esseri umani, per cui la loro preservazione dovrebbe essere l’obiettivo primigenio di tutti i suoi sistemi.   Nessuno, tuttavia ci pensa. Il motivo è semplicissimo: viviamo una fase di decomposizione della civiltà, di inciviltà. Non può essere altrimenti: la civiltà invasa dalla Necrocultura diviene anti-civiltà, sistema volto all’eliminazione programmatica degli esseri umani.   Lo Stato moderno, che ha fatto della Necrocultura il suo sistema operativo, dà una mano. Per cui, pensare che esso possa riconoscere la semplice causa di questa strage e fornire la soluzione – che è a scaffale – è errato.   Politici, giornali sembrano ignorare la questione se non per lanciare le solite geremiadi sul Cambiamento Climatico, la nuova religione copiata da quella cattolica – al posto di Dio abbiamo la dea Gaia, al posto del peccato abbiamo l’impronta carbonica, distribuita perfino come peccato originale, e al posto dell’espiazione abbiamo la riduzione delle attività degli uomini se non la loro eliminazione – , che nell’animo vacuo di qualche gonzo panciafichista con stipendio parastatale ha magari pure attecchito.

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I condizionatori sono maledetti: consumano tanto solo per dare benessere fisico agli esseri umani che, secondo il culto climatico globale, devono invece espiare, soffrire, morire.   Anche fuori dalla civiltà tecnologica del refrigerio le cose vanno male: se volete andare al fiume che solca la vostra provincia è facile che le forze dell’ordine vi multino, con la motivazione per cui l’acqua è inquinata o perché la balneazione lì è vietata punto e basta. Altri specchi d’acqua (laghetti, torrenti, idroscali) sono pieni di immigrati che anarcotirannicamente se ne fottono dei richiami e continuano a prodursi in grigliatine e talvolta in qualche atto di violenza.   Voi dite, le piscine pubbliche: come no, abbiamo visto come – fenomeno rilevabile in tutta Europa – esse siano oramai ostaggio di bande di giovinastri immigrati, con molestie di ragazzine che ciclicamente riempiono le pagine dei giornali e generano improbabili racconti della stampa locale su improbabili provvedimenti anti-bulli, cioè anti-maranza, che i gestori sono ora spinti, riluttantemente, ad adottare.   Tema importante quello delle piscine, perché interseca, con evidenza, quello del servizio pubblico vitale. Esse dovrebbero essere infatti potenziate ed espanse, ne andrebbero costruite di nuove, visto il benefizio fisico che ne trae la popolazione morente, senza contare come, per tutto l’anno, il nuoto («lo sport più completo», dice l’insopportabile luogo comune) garantisca salute a tantissimi.   E invece, assistiamo ad una contrazione nel settore: nella mia città c’era una piscina zonale che offriva, oltre alle vasche sportive, anche uno spazio spiaggesco estivo, con scivoli e acqua bassa, per la felicità dei bambini e dei genitori. Il luogo era divenuto famoso perché era lì che aveva cominciato a nuotare Thomas (cioè, Tommaso) Ceccon, loquace olimpionico medaglia d’oro alle drammatiche Olimpiadi di Parigi, della cui organizzazione egli giustamente si lamentò molto, arrivando a dormire in istrada perché, appunto, l’Olympiade macroniana ambientalmente corretta non considerava bene i condizionatori per gli atleti (ne abbiamo scritto su Renovatio 21: queste crudeltà, come quella di farli nuotare nelle acque fecali della Senna, costituiscono una bella riedizione delle angherie ai ragazzini delle 120 giornate di Sodoma dell’eroe rivoluzionario francese marchese De Sade).   Oggi questa piscina non esiste più: il bando del comune per la gestione è andato deserto. L’amministrazione potrebbe quindi scaricare la colpa ai privati che si tirano indietro. La realtà è che l’intero progetto, vista l’importanza letteralmente vitale, andrebbe preso in mano dallo Stato punto e basta – ma lo Stato moderno, lo sappiamo, non ha come fine il vostro benessere. Per cui, ecco che un danno non irrilevante, sociale e biologico, viene portato al tessuto umano locale, e l’anticiviltà dei morti di caldo nemmeno immagina che dovrebbe porvi rimedio.   Ripenso con rabbia alle illuminanti parole di Mario Draghi, che il 6 aprile 2022, a poche settimane dallo scoppio della guerra ucraina che ha privato l’Italia dell’energia russa a basso costo, ebbe il coraggio di chiedere oscenamente in conferenza stampa «Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?»  

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Ma di cosa stava parlando l’eurodrago, forse il peggiore premier mai avuto dal Paese? Stava dicendo che rifiutando il gas russo – e quindi la capacità di alimentare i condizionatori che non fanno morire la gente – avremo avuto la pace? Chissà se ora capisce quanto vacue e avventate sono le sue parole: abbiamo rifiutato il gas russo, mandando in malora l’intera economia manifatturiera italiana ed europea, e uccidendo di conseguenza un po’ di deboli, e abbiamo avuto che cosa?   Abbiamo avuto la realizzazione di un scenario di conflitto ancora più estremo, dove si parla con sempre maggiore tranquillità di guerra atomica tra Mosca e l’Europa.   C’è quindi una cifra geopolitica, anzi metapolitica, nell’Europa morta di caldo. Essa respinge la Russia (che è considerabile, come detto anche da Putin, uno Stato-civiltà) in quanto civiltà che ancora ha interesse a difendere la prosperità dei suoi esseri umani, al punto di andare in guerra per difendere i russofoni del Donbass. L’Europa della Cultura della morte no, non può concepirlo, nemmeno se si tratta dell’aria condizionata.   La realtà è che probabilmente, dai partiti non solo di sinistra alle stanze degli eurobottoni, lo Stato moderno vuole che moriate anche di caldo.   E ogni goccia di sudore che vi riga il corpo è una lacrima della nostra Civiltà cristiana che muore.   Roberto Dal Bosco

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Navi da guerra naziste affondate riemergono nel Danubio per l’ondata di caldo

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Diverse navi da guerra tedesche affondate durante la Seconda Guerra Mondiale, sono riemerse nel Danubio a causa di una forte ondata di calore e di una prolungata siccità. Le imbarcazioni sono diventate visibili quando il livello dell’acqua del secondo fiume più lungo d’Europa ha raggiunto minimi storici.

 

Foto e video pubblicati sui social media mostravano enormi relitti di navi adagiati nell’acqua e su un banco di sabbia in mezzo al canale vicino al villaggio di Prahovo, in Serbia.

 

In un altro luogo, il relitto di una nave mercantile ungherese affondata nel 1937 è riemerso nei pressi del villaggio croato di Opatovac.

 

Secondo la Banca europea per gli investimenti, circa 200 imbarcazioni potrebbero giacere sul fondo del Danubio. Il trasporto fluviale è quasi completamente bloccato a causa del basso livello dell’acqua, secondo il Ministero dei Trasporti ungherese.

 

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Come riportato da Renovatio 21, anche il primo ministro ungherese Peter Magyar ha affermato che la centrale nucleare di Paks, che copre quasi la metà del fabbisogno elettrico dell’Ungheria, potrebbe rimanere chiusa per settimane a causa dell’insufficiente livello dell’acqua.

 

A Budapest, la scorsa settimana, è stato ritrovato un proiettile di artiglieria tedesco della Seconda Guerra Mondiale vicino al Ponte Margherita, una delle principali arterie stradali della città. Il ritrovamento ha comportato brevi chiusure di sicurezza per consentire l’intervento di una squadra di artificieri. L’autorità meteorologica nazionale ungherese ha inoltre segnalato un livello minimo record di 23 cm nel Danubio che attraversa la città. Il precedente minimo storico, registrato nel 2018, era di 33 cm.

 

Nella Bulgaria settentrionale, il prosciugamento di un fiume ha portato alla luce quelli che si ritiene essere i resti di un mammut. Le ossa sono state ritrovate da un abitante del villaggio di Ryahovo. Nikolay Nenov, direttore di un museo di storia regionale nella vicina città di Ruse, ha definito la scoperta «di grande importanza per la scienza».

 

Secondo l’agenzia Associated Press, nei prossimi giorni il livello del Danubio dovrebbe scendere ulteriormente, senza previsioni di piogge significative e con temperature che dovrebbero superare i 38 gradi Celsius nella regione.

 

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 Immagine screenshot da Twitter

 

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La Xylella come prova generale del COVID. Intervista al professor Luca Marini

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Si torna a parlare di Xylella, un allarme mediatico inflitto alla popolazione italiana tutta nel corso oramai di lustri. Ma cosa può nascondersi dietro questo ulteriore fenomeno epidemico-emergenziale? Quali dinamiche sono davvero in gioco? Ne abbiamo discusso con una delle uniche voci davvero dissidenti – ed indipendenti – emersa con forza nel biennio pandemico: il prof. Luca Marini, docente di diritto internazionale alla Sapienza di Roma ed ex vicepresidente del Comitato Nazionale per la Bioetica. Sul caso il professore ha opinioni taglienti e sorprendenti.   Professore, la diffusione del batterio Xylella, che secondo alcuni provoca la morte degli olivi, è un tema praticamente sconosciuto al di fuori dei confini della Puglia. Lei, però, afferma da anni che si tratta di una problematica di portata nazionale, anzi globale. Vuole provare a spiegarci perché? Perché dal punto di vista scientifico, comunicativo e biopolitico l’affaire Xylella è stata la prova generale del COVID: ma la sua percezione è molto limitata, perché ha riguardato solo una regione d’Italia, anzi solo una parte di quella regione, e conseguentemente una aliquota molto ridotta di italiani.   Senta, proviamo a fare un po’ ordine. Quando è iniziato l’affaire Xylella? Quasi quindici anni fa, quando il batterio venne identificato per la prima volta nel Salento. Ma i sintomi della fitopatia nota come «Complesso del Disseccamento Rapido dell’Olivo» (CODIRO), di cui la Xylella sarebbe una concausa, erano già noti. Consideri che, secondo alcuni studiosi, i disseccamenti sono praticamente ciclici, anche se su orizzonti temporali molto ampi, praticamente secolari.

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E come è comparso il batterio? E chi lo sa? Due inchieste, una avviata dalla procura di Lecce, l’altra della procura di Bari, sono state archiviate. Fino a qualche tempo fa, qualcuno affermava che il batterio si fosse diffuso dopo lo svolgimento di un workshop sul tema svoltosi in Puglia nei primi anni Dieci. Oggi nessuno ne parla più.   Ma se il workshop avesse costituito l’occasione per diffondere la Xylella, si potrebbe parlare di un vero e proprio complotto? Che vuole che le dica? Pensi al COVID: qualcuno è riuscito a dimostrare, al di là di ogni ragionevole dubbio, che il virus SARS-CoV-2 sia, o non sia, stato diffuso intenzionalmente? In ogni caso, lasci che glielo dica, a me, come studioso, questo è un aspetto che interessa solo marginalmente.   In che senso? Ma sì, a me, come giurista e studioso di biopolitica, interessa la gestione della problematica. Che la causa sia naturale o umana (e io, per esperienza, propenderei comunque per questa seconda soluzione) cambia poco, se non, nel secondo caso, sul piano delle responsabilità da accertarsi in sede giudiziaria.

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E allora ci dica: come è stata gestita la questione Xylella? Imputando esclusivamente a essa la causa del CODIRO. Sulla base delle conclusioni raggiunte da una parte della comunità scientifica, la normativa europea e italiana, dopo un lungo periodo di attendismo che potrebbe non essere stato del tutto casuale, si sono concentrate sulla lotta al batterio imponendo soluzioni peggiori del male perché fondate, in prima battuta, su una sola misura: l’eradicazione degli olivi. Niente ricerca scientifica, niente di niente: solo eradicazioni.   Si è trattato di un approccio un po’ radicale, no? Soprattutto se si pensa che le eradicazioni, non solo degli olivi colpiti dal CODIRO, ma di tutti quelli presenti nel raggio di 100 metri da quello considerato malato, venivano effettuate in nome e per conto del principio di precauzione, un principio che nessuno, in Europa, invocava più dal 2003, e cioè da quando era stata liberalizzata la commercializzazione degli alimenti contenenti, costituiti o derivati da OGM. Praticamente, abbiamo assistito e continuiamo ad assistere al paradosso di alberi sani abbattuti per precauzione e di cibi transgenici (come di apparati produttivi letali) imposti alla popolazione. Questa, del resto, è l’Europa che vuole il capitalismo ultra-finanziario e digitale.   Torniamo alla Xylella. In seguito, all’eradicazione si sono aggiunte altre misure eterogenee, dal reimpianto di varietà considerati resistenti alla Xylella alle cosiddette buone pratiche agricole volte a limitare la diffusione di un insetto la [Sputacchina, ndr] che nel frattempo era stato individuato come vettore del batterio. Tutte queste misure, comunque, hanno prodotto, di fatto, risultati univoci e disastrosi.   Di che tipo? Pensi al contrasto alla Sputacchina, che si traduce nella necessità di eliminare l’erba in cui vive e si sposta l’insetto: questo risultato può essere ottenuto o con arature periodiche, i cui costi sono cresciuti negli ultimi anni in modo tale da risultare praticamente insostenibili per chi non disponga di macchinari propri, o con l’impiego di ben più economici diserbanti, preferiti dalla maggior parte dei coltivatori. Ciò vuol dire che, se una delle concause del CODIRO fosse proprio l’uso massiccio di diserbanti, la soluzione normativa finirebbe per instaurare una spirale viziosa. Ma non è tutto qui.   Perché, c’è di peggio? Certo. A distanza di quindici anni dall’inizio della vicenda, solo gli osservatori più ottusi potrebbero ostinarsi a negare che la gestione della Xylella non sia servito, di fatto, a 1) ostacolare la ricerca di altre possibili cause del CODIRO, con specifico riferimento, come detto, all’uso massiccio di diserbanti e fitofarmaci; 2) ridurre la biodiversità imponendo, in luogo degli olivi espiantati, il reimpianto di un numero ridottissimo di varietà (in origine una sola), ciò che fatalmente favorirà la diffusione di future fitopatie; 3) standardizzare verso il basso la qualità dell’olio prodotto a detrimento non solo delle tanto celebrate eccellenze alimentari e del Made in Italy, ma anche della dieta mediterranea, con intuibili conseguenze sulla salute umana se è vero che l’uomo è ciò che mangia; 4) compromettere la sopravvivenza dei piccoli produttori mediante la sostituzione di pratiche e modelli agricoli tradizionali con metodi e sistemi agro-industriali e, quindi, favorire ulteriormente i processi di concentrazione della proprietà e di globalizzazione dei mercati; 5) modificare permanentemente il paesaggio pugliese quale preludio all’insediamento di infrastrutture simbolo di una controversa transizione ecologica ed energetica, dalle pale eoliche ai parchi fotovoltaici alla TAP; 6) non ultimo, dividere la società tra «negazionisti» e «regolisti», e cioè tra scettici oscurantisti in odore di anarchia e zelanti cittadini ossequiosi delle leggi, secondo il classico evergreen «divide et impera».

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Messa così è difficile pensare che dietro tutta questa storia non ci sia un complotto. Diciamo che la gestione della Xylella, azzerando diritti e libertà fondamentali di quanti (pugliesi e non) hanno dovuto sottostare a un impianto normativo scellerato, costituisce nient’altro che una applicazione del metodo totalitario, metodo che consiste, in buona sostanza, nel manipolare i dati scientifici per propagandare il terrore al fine ultimo di soggiogare i cittadini.    Sembra di ascoltare il tormentone post-COVID.  Se preferisce, diciamo che le misure di gestione dell’emergenza Xylella hanno avuto come scopo precipuo – con largo anticipo rispetto al COVID – l’azzeramento della libertà e dell’autonomia individuale quale preludio all’instaurazione e all’accettazione acritica del totalitarismo biopolitico globale, e cioè del totalitarismo promosso dalle élites finanziarie transnazionali di matrice giudaico-massonica che punta a controllare l’intera dimensione psico-fisica dell’essere umano, dalla nascita alla morte.   Certo è strano che tutto ciò sia stato sperimentato in un settore, come l’agricoltura, la cui importanza, tutto sommato, non sembra determinante. Niente di più logico, invece. il complesso di conoscenze antropologiche, culturali e medico-religiose direttamente connesso al mondo rurale, unitamente alle possibilità di autarchica sussistenza che da sempre assicura l’agricoltura, sono viste come un pericolo nel quadro dell’euro-globalismo promosso dal capitalismo ultra-finanziario e digitale. E quindi non deve stupire che lo scopo reale della PAC [la politica agricola comune, ndr] sia, da sempre, proprio quello di uccidere l’agricoltura europea: da questo punto di vista, anzi, l’affaire Xylella è solo l’ultimo capitolo di un disegno strategico che parte da lontano.  

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